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10 giugno 2007

Anche la Finlandia fa parte dell'Europa

In fondo, sarebbe bastato citare Alberto o richiamare per l'ennesima volta quanto scrissi tempo fa.
Eppure, l'editoriale di oggi di Massimo Giannini su Repubblica mi ha fatto talmente incavolare da costringermi a tornare sulla questione delle tasse.
Perché penso che la soluzione di questa questione è la principale montagna che sta davanti a noi, sia per fare dell'Italia un paese normale, sia per immaginare di poter costruire un mondo salvato dal disastro climatico.
E tento di spiegare perché.
  1. L'Italia non ha una pressione fiscale più alta degli altri paesi europei, e certamente più bassa di quelli che hanno le migliori performance economiche e sociali, come i paesi scandinavi
  2. L'Italia ha però un sistema fiscale ingiusto e un'evasione fiscale patologica
  3. Giannini, come tutti, quando confronta l'Italia con gli altri paesi, si scorda i paesi ad alta pressione fiscale ed alto sviluppo, come Finlandia o Svezia, perché citarli mette in crisi il ragionamento standard di tutti i pseudoriformisti: quel ragionamento secondo cui nell'epoca della globalizzazione l'unico modo per rendere efficiente e moderno il paese è far dimagrire lo Stato, riducendo le entrate e per questa via le spese - incluse, ovviamente, quelle sociali.
  4. In questo modo, si occulta il vero problema, che è appunto la montagna che abbiamo da scalare: in realtà, c'è bisogno di più spesa pubblica di investimento, di ricerca, di formazione, di redistribuzione e giustizia, se no il mondo in crisi climatica ed energetica va all'aria, e l'Italia già scassata da una situazione penosa e povera, da scarsità cronica di servizi e giustizia sociale e controllo ambientale, va all'aria anche più in fretta.
  5. E più spesa pubblica si può sostenere solo se la gente accetta di pagare le tasse, e se questo prelievo fiscale funziona come moltiplicatore positivo, perché produce beni pubblici utili alla crescita della produttività; in altre parole, se si riesce ad innescare il circolo virtuoso che ha costruito, a partire dagli anni ottanta, il miracolo finlandese ben spiegato nel libro di Castells e Himanen:
    • lo stato fornisce servizi efficienti e welfare ricco ed enorme investimento in istruzione;
    • lo stato si fa, se necessario, capitalista pubblico;
    • lo stato deregolamenta e liberalizza se serve, e lo fa conservando la coesione sociale e con l'accordo dei sindacati;
    • la società e la popolazione si fidano dello stato;
    • le imprese riescono a far crescere la produttività più rapidamente di quanto lo stato abbia necessità di drenare risorse per mantenere un ricco welfare.

So bene che ci sono specificità finlandesi, e che nemmeno quel sistema è perfetto. Resta però il fatto che non si esce dalla crisi dell'Italia senza farla diventare un paese in cui non ci sia una perenne rivolta contro lo stato, un perenne e canagliesco attaccarsi alla propria roba.
E in questo senso, una sinistra che continua a rincorrere la destra e il suo solito slogan della riduzione (o abolizione?) delle tasse, e non tenta nemmeno di fare una qualche pedagogia sul ruolo dello stato e dello scambio tasse/servizi, è una sinistra che forse può recuperare qualche piccolo consenso di breve periodo, ma che è destinata a perdere. Perché l'originale è sempre meglio della copia.
Certo, la montagna da scalare per ridare credibilità allo stato dovrebbe comportare smetterla di farsi cogliere in castagna anche sulle idiozie, come ha fatto Albertina Soliani.
E iniziare a essere cattivi e seri. Sempre.

Aggiornamento: questo è un approccio più serio, anche se non mette in discussione l'obiettivo di ridurre le aliquote per fare consenso. E intanto il vecchio Scalfari bacchetta implicitamente Giannini, anche se le sue sono ormai quasi grida manzoniane...

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