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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,
1 novembre 2011
Meno stato e meno mercato - una riflessione a forma di lettera

Caro Ivan, caro Raoul, caro Marco, Cara Irene e cari tutti voi che ho cominciato a conoscere ed apprezzare fin dall’inizio dell’avventura de iMille nella sua versione “movimento politico”,

Proprio perché vi stimo, e vi voglio bene, e proprio perché grazie ai vostri ragionamenti, alle vostre analisi e alla vostra pratica politica ho potuto aprire la mia mente di ex comunista di mezza età verso un modo più liberale di vedere le cose, più attento alla libertà individuale e alle possibilità di realizzazione delle persone – proprio per questo mi chiedo e vi chiedo per quale motivo ultimamente ho il sospetto che tutti voi (e con voi tutto un certo mondo di sinistra liberale) stiate diventando improvvisamente vecchi di fronte ai mutamenti del mondo. Senza accorgervene.

Voi siete stati capaci di chieder conto al corpaccione del vecchio partito e della vecchia politica di tutte le sue inadeguatezze e di tutta l’incapacità di stare al passo coi tempi. Come giustamente dice Ivan, nel nostro mondo che va veloce c’è bisogno di una politica contemporanea, e la politica espressa dalle nostre classi dirigenti negli ultimi anni non è certo stato un esempio in questo senso, sia nel merito, sia perché a incarnarla stavano persone ben poco “contemporanee”.

Però adesso, di fronte alla grande crisi globale e alla sua incarnazione italiana, vi vedo come presi da una certa afasia e – come dire – da una certa coazione a ripetere. A ripeterele ricette che nel recente passato sembravano le più adatte a svecchiare il nostro paese e che invece ora, alla luce dei fatti, sembrano più adatte ad affossarlo del tutto.

Quel che mi stupisce è che proprio voi, che mi avete insegnato la capacità di leggere il presente, abbiate smesso di farlo, rifiutandovi di vedere quanto il percorso della storia dovrebbe rendere molto evidente. Il percorso della storia ci dice che la liberazione di ricchezza, di libertà e capacità umana, assicurato dalla globalizzazione, si è scontrata con due enormi ostacoli che ne hanno frantumato la forza.

Il primo ostacolo è l’instabilità strutturale e sistemica del capitalismo, quella caratteristica che in tutte le fasi di crescita si tende a dimenticare fino al punto che la teoria economica inizia a parlare di fine dell’esistenza del ciclo economico. Raoul, il fatto che oggi siamo palesemente in un “Minsky moment” dovrebbe chiarirci finalmente che non basta pensare ad una qualche più o meno blanda regolazione del capitalismo per realizzare un mondo un po’ meno ingiusto. Quelche serve è ben di più di una semplice regolazione, è una politica che stabilizzi l’instabilità strutturale attraverso una parziale socializzazione dell’investimento, ossia della componente volatile e strutturalmente instabile del ciclo. Del resto, l’evidenza con cui tutte le iniezioni di liquidità, tutti i fondi salva stati s’infrangono nella sfiducia dei mercati, non sta lì a segnalarci che un sistema strutturalmente in mano alle aspettative e agli animal spirits non è una soluzione?

Il secondo ostacolo è, con tutta evidenza, lo scoglio energetico, climatico e della crescita della popolazione. Il vostro – e il mio – progressismo, la vostra fiducia nella scienza e nella tecnologia vi portano a pensare che uno sviluppo sostenibile sia possibile. Sappiamo bene che è certamente possibile una crescita immateriale, una crescita nella quale l’intensità tecnologica del prodotto sia tale da compensare (più che compensare) l’impatto ambientale della crescita fisica di prodotto e popolazione. Insomma, siamo o dovremmo essere tutti d’accordo per una decrescita riformista. Però non vi vedo molto consapevoli di cosa ciò significhi peril modello di sviluppo da adottare, per il sistema di regole di cui dotarsi. Mi sembra che, sulla scorta della vostra illusione liberale, siate convinti anche in questo caso che la soluzione sia una vasta libertà regolata, associata ad un ben congegnato sistema di incentivi, mentre lo sforzo necessario a riorientare la produzione in senso sostenibile si scontra contro vantaggi del business as usual talmente forti che nessuna blanda regolazione sarà mai in grado di contrastare. Detto in altri termini, anche in questo caso il modello che servirebbe implica governo e socializzazione di parte degli investimenti.

Ecco, mi rendo conto che una simile prospettiva sia quanto di più lontano dalla vostra forma mentis. E richiami immagini di un passato statalista o, peggio, da socialismo reale, che ritenete giustamente una iattura da allontanare con tutte le forze.

Tuttavia, i dati di fatto della grande crisi ci dicono proprio che di una simile prospettiva c’è gran bisogno, salvo pensare che il destino delle grandi crisi cicliche sia in fondo un destino accettabile a fronte dei vantaggi del metodo di produzione capitalista e di mercato. E salvo sperare – davvero in modo irragionevole – che si troverà sempre il modo di rendere infinite risorse finite. Salvo, insomma, pensare che da questa crisi si possa uscire con ricette “normali”, che sia solo questione di fine tuning, di capacità e credibilità delle classi dirigenti, di onestà e decisione, e nella migliore delle ipotesi di una certa attenzione alla giustizia sociale.

Vorrei vedervi reattivi di fronte a questi problemi, meno affaccendati e limitati nell’ostinato attacco alle rigidità stataliste del sistema Italia e al conservatorismo di sinistra. Vorrei vedervi capaci di usare questa vostra forza – la vostra sacrosanta polemica “contemporanea” contro la vecchia Italia, per la liberazione dei talenti e del merito, per lo scatto generazionale e l’apertura mentale – non per riproporre semplicemente di fare in Italia ciò che si è fatto in Inghilterra o in Spagna qualche hanno fa, ma per ragionare su una risposta nuova alle mutate condizioni del mondo nuovo.

Una risposta che io sintetizzerei prima di tutto in un’idea molto semplice: il mondo (e soprattutto l’Italia), ha bisogno di meno Stato e meno mercato. Meno Stato, per tutte le ragioni su cui avete scritto edetto, perché c’è bisogno di libertà, efficienza e leggerezza e non di costose ed inefficienti burocrazie. Meno mercato, perché alcuni grandi investimenti strategici, certi “beni comuni” (lo dico fra virgolette perché concordo con voiche bisogna rifuggire da certe semplificazioni ideologiche), alcune scelte produttive necessarie a salvare l’ecosistema, devono essere resi pubblici (non necessariamente statali) e rigorosamente sottratti ai fallimenti del mercato.

****

Carissimi, ho scritto quanto sopra mentre ero off-line, nel silenzio dei Monti Sibillini, e non potevo leggere le vostre discussioni sulla diatriba Ichino/Fassina o su Renzi,del quale mi arrivavano echi televisivi e giornalistici più o meno precisi. Mi spiace, ma non sono affatto d’accordo con l’articolo/appello pubblicato su iMille. Sulla questione della politica del lavoro, tendo a credere che l’architettura pensata da Ichino sia quella più ragionevole e giusta. O per meglio dire, credo che sia stata quella più ragionevole e giusta nel quadro economico dato fino alla grande crisi attuale. Però non si può pretendere che, nel momento in cui Ichino “abbocca” alle idiozie di Sacconi, il buon Fassina non sia praticamente costretto a dire quel che ha detto.  E poi,davvero, credete che i tempi di ferro che si annunciano siano adatti a una raffinata riforma del welfare in senso liberale?

Infine, vi chiedo: ma di fronte a quel che sta succedendo, siete davvero sicuri che le vostre risposte siano – ancora – quelle giuste? Oppure non vi viene il sospetto che le ingenuità di chi dice “questo debito non lo paghiamo” siano meno folli della realtà della finanza mondiale? E che quindi chi cerca di vedere le cose in modo diverso dal solito, dovrebbe essere almeno un po’ ascoltato?




18 ottobre 2011
Luxottica, l'ideologia del merito e del contratto aziendale


Oggi ho sentito più d’uno stigmatizzare, con corredo di indignazione a buon mercato, l’accordo aziendale stipulato in Luxottica, che consente di utilizzare in vario modo figli o coniugi del dipendente in modalità job sharing. Tutti a dire, a cominciare dal titolo dell’articolo di Repubblica, che così si ratifica la vittoria della parentela sul merito.

Ora io vorrei osservare due cose.

Primo. Chi contesta quell’accordo e non prende sul serio le parole dei responsabili delle relazioni industriali di Luxottica, che dicono di essersi ispirati ad Adriano Olivetti, non ha capito nulla delle caratteristiche di quell’azienda. Basta vedere dov’è la sede principale (ad Agordo, in mezzo alle montagne bellunesi), per capire che da quelle parti il concetto di comunità ha ancora un senso. E basta vedere i risultati di Luxottica – Del Vecchio è pur sempre l’italiano più ricco… - per capire che un imprenditore illuminato, in quelle condizioni di profittabilità, può ben permettersi di “fare comunità” senza affatto ridurre la capacità competitiva, l’efficienza e la produttività aziendale. Che, a dispetto di quel che si dice, non passano sempre per il “merito” inteso come competizione feroce fra persone. Anzi, in certe condizioni vengono esaltate da un approccio comunitario.

E poi, se si parla di Olivetti, tutti a osannare. Ma, si sa, tanto è storia passata, quindi innocua. Se qualcuno prova a praticare le sue idee oggi, anche timidamente, allora non va più bene.

Secondo. In genere, gli indignati contro il nepotismo (o supposto tale, come in questo caso) sono i medesimi che osannano il Marchionne rivoluzionario che spinge per i contratti aziendali separati in nome della competizione e della modernità. Ad esempio oggi Giavazzi sul Corriere si è prodotto in un capolavoro del genere, con l’attacco diretto perfino a Confindustria rea di essere, comunque, un “sindacato”. Bene, se questi signori prendessero sul serio le loro stesse idee, dovrebbero plaudire non solo ai contratti capestro del Marchionne nazionale, quelli che aumentano i turni e riducono i diritti, ma anche ai contratti inclusivi e comunitari di Del Vecchio. Anche questi sono contratti integrativi aziendali. Solo che, essendo migliorativi, fanno un po’ schifo ai liberisti de noantri.


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18 ottobre 2011
Pierangelo Garegnani
In questi tempi nei quali le teorie economiche mainstream, il consenso che ha trasformato Keynes in un innocuo neoclassico, sono in grave difficoltà sotto i colpi dell'evidenza empirica della crisi globale, è bene ricordare il grande Pierangelo Garegnani, morto venerdì scorso. Sulle tracce di Sraffa, ci ha insegnato una diversa interpretazione di Keynes. Un percorso totalmente diverso e indipendente da quello di Minsky che tuttavia oggi, probabilmente, qualcuno dovrebbe provare a riconnettere per ricostruire una visione alternativa dell'economia politica e della politica economica necessarie per governare, finalmente, le crisi cicliche del capitalismo.

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16 ottobre 2011
16 ottobre al ghetto
Travolti dal 15 ottobre 2011, rischiamo di dimenticare il 16 ottobre 1943. Evitiamo di farlo, che quelli erano tempi di ferro davvero e, forse, ricordarsene metterebbe nella giusta prospettiva lo squallore degli odierni "neri" che infestano le manifestazioni.


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12 ottobre 2011
Shalit
Ci sarebbero riflessioni ben più profonde da fare. Però non riesco ad evitare di notare, a beneficio dei miei numerosi amici antri-israeliani a prescindere, che è davvero problematico considerare normale un rapporto 1 prigioniero contro 1027. Se penso a tutte le volte che ho sentito dire di sproporzione fra morti palestinesi ed israeliani, senza che qualcuno provasse a capire davvero il perché..

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6 ottobre 2011
Jobs

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4 ottobre 2011
Marchionne

Marchionne sembra somigliare sempre più a Valletta (a parte lo stipendio stratosferico). La sua ricetta per la Fiat è la medesima della Fiat anni '50: l'emarginazione del sindacato o meglio la formazione di sindacati "gialli" che fanno ciò che chiede il padrone.

Vorrei ricordare al nostro fine manager che negli anni '60 Fiat fu l'ultima delle fabbriche metalmeccaniche dove - sotto la spinta di ciò che succedeva nel resto del paese - si ritornò all'agibilità sindacale e alla conquista di diritti. E poi, non a caso visto il livello precedente di compressione, proprio in Fiat ci fu una valanga, incluse derive terroristiche. Ma, con rara incapacità di leggere la storia, si ripropone l'eterna vecchia ricetta senza pensarne le conseguenze a medio termine.

Del resto, Marchionne somiglia a Valletta per la sua durezza, ma non certo per il suo attaccamento all'azienda. In questo, somiglia più a Riva o agli industiali che fecero - nei primi anni '60 di fornte alle prime lotte operaie - il primo di una serie costanti di "scioperi del capitale", quella costante fuga di capitali all'estero che catratterizza strutturalmente la nostra inetta borghesia. Perché la timida intenzione di produrre un'auto inutile e invendibile sul mercato italiano (una Jeep SUV) a Mirafiori, somiglia davvero poco all'immagine che si voleva dare con Fabbrica Italia.




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30 settembre 2011
Pensierino pensionistico

Dunque, come suggerisce ancora una volta Confindustria, agganciamo più rapidamente l'età pensionabile alla speranza di vita. Giusto. Ma siete proprio sicuri che a forza di tagli alla sanità e al welfare, e a forza di disoccupazione e povertà, la speranza di vita media continuerà a salire? Già in Russia si è avuta una drastica riduzione dopo la fine dell'URSS. E gli USA si stanno dirigendo nella stessa direzione a grandi passi.
Morale: però ricordatevi eh? L'aggancio alla speranza di vita è biunivoco: se si riduce, si abbassa di nuovo l'età pensionabile. Se no, a che gioco state giocando?




28 settembre 2011
Costruire tramvie, pagare le tasse e vivere felici

Ecco qui il mio nuovo post per iMille. Questa volta si parla di come finanziare ragionevolmente e in tempi di crisi il trasporto pubblico. Le tasse possono essere belle. Se fossero usate bene.

PS. Questo blog è sempre più saltuario, il tempo è troppo poco e il lavoro (per fortuna, per certi versi) troppo. Mi piacerebbe scrivere di più, che di cose da dire ne ho fin troppe, ma proprio non ce la faccio, per ora. Vedremo fra un po', e spero che i miei 25 lettori non mi abbandonino.....

 


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1 settembre 2011
Il mondo capovolto

In questi giorni di manovre per far fronte alla crisi globale, viviamo in un mondo e in un’Italia capovolti. E, in genere, non ce ne rendiamo conto.
Voglio provare a raddrizzare almeno un po’ le idee capovolte con le quali stanno tentando di confonderci. Sarò presuntuoso, ma veramente di fronte alla confusione imperante e alla palese incapacità delle classi dirigenti (politici, imprenditori, quasi tutti gli economisti che contano – poiché quelli bravi ci sono, ma in genere non contano per niente), mi sento in diritto di dire anche la mia.
 
 
Primo, la crescita. Mentre sto scrivendo, l’home page di Repubblica riporta “UE: servono misure per la crescita”, Pochi giorni fa la Banca d’Italia, nell’audizione al Parlamento, ribadiva che la manovra era restrittiva e andava accompagnata a misure per la crescita. E potrei continuare all’infinto con gli esempi.
Però nessuno di questi “esortatori della crescita” mi ha ancora fatto capire quali siano davvero queste misure per la crescita. La lista esibita in genere si limita alla riforma del mercato del lavoro, alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, in versione più o meno intensiva. I più avveduti aggiungono magari una manovra fiscale che sposti la tassazione dal lavoro alla rendita o, almeno, usi l’aumento dell’IVA per ridurre il costo del lavoro.
La lista standard, insomma, è fatta quasi solo di politiche dell’offerta. Quelle politiche che, in tutti questi anni, hanno dimostrato ormai ampiamente la loro sostanziale inefficacia se la domanda non tira.
Secondo, il debito e il pareggio di bilancio. Per le note e apparentemente ragionevoli ragioni, tutti dicono che è necessario ridurre il nostro mostruoso debito pubblico. Ciò implica, appunto, ridurre le spese (ossia ridurre il reddito prodotto dalla Pubblica amministrazione – ricordate dai corsi di economia, Y = C + I + S dove S è la spesa pubblica. C il consumo, I l’investimento e Y il reddito?), oppure aumentare le entrate (S resta com’è, ma C e/o I si riducono). Quindi, riducendo il deficit si riduce la domanda, ossia agisce il famoso effetto depressivo della manovra. Effetto che rende le politiche dell’offerta poco più che pannicelli caldi per la famosa crescita.
Salvo che si creda possibile imitare il modello di crescita basato sulle esportazioni adottato dalla Cina e, in misura minore, dalla Germania odierna. Quello stesso modello che abbiamo usato con successo negli anni del miracolo economico ma che ora ci è sostanzialmente precluso da molti fattori. Per dire: esportare di più grazie ai costi bassi, è ormai impossibile (ci sono i cinesi e i paesi emergenti, e abbiamo una valuta forte e non svalutabile). Ma nel frattempo le nostre imprese sottodimensionate e poco innovative (salvo le solite lodevoli eccezioni) non sono nemmeno in grado di esportare per maggiore qualità o tecnologia, che è invece ciò che fanno i tedeschi.
Insomma, è davvero ragionevole l’obiettivo del pareggio di bilancio forzato? All’interno dei vincoli dati dall’attuale governance europea, ovviamente sì. Se non lo facessimo, ci massacrerebbero di spread. E tuttavia è il vincolo stesso ad essere sommamente opinabile e probabilmente non necessario o non necessario in questa forma [1]. Infatti:
  1. Raggiungere il pareggio rapidamente significa deprimere l’economia e generare una perfetta spirale: decrescita dell’economia, meno entrate, nuovo deficit, nuova crescita dello spread, nuova manovra depressiva. Quel che sta succedendo in Grecia.
  2.  Esiste la ragionevole alternativa, ormai invocata in vario modo un po’ da tutti: quella degli eurobond, ossia dello spostamento di parte del debito sovrano in modo da aumentarne il livello di garanzia. Una soluzione che rende meno cogente il rientro immediato e possibile una gestione meno crudele della pur necessaria riduzione del debito. Nella versione Prodi-Quadro Curzio, peraltro, tale alternativa include anche una ricetta espansiva, visto che parte dei bond sarebbe utilizzata per progetti di sviluppo (S cresce e, via moltiplicatore keynesiano, crescono C ed I, quindi cresce Y).
  3. Terzo. Senza Europa o senza Germania? Com’è noto, l’ortodossia tedesca e della BCE ritiene tale alternativa impraticabile. Francesco Molica ci ricorda opportunamente che forse il “ricatto” della Germania potrebbe essere rivoltato nel suo contrario – capovolgere il mondo capovolto, appunto, e che gli eurobond, e l’Euro stesso, potrebbero forse vivere una nuova vita senza la Germania (o, anche, che la Germania potrebbe essere per questa via costretta ad accettare il nuovo mondo).
Quarto. Il pareggio di bilancio in Costituzione. Questo è davvero il mondo capovolto: sebbene la finanza privata viva di debiti e crediti sempre più illimitati, di economia di carta e d’irrealtà, si pretende che gli stati, invece, si autolimitino nella possibilità di gestire l’economia reale con la politica fiscale. A parte il povero Keynes che si rivolta nella tomba, e a parte il facile memento che dovrebbe venirci da quel che ha dovuto passare il povero Obama sotto il ricatto dei pasdaran fondamentalisti del Tea Party, è pazzesco che si pensi che la politica economica, semplicemente, non debba esistere. Raramente ho visto un simile furore ideologico antipolitico essere preso per cosa seria da illustri riformisti. Evidentemente, anche loro vivono nel mondo capovolto che stanno provando a farci digerire.
Quinto. La distribuzione del reddito e il contenuto della manovra. Se è vero quanto detto sopra circa gli effetti inevitabilmente depressivi di qualunque manovra per ridurre drasticamente e a tappe forzate il debito pubblico, è tuttavia certo che il modo con cui i tagli o le tasse possono essere imposti non è indifferente non solo dal punto di vista della giustizia o della morale, ma anche – quel che qui importa – per il diverso livello di “depressione” che imprimerà all’economia. È ben nota la diversa propensione al consumo delle diverse classi di reddito. È ben noto che tassare il lavoro o il reddito diretto d’impresa riduce la domanda di consumo e d’investimento, mentre tassare la ricchezza patrimoniale, mobile o immobile, ha effetti depressivi molto minori – sempre ammesso che li abbia. Insomma, tassare i ricchi è meglio che tassare i poveri anche dal punto di vista degli effetti economici della manovra. E del resto abbondano le evidenze empiriche che una più egualitaria distribuzione del reddito aiuti la crescita, come dimostrano ad esempio l’andamento dell’economia sotto Clinton in confronto ai disastri dell’era del Bush che stimolava l’economia con gli sconti fiscali ai super ricchi, per non dire delle performance sempre lusinghiere delle economie scandinave.
Ma, ovviamente, dopo che almeno a parole di patrimoniale si è iniziato a discutere, dalla manovra sta scomparendo perfino la sua pallida e storta imitazione, il contributo di solidarietà sui redditi alti. Mentre ormai anche i ricchi più avveduti stanno chiedendo a gran voce di contribuire in proporzione alla propria ricchezza, come del resto è scritto nella Costituzione, il nostro governo di Tea Party de noantri si guarda bene dal farlo.  
Sesto. La decrescita strutturale e la ragione sottostante della crisi. Questa l’ho scritta tante volte da annoiare perfino me stesso. Ma ahimè è la questione cruciale: il mondo occidentale è entrato in un periodo di decrescita strutturale a causa dell’esaurimento delle risorse “facili” – che è il vero motivo sottostante la crisi finanziaria ed economica. E presto anche il resto del mondo si troverà nella stessa situazione, pur non avendo fatto in tempo a godere dei nostri fortunati anni del carbone e del petrolio, perché con le risorse fisiche non si scherza. Si tratterebbe di trasformare una possibile e tragica decrescita infelice in una decrescita morbida e che migliori la qualità delle nostre vite ma, con tutta evidenza, ciò sarà impossibile se si continua pervicacemente con le stesse ricette che ci hanno portato fino a qui. E i politici e gli economisti prevalentemente maschi anzianotti e occidentali che guidano le danze non sembrano in grado di capirlo.
*****
Insomma, ci stanno dicendo che dobbiamo essere castigati – tagliare, risparmiare, rinunciare - non per buoni motivi (la crisi delle risorse), ma per cattivi motivi (lasciare le cose come stanno, salvare la finanza e i ricchi, perpetuare questo modello). Ci stanno facendo avvitare in una spirale di debiti che non possono ripagarsi per continuare a salvare i creditori. Mentre l’unica cosa sensata da fare, visto che è vero che le risorse disponibili nel medio periodo saranno per definizione di meno, è quella di ridistribuire massicciamente e forzosamente la ricchezza dai ricchi ai poveri, dalla finanza al lavoro, dai consumi energivori a quelli efficienti dal punto di vista energetico. C’è un gran lavoro da fare per pilotare il nostro mondo, l’Europa e l’Italia nella tempesta che ci attende con la fine delle risorse facili. Un lavoro che richiede equità, sobrietà, uso sapiente delle tecnologie, collaborazione e solidarietà più che competizione, e tanto uso efficiente dei beni comuni – e tanti beni comuni materiali e immateriali.
Qualcuno, fra i riformisti e non fra gli inutili massimalisti di cui questo paese abbonda, è disposto a proporlo?



[1] Per carità: sono il primo a dire che il debito deve essere sostenibile nel lungo periodo e quindi va progressivamente ridotto, che la pubblica amministrazione spreca ed è inefficiente al massimo grado, e che abbiamo una burocrazia e delle regole folli. C’è da fare efficienza per miliardi di euro, e va fatto assolutamente, tramite attente spending review e vere semplificazioni normative. Ma non è questo il punto.

 




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30 agosto 2011
Al peggio non c'è mai fine
Mentre noi ci baloccavamo e litigavamo per stabilire se servisse una (piccola, per carità) patrimoniale, mentre Boeri faceva le pulci alla contromanovra del PD e Montezemolo proponeva grandi riforme, questi hanno apparecchiato la solita scelta di classe - come si sarebbe detto una volta e come sarebbe il caso di ricominciare a dire. Niente patrimoniale, ovviamente. Niente contributo di solidarietà per i redditi alti, castigare le odiate cooperative e, non guasta, gli sfigati che hanno fatto il militare. Lasciare tutte le piccole e grandi crudeltà verso i dipendenti pubblici, noti fannulloni per definizione (tra l'altro, ricordo che il contributo di solidarietà sopra i 90.000 euro di reddito è già attivo e resterà tale per tutti i dipendenti e pensionati pubblici). Razionalizzazioni della spesa pubblica, abolizione delle province e lotta all'evasione: tutto più o meno rimandato a leggi successive, quindi come non ci fosse. Leggere per credere.



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12 agosto 2011
Guai a toccare il mattone (e i patrimoni)
Riepiloghiamo.
Il popolo tutto è ormai quasi istericamente lanciato nella rivolta contro la casta dei politici. Faccende come il menu del Senato sembrano fatte apposta per attirare la riprovazione generale. Giustissimo e sacrosanto sarebbe intervenire, come spiega da par suo Gramellini.
Nel frattempo, pare che la manovra che questi qua vareranno stasera preveda un contributo di solidarietà sui redditi sopra i 90.000 euro (o 75.000, boh), mentre è esclusa ogni patrimoniale e ogni tassazione sulle case. Come ho già scritto, guai a toccare il mattone. E, come è evidente, il contributo sui redditi sarà pagato dai lavoratori dipendenti e non da chi ha grandi patrimoni.
Nel frattempo, l'ira per la casta dei politici, inspiegabilmente, non si allarga alla casta, ben più potente e ricca, dei grandi manager, dei grandi finanzieri o, semplicemente, dei ricchi che vedi ogni giorno circolare su auto costosissime, ostentare lusso, ecc. Ci si scandalizza poco tanto dei 20 milioni all'anno per Eto, quanto delle centinaia di milioni di Marchionne. Ma si sa, il diritto al lusso è sui cartelloni pubblicitari (e magari qualcuno finisce per pensare che sia davvero un diritto, e sfascia negozio come in Inghilterra...).
Anzi, la ricetta proposta per uscire dalla crisi è, appunto, tosare lo Stato per lasciare la ricchezza privata intatta, senza tentare nemmeno un poco di distribuirla meglio, questa ricchezza privata.

Forse, tutto questo odio anti casta dei politici, per l'ennesima volta, è un bel modo per fregare il popolo bue. Senza distinguere, semplificando, trovando un capro espiatorio indifferenziato, alla fine resta il lamento, il "sono tutti uguali". E il non vedere alcuna strada per cambiare.

PS. Ultimo post prima di due settimane di vacanze senza connessione Internet.

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10 agosto 2011
Di fiere, mercati, borse e concorrenza


Il mio nuovo breve articolo per iMille, una divagazione medioevale sul presente. Mi ha fatto piacere scriverlo, magari vi fa piacere leggerlo.


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9 agosto 2011
Obama e Carter
Obama come Carter? Un buon presidente sconfitto dalla sua irresolutezza e dalla violenza della destra più reazionaria che gli USA ricordino, che non riesce ad arrivare al secondo mandato?

Se, come probabile, gli americani si consegneranno a un presidente del Tea Party, il declino americano sarà completo e definitivo, e la trasformazione del mondo, non più guidato dall'occidente ma dai BRIC - nella migliore delle ipotesi - o dalla sola Cina - nella peggiore - sarà completa e imprevedibile.
Come al solito, l'Europa avrebbe ancora molto da dire, ma non lo farà.

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8 agosto 2011
Rivolta e rivoluzione


Cosa distingue una rivolta da una rivoluzione? Perché i ragazzi poveri, disperati e violenti che in queste ore stanno bruciando Londra e saccheggiando negozi sono considerati facinorosi e accusati di essere parte di bande criminali giovanili, mentre i ragazzi di piazza Tahrir e quelli che si rivoltano in Siria sono considerati giovani rivoluzionari che lottano per il futuro e la democrazia?

Se ascolti il commento dei due giornalisti di Sky 24 alle impressionanti immagini in diretta della guerriglia londinese, ti accorgi come sia contraddittorio quel loro stigmatizzare i facinorosi e violenti, gli ingiustificabili atti di una minoranza di teppisti e, nel frattempo, quel finire per paragonarli (per l’uso di twitter e Facebook, per la disperazione sottostante), ai ragazzi della rivoluzione araba.

E del resto, sono certo che chi ascoltasse la televisione siriana, si sentirebbe raccontare che i ragazzi che si rivoltano contro Assad sono dei facinorosi terroristi nemici del popolo.

Sì, lo so bene che noi qua siamo ancora democrazie – e infatti siamo qui a discuterne, e infatti le immagini di Sky documentano tutto e la polizia londinese è sotto inchiesta indipendente per l’uccisione del ragazzo che ha scatenato tutto questo putiferio. Lo so bene che meglio sarebbe, a Londra, un movimento come quello degli Indignatos spagnoli, piuttosto che questa ribellione ovviamente senza sbocchi.

Ma, ad esempio, che ne pensate della disobbedienza civile che si sta diffondendo in Grecia, del “noi non paghiamo”? In qualche modo, una via di mezzo fra un movimento classico di protesta politica e una rivolta violenta e senza scopo.

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Perché, almeno così mi sembra, il problema è che non si può pensare di continuare a comprimere intere generazioni sotto il tallone di una crisi finanziaria incomprensibile che lascia solo i poveri più poveri, i ricchi più ricchi, le ingiustizie più ingiuste. Mentre continuano a raccontarci che l’unica ricetta per uscirne è meno Stato sociale, meno aiuti alle persone, meno solidarietà, più competitività (più aggressività?), in definitiva più ferocia.

E visto che feroci bisogna essere, perché non esserlo fino in fondo, finiscono per dirsi quelli che hanno poco da perdere….

Oggi, svalutare il valore dei debiti e spostare la ricchezza dai creditori ai debitori sta diventando una questione di giustizia basilare e, più ancora, di semplice sopravvivenza di una società europea minimamente vivibile.

Ma, a quel che sembra, siamo governati da una classe dirigente di politici irresponsabili e di capitalisti e manager di un egoismo stratosferico i quali, incapaci di rivedere le proprie convinzioni e di guardare un po’ più in là del proprio naso, finiranno per portare ulteriore rovina.




5 agosto 2011
Link sulla crisi
Qualche consiglio di lettura tendenzialmente eterodosso per capire la crisi. Letture consigliate sopratutto ai miei amici variamente "liberisti":
  • Cominciamo con il più scontato, l'approccio quasi no global di Guido Viale. Al di là di un certo eccesso propagandistico anti multinazionali, è comunque difficile non vedere che, sulla scomparsa della sovranità statale a favore dei "mercati", e sulle ormai quasi patetiche posizioni di Giavazzi, coglie nel segno.
  • Sulla stessa lunghezza d'onda, l'esortazione di Luciano Gallino a non gettare via lo stato sociale e i diritti dei lavoratori per malinteso terrore del debito.
  • Molto più stimolanti le osservazioni di Paolo Leon ed altri sul ruolo che dovrebbe avere e non ha la BCE: in breve, abbiamo una Banca Centrale Europea irresponsabilmente indipendente e dotata per legge di obiettivi idioti e autolesionisti.
  • Queste osservazioni sono in qualche modo completate ed affinate da Sergio Cesaratto, il quale tra l'altro offre una interessante spiegazione non convenzionale dell'origine dell'accumularsi del debito italiano. Su questo specifico aspetto mi piacerebbe dibattere con chi ha opinioni diverse, per capire meglio la questione. Cesaratto probabilmente esagera le magnifiche doti della svalutazione come soluzione ai problemi italiani e come metodo per recuperare sovranità. Però è assai convincente la sua analisi sul mercantilismo tedesco e sull'insostenibilità di così forti sbilanci commerciali intra-UE.
  • Pure da segnalare le osservazioni di Silvano Andriani sulle caratteristiche di lungo periodo dell'indebitamento mondiale. Andriani - come altri in questi giorni, anche di fonte più mainstream - propone di avviare una moderata politica inflazionistica e contesta la proposta di patrimoniale di Amato: quindi lo segnalo sopratutto a me stesso e al mio amico Michele Ballerin, entrambi sostenitori di una qualche tassazione patrimoniale. Resto convinto che tale tassazione dovrebbe essere introdotta per mere ragioni di equità, giustizia e "segnale politico". E tuttavia, credere che possa risolvere i nostri guai mi sembra poco plausibile.
  • Infine, ho trovato davvero interessante e per nulla scontato questo intervento di Stefano Fassina. Anch'egli è sulla linea degli altri circa l'interpretazione della crisi. Ma quel che è più interessante è l'osservazione di fondo sulla politica economica ormai deprivata della sua complessità, e sul fatto che le politiche settoriali (ambiente, energia, welfare) sono ormai vissute solo come vincoli da una politica economica che funziona solo come gestione finanziaria del debito pubblico. Peraltro, Fassina propone anche vie di uscita concrete, enumerando le ben note proposte elaborate dal PSE su eurobonds, tassazione finanziaria ed ambientale, ecc.
Ancora una volta, le analisi e perfino le proposte non mancano. Ciò che manca sono le gambe politiche per farle arrivare in porto.



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3 agosto 2011
Riforme o rivoluzione/Oppure/Il senso della vita/O ancora/Perché questo silenzio

Abbandonare il blog a se stesso vuol dire che quei già sparuti lettori non ti seguiranno più. Pazienza. Come dice il sottotitolo, qui ci sono appunti utili prima di tutto per me.

Comunque sia, l’abbandono è non solo per il troppo lavoro e i troppi impegni, ma soprattutto per il dubbio che mi pervade e mi sconsiglia di scrivere. Troppa confusione sotto il cielo, e la situazione non è affatto eccellente. Riforme o rivoluzione? Riforme e rivoluzione, direi. Ma chi le fa?


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Mettiamo in fila alcuni fatti di questi giorni. Cose ovvie, sotto gli occhi di tutti.

La carestia in Somalia e in Africa. In breve, una crisi alimentare globale alle porte.

Gli indignados in Spagna, in Israele e, prima, la primavera araba. In breve, gente che non ne può più delle condizioni nelle quali è costretta a vivere, e non vede futuro.

La ridicola e orrida storia del default del debito americano. Ridicola perché è un default formale, orrida perché la sostanza è che i repubblicani hanno voluto fare tutto, ma proprio di tutto pur di non toccare i loro miliardari.

La finta e debole soluzione offerta dai governi europei alla crisi del debito pubblico greco, proprio in queste ore convertita nell’attacco ai debiti italiani e spagnoli. Con il rischio ormai concreto del peggio. In breve, l’insipienza di governanti piccini e nazionalisti, incapaci perfino di prendere i provvedimenti consigliati da politici ed economisti mainstream, liberali e liberisti, ma appena dotati di un poco di buon senso.

Sull’Italia in sé, sulla sua ingovernabilità morale prima che politica e materiale, nemmeno vale la pena di insistere.

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Su tutto, il velo soffocante del solito Business As Usual. Immemori della crisi finanziaria globale, e ancora più delle motivazioni strutturali che la spiegano – la crisi delle risorse da un lato, l’esplodere delle diseguaglianze dall’altro -, altrettanto immemori della crisi climatica, tutti si sbracciano a suggerire la medesima ricetta irragionevole, contraddittoria e pure irrealizzabile: più crescita economica grazie al taglio della spesa pubblica, delle tasse e dello stato sociale. Verrebbe da dire, per fortuna che questi hanno in mente un teorema impossibile perché sono accecati dall’idiozia economica. I tagli daranno, ovviamente, meno e non più crescita, e quindi magari ci potrebbero salvare dal disastro climatico.

Peccato che questa decrescita infelice sarà un massacro sociale senza salvare il clima, perché nessun processo non governato funziona davvero, ed è perfettamente possibile decrescere inquinando di più, non di meno.

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La vita quotidiana sembra dire altro, però.  Certo, si vedono scricchioli, certo il numero di barboni e senza casa, e di vecchi malmessi, è in rapida crescita. Certo, di quando in quando ti sembra di avvertire l’intero edificio crollare, come quando noti che nel giro di tre strade e tre mesi sono state aperte tre sale giochi al posto di un blockbuster, una banca e un supermercato. E tuttavia, le auto continuano a circolare numerose, le persone vanno ancora in vacanza, escono la sera, trovi pizzerie e ristoranti ancora stracolmi nelle nostre calde sere estive. I posti belli restano belli, i musei e i monumenti risplendono e ci sono perfino ancora soldi per il cinema, il teatro, il divertimento. Per non dire di tutte quelle persone che continuano a fare e produrre bellezza e intelligenza, in un modo o nell’altro e a dispetto di tutto.

Io stesso, dopo difficoltà lavorative piuttosto grandi, sono tuttavia ora in una situazione più che promettente, pieno di lavoro, perfino interessante, con Indra che dopo lo shopping italiano continua ad espandersi  nel mondo, come se la crisi spagnola fosse nulla.

Passare con la bici, la mattina abbastanza presto, a Piazza Navona splendente di sole ma ancora fresca e un po’ vuota, con qualche camion che scarica merci, resta sempre un’esperienza sufficiente a dare senso alla vita. E prima che Piazza Navona crolli perché non c’è più petrolio, o perché il clima sarà cambiato, di tempo ne passerà.

Sandra Savaglio, a Changes, si è divertita un mondo una sera a terrorizzarci con la certezza che il sole si spegnerà certamente ma che, molto molto prima, quasi certamente un grosso asteroide colpirà la terra generando sconvolgimenti pari a quelli che hanno estinto i dinosauri. Ma si divertiva appunto perché questo “molto molto prima” è talmente lontano da noi da essere irrilevante.

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Ecco, ci vorrebbe una rivoluzione perché davvero questa Europa è preda di un’idiozia distruttiva veramente epocale. Eppure lo so bene che sono più credibili i ragazzi laburisti norvegesi col loro fattivo riformismo pragmatico e sognatore. E, del resto, è meglio non violentare la dolcezza del mondo, quando c’è.




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27 giugno 2011
Come non arrivare a Lione
Ora, io sono tendenzialmente per una qualche forma di decrescita riformista. E penso che chi prova ad articolare progetti alternativi a grandi opere forse troppo grandi, come questi del Fare, siano persone serie. E ho pure letto le opinioni anti TAV sul sito della Voce. E sono pure sicuro che il governo non ha fatto nulla per trovare una soluzione ragionevole, per convincere, per non incastrare tutta la Val di Susa in un colossale meccanismo Nimby. E che quindi quel che sta succedendo ora non è solo responsabilità di quattro facinorosi, ma è sopratutto effetto di scelte poco lungimiranti e mal gestite da parte del gioverno.

Tuttavia, non riesco a non continuare a notare che la sindrome Nimby colpisce prima di tutto opere come il treno, i parchi eolici, gli impianti fotovoltaici. E molto, molto più raramente una nuova autostrada, l'ennesimo svincolo, lo sterminio di capannoni che rapidamente diventano scheletri vuoti nelle nostre ex campagne.

Qualcosa non mi quadra.


 

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20 giugno 2011
Muoia Atene con tutta l'Europa
Ho pensato che se fossi il primo ministro greco, a questo punto deciderei di sfasciare l'Euro e l'Europa.



La Grecia, distrutta dalla crisi mondiale e dai trucchi contabili del suo governo di destra, è oggi sotto ricatto. La ricetta che gli si propone è tagli, lacrime e sangue e svendita del patrimonio pubblico ai privati (ossia agli stranieri). Di fatto senza alcuna garanzia che alla fine ci possa essere qualche ripresa. Alla fine, ci sarà solo più povertà, più disoccupazione, e ancor meno controllo della politica sull'economia.
E allora mi sono chiesto. Ma è proprio vero che il governo greco non può che accettare il ricatto? E ho pensato che potrebbe tranquillamente ricattare a sua volta. Disastro per disatro, sarei proprio curioso di vedere cosa direbbero i Trichet, i Bini Smaghi e i Draghi se il governo greco decidesse unilateralmente di uscire dall'Euro e di dire, tranquillamente, che ristruttura d'imperio il proprio debito e ricomincia a stampare dracme. Disastro in Grecia, ma anche disatro in Europa, contagio in Portogallo, Spagna, Italia....

Poi ho pensato che è davvero idiota la pervicacia con la quale i padroni dell'economia europea, e i governi di destra che li rappresentano, continuano a perseguire la medesima ricetta qualunque cosa accada. Se il sistema finanziario va a fondo, bisogna salvarlo perché le banche sono "troppo grosse per fallire". Ma se il sistema pubblico, lo stato sociale, la vita della gente vanno a fondo, che si arrangino, che facciano sacrifici. Invece, si sa, i bonus per i banchieri e i manager servono perché altrimenti il merito non è premiato.... Ma ho pensato anche che è inutile prendersela con la miseria morale di questo modo di pensare. E' l'idea pseudo-razionale che c'è sotto a questa miseria morale che va messa in discussione.

A questo punto, pensandoci meglio, ho riflettuto sul fatto che - come spesso accade - ci sono due modi per uscire da questo pantano. In avanti o indietro. Verso gli Stati Uniti d'Europa, con un governo unico dell'economia e non solo, o verso l'irrilevanza perdente del vecchio continente delle nazioni, cui ci stanno portando a rapida velocità gli egoismi dei governi nazionali.

E mi sono accorto che le idee e gli strumenti per uscirne in avanti ci sono tutti, sono stati ampiamente discussi ed elaborati, dalla proposta dell'agenzia europea per il debito, che vuol dire spostare parte del debito pubblico accumulato dall'inizio dalla crisi in un fondo europeo e non più nazionale, e su tale base fondare l'emissione degli eurobond, a quelle proprio in questi giorni ribadite dal PD, come l'idea di eurobond per il lavoro e quella della tassazione delle transazioni finanziarie. Si può discutere nel dettaglio di queste soluzioni, vederne i problemi e i limiti ma, comunque sia, si tratta complessivamente di un solido punto di partenza che nasce da un presupposto di base: la politica deve tornare a governare, l'economia è strumento, non padrone del nostro mondo.

La questione è, però, che queste proposte non hanno credibilità se sono fatte a livello nazionale, non hanno voce in un'Europa governata da governi di destra e da due governi di sinistra sotto ricatto (Grecia e Spagna). E allora mi viene da chiedermi cosa aspetta la sinistra europea per provare a parlare con una sola voce. E mi chiedo per quale motivo Bersani, se ha davvero capito che il cappio al collo che il governo ci sta confezionando è un cappio al collo europeo, non si occupa solo di proporre le sue idee di riforma ai socialisti europei, invece di perdere tempo a polemizzare con Vendola o di pendere dalle labbra del Bossi di Pontida.
Perché mi sembra che la possibilità di uscire dal pantano sia appesa al filo di una grande mobilitazione politica unitaria di tutti i partiti progressisti europei. Che, proprio perché ahimé non sono al governo, possono però provare a smuovere le acque. Se solo la smettessero di guardare al proprio ombelico nazionale.

Oppure i riformisti europei perferiscono che gli indignati di ogni nazione, privi di sponda e sbocchi credibili, non trovino di meglio che accusare di tutti i malanni Europa ed Euro?

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12 giugno 2011
Perché Tremonti non può fare la riforma del fisco (oppure, perché non fidarsi di Tremonti)


Tremonti non può fare la riforma del fisco, né può "rilanciare la crescita", secondo il mantra globale attuale, perché Tremonti, come tutti i ministri dell'economia dell'Europa tranne quello tedesco, non dispone delle leve della politica economica e della politica monetaria. La sovranità monetaria degli stati è stata ceduta alla Banca Centrale Europea, che ha per statuto l'obiettivo idiota della stabilità dei prezzi (idiota perché unico e indipendente dagli altri, non idiota di per sè), e l'autonomia perfino arrogante dai governi. La sovranità economica è stata ceduta ai "mercati" e in particolare ai mercati finanziari che comprano i debiti sovrani e vogliono in cambio tassi di interesse che coprano dai rischi. E che non vedono loro, quando i rischi di un Paese aumentano, di approfittare chiedendo tassi più alti.


Questo, tuttavia, è solo il primo livello. Al secondo livello, bisogna anche ricordare che, pur all'interno di questi vincoli davvero deprimenti e che sarebbero da stravolgere al più presto, ci sarebbero dei margini di manovra per fare qualcosa. Ma in quel caso di Tremonti non ci si può fidare per almeno due motivi. Il primo, è che non è capace di fare le cose che servirebbero e che sta perfino cominciando a dire di voler fare. Sono anni che ogni tanto ne dice di apparentemente giuste ma il massimo che è riuscito a praticare è: condoni e tagli lineari. Il secondo, è che anche se improvvisamente rinsavisse, i suoi riferimenti politici e sociali sono quelli che non hanno interesse alcuno a cambiare le regole del gioco attuale. L'unico modo di rilanciare la "crescita" (un'altra volta tornerò sul senso vero che dovrebbe avere questo obiettivo, pazientate) è quello di avviare una bella cura di liberalizzazioni vere, una vera rivoluzione fiscale dal lavoro alla rendita e al patrimonio e ai consumi energetici, una feroce lotta all'evasione fiscale di grande dimensione e alla criminalità, un contratto unico del lavoro assieme a nuovi ammortizzatori sociali, e dare fondi fiducia e allegria a scuola ricerca e giovani. Tutte cose lontane mille miglia dagli interessi e perfino alla comprensione di chi ha votato il centrodestra.

Perché, ne sono certo, con il declino di Berlusconi entro pochi mesi tutti quelli che erano la sua corte - Tremonti e la Lega per primi - saranno velocissimi a riciclarsi, ad avere l'aria di dire che loro, con il disastro raccontato dall'Economist, non c'entravano niente, che passavano dalle parte di Berlusconi un po' per caso.

E no, cara Italia Futura, non è che perché Tremonti adesso fa il guardiano dei conti contro l'assalto alla diligenza, che è diventato bravo. Lo fa solo perché, visti i mercati e la BCE, non è capace di fare altro. Vediamo di non dimenticarcelo.



10 giugno 2011
Dichiarazione di voto
Prima di tutto, una cosa semplice sul referendum. Sebbene senta sempre più spesso dire in giro che è lecito non votare per dire NO (ossia far perdere i SI sommando furbescamente i NO virtuali agli astensionisti a priori), credo che questo trucchetto resti scandaloso per un motivo specifico: sopratutto nei posti piccoli, dove si conoscono tutti e il voto ahimé non è così libero come si crede, un simile meccanismo rende il voto nei fatti un voto palese e non segreto. Se sai a priori che chi va a votare vota SI, si è perso un elemento fondamentale della democrazia.
Quindi, onore al merito di quelli che stanno facendo campagna per andare a votare votando NO. Peraltro, qui c'è una condivisibile proposta per risolvere il problema del quorum.

Ciò detto, una breve nota sul mio voto.

Ho fatto un complesso viaggio attorno alle energie alternative e al nucleare, e quindi posso dire a ragion veduta che la scelta nucelare non è utile, e che possiamo provare davvero a seguire la strada della Germania. Consapevoli, però, che è una strada difficile e che la ricerca nucleare resta una cosa importante per il nostro futuro. Votare SI al referendum significa, per me, sottolineare che questo pseudo piano nucleare è semplicemente ridicolo, non che dopo non ci saranno più problemi energetici. Anzi, significa dire che, dopo, bisogna davvero ragionarci su un vero nuovo piano energetico nazionale credibile e praticabile.

Sull'acqua, il mio SI al quesito sulla privatizzazione e il mio perplesso NO (magari all'ultimo momento voto SI anche a quello) sul quesito sulla remunerazione del capitale derivano da poche considerazioni pratiche e molte teoriche. Le considerazioni pratiche sono che la norma che si prova ad abrogare con il primo quesito è davvero indecente non solo per l'obbligatorietà della privatizzazione e la negazione dell'autonoma (federale?) degli enti locali, ma sopratutto per la possibilità di vendere le quote azionarie delle multiultility comunali già quotate in borsa a trattativa privata, in modo non trasparente, ai soliti noti del capitalismo protetto italico o, nella migliore delle ipotesi (!), alle solite multinazionali. Mentre abrogare la frasetta sulla remunerazione del capitale in tariffa, sebbene probabilmente non comporterebbe gli sfracelli "economici" nella formazione della tariffa che i liberisti ad oltranza paventano, comporta comunque un certo rischio che - dopo - risulti difficile praticare tariffe sensate ed economicamente efficienti.
Le considerazioni teoriche sono tutte, estesamente, scritte qui. Sottolineo solo ancora una volta che la gestione industriale del ciclo dell'acqua richiede ovviamente professionalità e quindi aziende funzionanti e attente ai costi e all'efficienza. Ma che il punto cruciale, nella gestione di un bene comune (o almeno in parte comune e in parte economico), è la partecipazione e la trasparenza. Azionariato popolare? Comitati di controllo? Bilancio sociale? Pfrobabilmente molte di queste cose assieme, e assieme ad aziende affidate a manager indipendenti e autority di controllo forti e serie.

Sul legittimo impedimento, le cose son facili. E' un referendum che non serve quasi a nulla, ma fa davvero un piacere morale votare felicemente un bel SI.



8 giugno 2011
Lo zen e l'arte della dismissione delle centrali nucleari
Ho pubblicato su iMille un nuovo articolo sulla questione energetica, questa volta con un approccio più filosofico e centrato sul problema dell'oggettività dei numeri. Potete leggerlo qui.
E, visto che polemizzo con il buon Filippo, credo sia giusto dire che il suo lavoro di chiarificazione dei dati, come dimostra in questo articolo, resti molto utile. Anche se, appunto, i numeri non sono tutto.

Buona lettura.



6 giugno 2011
I non cicli elettorali europei
Anche se dopo i risultati portoghesi sembra che l'Europa vada tutta a destra, in prospettiva a breve (2013) in almeno due paesi, Francia e Germania - e dell'Italia non parlo per scaramanzia - è molto probabile una vittoria della sinistra.
Ovviamente, se questa previsione si avvererà, ne sarò contento.

E tuttavia, la realtà è che la sistematica mancanza di un vero ciclo elettorale europeo è uno dei molti motivi che impediscono la nascita di un'Europa federale. La destra è ormai tendenzialmente nazionalista, la sinistra - non tutta, ma insomma - più orientata all'unione.

E così, non ci sono mai contemporaneamente abbastanza governi nazionali con intenzioni unitarie. E l'Europa arranca.

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1 giugno 2011
Back Office PD
Ogni tanto Luca Ricolfi si trasforma da commentatore intelligente che basa le sue analisi sui dati, a venditore di tesi a priori precostituite. Ancor prima dei ballottaggi aveva deciso che la vittoria di Pisapia e De Magistris era la vittoria della sinistra radicale e indeboliva il PD, ed oggi ritorna su questa tesi arrivando addirittura a dire che l'Italia dei Valori è andata meglio del PD alle urne, quando - come nota questa bella analisi di Termometro Politico, il risultato delle amministrative a sinistra premia assieme i candidati "radicali" e il partito riformista, il PD, penalizzando (sia nei fatti sia rispetto le attese) proprio SEL e IdV (e comunque qualcuno dovrebbe ricordarsi pure di Fassino...).

Credo proprio che il Ricolfi non sarà il solo, nei prossimi giorni, a battere su questo tasto, perché è un tasto utile a tutti i terzisti di ritorno per far tornare in gioco, in qualche modo, le patetiche speranze del terzo polo. L'importante, però, è che non ci caschi il PD.

Perché il PD ha dimostrato, grazie al circuito certamente faticoso delle primarie, di saper essere il "back office" della sinistra. Un back office messo a disposizione di nuovi leader, nuove facce, provenienti da altri partiti o dallo stesso PD (perché ci sono anche quelli). Senza back office il front office non esiste, produce solo rumore. Senza front office il back office non serve, non arriva alle persone.

Direi che è proprio il caso di continuare così, con tranquillità perseveranza e un po' di fiducia.

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31 maggio 2011
Non serve commentare
Vedo che la maggior parte dei blog che leggo nemmeno commentano la sberla al centrodestra, tanto siamo semplicemente felici. Ci sarà tempo. Segnalo solo che rapidamente riappariranno i rosiconi di estrema sinistra ed estrema destra (quelli che, da un lato e dall'altro, devono trovare comunque il modo di dire che in ogni caso il PD ha perso, e che magari le primarie le abbiamo fatte per suicidarci meglio....).
Intanto, consiglio vivamente a tutti i dubbiosi e gli schizzinosi la lettura di questo magistrale pezzo in difesa del votare il meno peggio, scritto da un lucidissimo Francesco Costa.
E, per concludere in bellezza, la sintesi di Gramellini.

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26 maggio 2011
I problemi europei e i falsari italiani dell'economia
L'Europa non sta affatto bene. Non sta bene in termini di politiche economiche condivise, non sta bene perché continua ostinatamente a perseguire l'assurda politica dei tagli e dell'attacco al modello sociale europeo come se questa potesse essere una soluzione che porta alla crescita. Non sta bene perché le buone performance della Germania, di cui tutti possiamo essere magari contenti o invidiosi, sono in buona misura sostenute da uno scambio ineguale con i paesi più deboli dell'area Euro. Non sta bene perché popolazioni sempre più impaurite e governi di destra sempre più pavidi tendono a rinchiudersi nel proprio orticello, sperando così di difendersi dal resto del mondo che avanza.
Nel frattempo, in Italia quel vero e proprio falsario dell'Economia che è Tremonti si permette di attaccare - in modo perfino patetico - l'Istat e i suoi studi. Continuando nella perniciosa linea del negare l'evidenza di una crisi che qui da noi è la versione aggravata della generale crisi di futuro che attanaglia l'Europa.
Di tutto questo, in vario modo, si è parlato in questo periodo sul magazine de iMille e altrove. Per chi vuole approfondire, consiglio queste letture:


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22 maggio 2011
Profezie che si autadempiono
Funziona così: l'agenzia di rating di turno abbassa l'outlook di un paese a scelta (questa volta è toccato all'Italia). Quindi gli investitori chiedono interessi maggiori come premio per il rischio paese. Quindi il paese vede aumentare il proprio debito a parità di altre condizioni, perché deve pagare più interesse. Quindi la sua situazione economica peggiora. Quindi la profezia si dimostra vera.

(non sto difendendo Tremonti, non sto dicendo che l'Italia non ha un problema di debito pubblico e di bassa crescita. Sto dicendo che le agenzie di rating sono troppo potenti e al tempo stesso troppo screditate. Sto dicendo che non possiamo continuare a sperare di risolvere i problemi di crescita tagliando la spesa, perché non si è mai visto un mondo che cresce tagliando, perché tutte le teorie di spiazzamento fra spesa pubblica e spesa privata restano false e indimostrate. E sto dicendo che queste profezie che si autoadempiono sono un orrendo meccansimo nel quale gli speculatori guadagnano, i conflitti di interesse proliferano, e la decisione politica degli stati, o dell'Europa, non conta nulla).

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20 maggio 2011
La Puerta del Sol


Abbiamo un problema con la democrazia. Abbiamo un problema con il voto. Chi non può votare liberamente chiede di farlo, come si è visto e si vede in Tunisia, in Egitto, in Siria e altrove. Chi può votare contesta il senso stesso del voto, sostenendo che in ogni caso chi sarà eletto non ci rappresenta. È il cuore della protesta spagnola di questi giorni: se il tuo voto non conta niente, non votarli. È il segnale dato dai voti al MoVmento 5 stelle: un voto che si auto dichiara inutile in quanto volutamente fuori dal gioco.

Sarebbe bene che i partiti della sinistra riformista in Europa (e a maggior ragione qui da noi in Italia) si facessero qualche domanda sul futuro e sul senso della democrazia. Il grado zero della democrazia è certamente il diritto di voto. Ma una vera democrazia non è affatto votare ogni 5 anni per valutare l’operato di chi hai eletto. È partecipazione e deliberazione e verifica e confronto durante quei cinque anni. È intreccio fra democrazia deliberativa da un lato, e delega agli amministratori dall’altro. In una società afflitta dalla corruzione e dal precipitare della credibilità di tutti i politici agli occhi delle persone, offrire trasparenza e vera partecipazione è più importante che avere un magnifico programma di cose da fare o un leader affabulatore.




19 maggio 2011
Rieccomi
E' da prima di Pasqua che non aggiorno questo blog. Nel frattempo ho scritto due pezzi importanti sulla solita questione dell'energia, in compagnia di Filippo. Li trovate su iMille e su ilPost.

Ho avuto da fare.
E in genere, mi sembra meglio scrivere quando si hanno cose almeno un po' nuove da dire.
Comunque, il blog non chiude, per la felicità dei miei 25 lettori.

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22 aprile 2011
Link di Pasqua
Oggi voglio proporre ai miei 25 lettori un breve viaggio fra articoli e post stimolanti, alcuni dei quali non condivido affatto, ma che trovo significativi per illustrare un certo modo di pensare. Comincio con un po' di politica politicante, segnalando due pezzi dal sito web ufficioso dei giovani turchi del PD:
  • La polemica fra il PD e il Corriere sulla supposta insesistenza di proposte programmatiche del PD. Sebbene Champ abbia acutamente osservato come lamentarsi con il Corriere sia perfino autolesionista, e come è ben chiaro che un problema di efficacia nella comunicazione il PD lo ha eccome, letta tutta intera questa vicenda dice molto della qualità del nostro giornalismo più paludato.
  • Un pezzo di Chiara Geloni sul paradossale lamentarsi dei referendari perché gli tolgono il referendum. Insomma, visto che l'unico modo di toglierti il referendum è abrogare le norme che volevi abrogare con il referendum, dovresti essere contento: hai vinto senza combattere. Meglio di così.... E invece no, questi referendari avevano altro in testa, e del merito del referendum non gli importava nulla. Come ho già scritto ieri, concordo e trovo piuttosto indegno questo modo opportunista di fare politica.
Al di sotto della politica politicante ci sono le cose che contano: l'energia, le politiche del lavoro, il sistema industriale italiano, la politica europea, il fisco. Ecco quattro articoli che variamente - e in alcuni casi malamente - affrontano queste questioni:
  • su NfA si polemizza con Debora Billi che su il Fatto esagera non poco in catastrofismo  eneregtico (e non è una novità per lei): resteremo tutti al buio? Peccato che la polemica è mal impostata, è il solito affidarsi alle magnifiche sorti e progressive garantite dalla mano invisibile del mercato e dall'innovazione tecnologica. L'approccio economicistico di NfA, che ignora cosette come il secondo principio della termodinamica o dati di fatto come la finitezza delle risorse petrolifere, rende l'economista medio incapace di affrontare con qualche consapevolezza il problema energetico. Peccato, perché per affrontarlo, quel problema, servono anche gli economisti, il mercato e l'innovazione tecnologica. Per non perdersi nel solito mare dei commenti al post, suggerisco di leggere questo - perfetto nella sua logica ferrea - e, ovviamente, il mio.
  • Stefano Bartolini fa il punto sugli effetti della precarizzazione del lavoro sulla felicità: al di là delle soluzioni politiche immaginate, sulle quali purtroppo ci si continua ad accapigliare nel PD, fra Fassina e Ichino, la riflessione di Bartolini - e tutto il suo interessantissimo libro, che consiglierei volentieri a molti miei amici economisti - mi sembra molto importante.
  • Su Sbilanciamoci, è stata pubblicata una interessante e approfondita inchiesta sulle (residue) grandi imprese italiane: un dossier magari un po' di parte ma davvero approfondito e pieno di dati - anche sui bilanci. Per capire qualcosa su dove va il sistema industriale italiano, si può partire anche da qui.
  • Il blog di Aspo pubblica un sorprendente e sballato articolo anitieuropeista di Terenzio Longobardi, che rincorre strani sogni di ritorno agli stati nazionali. Antieuropeismo di sinistra d'antan, che si salda in modo imprevisto a quello di destra oggi in voga. Mi riprometto di tornarci più ampiamente, perché la questione di questo diffondersi di ragionamentio pseuodautarchici in salsa ecologista è piutosto significativa.
  • Infine, il magazine de iMille (che è sempre più pieno di pezzi interessanti, leggetelo!) ci racconta, per la penna di Riccardo Spezia, come sia più facile pagare le tasse in Francia. Ah, invidia.
Per finire, una piccola speranza per il nostro futuro energetico. Nulla di attualmente fattibile, certo, le solite speranze date dalla ricerca di base. Comunque, c'è una traccia secondo la quale diventerà possibile fissare in modo stabile l'energia del sole. Niente più problemi con la maledetta intermittenza delle rinnovabili, se fosse davevro possibile farlo in futuro.









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Il consenso e le tasse
La politica della coda lunga
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Jazz o barocco?
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Niente per amore

Orgoglio di padre 2
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Zio Guido
Israele a Londra>
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