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19 febbraio 2013
I programmi di chi non si presenta alle elezioni

Come giustamente si nota qui, non è questione di programmi, ma di credibilità. L'elemento principale è, se ci pensiamo anche solo un attimo, la credibilità. Affidarsi a qualcuno che su quel problema sembra avere competenza e possibilmente anche una comprovata esperienza positiva. E che non stia mentendo spudoratamente, è ovvio.Come quando scegliamo un medico per una operazione. Non ci mettiamo a decidere noi se l'operazione al menisco o al setto nasale che rimandiamo da tempo è meglio farla con la tecnica A o con la tecnica B. Da ignoranti in materia non sapremmo decidere quale sia la migliore. Ci affidiamo invece alle referenze e possibilmente alle statistiche per scegliere il team migliore, se abbiamo la possibilità di farlo.
Questo è sicuramente vero nel caso dei programmi elettorali dei partiti che si presentano alle elezioni. Tuttavia, che dire dei programmi elettorali di chi non si presenta alla elezioni? Perché ci sono anche questi. C’è il programma di Confindustria e quello della CGIL, ed entrambi hanno avuto ampia copertura mediatica. C’è il programma di Rete Imprese, e anche di esso i giornali hanno parlato abbastanza. E poi ci sono programmi “minori”, che non godono di altrettanta ampia stampa ma, forse, sono anche più interessanti. Vediamo di capire il fenomeno. Le proposte di Confindustria e CGIL, così come quelle di Rete Imprese, possono facilmente essere classificate: sono il legittimo posizionamento di ciascuna “lobby”, di ciascun portatore di interessi, durante la campagna elettorale. Da questo punto di vista, anch’essi vanno considerati come i programmi dei partiti, nel senso che il loro valore è direttamente proporzionale più alla credibilità di chi li propone che al contenuto specifico delle proposte. Ma ci sono anche altri casi, su due dei quali, molto diversi fra loro, vorrei soffermarmi in questo articolo. *** Il primo caso potrebbe essere paragonato ai precedenti. Anche qui si tratta di una “lobby”, quella delle associazioni ambientaliste che, assieme, hanno prodotto un programma che parte proprio dalla constatazione che i temi ambientali hanno ben poco spazio nelle proposte dei partiti e nel dibattito elettorale. La differenza, rispetto ai casi precedenti, è proprio nel fatto che ormai questa è una lobby davvero sconfitta e marginale in Italia. Perché l’argomento ambiente è stato come digerito, banalizzato, reso innocuo e inserito come una specie di ovvietà in praticamente tutti i programmi elettorali. Monti è per la green economy, il PD non ne parliamo. Grillo sognava addirittura auto a idrogeno e Ingroia ha con se ciò che resta del partito dei verdi con il suo leader (leader?) Bonelli. Ma, sostanzialmente, si tratta sempre in un modo o nell’altro di una foglia di fico, di un atto dovuto. Chi può dirsi per la distruzione dell’ambiente? Perché poi, quando si parla di “cose serie”, si dice sviluppo sostenibile per dire che sia sviluppo sostenibile dal punto di vista delle finanze pubbliche, molto meno dal punto di vista dell’ambiente. Dunque, le nostre eroiche associazioni hanno compilato un programma molto completo su tutti i temi ambientali, spiegando ciò che si dovrebbe fare per uno sviluppo davvero sostenibile, ipotizzando politiche energetiche, del territorio, dell’agricoltura, del turismo e dei beni culturali radicalmente diverse dalle attuali. E facendo vedere con grande chiarezza al lettore per quale motivo sono ridotte all’angolo, sostanzialmente ininfluenti nel dibattito politico. Infatti tutte le proposte, ciascuna in se magari giustissima, mancano complessivamente di credibilità. Alla fine, somigliano molto a un cahier de doléance che ci dice di quanto il mondo sia brutto e cattivo. E ad un infinito elenco di buone intenzioni che, purtroppo, per essere realizzate richiedono una infinità di risorse economiche che ci si guarda bene dal dire dove potrebbero essere trovate. E, soprattutto, non si vede con quali forze, quali convinzioni, quali processi politici e quale consenso certe trasformazioni possono essere perseguite. Mentre, davvero, ce ne sarebbe molto bisogno. *** Forse l’altro esempio, di cui dicevo, fornisce una traccia di come si dovrebbe fare. Anche in questo caso con molti limiti ma, questa volta, più che altro di ingenuità, come avviene spesso con prodotti troppo “acerbi”. Si tratta dell’ambizioso programma dei Viaggiatori in movimento, associazione animata da Gustavo Piga. Leggendo il documento, si vede subito un approccio molto diverso. Da un lato, un tentativo di costruire un messaggio forte, orientato alla speranza e articolato su poche parole chiave (non sto discutendo cui se il messaggio sia efficace e facilmente leggibile, sto dicendo solo che chiaramente il tentativo è stato quello di costruire un messaggio forte e ottimista). Dall’altro, la cocciutaggine nel circostanziare le proposte, nel mettere numeri e costruire bilanci e definire le risorse necessarie. Un po’, forse, secondo la scuola di Sbilanciamoci, un’altra esperienza di costruzione di programmi da parte di chi non si presenta alle elezioni. Ma con un livello di realismo ben maggiore di quello utilizzato da quella pur meritoria associazione che ogni volta, nel suo bilancio alternativo, finisce per ridursi a dire l’ovvio (e irrealizzabile): basterebbe tagliare istantaneamente del tot percento le spese militari, ed ecco magicamente disponibili le risorse per lo stato sociale, la scuola, il lavoro, la riconversione ecologica dell’economia. Molto più concretamente, i Viaggiatori provano a dire come fare alcune cose che davvero servirebbero all’Italia, azzardando anche soluzioni decisamente poco ortodosse ma, in compenso, ben argomentate e sostenute da elementi di fattibilità. Due esempi possono essere utili a capire l’approccio. Il primo esempio è la riforma degli appalti pubblici, proposta come un insieme coordinato di azioni che vanno dalla riduzione drastica del numero delle stazioni appaltanti (causa non ultima di bassa qualità delle forniture, corruzione, lentezza, crescita dei costi), alla formazione di un “corpo scelto” di specialisti degli appalti nella pubblica amministrazione, alla adozione di meccanismi che assicurino il giusto spazio alle PMI negli appalti pubblici. E interpretata, a mio giudizio giustamente, come uno dei cardini attraverso cui far passare una spending review finalmente vera e realistica e non basata sui soliti tagli lineari. Perché l’assunto è che occorre tagliare lo spreco, quello che non produce reddito futuro, per liberare risorse per fare spesa utile. Il secondo esempio è una versione realistica di quel che propongono in questi giorni, a vario titolo e con vario livello di approssimazione, tanto la CGIL quanto Grillo: la creazione diretta di lavoro per i giovani da parte dello Stato. Una bestemmia per qualunque liberale, figurarsi per un liberista. Eppure, una proposta che declinata all’interno di questo programma, per altri versi molto liberale, assume senso e credibilità (pur con tutti i dubbi che personalmente conservo sulla sua effettiva utilità), mentre altrove è pura demagogia o illusione. E infatti, Grillo genericamente promette mille euro al mese per tre anni a tutti i disoccupati (salvo aggiungere confusamente e rapidamente che la cosa sarebbe vincolata alla disponibilità ad accettare un lavoro qualora venga proposto, insomma si tratta semplicemente della versione grillina del workfare alla danese. Avendo i soldi, piacerebbe anche ad Ichino. Ma l’importante è che resti appiccicata chiara nelle menti la storia dei mille euro al mese…). La CGIL è più drastica, proponendo direttamente assunzioni a pioggia nella Pubblica Amministrazione, e pazienza se non è molto chiaro per fare cosa e soprattutto come sia possibile ricominciare a ingrassare un settore che – tutti lo sanno – ha una produttività bassissima e un numero di persone sottoutilizzate impressionante. I Viaggiatori, invece, individuano la necessità di una manovra congiunturale, motivata dalla violenta recessione in atto e dai livelli insopportabili e pericolosi di disoccupazione giovanile. E propongono anche loro l’assunzione di giovani a mille euro al mese, ma in numero più limitato (devono aver fatto qualche conto) e soprattutto per un periodo per definizione a tempo e sapendo bene che lo Stato imprenditore non è la soluzione: destinare lo 0,6% del PIL di ogni anno finanziario del prossimo triennio ad un Piano per il Rinascimento delle Infrastrutture Italiane che veda occupati ogni anno 700.000 di giovani, ad uno stipendio di 1000 euro mensili, con contratto non rinnovabile di 2 anni, al servizio del nostro Patrimonio artistico, ambientale, culturale e a iniziative volte a rafforzare il sistema produttivo riducendo le barriere allo sviluppo di idee, progetti e di imprenditorialità. La selezione dovrà assicurare, nella sua graduatoria, caratteristiche di monitoraggio anti-frode e d’imparzialità. L’azione straordinaria terminerà quando saremo fuori dalla recessione o con un tasso di disoccupazione inferiore a quello medio europeo.
Tutto bene, dunque? Ho trovato il programma ideale, quello che vorrei per il mio partito? Non proprio. È bene chiarire che l’ambizione e la furia quasi enciclopedica dei Viaggiatori tradisce inevitabili approssimazioni in non pochi settori. Perché nei fatti è impensabile che una piccola associazione riesca ad avere soluzioni per tutti i problemi. Quel che mi sembra interessante, tuttavia, è la dimostrazione che con un po’ di intelligenza si può provare ad offrire contributi non ovvi e di puro posizionamento, come quelli elaborati ahimè dalle associazioni ambientaliste. Sempre che poi, nei partiti, ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.
6 febbraio 2013
A futura memoria, sull'IMU
 Il 14 gennaio ho scritto questo articolo per iMille, che giustamente non ha trovato spazio sulla rivista poiché quasi contemporaneamente l’ottimo Matteo Rizzolli ne ha scritto uno molto più chiaro e netto sul medesimo argomento (e consiglio tutti di leggerlo). A distanza di qualche tempo, lo ripropongo qui a futura memoria. Anche perché sappiamo tutti cosa è diventato nel frattempo il patetico dibattito sulla tassazione immobiliare in Italia. Nel giro di due giorni (8 e 9 gennaio 2013), la supposta bocciatura dell’IMU da parte dell’Europa, sparata immediatamente nelle home page dei maggiori quotidiani, inclusi quelli “di sinistra”, si è trasformata, almeno sulla stampa seria in quel che effettivamente era: una limitata e circostanziata critica alle modalità di applicazione della tassa sulla proprietà in Italia, nel contesto di una generale raccomandazione ad aumentare in modo equo le imposte sull’abitazione riducendo, nel contempo, l’imposizione sulle attività produttive. Un critica, tra l’altro, mossa in una manciata di pagine all’interno di un ponderoso e interessante rapporto sulle politiche sociali che parla anche e soprattutto di altro – ma di questo altro, ovviamente, sui giornali non vi è traccia. Si tratta di una storia interessante per due motivi. Prima di tutto, rende ancora una volta evidente il deplorevole stato della gran parte della nostra informazione, che varia da un uso consapevolmente di parte e propagandistico dei “fatti” (trasformati a piacere), a un livello di approssimazione e frettolosità nel dare informazione davvero deprimente. Nel caso specifico, ad esempio, appena letto il titolo sparato su La Repubblica, nel giro di una ventina di minuti io stesso avevo già individuato in rete il famigerato rapporto, trovato e letto la parte incriminata, capito il significato, pur dal basso della mia approssimativa conoscenza dell’inglese, e constatato che i titoli sparati a tutta pagina erano completamente falsi. Tanto da spingermi a scrivere questo articolo. Il secondo motivo di interesse, a mio giudizio perfino più rilevante, è che questa storia conferma ancora una volta che in Italia chi tocca il mattone muore. L’ossessione contro l’IMU e, prima di essa, contro l’ICI, sicuramente le due imposte più odiate dagli italiani tutti – forse solo il canone RAI raggiunge le stesse vette di riprovazione collettiva – è un triste esempio di come la mentalità nazionale sia viziata sia da ignoranza delle nozioni di base sulle quali dovrebbe basarsi qualsiasi sistema fiscale civile, sia da un approccio – letteralmente – immobile all’uso delle nostre risorse. Se il primo vizio, l’ignoranza della struttura dei sistemi fiscali, può essere in qualche modo scusato, poiché non tutti sono studiosi di scienza delle finanze, il secondo è di natura culturale e strutturale, e riguarda proprio i pesi ed il valore che in Italia, a differenza di altri paesi, si usa dare alla casa e alla proprietà immobiliare, e gli effetti che ciò comporta sul dinamismo della nostra economia e della nostra società. Come dice chiaramente lo stesso rapporto “pietra dello scandalo”, un sistema fiscale equilibrato, coerentemente all’ispirazione europea dell’economia sociale di mercato, deve essere costruito in modo da avere anche effetti redistributivi. In tale contesto, è ben noto che l’imposizione sulla proprietà è assai più efficace a fini redistributivi, rispetto all’imposizione sul reddito (o all’imposizione indiretta), perché la proprietà e più concentrata del reddito. È questa la prima buona ragione per avere un sistema di tassazione sugli immobili, la seconda – altrettanto buona – potendo trovarsi nel fatto che una simile imposta può e deve essere gestita sul territorio e, quindi, è un ottimo modo per finanziare gli enti locali [1]. Invece, il senso comune degli italiani è arrivato a dire che la proprietà della prima casa è un diritto quasi divino, visto i sacrifici che si son fatti per averla. Senza considerare che chi possiede una casa, anche una prima casa e anche ove abbia ancora un mutuo, è comunque in una posizione di privilegio rispetto a chi non la possiede (una quota di famiglie minoritaria ma, comunque, significativa e, prevedibilmente, dove si concentra la povertà). E senza considerare che il livello di tassazione sulla casa (inclusa la prima) è mediamente più elevato di quello italiano in molti paesi (anche dopo l’introduzione dell’IMU) [2]. E, infine, senza considerare che una famiglia proprietaria di una casa media in una grande città, magari in zona semicentrale, finisce per pagare un’IMU che può variare, diciamo, da 500 a 2000 euro. Mentre, nella stessa famiglia, ogni mese lo stipendio di ciascun membro viene decurtato per imposte e contributi di una cifra più o meno pari a quella richiesta annualmente per l’IMU. Ma di questo, in genere, tutti prendono atto con meno lamentele… Ho qualche ipotesi sul motivo per il quale siamo così ipersensibili all’imposizione sulla casa di proprietà. La prima spiegazione è di lunghissima durata. L’Italia è il paese delle cento città, dei comuni con la loro forte identità. La casa, la casa di famiglia in ciascuna città o paese, è parte molto forte di questa identità. Anche se le massicce migrazioni del dopoguerra, la totale trasformazione di molti spazi urbani hanno travolto e stravolto tutto questo, qualcosa deve essere rimasto nello spirito profondo delle persone, nel loro modo di mettersi in relazione con il luogo in cui si vive. Del resto, credo sia esperienza di molti di noi il permanere del legame forte con la casa avita, con le Radici di gucciniana memoria. E, in mancanza di queste, il ragionevole tentativo di ricostruirsi un luogo davvero proprio dovunque si viva. La seconda spiegazione, purtroppo, è meno poetica. Ha a che fare con alcuni aspetti fondamentali della regolazione delle politiche dell’abitazione nel nostro Paese, per molti aspetti molto diversi e –ahimè – del tutto originali rispetto al resto dell’Europa. In primo luogo, in Italia il peso ed il ruolo della rendita fondiaria è esorbitante e particolarmente difficile da scalfire. Fare soldi con l’investimento edilizio, fare soldi rendendo edificabili i terreni agricoli, a spese della collettività che deve poi garantire servizi e infrastrutture, è un elemento costante della storia dell’Italia unita. È stato vero per i grandi speculatori fin dal “sacco di Roma” di fine ottocento, è paradigmatico per l’intreccio fra speculazione e malavita come narrato in film come “Le mani sulla città”. È evidente nelle estesissime borgate abusive poi in qualche modo sanate che sono uno dei motivi della difficilissima gestione dei trasporti nella conurbazione romana. È il senso distintivo delle villettopoli padane. Grandi e piccole speculazioni, grandi lobby di costruttori e piccolo abusivismo “di necessità”, tutto concorre a difendere con le unghie e coi denti la proprietà privata fondiaria ed edile da qualsiasi invasione di campo dell’amministrazione pubblica, salvo chiederne i servizi indispensabili. Ed infatti, tutta la storia della Repubblica è fatta di tentativi falliti di riforma urbanistica, da quella di Fiorentino Sullo con il primo centrosinistra in poi. E di una giurisprudenza che, a dispetto della chiarezza esemplare dell’articolo 41 della Costituzione, mette sistematicamente i bastoni tra le ruote a chi tenti di gestire il territorio per la collettività e contro la rendita. In secondo luogo, se la speculazione edilizia è prima di tutto volta a massimizzare la rendita, e se i poteri pubblici non sono in grado di garantire in qualche modo l’abitazione alle fasce sociali più deboli [3], la quota di reddito delle famiglie che dovrà essere in un modo o nell’altro (in acquisto o in affitto) “immobilizzata” nella casa tende a salire. Con vantaggio dei proprietari, ma rendendo difficile e teso il mercato degli affitti. La soluzione trovata dal legislatore fu, come si ricorderà, l’invenzione dell’equo canone: con il senno di poi, una delle idee più sbagliate della tendenza italiana alla regolazione pubblica dei mercati, alla determinazione di prezzi amministrati, alla chiusura al mercato e alla concorrenza. Per perseguire buonissime e lodevoli intenzioni (dare la casa a inquilini – controparte debole – a prezzo equo), si è ottenuto l’esito contrario: le case “private” sono sparite dalla circolazione, almeno dalla circolazione del mercato legale. Quelle pubbliche, ossia il patrimonio degli Enti previdenziali e simili, hanno finito per dare redditi perfino troppo bassi (rendendo tra l’altro apparentemente credibili, in anni recenti, operazioni di svendita altrettanto folli) e per costituire un mercato del “piccolo privilegio” per gli inquilini che avevano la fortuna di accedervi. E, quel che più conta, si è incentivata da un lato la scelta di acquistare la casa in proprietà “a tutti i costi” e, dall’altro, si è reso infinitamente più difficile spostarsi. L’equo canone non c’è più, anche se il mercato dei fitti continua ad essere regolato in modo piuttosto farraginoso e complesso. Ma il combinato disposto di una rendita terriera troppo protetta e libera di fare ciò che vuole, e di un mercato immobiliare e degli affitti al contrario troppo regolamentato, hanno prodotto effetti di lungo periodo. In Italia non abbiamo avuto la rapida “bolla immobiliare” che ha fatto crescere e poi stroncato l’economia spagnola negli anni recenti. Ma abbiamo avuto un lungo processo di sviluppo perennemente troppo orientato sugli immobili, che ha comportato tra l’altro: · nel lungo periodo, la progressiva distruzione del nostro paesaggio via cementificazione diffusa; · in anni più recenti, di fronte all’emergere al consolidarsi del dualismo nel mercato del lavoro, l’aumento di uno specifico fenomeno di ingiustizia generazionale, vista la crescente difficoltà per le giovani generazioni precarie ad accedere a mutui sempre più onerosi. Altra concausa della decrescita dei tassi di natalità che, se ci si pensa bene, sono forse il motivo più profondo del blocco della crescita italiana. **** Torno all’insofferenza verso l’IMU. Ciò che sento dire dalla gente, dalla classica fila alla posta ai social network agli ambienti di lavoro, mi conferma nel fatto che sarà difficile nel breve periodo cambiare il pregiudizio quasi totale degli italiani verso la tassazione sulla casa. Ovviamente, non sto dicendo che qualcuno possa amare le tasse. Il mio è un discorso relativo: l’insofferenza verso l’IMU sarebbe molto più ben spesa, eventualmente, verso altri tipi di tassazione, e segnala come ho già detto una sorta di arretratezza culturale e di immobilismo mentale. Proprio per questo, però, mi sembra che un approccio riformista alla questione dovrebbe smetterla di ricorrere la destra, e in particolare il suo campione Berlusconi, sul terreno del livello della tassazione sulla casa, dell’esenzione più o meno estesa della prima casa, e via dicendo. Come dovremmo aver ormai ben imparato, nel campo della demagogia anti-tasse, la destra nostrana è imbattibile. A proporre riduzioni o abolizioni di tasse l’originale è sempre meglio della copia. Ciò che piuttosto sarebbe ragionevole fare è provare a dettare una nuova agenda nella discussione pubblica sulla casa. Invece di parlare ossessivamente solo dell’IMU, e farsi trascinare su quel terreno, sarebbe molto più serio ragionare sull’intera politica dell’abitazione in Italia. E proporre alcune misure concrete per facilitare l’accesso alla casa da parte delle famiglie giovani, assieme a idee di più lungo periodo – queste si, riforme strutturali – come una buona legge sul regime dei suoli che consenta ai comuni di gestire davvero il territorio senza dover “vendere” oneri di urbanizzazione in cambio della cementificazione selvaggia; o come la realizzazione di un regime fiscale e di una politica abitativa che complessivamente tenda a ridurre, progressivamente e senza strappi, le rendite e quindi il peso della ricchezza immobiliare, al fine di liberare risorse verso usi più produttivi, capaci di generare reddito e crescita. [1] A essere precisi, possono porsi problemi da questo punto di vista per la tassazione delle seconde case “di vacanza” e per gli effetti del pendolarismo. Ma ovviamente si tratta di questioni di policy risolvibili e che, comunque, esulano dal tema di questo articolo. [2] Un’analisi esauriente dell’IMU e anche dei suoi difetti si trova qui. Sebbene studi di parte dei costruttori tentino di dimostrare il contrario, i dati Eurostat e Ocse, citati nello studio della UE, mostrano un livello generale di tassazione sulla casa in Italia inferiore che nei paesi maggiori. Segnalo in particolare la chart 23 a pagina 264 dello studio, da cui sembrerebbe che nei fatti in Italia – fra deduzioni degli interessi sui mutui ecc. – la proprietà della casa è sussidiata, non tassata. Anche questo studio della Banca d’Italia conferma che l’imposizione italiana sulla proprietà non era affatto elevata come si dice e che, quindi, il parziale riequilibrio ottenuto con l’IMU non dovrebbe destare scandalo. [3] Anche questa dell’edilizia popolare è una storia che andrebbe raccontata. L’urbanistica riformista degli anni ’70, ad esempio a Bologna con Cervellati o a Roma con il sindaco Petroselli, ha ottenuto grandi ma localizzati risultati. Ma l’esito complessivo delle politiche per la casa in Italia è sicuramente sconfortante.
IMU
| inviato da corradoinblog il 6/2/2013 alle 15:13 | |
4 febbraio 2013
L'arcivernice del professor Giavazzi

Ieri, sul Corriere della Sera, la premiata ditta Alesina&Giavazzi ha preso uno svarione epocale. I nostri infatti hanno scritto: “Oggi l'energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent'anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione”. L’esistenza di questa arcivernice è affermata peraltro come cosa ovvia, quasi un inciso nel discorso. Perché lo scopo dei nostri è esemplificare quanto siano stati dannosi gli incentivi al fotovoltaico, che avrebbero finanziato una tecnologia ormai obsoleta. E, per questa via, dimostrare quanto siano dannosi sempre gli incentivi. In altre parole, quanto sia dannosa e da evitarsi qualsiasi politica industriale. Perché, come è ovvio, basta lasciar libero il mercato e avremo il miglior mondo possibile. Sarà bene provare a rimettere coi piedi per terra della realtà i due nostri eroi, provando a farli scendere dall’empireo delle idee astratte e dei modelli economici formali nei quali evidentemente vivono. 1) Purtroppo, l’arcivernice fotovoltaica non esiste e non è mai esistita. Esistono da lungo tempo sperimentazioni, tentativi di produrre film sottili che rendano sensibili le superfici, con l’obiettivo di ridurre i costi dei pannelli e semplificarne l’uso. E naturalmente in rete abbondano gli articoli che promettono che questa tecnologia è già “quasi” disponibile, o lo sarà fra pochissimo tempo. Si chiamano hype, e Alesina&Giavazzi, che si occupano di economia e non di fisica e chimica dei materiali, forse farebbero bene a starne alla larga[1]. 2)Anche esistessero, la riduzione di costo non sarebbe probabilmente quella favoleggiata, perché un impianto solare non è fatto solo di pannelli, ma anche di inverter, connessioni, sistemi di controllo, per non dire del costo di gestione della rete intelligente. Purtroppo, non ci sono pasti gratis. 3) Infine, ed è la cosa decisamente più importante, il possibile sviluppo dei film sottili fotovoltaici, se e quando arriverà, è esattamente uno dei possibili risultati delle politiche di incentivi che molti paesi hanno adottato in questi anni. Senza politiche attive, il business ad usual dell’uso del petrolio e del gas – che ha tuttora vantaggi competitivi evidenti rispetto alle fonti rinnovabili – avrebbe inevitabilmente trionfato, e quelle stesse imprese, quegli stessi ricercatori universitari che oggi fantasticano di arcivernici, magari starebbero studiando la prossima tecnologia per spremere petrolio dalle viscere più profonde della terra. Con tutte le splendide conseguenze sul nostro clima e la nostra salute che ben conosciamo. (Chiarimento preventivo a possibili critiche: anch’io penso che le politiche di incentivo al fotovoltaico in Italia siano state troppo generose e in parte mal gestite. Sarebbe stato meglio adottare politiche più diversificate, ed errori ne sono stati fatti. E naturalmente accanto agli incentivi la spesa diretta in ricerca di base e in ricerca e sviluppo è l’altra gamba necessaria che, in Italia, non gode certamente di grandissima attenzione. Ma questo non muta la sostanza del ragionamento fatto sopra) 4) Ma se l’esempio per dimostrala è sbagliato, anche la tesi di fondo – l’effetto dannoso di qualsiasi politica industriale – è sbagliata in radice. Ed infatti i nostri in qualche modo sembrano quasi rendersene conto, quando ammettono che lo sviluppo italiano del dopoguerra, largamente dovuto all’intervento statale, all’IRI, ecc., è un fatto innegabile. Ma, sostengono, ora siamo in un altro mondo, dove quella strada non può più essere seguita, perché non siamo più un paese di nuova industrializzazione che può crescere per imitazione dirigista, ma un paese che deve stare sulla frontiera dell’innovazione e, quindi, deva basarsi su flessibilità e mercato. Peccato che il paese che in questi anni è certamente stato sempre sulla frontiera dell’innovazione, gli Stati Uniti, abbia una consolidata tradizione di politiche industriali molto attive e molto dirigiste, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo. Senza scomodare le recenti politiche di salvataggio del settore auto[2], perché qualcuno potrebbe dire che la colpa è di quel socialista di Obama, basta ricordare che gli Stati Uniti da sempre praticano allegramente – e giustamente – l’aiuto di Stato alle imprese. Ad esempio riservando quote di appalti pubblici alle PMI locali. Oppure, come è ben noto, finanziando con grandi commesse (soprattutto militari) i propri campioni dell’industria tecnologica. O, ancora, praticando politiche di intervento e collaborazione con i paesi del “giardino di casa” (il Sudamerica) o del petrolio. Ed anche l’altro paese che, in vario modo, spesso ci viene portato ad esempio, quella Germania campione dell’economia sociale di mercato, non può certo essere considerata un posto dove non ci sia un attento coordinamento delle scelte strategiche industriali da parte del governo… (Secondo chiarimento preventivo a possibili critiche: gli Stati Uniti sono anche il paese della grande flessibilità, della distruzione creatrice schumpeteriana che ha consentito a singoli innovatori di cambiare il panorama industriale - i famosi esempi di Apple, Google ecc.. In un certo senso, possono permettersi e fare con successo politiche industriali dirigiste proprio perché le fanno in un contesto di massima flessibilità e libertà d’impresa, e di massima concorrenza in certi settori chiave. Non rischiano di distorcere troppo gli incentivi, ma anzi possono davvero riorientarli in modo positivo. Noi abbiamo un mercato ingessato da corporazioni e corporativismi di ogni tipo e, quindi, politiche troppo dirigiste rischiano di far danni perché finiscono per fornire incentivi sbagliati. Da noi quindi – ribaltando il concetto espresso nel documento del PD citato nell’articolo -, “non bastano” le politiche industriali, servono anche, finalmente, ampie dosi di liberalizzazione. Non bastano ma, se fatte con cautela ed acume, servono eccome). 5) Per capire a fondo l’errore concettuale di Alesina&Giavazzi, però, dobbiamo entrare nella logica economica che ne costituisce il fondamento. La logica economica tipica dell’economia standard di questi tempi di cui i due professori sono fra i migliori e più coerenti esponenti, che si può sintetizzare nella duplice idea che il libero mercato coincide con il capitalismo, e che la storia (la società, la politica, le religioni, il potere, le idee) in fondo non esiste. Il mondo è piatto, e funziona tramite automatismi oggettivi, e tanto più gli uomini si ostinano a provare a contrastare questi automatismi, tanto più faranno danni. Ora, il problema è che la storia conta, la politica conta, e la potenza conta. Soprattutto, il libero mercato e la libera concorrenza sono la condizione per lo sviluppo dell’accumulazione capitalista, ma l’accumulazione capitalista e il conseguente eccezionale miglioramento delle nostre vite grazie al suo sviluppo, nella concreta storia umana (fin dalle prime forme di capitalismo mercantile medioevale), è stata possibile grazie a una costante negazione conflittuale della libera concorrenza, realizzata attraverso forme diverse ma convergenti nello scopo di concentrare le forze produttive e la loro potenza: ad esempio, l’emergere dei monopoli commerciali e del controllo delle rotte praticato prima dalle potenze di Venezia o Genova, poi dagli olandesi e dalla Compagnia delle Indie. Oppure il capitalismo di rapina dell’imperialismo ottocentesco, o ancora il ruolo innegabile della spesa pubblica nel secolo passato. O tutti i periodici protezionismi mercantilistici che, nei fatti, non sono stati affatto disfunzionali alla crescita del capitalismo e della ricchezza delle nazioni. In qualche modo, è proprio questa tensione fra libera concorrenza – che consente innovazione e migliore distribuzione – e concentrazione, che consente “grandi balzi in avanti” di zone specifiche del mondo che, in un certo periodo, diventano dominanti, a dare il segno alla storia del capitalismo. In qualche modo, quindi, le “politiche industriali” sono la prosecuzione di questa storia e, perciò, sono del tutto coerenti con la realtà del capitalismo. Mentre affidarsi alla sola concorrenza e al solo libero mercato è, più che cattiva ideologia, illusione. L’economia politica è stata sempre la mia passione. E ho amato anche l’eleganza dei modelli matematici, la perfezione con cui i migliori economisti provano a spiegare la meccanica del gioco economico. Quel che mi dispiace, è che l’eccessiva specializzazione odierna possa portare ad esiti così deprimenti. Forse gioverebbe agli economisti ricordarsi che i problemi sono sistemici, e che bisogna sempre inserire l’economia nella storia, e che magari è meglio non avventurarsi in deduzioni azzardate sulla base di una incerta conoscenza della tecnologia e delle scienze dure. Un po’ più di Fernand Braudel, e un po’ più di Albert Einstein. PS; qui notizie sull’arcivernice del professor Lambicchi. [1] Incidentalmente, anche l’accenno al terribile costo di smaltimento dei pannelli attuali è un altro classico di chi non conosce la materia e deve dimostrare la sua tesi precostituita. Lo smaltimento dei pannelli è un problema del tutto gestibile, anche perché molto può essere riciclato. [2] (a proposito, chissà che ne pensano Alesina&Giavazzi del Marchionne double face statalista in USA e liberista in Italia – per quel che conta, io credo che sia lo stesso Marchionne che giustamente e con successo si adatta a contesti diversi)
1 febbraio 2013
L'Europa fa schifo
L’Europa, quella della Carta dei diritti, quella che dovrebbe comminare sanzioni pesanti ai paesi membri che non rispettano standard minimi di democrazia, libertà d’opinione e non discriminazione, quella che fa tante storie (anche giustamente) per l’ingresso della Turchia, è perfettamente silente nei riguardi di Viktor Orbán e del governo ungherese che sta trasformando quel paese in una dittatura ai limiti del nazismo, dove si nega il diritto di parola e si discriminano ebrei, zingari e etnie diverse dall’ungherese puro. Solo pochi anni fa l’Europa reagì con una certa durezza all’ingresso di Jörg Haider nel governo austriaco, e nemmeno come prim’attore. Ora, pare che gli standard democratici di questo disgraziato continente in declino stiano rapidamente scemando. Ma, già, ormai conta solo la moneta e l’economia, dei diritti e della democrazia non sappiamo che farcene. Anzi, si comincia a leggere che la democrazia sia un intralcio alla crescita…
28 gennaio 2013
Hitler ha fatto anche cose buone

La Germania nazista, nel breve volgere di meno di un decennio, fece crescere l’economia tedesca fino a farne di nuovo una potenza mondiale. Trainata dalla spesa pubblica e da politiche protezioniste, l’industria fece passi da gigante. Nel frattempo, il regime impostò una politica sociale avanzata, costruì case popolari, aiutò famiglie e piccole imprese. In meno tempo di quello che ebbe a disposizione Mussolini per bonificare le paludi pontine, fondare IRI e previdenza sociale e fare tutte le buone cose di cui il nostro omino e tutti i nostalgici italiani non mancano di far menzione, Hitler fece della Germania un paese avanzato e ben più ricco dell’Italia. Però ad Angela Merkel non verrebbe mai in mente di dire che Hitler fece anche cose buone. Anzi, proprio ieri ha detto che la Germania ha una responsabilità perenne per quel che ha fatto. La differenza è tutta lì.
Nazismo
| inviato da corradoinblog il 28/1/2013 alle 13:55 | |
8 gennaio 2013
Come nel 1994
Ho pppauraaaaaa, come direbbe Conte. Tutti continuano a dare per scontato che il PD e i progressisti vincano – almeno alla Camera – queste elezioni. Io vedo però questi fatti. Primo, la sicurezza di non avere avversari credibili a destra ha indotto i centristi a raccogliersi attorno a Monti per fare un terzo polo che diventi indispensabile come ago della bilancia. Esattamente come nel 1994, quando il Partito Popolare andò alle elezioni da solo, senza tenere conto di come funzionasse la legge elettorale di allora. Secondo, la sicurezza di vincere, galvanizzati dall’effetto primarie, ha indotto in PD e la sua coalizione a lasciarsi classificare come “troppo a sinistra”. Del resto in qualche modo, è la sicurezza di vincere che ha fatto rifiutare in toto a un certo pezzo di militanti la proposta innovativa di Renzi. Esattamente come ai tempi della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, e si sa come è finita. Terzo, Berlusconi, che invece capisce sempre benissimo come funziona una legge elettorale (e infatti fu sconfitto solo l’unica volta nella quale per motivi oggettivi non poté fare alleanze “utili”), ha immediatamente raggiunto l’accordo con Grande Sud nel meridione, e con la Lega al Nord (includendo ovviamente anche tutti i piccoli o grandi spezzoni di fascismo che permangono in questo paese). Un accordo, tra l’altro, assai capace di recuperare voti e di sovvertire i sondaggi che, in tutto questo periodo lo davano in caduta libera per il semplice motivo che i suoi elettori non si dichiaravano disposti a votare. Esattamente come nel 1994, con AN al Sud e la Lega al nord. Con l’aggravante che questa volta l’appello al voto “utile” è ancora più chiaro: il voto degli amici dei mafiosi al sud, il voto degli evasori fiscali (che sono tanti) al nord. E il solito voto delle casalinghe di Rete 4 dovunque. Quarto, ci sono ben due nemici a sinistra, Ingroia e Grillo (e pensare che l’alleanza con Vendola doveva servire a non averne…). Voti sprecati al Senato, probabilmente. Ma l’esperienza insegna che l’elettore di sinistra italiano ha una gran passione a spaccare il capello in quattro e a non votare “utile” (mentre quegli altri, gli evasori e i mafiosi, votano sempre “utile”) e, quanti più partiti ci sono, tanto più il voto sarà disperso. Morale: i miei amici illuministi riformisti che si sono imbarcati con Monti contribuiranno, assieme al conservatorismo un po’ arrogante della sinistra del PD e all’eterna teoria dei due forni praticata dal vecchio democristiano Casini, nella migliore delle ipotesi ad ottenere un risultato elettorale complicato e poco chiaro, foriero di probabile nuova instabilità. Nella peggiore, a una improbabile ma ormai non più impossibile ennesima vittoria della destra berlusconiana e leghista. **** Per fortuna in politica nulla è deterministico, e molte cose possono succedere. Il mio accorato appello a tutti i miei compagni del PD è di tornare rapidamente al principio di realtà, smetterla con ridicole polemiche interne (le candidature, il listino e amenità varie) e, come ci stanno insegnando per fortuna Renzi e Bersani, darsi da fare in tutti i modi per scongiurare questo possibile orrendo film. Con i terzisti in buona fede, con Ichino, con i miei amici de iMille di scuola montezemoliana, sono disperato. Ignorando la logica di una legge elettorale allucinante, per arroganza e incapacità di leggere il Paese reale, state rischiando di regalarlo alla destra. Che vi posso dire, speriamo che subiate una sonora sconfitta e ragioniate, finalmente, sul fatto che l’idea del PD come partito di sinistra plurale ed aperta, era l’unica idea possibile per fare vero riformismo in Italia. Da perseguire pur conoscendone gli immensi limiti, come ha fatto e sta facendo Matteo Renzi.
partito democratico
| inviato da corradoinblog il 8/1/2013 alle 14:34 | |
24 dicembre 2012
Politicamente ed umanamente
Ieri sera, avuta la notizia che Pietro Ichino ha deciso di candidarsi nella lista Monti e quindi abbandonare il Partito Democratico, gli ho scritto di getto questa lettera:
Caro professore, questa volta ritengo che lei stia facendo un grave errore politico ed anche un danno alla causa cui sta lavorando di una seria riforma del lavoro. Capisco che non sia facile sopportare il trattamento che ultimamente le ha fatto il PD e capisco che possa sperare (io dico illudersi) che un governo centrista ispirato all'agenda Monti sia in grado di fare quella riforma. Ma la verità è che il suo gesto contribuirà a mettere all'angolo i riformisti del PD, a schiacciarlo ancor più sulle posizioni della FIOM, con la conseguenza che una vittoria del PD sarà una sua sconfitta. Mentre un (improbabile) vittoria dei centristi non sarà una sua vittoria perché Casini, Montezemolo e compagni, rappresentando anche e sopratutto il padronato italiano, si guarderanno bene dal fare tutta la riforma che lei ha ideato perché, come lei ben sa, le sue sono proposte assai di sinistra, per la responsabilità che danno alle imprese e i costi finanziari necessari per lo Stato. Infine, la prego di leggere cosa molto giustamente scrive Ivan Scalfarotto sul suo blog, e, se possibile, di ripensare a una scelta troppo precipitosa. Oggi scopro che Ichino in realtà ha lavorato direttamente alla stesura dell'Agenda Monti, che del resto a una prima lettura ha notevoli assonanze (ma non le essenziali, ahimè) con il programma di Renzi cui pure Ichino aveva lavorato.
Umanamente, capisco il Prof. Ichino. Lo capisco perché durante la campagna delle primarie per il candidato alla presidenza del consiglio del centrosinistra, Ichino forse più dello stesso Renzi è stato sistematicamente e violentemente insultato, trattato come traditore e come uomo di destra. Con una violenza verbale che chi frequenta i social network non fa fatica a riconoscere come diretta filiazione di certi comportamenti orrendi del vecchio comunismo frazionista. Quello che portava ogni gruppuscolo a decidere qual'era l'unica linea consentita e ad espellere da se chiunque osasse differenziarsi anche pochissimo. E del resto anche in queste ore pre-natalizie ho già visto in giro numerosi commenti molto soddisfatti dell'uscita di Ichino, e ancora una volta piuttosto volgari nei suoi riguardi. La sindrome del "pochi ma buoni" che ormai caratterizza una vasta parte dei militanti del PD ha reso davvero difficile la permanenza nel PD di una persona libera come Ichino.
Politicamente, tuttavia, continuo a credere che Pietro Ichino - e tutti quelli che lo seguiranno - stia facendo un grosso errore. Come ha scritto benissimo Ivan Scalfarotto. Anche perché oggettivamente la sua iniziativa mette in grande difficoltà tutti noi che abbiamo sostenuto Renzi e che vorremmo continuare ad avere uno spazio possibile nel Partito Democratico. Perché riteniamo che solo da sinistra - una sinistra moderna e riformatrice, non l'insopportabile demagogica mappazza che ogni tanto emerge - sia possibile salvare l'Europa.
*******
Mi fermo qui che è Natale. La prossima puntata, che sarà un'analisi attenta dell'Agenda Monti, spiegherà perché quell'Agenda, pur avendo moltissimi aspetti molto positivi (e anche piuttosto sorprendentemente "di sinistra", mi sia consentito dire) manca dell'essenziale, sull'Europa, sui diritti, sulla crescita. Un essenziale che in buona parte c'era nel programma di Renzi. E che può essere realizzato solo se a guidare il governo c'è la sinistra e non uno strano centro che imbarca personaggi ambigui come Frattini o Cazzola, per non dir dell'inossidabile Casini.
a presto....
Monti
Ichino
Renzi
| inviato da corradoinblog il 24/12/2012 alle 12:44 | |
30 novembre 2012
Matteo Renzi e l'uguaglianza
Una delle critiche più diffuse a Renzi è quella di non essere attento ai temi dell'uguaglianza. Si dice che a forza di parlare di merito, Renzi dimentichi l'uguaglianza, rendendo evidente che la sua non è una politica di sinistra.Si dice, al contrario, che Bersani assicura, con il suo approccio, un'attenzione all'uguaglianza di cui oggi, all'epoca della crisi e con l'esplodere della diseguaglianza sociale, c'è gran bisogno.Sarà. Ma ho il sospetto che queste siano opinioni non fondate sui fatti. Perché se andiamo a cercare nel "foglio del come" di Renzi, troviamo una bella sfilza di proposte capaci di aumentare, concretamente, il tasso d'uguaglianza in Italia. Tutte le proposte ispirate al principio della discriminazione positiva, come quelle della fiscalità di vantaggio per le donne, vanno nel senso di aumentare l'eguaglianza fra donne e uomini - che è una delle diseguaglianze più forti nel nostro paese. Gli investimenti nella scuola e negli asili vanno nella stessa direzione. La scuola immaginata da Renzi è una scuola del merito ma anche dell'uguaglianza perché, proprio come prevede la costituzione, immagina di aumentare gli strumenti che aiutino i "capaci e meritevoli ma privi di mezzi". Magari facendo pagare qualcosa di più ai capaci e meritevoli dotati di mezzi, per non dire degli incapaci...La politica del lavoro immaginata nel programma di Renzi è una politica fortemente egualitaria, molto più egualitaria delle titubanti proposte di Bersani e del resto del PD. Renzi infatti propone di unificare finalmente il mercato del lavoro, superando l'orribile dualismo che continua a permanere dopo la timida riforma Fornero. Un solo contratto a tempo indeterminato per tutti, divieto assoluto di licenziamento discriminatorio, possibilità di licenziamento per motivi economici ma con compensazione economica crescente in funzione dell'anzianità e, sopratutto, con l'obbligo - economico ed organizzativo - per le imprese di farsi carico di una parte dei costi per il ricollocamento del lavoratore licenziato. E obbligo del lavoratore di prendere sul serio i tentativi di ricollocazione. Superamento della cassa integrazione - strumento utile di fatto per mantenere inutilmente in vita aziende decotte e illudere i lavoratori, lasciandoli per anni in un limbo nel quale perdono professionalità e non hanno di fatto prospettive - e sua sostituzione con un reddito minimo di disoccupazione valido per tutti, e legato ai servizi di ricollocamento. E, ovviamente e senza paura, affidamento di parte di questi servizi anche ad agenzie private, Perché chiunque sia stato in un Ufficio provinciale del lavoro sa benissimo quanto il sistema pubblico dell'impiego sia pura, inutile ed irriformabile burocrazia e, per di più, ipocrita finzione.So benissimo che queste proposte sono considerate, da chi non vuole avere occhi per vedere, la quintessenza della destra, anche se sono esattamente il modello adottato in paesi socialdemocratici, esempio di stato sociale funzionante, come la Danimarca. Nella migliore delle ipotesi le si critica perché "in Italia non si può, non funzionerebbero". Nella peggiore, dato che ci si legge in filigrana la penna di Pietro Ichino, si passa direttamente all'insulto perché ormai Ichino per certi pasdaran è come l'aglio per un vampiro, il maligno per un esorcista. Ma nei fatti, il "foglio del come" di Renzi fornisce delle soluzioni che aumenterebbero l'uguaglianza, migliorando la condizione di vita di moltissimi, e non peggiorando affatto (checché se ne dica) quella di chi oggi ha garanzia spesso ormai più di facciata che davvero esigibili - ed anzi controproducenti. Che servono solo a bloccare chi è fuori.In breve, la proposta di Renzi è di sinistra. Molto di sinistra.
matteo renzi
| inviato da corradoinblog il 30/11/2012 alle 23:41 | |
18 novembre 2012
Matteo Renzi e i comunisti
Devo partire dal personale per provare a fare un discorso politico, altrimenti non riesco a spiegarmi. E' la terza volta che provo a scrivere questo pezzo, e solo partendo dal mio vissuto personale credo di riuscirci. Del resto, come dicevano ai miei tempi le compagne e i compagni che hanno fatto il '68 e poi il '77, "il personale è politico". Ecco, molti di quegli stessi miei compagni di lotte giovanili oggi, punti sul vivo delle loro nostalgie e delle loro convinzioni, si aggrappano a Bersani (o a Vendola) e odiano - letteralmente odiano, non c'è altro termine - Matteo Renzi. La violenza di certi attacchi supera di gran lunga per cattiveria quel tanto di cattiveria insita nello slogan della rottamazione e, del resto, la caratteristica principale dell'odiatore di Renzi non è l'essere contro la rottamazione, ma l'essere profondamente e pregiudizialmente convinto che Renzi sia "di destra", "reazionario", addirittura "il nuovo Berlusconi". Per costoro, a nulla valgono gli argomenti, i contenuti effettivi del programma di Renzi, né le storie personali di chi lo sostiene. Le storie personali, appunto. Io sono nato comunista. A parte l'ambientazione romana, potrei riconoscermi nei personaggi del film "Cosmonauta" e, infatti, un vecchio poster di Gagarin stampato da Vie Nuove fa ancora bella mostra di se nella mia casa di montagna. Io sono nato comunista, perché mio nonno si è iscritto al PCI nel 1921, perché mia madre ha fatto la staffetta partigiana, mio padre è stato dirigente del PCI e poi della CGIL per una vita intera, perché mia madre e mio padre andarono nel 1948 a Novara a fare apostolato comunista in una provincia "bianca". Io sono nato comunista perché, ovviamente, non mi hanno battezzato e son cresciuto con l'esonero da religione quando a essere esonerati, qui a Roma, c'erano solo gli ebrei. Io sono cresciuto comunista, perché a 10 anni facevo lunghissime discussioni con il mio compagno di scuola, litigando sulla supremazia tecnologica e assieme morale dell'URSS rispetto agli USA. Sono cresciuto comunista perché mi leggevano Rodari e Chiodino e "Il Pioniere". E sono cresciuto comunista perché ho preso la mia prima tessera della Federazione Giovanile Comunista Italiana a 15 anni e da allora non ho mai smesso di essere iscritto al partito, fino ad oggi che si chiama PD. E perché al liceo, negli annoi '70, ho fatto politica con l'intensità dell'epoca, e ritengo quegli anni anni meravigliosi e non anni di piombo, anni nei quali sono state poste le basi di un'Italia più moderna e un poco più giusta. Eppure, a differenza di molti che hanno probabilmente una storia simile alla mia e che oggi - appunto - odiano Renzi, io a queste primarie sostengo Matteo Renzi e, più passano i giorni, più mi convinco che la vittoria di Renzi sarebbe un gran bene per la sinistra - e anche e forse sopratutto per noi che siamo stati comunisti. Perché a un certo punto della nostra gloriosa storia qualcosa dovremo pur aver sbagliato, visto dove siamo arrivati: il declino produttivo, la poca speranza, la precarietà, l'odio per la politica da parte della maggioranza dei nostri concittadini, l'immoralità di tanti.... Ora, io un'idea su dove abbiamo sbagliato - dove hanno sbagliato i nostri dirigenti - ce l'avrei, ed è un'idea che mi conferma nella necessità di puntare su qualcuno che lo possa fare davvero, il grande partito maggioritario della sinistra riformista. Il primo grande errore è aver perso, a un certo punto, la capacità di leggere i mutamenti del mondo del lavoro (e, per la verità, anche della vita e delle aspirazioni delle persone), mettendosi sistematicamente in difesa. In difesa dei posti di lavoro tradizionali, mentre se ne creavano (e distruggevano) di nuovi e imprevisti. In difesa di chi era dentro, senza accorgersi che era fuori che c'erano quelli da difendere. In difesa di un'eguaglianza diseguale, immemori del Don Milani che ricordava che l'ingiustizia è fare parti uguali fra diseguali. E infatti l'Italia è un paese con un livello di diseguaglianza altissimo, pur avendo un modello sociale per nulla liberista: il ché spiega perché siamo contemporaneamente ingessati da rigidità e scarsa produttività e nulla crescita e troppe tasse e troppa spesa pubblica inefficiente, eppure privi di uno stato sociale moderno e di quei servizi che tanta tassazione potrebbe garantirci. Insomma, l'errore è stato quello di essere diventati conservatori, finendo per difendere più piccoli privilegi che grandi diritti. Un errore, mi sia consentito di dire, sommamente ideologico, frutto del continuare a guardare la società con occhi manichei - i ricchi e i poveri, le classi sociali statiche e immutabili, il mondo fatto sempre e solo di grandi imprese, come se poi, nella spesso efficace pratica amministrativa delle regioni rosse, non sapessimo che la realtà era sempre più fatta di ex operai ed artigiani fattisi piccoli imprenditori.... Il secondo grande errore è ovvio: i dirigenti del PD hanno finito anche loro per essere percepiti come casta, quasi indistinguibili agli altri. Spesso a torto, a volte a ragione, la gente non si fida più di politici che -letteralmente - non capiscono il livello di non sopportazione cui è giunto un paese sull'orlo di una crisi di nervi. E aver rubacchiato qua e là, aver fatto mille distinguo in certi casi assai tristi (vedi Penati), non ha proprio aiutato.... So bene che non si può imputare alla sinistra tutta la responsabilità del declino degli ultimi vent'anni, che le colpe maggiori sono a destra, nel berlusconismo e in una classe imprenditoriale per lo meno poco coraggiosa. E che la crisi mondiale dal 2007 in poi è qualcosa ben al di la della possibilità di azione e reazione della sinistra italiana. Eppure, resta una responsabilità storica che tutto l'inamovibile gruppo dirigente della sinistra di questi anni dovrebbe assumere su di se. La responsabilità di essersi adagiati sul conservatorismo di una politica perennemente "in difesa", mai proiettata verso il futuro. Perfino quando D'Alema era diventato seguace di Blair e della Terza via, alla fine si trattava più di parole che di fatti - o, al più, i fatti si riducevano all'endorsement ai "capitani coraggiosi" di Telecom, non a riorganizzazione della società, del welfare e del lavoro. E forse, non sarebbe male chiedersi per quale motivo oggi i dalemiani si sono scoperti improvvisamente gran critici di Blair. Magari perché Renzi lo cita? Dunque, di fronte a questo fallimento, è difficile non pensare che affidarsi ancora all'usato sicuro del pur degnissimo Bersani sia una cosa utile e vincente per la sinistra e per il paese. Si potrebbe però dire che l'alternativa è peggio, perché - come racconta la vulgata dei militanti anti Renzi che pullula in rete - è in realtà una destra camuffata. Peccato che non sia vero, perché il disegno politico e programmatico di Renzi, come è leggibile in modo sempre più chiaro dai suoi discorsi e da quanto scritto nei documenti programmatici, è proprio indirizzato a recuperare - da sinistra riformista - quell'uguaglianza delle opportunità e quel riequilibrio sociale che tanto servirebbe anche per ridar fiato alla famosa crescita: gli asili nido e le politiche di aiuto al lavoro delle donne; la riforma del lavoro basata sul contratto unico di Ichino; le politiche urbane dei volumi zero, della densificazione e del riuso; il riorientamento delle politiche energetiche e degli incentivi alle rinnovabili al fine di finanziare il miglioramento ecologico delle città e del costruito; l'idea che l'investimento in infrastrutture debba essere sopratutto nella manutenzione delle scuole, nel miglioramento del territorio, nel trasporto locale e molto meno in faraoniche grandi opere che non arrivano mai in porto; l'enfasi sulla cultura e l'arte come volano di crescita, che passa anche per il superamento di certe paure verso la valorizzazione economica e turistica del patrimonio che, nei fatti, a forza di vincoli illusori non è stato affatto protetto ma, piuttosto, solo deteriorato; il disegno di una fiscalità più orientata ad aiutare la creazione di lavoro e di impresa. Nel complesso, la volontà di realizzare tanti piccoli shock positivi che sblocchino un paese ingessato. Sul secondo grande errore - l'identificazione con la casta - la faccenda è chiara e banale: Renzi è nei fatti l'unico politico del centro sinistra percepito chiaramente come "faccia nuova", diverso dai soliti politici. E per questo solo motivo ha una possibilità di convincere, di far tornare alla politica (o almeno a una fiducia condizionata) moltissime persone. Sia chiaro, da vecchio politico, da nato comunista come sono, questo retrogusto di nuovismo e di antipolitica che Renzi coltiva ad arte mi da molto fastidio, direi che mi fa soffrire per quanto di inevitabilmente ingiusto c'è nel far di tutta l'erba un fascio. Perché so benissimo che gran parte dei militanti che oggi stanno odiando intensamente Renzi sono persone oneste, in buona fede e di gran passione politica e civile. Ma la mia impressione è che questa rottura sia inevitabile al punto in cui siamo. La sfiducia nella politica e nei partiti, come sappiamo bene, rischia di travolgere tutto. L'immemore popolo italiano è già pronto a passare dal caudillo Berlusconi al duo Grillo-Casaleggio, e Renzi è forse ormai l'unico argine realistico contro questa deriva. Arrivo a dire che Bersani, Vendola, D'Alema e tutto il vecchio gruppo dirigente dovrebbero fare un monumento a Renzi che, strappando a forza le primarie e rendendo contendibile la leadership del centro sinistra, ha ridato fiato e anima al PD, lo ha rimesso al centro della scena. Bersani, su questo, ha visto giusto accettando la sfida anche contro le chiusure dei maggiorenti suoi sostenitori e, se alla fine vincerà, non vincerà sulle macerie di un partito piccolo piccolo e invecchiato, ma su un PD almeno in parte rivitalizzato e competitivo, proprio grazie a Renzi. ****** In un dibatto nella redazione de iMille, ci si chiedeva se, arrivati al livello di contumelie ed attacchi personali cui si sta giungendo durante la campagna per le primarie, chi la pensa come Renzi e chi la pensa come Bersani possa continuare a stare nello stesso partito. Insomma, il PD ha un futuro unitario? Io, da nato comunista, faccio fatica a sopportare che mi si accusi di tradimento, mi ferisce personalmente la cattiveria gratuita di quelli che su Facebook arrivano ad accusarmi di tingermi i capelli, per sembrare giovane. Ci leggo l'eterna tendenza al frazionismo della sinistra italiana, che si spacca in quattro, poi in dieci, perché ciascuno vuole riconoscersi esattamente in un convento dove tutti la pensino rigorosamente nello stesso modo. Ma mi ostino a pensare che l'intuizione di Veltroni del Partito Democratico come partito aperto e inclusivo, che sopporta e integra opinioni anche molto diverse entro un quadro di valori generali comuni, sia ancora possibile. La vittoria di Renzi alle primarie sancirebbe - io credo - definitivamente questa evoluzione, perché sono convinto che il PD non si spaccherebbe affatto (al netto di qualche piccolo caso personale). Perché, come nei grandi partiti europei che D'Alema e Bersani amano tanto citare, possiamo e dobbiamo imparare l'arte della convivenza fra "destra" e sinistra interna o, ancor meglio, smetterla di pensare che ciascuno di noi è sempre tutto intero di "destra" o di "sinistra" (io, per dire, sarei classificato di "destra" nelle politiche del lavoro o sulla scuola, e di "sinistra" in quelle macroeconomiche e ambientali - come la mettiamo?)
10 ottobre 2012
Perché sostengo Matteo Renzi
Insomma, è arrivato il momento di rispondere estesamente a chi mi chiede per quale motivo io sostenga Matteo Renzi alle primarie. Paolo Calisse su FB insiste a dire che, al di là di generici motivi come "il nuovo" o la simpatia, non si vede come si possa sostenere Renzi visto che non ha un programma. Su che basi, dice, si può scegliere fra Renzi, Bersani e Vendola? Dice, almeno Vendola un programma ce l'ha, anche se ben poco leggibile. Paolo ha linkato il programma di Obama, e dice che dovremmo imparare da lui. Altri miei amici e compagni contestano in radice la scelta, quasi sempre sulla base dell'argomentazione che Renzi è un cavallo di troia della destra, o comunque uno che "spaccherà il partito". ***** Provo a rispondere a tutti, cominciando da Paolo che, almeno su un punto, ha sicuramente ragione: Obama e il suo staff sono più bravi di Renzi (e di Bersani, e di Vendola….) a presentare il programma. Peraltro, Renzi (e Bersani, e Vendola) ha a disposizione credo un millesimo dei soldi di cui dispone Obama per la sua campagna e questo, forse, comporta qualche difficoltà in più. Ma non è questo il punto. Il punto è che non riesco proprio a capire perché Paolo (e con lui moltissimi altri, poiché questa della mancanza del programma è una delle critiche più ricorrenti) continui a sostenere che Renzi non ha un programma. Da quel che capisco, l'argomentazione si basa sulle frasi iniziali e finali del programma pubblicato sul sito: all'inizio, si dice "questo non è un programma", e alla fine si dice che le proposte presentate nel sito sono aperte al contributo di tutti e il programma definitivo sarà presentato 15 giorni prima delle primarie. Ora, visto che "in mezzo" fra la prima frase e le frasi finali ci sono 12 proposte piuttosto dettagliate e sostanziose, e che proprio in basso sulla prima pagina c'è un rilevatore (e perfino ingenuo) "scarica il programma in pdf", è palese che la frase iniziale è lì per marcare la differenza con gli indigeribili programmi à la Vendola, e non per sostenere che non si propongano idee e soluzioni. E la frase finale è un omaggio - magari un po' demagogico - all'ansia di partecipazione dal basso che caratterizza i nostri tempi. Ma, appunto, veniamo a cosa c'è in mezzo, le 12 proposte. Onestamente, molte di queste proposte sono assai circostanziate, dotate perfino di numeri e di simulazioni e indicazioni di fattibilità e di modalità di finanziamento. Cose spesso più precise e meno vaghe di quelle, ad esempio, proposte dalle elaborazioni ufficiali del PD (quelle presentate nelle 3 assemblee programmatiche di circa un anno fa). Ad esempio, le proposte 04 e 03 quantificano gli interventi rispettivamente su asili e su redistribuzione del carico fiscale e degli incentivi. E si potrebbe continuare con altri esempi... E tuttavia, non è l'esame della singola proposta o il suo dettaglio fino alla realizzabilità "legislativa" che è importante in un programma. Paolo dice che la discussione su Obama si basava sulle sue priorità programmatiche ed è da quelle priorità che si deduceva che Obama è anche "nuovo", mentre nel nostro caso italiano si presume che Renzi sia "nuovo" a priori, a prescindere. Ecco, io contesto proprio questa affermazione. Certamente, i giornali e la deprimente semplificazione comunicativa - in un primo tempo, per l'evidente motivo di conquistare visibilità mediatica, solleticata e usata dallo stesso Renzi - hanno parlato per molto tempo solo della famosa rottamazione. Però, la lettura del programma, e l'ascolto dei discorsi di Renzi e, in parte, anche l'esame della sua pratica di governo a Firenze, forniscono un quadro ben più convincente. Il quadro, per l'appunto, che mi porta a dire che Renzi è "nuovo" perché ha priorità nuove e contemporanee, e le esprime molto chiaramente e in modo quasi sempre convincente. Sgombrato il campo dall'osservazione ovvia che, al punto in cui siamo di degrado della politica, anche la necessità di rottamare buona parte della classe dirigente attuale è un dato di fatto, e Renzi è quello che garantisce di più il raggiungimento di questo obiettivo, vediamo le priorità chiave delle idee di Renzi. Futuro, ossia politiche per i bambini, le donne, i giovani molto ben piantate nel reale: asili nido e politiche per l'infanzia e le donne (fiscalità di vantaggio), politiche del lavoro che combattano in radice l'attuale dualismo fra garantiti e precari (le proposte di Ichino assunte pienamente da Renzi sono fra le cose migliori del suo programma). Guardate che non è una cosa da poco, è proprio la chiave per capire la differenza dell’approccio di un politico finalmente contemporaneo, rispetto a quelli che, con grande onestà ma poca fantasia, continuano a ragionare in termini di categorie da rappresentare, dove per ogni categoria sociale o produttiva ci vuole la politica di settore, in modo da non scontentare nessuno (e non cambiare nulla, temo). Ecco, una caratteristica dei completissimi programmi di Bersani o di Vendola è proprio questa: una specie di “ma anche” veltroniano applicato a ciascun gruppo di interesse, cosicché deve esserci la politica per i pensionati, quella per i commercianti, quella per i piccoli imprenditori, quella per gli operai. Ciascuna diversa, e magari in contraddizione. Renzi invece chiarisce le proprie priorità. Dice prima le donne e i bambini, perché ritiene che è in questo modo che anche gli altri si possono salvare. Immagina un Paese proiettato nel futuro e non chiuso ad arrovellarsi nel passato. E sapendo che, proprio perché il futuro non sarà facile e l’Italia e l’Europa non saranno più il centro del mondo, occorre saper scegliere cosa fare prima. Efficienza prima di tagli: nei suoi discorsi, Renzi ricorda sempre che la spesa pubblica italiana (e così la spesa per gli stipendi pubblici), in rapporto al PIL - tolte le pensioni - è più bassa di quella di altri Paesi più virtuosi, come la Francia o l’Olanda. Su questa base, individua correttamente il problema che non è quello di tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici, o di tagliare i dipendenti pubblici, ma quello di riorganizzare tutta la macchina della pubblica amministrazione e far lavorare i dipendenti pubblici per produrre finalmente servizi degni di questo nome. E’ sulla base di questo ragionamento, decisamente di sinistra in quanto assume come fondamentale il ruolo del pubblico, che sono poi articolate proposte di dettaglio per l’efficienza, il merito, la responsabilità dei dirigenti e, giustamente, anche la possibilità di licenziare e sfoltire dove non si produce. Il modello italiano, con l’idea di puntare sui suoi asset di lunga durata, la qualità dei prodotti di eccellenza, la bellezza, il tessuto inventivo delle piccole e medie imprese. E soprattutto, con l’idea che per puntare su questi asset sia necessario farla finita con la mistica delle grandi opere, le solite autostrade – che costano tanto, hanno un moltiplicatore della domanda ridicolo, e peggiorano lo stato degli asset che davvero contano - e invece spendere per la manutenzione e le piccole opere (le scuole, il territorio, il trasporto locale, …..). L’Europa. Su un’Europa democratica e federale noi a sinistra siamo d’accordo tutti e, certo, su questo aspetto non ci sono grandi differenze – non ci possono essere – fra quel che dice Bersani e quel che dice Renzi. Del resto, sono nello stesso partito… Però mi piace notare che anche in questo caso, la proposta di Matteo Renzi mette al centro le due idee dell’incremento dello scambio fra studenti e del servizio civile europeo. Due idee per “fare” gli europei di cui, mi sembra, c’è un gran bisogno. ***** Veniamo alle altre questioni, quelle politiche politicanti. Renzi spacca il partito, si dice. Sommessamente, a me sembra più che altro che siano molti miei compagni a non accettare Renzi con una virulenza e quasi un odio degno di miglior causa. Un quadro del Partito Democratico, militante di quel partito dalla sua fondazione, eletto prima presidente di Provincia e poi al comune di Firenze, che governa il comune con un monocolore PD, è considerato un corpo estraneo da molti militanti del PD. C’è qualcosa che non va, mi sembra. Qui, indubbiamente, Renzi ha un problema, perché la rottamazione dei dirigenti che hanno perso è stata interpretata da molti come rottamazione dell’intero partito. E, tuttavia, come ho già scritto, trovo che il livello di astio profuso contro Renzi sia anche il segnale di una profonda frattura fra la percezione della realtà di molti militanti e la situazione concreta del Paese. Per spiegarmi, premetto una cosa, necessaria. Io non mi fido del tutto di Renzi, ho alcune riserve sul suo modo di essere e di fare, lo trovo sicuramente egocentrico e probabilmente accentratore. Penso perfino che parte delle idee che propugna siano scelte con cura al fine di costruire il consenso, non siano insomma cose che lui pensa davvero fino in fondo. Credo però che la sincerità delle sue intenzioni prevalga sul calcolo, e il coraggio politico che sta avendo abbia un grande valore nel momento presente. E penso che anche gli altri competitori non siano esenti da bei difetti – Vendola è affetto dal medesimo egocentrismo, Bersani tentenna fra voglia di liberarsi dei maggiorenti del partito e necessità di tenerseli cari e, soprattutto, resta ambiguo fra Fassina e Letta (polemica ridicola, peraltro, ma è un’altra storia). Insomma, non è che il mio sostegno a Renzi sia incondizionato. Non l’ho sposato, e se non farà bene, gliene chiederemo conto. Però, sono quasi certo che se il PD presenta Bersani candidato presidente del consiglio o – sorte non voglia – se le primarie le vincesse Vendola, ci ritroveremo con un PD piccolo piccolo e, nella migliore delle ipotesi, un governo Monti sostenuto da PD e UDC. Nella peggiore, un governo Monti con la grande coalizione o, peggio, con UDC e PDL (o quel che sarà). Se il candidato fosse Renzi, invece, ci ritroveremo con un grande PD – e per nulla spaccato – e un governo di centro sinistra guidato da un giovane ed inesperto leader che – io credo – saprà farsi aiutare anche da qualche sperimentato politico della vecchia guardia. E sono convinto che i miei compagni sinceramente bersaniani e odiatori di Renzi non si rendono conto di ciò perché davvero – a forza di parlare tra loro – non si sono accorti che non c’è più tempo, se il PD si presenta nel solito modo non potrà che affondare con tutta la “vecchia” politica. La misura è colma, nessuno più fa distinzione alcuna fra politici di destra e sinistra, onesti o mascalzoni, e Renzi è forse l’unico che ha ancora qualche credibilità “là fuori”, fuori dal nostro circo di insider della politica. Certo, può anche essere che se continuerà il tiro al piccione Renzi, fatto di illazioni e attacchi feroci a ogni sua mossa, finiremo per bruciare anche lui. E allora, peggio per noi e meglio per Grillo e Storace.
30 settembre 2012
Alla fine, anche i migliori sbagliano
Oggi Scalfari mi ha fatto davvero arrabbiare. Tanto che ho scritto di getto questa lettera alla Repubblica (e vediamo se me la pubblicano, seeee...):
Avendo avuto sempre grande stima di Eugenio Scalfari tanto come giornalista quanto come pensatore, e avendolo sempre ritenuto persona seria e professionalmente onesta, mi rincresce davvero dover constatare che questa volta, probabilmente accecato dal pregiudizio - che è il contrario del buon giornalismo - si lascia andare a una tirata di accuse contro Matteo Renzi basate in parte sul nulla e, in parte, sul semplice falso. Il nulla: la solita accusa di berlusconismo, il solito richiamo a Giorgio Gori. Una cosa che equivale alle vecchie accuse di inciucio a D'Alema. Se son vere le accuse a Renzi, son vere anche quelle a D'Alema. Eppure, nessuno mette in dubbio che D'Alema sia parte della sinistra e del PD. I falsi: 1) il programma che enuncia i temi senza svolgerli. E' sufficiente, mi sembra, andare sul sito della campagna di Renzi per avere la dimostrazione del contrario. 2) Renzi sarebbe di centrodestra. Mi permetto di citare un piccolo riassunto trovato in rete: - Ripensare la legge Fini-Giovanardi sui tossicodipendenti, introducendo forme dedepenalizzazione.
- Chi nasce e cresce in Italia e` italiano.
- La detenzione in carcere dev’essere limitata ai reati piu` gravi. Saranno incrementate le pene pecuniarie, le sanzioni interdittive, la detenzione domiciliare e gli strumenti risarcitori, riparatori e conciliativi come istituti estintivi.
- Bisogna invertire la tendenza a ridurre l’investimento pubblico in cultura. L’obiettivo tendenziale di medio periodo dovrebbe essere quello di arrivare all’1% del PIL.
- Creazione di un istituto che riconosca giuridicamente il legame d’amore ed il progetto di vita delle coppie dello stesso sesso garantendo da questo impegno pubblico diritti e doveri assimilabili a quelli discendenti da matrimonio: di cittadinanza, di assistenza, di successione e di equiparazione a livello fiscale e pensionistico.
- Sperimentazione, in tutte le imprese disponibili, per i nuovi insediamenti e/o le nuove assunzioni, di un regime ispirato al modello scandinavo: tutti assunti a tempo indeterminato (tranne i casi classici di contratto a termine), a tutti una protezione forte dei diritti fondamentali e in particolare contro le discriminazioni, nessuno inamovibile; a chi perde il posto per motivi economici od organizzativi un robusto sostegno del reddito e servizi di outplacement per la ricollocazione
- Dare al 40% dei bambini sotto i tre anni un posto in un asilo pubblico entro il 2018.
Questo sarebbe un programma di destra? 3) Renzi che dice che destra e sinistra non esistono. Mi spiace, ma non l'ha mai detto, e nei suoi comizi parla sempre della nostra parte, la sinistra. Che poi speri di allargare il campo e far votare per noi anche i delusi del centrodestra, mi sembra perfino banale.
La cosa davvero bizzarra è che l'innovazione possibile rappresentata da Renzi, nel deserto di una politica vecchia e bollita, è l'unica garanzia che potrebbe assicurarci la vittoria della sinistra e, assieme, una seria continuazione dell'"agenda Monti" che, giustamente, sta tanto a cuore proprio a Scalfari. In caso contrario, rischiamo di trovarci con un Monti bis interpretato dalla destra (Montezemolo, Casini e il PDL di complemento), con il PD ridotto a briciole e all'opposizione. O Scalfari pensa che un governo di grande coalizione di 5 anni reggerebbe con Fassina, Damiano e Gasparri nella stessa compagine?
PS: Renzi non mi è molto simpatico, trovo che alcune sue posizioni siano opportuniste, e altre siano discutibili. Ma al punto in cui siamo, Renzi - sia per sue doti politiche, sia per una serie di fattori contingenti - è l'unico veicolo possibile per portarci fuori dal pantano del discredito della politica e dei partiti. Senza finire nel gorgo di Grillo, o nel ritorno di un qualche uomo della provvidenza a destra.
Scalfari
Renzi
Falsi
| inviato da corradoinblog il 30/9/2012 alle 15:6 | |
25 settembre 2012
L'astio e l'occasione
Gli asili nido sono una delle chiavi del futuro, un dovere per un Paese che voglia costruirsi un futuro più giusto e aperto alla vita attiva delle donne. La spesa per infrastrutture pesanti - strade, autostrade, aeroporti - in Italia è più alta che in altri Paesi sviluppati, in rapporto al PIL. Perché è spesa sprecata, perché un chilometro di autostrada italiana costa il doppio di un chilometro di autostrada francese, e un chilometro di ferrovia italiana il triplo di una francese. Non serve aumentare la spesa in infrastrutture faraoniche. Molto meglio la piccola manutenzione, rifare le scuole, gli asili, i musei, mettere a posto il territorio. E selezionare poche grandi opere indispensabili davvero. I dipendenti pubblici italiani costano un po' di meno (in rapporto al PIL) di quelli francesi o inglesi. Anche qui, la retorica del taglio alla spesa pubblica tagliando "gli statali", è mal fondata. Il problema è farli lavorare, questi statali. Premiarli quando fanno. Sburocratizzare e se necessario licenziare, finalmente, i lavativi. Per la felicità dei lavoratori pubblici seri, che ci sono e non sono pochissimi.
Queste sono alcune delle idee chiave che Matteo Renzi diffonde nei suoi discorsi durante la campagna per le primarie e che, del resto, si possono agevolmente trovare sul suo sito. Sfido chiunque a dire che sono idee di destra o berlusconiane. Berlusconi che parla di asili nido? Sapendo di che si tratta? Che mette in dubbio le grandi opere?
Eppure, l'astio diffuso in questi giorni verso Renzi da parte di un buon pezzo di dirigenti e militanti del PD è tutto costruito attorno a questa accusa: è di destra, è un nuovo Berlusconi.
Ora, che le primarie siano e possano essere una battaglia dura, che non ci si facciano particolari cortesie, va benissimo e, del resto anche Renzi non risparmia le parole dure verso i suoi competitori. Però ho sentito e letto cose davvero pesanti, e pesanti in modo apparentemente immotivato. O meglio, motivato solo dalla terribile paura che, questa volta, i nostri eroi dell'establishment democrat potrebbero perdere le primarie. Infatti ho il sospetto che nelle altre occasioni - da Scalfarotto alle primarie di Prodi, a Marino alle primarie di Bersani, fino alle recenti primarie laziali segnate dalla cocente sconfitta di Bachelet, la "maggioranza" fosse talmente tranquilla del risultato da ritenere l'esistenza della minoranza poco più che un piccolo fastidio. Cui si può reagire con un certo aplomb. Questa volta, dalle dichiarazioni irresponsabili di D'Alema (se vince Renzi il PD non regge), a quelle stizzite di Bindi, fino ai veri e propri insulti in rete, primo fra tutti l'accusa ripetuta e insistita di intelligenza col nemico e di posizioni berlusconiane, è un vero e proprio fuoco di sbarramento che, mi sembra segnali un gran paura.
Eppure, basta pensarci un attimo, con un poco di capacità di ascoltare in giro, di sentire cosa pensano e sentono le persone che non si occupano di politica come noi malati, per capire che Renzi rappresenta ormai una forse irripetibile occasione proprio per il PD. Probabilmente, l'ultima occasione per tornare a quella "vocazione maggioritaria" che ne fece, per un breve momento, una grande speranza. Pensateci, facendo un banale esercizio di scenario. Primo scenario: Bersani vince le primarie, inevitabilmente con una maggioranza non grandissima. L'effetto trascinamento è minimo, perché tutti saranno lì a dire che comunque non ha vinto benissimo. Inoltre, è inevitabile che l'usato sicuro non scaldi molto i cuori, se non dei già convinti. Insomma, la vocazione minoritaria di cui scrissi a suo tempo sarà ancora all'opera. Risultato: nella migliore delle ipotesi, il PD vince male le elezioni ed è costretto ad alleanze più o meno complicate e fragili. Auguri a Bersani, e al duro lavoro che lo aspetta. Secondo scenario: vince Renzi, magari anche con una maggioranza risicata. L'effetto trascinamento è immenso, perché è Davide contro Golia, mediaticamente è la gran novità. E' quello che spariglia le carte, che assicura il cambiamento. Scalda i cuori, recupera a destra e a manca, e porta - in una situazione in cui l'altro schieramento è comunque allo sbando e Grillo è meno "nuovo" di Renzi stesso - il PD ad un grandissimo risultato elettorale (Cosa che non può riuscire a Bersani che sconterebbe in pieno sia Grillo che l'astensione). Un risultato elettorale così grande, secondo me, da trovarsi nella condizione di contrattare il governo e le scelte successive da una posizione di assoluta forza.
Pensateci, cari astiosi è miopi compagni del mio partito. Con l'usato sicuro di Bersani, peraltro ottima persona, saremo nella migliore delle ipotesi nella solita famosa palude italiana. Con Renzi, con tutti i suoi difetti e il suo egocentrismo, abbiamo l'occasione di avere un PD davvero grande, e di cambiare finalmente questo Paese. Ci sono momenti nei quali è più importante capire la situazione, puntare all'essenziale, invece di cercare in tutti il pelo nell'uovo. Ivan l'ha scritto benissimo, e io mi associo.
3 settembre 2012
Incomunicabilità ideologiche
In fondo, è da anni che continuo a cozzare contro quella che sta diventando una sostanziale incomunicabilità a sinistra. Sono anni che tento di trovare il punto di equilibrio – che secondo me esiste, che mi sforzo ogni volta di spiegare – fra una decisa politica liberale (e anche, in molti casi, decisamente liberista) in Italia, e un’altrettanto decisa scelta politica per il mantenimento di alcuni fondamentali beni pubblici e la lotta alla diseguaglianza e per la redistribuzione del reddito. In fondo, è da anni che provo a dar conto del fatto che le “politiche neoliberiste” a livello mondiale, quelle che hanno concentrato il reddito in modo eccessivo e soprattutto hanno decuplicato senza freni la ricchezza finanziaria, sono strettamente correlate ad altrettanto sciagurate politiche di crescita “insostenibile” dal lato dell’ambiente. Ed è da altrettanti anni che mi scontro con chi semplifica questa constatazione appiattendola sull’idea – falsa – che la soluzione sia che tutto deve restare o tornare pubblico, mentre qualsiasi cosa, qualsiasi settore dell'economia viene classificato come “bene comune”. Da gestire, ovviamente, in modo rigorosamente statalistico. Ed è pure da anni che mi è chiaro che – a meno di perseguire ancora l’utopia comunista – l’attuale assetto dei mercati in Italia, incluso quello del lavoro, è la negazione non solo dei principi liberisti (il ché chiude la questione circa i danni che il liberismo ha fatto nello specifico in Italia), ma anche del semplice buon senso. Insomma, se non fosse che dubito legga questo blog o i miei pezzi su iMille, oserei dire che Pippo Civati mi ha copiato di sana pianta quando a scritto della doppia mossa. Proprio per questo, un post come quello di Marattin su iMille mi fa molto, molto arrabbiare. Perché propone un’argomentazione polemica fatta appositamente per dividere, senza possibilità di dialogo e comprensione, tagliando polemicamente il mondo con l’accetta e per questa via esponendosi alla facilissima polemica degli altri – quelli abituati a tagliare il mondo con l’accetta dall’altro lato. E mi fa arrabbiare proprio perché è intelligente e sa quel che dice, e avrebbe molte ragioni ma, per puro spirito polemico, finisce per spararle grosse. Il problema è che, per vincere la battaglia del liberismo di sinistra in Italia c’è bisogno di dialogo e unione, di capirsi e ragionare. Che non significa cercare un’impossibile melassa in cui tutti concordano, ma significa selezionare le battaglie giuste, nelle quali essere anche duri e convinti contro chi la pensa diversamente, ma ascoltare anche l’altro punto di vista perché, in molti casi, è l’altro ad avere la vista lunga, e il liberismo ad avere la vista corta. Analizziamo, a titolo di esempio, il brano chiave del post di Marattin: possiamo accettare di definire “neoliberismo” come un’impostazione politico-economica che predica la riduzione della spesa pubblica, del debito e delle tasse; l’apertura al mercato e alla concorrenza di tutti i settori economici, compresi i servizi pubblici locali. Una marcata deregolamentazione del sistema bancario, una riduzione del perimetro e delle tutele della pubblica amministrazione, il deciso abbattimento del numero di leggi, atti amministrativi, regolamenti. Un mercato del lavoro di tipo anglosassone, in cui all’universalità del sistema di ammortizzatori sociali si accompagni la pressoché completa libertà di risoluzione del rapporto di lavoro. Un sistema formativo tendenzialmente a carattere privatistico (quando non espressamente privato). Un’economia in cui sia possibile in una settimana (come in Inghilterra e negli USA) aprire una nuova attività produttiva.
Se è indubbio che l’Italia non è un paese neoliberista alla luce di queste definizioni, quel che è dubbio è che sia auspicabile che lo diventi seguendo integralmente quel modello. Meglio sarebbe scegliere "fior da fiore", per costruire un modello di liberismo temperato (liberalsocialismo?), che è ciò di cui avrebbe bisogno l'Italia. Vediamo passo passo: - Riduzione della spesa pubblica, del debito e delle tasse. Visto il livello attuale in Italia, è un obiettivo di medio periodo giustissimo, che nessuno può discutere (soprattutto il debito). Che debba essere perseguito senza se e senza ma nel breve periodo, con la crisi mondiale che morde, è un poco più dubbio. Magari, come ci spiega sempre Gustavo Piga, gli eccessi della stupida austerità andranno evitati.
- L’apertura al mercato e alla concorrenza di tutti i settori economici, compresi i servizi pubblici locali. In linea di massima è necessario, ma in realtà si tratta di decidere come e quanto. Il mercato non è la panacea, forse in certi casi (ad esempio l’acqua per la quale il risultato del referendum tanto disturba Marattin), sarebbe bene trovare meccanismi un po’ diversi, possibilmente innovativi rispetto alla solita dicotomia stato/mercato (ne scrivevo proprio su iMille).
- Una marcata deregolamentazione del sistema bancario: lo so, lo so che Marattin ce l’ha col pastrocchio delle Fondazioni bancarie e su questo lo seguo. Ma vivaddio, dopo le vicende di Lemhan Brothers e quelle di Barclays e dei trucchi sul libor, dopo le polemiche sui bonus dei banchieri, parlare di deregolamentazione del sistema bancario è davvero quasi una bestemmia. Direi proprio che da quel lato qualcosa sia andato storto, e non poco. E che serva non deregolamentazione, ma nuova regolazione. Sulle banche, consiglierei l’approccio suggerito fra le righe del recente libro di un altro millino di scuola “liberista” come Marco Simoni, che giustamente loda le virtù potenziali di un sistema bancario radicato sul territorio e coordinato con le esigenze delle imprese.
- Una riduzione del perimetro e delle tutele della pubblica amministrazione: sicuramente si, visto l'aspetto fra il kafkiano e il brezneviano della nostra amministrazione. Anche se le tutele sono importanti e, più che di riduzione, forse sarebbe meglio parlare di sostituzione, revisione, cambiamento e ridiscussione dei sistemi di tutela.
- Il deciso abbattimento del numero di leggi, atti amministrativi, regolamenti. Questa è cosa evidente e, direi, non dovrebbe servire essere liberisti per concordare. E tuttavia, concordo profondamente che l'approccio liberista aiuta ad avere il coraggio necessario per farla su serio, questa benedetta semplificazione. L'ho vista troppo stesso, la nostra burocrazia di sinistra e statalista, trovare un motivo più o meno capzioso per dimostrare l'impossibilità di questa o quella semplificazione. Li ho visti troppo stesso i nostri burocrati fare melina contro qualsiasi timida innovazione, per non sapere che su questo terreno occorrerà, finalmente, non andare troppo per il sottile.
- Un mercato del lavoro di tipo anglosassone, in cui all’universalità del sistema di ammortizzatori sociali si accompagni la pressoché completa libertà di risoluzione del rapporto di lavoro. Non capisco bene. Non mi risulta che il mercato del lavoro di tipo anglosassone corrisponda ad una situazione dove la libertà di licenziare è bilanciata da un sistema di ammortizzatori universali. Non mi risulta che gli USA le cose vadano così, anche se in parte è vero per il Regno Unito. Ma se il senso è riferirsi, più che agli anglosassoni, ai sistemi nordici, condivido e concordo pienamente. Peraltro, un simile sistema - le note proposte Ichino - è tutto meno che neoliberista ed anzi è il massimo dell'elaborazione teorica e pratica della socialdemocrazia!
- Un sistema formativo tendenzialmente a carattere privatistico (quando non espressamente privato). La scuola confessionale di Comunione liberazione e le madrasse per gli immigrati? La scuola per i ricchi e quella per i poveri? Questa è davvero una baggianata, certamente neoliberista ma altrettanto certamente deleteria. L'istruzione bene pubblico dovrebbe essere un architrave di qualsiasi approccio liberista di sinistra, perché è liberista un sistema che garantisce veramente uguaglianza di opportunità di partenza, e tale uguaglianza è quasi tutta nelle mani del sistema di istruzione. Che poi il sistema pubblico dell'istruzione possa includere anche iniziative private, e che poi le scuole pubbliche dovrebbero essere ben più autonome e libere di organizzarsi di quanto non siano adesso nel reticolo della solita elefantiasi burocratica nostrana, è ben altro discorso. Ma la scuola pubblica è un fatto assodato anche nei paesi d'Europa che funzionano meglio (e sulla sanità non mi soffermo perché il commento di Sandal al post di Marattin è più che sufficiente).
**** Concludo. Il post ha generato una piccola sequenza di commenti adirati e fuori tono (salvo il pur adirato, ma in tono, commento già citato di Massimo Sandal). Commenti che puntualmente "la buttano in politica", difendendo o attaccando Renzi e accusando, semplicemente, il PD - o almeno Renzi e Marattin - di essere di destra (somma bestemmia per chi lancia quest'accusa, ovviamente). E' logico e inevitabile che sia così, perché sospetto che sia stato scritto in parte proprio a questo fine. Però io le elezioni vorrei vincerle e - dirò di più - gradirei molto che a vincerle fosse Renzi dopo aver vinto le primarie. E vorrei chiedere ai commentatori che accusano Marattin di essere di destra: rileggetevi la mia chiosa alla sua definizione di liberismo. Concorderete che molti punto sono condivisibili e, schiettamente, di sinistra. Altri sono baggianate, messe li - sospetto - per polemica. Non sarebbe meglio provare, come ho fatto io, a entrare nel merito? E capire che è venuto il tempo di una doppia mossa, di un'Italia che si libera della gabbia del breznevismo corporativo, in un'Europa che ricostruisce una solidarietà e uno stato sociale di base che garantisca i beni pubblici essenziali?.
| inviato da corradoinblog il 3/9/2012 alle 22:21 | |
20 luglio 2012
La faccio semplice
Sicuramente la faccio troppo semplice. Però mi sembra che ormai ci siano due soli modi di interpretare questa deprimente telenovela dello spread:- O i governanti europei sono dei totali incapaci, e la Merkel e i "virtuosi" nordici sono davvero convinti che bisogna far pagare ai PIIGS i loro peccati morali di spendaccioni e, quindi, ben venga lo spread se costringe alla penitenza finanziaria, fino alla distruzione di intere economie, mentre Hollande, Monti e Rajoy continuano a incassare pesci in faccia;
- Oppure sono complici degli speculatori che stanno facendo i loro bei soldi con questa agitazione sui mercati.
Perché ormai è talmente chiaro che puoi fare le spending review più eccezionali, le riforme strutturali migliori, e magari pure una sana e ben fatta lotta all'evasione, e perfino ridurre un po' le tasse per i poveri mantenendo il pareggio o anche l'avanzo primario, e pure sostenibili politiche per la crescita, e financo le belle cose che sta facendo il buon ministro Barca, ma lo spread resterà lo stesso alto. Qualunque cosa fai, dovunque te ne va, tu sempre pietre in faccia prenderai...
Del resto, gli speculatori stanno felicemente aspettando agosto, quando il volume delle transazioni è molto basso e quindi bastano pochi soldi per far scattare corse al ribasso furibonde (e quel che conta sui media è la variazione relativa, nessuno fa caso che magari si sono mossi pochi milioni di euro). E invece questi governanti europei continuano a riunirsi per non decidere nulla. L'idea di regolare per decreto certi mercati, di vietare alcune porcate, non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello. La famosa Tobin tax? Boh, forse fra dieci anni, anche se son tutti d'accordo. Il fondo anti spread? Anche lui, con calma e per favore, tanto chissene.
E mi è del tutto oscuro cosa (non) fa la sinistra riformista europea, chiusa anche lei nel proprio particulare nazionale e quindi incapace di guidare qualche cambiamento. Per esempio cominciando ad alzare davvero la voce contro l'ortodossia finanziaria.
spread
| inviato da corradoinblog il 20/7/2012 alle 19:17 | |
28 maggio 2012
Fedeli alla linea
Vorrei riuscire a parlare a tutti quei militanti del Partito Democratico che in questi giorni vedo sbracciarsi in rete, su Facebook e altrove, impegnati nella lodevole impresa di spiegare che il PD è sulla strada giusta, che ha vinto le elezioni amministrative perché ha avviato il giusto rinnovamento, che è un partito vitale e forte sul territorio, che certo bisogna migliorare ancora, ma continuare sulla linea attuale, seria, solida e attenta, non potrà che portare alla vittoria nel 2013.
Vorrei parlare a loro, ai militanti di base che continuano, ostinatamente, a difendere la ditta qualunque cosa accada, a vivere in un loro mondo speciale, nel quale le critiche sono in genere dovute al malanimo della stampa, perché sono loro il motivo per il quale i nostri dirigenti continuano a non accorgersi di quel che - davvero - sta succedendo nell'Italia reale che li circonda. Vorrei parlare a loro, per raccontargli che anch'io, da vecchio militante nato comunista, ho continuato per anni e anni a difendere la ditta qualunque cosa accadesse, a razionalizzare i miei dubbi sulla base del supremo valore dell'unità e della fiducia nei dirigenti. Fino a tempi recenti, i tempi nei quali razionalizzavo l'incredibile scelta di candidare Rutelli a tornare sindaco di Roma, spiegando che in quanto amministratore era persona valida, e che comunque non si poteva fare altrimenti.Sappiamo com'è finita quella vicenda, e ricordo ancora le parole accorate di un dirigente di grande intelligenza come Walter Tocci che, onestamente, ammetteva che loro, lassù nel mondo ovattato della dirigenza del partito, proprio non si erano accorti di quanto - nel frattempo - Rutelli fosse diventato insopportabile a tantissimi romani, anche e forse sopratutto di sinistra. Ecco, voi tutti, militanti fedeli e dirigenti sperimentati del partito democratico, non vi state accorgendo di quello che sta succedendo in questo Paese. Abbiamo vinto le amministrative per abbandono del campo da parte dell'avversario, non per nostro merito o capacità. E dove un avversario c'era, fosse pure apparentemente debole come il M5S, siamo stati capaci di perdere. E' perfino troppo facile prevedere che l'avversario, la prossima volta, troverà il modo di partecipare nuovamente alla tenzone, nelle vesti di Montezemolo (ipotesi migliore, in fondo) o di una qualche reincarnazione del berlusconismo. Ed è perfino troppo facile prevedere che in quel caso, con il combinato disposto di un avversario a destra di nuovo vagamente credibile, e una "sinistra" grillina ormai accreditata come reale alternativa, il PD , per come si presenta oggi, sarà stritolato.
Il paradosso è che basterebbe poco, davvero poco, per evitare questo esito per niente esaltante (per niente esaltante per il Paese, che sarà governato nel dopo Monti o dall'eterna destra incapace di questi anni, o da una destra forse più capace ma tragicamente fuori tempo massimo in quanto ossessionata da una ricetta liberista del tutto sorpassata dai tempi). Quel che chiedono le persone per crederti non è tanto che tu sia onesto - non ci credono più, all'onestà dei politici. Quel che chiedono è di non vedere più, letteralmente, le stesse facce, in TV, in parlamento, dei TG, dovunque. Basterebbe che tutti i dirigenti nazionali del PD, tutti i parlamentari con più di tre legislature alle spalle, dichiarassero in una bella conferenza stampa che: 1) alle prossime elezioni non si ripresenteranno 2) alle prossime elezioni solo i parlamentari con al massimo due legislature potranno ripresentarsi nelle file del PD e, comunque, 3) dovranno essere scelti come candidati al parlamento attraverso primarie 4) i dirigenti noti del PD (la Finocchiaro, D'Alema, tutto il consueto circo di Ballarò) si offrono come supporto e consigliere, si dedicano a fondazioni o quel che si vuole, ma si ritirano dalla vita politica attiva.
Se si facesse una cosa simile, il primo grande passo per smontare il grillismo sarebbe fatto. Il secondo, certo più difficile, sarebbe costruire un partito più trasparente e contendibile, più aperto ed anche un po' più allegro. Ma quel primo passo basterebbe a scongiurare una sicura sconfitta.
Ecco, torno a voi, militanti fedeli. E' venuto il momento di chiedere a gran voce ai nostri davvero troppo sperimentati (usurati?) dirigenti di togliersi di torno elegantemente ed al più presto. Ed è venuto il momento che siate voi, voi che siete stati e sempre sarete fedeli alla linea, a chiederlo e a farlo. Perché se lo diciamo noi eterni eterodossi, saremo come al solito presi per quei simpatici rompiscatole irrilevanti. Voi, solo voi che siete il corpo solido del partito, potete avere la forza - se smetterete di ascoltare il vostro ombelico e ascolterete solo per mezza giornata ciò che si dice sui tram, per strada, in ogni ufficio, in ogni mercato - di convincere il nostro inamovibile ceto dirigente a farsi - finalmente - da parte.
11 maggio 2012
Un Paese sull'orlo di una crisi di nervi
All'unisono, i miei colleghi, qualunquisti (stile "i politici sono tutti uguali"), o "di sinistra" che siano, ritengono nell'ordine che: - comunque Grillo e i grillini sono meglio della merda attuale
- meglio provare uno nuovo, almeno non si sa se farà bene o male, mentre i partiti attuali non possono che fare male - tutti, ovviamente
- i governi degli ultimi vent'anni, destra o sinistra che siano, non hanno risolto nulla e hanno solo rubato
La chiosa dei colleghi "di sinistra": comunque anche se vince la sinistra non è una soluzione, perché Bersani non ha la soluzione.
***** In breve, niente riflessione, niente capacità di distinguere almeno un po', di usare una qualche tonalità di grigio nella valutazione in totale bianco e nero, buono o cattivo, del mondo. Nessuna capacità di dare una valutazione storica appena più complessa di un totale rifiuto. E non è gente priva di informazioni e di cultura.
La possibilità che gli italiani si affidino all'ennesimo uomo della provvidenza è altissima, anche se questa nuova versione dell'uomo della provvidenza ha in se alcuni anticorpi che potrebbero evitarci la triste deriva. Ma, quel che è certo, ormai tutta la classe dirigente del PD visibile oggi in televisione non è e non sarà più credibile. Se il PD lo capisce e, con gran pompa mediatica (un congresso o qualcosa di simile), sostituisce tutta la prima fila con una bella schiera di quarantenni e trentenni, allora c'è qualche speranza.
pd
m5s
| inviato da corradoinblog il 11/5/2012 alle 9:41 | |
12 aprile 2012
Il moralismo economico
Sono decisamente stufo. Mentre stavo provando a scrivere, con i miei scarsi mezzi, qualche riflessione su quelle che a me sembrerebbero ragionevoli politiche per la crescita - in breve, basta con l'ossessione dei tagli - mi ritrovo oggi a leggere un concentrato di prediche moraliste. Bisin su Repubblica fustiga i costumi italiani e, manco a dirlo, sostiene che l'unica ricetta è tagliare la spesa per tagliare le tasse (tertium non datur, addirittura). Marattin su iMille scrive un lungo pezzo per dire che solo il castigo esterno (un tempo l'ingresso in Europa, ora il dio spread e gli obiettivi sull'azzeramento del deficit di bilancio) ci salverà dai nostri peccati economici e della nostra pervicace incapacità di rinunciare alla nostra dotazione di "privilegi". Di noi che in tutti questi anni abbiamo vissuto, ovviamente, sopra i nostri mezzi. E intanto, mentre tutti si esercitano a chiosare le mosse di Rosi Mauro di Maroni e di Bossi come fossero il centro del mondo, il Parlamento si appresta ad approvare con una maggioranza che non consente il referendum, una modifica della Costituzione per inserirci il pareggio di bilancio. In altre parole, per impedire a governo e parlamento, d'ora in poi, di fare politica economica anticiclica. Per suicidarsi definitivamente e abolire definitivamente la politica. Nell'indifferenza generale, l'antipolitica sta vincendo, ma non perché vince Bossi o qualche populista, ma proprio perché vince il pensiero unico secondo cui la spesa pubblica è il male, la spesa privata è il bene, la spesa pubblica spiazza la spesa privata, e meno stato c'è meglio è. Se penso che questi teorici dello spiazzamento della spesa privata per colpa della spesa pubblica sono gli stessi che, su Nfa, pontificano - giustamente - contro il "modello superfisso", mi monta ancora di più la bile. Perché non si possono fare due pesi e due misure: quando si tratta di dimostrare che aumentando l'età pensionabile non necessariamente si rubano posti ai giovani, perché il lavoro disponibile non è a somma zero, allora tutto bene. Ma, misteriosamente, una aumento di spesa pubblica necessariamente spiazza quella privata: il reddito nazionale è quindi a somma zero, cari Bisin e compagni? Eppure anche i più recenti studi del FMI dicono che il moltiplicatore della spesa pubblica, a certe condizioni, è vivo e lotta insieme a noi.
Tutte queste scelte economiche presentate come oggettive e inevitabili, oltre a essere tragicamente recessive e quindi controproducenti, mi sembrano in fondo dettate da un allucinante moralismo economico. Questi si dicono economisti, e invece sono moralisti, ma non filosofi morali come il vecchio Adam Smith, proprio moralisti nel senso di ideologi di una morale di (proprio) comodo. E' puro moralismo dire che la svalutazione della moneta è truccare le carte della competizione economica. E perché mai? Offerta e domanda regolano anche il valore della moneta. Ma il valore della moneta è fissato da una istituzione(chi emette la moneta) che IN OGNI CASO interferisce sul mercato. E quindi dove sta l'immoralità di intervenire per migliorare le proprie ragioni di scambio? E' puro moralismo dire che abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi. Chi ha vissuto sopra i suoi mezzi? La parte di popolazione che ha lucrato sull'evasione fiscale, certamente. La parte di classe dirigente e di imprenditoria e di rendita che ha concentrato sempre più il reddito e la ricchezza nelle proprie mani. Ma gli italiani - gli italiani tutti, perché questa è l'accusa - hanno davvero vissuto tutti sopra i propri mezzi? Non sarà ora di tornare a distinguere un po', almeno un po', fra le classi sociali? E' puro moralismo dire che lo Stato deve essere in pareggio di bilancio. Uno Stato NON E' una famiglia, uno stato batte (batteva) moneta, è appunto SOVRANO. E per fortuna lo è. L'Europa, il nuovo Stato in cui vorrei riconoscermi se volesse esistere invece di suicidarsi come sta facendo, potrebbe e dovrebbe tranquillamente indebitarsi, in modo autosostenibile. Perché è una fola per gonzi l'idea che il debito ipoteca le generazioni future, è una semplificazione che ignora la dinamica economica, che ignora che la storia dell'economia mondiale è stata sempre trainata dagli impulsi potenti della domanda degli stati, fosse per costruire piramidi, per guerre o per costruire scuole pubbliche e ferrovie. Una semplificazione per gonzi che ancora una volta ipotizza il modello superfisso, applicato nel tempo.
E son tutti moralismi che ci portano a vedere il dito che indica la luna e non la luna. Il dito del tagliare la spesa e dell'introiettare in noi stessi qualsiasi COLPA, vera o presunta. Invece della luna del riqualificare davvero la spesa, del provare a utilizzare la spesa pubblica per qualcosa di utile, per alleviare un poco la sofferenza del mondo.
Basta, basta per favore con questo inutile moralismo economico. Affrontiamo a viso aperto i problemi e il futuro, lavoriamo per riformare davvero lo Stato e il suo funzionamento, ma smettiamola di pensare che pubblico è cacca e privato e bello. Non se ne può proprio più.
****** Disclaimer: Bisin nell'articolo di oggi elenca una serie di cose da fare per migliorare l'efficienza della pubblica amministrazione che trovo perfette, giuste e pure ben spiegate. Come inappuntabile è la sua descrizione dei problemi strutturali dell'economia e dell'amministrazione pubblica italiana. Marattin è preciso e del tutto corretto nell'individuare i problemi della "dotazione" eccessiva di privilegi, di cui la recente abolizione dell'ICI di berlusconiana memoria è l'esempio più fulgido. Entrambi, insomma, hanno da insegnarci molto su molte cose concrete che andrebbero fatte, perché lo so bene che le famose "riforme strutturali", anche quelle, vanno certamente fatte. Quello che non mi va giù nel loro approccio è l'ostinata negazione della possibilità di pensare soluzioni diverse dalla crisi rispetto a quelle che ci ha consegnato lo sciagurato fiscal compact e tutte le sciagurate decisioni autolesioniste che hanno portato l'Europa in recessione. E non mi va giù che questa ostinata negazione derivi da un moralismo economico che è un perfetto esempio di ideologia come falsa coscienza, come diceva il filosofo barbuto.
19 marzo 2012
Contro Ricolfi
Il discorso a pera fatto oggi su La Stampa da Luca Ricolfi mi stimola a mettere in fila un po' di ovvietà didattiche. Una specie di corso di economia del buon senso per principianti. Il nostro scrive in sostanza che la crescita si ottiene o riducendo le tasse ai produttori, o migliorando il capitale umano, o avendo una amministrazione più efficiente. Aggiunge che la seconda e la terza ricetta sono lente, la prima rapida. E che il problema specifico dell'Italia sono le troppe tasse, non il poco capitale umano o la scarsa efficienza della pubblica amministrazione.
Cominciamo dalle tasse. Dice il nostro che i confronti coi paesi OCSE dimostrano la sua tesi. Infatti, Danimarca, Svezia e Finlandia, che resistono relativamente bene alla crisi, hanno notoriamente una bassa pressione fiscale....
Invece, sostiene il nostro, non siamo (ancora, aggiunge bontà sua) un popolo di ignoranti. Però il calo verticale di iscrizione all'università in un contesto nel quale comunque l'Italia è il fanalino di coda dei paesi OCSE, fornisce un segnale contrario. Riduciamo le tasse ai "produttori" e quelli useranno il maggior denaro per comprare gadget tecnologici dall'estero, che qui non sappiamo produrre....
L'efficienza della pubblica amministrazione, si sa, è un obiettivo difficile. Ma Ricolfi ci sta dicendo, sotto sotto, che è impossibile e che l'unico modo di ottenerla è ridurre ruolo e peso dello stato. Insomma, la solita eterna ricetta.
****** Come si esce dalla crisi, allora?
In un'Europa ideale, sarebbe semplice: Tassazione europea sulle rendite finanziarie e sul carbonio, che assieme ad emissioni di debito europeo finanzi un grande piano di investimenti in deficit spending europeo. Politiche retributive espansive nei paesi con bilanci pubblici sani e surplus con l'estero (Germania, Olanda) e politiche di controllo della spesa pubblica statale nei paesi con troppo debito sovrano (ma compensate dagli investimenti europei). Rapido rientro dal debito sovrano grazie all'aiuto e alla solidarietà europea. Decise politiche di "riforma strutturale", ossia per la concorrenza la competitività, l'aumento dei livelli di istruzione e la ricerca e la sconfitta delle corporazioni, una riforma seria per superare il dualismo nel mercato del lavoro, per tutti quei paesi bloccati come l'Italia, per fare in modo che l'effetto dello stimolo alla domanda realizzato con il deficit spending europeo non vada sprecato nell'immobilismo e nell'inefficienza.
Tassare meno i produttori, anche? Certo, ma non per ridurre in assoluto l'introito fiscale, quanto per spostarlo. E anche questo è banale, lo sanno tutti: la pressione deve spostarsi dal lavoro e dalla produzione alla rendita e alle esternalità ambientali negative. Le entrate devono essere in capo più ai comuni - da un lato - e all'Europa - dall'altro - che agli stati nazionali, per consentire politiche economiche a livello europeo e spesa sociale sussidiaria a livello locale. La tassazione deve servire anche alla redistribuzione perché, come ci insegnano ormai studi consolidati che si preferisce ignorare, una relativa eguaglianza fa bene ad una crescita stabile.
****** Schematizzando, l'Italia dovrebbe fare le politiche dell'offerta che sta - timidamente - perseguendo il governo Monti solo a patto che l'Europa facesse le politiche della domanda che servono alla crescita, assieme a una nuova e seria regolazione della finanza. Le sole politiche dell'offerta ci portano dritti alla recessione perenne, le politiche della domanda "in un paese solo" sarebbero forse possibili senza l'euro, come qualcuno comincia a sognare senza rendersi conto che perdere l'euro è perdere l'Europa, e perdere l'Europa significa condannarsi per sempre a un più o meno dolce declino. ****** Rileggo quel che ho appena scritto. Mi sembra talmente banale che mi chiedo se valga la pena pubblicarlo. Poi penso che tutto ciò che leggo sui giornali è sempre - o quasi sempre - a senso unico. Da un lato l'approccio - minoritario ma rumoroso - secondo cui l'unico modo per uscire dalla crisi è la spesa pubblica la più vasta possibile, con corollario di retorica dei beni pubblici e quant'altro. Dall'altro lato, la fissazione monotematica della riduzione delle tasse e delle "riforme strutturali" (le politiche dell'offerta) come unica e bastevole ricetta. Ma perché non provano ad ascoltarsi?
19 marzo 2012
Quattro mesi
Sono passati quattro mesi dell'ultimo post in questo blog. I miei pochi lettori saranno nel frattempo spariti e quindi ora scrivo più che altro a me stesso. Ho smesso per mancanza di tempo e per la presa d'atto della naturale usura dello strumento blog. Come temevo, il rullo infernale di Facebook si sta mangiando tutto, in un confuso vociare far "amici". E twitter ha fatto il resto. E troppi scrivono, e mi piace leggerli e questo ruba il tempo alla mia scrittura.
Però mi dispiace lasciare un posto che curo dal lontano 2004 e, quindi, finché il cannocchiale - incredibilmente - continuerà ad esistere, capiterà che di quando in quando appunti qualche pensierino della sera qui.
1 novembre 2011
Meno stato e meno mercato - una riflessione a forma di lettera
Caro Ivan, caro Raoul, caro Marco, Cara Irene e cari tutti voi che ho cominciato a conoscere ed apprezzare fin dall’inizio dell’avventura de iMille nella sua versione “movimento politico”, Proprio perché vi stimo, e vi voglio bene, e proprio perché grazie ai vostri ragionamenti, alle vostre analisi e alla vostra pratica politica ho potuto aprire la mia mente di ex comunista di mezza età verso un modo più liberale di vedere le cose, più attento alla libertà individuale e alle possibilità di realizzazione delle persone – proprio per questo mi chiedo e vi chiedo per quale motivo ultimamente ho il sospetto che tutti voi (e con voi tutto un certo mondo di sinistra liberale) stiate diventando improvvisamente vecchi di fronte ai mutamenti del mondo. Senza accorgervene. Voi siete stati capaci di chieder conto al corpaccione del vecchio partito e della vecchia politica di tutte le sue inadeguatezze e di tutta l’incapacità di stare al passo coi tempi. Come giustamente dice Ivan, nel nostro mondo che va veloce c’è bisogno di una politica contemporanea, e la politica espressa dalle nostre classi dirigenti negli ultimi anni non è certo stato un esempio in questo senso, sia nel merito, sia perché a incarnarla stavano persone ben poco “contemporanee”. Però adesso, di fronte alla grande crisi globale e alla sua incarnazione italiana, vi vedo come presi da una certa afasia e – come dire – da una certa coazione a ripetere. A ripeterele ricette che nel recente passato sembravano le più adatte a svecchiare il nostro paese e che invece ora, alla luce dei fatti, sembrano più adatte ad affossarlo del tutto. Quel che mi stupisce è che proprio voi, che mi avete insegnato la capacità di leggere il presente, abbiate smesso di farlo, rifiutandovi di vedere quanto il percorso della storia dovrebbe rendere molto evidente. Il percorso della storia ci dice che la liberazione di ricchezza, di libertà e capacità umana, assicurato dalla globalizzazione, si è scontrata con due enormi ostacoli che ne hanno frantumato la forza. Il primo ostacolo è l’instabilità strutturale e sistemica del capitalismo, quella caratteristica che in tutte le fasi di crescita si tende a dimenticare fino al punto che la teoria economica inizia a parlare di fine dell’esistenza del ciclo economico. Raoul, il fatto che oggi siamo palesemente in un “Minsky moment” dovrebbe chiarirci finalmente che non basta pensare ad una qualche più o meno blanda regolazione del capitalismo per realizzare un mondo un po’ meno ingiusto. Quelche serve è ben di più di una semplice regolazione, è una politica che stabilizzi l’instabilità strutturale attraverso una parziale socializzazione dell’investimento, ossia della componente volatile e strutturalmente instabile del ciclo. Del resto, l’evidenza con cui tutte le iniezioni di liquidità, tutti i fondi salva stati s’infrangono nella sfiducia dei mercati, non sta lì a segnalarci che un sistema strutturalmente in mano alle aspettative e agli animal spirits non è una soluzione? Il secondo ostacolo è, con tutta evidenza, lo scoglio energetico, climatico e della crescita della popolazione. Il vostro – e il mio – progressismo, la vostra fiducia nella scienza e nella tecnologia vi portano a pensare che uno sviluppo sostenibile sia possibile. Sappiamo bene che è certamente possibile una crescita immateriale, una crescita nella quale l’intensità tecnologica del prodotto sia tale da compensare (più che compensare) l’impatto ambientale della crescita fisica di prodotto e popolazione. Insomma, siamo o dovremmo essere tutti d’accordo per una decrescita riformista. Però non vi vedo molto consapevoli di cosa ciò significhi peril modello di sviluppo da adottare, per il sistema di regole di cui dotarsi. Mi sembra che, sulla scorta della vostra illusione liberale, siate convinti anche in questo caso che la soluzione sia una vasta libertà regolata, associata ad un ben congegnato sistema di incentivi, mentre lo sforzo necessario a riorientare la produzione in senso sostenibile si scontra contro vantaggi del business as usual talmente forti che nessuna blanda regolazione sarà mai in grado di contrastare. Detto in altri termini, anche in questo caso il modello che servirebbe implica governo e socializzazione di parte degli investimenti. Ecco, mi rendo conto che una simile prospettiva sia quanto di più lontano dalla vostra forma mentis. E richiami immagini di un passato statalista o, peggio, da socialismo reale, che ritenete giustamente una iattura da allontanare con tutte le forze. Tuttavia, i dati di fatto della grande crisi ci dicono proprio che di una simile prospettiva c’è gran bisogno, salvo pensare che il destino delle grandi crisi cicliche sia in fondo un destino accettabile a fronte dei vantaggi del metodo di produzione capitalista e di mercato. E salvo sperare – davvero in modo irragionevole – che si troverà sempre il modo di rendere infinite risorse finite. Salvo, insomma, pensare che da questa crisi si possa uscire con ricette “normali”, che sia solo questione di fine tuning, di capacità e credibilità delle classi dirigenti, di onestà e decisione, e nella migliore delle ipotesi di una certa attenzione alla giustizia sociale. Vorrei vedervi reattivi di fronte a questi problemi, meno affaccendati e limitati nell’ostinato attacco alle rigidità stataliste del sistema Italia e al conservatorismo di sinistra. Vorrei vedervi capaci di usare questa vostra forza – la vostra sacrosanta polemica “contemporanea” contro la vecchia Italia, per la liberazione dei talenti e del merito, per lo scatto generazionale e l’apertura mentale – non per riproporre semplicemente di fare in Italia ciò che si è fatto in Inghilterra o in Spagna qualche hanno fa, ma per ragionare su una risposta nuova alle mutate condizioni del mondo nuovo. Una risposta che io sintetizzerei prima di tutto in un’idea molto semplice: il mondo (e soprattutto l’Italia), ha bisogno di meno Stato e meno mercato. Meno Stato, per tutte le ragioni su cui avete scritto edetto, perché c’è bisogno di libertà, efficienza e leggerezza e non di costose ed inefficienti burocrazie. Meno mercato, perché alcuni grandi investimenti strategici, certi “beni comuni” (lo dico fra virgolette perché concordo con voiche bisogna rifuggire da certe semplificazioni ideologiche), alcune scelte produttive necessarie a salvare l’ecosistema, devono essere resi pubblici (non necessariamente statali) e rigorosamente sottratti ai fallimenti del mercato. **** Carissimi, ho scritto quanto sopra mentre ero off-line, nel silenzio dei Monti Sibillini, e non potevo leggere le vostre discussioni sulla diatriba Ichino/Fassina o su Renzi,del quale mi arrivavano echi televisivi e giornalistici più o meno precisi. Mi spiace, ma non sono affatto d’accordo con l’articolo/appello pubblicato su iMille. Sulla questione della politica del lavoro, tendo a credere che l’architettura pensata da Ichino sia quella più ragionevole e giusta. O per meglio dire, credo che sia stata quella più ragionevole e giusta nel quadro economico dato fino alla grande crisi attuale. Però non si può pretendere che, nel momento in cui Ichino “abbocca” alle idiozie di Sacconi, il buon Fassina non sia praticamente costretto a dire quel che ha detto. E poi,davvero, credete che i tempi di ferro che si annunciano siano adatti a una raffinata riforma del welfare in senso liberale? Infine, vi chiedo: ma di fronte a quel che sta succedendo, siete davvero sicuri che le vostre risposte siano – ancora – quelle giuste? Oppure non vi viene il sospetto che le ingenuità di chi dice “questo debito non lo paghiamo” siano meno folli della realtà della finanza mondiale? E che quindi chi cerca di vedere le cose in modo diverso dal solito, dovrebbe essere almeno un po’ ascoltato?
18 ottobre 2011
Luxottica, l'ideologia del merito e del contratto aziendale

Oggi ho sentito più d’uno stigmatizzare, con corredo di indignazione a buon mercato, l’accordo aziendale stipulato in Luxottica, che consente di utilizzare in vario modo figli o coniugi del dipendente in modalità job sharing. Tutti a dire, a cominciare dal titolo dell’articolo di Repubblica, che così si ratifica la vittoria della parentela sul merito. Ora io vorrei osservare due cose. Primo. Chi contesta quell’accordo e non prende sul serio le parole dei responsabili delle relazioni industriali di Luxottica, che dicono di essersi ispirati ad Adriano Olivetti, non ha capito nulla delle caratteristiche di quell’azienda. Basta vedere dov’è la sede principale (ad Agordo, in mezzo alle montagne bellunesi), per capire che da quelle parti il concetto di comunità ha ancora un senso. E basta vedere i risultati di Luxottica – Del Vecchio è pur sempre l’italiano più ricco… - per capire che un imprenditore illuminato, in quelle condizioni di profittabilità, può ben permettersi di “fare comunità” senza affatto ridurre la capacità competitiva, l’efficienza e la produttività aziendale. Che, a dispetto di quel che si dice, non passano sempre per il “merito” inteso come competizione feroce fra persone. Anzi, in certe condizioni vengono esaltate da un approccio comunitario. E poi, se si parla di Olivetti, tutti a osannare. Ma, si sa, tanto è storia passata, quindi innocua. Se qualcuno prova a praticare le sue idee oggi, anche timidamente, allora non va più bene. Secondo. In genere, gli indignati contro il nepotismo (o supposto tale, come in questo caso) sono i medesimi che osannano il Marchionne rivoluzionario che spinge per i contratti aziendali separati in nome della competizione e della modernità. Ad esempio oggi Giavazzi sul Corriere si è prodotto in un capolavoro del genere, con l’attacco diretto perfino a Confindustria rea di essere, comunque, un “sindacato”. Bene, se questi signori prendessero sul serio le loro stesse idee, dovrebbero plaudire non solo ai contratti capestro del Marchionne nazionale, quelli che aumentano i turni e riducono i diritti, ma anche ai contratti inclusivi e comunitari di Del Vecchio. Anche questi sono contratti integrativi aziendali. Solo che, essendo migliorativi, fanno un po’ schifo ai liberisti de noantri.
18 ottobre 2011
Pierangelo Garegnani
In questi tempi nei quali le teorie economiche mainstream, il consenso che ha trasformato Keynes in un innocuo neoclassico, sono in grave difficoltà sotto i colpi dell'evidenza empirica della crisi globale, è bene ricordare il grande Pierangelo Garegnani, morto venerdì scorso. Sulle tracce di Sraffa, ci ha insegnato una diversa interpretazione di Keynes. Un percorso totalmente diverso e indipendente da quello di Minsky che tuttavia oggi, probabilmente, qualcuno dovrebbe provare a riconnettere per ricostruire una visione alternativa dell'economia politica e della politica economica necessarie per governare, finalmente, le crisi cicliche del capitalismo.
16 ottobre 2011
16 ottobre al ghetto
Travolti dal 15 ottobre 2011, rischiamo di dimenticare il 16 ottobre 1943. Evitiamo di farlo, che quelli erano tempi di ferro davvero e, forse, ricordarsene metterebbe nella giusta prospettiva lo squallore degli odierni "neri" che infestano le manifestazioni.
12 ottobre 2011
Shalit
Ci sarebbero riflessioni ben più profonde da fare. Però non riesco ad evitare di notare, a beneficio dei miei numerosi amici antri-israeliani a prescindere, che è davvero problematico considerare normale un rapporto 1 prigioniero contro 1027. Se penso a tutte le volte che ho sentito dire di sproporzione fra morti palestinesi ed israeliani, senza che qualcuno provasse a capire davvero il perché..
Israele
Palestina
| inviato da corradoinblog il 12/10/2011 alle 11:12 | |
6 ottobre 2011
Jobs
Apple
| inviato da corradoinblog il 6/10/2011 alle 12:36 | |
4 ottobre 2011
Marchionne
Marchionne sembra somigliare sempre più a Valletta (a parte lo stipendio stratosferico). La sua ricetta per la Fiat è la medesima della Fiat anni '50: l'emarginazione del sindacato o meglio la formazione di sindacati "gialli" che fanno ciò che chiede il padrone. Vorrei ricordare al nostro fine manager che negli anni '60 Fiat fu l'ultima delle fabbriche metalmeccaniche dove - sotto la spinta di ciò che succedeva nel resto del paese - si ritornò all'agibilità sindacale e alla conquista di diritti. E poi, non a caso visto il livello precedente di compressione, proprio in Fiat ci fu una valanga, incluse derive terroristiche. Ma, con rara incapacità di leggere la storia, si ripropone l'eterna vecchia ricetta senza pensarne le conseguenze a medio termine. Del resto, Marchionne somiglia a Valletta per la sua durezza, ma non certo per il suo attaccamento all'azienda. In questo, somiglia più a Riva o agli industiali che fecero - nei primi anni '60 di fornte alle prime lotte operaie - il primo di una serie costanti di "scioperi del capitale", quella costante fuga di capitali all'estero che catratterizza strutturalmente la nostra inetta borghesia. Perché la timida intenzione di produrre un'auto inutile e invendibile sul mercato italiano (una Jeep SUV) a Mirafiori, somiglia davvero poco all'immagine che si voleva dare con Fabbrica Italia.
| inviato da corradoinblog il 4/10/2011 alle 13:33 | |
30 settembre 2011
Pensierino pensionistico
Dunque, come suggerisce ancora una volta Confindustria, agganciamo più rapidamente l'età pensionabile alla speranza di vita. Giusto. Ma siete proprio sicuri che a forza di tagli alla sanità e al welfare, e a forza di disoccupazione e povertà, la speranza di vita media continuerà a salire? Già in Russia si è avuta una drastica riduzione dopo la fine dell'URSS. E gli USA si stanno dirigendo nella stessa direzione a grandi passi.
Morale: però ricordatevi eh? L'aggancio alla speranza di vita è biunivoco: se si riduce, si abbassa di nuovo l'età pensionabile. Se no, a che gioco state giocando?
28 settembre 2011
Costruire tramvie, pagare le tasse e vivere felici

Ecco qui il mio nuovo post per iMille. Questa volta si parla di come finanziare ragionevolmente e in tempi di crisi il trasporto pubblico. Le tasse possono essere belle. Se fossero usate bene.
PS. Questo blog è sempre più saltuario, il tempo è troppo poco e il lavoro (per fortuna, per certi versi) troppo. Mi piacerebbe scrivere di più, che di cose da dire ne ho fin troppe, ma proprio non ce la faccio, per ora. Vedremo fra un po', e spero che i miei 25 lettori non mi abbandonino.....
iMille
Tram
Tasse
Roma
| inviato da corradoinblog il 28/9/2011 alle 9:45 | |
1 settembre 2011
Il mondo capovolto
In questi giorni di manovre per far fronte alla crisi globale, viviamo in un mondo e in un’Italia capovolti. E, in genere, non ce ne rendiamo conto.
Voglio provare a raddrizzare almeno un po’ le idee capovolte con le quali stanno tentando di confonderci. Sarò presuntuoso, ma veramente di fronte alla confusione imperante e alla palese incapacità delle classi dirigenti (politici, imprenditori, quasi tutti gli economisti che contano – poiché quelli bravi ci sono, ma in genere non contano per niente), mi sento in diritto di dire anche la mia.
Primo, la crescita. Mentre sto scrivendo, l’home page di Repubblica riporta “UE: servono misure per la crescita”, Pochi giorni fa la Banca d’Italia, nell’audizione al Parlamento, ribadiva che la manovra era restrittiva e andava accompagnata a misure per la crescita. E potrei continuare all’infinto con gli esempi.
Però nessuno di questi “esortatori della crescita” mi ha ancora fatto capire quali siano davvero queste misure per la crescita. La lista esibita in genere si limita alla riforma del mercato del lavoro, alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, in versione più o meno intensiva. I più avveduti aggiungono magari una manovra fiscale che sposti la tassazione dal lavoro alla rendita o, almeno, usi l’aumento dell’IVA per ridurre il costo del lavoro.
La lista standard, insomma, è fatta quasi solo di politiche dell’offerta. Quelle politiche che, in tutti questi anni, hanno dimostrato ormai ampiamente la loro sostanziale inefficacia se la domanda non tira.
Secondo, il debito e il pareggio di bilancio. Per le note e apparentemente ragionevoli ragioni, tutti dicono che è necessario ridurre il nostro mostruoso debito pubblico. Ciò implica, appunto, ridurre le spese (ossia ridurre il reddito prodotto dalla Pubblica amministrazione – ricordate dai corsi di economia, Y = C + I + S dove S è la spesa pubblica. C il consumo, I l’investimento e Y il reddito?), oppure aumentare le entrate (S resta com’è, ma C e/o I si riducono). Quindi, riducendo il deficit si riduce la domanda, ossia agisce il famoso effetto depressivo della manovra. Effetto che rende le politiche dell’offerta poco più che pannicelli caldi per la famosa crescita.
Salvo che si creda possibile imitare il modello di crescita basato sulle esportazioni adottato dalla Cina e, in misura minore, dalla Germania odierna. Quello stesso modello che abbiamo usato con successo negli anni del miracolo economico ma che ora ci è sostanzialmente precluso da molti fattori. Per dire: esportare di più grazie ai costi bassi, è ormai impossibile (ci sono i cinesi e i paesi emergenti, e abbiamo una valuta forte e non svalutabile). Ma nel frattempo le nostre imprese sottodimensionate e poco innovative (salvo le solite lodevoli eccezioni) non sono nemmeno in grado di esportare per maggiore qualità o tecnologia, che è invece ciò che fanno i tedeschi.
Insomma, è davvero ragionevole l’obiettivo del pareggio di bilancio forzato? All’interno dei vincoli dati dall’attuale governance europea, ovviamente sì. Se non lo facessimo, ci massacrerebbero di spread. E tuttavia è il vincolo stesso ad essere sommamente opinabile e probabilmente non necessario o non necessario in questa forma [1]. Infatti:
- Raggiungere il pareggio rapidamente significa deprimere l’economia e generare una perfetta spirale: decrescita dell’economia, meno entrate, nuovo deficit, nuova crescita dello spread, nuova manovra depressiva. Quel che sta succedendo in Grecia.
- Esiste la ragionevole alternativa, ormai invocata in vario modo un po’ da tutti: quella degli eurobond, ossia dello spostamento di parte del debito sovrano in modo da aumentarne il livello di garanzia. Una soluzione che rende meno cogente il rientro immediato e possibile una gestione meno crudele della pur necessaria riduzione del debito. Nella versione Prodi-Quadro Curzio, peraltro, tale alternativa include anche una ricetta espansiva, visto che parte dei bond sarebbe utilizzata per progetti di sviluppo (S cresce e, via moltiplicatore keynesiano, crescono C ed I, quindi cresce Y).
- Terzo. Senza Europa o senza Germania? Com’è noto, l’ortodossia tedesca e della BCE ritiene tale alternativa impraticabile. Francesco Molica ci ricorda opportunamente che forse il “ricatto” della Germania potrebbe essere rivoltato nel suo contrario – capovolgere il mondo capovolto, appunto, e che gli eurobond, e l’Euro stesso, potrebbero forse vivere una nuova vita senza la Germania (o, anche, che la Germania potrebbe essere per questa via costretta ad accettare il nuovo mondo).
Quarto. Il pareggio di bilancio in Costituzione. Questo è davvero il mondo capovolto: sebbene la finanza privata viva di debiti e crediti sempre più illimitati, di economia di carta e d’irrealtà, si pretende che gli stati, invece, si autolimitino nella possibilità di gestire l’economia reale con la politica fiscale. A parte il povero Keynes che si rivolta nella tomba, e a parte il facile memento che dovrebbe venirci da quel che ha dovuto passare il povero Obama sotto il ricatto dei pasdaran fondamentalisti del Tea Party, è pazzesco che si pensi che la politica economica, semplicemente, non debba esistere. Raramente ho visto un simile furore ideologico antipolitico essere preso per cosa seria da illustri riformisti. Evidentemente, anche loro vivono nel mondo capovolto che stanno provando a farci digerire.
Quinto. La distribuzione del reddito e il contenuto della manovra. Se è vero quanto detto sopra circa gli effetti inevitabilmente depressivi di qualunque manovra per ridurre drasticamente e a tappe forzate il debito pubblico, è tuttavia certo che il modo con cui i tagli o le tasse possono essere imposti non è indifferente non solo dal punto di vista della giustizia o della morale, ma anche – quel che qui importa – per il diverso livello di “depressione” che imprimerà all’economia. È ben nota la diversa propensione al consumo delle diverse classi di reddito. È ben noto che tassare il lavoro o il reddito diretto d’impresa riduce la domanda di consumo e d’investimento, mentre tassare la ricchezza patrimoniale, mobile o immobile, ha effetti depressivi molto minori – sempre ammesso che li abbia. Insomma, tassare i ricchi è meglio che tassare i poveri anche dal punto di vista degli effetti economici della manovra. E del resto abbondano le evidenze empiriche che una più egualitaria distribuzione del reddito aiuti la crescita, come dimostrano ad esempio l’andamento dell’economia sotto Clinton in confronto ai disastri dell’era del Bush che stimolava l’economia con gli sconti fiscali ai super ricchi, per non dire delle performance sempre lusinghiere delle economie scandinave.
Ma, ovviamente, dopo che almeno a parole di patrimoniale si è iniziato a discutere, dalla manovra sta scomparendo perfino la sua pallida e storta imitazione, il contributo di solidarietà sui redditi alti. Mentre ormai anche i ricchi più avveduti stanno chiedendo a gran voce di contribuire in proporzione alla propria ricchezza, come del resto è scritto nella Costituzione, il nostro governo di Tea Party de noantri si guarda bene dal farlo.
Sesto. La decrescita strutturale e la ragione sottostante della crisi. Questa l’ho scritta tante volte da annoiare perfino me stesso. Ma ahimè è la questione cruciale: il mondo occidentale è entrato in un periodo di decrescita strutturale a causa dell’esaurimento delle risorse “facili” – che è il vero motivo sottostante la crisi finanziaria ed economica. E presto anche il resto del mondo si troverà nella stessa situazione, pur non avendo fatto in tempo a godere dei nostri fortunati anni del carbone e del petrolio, perché con le risorse fisiche non si scherza. Si tratterebbe di trasformare una possibile e tragica decrescita infelice in una decrescita morbida e che migliori la qualità delle nostre vite ma, con tutta evidenza, ciò sarà impossibile se si continua pervicacemente con le stesse ricette che ci hanno portato fino a qui. E i politici e gli economisti prevalentemente maschi anzianotti e occidentali che guidano le danze non sembrano in grado di capirlo.
*****
Insomma, ci stanno dicendo che dobbiamo essere castigati – tagliare, risparmiare, rinunciare - non per buoni motivi (la crisi delle risorse), ma per cattivi motivi (lasciare le cose come stanno, salvare la finanza e i ricchi, perpetuare questo modello). Ci stanno facendo avvitare in una spirale di debiti che non possono ripagarsi per continuare a salvare i creditori. Mentre l’unica cosa sensata da fare, visto che è vero che le risorse disponibili nel medio periodo saranno per definizione di meno, è quella di ridistribuire massicciamente e forzosamente la ricchezza dai ricchi ai poveri, dalla finanza al lavoro, dai consumi energivori a quelli efficienti dal punto di vista energetico. C’è un gran lavoro da fare per pilotare il nostro mondo, l’Europa e l’Italia nella tempesta che ci attende con la fine delle risorse facili. Un lavoro che richiede equità, sobrietà, uso sapiente delle tecnologie, collaborazione e solidarietà più che competizione, e tanto uso efficiente dei beni comuni – e tanti beni comuni materiali e immateriali.
Qualcuno, fra i riformisti e non fra gli inutili massimalisti di cui questo paese abbonda, è disposto a proporlo?
[1] Per carità: sono il primo a dire che il debito deve essere sostenibile nel lungo periodo e quindi va progressivamente ridotto, che la pubblica amministrazione spreca ed è inefficiente al massimo grado, e che abbiamo una burocrazia e delle regole folli. C’è da fare efficienza per miliardi di euro, e va fatto assolutamente, tramite attente spending review e vere semplificazioni normative. Ma non è questo il punto.
| inviato da corradoinblog il 1/9/2011 alle 10:54 | |
30 agosto 2011
Al peggio non c'è mai fine
Mentre noi ci baloccavamo e litigavamo per stabilire se servisse una (piccola, per carità) patrimoniale, mentre Boeri faceva le pulci alla contromanovra del PD e Montezemolo proponeva grandi riforme, questi hanno apparecchiato la solita scelta di classe - come si sarebbe detto una volta e come sarebbe il caso di ricominciare a dire. Niente patrimoniale, ovviamente. Niente contributo di solidarietà per i redditi alti, castigare le odiate cooperative e, non guasta, gli sfigati che hanno fatto il militare. Lasciare tutte le piccole e grandi crudeltà verso i dipendenti pubblici, noti fannulloni per definizione (tra l'altro, ricordo che il contributo di solidarietà sopra i 90.000 euro di reddito è già attivo e resterà tale per tutti i dipendenti e pensionati pubblici). Razionalizzazioni della spesa pubblica, abolizione delle province e lotta all'evasione: tutto più o meno rimandato a leggi successive, quindi come non ci fosse. Leggere per credere.
manovra
Arcore
Patrimoniale
| inviato da corradoinblog il 30/8/2011 alle 10:18 | |
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