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20 aprile 2008

Provvisioria (e poco allegra) conclusione

Eccomi di ritorno dalle elezioni. Domani racconterò del Municipio. Per ora accontentatevi dell'ennesima analisi del voto nazionale. Ne avrete lette già decine, come ho fatto anch'io. Non credo di essere granché originale, ma qualcosa ci tengo a dirlo comunque....

La sconfitta della Sinistra narcisista e le colpe immaginarie di Veltroni

La sconfitta della sinistra massimalista non è dovuta solo al voto utile. Il motivo vero è la perdita di credibilità di quel mondo. Pochi hanno notato il 470.000 voti alla camera (1,4) e il 420.000 al senato (1,2) a Sinistra critica, PCDL e Bene Comune, tolti a SA e quindi causa del mancato raggiungimento del quorum. Se ci aggiungiamo una quota degli astensionisti grillini (poco rilevanti, certo), se ne deduce che il "voto utile" ha contato poco nella debacle di SA. Semplicemente, offrivano una prospettiva ridicola, e la gente li ha abbandonati da una parte (ultrasinistra e non voto), dall'altra (voto convinto al PD, unica sinistra possibile), e soprattutto, come sembrano dimostrare le prime analisi dei flussi, direttamente verso destra e verso la Lega. Quelli che accusano Veltroni di aver distrutto la sinistra non sanno di che parlano. Dovrebbero piuttosto chiedersi perché e come si sono suicidati, perdendo completamente il contatto con la realtà. Erano ridicoli nell'assassinare il governo Prodi senza volere farlo cadere (meglio Ferrando e Turigliatto, allora), erano ancora più ridicoli nell'urlare contro il protocollo welfare restando impallinati dalla schiacciante maggioranza dei sì al referendum, e poi facendo finta di niente, sono stati ridicoli ora nell'offerta di una sinistra di pura testimonianza in un paese che non ne può più di ingovernabilità, e che non ha più una classe operaia distingubile dai propri mille padroncini con cui si identifica.

E poi, semplicemente, il governo Prodi è stato peggiore del governo Berlusconi nella percezione degli italiani, perché un governo non è solo mettere a posto i conti. Qui in rete dovremmo sapere quanto è importante la credibilità. Di un blogger che non conosci personalmente, ti fidi se verifichi la sua credibilità tramite l'intreccio delle voci, quello che ti dice qualcuno altro di cui ti fidi, ecc. E così dai credito a quel che scrive, alle valutazioni che da. Se non lo ritieni credibile, per te non esiste. E ogni volta che Ferrero o Pecoraro Scanio scendevano in piazza, o che Mastella minacciava le dimissioni, o Padoa Schioppa era costretto a correggere la dichiarazione di qualche ministro, o Damiano diceva una cosa e Ferrero l'opposta, noi stessi militanti (figurati gli altri) davamo meno credibilità a quel governo.
Questa perdita di credibilità ha travolto il governo, tutti i suoi partiti ma, giustamente, soprattutto i partiti maggiormente responsabili di questa deriva di irresponsabilità narcisistica: la sinistra massimalista e il centro sfascista di Mastella che però, grazie alla mossa di Veltroni, è stato eliminato prima della corsa.
Veltroni ha fatto quindi l'unica cosa possibile, rompendo un'alleanza senza alcuna credibilità e tentando di disgiungere i risultati di governo dal governo stesso. Ma era pur sempre un'operazione difensiva, complessivamente difficilissima. Che infatti ha fruttato un consistente recupero da una situazione disperata, ma poteva fruttare la vittoria solo con un vero miracolo.
Anche perché la credibilità perduta dal governo si associava con l'evidenza di un Prodi ostaggio e debole, e con l'ansia generata da un governo che dura pochi mesi. L'offerta di Berlusconi, niente miracoli ma un capo identificabile e una lunga stabilità, era infinitamente più credibile della nostra, per un popolo elettore che ha una memoria dei fatti politici che in genere non arriva ai sei mesi e, quindi, esclude automaticamente una valutazione di più lungo periodo.

Per concludere su questo punto, vi consiglio vivamente di leggere Quartieri che sul tema è molto più efficace di me, e inoltre copio qui un semplice calcolo di mio fratello e qualche sua considerazione:


A proposito della colpa di Veltroni di aver cancellato la sinistra (intesa come rifondazione e alleati) e dei dubbi che ho raccolto in proposito vi faccio solo 2 semplici calcoli:

3,1+1,5=4,6  ovvero sinistra arcobaleno + sinistra critica + partito comunista dei lavoratori = quorum

33+4+3+1=41 ovvero tutti i partiti rimasti nel perimetro dell'ex Unione (mai nome fu più lontano dalla realtù dei fatti e dei comportamenti) ovvero PD + IdV + SA + PSI  è sempre molto al di sotto del 50 (con gli arrotondamenti e i voti dispersi qui e là dovrebbe arrivare al 43 al massimo)
 
quiindi:
1) La sinistra arcobaleno ha preso più voti quando si presentava assieme a Mastella rispetto ad ora che andava da sola
2) qualsiasi fossero le alleanze il tetto sarebbe stato intorno al 41-43 per cento, non possiamo certo credere che una riedizione dell'unione avrebbe trattenuto i voti che sono andati all'UDC alla Lega o al PdL, avremmo quindi perso comunque
3) certo in questo modo SA avrebbe superato il 2% e sarebbe ancora in parlamanto
ma:
4) va bè che Veltroni è buono, ma il compito che aveva non era quello di salvare Rifondazione comunista
5) non credo che i 4 partiti si sarebbero presentati assieme come sinistra arcobaleno, sarebbero andati da soli e 3 su 4 o 4 su 4, non avrebbero raggiunto il quorum lo stesso

Infine, non posso fare a meno di citare questa incredibile dichiarazione di Gasparri, che si infila nella ridicola lamentela colpevolista degli orfani della sinistra massimalista:
dalla "diretta" di Repubblica on line del 17 aprile 2008:

11:35 Gasparri: "Sinistra non voti Pd, il suo carnefice"

"Veltroni e il partito democratico hanno spazzato via dal Parlamento la sinistra comunista. Mi auguro che adesso chi è stato abilmente cancellato si mobiliterà a sostegno del popolo della libertà. Un voto dato al Pd, e a Roma a Rutelli, sarebbe un sostegno verso il proprio carnefice". Lo dichiara Maurizio Gasparri.


Se chi ha votato Sinistra Arcobaleno abbocca a simili idiozie, dandosi la zappa sui piedi (visto che al comune SONO nella coalizione ed ELEGGONO un buon numero di presidenti di municipio, avranno assessori ecc.), siamo messi proprio male...

Il declino italiano

Ma allontaniamoci da queste piccinerie e da questi problemi, che mi sembrano ormai del passato, e proviamo ad avere una prospettiva di più lungo periodo. Perché da una prospettiva di lungo periodo si vedono cose ben più gravi e preoccupanti della scomparsa della sinistra narcisista.
Nel lungo periodo, l'Italia è destinata al declino. Tutta l'Europa, in vario modo, corre questo rischio su scala globale, o perché è vecchia, perché non è il cuore dell'innovazione né del commercio mondiale. Ma altri paesi si sono ben attrezzati almeno a resistere e, forse, a trovare il modo di invertire la tendenza: la Francia con le sue azzeccate politiche demografiche e con il mantenimento di alcuni fondamentali asset strategici industriali e nella distribuzione, la Spagna con il suo nuovo dinamismo e l'apertura sociale, la Germania con una capacità di esportazione e di innovazione tecnologica notevoli.
Il sistema produttivo italiano non è ancora tutto da buttare, ed anzi alcune piccole inversioni di tendenza si sono viste. E tuttavia il quadro generale testimonia sia della perdurante difficoltà del nord, sia sopratutto della zavorra criminale meridionale.
(Detto per inciso, la vittoria al sud con Lombardo e le frasi di Dell'Utri e Berlusconi su Mangano, vero e proprio invito al voto mafioso, è l'aspetto più terrificante di tutta la faccenda, perché dice che non solo ha vionto la destra protezionista, identitaria e sicuritaria, ma che c'è anche una specificità criminale italiana da cui non ci si riesce proprio a liberare).

Questi due anni di governo Prodi, al di là degli eccezionali risultati macroeconomici e dei piccoli segnali di ripresa dell'export in certi settori, hanno trasmesso un'immagine di declino e di mancanza di speranza e di futuro. La politica della paura di Berlusconi e Tremonti (paura concreta dell'immigrato e della criminalità, paura globale dell'economia cinese emergente, paura del nuovo, del diverso e del mischiarsi con l'altro), ha trovato un terreno fertilissimo per affermarsi. Sopratutto fra i giovani e i lavoratori del nord. I giovani che percepiscono la nuova precarietà come un destino ineluttabile, e non credono all'esistenza di soluzioni. Danno per scontato che così sarà sempre, ed anzi in fondo ringraziano per qualche scampolo di reddito e di lavoro, perché sono certi che ci sarà sempre qualcun altro in Romania o in Cina, disposto a lavorare al posto loro in condizioni anche peggiori.
Per quale motivo questi giovani e questi lavoratori con scarsa forza contrattuale, poco formati, avrebbero dovuto affidarsi al sogno veltroniano della nuova crescita, dello sviluppo basato sulle nuove tecnologie e della speranza di futuro? Molto più realistica ed affidabile, dal loro punto di vista, la promessa di pura protezione offerta dalla Lega e/o da Berlusconi. Una promessa buona anche per gli imprenditori e i professionisti e per i commercianti, quando sapientemente unita a quella, solita e ben collaudata nell'anarcoide Italia, di meno stato, meno lacci e lacciuoli e meno tasse.
In sostanza, un paese vecchio va in trincea, si chiude in se stesso, si affida a un capo sicuro, potente, che trasmette tranquillità perché "è un uomo di successo".
E quindi, se è vera come è vera la teoria secondo la quale il cuore dello sviluppo di un paese sta nella capacità di attrarre una classe creativa aprendosi verso l'esterno, integrando idee, forze e capitali da fuori, un paese vecchio che si chiude in se stesso non fa che accelerare il proprio declino.

Purtroppo, però, un tale discorso sulla crescita - che in fondo non è altro che il discorso del PD di Veltroni - non è comprensibile, non è vendibile come lo è invece la politica della paura. O, per meglio dire, è vendibile solo a quella parte della popolazione che dispone di sufficienti strumenti e risorse per potersi permettere di rischiare. E che, ovviamente, vuole farlo. Vecchi innovatori immaginari come me, giovani ricercatori, o comunque persone che in fondo si sentono le spalle coperte. E questo spiega il paradosso di una politica pensata per convincere i più deboli e i più precari, che finisce per avere maggior appeal proprio sui più (variamente) garantiti.


Come si prendono i voti?

Se la Sinistra Arcobaleno ha perso totalmente il contatto con la realtà e con il paese reale, anche il PD infatti ha i suoi problemi. Il giro delle 110 province di Veltroni in campagna elettorale è la metafora della difficoltà: la parte attiva, innovativa, cosmopolita del paese, anche al nord, si aggrappa alla speranza e riempie le piazze e si attiva entusiasta. La parte profonda, quella che semplicemente non esce di casa, o che se esce va altrove, nel chiuso delle microcomunità dove dovresti riuscire a infilarti, e dove i leghisti, ad esempio, si trovano benissimo, quella parte proprio non si accorge che esisti. Veltroni, per costoro, è al massimo un ex comunista o il sindaco di Roma ladrona. O uno che spreca soldi per le notti bianche (chi è che sa che quell'iniziativa è pagata dagli sponsor e frutta a Roma una montagna di reddito?).
Il PD primo  partito a Treviso città con il 32%, in una Provincia trevigiana che gli da in tutto il 24% spiega molto bene la situazione.

E allora, come si prendono i voti? Non avendo le famose TV, che costruiscono il senso comune ma non bastano nemmeno a Berlusconi, altrimenti i voti del nord non sarebbero migrati anche dal PDL alla Lega, l'unico modo di prendere i voti della parte diciamo così "non cosmopolita" del paese, della provincia, delle periferie, è quello di essere capillarmente capaci di dare risposte concrete a piccoli problemi concreti territoriali. L'hanno detto e scritto ormai un po' tutti, che la lega ha ormai una classe dirigente diffusa in grado di sentire le persone e offrire risposte magari semplici ma a volte perfino sensate, nel breve periodo. Mentre, tralasciando per carità di patria gli astratti furori ideologici della SA, il PD semplicemente non c'è, perché non ha risposte da dare alle esigenze delle microcomunità.

L'illusione del PD del Nord (e del Sud)

La soluzione che sento proporre con grande convinzione un po' dovunque è quella del PD del Nord (magari corretta dall'esigenza, speculare, di fare anche un PD del sud, dove pure i problemi non sono pochi).
Permettetemi di dire che, purtroppo, a me sembra una soluzione illusoria o, per meglio dire, una soluzione impossibile, salvo che si accetti di perdere il significato stesso e l'idea di fondo del Partito Democratico.
Mi spiego.
Cosa dovrebbe fare questo PD del Nord? Si dice: essere più presente sul territorio, dare ascolto alle esigenze dei cittadini, avere un approccio più attento ai bisogni del territorio, autonomista. Ma:
  1. Per raggiungere questi risultati non serve un PD del Nord ma concreti militanti distribuiti nelle cento città e nei cento paesi, che oggi non si vedono proprio. Nel 1948 mia madre e mio padre, novelli sposi cresciuti alla politica nella resistenza e nel PCI di Reggio Emilia, furono mandati dal partito ad "evangelizzare" Novara, nota plaga democristiana. E per questo io sono nato e ho passato i miei primi anni in quella città. Pensiamo forse sia possibile riprendere quel modello, e trovare persone disposte a trasferirsi sulla ormai celeberrima fascia pedemontana per convincere il popolo leghista a cambiare casacca?
  2. Soprattutto, resta il problema di fondo di quali sarebbero queste famose risposte ai bisogni del territorio. Se si tratta di scimiottare la Lega, di chiedere più sicurezza, di cacciare qualche immigrato (salvo richiamarli in fabbrica o a fare le colf, ma l'importante è che fuori dell'orario di lavoro miracolosamente spariscano), allora semplicemente si negherebbe la ragione sociale del PD. Un partito aperto, innovatore, riformista ed inclusivo non può proporre la pura repressione come soluzione al problema della sicurezza, e non può proporre il puro protezionismo economico al problema della concorrenza, della produttività e della globalizzazione. Deve necessariamente fare discorsi più complessi, proporre assieme inclusione e lavoro capillare per la legalità ed il controllo, magari inventarsi soluzioni di alta tecnologia come quelle proposte nel programma di Rutelli. Deve continuare a puntare sulla liberalizzazione, contro il corporativismo, e quindi anche sul rischio e sul merito. E perciò non solo sulla protezione. 
  3. In queste condizioni, si tratta di una battaglia persa. O le persone a cui ti rivolgi sono in grado di fare almeno un passettino verso una visione non inchiodata al presente e ai 100 metri quadri attorno a sé, oppure non potremo mai proporgli soluzioni credibili per loro. Perché se sei inchiodato sul presente, l'unica soluzione che vedi è l'immediata repressione ed "abolizione" del problema, e non riuscirai mai a capire che tanto l'onda dei migranti non si fermerà, e che quindi la strategia migliore per subirne meno il danno è proprio l'inclusione l'integrazione più rapida e più aperta possibile.

L'irrilevanza della rete

C'è un'altra cosa importante da dire in un blog. Ancora una volta, qui in Italia si dimostra la sostanziale irrilevanza della rete e del suo pubblico attivo. Certo, i partiti e i candidati cominciano ad utilizzare la rete. Certo, l'organizzazione degli eventi, la comunicazione, la notizia, passa sempre più spesso per la rete e la posta elettronica, che moltiplicano e velocizzano. Certo, tutti noi ci siamo appassionati al Circolo Obama del PD o abbiamo consultato ansiosi o incuriositi netmonitor per vedere se venivamo citati ed entravamo così in relazione con il giornalismo "vero".
Ma la discussione in rete continua ad essere irrilevante. Irrilevante per la definizione dell'agenda dei problemi. Irrilevante per la sostanziale incapacità di modificare le opinioni nel mondo reale. Irrilevante perché nessuno che non sia già parte della tua conversazione riesce davvero a conversare con te. Gli esempi di osmosi, di dialogo vero fra qualcuno di destra e qualcuno di sinistra, sono l'eccezione che conferma una regola di sostanziale incomunicabilità.
Sarà per la prossima volta?

Provvisoria (e poco allegra) conclusione

Veltroni deve continuare così, nessuno deve gambizzarlo perché questa è l'unica strada giusta e possibile. Continuare a coltivare il progetto del futuro, migliorandolo con meno giovanilismo e più merito, meno retorica e più sostanza di progetto rivoluzionario per il paese: rottamazione del petrolio, infrastrutture, giustizia sociale vera, produttività, ricerca e istruzione, Europa, laicità ed apertura all'esterno e al diverso, lotta costante alla politica della paura. Un progetto basato su quella che mi piacerebbe chiamare "crescita ecologica", capace anche, doverosamente, di integrare e rappresentare le opinioni della parte migliore di quelli che, da sinistra, gli hanno assicurato un po' di "voto utile".
Ma per avere chance di vittoria che non siano legate solo alle eventuali disgrazie dell'avversario (insomma, al fatto che Berlusconi si riveli ancora una volta davvero inadatto e incapace a governare, come nel 2001), dovrebbe anche riuscire a rifondare un partito capace di integrarsi capillarmente nella società locale, nelle microcomunità, di dare risposte ai singoli piccoli interessi.
Peccato che una simile quadratura del cerchio sia sostanzialmente impossibile, perché avere lo sguardo lungo del futuro è in contraddizione, oggi, con il dare risposte al micropresente degli interessi locali. Campania, Tav, Malpensa, ma anche le infinite discussioni sul cosette come il Parco delle Mura Aureliane, stanno lì a dimostrarlo.

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