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25 aprile 2015

La costruzione della memoria


(un ricordo privatodel 25 aprile)

Avvicinandomi ai sessant’anni, mi rendo conto che ho avuto alcunefortune nelle vita, la più importante delle quali è la possibilità di capire lastoria recente del nostro Paese attraverso la costante, continua e per nullapianificata – ma per questo molto più potente - costruzione della memoria, della mia memoria privata e della memoriadella mia famiglia.

Miamadre staffetta partigiana, poi attivista dell’Unione Donne Italiane, poimaestra agguerrita e piena di idee, mio padre dirigentedel Partito Comunista e poi della CGIL, a noi figli non hanno mai fatto lezionidirette e pedanti della loro storia o delle loro idee. Nemmeno ci raccontavanoi fatti, che so, della Resistenza o del lavoro politico difficilissimo neldopoguerra in una provincia “bianca” come Novara. Sicuramente qualche accenno,spezzoni di fatti nelle chiacchiere quotidiane a tavola, magari un ricordo dipapà che parlava in una piazza vuota di Borgomanero, con il megafonoappollaiato sulla Fiat 1100, i pochi compagni attorno, tutti i paesani inrealtà ad ascoltare dietro le finestre chiuse, e il prete dall’altro lato dellapiazza a rispondere… Pochissimo del periodo del fascismo, salvo qualche ricordospezzato o accenno della difficoltà di andare a scuola. Anche della primaguerra, nonno Prospero che l’ha fatta tutta, prima di rischiare la vita nellepatrie galere fasciste, parlava poco volentieri.

In fondo, solo all’inizio di questo millennio mia madre,forse stimolata dai nipotini che le chiedevano storie del passato, forseindignata dal revisionismo storico montante, ha cominciato a parlare di più delperiodo della sua esperienza di staffetta in montagna e in pianura, e ha finitoper scriverne, facendo anche lei stessa un esercizio di ricostruzione dellamemoria, nella sua autobiografia “Storie di una staffetta partigiana”.

Eppure, come se la ben poca storia contemporanea che ciinsegnavano a scuola si saldasse miracolosamente con i pezzi di frasi infamiglia, con i libri che circolavano in casa – il libro di Alcide Cervi, o ilSentiero dei nidi di ragno di Calvino, le Cronache di poveri amanti diPratolini -, con le cose che si dicevano nelle assemblee studentesche, o con lecanzoni della tradizione popolare ripescate con il disco “Bellaciao”, avevamo tutti ben chiara la consapevolezza, semplice e lineare,forse semplicistica ma solida, che questa Repubblica se la fossero conquistatai partigiani. E ben chiaro avevamo il motivo per il quale ogni 25 aprile sicelebrasse la Liberazione scendendo in piazza.


Non voglio dire che fosse tutto semplice e pacificato, anzi.L’interpretazione di sinistra della lotta partigiana, occultando il ruolo deinon comunisti, dei cattolici, dei militari, dei monarchici, negava certamenteun pezzo di storia e noi di giovani di sinistra ricevevamo un racconto parzialedi quella vicenda. Un racconto parziale che ci consentiva di connettere congrande fluidità il passato con le lotte del presente, i bellissimi e tormentatiannisettanta della mia giovinezza. Con vantaggio per la nostra ricerca dicoerenza e, devo dire ancora oggi, con qualche solida ragione. Perché d’altraparte, la prevalenza della narrazione di sinistra e tendenzialmente comunista enon “nazionale” della Resistenza, è anche grande responsabilità degli altri, diquelli che hanno cominciato a denigrarla e minimizzarla pur magari avendovipartecipato. In fondo, non è colpa dei comunisti se il cattolicesimodemocratico per anni, pur avendo partecipato alla Resistenza, si è poiappiattito sulla sua sottovalutazione e sulla negazione che essa potesse esseremito fondante positivo della Repubblica. E certe fratture di lungo corso chepercorrono tutta la nostra storia repubblicana sono anche frutto dei pattipiuttosto scellerati che i moderati italiani, in chiave anticomunista, hanfatto con i nostalgici del regime. Una faglia sottile che percorre tutti questisettant’anni, e collega in qualche modo i morti di Reggio Emilia del 1960 allestragi fasciste degli anni sessanta e settanta della strategia della tensione,fino alle torture al G8 di Genova. Una faglia sottile che ha portato,dall’altra parte, a distorsioni interpretative uguali e contrarie, come quelleche ci proponeva – quanto sbagliando! – il mio professore di storia delledottrine economiche nel 1977, circa la Resistenza come “rivoluzione tradita”.

Non tutto era semplice e pacificato anche perché avevamocomunque vite complicate, intense e difficili, e tutto cambiava sotto i nostriocchi, come del resto accade anche oggi. E il nostro privato ci assaliva e siintrecciava con il pubblico come mai prima d’allora forse era successo (ricordosempre che Paolo Pietrangeli, cantore del ’68 italiano, nel raccontare gliscontri di Valle Giulia scrisse versi come questi “e miguardavi tu con occhi stanchi, c’erano cose certo più importanti”. E io stesso,in questo storyboard di un fumetto che disegnai nel 1975, e che mai hoterminato, intrecciavo storie d’amore con la manifestazione del trentennaledella Liberazione).


Ma in fondo, anche durante la guerra di Liberazione il privatosi intrecciava con il pubblico, anche se – come scrive mia madre – i tempi e ilpudore e la cultura contadina rendevano questo intreccio più sotterraneo, piùdifficile da dire. Un po’ la stessa difficoltà che fa si che nella memoriadella Resistenza per troppo tempo si sia parlato più di montagne e azioniguerreggiate,  e meno del cruciale ruolodelle donne, o dell’importanza delle reti di protezione assicurate da unapopolazione che, a dispetto di certi discorsi sulla “massa grigia”, almeno alNord fu in gran maggioranza dalla parte dei partigiani. Come ha ricordato GiovanniDe Luna, la Resistenza è stata, ben più del Risorgimento, un momento forseirripetibile nel quale del tutto volontariamente migliaia di persone si sonomesse in gioco per un ideale e un interesse comune e condiviso, superandodifferenze enormi.

Ecco, tutte queste cose, questi spezzoni di realtà che forsecaoticamente ho provato a ricordare, io le so, le ho ben presenti non tantoperché le ho studiate, ma perché sono memoria condivisa, sono la costruzione diuna religione civile che non ha bisogno di lezioni pedanti, ma di esempi edesperienza.

Però miei figli ventenni ricostruiscono dentro di se –certamente in modi diversi – la medesima storia e la medesima memoria perchéprivilegiati dall’avere a disposizione la testimonianza della loro nonna, eperché in qualche modo han potuto “sentire” gli stessi profumi. Altri giovani, bombardatidal deserto culturale di questi ultimi venti o forse venticinque anni, dallaignobile narrazione dei “ragazzi di Salò” e dal discorso mille volte ripetutodei meriti del fascismo e dell’equiparazione di vittime e carnefici, sono statiradicalmente privati di questa memoria, come testimoniano le deprimentiinterviste (per fortuna certo non un campione statistico significativo) andatein onda pochi giorni fa a Ballarò.

Da quando ha scritto il primo libro, mia madre giracostantemente per le scuole di tutta Italia a raccontare di se e della storiadella lotta di Liberazione, e mi dice di professori motivati e di bambini eragazzi attenti, curiosi e pieni di entusiasmo e di voglia di capire. E questolavoro l’ha portata a fare, pian piano, un’altra ricostruzione della memoria,la sua stessa memoria, recuperando contatti che aveva perduto, ritrovandostorie dimenticate, fino al punto di comporre, questa volta in forma diromanzo, un secondo libro di storie vere, Un cielopieno di nodi. Lei e quelli come lei fanno un lavoro prezioso, ma noi cheveniamo dopo abbiamo il dovere di trovare il modo di proseguirlo, diricordarlo, di tramandarlo e ricostruirlo costantemente. Come la memoria dellaShoà, la memoria della Resistenza va rinnovata. E credo che l’unico modo difarlo sia raccontarla raccontando noi stessi e perché, anche grazie a quellamemoria, siamo diventati quel che siamo e abbiamo costruito il nostro modo diessere. Come ho provato a fare in questo personale ricordo.   

(pubblicato su iMille.org)



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10 agosto 2014

Sblocca Italia, ma non con le autostrade

Ho mandato questa breve missiva a rivoluzioni@governo.it. Sarà una fra le tante, forse dovrei lanciarmi in una di quelle inutili petizioni on line. Ma comunque, il tema a mio avviso è importante.


fermo restando che è più che giusto sbloccare l'Italia anche riattivando finalmente piccole e grandi opere, mi permetto di segnalare che, nel riepilogo pubblicato delle grandi opere da sbloccare (http://www.governo.it/governoinforma/documenti/SbloccaItalia/SbloccaItalia-cantieri.pdf), ci siano alcuni interventi di dimensione finanziaria enorme e palesemente poco utili. 
Mi riferisco in particolare alla davvero inutile autostrada Orte-Mestre che, da sola, assorbe 10,4 miliardi.
Trovo che insistere sul modello "autostrade" quando il problema del trasporto è sopratutto un problema di mobilità pendolare e di movimento efficiente nelle aree urbane sia profondamente sbagliato. Faccio notare che l'Italia ha un ritardo colossale nel trasporto pubblico locale nelle grandi e medie aree urbane, e che in tutti i Paesi europei è in corso un rapido processo di creazione di infrastrutture agili di trasporto locale proprio per aumentare la vivibilità ed attrattività anche economica di tali aree. Mi riferisco sopratutto ai treni urbani e ai tram, oltre ad altre iniziative di multimodalità - parcheggi di scambio, mobilità dolce, ecc - che stanno trasformando molte città in smart mobility cities.
Vi prego, vi scongiuro, non buttate dalla finestra 10,4 miliardi per un'autostrada che non avrà mai flussi di traffico adeguati a giustificarla (per non dir dei danni ambientali) quando quella cifra potrebbe essere usata per fare, nel giro di non più di 5 anni, tramvie veloci e moderne in tutte le grandi e medie città d'Italia (il tram NON costa come una metropolitana)!


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20 marzo 2014

Noi Euro - per chi se lo fosse perso

Poco tempo fa #iMilleMag hanno pubblicato un bello speciale sull'Europa, NOI EURO. Per chi se lo fosse perso, riporto qui l'elenco degli articoli con relativi link (incluso il mio modesto contributo). Buona lettura!

Lorenzo Gasparrini, Per un'Europa dei diritti

Emidio Picariello, La mia Europa, vista dallaProvincia

Filippo Zuliani, Energia: Europa o non Europa

Lorenzo Piersantelli, Corruzione e politicheanticorruzione in Europa

Manuela Sammarco, I cicli scolastici in Italia e inEuropa

Francesco Malfatti, La generazione Erasmus

Corrado Truffi, Un servizio civile per un'Europacivile

Giovanni Susta, L'Europa fra popoli e populismi

Luciano Canova: Eurobond risorgimentali

Marco Simoni, Il cuore dell'Euro

Simona Milio, Il futuro delle politiche dicoesione

Raoul Minetti e Alessandro Giovannini, L'Unione bancaria europea

Emanuela Marchiafava, Itinerari culturali del Consigliod'Europa

Federico Geremei, Europa in conto capitale (dellacultura)

Irene Tinagli, Noi Euro, introduzioneallo speciale


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28 febbraio 2014

Il fattore tempo



Ricapitolo.

Verso l’inizio di dicembre viene pubblicato il documento generale sul PGTU di Roma. Sebbene aperto alla discussione, ci sono ovviamente aspetti già ben indirizzati, ad esempio l’idea di rivedere radicalmente l’attuale modello di sosta a pagamento abolendo le assurde strisce bianche a orario ed estendendo decisamente la tariffazione.

Parte una stentata discussione (ad esempio, il III Municipio indice riunioni con la cittadinanza, il VII come al solito è non pervenuto, immagino troppo preso nel litigare fra la presidente Fantino accusata di autocrazia e i consiglieri PD, mediamente traffichini e incapaci come non mai).

Intanto, il tempo passa e in tutto il mio quartiere hanno riverniciato tutte le strisce blu e bianche. Ovviamente esattamente identiche al modello Alemanno, perché nessuno ha attuato o provato ad anticipare nemmeno un pezzettino del bellissimo (?) piano dei sogni PGTU.  

Intanto, gli eterni lavori sullo square centrale della Tiburtina sembrano vicini alla fine, e da quel che mi è sembrato di vedere oggi (spero ancora di sbagliarmi), sembra ci abbiano ricavato l’ennesimo millesimo parcheggio al posto della preesistente corsia riservata ai bus.

Sono un po’ più di otto mesi che la giunta Marino è in carica. Quanto tempo pensano di metterci per rendere visibile ai cittadino non dico una rivoluzione del trasporto pubblico e della viabilità a Roma, ma almeno qualche piccolo, piccolo segnale?



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18 febbraio 2014

Ora vi spiego perché Matteo Renzi non ce la farà mai

Ora vi spiego perché Matteo Renzi non ce la farà. Non perché ha una maggioranza fragile e Alfano lo ricatterà. Non perché Civati fa le bizze e vorrebbe, dall’alto della sua piccolissima percentuale, contrattare sul governo. Non perché pare non trovi un buon ministro dell’economia. No, il motivo vero è che ormai per far ripartire l’Italia bisognerebbe smontare tante e tali assurdità normative, tante e tali controsensi legislativi, tanti e tali burocrati folli ben saldi ai loro posti di comando, tante e tali abitudini incancrenite, che nemmeno Voldemort alleato a Harry Potter ce la farebbe. Riformare il nostrano Ministero della magia è impossibile, se siamo in questa situazione:

desideriamo sottoporre alla Sua cortese attenzione il modello di dichiarazione riportato sul fronte della presente, che va utilizzato al fine di adempiere a quanto previsto dalla Legge Finanziaria 2005 (Legge 30/12/2004 n. 311). Tale Legge, all'art. 1, commi 332, 333 e 334, impone a tutte le Società che svolgono attività di somministrazione di energia elettrica, gas e servizi idrici, di richiedere ai Clienti ì dati catastali identificativi dell'immobile presso cui è attivato il contratto di fornitura. Il modulo deve essere compilato dall'intestatario del contratto di fornitura, anche se diverso dal proprietario dell'immobile (inquilino, comodatario, titolare del diritto di abitazione, ecc.).

La dichiarazione sopra menzionata, debitamente compilata e sottoscritta, deve essere restituita, tramite il servizio postale, al seguente indirizzo: Enel Energia S.p.A. CASELLA POSTALE 8080 - 85100 POTENZA.

Per assicurare la tempestiva acquisizione dei dati da Lei indicati. La preghiamo, comunque, di restituire il modello entro 30 giorni dalla sua ricezione. Enel Energia S.p.A., una volta ricevuta questa dichiarazione, procederà alla trasmissione dei dati in essa contenuti all'Anagrafe Tributaria, così come stabilito dalla stessa Legge Finanziaria 2005, dal provvedimento dei Direttori delle Agenzie delle Entrate e del Territorio del 16 Marzo 2005 e dal Provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle Entrate del 2 Ottobre 2006.

Considerata l'importanza dell'adempimento richiesto dalla Legge, La invitiamo a leggere con attenzione le istruzioni e a compilare la dichiarazione in tutte le sue parti, precisandole che Enel Energia S.p.A. provvedere all'invio dei dati dichiarati, rimanendo estranea ad ogni responsabilità nel caso in cui la dichiarazione richiesta non venga prodotta dal Cliente, ovvero venga resa in modo incompleto o con indicazione di dati non corretti.

Si fa presente al riguardo che, qualora venga omessa la dichiarazione dei dati catastali da parte del Cliente ovvero qualora tali dati siano comunicati in maniera inesatta, l'Amministrazione finanziaria potrà applicare al Cliente la sanzione amministrativa da € 103 ad € 2.065 (art. 13 del D.P.R. 29/9/1973 n. 605). La informiamo inoltre che, in base a quanto previsto dalla Circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 44/E del 19/10/2005, nell'ipotesi di mancata comunicazione dei dati catastali da parte del Cliente, Enel Energia S.p.A. è tenuta a farne segnalazione all'Agenzia delle Entrate, per i controlli fiscali a carico del Cliente stesso. Per eventuali ulteriori informazioni riguardanti la normativa che prevede l'obbligo di comunicazione dei dati catastali, potrà rivolgersi direttamente agli uffici dell'Agenzia delle Entrate oppure consultare il sito internet dell'Agenzia delle Entrate wvw.aqenziaentrate.qov.it.

Quella qui sopra è la lettera che ti mandano ogni volta che, usando la possibilità offerta dalla liberalizzazione del mercato elettrico, cambi fornitore di energia per risparmiare un po’. Ci sono almeno due cose veramente favolose in questa missiva.

Prima cosa, te lo chiedono tutte le volte, tutti i fornitori. Come se non potessero passarsi l’informazione come si passano gli altri dati del contratto. Ma questo è il meno.

Perché, seconda cosa, con la finanziaria 2005 l’allora governo Berlusconi, immagino allo scopo di far finta di lottare contro l’evasione fiscale, si è inventata una procedura di superba bizzarria:

1. Tu comunichi a una ditta privata (il produttore di energia) i dati catastali dell’immobile.

2. Il produttore deve gestire questi dati e comunicarli all’Anagrafe Tributaria (ovviamente si tratta di un modulo cartaceo, poi letto tramite riconoscimento di caratteri. Sicuramente con qualche scarto ed errore. Insomma un processo che genera un po’ di lavoro di “riconciliazione dati” più o meno manuale).

3. L’Anagrafe Tributaria acquisisce questi dati e, immagino, forse li incrocia con la tua residenza per vedere se è davvero prima casa e se hai diritto alle relative tariffe elettriche.

Ecco, l’Anagrafe Tributaria ha bisogno che tu, attraverso la mediazione di un’impresa privata, gli comunichi i dati catastali del tuo immobile, perché evidentemente non è in grado di chiederli al Catasto (più o meno ubicato nello stesso palazzo e che utilizza lo stesso sistema informativo gestito da almeno trent’anni dalla SOGEI), o al tuo Comune di residenza. Peraltro, in barba al criterio stabilito fin dalla legge Bassanini (che ha solo 24 anni, visto che è del 1990) secondo la quale le amministrazioni non devono chiedere dati al cittadino quando un’altra amministrazione li abbia già raccolti, ma parlarsi tra loro.

Poi dice che le imprese private si lamentano degli adempimenti burocratici cui sono costrette. Per non dire di noi poveri mortali che dobbiamo tirar fuori per la millesima volta il nostro bravo documento catastale e ricopiarne fedelmente i dati sull’ennesimo modulo, assieme a nomecognomecodicefiscaledataeluogodinascitaindirizzodiresidenzacapcittàeprovincia.

Forse non capisco, forse mi sbaglio. Ma il mio sospetto è che no, non ce la faremo mai.



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2 febbraio 2014

Sei mesi o quattro anni



La posta certificata ha fatto il suo effetto e, dopo qualche giorno, il Comune ha risposto alla mia richiesta di informazioni sul PGTU, di cui avevo parlato qui. Potete leggere sotto la risposta, corretta e gentile, dalla quale si capiscono alcune cose fondamentali:

·        Il Piano Generale del Traffico Urbano è agli inizi del suo percorso, e i piani di dettaglio non ci sono ancora.

·        Dopo la consultazione dei Municipi, il percorso proseguirà ancora a lungo (per quanto non mi è chiaro) fino all’approvazione del piano con i suoi documenti di dettaglio.

·        Il piano è, dichiaratamente, “uno strumento di mero indirizzo”, quindi presumo non saranno inclusi nel piano strumenti attuativi e quadro delle risorse.

Nel frattempo, come previsto, il 31 gennaio il piano è stato presentato e i giornali hanno parlato del futuribile centro di Roma tutto elettrico e pedonale immaginato da Marino.Salvo tornare sulla terra il giorno dopo, causa nubifragio e duro scontro con la realtà.

In realtà, nel piano alcuni impegni temporali ci sono, anche se vaghi: 20% di trasporto pubblico in più in 4 anni, ad esempio. Però noi cittadini comuni, dopo anni di attesa e con una situazione ormai disperante, vorremmo avere qualche informazione e qualche certezza in più. Un piano quadriennale suona come l’ennesimo sogno. Vedessimo qualche piccola realizzazione entro sei mesi, magari potremmo credere anche ai passi successivi.


 


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24 gennaio 2014

Cosa sono le preferenze


Cosa sono le preferenze.

Le preferenze, che tutti ora vogliono immemori delle furibonde battaglie combattute vent’anni fa per abolirle, sono questa cosa qua:

· Ogni partito decide, nelle sue segrete stanze, la lista dei candidati (più o meno lunga a seconda della dimensione della circoscrizione), e l’ordine di presentazione. Quindi non sono gli elettori che decidono chi mandare in parlamento, come si dice semplificando. Gli elettori decidono solo, e parzialmente, chi escludere fra quelli che i partiti hanno deciso di mandare in parlamento.

· Durante la campagna elettorale, i candidati investono montagne di soldi, leciti o illeciti, per essere più visibili e combattere una battaglia rigorosamente interna al proprio stesso partito.

· I cittadini sono “liberi di scegliere” in una lista decisa nelle segrete stanze dei partiti, e quelli più deboli (dove le clientele sono più forti, dove la forza del malaffare è più evidente, dove la cultura politica scarseggia) sono perfetti per costituire i bacini elettorali dei vari “mister preferenze”.

· Al momento delle elezioni, le preferenze espresse sono sempre una piccola quota dei voti di lista, tanto più piccola quanto più si va dal sud al nord (dal 90% della Calabria al 15% della Lombardia), e dai piccoli centri alle grandi città. Quindi gli eletti con le preferenze non sono nemmeno esatti rappresentanti dai voti di lista, ma ne sono un riflesso assai distorto. E chi non guarda il tabellone con i candidati, che non sono sulla scheda, e non esprime la preferenza, non avrà idea di chi elegge votando un certo sibolo.

· Una volta eletti, i candidati devono in qualche modo rientrare dall’investimento fatto e, come dimostrano con grande evidenza gli scandali dei consigli regionali di tutta Italia (dove si vota con le preferenze), il risultato non è propriamente esaltante.

Cosa sono i collegi plurinominali:

· Ogni partito decide, nelle sue segrete stanze, la lista dei candidati (corta o cortissima, al massimo di 6 nomi), e l’ordine di presentazione. I nomi dei candidati saranno presenti nella scheda elettorale e quindi l’elettore non farà fatica a capire chi sta votando davvero.

· Durante la campagna elettorale i candidati si prodigheranno a far votare il proprio partito, e più il candidato è basso in lista, più avrà interesse a darsi da fare per il successo del partito. Niente competizione fratricida, e nessun particolare incentivo a spese pazze in campagna elettorale.

· Una volta eletti, i candidati rappresentano assieme un territorio non troppo vasto, quindi devono rispondere ai cittadini che li hanno eletti.

Cosa sono i collegi uninominali:

· Ogni partito decide, nelle sue segrete stanze, il candidato del collegio. Il nome del candidato è presente nella scheda elettorale e quindi l’elettore non farà fatica a capire chi sta votando davvero. Se il partito “sbaglia” il candidato, rischia di perdere anche un collegio tradizionalmente “sicuro”.

· La campagna elettorale, in ogni collegio, è una sfida diretta fra i vari candidati che rappresentano il partito. Sul modello americano, le spese elettorali possono salire molto ma, se i collegi sono piccoli (perché i parlamentari sono relativamente tanti e non i 100 senatori USA), la tendenza ad eccedere, come accade con le grandi circoscrizioni proporzionali, è più limitata – incidentalmente avere un parlamento apparentemente un po’ troppo numeroso può essere un deterrente all’eccesso di spese di propaganda.

· Una volta eletto, ciascun candidato rappresenta direttamente, e univocamente, il proprio elettorato di collegio.

Commenti.

Ovviamente, nel caso dei collegi plurinominali od uninominali potenzialmente le “segrete stanze” dei partiti possono essere sostituite da primarie, chiuse o aperte. È bene però ricordare che anche le primarie prevedono che i candidati che si presentano siano scelti dal partito, in genere attraverso una raccolta di firme fra gli iscritti o negli organismi dirigenti. Nei fatti, si tratta di “segrete stanze” appena un po’ allargate e un filino più trasparenti.

Evidentemente, qualunque dei tre sistemi ha controindicazioni, ma sembra evidente che quello delle preferenze è decisamente e di gran lunga il peggiore. Ed infatti praticamente tutti quelli che preferiscono lo status quo strillano per riaverlo al più presto.

Ma, ed è la cosa che più mi interessa sottolineare, tutto nasce a un colossale equivoco relativo al concetto di democrazia rappresentativa e al concetto di partito politico. La democrazia rappresentativa è un mezzo per selezionare dei rappresentanti che richiede per forza di cose, per motivi pratici, che qualcuno prima o poi si aggreghi su un insieme di idee condivise e scelga chi candidare, prima del giorno delle elezioni. Quel qualcuno è, per forza, qualcosa che assomiglia a un partito politico.

Tutta la retorica secondo cui “bisogna ridare agli elettori il potere di decidere gli eletti”, pur se ampiamente giustificata dal Porcellum (che univa la lista bloccata alle circoscrizioni enormi che impediscono di individuare le persone che voti), è in realtà uno dei tanti modi per chiedere la luna o, forse, per manifestare una ormai totale sfiducia nel concetto stesso di rappresentanza. Perché l’utopia degli elettori che scelgono liberamente i propri eletti presuppone, semplicemente, che non esistano i partiti. Pensate, come esperimento mentale, che tutti gli elettori siano automaticamente candidati in una bella lista con le preferenze. Sarebbe la perfezione secondo la logica che sta dietro all’idea delle preferenze e della “libera scelta” dell’elettore. Ma ne deriverebbe una vera democrazia perfetta o una semplice idiozia?

La verità è che se la maggior parte degli italiani non si fidano, ormai quasi istericamente, dei partiti e della politica, non c’è sistema elettorale che tenga.



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22 gennaio 2014

Il traffico di Roma è una battaglia persa?



Da una settimana, per motivi di salute, sono stato costretto ad abbandonare provvisoriamente la bici e andare al lavoro in auto. Il dato di fatto è che, sebbene soggettivamente non sopporti il tempo speso a guidare (con bici più metro faccio sport e riesco pure a leggere giornali e libri, non spendo e non inquino), in auto il tempo di spostamento (dal semi centro zona sud fino alla periferia zona est, circa 10 chilometri) si riduce di quasi la metà, perfino nei giorni nei quali c’è il traffico impazzito.

Il motivo è che il sistema di trasporto pubblico romano è semplicemente patetico e totalmente inaffidabile (quante volte aspetto oltre 10 minuti una metropolitana che, comunque, è pur sempre il vettore più affidabile offerto dal TPL romano?), a fronte di una dimensione geografica e una sparsità dei luoghi abnorme (ne avevo già scritto qui).

Quindi, giustamente l’amministrazione Marino sta presentando il nuovo PGTU (Piano Generale del Traffico Urbano), pieno di buonissime intenzioni, oltre che di alcune cose molto poco chiare e contraddittorie. Peccato che il piano, almeno per me, sia avvolto un po’ nel mistero. Sul sito si può scaricare una documento per la discussione, molto interessante ma anche molto generico e privo di un quadro dei tempi e delle risorse necessarie alla sua realizzazione. Sul medesimo sito, è scritto che si apre una fase di consultazione con i municipi e la cosa va in giunta il 31 gennaio. Sul documento ci si riferisce a piani di dettaglio, che però sono irreperibili. Né dai municipi né sulla stampa ho trovato più riferimenti a questa discussione pubblica, che non ho capito se e quando avverrà.

Ora, io sono un singolo cittadino, non è che devono avvertire per forza me singolarmente, però se si dice discussione mi aspetterei un po’ di marketing della partecipazione. Oppure han già deciso tutto? Cosa, poi, visto che non ho capito dove sono soldi e quali sono i tempi?

E comunque, dato che la cosa mi interessava e che sempre sul medesimo sito è facile reperire l’indirizzo dell’URP del dipartimento mobilità e trasporti, fin dal 26 dicembre (pochi giorni dopo la pubblicazione del documento di sintesi), ho inviato una email per richiedere – se possibile – i piani di dettaglio.

Non ricevendo risposta alcuna, ho pensato di reiterare la richiesta (il giorno 11 gennaio) tramite posta certificata. Ad oggi, a parte aver avuto la ricevuta di ritorno e quindi la certezza che hanno protocollato la mia richiesta, ovviamente non ho avuto ancora nessuna risposta.

La macchina amministrativa del Comune di Roma è notoriamente una macchina imballata, piena di impiegati nullafacenti e di burocrati furbetti. Dalla sindaco che ho votato, e dalla giunta che ancora oggi convintamente sostengo (basta ricordarsi chi c’era prima), mi aspetterei qualche strillo e qualche punizione in più verso questi burocrati indecenti.

PS: il testo della mail:

Buongiorno,

visto che in data 26/12/2013 ho inviato una email tradizionale a mobilita@comune.roma.it sperando di avere una risposta che ad oggi manca, mi chiedo se usando la posta certificata la lentezza burocratica dei funzionari pubblici sarà appena un pochino scossa. Quindi vi riporto il testo della medesima email:

"Buongiorno e buone feste,

Vorrei sapere se è possibile ricevere la documentazione di dettaglio del PGTU, visto che sul sito sono riuscito a reperire solo il documento di sintesi "Contenuti principali della discussione". In particolare mi interesserebbero soprattutto:

- Classificazione funzionale della rete viaria urbana

- Piano della sosta

- Piano urbano parcheggi

- Piano delle merci e della logistica urbana

- Piano di riorganizzazione della rete di TPL di superficie.

Inoltre, visto che dalla lettura del peraltro interessantissimo documento di sintesi risulta chiaro che il piano richiede per alcuni interventi un notevole impegno finanziario, mi piacerebbe avere informazioni in proposito (tempi e costi).

Grazie mille, anche per il notevole lavoro che vi aspetta per realizzare le spesso ottime idee contenute nel piano."

Aggiungo che il piano, secondo il comunicato stampa pubblicato qui http://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?contentId=NEW555486&jp_pagecode=newsview.wp&ahew=contentId:jp_pagecode è in consultazione fino al 31/1/2014 dopodiché dovrebbe essere approvato. Sommessamente mi chiedo: consultazione in che senso, visto che non si capisce a chi inviare osservazioni, e che il piano è allo stato troppo generico per essere più di tanto criticato (mancando la possibilità di consultare i piani di dettaglio).



11 dicembre 2013

Forconi


Doverosa premessa: il camionista è un gran brutto e stressante lavoro. Non invidio chi lo fa anche nei (rari) casi nei quali diventa ricco a forza di viaggi.

Detto questo, questa storia dei forconi è sostanzialmente una storia di sussidi distribuiti da anni e anni ai “padroncini” dell’autotrasporto dalle generose casse statali. Sussidi che, sulla base del ricatto occupazionale e dell’incapacità di riorganizzare e rendere più efficiente il sistema dei trasporti, hanno mantenuto in vita aziende inefficienti o sottodimensionate (peraltro, con effetti deleteri anche in termini di sostenibilità ambientale del nostro sistema dei trasporti)

Si tratta di lavoratori autonomi ma, in sostanza, è una storia simile a quella di tante aziende decotte dove la soluzione per gestire il problema sociale dei licenziamenti è stata trovata con il prolungamento fino all’accanimento terapeutico della cassa integrazione, prima ordinaria, poi straordinaria, poi in deroga, poi con trucchi vari. Mantenendo inutilmente il personale ad invecchiare e de-professionalizzarsi nell’illusione di restare legato all’azienda.

Quando, sia nel caso della cassa integrazione eterna, sia in quello del sussidio eterno al trasporto su gomma, ci si rende conto che continuare così non è possibile (continuare così, ossia scaricare sulle casse pubbliche una spesa che avrebbe potuto essere risparmiata riducendo il debito o utilizzandola per qualcosa di meglio), si scopre che la soluzione non c’è più. O che è talmente difficile da portare alla disperazione.

In entrambi i casi, il ruolo di uno Stato moderno dovrebbe essere quello di dare un sostegno al reddito associato a un percorso di formazione per trovare un nuovo lavoro, non di sprecare soldi per sussidiare attività che non hanno e non avranno mai più sostenibilità. La cassa integrazione era pensata per gestire brevi congiunture. I sussidi ai trasportatori per resistere a impennate temporanee dei prezzi del gasolio. Entrambe si sono trasformate in una specie di droga del sistema, o se preferite di accanimento terapeutico.

Dovremmo davvero provare ad uscirne.



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20 novembre 2013

Appello


Quello che segue è un accorato appello ad andare a votare alle “primarie” del Partito Democratico domenica 8 dicembre, e a votare per Matteo Renzi.

Vorrei provare a convincere chi avrà la cortesia di leggere queste note che questa occasione, davvero, non va sprecata perché rischia di essere l’ultima chiamata per invertire la ventennale tendenza al declino del nostro Paese.

Non certo perché Renzi sia un taumaturgo e abbia in tasca le soluzioni perfette per il futuro, e non certo perché io creda che non sia anche pieno di difetti.

Ma perché siamo di fronte a punto di svolta nel quale i possibili scenari sono uno più preoccupante dell’altro, e solo una grandissima affermazione di Matteo Renzi in primarie partecipate da milioni di cittadini, avrebbe la possibilità di cambiare, verso una speranza di rinnovamento.

***

Comincio dalla politica, per poi dire qualcosa sul governo.

Da una parte abbiamo la manovra di Berlusconi che si appresta a costruire un fronte comune acchiappa consensi, grazie al dividi ed impera garantito dall’utile Nuovo Centro Destra di Alfano, dai diversi cespugli di destra e dalla Lega (su questo punto, questo articolo dice tutto).

Poi, abbiamo la triste storia di Scelta Civica, divisa in una parte già pronta ad aggregarsi nuovamente a Berlusconi e un’altra destinata, come avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio, alla totale irrilevanza politica. La stessa irrilevanza di tutti i supposti riformatori liberali che pretendono di abolire la necessità di una sinistra riformista.

Ancora, abbiamo un altro triste gruppo di irrilevanti della politica: quelli che di volta in volta, in nome di un vecchio radicalismo immaginario, si affidano all’Ingroia o al Di Pietro di turno, o si accontentano della testimonianza nell’ultra sinistra del bel tempo che fu.

Infine, naturalmente, il Movimento 5 stelle di Grillo & Casaleggio, ossia la pura protesta, il grido di dolore di rabbia e di impotenza del Paese. Che, se lo sommi alla marea montante dei non votanti, rappresenta forse una maggioranza dei cittadini.

Il Partito Democratico in questo quadro resta l’unica forza che ha qualche possibilità, capacità e competenza per guidare il Paese fuori dal suo declino. Ma anche il partito democratico è molte cose assieme:

· Un ostinato e forse nobile tentativo di ritornare al passato, di ricostruire il partito del popolo della sinistra, di combattere per la via classica del socialismo d’annata i mali della globalizzazione. È la prospettiva di Gianni Cuperlo e, per molti versi, è diventata anche la prospettiva di Pippo Civati che, in più, ci aggiunge un tocco di moralismo (contro i 101 traditori di Prodi) e un pizzico di movimentismo. Due sguardi rivolti al passato.

· Un insieme di piccoli poteri e cordate di militanti, amministratori, eletti ai vari livelli, interessati più a muovere le tessere o a gestire i posti di comando che a immaginare le politiche utili al Paese. Si badi, spesso si tratta di gente fondamentalmente onesta, che magari amministra anche bene, ma che ha perso il senso della misura e della realtà, e vive di potere. Uno sguardo schiacciato sul presente.

· Una proposta – quella di Matteo Renzi – di radicale riforma e rinascita dell’Italia. Una proposta magari solo abbozzata, ma di cui emergono chiari i lineamenti di vera e radicale sinistra riformista: un’Europa delle persone prima che dei popoli, sintetizzata nell’idea forza del servizio civile europeo (una cosa serissima, non un fiore all’occhiello); la liberazione dalle corporazioni, dagli interessi costituiti dei poteri forti, dai conservatorismi di destra e di sinistra; la riforma radicale dello stato e del suo modo di funzionare; l’idea di un welfare basato su una vasta rete di servizi concreti e non tanto su spesso iniqui trasferimenti monetari; un netto riequilibrio della spesa statale fra le generazioni (valga questo grafico per zittire tutti quelli che continuano a difendere l’indifendibile dei diritti acquisiti di certi pensionati); il disegno di un Paese che investa con fiducia sui giovani, sulla cultura, sull’istruzione, sulle sue bellezze ambientali e sulla speranza. Uno sguardo aperto al futuro.

***

Nel frattempo, il governo blindato dall’ossessione per la stabilità, blinda di seguito Alfano e Cancellieri (e sacrifica Josefa Idem ma, si sa, anche fra i ministri ci sono quelli più uguali degli altri), e galleggia rassicurando mercati e l’austero consenso europeo. Realizza una manovra economica regressiva (abolizione dell’IMU e aumento dell’IVA questo sono), avvia qua e là timide riforme (per fortuna ci sono Marco Rossi Doria e Maria Chiara Carrozza, e infatti almeno nell’Istruzione qualcosa si vede) ma, essenzialmente, assicura il passare del tempo e l’immobilismo necessario a fare in modo che il declino prosegua in forma più lieve, e che i poteri costituiti e le corporazioni possano continuare a galleggiare nella consueta melma di sempre.

***

Da questa situazione se ne può uscire in molti modi. Escludendo una totale vittoria di Grillo alle prossime elezioni, ed escludendo pure che Cuperlo vinca le primarie, gli esiti negativi più probabili sono due:

· il primo, è che la coalizione di centro destra, in modo indiretto ancora a guida Berlusconi, con dentro tutti da Casini ad Alfano a Maroni fino a Storace, riesca nell’impresa. Avremmo consegnato il Paese non solo al malaffare, ma anche all’ennesimo immobilismo – forse cosa ancora più pericolosa perché immobilismo oggi coincide con declino.

· Il secondo, è che Renzi divenga un segretario del PD indebolito dal lavoro ai fianchi dei piccoli poteri e delle cordate di cui parlavo prima e dalla durata eccessiva e senza costrutto del governo, mantenuto in vita dall’insieme dei vincoli, dall’incapacità di fare le famose riforme istituzionali in Parlamento, dall’ostinazione comprensibile ma alla fine controproducente di Napolitano. E che quindi magari riesca prima o poi a vincere le elezioni, ma in un quadro ormai privo di spinta propulsiva, incapace di incidere radicalmente sul corpaccione dell’Italia immobile.

***

Perché né l’uno né l’altro di questi due disgraziati scenari si realizzi, una condizione è essenziale: che Matteo Renzi vinca le primarie con moltissimo vantaggio, per avere un mandato pieno e indiscutibile. E soprattutto che gli elettori che si recheranno ai seggi domenica 8 dicembre siano davvero molti, non meno ma possibilmente di più dell’ultima volta, per dare a Renzi la forza di smontare quelle cordate. Di rivoluzionare struttura e vita interna del PD e, subito dopo, di incidere davvero sul governo.

Per questo, per tutto questo, andare a votare per Matteo Renzi alle primarie è un atto fondamentale per dare una speranza a questo Paese. E, in subordine, se proprio continuate a nutrire irragionevoli dubbi sulla sua proposta politica, andare comunque a votare alle primarie è comunque importante, perché aiuta il Partito Democratico ad avere la forza che oggi non ha e a liberarsi delle brutture che oggi lo percorrono.

PS: e a tutti quelli che nutrono irragionevoli dubbi consiglio la lettura di questa bellissima intervista di Giovanni Di Lorenzo, il direttore di Die Zeit. Un piccolo assaggio:

“I politici devono sapere che non sono in missione per conto di Dio. Che sono persone normali, come tutti, e a un certo punto devono anche lasciare. E quando ci stanno devono dare il massimo, perché ci butti il cuore, perché l’Italia ne ha bisogno, perché tu vuoi bene a questo Paese, a questa città, alla comunità che rappresenti. Invece ci sono politici che dicono: “Lo facciamo perché è un servizio…”. Ma dite la verità, per favore! Dite che è bello, che è entusiasmante, che è appassionante. Quando non è più bello, andate a fare un’altra cosa”.



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19 ottobre 2013

Il tempo



Il sabato mattina lavoro all’orto ascoltando la radio in cuffia. Oggi, a Uomini e profeti su Radio Tre, si è parlato di una piccola comunità di Tuareg che vive a Pordenone. Il capo di quella comunità, nel raccontare il loro difficile e comunque abbastanza positivo percorso di integrazione, ha ripetuto più volte qual è la più grande difficoltà che incontrano: non c’è tempo.

Per un tuareg, che aveva a disposizione i tempi del deserto, del viaggiare, del condurre le greggi, è inconcepibile il nostro rapporto con il tempo, il nostro essere sempre indaffarati. Quello stato di ansietà del nostro mondo, quello per il quale abbiamo tanto da fare e non facciamo mai niente.

Sarà perché ero nel mio orto, in una bella mattina di sole d’ottobre, in quella piccola finestra di tempo conquistato a forza, a dispetto di tutti gli obblighi e gli automatismi del nostro tempo sprecato, ma ho pensato che aveva proprio ragione. Che dobbiamo riuscire a rifondare il nostro tempo, in qualche modo.



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8 ottobre 2013

L'ossessionante IMU


Ieri Facebook era pieno di post di miei amici iscritti o simpatizzanti del PD indignati per l’emendamento PD che si propone di ripristinare l’IMU per le prime case con rendita superiore a 750 euro.

Il discorso medio che si fa in questi casi è il solito: primo: la mia non è una casa di lusso, eppure supera la soglia identificata per individuare le case di lusso; secondo: il PD fa di tutto per inimicarsi la classe media colpendo il bene primario della casa.

È noto come la penso sull’IMU, quindi forse non vi sorprenderete se trovo questa obiezione sbagliata, anche perché è sbagliata la premessa. L’emendamento non aveva l’intenzione di tassare le “case di lusso”, ma semplicemente di reintrodurre l’IMU sulla prima casa escludendo solo le case con rendite molto basse. Perché partiva dall’assunto che la tassazione della prima casa è di per sé giusta, una volta ben organizzata e, ovviamente, tutelando le fasce più deboli.

E infatti siamo sempre lì, a dover inutilmente discutere di ciò che per gli economisti è ovvio ma ormai per quasi tutti gli italiani, perfino quelli di sinistra, è quasi bestemmia. Ormai, è entrato nel senso comune che la tassazione della prima casa sia un’ingiustizia, una lesa maestà e lesa proprietà. L’ossessione per questi 300 euro medi all’anno è ormai totale. Sono convinto che se il governo dicesse “riduco la prima aliquota IRPEF del 2%, metto una tassa negativa per gli incapienti, e per finanziare il tutto reintroduco l’IMU (o la Service Tax che dir si voglia) sulla prima casa salvo una franchigia per tutelare i deboli”, pioverebbero critiche a non finire, perché “la prima casa non si tocca”.

È proprio vero che dobbiamo guardarci dal Berlusconi che è in noi. Quello che impedisce qualsiasi discorso razionale e acceca con l’ideologia e la semplificazione da quattro soldi.

PS: poi, è ovvio che l’emendamento è politicamente poco furbo e eticamente assai discutibile. Ma per tutt’altra ragione, non per il merito. Perché ormai la prima rata IMU è stata “tolta”, e reintrodurla significherebbe uno strappo e un modo di gestire il rapporto fra fisco e contribuente del tutto folle. Ma questo è tutt’altro discorso e, del resto, in realtà l’emendamento è stato fatto soprattutto per stanare il governo che tergiversa sulle inesistenti coperture dell’abolizione dell’IMU; del rifinanziamento della cassa integrazione straordinaria, ecc.



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23 settembre 2013

Il mistero del ticket


Stamattina sono andato in un noto laboratorio d’analisi convenzionato vicino a casa mia, per fare un bel po’ di analisi del sangue, controlli di routine ordinati dal medico, portando con me le buone vecchie impegnative. Al momento di pagare il ticket, la gentile impiegata mi dice che se invece del ticket pago come privato con le loro tariffe, spendo di meno.

Ovviamente accetto: l’impiegata procede, mi fa il conto e mi stampa regolare fattura.

Più tardi penso a cosa c’è dietro a questa bizzarra situazione.

Primo fatto: naturalmente il risparmio non è enorme, ma comunque resta il fatto che la tariffa piena richiesta da un soggetto privato è inferiore al ticket richiesto dal servizio sanitario pubblico. E il ticket dovrebbe essere una quota del costo, un contributo utile a fare politiche di orientamento della spesa sanitaria, non a coprire integralmente il costo del servizio. Altrimenti, perché si paga l’IRAP, se il 100% del servizio si paga direttamente?

Secondo fatto: assunto che il laboratorio privato non fa beneficenza, si suppone che abbia un vantaggio a fare prezzi minori del ticket. In pratica, si tratta di finanza e, tanto per cambiare, dietro c’è nascosta una probabile inefficienza pubblica. Pagando il ticket, l’incasso non va al laboratorio ma alla Regione, che poi rifonderà il laboratorio con i tempi biblici tipici della pubblica amministrazione, e generando per il laboratorio, oltre agli oneri finanziari, tutti i costi operativi necessari a seguire il recupero crediti. Se pago direttamente, il laboratorio ha a disposizione liquidità immediata. Anche fosse qualche percento in meno, avrà fatto un buon affare.

***

Ricapitolando: il livello dei ticket nel Lazio, almeno per alcune prestazioni, eccede il costo di produzione della prestazione (forse, eccede perfino il costo più un buon mark-up). E probabilmente, per quelle stesse prestazioni, il costo standard riconosciuto a laboratori pubblici e convenzionati è inferiore o al massimo uguale al valore del ticket, il ché è veramente bizzarro, per non dire di peggio.

Direi che c’è qualcosa che non va.






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18 settembre 2013

Semplificazioni

Quando si parla di semplificazione, o di fisco amico del cittadino, sarebbe utile scendere coi piedi sulla terra. Perché arrivare a un fisco semplice non è tecnicamente impossibile, anzi è relativamente facile. Ma è difficilissimo dal punto di vista organizzativo e, soprattutto, dal punto di vista della difficoltà di far retroagire le soluzioni tecniche verso soluzioni giuridiche coerenti ed efficaci.

In altri termini, se il legislatore continuerà a disegnare norme bizzarre senza preoccuparsi minimamente della loro possibile implementazione tecnica, saremo sempre costretti alternativamente a investimenti informatico-organizzativi degni di miglior causa, o a restare nel pantano dell’ufficio complicazione affari semplici.

Mi spiego con un esempio concreto, sulla mia pelle. Un esempio minuto e irrilevante rispetto a problemi di disegno del sistema fiscale ben più grandi, ma che ritengo lo stesso molto significativo in chiave di logica di sistema.

Nel 2009 ho cambiato lavoro e, quindi, ho ricevuto dalla mia vecchia azienda il pagamento del TFR. Il TFR è soggetto a tassazione separata in modo da non cumularsi con il reddito corrente dell’anno. Si tratta di una condizione di favore, coerente con la logica di questo istituto. La tassazione, come al solito, viene effettuata alla fonte dal datore di lavoro, che ti liquida l’importo e ti trattiene l’imposta che poi versa all’erario.

Tutto bene, quindi?

No, perché l’aliquota per tassare il TFR è calcolata sulla media dei tuoi redditi imponibili degli ultimi quattro anni, che il datore di lavoro non conosce. Il datore di lavoro infatti conosce solo il tuo reddito da lavoro, e solo quello maturato con lui. Quindi se hai una casa, o se hai qualche altra fonte di guadagno anche piccola, o se negli ultimi quattro anni hai avuto due datori di lavoro, ti tasserà il TFR per un importo inferiore da dovuto.

Dopo un periodo ignoto (dopo circa quattro anni, qualche giorno fa, nel mio caso), arriva la comunicazione dell’agenzia delle entrate dell’importo aggiuntivo dovuto come tassazione del TFR, con allegato bollettino, prospetto (complicatissimo e misterioso, ça va sans dire) e spiegazioni, e il termine di pagamento oltre al quale arriverebbe la cartella esattoriale Equitalia con interessi di mora ecc.

L’importo aggiuntivo da pagare, nel mio caso, non è gran cosa (anche se in periodo di tasse universitarie e corsi di lingua dei figli non è il massimo della felicità). Ma questo modo di procedere è, secondo me, il perfetto esempio di un fisco oggettivamente nemico del contribuente. Questo metodo infatti impedisce qualsiasi pianificazione, dà la sensazione che, in momenti del tempo del tutto imprevedibili, ti possano arrivare cartelle esattoriali o richieste di pagamento dal fisco, senza che tu possa minimamente prevederle (non c’è solo il caso del TFR nel quale il fisco funziona così).

E invece, è proprio la prevedibilità dei comportamenti che servirebbe, un quadro certo nel quale muoversi.

***

Facciamo un passo avanti, per vedere dove sta il problema e come risolverlo.

Il problema

Il problema sta nel fatto che il legislatore che ha stabilito la modalità di tassazione del TFR non si è minimamente posta la questione dell’implementazione del processo. Anzi, si è inventato un metodo che, inevitabilmente, impone un intervento ex-post dell’Agenzia delle entrate. Risultati evidenti: per il cittadino, imprevedibilità, mancanza di chiarezza, fisco “nemico”. Per l’amministrazione: necessità di implementare l’ennesima procedura, di inviare lettere, eventualmente di procedere alla riscossione coatta con Equitalia, ecc.[1].

Le soluzioni

La soluzione ovvia sarebbe, in questo come in altri casi, cambiare la legge semplificandola, pensando anche al modo migliore per calcolare velocemente, immediatamente e con sicurezza il dovuto. A occhio, se tassazione separata deve restare, e se il datore di lavoro è sostituto d’imposta, bisogna tornare a un metodo di calcolo i cui componenti siano per definizione tutti noti al datore di lavoro. Non credo proprio che sia impossibile.

La seconda soluzione è nella categoria “investimenti informatico-organizzativi degni di miglior causa” di cui dicevo all’inizio. A norma invariata, visto che i dati sui redditi e le aliquote medie degli anni passati sono in possesso dell’Agenzia, sarebbe sufficiente un bel web service messo a disposizione del datore di lavoro da parte dell’Agenzia. Il datore accede al sito dell’Agenzia, inserisce i dati del lavoratore (il codice fiscale) e l’importo del TFR lordo da liquidare, e l’Agenzia calcola il dovuto e comunica il valore dell’imposta da detrarre.

***

Mi fermo. Perché non voglio infierire. Per esempio, avete mai capito fino in fondo la faccenda dell’anticipo Irpef? Lo so, in pratica devi pagare tutto (il 90%) già l’anno prima e, lo so, non sarà facile uscirne vista la fame di liquidità dello Stato. Ma anche questo non è un altro esempio di scarsa chiarezza?



[1] a proposito, visto che io ho una casella di posta certificata appositamente per comunicare con la pubblica amministrazione, e la pubblica amministrazione lo sa (la PEC gratuita del cittadino è emessa dalla PA), perché l’Agenzia delle entrate mi ha mandato la solita raccomandata di carta e non mi ha scritto via posta elettronica?



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5 settembre 2013

Sovvertire l'ordine automobilistico



Leggo che la Metro C fino a San Giovanni forse sarà pronta per il 2015, mentre per il Colosseo bisognerà aspettare fino al 2020. Poi leggo che Marino ipotizza di riuscire a chiudere anche a taxi e bus il primo tratto di via dei Fori entro il 2015, mentre per la pedonalizzazione di tutta la strada “bisogna aspettare di avere la Metro C almeno fino a piazza Venezia”. Cioè oltre il 2020.

Auspicherei, dal mio sindaco, ben altro coraggio nel sovvertire l’ordine automobilistico costituito. Non vorrei si fosse già impaurito per le solite, deprimenti urla dei commercianti e dei romani con il sedere a forma di sedile d’automobile.

Per piazzare una rotaia su tutta via dei Fori e congiungere l’attuale capolinea dell’8 con le rotaie del 3 a via Labicana – poco più di un chilometro – bastano a voler esagerare due anni di lavoro. Per acquistare una ventina di jumbo tram basta ancora meno, come ci vuole solo organizzazione e intelligenza progettuale per riorganizzare le linee di tram, una volta che le rotaie siano connesse fra loro grazie al tratto dei Fori. E non servono risorse infinite, sicuramente molto meno di quanto la società Metro C, con i suoi ignobili ricatti, continua a spillare all’erario. La Metro C, prima o poi seguirà, ma non si vede perché impiccarsi da soli dietro le difficoltà oggettive di una grande opera.



28 agosto 2013

Quindi, dalla storia non si impara niente

 

Quindi. L’abolizione dell’IMU è un sostanziale falso, nel senso che riguarda solo l’anno in corso. In pratica è un una tantum. Anzi, a ben vedere riguarda solo la prima rata, perché per la seconda si deve aspettare che trovino le risorse entro il 15 ottobre. Poi dall’anno prossimo si avrà la service tax, per ora misteriosa. Probabilmente meno giusta e meno progressiva dell’IMU attuale, se si continua così. La pagheranno anche gli inquilini, ossia gli sfigati e i più giovani, per detassare un po’ i ricchi e vecchi. Ma si sa, i vecchi votano e sono iscritti ai sindacati, i giovani votano sempre meno, e ai sindacati non possono iscriversi per mancanza di lavoro…

Però il risultato è ottenuto, il PDL può sbandierare il successo, Letta può dire che il governo non ha scadenza, il PD può arrovellarsi e giustificarsi mentre i militanti tutti gli urlano contro, sempre più depressi, e il povero Fassina si arrampica sugli specchi con una dichiarazione peraltro formalmente del tutto corretta – ma che importa, ora?

Checché se ne dica, inoltre, ci si prepara allegramente ad adottare qualche cosa di simile al “lodo Violante” per rimandare, assieme all’IMU, anche la decadenza di Berlusconi. Il governo, infatti, non ha scadenza.

Intanto, Obama celebra Martin Luther King e contemporaneamente si avvia a fare l’ennesima illusoria guerra lampo. Con qualche piccola contraddizione, mi sembra.

Sembra proprio che nessuno riesca mai a imparare qualcosa dalla storia passata. La coazione a ripetere gli stessi errori sembra la cifra del presente.


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7 agosto 2013

A Roma non si può

Avevo pensato di chiamare “a Roma non si può” questo mio nuovo articolo per iMille. Tuttavia il più fiducioso titolo redazionale è un investimento sul futuro. Quel futuro dove, come spiego in dettaglio nell’articolo, quando si pedonalizza lo si fa non per spostare il traffico altrove, ma per ridurre il traffico.



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23 luglio 2013

Katniss Everdeen

Un paio di settimane fa ho scoperto per caso l'esistenza di una trilogia di fantascienza appartenente al genere Young Adult. Il periodo di stress lavorativo mi ha indotto a lanciarmi in una lettura (che pensavo) d'evasione. E non ho più smesso finché non mi sono bevuto le non pochissime pagine dei tre romanzi.


Il fatto è che da un lato ho avuto tra le mani una storia scorrevolissima, intrisa di colpi di scena e continue svolte narrative, insomma la classica macchina letteraria costruita in modo "industriale" al preciso scopo di catturare il lettore. Ma dall'altra mi sono reso conto che, dietro questo livello base - quello della letteratura commerciale per Young Adult, appunto - emergeva un sottotesto di una certa profondità e comunque di grande durezza, e ben poca speranza a dispetto di un apparente lieto fine.

Terminata una lettura che definirei compulsiva, durante la quale ogni momento era buono per ripensare alle vicende di Katniss Everdeen, ho tentato di capire e riflettere su questo effetto totalizzante che un ultracinquantenne come me non dovrebbe subire. Un romanzo pensato per far identificare nei personaggi una ragazzina di quindici anni di oggi, non dovrebbe fare lo stesso effetto a chi ritiene che la letteratura sia Le illusioni perdute di Balzac, Guerra e pace, Moby Dick, La chiave a stella di Primo Levi e Le città invisibili di Calvino. E che la fantascienza sia Fahrenheit 451 o La svastica sul sole.

Così, ho provato a cercare in rete recensioni e opinioni sulla trilogia, trovando molto - ovviamente - anche sul film tratto dal primo romanzo, che è divertente e ben costruito ma, a parte qualche conturbante inserto sui distretti visti come campi di concentramento - racconta solo il primo livello della storia.

Recensioni che possono dividersi grosso modo in tre categorie:

· osanna adolescenziali, prevalentemente femminili, nei quali si esalta la scrittura, il carattere complesso ma entusiasmante della protagonista, la passione dei personaggi e della storia, e si rileva come lo spunto del reality show televisivo portato a conseguenze mortali sia una di quelle cose che fa riflettere;

· recensioni "tecniche" scritte da appassionati del genere, tendenzialmente molto positive per la costruzione narrativa e la capacità di modificare e rendere originale una spunto narrativo (il reality mortale) in realtà niente affatto nuovo; anche qui, la chiave interpretativa prevalente è quella televisiva: la società mediatica, la televisione che si sostituisce alla realtà, ecc.;

· stroncature scritte da lettori adulti, tutte più o meno incentrate sulla presunta banalità dello spunto e sulla qualità della storia d'amore del terzetto Katins Gale Peeta.

Detto che, onestamente, ho trovato le stroncature molto meno interessanti e motivate per capire la trilogia, perfino rispetto a certi osanna adolescenziali oggettivamente ingenui, osservo che questo mondo distopico degli Hunger Games è qualcosa di più e di peggio di un mondo nel quale per tenere a bada possibili rivolte si fanno circensi televisivi mortali - in fondo, nulla di diverso dai gladiatori romani.... E quel qualcosa di più è ciò che fa di questa trilogia un pugno nello stomaco per chi voglia vedere, al di la della superficie standardizzata da prodotto commerciale di alto livello.

La macchina narrativa, infatti, è messa al servizio di una tesi terribile: il potere è senza redenzione, sempre. È sempre cattiveria e sopraffazione. I buoni del distretto 13 non sono migliori dei cattivi di Capitol City, perché il loro movente è comunque il governo e il potere. Gale, l'amico di sempre di Katniss che inventa armi e finisce per contribuire all'uccisione di Prim, l'amata sorella minore, è l'eterogenesi dei fini, la dimostrazione che i mezzi finiscono per distruggerti e cambiarti. Tutti usano tutti in una relazione di potere alla quale Katniss tenta inutilmente e continuamente di sottrarsi per tutta la vicenda. Il buonissimo Peeta, in mancanza di possibilità di integrarlo nella crudeltà del potere in modo "naturale", viene forzato con tecniche di tortura e, alla fine, anche lui è trasformato. E praticamente tutti i personaggi tranne il presidente Snow sono ambiguamente sospesi fra bontà e cattiveria, ingabbiati nei ruoli loro assegnati dalle diversissime (ed estreme, siamo in un mondo di fantasia) convenzioni sociali. Una come Katniss, cacciatrice di frodo per sopravvivere, non può che ribellarsi, ma sa che la ribellione è inutile.

Alla fine, l'apparente lieto fine non fa che confermare una sconfitta. Il massimo che puoi fare è trovare uno spazio per la tua vita privata negli interstizi della storia e della tragedia umana. Se ti va bene, approfitti di qualche periodo di pace e tiri avanti, costruendoti una felicità privata (e in questo senso è bella e struggente l'idea del libro della memoria scritto da Katniss e illustrato da Peeta, perché almeno il ricordo dell'orrore ma anche della qualità umana delle persone non sia perduto). Ma se alzi lo sguardo ti accorgi che la giustizia non è di questo mondo.

In breve, è un romanzo sulla sconfitta della politica come mezzo per dare una vita migliore alle persone, e sulla convinzione che l'unica politica realmente esistente è quella che serve a conservare il potere. E, aspetto anche più deprimente, è un romanzo che racconta una sconfitta della politica come agente di cambiamento anche ben al di là delle motivazioni nobili e delle speranze di chi la pratica. Puoi partire con le migliori intenzioni, ma il potere ti cambierà, sempre.

PS. Ho scoperto un intero mondo di distopie ed eroine distopiche, un immaginario cupo e spesso dozzinale e consolatorio. Significherà qualcosa che queste storie si diffondano a macchia d'olio, siano grandi successi e diventino industria....


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18 giugno 2013

Cordoli, e altre piccolezze

In probabile mancanza di soldi per grandi opere, a Roma servono piccoli segnali che possono cambiare la natura della vita in città. Qualcuno ricorderà che Alemanno, appena diventato sindaco, trovò il modo di dare un segnale a suo modo fortissimo della cifra che intendeva dare al suo mandato, sospendendo con una scusa burocratico-giudiziaria il pagamento delle strisce blu. Poco dopo, accampando inesistenti problemi di sicurezza, avviò la sostituzione dei cordoli di gomma che separano le rare corsie preferenziali degli autobus romani con le ridicole borchie oggi utilizzate per separare (si fa per dire) i bus dalle auto. Con il risultato fondamentale di rendere di nuovo possibile la doppia fila perenne in strade dove il cordolo l’aveva resa impossibile (solo per fare qualche esempio Viale Regina Margherita, Via Napoleone III, via Goito….).

Bene. Un bel segnale chiaro e non particolarmente costoso, peraltro del tutto coerente con l’idea di aumentare le corsie preferenziali per ottimizzare il trasporto pubblico che c’è, sarebbe quello di ripristinare i cordoli il più rapidamente possibile. Se, assieme a questa mossa, si cominciasse anche a Roma a realizzare un bel numero di zone 30 nelle strade secondarie, ben attrezzate di dossi per obbligare al rispetto dei limiti di velocità e di viabilità a cul de sac, il segnale sarebbe chiarissimo e netto: questa città, soffocata da auto in sosta e in movimento, vuole respirare e può farlo. Non è impossibile, basta volerlo.



12 giugno 2013

Piccolo sogno

Marino sindaco di Roma parla di prima di tutto di corsie preferenziali e pedonalizzazione di un tratto di via dei Fori. Molto bello, e ne approfitto per esprimere qui il mio piccolo sogno. Bastano pochi chilometri di rotaie per collegare il capolinea dell’8 di piazza Venezia alle rotaie di via Labicana. E basta altrettanto poco per portare le medesime rotaie, attraverso via Nazionale, fino a Termini legandole a quelle là già presenti. Fatte quelle rotaie, pedonalizzare tutta via dei Fori (a meno del tram) e parte di via Nazionale non sarebbe eresia. Certe belle strade di Torino, solo tram e pedoni, sono lì a dimostrarlo.

Basta poco, ma ha senso solo se contemporaneamente si lancia la stessa cura del tram nelle periferie. Altrimenti, è il solito lifting di Roma che pensa solo ai fortunati abitanti del centro storico. Oltre a un tram sulla Togliatti da Cinecittà a Ponte Mammolo, di cui si ricomincia a parlare nel programma di Marino (e che io allungherei fino al Verano per la Tiburtina), ci sarebbero da fare linee tranviarie da attestare ad Agnanina, al posto dell’assurdo corridoio della mobilità basato su bus, e da pensare al Torrino e dintorni, con linee da attestare a Eur Magliana o Palasport, o alle nuove conurbazioni oltre Talenti, con tram verso Rebibbia. Quattro o cinque nuove linee tranviarie moderne e veloci di periferia, almeno metà delle quali fattibili in cinque anni di mandato. Con una chiosa essenziale: collegate queste ultime periferie assurdamente remote e sparse nell’agro romano, mai più un’altra espansione urbana, solo ricostruzione del già costruito. Altrimenti sarà sempre una rincorsa impossibile.

Ah, e i soldi per questo bel sogno? Trovate tutto qui.



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5 giugno 2013

Se 180 vi sembran troppi

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Sono dell’idea che sia molto giusto (comunque inevitabile) abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Sono anche dell’idea che sia altrettanto giusto che sia possibile finanziare volontariamente i partiti e che associare a questo finanziamento vantaggi fiscali – come avviene più o meno ovunque – sia un’ottima soluzione.

Però c’è una cosa che non riesco a condividere: che si dica e si sostenga, convintissimi di essere nel giusto, che i 180 addetti del PD siano un numero esorbitante, segnale di ipertrofia partitica. Non ho trovato statistiche affidabili sul numero di dipendenti del SPD o del PSF o del Labour Party e, tuttavia, sul sito del Labour vedo che ci sono delle posizioni aperte (stanno cercando personale, insomma). Sono certo che nel PD, come in tutte le organizzazioni burocratiche, ci sarebbero margini di efficienza e quindi, probabilmente, il “dimensionamento organici” corretto sarebbe, che so, 120 persone.

Ma 120, non 10 come mi sembra tendano a credere i teorici della sostanziale inutilità dei partiti. Perché insomma: un partito dovrà avere almeno alcune sedi territoriali, giusto? Dovrà gestirle? Dovrà avere un’amministrazione che gestisce un po’ di contabilità? Gli servirà un ufficio stampa? E un piccolo staff tecnico per l’informatica interna proprio non lo vogliamo? Per non dire dell’opportunità di disporre di qualche funzionario a tempo pieno che presidi almeno le tematiche più importanti, insomma un ufficio studi o di programma. E qualcuno che curi a tempo pieno l’organizzazione dei volontari sul territorio e l’organizzazione delle campagne mi sembra altrettanto indispensabile (magari qualcuno più in gamba di Stumpo, ma questa è un’altra faccenda…).

E se sommiamo queste funzioni, prendendole sul serio, credete che bastino poche decine di addetti?




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1 giugno 2013

Quaresima

Frecce Tricolori 2009 12

Napolitano abolisce il ricevimento del 2 giugno al Quirinale. Il governo abolisce tutte le varie feste della polizia, delle forze armate ecc., unificandole in un’unica occasione, ovviamente ridotta ad una “sobria” manifestazione all’Altare della Patria. Niente più manifestazioni e sfilate fra la gente.

Il motivo è il solito: in tempi di crisi, la politica e le istituzioni tutte e lo Stato devono dare il buon esempio.

Ecco, a me questa abolizione di ogni festa e di ogni spesa di “rappresentanza” legata alle istituzioni repubblicane, comincia a turbarmi e a farmi sospettare che ci sia qualcosa che non va in questa specie di quaresima politica ed economica che sta vivendo l’Italia.

Personalmente, sono davvero tutto meno che un guerrafondaio. Non avessi evitato la leva per il combinato disposto del baby boom e della mia magrezza, credo che avrei finito per fare l’obiettore, pure in tempi in cui non era facile. Eppure, mi disturba l’idea che manifestazioni che dovrebbero servire a fare identità nazionale e a creare consenso attorno alle istituzioni repubblicane, siano abolite o soffocate in nome di un’idea che comincia ad assomigliare a un orrido malinteso. O, peggio, a una specie di terrore girondino in salsa grillina.

***

Ci sono nell’aria tre idee che stanno diventando senso comune (non certo buon senso): che il declino sia irreversibile, che la decrescita sia cosa buona e giusta, che il potere politico sia sempre il male. E, in contrapposizione a queste tre idee, partiti e istituzioni usano in modo massiccio la retorica del “tornare a crescere”, che più lo dici e più nessuno ti crede, e più lo dici e più – giustamente, perché è raccontato male – viene criticata.

Che idea di mondo ne viene fuori?

1. Pentitevi voi ricchi e potenti (dove i ricchi e potenti sono sempre gli altri, come ben noto).

2. Non sperate nel futuro, potrete solo trovare qualche strategia di adattamento, se vi va bene.

3. La comunità nazionale, la sua costruzione e miglioramento, non è più un obiettivo. Figurarsi una comunità europea. Richiudetevi dunque nella vostra comunità locale.

4. E difendetevi, accontentandovi di essere piccoli, banali, normali e senza sogni.

No, i riti, almeno alcuni riti, servono, come ben sa un’istituzione millenaria come la chiesa. Non è necessario esagerare, ovvio. Ma il senso delle istituzioni, il consenso attorno possibili obiettivi comuni, fanno parte dell’insieme di cose che servono per “tornare a crescere”, senza cadere nella depressione quaresimale e senza speranza di una società avvitata su se stessa. Per “tornare a crescere” – meglio, per darsi sensati e sostenibili obiettivi di costruzione di un’Italia un po’ migliore e vivibile - le feste delle istituzioni, il fare comunità nazionale, servono quasi quanto serve uno stato efficiente, dei servizi e dei beni pubblici ben tenuti, ecc.

Ecco perché anche questi tagli mi sembrano sbagliati quasi quanto quelli alle proverbiali spese per l’istruzione, la ricerca e la cultura: perché è solo smettendola con un atteggiamento quaresimale che – forse – qualcosa tornerà a muoversi in Italia. Arriverei a dire che un gran stimolo da spesa pubblica in un paese depresso potrebbe non avere alcun effetto rilevante, e noi – a forza di terrore – stiamo diventando un paese depresso.


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19 febbraio 2013

I programmi di chi non si presenta alle elezioni


Come giustamente si nota qui, non è questione di programmi, ma di credibilità.

L'elemento principale è, se ci pensiamo anche solo un attimo, la credibilità. Affidarsi a qualcuno che su quel problema sembra avere competenza e possibilmente anche una comprovata esperienza positiva. E che non stia mentendo spudoratamente, è ovvio.Come quando scegliamo un medico per una operazione. Non ci mettiamo a decidere noi se l'operazione al menisco o al setto nasale che rimandiamo da tempo è meglio farla con la tecnica A o con la tecnica B. Da ignoranti in materia non sapremmo decidere quale sia la migliore. Ci affidiamo invece alle referenze e possibilmente alle statistiche per scegliere il team migliore, se abbiamo la possibilità di farlo.

Questo è sicuramente vero nel caso dei programmi elettorali dei partiti che si presentano alle elezioni.

Tuttavia, che dire dei programmi elettorali di chi non si presenta alla elezioni? Perché ci sono anche questi. C’è il programma di Confindustria e quello della CGIL, ed entrambi hanno avuto ampia copertura mediatica. C’è il programma di Rete Imprese, e anche di esso i giornali hanno parlato abbastanza. E poi ci sono programmi “minori”, che non godono di altrettanta ampia stampa ma, forse, sono anche più interessanti.

Vediamo di capire il fenomeno. Le proposte di Confindustria e CGIL, così come quelle di Rete Imprese, possono facilmente essere classificate: sono il legittimo posizionamento di ciascuna “lobby”, di ciascun portatore di interessi, durante la campagna elettorale. Da questo punto di vista, anch’essi vanno considerati come i programmi dei partiti, nel senso che il loro valore è direttamente proporzionale più alla credibilità di chi li propone che al contenuto specifico delle proposte.

Ma ci sono anche altri casi, su due dei quali, molto diversi fra loro, vorrei soffermarmi in questo articolo.

***

Il primo caso potrebbe essere paragonato ai precedenti. Anche qui si tratta di una “lobby”, quella delle associazioni ambientaliste che, assieme, hanno prodotto un programma che parte proprio dalla constatazione che i temi ambientali hanno ben poco spazio nelle proposte dei partiti e nel dibattito elettorale.

La differenza, rispetto ai casi precedenti, è proprio nel fatto che ormai questa è una lobby davvero sconfitta e marginale in Italia. Perché l’argomento ambiente è stato come digerito, banalizzato, reso innocuo e inserito come una specie di ovvietà in praticamente tutti i programmi elettorali. Monti è per la green economy, il PD non ne parliamo. Grillo sognava addirittura auto a idrogeno e Ingroia ha con se ciò che resta del partito dei verdi con il suo leader (leader?) Bonelli. Ma, sostanzialmente, si tratta sempre in un modo o nell’altro di una foglia di fico, di un atto dovuto. Chi può dirsi per la distruzione dell’ambiente?

Perché poi, quando si parla di “cose serie”, si dice sviluppo sostenibile per dire che sia sviluppo sostenibile dal punto di vista delle finanze pubbliche, molto meno dal punto di vista dell’ambiente.

Dunque, le nostre eroiche associazioni hanno compilato un programma molto completo su tutti i temi ambientali, spiegando ciò che si dovrebbe fare per uno sviluppo davvero sostenibile, ipotizzando politiche energetiche, del territorio, dell’agricoltura, del turismo e dei beni culturali radicalmente diverse dalle attuali. E facendo vedere con grande chiarezza al lettore per quale motivo sono ridotte all’angolo, sostanzialmente ininfluenti nel dibattito politico.

Infatti tutte le proposte, ciascuna in se magari giustissima, mancano complessivamente di credibilità. Alla fine, somigliano molto a un cahier de doléance che ci dice di quanto il mondo sia brutto e cattivo. E ad un infinito elenco di buone intenzioni che, purtroppo, per essere realizzate richiedono una infinità di risorse economiche che ci si guarda bene dal dire dove potrebbero essere trovate. E, soprattutto, non si vede con quali forze, quali convinzioni, quali processi politici e quale consenso certe trasformazioni possono essere perseguite. Mentre, davvero, ce ne sarebbe molto bisogno.

***

Forse l’altro esempio, di cui dicevo, fornisce una traccia di come si dovrebbe fare. Anche in questo caso con molti limiti ma, questa volta, più che altro di ingenuità, come avviene spesso con prodotti troppo “acerbi”.

Si tratta dell’ambizioso programma dei Viaggiatori in movimento, associazione animata da Gustavo Piga. Leggendo il documento, si vede subito un approccio molto diverso. Da un lato, un tentativo di costruire un messaggio forte, orientato alla speranza e articolato su poche parole chiave (non sto discutendo cui se il messaggio sia efficace e facilmente leggibile, sto dicendo solo che chiaramente il tentativo è stato quello di costruire un messaggio forte e ottimista). Dall’altro, la cocciutaggine nel circostanziare le proposte, nel mettere numeri e costruire bilanci e definire le risorse necessarie. Un po’, forse, secondo la scuola di Sbilanciamoci, un’altra esperienza di costruzione di programmi da parte di chi non si presenta alle elezioni. Ma con un livello di realismo ben maggiore di quello utilizzato da quella pur meritoria associazione che ogni volta, nel suo bilancio alternativo, finisce per ridursi a dire l’ovvio (e irrealizzabile): basterebbe tagliare istantaneamente del tot percento le spese militari, ed ecco magicamente disponibili le risorse per lo stato sociale, la scuola, il lavoro, la riconversione ecologica dell’economia.

Molto più concretamente, i Viaggiatori provano a dire come fare alcune cose che davvero servirebbero all’Italia, azzardando anche soluzioni decisamente poco ortodosse ma, in compenso, ben argomentate e sostenute da elementi di fattibilità. Due esempi possono essere utili a capire l’approccio.

Il primo esempio è la riforma degli appalti pubblici, proposta come un insieme coordinato di azioni che vanno dalla riduzione drastica del numero delle stazioni appaltanti (causa non ultima di bassa qualità delle forniture, corruzione, lentezza, crescita dei costi), alla formazione di un “corpo scelto” di specialisti degli appalti nella pubblica amministrazione, alla adozione di meccanismi che assicurino il giusto spazio alle PMI negli appalti pubblici. E interpretata, a mio giudizio giustamente, come uno dei cardini attraverso cui far passare una spending review finalmente vera e realistica e non basata sui soliti tagli lineari. Perché l’assunto è che occorre tagliare lo spreco, quello che non produce reddito futuro, per liberare risorse per fare spesa utile.

Il secondo esempio è una versione realistica di quel che propongono in questi giorni, a vario titolo e con vario livello di approssimazione, tanto la CGIL quanto Grillo: la creazione diretta di lavoro per i giovani da parte dello Stato. Una bestemmia per qualunque liberale, figurarsi per un liberista. Eppure, una proposta che declinata all’interno di questo programma, per altri versi molto liberale, assume senso e credibilità (pur con tutti i dubbi che personalmente conservo sulla sua effettiva utilità), mentre altrove è pura demagogia o illusione. E infatti, Grillo genericamente promette mille euro al mese per tre anni a tutti i disoccupati (salvo aggiungere confusamente e rapidamente che la cosa sarebbe vincolata alla disponibilità ad accettare un lavoro qualora venga proposto, insomma si tratta semplicemente della versione grillina del workfare alla danese. Avendo i soldi, piacerebbe anche ad Ichino. Ma l’importante è che resti appiccicata chiara nelle menti la storia dei mille euro al mese…). La CGIL è più drastica, proponendo direttamente assunzioni a pioggia nella Pubblica Amministrazione, e pazienza se non è molto chiaro per fare cosa e soprattutto come sia possibile ricominciare a ingrassare un settore che – tutti lo sanno – ha una produttività bassissima e un numero di persone sottoutilizzate impressionante.

I Viaggiatori, invece, individuano la necessità di una manovra congiunturale, motivata dalla violenta recessione in atto e dai livelli insopportabili e pericolosi di disoccupazione giovanile. E propongono anche loro l’assunzione di giovani a mille euro al mese, ma in numero più limitato (devono aver fatto qualche conto) e soprattutto per un periodo per definizione a tempo e sapendo bene che lo Stato imprenditore non è la soluzione:

destinare lo 0,6% del PIL di ogni anno finanziario del prossimo triennio ad un Piano per il Rinascimento delle Infrastrutture Italiane che veda occupati ogni anno 700.000 di giovani, ad uno stipendio di 1000 euro mensili, con contratto non rinnovabile di 2 anni, al servizio del nostro Patrimonio artistico, ambientale, culturale e a iniziative volte a rafforzare il sistema produttivo riducendo le barriere allo sviluppo di idee, progetti e di imprenditorialità. La selezione dovrà assicurare, nella sua graduatoria, caratteristiche di monitoraggio anti-frode e d’imparzialità. L’azione straordinaria terminerà quando saremo fuori dalla recessione o con un tasso di disoccupazione inferiore a quello medio europeo.

Tutto bene, dunque? Ho trovato il programma ideale, quello che vorrei per il mio partito? Non proprio. È bene chiarire che l’ambizione e la furia quasi enciclopedica dei Viaggiatori tradisce inevitabili approssimazioni in non pochi settori. Perché nei fatti è impensabile che una piccola associazione riesca ad avere soluzioni per tutti i problemi. Quel che mi sembra interessante, tuttavia, è la dimostrazione che con un po’ di intelligenza si può provare ad offrire contributi non ovvi e di puro posizionamento, come quelli elaborati ahimè dalle associazioni ambientaliste.

Sempre che poi, nei partiti, ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.



6 febbraio 2013

A futura memoria, sull'IMU


Il 14 gennaio ho scritto questo articolo per iMille, che giustamente non ha trovato spazio sulla rivista poiché quasi contemporaneamente l’ottimo Matteo Rizzolli ne ha scritto uno molto più chiaro e netto sul medesimo argomento (e consiglio tutti di leggerlo). A distanza di qualche tempo, lo ripropongo qui a futura memoria. Anche perché sappiamo tutti cosa è diventato nel frattempo il patetico dibattito sulla tassazione immobiliare in Italia.

Nel giro di due giorni (8 e 9 gennaio 2013), la supposta bocciatura dell’IMU da parte dell’Europa, sparata immediatamente nelle home page dei maggiori quotidiani, inclusi quelli “di sinistra”, si è trasformata, almeno sulla stampa seria in quel che effettivamente era: una limitata e circostanziata critica alle modalità di applicazione della tassa sulla proprietà in Italia, nel contesto di una generale raccomandazione ad aumentare in modo equo le imposte sull’abitazione riducendo, nel contempo, l’imposizione sulle attività produttive. Un critica, tra l’altro, mossa in una manciata di pagine all’interno di un ponderoso e interessante rapporto sulle politiche sociali che parla anche e soprattutto di altro – ma di questo altro, ovviamente, sui giornali non vi è traccia.

Si tratta di una storia interessante per due motivi. Prima di tutto, rende ancora una volta evidente il deplorevole stato della gran parte della nostra informazione, che varia da un uso consapevolmente di parte e propagandistico dei “fatti” (trasformati a piacere), a un livello di approssimazione e frettolosità nel dare informazione davvero deprimente. Nel caso specifico, ad esempio, appena letto il titolo sparato su La Repubblica, nel giro di una ventina di minuti io stesso avevo già individuato in rete il famigerato rapporto, trovato e letto la parte incriminata, capito il significato, pur dal basso della mia approssimativa conoscenza dell’inglese, e constatato che i titoli sparati a tutta pagina erano completamente falsi. Tanto da spingermi a scrivere questo articolo.

Il secondo motivo di interesse, a mio giudizio perfino più rilevante, è che questa storia conferma ancora una volta che in Italia chi tocca il mattone muore. L’ossessione contro l’IMU e, prima di essa, contro l’ICI, sicuramente le due imposte più odiate dagli italiani tutti – forse solo il canone RAI raggiunge le stesse vette di riprovazione collettiva – è un triste esempio di come la mentalità nazionale sia viziata sia da ignoranza delle nozioni di base sulle quali dovrebbe basarsi qualsiasi sistema fiscale civile, sia da un approccio – letteralmente – immobile all’uso delle nostre risorse.

Se il primo vizio, l’ignoranza della struttura dei sistemi fiscali, può essere in qualche modo scusato, poiché non tutti sono studiosi di scienza delle finanze, il secondo è di natura culturale e strutturale, e riguarda proprio i pesi ed il valore che in Italia, a differenza di altri paesi, si usa dare alla casa e alla proprietà immobiliare, e gli effetti che ciò comporta sul dinamismo della nostra economia e della nostra società.

Come dice chiaramente lo stesso rapporto “pietra dello scandalo”, un sistema fiscale equilibrato, coerentemente all’ispirazione europea dell’economia sociale di mercato, deve essere costruito in modo da avere anche effetti redistributivi. In tale contesto, è ben noto che l’imposizione sulla proprietà è assai più efficace a fini redistributivi, rispetto all’imposizione sul reddito (o all’imposizione indiretta), perché la proprietà e più concentrata del reddito. È questa la prima buona ragione per avere un sistema di tassazione sugli immobili, la seconda – altrettanto buona – potendo trovarsi nel fatto che una simile imposta può e deve essere gestita sul territorio e, quindi, è un ottimo modo per finanziare gli enti locali [1].

Invece, il senso comune degli italiani è arrivato a dire che la proprietà della prima casa è un diritto quasi divino, visto i sacrifici che si son fatti per averla. Senza considerare che chi possiede una casa, anche una prima casa e anche ove abbia ancora un mutuo, è comunque in una posizione di privilegio rispetto a chi non la possiede (una quota di famiglie minoritaria ma, comunque, significativa e, prevedibilmente, dove si concentra la povertà). E senza considerare che il livello di tassazione sulla casa (inclusa la prima) è mediamente più elevato di quello italiano in molti paesi (anche dopo l’introduzione dell’IMU) [2]. E, infine, senza considerare che una famiglia proprietaria di una casa media in una grande città, magari in zona semicentrale, finisce per pagare un’IMU che può variare, diciamo, da 500 a 2000 euro. Mentre, nella stessa famiglia, ogni mese lo stipendio di ciascun membro viene decurtato per imposte e contributi di una cifra più o meno pari a quella richiesta annualmente per l’IMU. Ma di questo, in genere, tutti prendono atto con meno lamentele…

Ho qualche ipotesi sul motivo per il quale siamo così ipersensibili all’imposizione sulla casa di proprietà.

La prima spiegazione è di lunghissima durata. L’Italia è il paese delle cento città, dei comuni con la loro forte identità. La casa, la casa di famiglia in ciascuna città o paese, è parte molto forte di questa identità. Anche se le massicce migrazioni del dopoguerra, la totale trasformazione di molti spazi urbani hanno travolto e stravolto tutto questo, qualcosa deve essere rimasto nello spirito profondo delle persone, nel loro modo di mettersi in relazione con il luogo in cui si vive. Del resto, credo sia esperienza di molti di noi il permanere del legame forte con la casa avita, con le Radici di gucciniana memoria. E, in mancanza di queste, il ragionevole tentativo di ricostruirsi un luogo davvero proprio dovunque si viva.

La seconda spiegazione, purtroppo, è meno poetica. Ha a che fare con alcuni aspetti fondamentali della regolazione delle politiche dell’abitazione nel nostro Paese, per molti aspetti molto diversi e –ahimè – del tutto originali rispetto al resto dell’Europa.

In primo luogo, in Italia il peso ed il ruolo della rendita fondiaria è esorbitante e particolarmente difficile da scalfire. Fare soldi con l’investimento edilizio, fare soldi rendendo edificabili i terreni agricoli, a spese della collettività che deve poi garantire servizi e infrastrutture, è un elemento costante della storia dell’Italia unita. È stato vero per i grandi speculatori fin dal “sacco di Roma” di fine ottocento, è paradigmatico per l’intreccio fra speculazione e malavita come narrato in film come “Le mani sulla città”. È evidente nelle estesissime borgate abusive poi in qualche modo sanate che sono uno dei motivi della difficilissima gestione dei trasporti nella conurbazione romana. È il senso distintivo delle villettopoli padane. Grandi e piccole speculazioni, grandi lobby di costruttori e piccolo abusivismo “di necessità”, tutto concorre a difendere con le unghie e coi denti la proprietà privata fondiaria ed edile da qualsiasi invasione di campo dell’amministrazione pubblica, salvo chiederne i servizi indispensabili.

Ed infatti, tutta la storia della Repubblica è fatta di tentativi falliti di riforma urbanistica, da quella di Fiorentino Sullo con il primo centrosinistra in poi. E di una giurisprudenza che, a dispetto della chiarezza esemplare dell’articolo 41 della Costituzione, mette sistematicamente i bastoni tra le ruote a chi tenti di gestire il territorio per la collettività e contro la rendita.

In secondo luogo, se la speculazione edilizia è prima di tutto volta a massimizzare la rendita, e se i poteri pubblici non sono in grado di garantire in qualche modo l’abitazione alle fasce sociali più deboli [3], la quota di reddito delle famiglie che dovrà essere in un modo o nell’altro (in acquisto o in affitto) “immobilizzata” nella casa tende a salire. Con vantaggio dei proprietari, ma rendendo difficile e teso il mercato degli affitti. La soluzione trovata dal legislatore fu, come si ricorderà, l’invenzione dell’equo canone: con il senno di poi, una delle idee più sbagliate della tendenza italiana alla regolazione pubblica dei mercati, alla determinazione di prezzi amministrati, alla chiusura al mercato e alla concorrenza. Per perseguire buonissime e lodevoli intenzioni (dare la casa a inquilini – controparte debole – a prezzo equo), si è ottenuto l’esito contrario: le case “private” sono sparite dalla circolazione, almeno dalla circolazione del mercato legale. Quelle pubbliche, ossia il patrimonio degli Enti previdenziali e simili, hanno finito per dare redditi perfino troppo bassi (rendendo tra l’altro apparentemente credibili, in anni recenti, operazioni di svendita altrettanto folli) e per costituire un mercato del “piccolo privilegio” per gli inquilini che avevano la fortuna di accedervi. E, quel che più conta, si è incentivata da un lato la scelta di acquistare la casa in proprietà “a tutti i costi” e, dall’altro, si è reso infinitamente più difficile spostarsi.

L’equo canone non c’è più, anche se il mercato dei fitti continua ad essere regolato in modo piuttosto farraginoso e complesso. Ma il combinato disposto di una rendita terriera troppo protetta e libera di fare ciò che vuole, e di un mercato immobiliare e degli affitti al contrario troppo regolamentato, hanno prodotto effetti di lungo periodo. In Italia non abbiamo avuto la rapida “bolla immobiliare” che ha fatto crescere e poi stroncato l’economia spagnola negli anni recenti. Ma abbiamo avuto un lungo processo di sviluppo perennemente troppo orientato sugli immobili, che ha comportato tra l’altro:

· nel lungo periodo, la progressiva distruzione del nostro paesaggio via cementificazione diffusa;

· in anni più recenti, di fronte all’emergere al consolidarsi del dualismo nel mercato del lavoro, l’aumento di uno specifico fenomeno di ingiustizia generazionale, vista la crescente difficoltà per le giovani generazioni precarie ad accedere a mutui sempre più onerosi. Altra concausa della decrescita dei tassi di natalità che, se ci si pensa bene, sono forse il motivo più profondo del blocco della crescita italiana.

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Torno all’insofferenza verso l’IMU. Ciò che sento dire dalla gente, dalla classica fila alla posta ai social network agli ambienti di lavoro, mi conferma nel fatto che sarà difficile nel breve periodo cambiare il pregiudizio quasi totale degli italiani verso la tassazione sulla casa. Ovviamente, non sto dicendo che qualcuno possa amare le tasse. Il mio è un discorso relativo: l’insofferenza verso l’IMU sarebbe molto più ben spesa, eventualmente, verso altri tipi di tassazione, e segnala come ho già detto una sorta di arretratezza culturale e di immobilismo mentale.

Proprio per questo, però, mi sembra che un approccio riformista alla questione dovrebbe smetterla di ricorrere la destra, e in particolare il suo campione Berlusconi, sul terreno del livello della tassazione sulla casa, dell’esenzione più o meno estesa della prima casa, e via dicendo. Come dovremmo aver ormai ben imparato, nel campo della demagogia anti-tasse, la destra nostrana è imbattibile. A proporre riduzioni o abolizioni di tasse l’originale è sempre meglio della copia.

Ciò che piuttosto sarebbe ragionevole fare è provare a dettare una nuova agenda nella discussione pubblica sulla casa. Invece di parlare ossessivamente solo dell’IMU, e farsi trascinare su quel terreno, sarebbe molto più serio ragionare sull’intera politica dell’abitazione in Italia. E proporre alcune misure concrete per facilitare l’accesso alla casa da parte delle famiglie giovani, assieme a idee di più lungo periodo – queste si, riforme strutturali – come una buona legge sul regime dei suoli che consenta ai comuni di gestire davvero il territorio senza dover “vendere” oneri di urbanizzazione in cambio della cementificazione selvaggia; o come la realizzazione di un regime fiscale e di una politica abitativa che complessivamente tenda a ridurre, progressivamente e senza strappi, le rendite e quindi il peso della ricchezza immobiliare, al fine di liberare risorse verso usi più produttivi, capaci di generare reddito e crescita.



[1] A essere precisi, possono porsi problemi da questo punto di vista per la tassazione delle seconde case “di vacanza” e per gli effetti del pendolarismo. Ma ovviamente si tratta di questioni di policy risolvibili e che, comunque, esulano dal tema di questo articolo.

[2] Un’analisi esauriente dell’IMU e anche dei suoi difetti si trova qui. Sebbene studi di parte dei costruttori tentino di dimostrare il contrario, i dati Eurostat e Ocse, citati nello studio della UE, mostrano un livello generale di tassazione sulla casa in Italia inferiore che nei paesi maggiori. Segnalo in particolare la chart 23 a pagina 264 dello studio, da cui sembrerebbe che nei fatti in Italia – fra deduzioni degli interessi sui mutui ecc. – la proprietà della casa è sussidiata, non tassata. Anche questo studio della Banca d’Italia conferma che l’imposizione italiana sulla proprietà non era affatto elevata come si dice e che, quindi, il parziale riequilibrio ottenuto con l’IMU non dovrebbe destare scandalo.

[3] Anche questa dell’edilizia popolare è una storia che andrebbe raccontata. L’urbanistica riformista degli anni ’70, ad esempio a Bologna con Cervellati o a Roma con il sindaco Petroselli, ha ottenuto grandi ma localizzati risultati. Ma l’esito complessivo delle politiche per la casa in Italia è sicuramente sconfortante.


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4 febbraio 2013

L'arcivernice del professor Giavazzi


Ieri, sul Corriere della Sera, la premiata ditta Alesina&Giavazzi ha preso uno svarione epocale. I nostri infatti hanno scritto:

“Oggi l'energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent'anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione”.

L’esistenza di questa arcivernice è affermata peraltro come cosa ovvia, quasi un inciso nel discorso. Perché lo scopo dei nostri è esemplificare quanto siano stati dannosi gli incentivi al fotovoltaico, che avrebbero finanziato una tecnologia ormai obsoleta. E, per questa via, dimostrare quanto siano dannosi sempre gli incentivi. In altre parole, quanto sia dannosa e da evitarsi qualsiasi politica industriale. Perché, come è ovvio, basta lasciar libero il mercato e avremo il miglior mondo possibile.

Sarà bene provare a rimettere coi piedi per terra della realtà i due nostri eroi, provando a farli scendere dall’empireo delle idee astratte e dei modelli economici formali nei quali evidentemente vivono.

1) Purtroppo, l’arcivernice fotovoltaica non esiste e non è mai esistita. Esistono da lungo tempo sperimentazioni, tentativi di produrre film sottili che rendano sensibili le superfici, con l’obiettivo di ridurre i costi dei pannelli e semplificarne l’uso. E naturalmente in rete abbondano gli articoli che promettono che questa tecnologia è già “quasi” disponibile, o lo sarà fra pochissimo tempo. Si chiamano hype, e Alesina&Giavazzi, che si occupano di economia e non di fisica e chimica dei materiali, forse farebbero bene a starne alla larga[1].

2)Anche esistessero, la riduzione di costo non sarebbe probabilmente quella favoleggiata, perché un impianto solare non è fatto solo di pannelli, ma anche di inverter, connessioni, sistemi di controllo, per non dire del costo di gestione della rete intelligente. Purtroppo, non ci sono pasti gratis.

3) Infine, ed è la cosa decisamente più importante, il possibile sviluppo dei film sottili fotovoltaici, se e quando arriverà, è esattamente uno dei possibili risultati delle politiche di incentivi che molti paesi hanno adottato in questi anni. Senza politiche attive, il business ad usual dell’uso del petrolio e del gas – che ha tuttora vantaggi competitivi evidenti rispetto alle fonti rinnovabili – avrebbe inevitabilmente trionfato, e quelle stesse imprese, quegli stessi ricercatori universitari che oggi fantasticano di arcivernici, magari starebbero studiando la prossima tecnologia per spremere petrolio dalle viscere più profonde della terra. Con tutte le splendide conseguenze sul nostro clima e la nostra salute che ben conosciamo.

(Chiarimento preventivo a possibili critiche: anch’io penso che le politiche di incentivo al fotovoltaico in Italia siano state troppo generose e in parte mal gestite. Sarebbe stato meglio adottare politiche più diversificate, ed errori ne sono stati fatti. E naturalmente accanto agli incentivi la spesa diretta in ricerca di base e in ricerca e sviluppo è l’altra gamba necessaria che, in Italia, non gode certamente di grandissima attenzione. Ma questo non muta la sostanza del ragionamento fatto sopra)

4) Ma se l’esempio per dimostrala è sbagliato, anche la tesi di fondo – l’effetto dannoso di qualsiasi politica industriale – è sbagliata in radice. Ed infatti i nostri in qualche modo sembrano quasi rendersene conto, quando ammettono che lo sviluppo italiano del dopoguerra, largamente dovuto all’intervento statale, all’IRI, ecc., è un fatto innegabile. Ma, sostengono, ora siamo in un altro mondo, dove quella strada non può più essere seguita, perché non siamo più un paese di nuova industrializzazione che può crescere per imitazione dirigista, ma un paese che deve stare sulla frontiera dell’innovazione e, quindi, deva basarsi su flessibilità e mercato. Peccato che il paese che in questi anni è certamente stato sempre sulla frontiera dell’innovazione, gli Stati Uniti, abbia una consolidata tradizione di politiche industriali molto attive e molto dirigiste, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo. Senza scomodare le recenti politiche di salvataggio del settore auto[2], perché qualcuno potrebbe dire che la colpa è di quel socialista di Obama, basta ricordare che gli Stati Uniti da sempre praticano allegramente – e giustamente – l’aiuto di Stato alle imprese. Ad esempio riservando quote di appalti pubblici alle PMI locali. Oppure, come è ben noto, finanziando con grandi commesse (soprattutto militari) i propri campioni dell’industria tecnologica. O, ancora, praticando politiche di intervento e collaborazione con i paesi del “giardino di casa” (il Sudamerica) o del petrolio. Ed anche l’altro paese che, in vario modo, spesso ci viene portato ad esempio, quella Germania campione dell’economia sociale di mercato, non può certo essere considerata un posto dove non ci sia un attento coordinamento delle scelte strategiche industriali da parte del governo…

(Secondo chiarimento preventivo a possibili critiche: gli Stati Uniti sono anche il paese della grande flessibilità, della distruzione creatrice schumpeteriana che ha consentito a singoli innovatori di cambiare il panorama industriale - i famosi esempi di Apple, Google ecc.. In un certo senso, possono permettersi e fare con successo politiche industriali dirigiste proprio perché le fanno in un contesto di massima flessibilità e libertà d’impresa, e di massima concorrenza in certi settori chiave. Non rischiano di distorcere troppo gli incentivi, ma anzi possono davvero riorientarli in modo positivo. Noi abbiamo un mercato ingessato da corporazioni e corporativismi di ogni tipo e, quindi, politiche troppo dirigiste rischiano di far danni perché finiscono per fornire incentivi sbagliati. Da noi quindi – ribaltando il concetto espresso nel documento del PD citato nell’articolo -, “non bastano” le politiche industriali, servono anche, finalmente, ampie dosi di liberalizzazione. Non bastano ma, se fatte con cautela ed acume, servono eccome).

5) Per capire a fondo l’errore concettuale di Alesina&Giavazzi, però, dobbiamo entrare nella logica economica che ne costituisce il fondamento. La logica economica tipica dell’economia standard di questi tempi di cui i due professori sono fra i migliori e più coerenti esponenti, che si può sintetizzare nella duplice idea che il libero mercato coincide con il capitalismo, e che la storia (la società, la politica, le religioni, il potere, le idee) in fondo non esiste. Il mondo è piatto, e funziona tramite automatismi oggettivi, e tanto più gli uomini si ostinano a provare a contrastare questi automatismi, tanto più faranno danni. Ora, il problema è che la storia conta, la politica conta, e la potenza conta. Soprattutto, il libero mercato e la libera concorrenza sono la condizione per lo sviluppo dell’accumulazione capitalista, ma l’accumulazione capitalista e il conseguente eccezionale miglioramento delle nostre vite grazie al suo sviluppo, nella concreta storia umana (fin dalle prime forme di capitalismo mercantile medioevale), è stata possibile grazie a una costante negazione conflittuale della libera concorrenza, realizzata attraverso forme diverse ma convergenti nello scopo di concentrare le forze produttive e la loro potenza: ad esempio, l’emergere dei monopoli commerciali e del controllo delle rotte praticato prima dalle potenze di Venezia o Genova, poi dagli olandesi e dalla Compagnia delle Indie. Oppure il capitalismo di rapina dell’imperialismo ottocentesco, o ancora il ruolo innegabile della spesa pubblica nel secolo passato. O tutti i periodici protezionismi mercantilistici che, nei fatti, non sono stati affatto disfunzionali alla crescita del capitalismo e della ricchezza delle nazioni. In qualche modo, è proprio questa tensione fra libera concorrenza – che consente innovazione e migliore distribuzione – e concentrazione, che consente “grandi balzi in avanti” di zone specifiche del mondo che, in un certo periodo, diventano dominanti, a dare il segno alla storia del capitalismo. In qualche modo, quindi, le “politiche industriali” sono la prosecuzione di questa storia e, perciò, sono del tutto coerenti con la realtà del capitalismo. Mentre affidarsi alla sola concorrenza e al solo libero mercato è, più che cattiva ideologia, illusione.

L’economia politica è stata sempre la mia passione. E ho amato anche l’eleganza dei modelli matematici, la perfezione con cui i migliori economisti provano a spiegare la meccanica del gioco economico. Quel che mi dispiace, è che l’eccessiva specializzazione odierna possa portare ad esiti così deprimenti. Forse gioverebbe agli economisti ricordarsi che i problemi sono sistemici, e che bisogna sempre inserire l’economia nella storia, e che magari è meglio non avventurarsi in deduzioni azzardate sulla base di una incerta conoscenza della tecnologia e delle scienze dure. Un po’ più di Fernand Braudel, e un po’ più di Albert Einstein.

PS; qui notizie sull’arcivernice del professor Lambicchi.



[1] Incidentalmente, anche l’accenno al terribile costo di smaltimento dei pannelli attuali è un altro classico di chi non conosce la materia e deve dimostrare la sua tesi precostituita. Lo smaltimento dei pannelli è un problema del tutto gestibile, anche perché molto può essere riciclato.

[2] (a proposito, chissà che ne pensano Alesina&Giavazzi del Marchionne double face statalista in USA e liberista in Italia – per quel che conta, io credo che sia lo stesso Marchionne che giustamente e con successo si adatta a contesti diversi)


1 febbraio 2013

L'Europa fa schifo

L’Europa, quella della Carta dei diritti, quella che dovrebbe comminare sanzioni pesanti ai paesi membri che non rispettano standard minimi di democrazia, libertà d’opinione e non discriminazione, quella che fa tante storie (anche giustamente) per l’ingresso della Turchia, è perfettamente silente nei riguardi di Viktor Orbán e del governo ungherese che sta trasformando quel paese in una dittatura ai limiti del nazismo, dove si nega il diritto di parola e si discriminano ebrei, zingari e etnie diverse dall’ungherese puro.

Solo pochi anni fa l’Europa reagì con una certa durezza all’ingresso di Jörg Haider nel governo austriaco, e nemmeno come prim’attore. Ora, pare che gli standard democratici di questo disgraziato continente in declino stiano rapidamente scemando. Ma, già, ormai conta solo la moneta e l’economia, dei diritti e della democrazia non sappiamo che farcene. Anzi, si comincia a leggere che la democrazia sia un intralcio alla crescita…



28 gennaio 2013

Hitler ha fatto anche cose buone


La Germania nazista, nel breve volgere di meno di un decennio, fece crescere l’economia tedesca fino a farne di nuovo una potenza mondiale. Trainata dalla spesa pubblica e da politiche protezioniste, l’industria fece passi da gigante. Nel frattempo, il regime impostò una politica sociale avanzata, costruì case popolari, aiutò famiglie e piccole imprese. In meno tempo di quello che ebbe a disposizione Mussolini per bonificare le paludi pontine, fondare IRI e previdenza sociale e fare tutte le buone cose di cui il nostro omino e tutti i nostalgici italiani non mancano di far menzione, Hitler fece della Germania un paese avanzato e ben più ricco dell’Italia.

Però ad Angela Merkel non verrebbe mai in mente di dire che Hitler fece anche cose buone. Anzi, proprio ieri ha detto che la Germania ha una responsabilità perenne per quel che ha fatto.

La differenza è tutta lì.


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8 gennaio 2013

Come nel 1994

Ho pppauraaaaaa, come direbbe Conte.

Tutti continuano a dare per scontato che il PD e i progressisti vincano – almeno alla Camera – queste elezioni. Io vedo però questi fatti.

Primo, la sicurezza di non avere avversari credibili a destra ha indotto i centristi a raccogliersi attorno a Monti per fare un terzo polo che diventi indispensabile come ago della bilancia. Esattamente come nel 1994, quando il Partito Popolare andò alle elezioni da solo, senza tenere conto di come funzionasse la legge elettorale di allora.

Secondo, la sicurezza di vincere, galvanizzati dall’effetto primarie, ha indotto in PD e la sua coalizione a lasciarsi classificare come “troppo a sinistra”. Del resto in qualche modo, è la sicurezza di vincere che ha fatto rifiutare in toto a un certo pezzo di militanti la proposta innovativa di Renzi. Esattamente come ai tempi della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, e si sa come è finita.

Terzo, Berlusconi, che invece capisce sempre benissimo come funziona una legge elettorale (e infatti fu sconfitto solo l’unica volta nella quale per motivi oggettivi non poté fare alleanze “utili”), ha immediatamente raggiunto l’accordo con Grande Sud nel meridione, e con la Lega al Nord (includendo ovviamente anche tutti i piccoli o grandi spezzoni di fascismo che permangono in questo paese). Un accordo, tra l’altro, assai capace di recuperare voti e di sovvertire i sondaggi che, in tutto questo periodo lo davano in caduta libera per il semplice motivo che i suoi elettori non si dichiaravano disposti a votare.

Esattamente come nel 1994, con AN al Sud e la Lega al nord. Con l’aggravante che questa volta l’appello al voto “utile” è ancora più chiaro: il voto degli amici dei mafiosi al sud, il voto degli evasori fiscali (che sono tanti) al nord. E il solito voto delle casalinghe di Rete 4 dovunque.

Quarto, ci sono ben due nemici a sinistra, Ingroia e Grillo (e pensare che l’alleanza con Vendola doveva servire a non averne…). Voti sprecati al Senato, probabilmente. Ma l’esperienza insegna che l’elettore di sinistra italiano ha una gran passione a spaccare il capello in quattro e a non votare “utile” (mentre quegli altri, gli evasori e i mafiosi, votano sempre “utile”) e, quanti più partiti ci sono, tanto più il voto sarà disperso.

Morale: i miei amici illuministi riformisti che si sono imbarcati con Monti contribuiranno, assieme al conservatorismo un po’ arrogante della sinistra del PD e all’eterna teoria dei due forni praticata dal vecchio democristiano Casini, nella migliore delle ipotesi ad ottenere un risultato elettorale complicato e poco chiaro, foriero di probabile nuova instabilità. Nella peggiore, a una improbabile ma ormai non più impossibile ennesima vittoria della destra berlusconiana e leghista.

****

Per fortuna in politica nulla è deterministico, e molte cose possono succedere. Il mio accorato appello a tutti i miei compagni del PD è di tornare rapidamente al principio di realtà, smetterla con ridicole polemiche interne (le candidature, il listino e amenità varie) e, come ci stanno insegnando per fortuna Renzi e Bersani, darsi da fare in tutti i modi per scongiurare questo possibile orrendo film.

Con i terzisti in buona fede, con Ichino, con i miei amici de iMille di scuola montezemoliana, sono disperato. Ignorando la logica di una legge elettorale allucinante, per arroganza e incapacità di leggere il Paese reale, state rischiando di regalarlo alla destra. Che vi posso dire, speriamo che subiate una sonora sconfitta e ragioniate, finalmente, sul fatto che l’idea del PD come partito di sinistra plurale ed aperta, era l’unica idea possibile per fare vero riformismo in Italia. Da perseguire pur conoscendone gli immensi limiti, come ha fatto e sta facendo Matteo Renzi.


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24 dicembre 2012

Politicamente ed umanamente

Ieri sera, avuta la notizia che Pietro Ichino ha deciso di candidarsi nella lista Monti e quindi abbandonare il Partito Democratico, gli ho scritto di getto questa lettera:


Caro professore, questa volta ritengo che lei stia facendo un grave errore politico ed anche un danno alla causa cui sta lavorando di una seria riforma del lavoro. Capisco che non sia facile sopportare il trattamento che ultimamente le ha fatto il PD e capisco che possa sperare (io dico illudersi) che un governo centrista ispirato all'agenda Monti sia in grado di fare quella riforma. Ma la verità è che il suo gesto contribuirà a mettere all'angolo i riformisti del PD, a schiacciarlo ancor più sulle posizioni della FIOM, con la conseguenza che una vittoria del PD sarà una sua sconfitta. Mentre un (improbabile) vittoria dei centristi non sarà una sua vittoria perché Casini, Montezemolo e compagni, rappresentando anche e sopratutto il padronato italiano, si guarderanno bene dal fare tutta la riforma che lei ha ideato perché, come lei ben sa, le sue sono proposte assai di sinistra, per la responsabilità che danno alle imprese e i costi finanziari necessari per lo Stato. Infine, la prego di leggere cosa molto giustamente scrive Ivan Scalfarotto sul suo blog, e, se possibile, di ripensare a una scelta troppo precipitosa.
Oggi scopro che Ichino in realtà ha lavorato direttamente alla stesura dell'Agenda Monti, che del resto a una prima lettura ha notevoli assonanze (ma non le essenziali, ahimè) con il programma di Renzi cui pure Ichino aveva lavorato.

Umanamente, capisco il Prof. Ichino. Lo capisco perché durante la campagna delle primarie per il candidato alla presidenza del consiglio del centrosinistra, Ichino forse più dello stesso Renzi è stato sistematicamente e violentemente insultato, trattato come traditore e come uomo di destra. Con una violenza verbale che chi frequenta i social network non fa fatica a riconoscere come diretta filiazione di certi comportamenti orrendi del vecchio comunismo frazionista. Quello che portava ogni gruppuscolo a decidere qual'era l'unica linea consentita e ad espellere da se chiunque osasse differenziarsi anche pochissimo. E del resto anche in queste ore pre-natalizie ho già visto in giro numerosi commenti molto soddisfatti dell'uscita di Ichino, e ancora una volta piuttosto volgari nei suoi riguardi. La sindrome del "pochi ma buoni" che ormai caratterizza una vasta parte dei militanti del PD ha reso davvero difficile la permanenza nel PD di una persona libera come Ichino.

Politicamente, tuttavia, continuo a credere che Pietro Ichino - e tutti quelli che lo seguiranno - stia facendo un grosso errore. Come ha scritto benissimo Ivan Scalfarotto. Anche perché oggettivamente la sua iniziativa mette in grande difficoltà tutti noi che abbiamo sostenuto Renzi e che vorremmo continuare ad avere uno spazio possibile nel Partito Democratico. Perché riteniamo che solo da sinistra - una sinistra moderna e riformatrice, non l'insopportabile demagogica mappazza che ogni tanto emerge - sia possibile salvare l'Europa. 

*******

Mi fermo qui che è Natale. La prossima puntata, che sarà un'analisi attenta dell'Agenda Monti, spiegherà perché quell'Agenda, pur avendo moltissimi aspetti molto positivi (e anche piuttosto sorprendentemente "di sinistra", mi sia consentito dire) manca dell'essenziale, sull'Europa, sui diritti, sulla crescita. Un essenziale che in buona parte c'era nel programma di Renzi. E che può essere realizzato solo se a guidare il governo c'è la sinistra e non uno strano centro che imbarca personaggi ambigui come Frattini o Cazzola, per non dir dell'inossidabile Casini.

a presto....


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30 novembre 2012

Matteo Renzi e l'uguaglianza

Una delle critiche più diffuse a Renzi è quella di non essere attento ai temi dell'uguaglianza. Si dice che a forza di parlare di merito, Renzi dimentichi l'uguaglianza, rendendo evidente che la sua non è una politica di sinistra.Si dice, al contrario, che Bersani assicura, con il suo approccio, un'attenzione all'uguaglianza di cui oggi, all'epoca della crisi e con l'esplodere della diseguaglianza sociale, c'è gran bisogno.Sarà. Ma ho il sospetto che queste siano opinioni non fondate sui fatti. Perché se andiamo a cercare nel "foglio del come" di Renzi, troviamo una bella sfilza di proposte capaci di aumentare, concretamente, il tasso d'uguaglianza in Italia. Tutte le proposte ispirate al principio della discriminazione positiva, come quelle della fiscalità di vantaggio per le donne, vanno nel senso di aumentare l'eguaglianza fra donne e uomini - che è una delle diseguaglianze più forti nel nostro paese. Gli investimenti nella scuola e negli asili vanno nella stessa direzione. La scuola immaginata da Renzi è una scuola del merito ma anche dell'uguaglianza perché, proprio come prevede la costituzione, immagina di aumentare gli strumenti che aiutino i "capaci e meritevoli ma privi di mezzi". Magari facendo pagare qualcosa di più ai capaci e meritevoli dotati di mezzi, per non dire degli incapaci...La politica del lavoro immaginata nel programma di Renzi è una politica fortemente egualitaria, molto più egualitaria delle titubanti proposte di Bersani e del resto del PD. Renzi infatti propone di unificare finalmente il mercato del lavoro, superando l'orribile dualismo che continua a permanere dopo la timida riforma Fornero. Un solo contratto a tempo indeterminato per tutti, divieto assoluto di licenziamento discriminatorio, possibilità di licenziamento per motivi economici ma con compensazione economica crescente in funzione dell'anzianità e, sopratutto, con l'obbligo - economico ed organizzativo - per le imprese di farsi carico di una parte dei costi per il ricollocamento del lavoratore licenziato. E obbligo del lavoratore di prendere sul serio i tentativi di ricollocazione. Superamento della cassa integrazione - strumento utile di fatto per mantenere inutilmente in vita aziende decotte e illudere i lavoratori, lasciandoli per anni in un limbo nel quale perdono professionalità e non hanno di fatto prospettive - e sua sostituzione con un reddito minimo di disoccupazione valido per tutti, e legato ai servizi di ricollocamento. E, ovviamente e senza paura, affidamento di parte di questi servizi anche ad agenzie private, Perché chiunque sia stato in un Ufficio provinciale del lavoro sa benissimo quanto il sistema pubblico dell'impiego sia pura, inutile ed irriformabile burocrazia e, per di più, ipocrita finzione.So benissimo che queste proposte sono considerate, da chi non vuole avere occhi per vedere, la quintessenza della destra, anche se sono esattamente il modello adottato in paesi socialdemocratici, esempio di stato sociale funzionante, come la Danimarca. Nella migliore delle ipotesi le si critica perché "in Italia non si può, non funzionerebbero". Nella peggiore, dato che ci si legge in filigrana la penna di Pietro Ichino, si passa direttamente all'insulto perché ormai Ichino per certi pasdaran è come l'aglio per un vampiro, il maligno per un esorcista. Ma nei fatti, il "foglio del come" di Renzi fornisce delle soluzioni che aumenterebbero l'uguaglianza, migliorando la condizione di vita di moltissimi, e non peggiorando affatto (checché se ne dica) quella di chi oggi ha garanzia spesso ormai più di facciata che davvero esigibili - ed anzi controproducenti. Che servono solo a bloccare chi è fuori.In breve, la proposta di Renzi è di sinistra. Molto di sinistra.


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