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19 febbraio 2013

I programmi di chi non si presenta alle elezioni


Come giustamente si nota qui, non è questione di programmi, ma di credibilità.

L'elemento principale è, se ci pensiamo anche solo un attimo, la credibilità. Affidarsi a qualcuno che su quel problema sembra avere competenza e possibilmente anche una comprovata esperienza positiva. E che non stia mentendo spudoratamente, è ovvio.Come quando scegliamo un medico per una operazione. Non ci mettiamo a decidere noi se l'operazione al menisco o al setto nasale che rimandiamo da tempo è meglio farla con la tecnica A o con la tecnica B. Da ignoranti in materia non sapremmo decidere quale sia la migliore. Ci affidiamo invece alle referenze e possibilmente alle statistiche per scegliere il team migliore, se abbiamo la possibilità di farlo.

Questo è sicuramente vero nel caso dei programmi elettorali dei partiti che si presentano alle elezioni.

Tuttavia, che dire dei programmi elettorali di chi non si presenta alla elezioni? Perché ci sono anche questi. C’è il programma di Confindustria e quello della CGIL, ed entrambi hanno avuto ampia copertura mediatica. C’è il programma di Rete Imprese, e anche di esso i giornali hanno parlato abbastanza. E poi ci sono programmi “minori”, che non godono di altrettanta ampia stampa ma, forse, sono anche più interessanti.

Vediamo di capire il fenomeno. Le proposte di Confindustria e CGIL, così come quelle di Rete Imprese, possono facilmente essere classificate: sono il legittimo posizionamento di ciascuna “lobby”, di ciascun portatore di interessi, durante la campagna elettorale. Da questo punto di vista, anch’essi vanno considerati come i programmi dei partiti, nel senso che il loro valore è direttamente proporzionale più alla credibilità di chi li propone che al contenuto specifico delle proposte.

Ma ci sono anche altri casi, su due dei quali, molto diversi fra loro, vorrei soffermarmi in questo articolo.

***

Il primo caso potrebbe essere paragonato ai precedenti. Anche qui si tratta di una “lobby”, quella delle associazioni ambientaliste che, assieme, hanno prodotto un programma che parte proprio dalla constatazione che i temi ambientali hanno ben poco spazio nelle proposte dei partiti e nel dibattito elettorale.

La differenza, rispetto ai casi precedenti, è proprio nel fatto che ormai questa è una lobby davvero sconfitta e marginale in Italia. Perché l’argomento ambiente è stato come digerito, banalizzato, reso innocuo e inserito come una specie di ovvietà in praticamente tutti i programmi elettorali. Monti è per la green economy, il PD non ne parliamo. Grillo sognava addirittura auto a idrogeno e Ingroia ha con se ciò che resta del partito dei verdi con il suo leader (leader?) Bonelli. Ma, sostanzialmente, si tratta sempre in un modo o nell’altro di una foglia di fico, di un atto dovuto. Chi può dirsi per la distruzione dell’ambiente?

Perché poi, quando si parla di “cose serie”, si dice sviluppo sostenibile per dire che sia sviluppo sostenibile dal punto di vista delle finanze pubbliche, molto meno dal punto di vista dell’ambiente.

Dunque, le nostre eroiche associazioni hanno compilato un programma molto completo su tutti i temi ambientali, spiegando ciò che si dovrebbe fare per uno sviluppo davvero sostenibile, ipotizzando politiche energetiche, del territorio, dell’agricoltura, del turismo e dei beni culturali radicalmente diverse dalle attuali. E facendo vedere con grande chiarezza al lettore per quale motivo sono ridotte all’angolo, sostanzialmente ininfluenti nel dibattito politico.

Infatti tutte le proposte, ciascuna in se magari giustissima, mancano complessivamente di credibilità. Alla fine, somigliano molto a un cahier de doléance che ci dice di quanto il mondo sia brutto e cattivo. E ad un infinito elenco di buone intenzioni che, purtroppo, per essere realizzate richiedono una infinità di risorse economiche che ci si guarda bene dal dire dove potrebbero essere trovate. E, soprattutto, non si vede con quali forze, quali convinzioni, quali processi politici e quale consenso certe trasformazioni possono essere perseguite. Mentre, davvero, ce ne sarebbe molto bisogno.

***

Forse l’altro esempio, di cui dicevo, fornisce una traccia di come si dovrebbe fare. Anche in questo caso con molti limiti ma, questa volta, più che altro di ingenuità, come avviene spesso con prodotti troppo “acerbi”.

Si tratta dell’ambizioso programma dei Viaggiatori in movimento, associazione animata da Gustavo Piga. Leggendo il documento, si vede subito un approccio molto diverso. Da un lato, un tentativo di costruire un messaggio forte, orientato alla speranza e articolato su poche parole chiave (non sto discutendo cui se il messaggio sia efficace e facilmente leggibile, sto dicendo solo che chiaramente il tentativo è stato quello di costruire un messaggio forte e ottimista). Dall’altro, la cocciutaggine nel circostanziare le proposte, nel mettere numeri e costruire bilanci e definire le risorse necessarie. Un po’, forse, secondo la scuola di Sbilanciamoci, un’altra esperienza di costruzione di programmi da parte di chi non si presenta alle elezioni. Ma con un livello di realismo ben maggiore di quello utilizzato da quella pur meritoria associazione che ogni volta, nel suo bilancio alternativo, finisce per ridursi a dire l’ovvio (e irrealizzabile): basterebbe tagliare istantaneamente del tot percento le spese militari, ed ecco magicamente disponibili le risorse per lo stato sociale, la scuola, il lavoro, la riconversione ecologica dell’economia.

Molto più concretamente, i Viaggiatori provano a dire come fare alcune cose che davvero servirebbero all’Italia, azzardando anche soluzioni decisamente poco ortodosse ma, in compenso, ben argomentate e sostenute da elementi di fattibilità. Due esempi possono essere utili a capire l’approccio.

Il primo esempio è la riforma degli appalti pubblici, proposta come un insieme coordinato di azioni che vanno dalla riduzione drastica del numero delle stazioni appaltanti (causa non ultima di bassa qualità delle forniture, corruzione, lentezza, crescita dei costi), alla formazione di un “corpo scelto” di specialisti degli appalti nella pubblica amministrazione, alla adozione di meccanismi che assicurino il giusto spazio alle PMI negli appalti pubblici. E interpretata, a mio giudizio giustamente, come uno dei cardini attraverso cui far passare una spending review finalmente vera e realistica e non basata sui soliti tagli lineari. Perché l’assunto è che occorre tagliare lo spreco, quello che non produce reddito futuro, per liberare risorse per fare spesa utile.

Il secondo esempio è una versione realistica di quel che propongono in questi giorni, a vario titolo e con vario livello di approssimazione, tanto la CGIL quanto Grillo: la creazione diretta di lavoro per i giovani da parte dello Stato. Una bestemmia per qualunque liberale, figurarsi per un liberista. Eppure, una proposta che declinata all’interno di questo programma, per altri versi molto liberale, assume senso e credibilità (pur con tutti i dubbi che personalmente conservo sulla sua effettiva utilità), mentre altrove è pura demagogia o illusione. E infatti, Grillo genericamente promette mille euro al mese per tre anni a tutti i disoccupati (salvo aggiungere confusamente e rapidamente che la cosa sarebbe vincolata alla disponibilità ad accettare un lavoro qualora venga proposto, insomma si tratta semplicemente della versione grillina del workfare alla danese. Avendo i soldi, piacerebbe anche ad Ichino. Ma l’importante è che resti appiccicata chiara nelle menti la storia dei mille euro al mese…). La CGIL è più drastica, proponendo direttamente assunzioni a pioggia nella Pubblica Amministrazione, e pazienza se non è molto chiaro per fare cosa e soprattutto come sia possibile ricominciare a ingrassare un settore che – tutti lo sanno – ha una produttività bassissima e un numero di persone sottoutilizzate impressionante.

I Viaggiatori, invece, individuano la necessità di una manovra congiunturale, motivata dalla violenta recessione in atto e dai livelli insopportabili e pericolosi di disoccupazione giovanile. E propongono anche loro l’assunzione di giovani a mille euro al mese, ma in numero più limitato (devono aver fatto qualche conto) e soprattutto per un periodo per definizione a tempo e sapendo bene che lo Stato imprenditore non è la soluzione:

destinare lo 0,6% del PIL di ogni anno finanziario del prossimo triennio ad un Piano per il Rinascimento delle Infrastrutture Italiane che veda occupati ogni anno 700.000 di giovani, ad uno stipendio di 1000 euro mensili, con contratto non rinnovabile di 2 anni, al servizio del nostro Patrimonio artistico, ambientale, culturale e a iniziative volte a rafforzare il sistema produttivo riducendo le barriere allo sviluppo di idee, progetti e di imprenditorialità. La selezione dovrà assicurare, nella sua graduatoria, caratteristiche di monitoraggio anti-frode e d’imparzialità. L’azione straordinaria terminerà quando saremo fuori dalla recessione o con un tasso di disoccupazione inferiore a quello medio europeo.

Tutto bene, dunque? Ho trovato il programma ideale, quello che vorrei per il mio partito? Non proprio. È bene chiarire che l’ambizione e la furia quasi enciclopedica dei Viaggiatori tradisce inevitabili approssimazioni in non pochi settori. Perché nei fatti è impensabile che una piccola associazione riesca ad avere soluzioni per tutti i problemi. Quel che mi sembra interessante, tuttavia, è la dimostrazione che con un po’ di intelligenza si può provare ad offrire contributi non ovvi e di puro posizionamento, come quelli elaborati ahimè dalle associazioni ambientaliste.

Sempre che poi, nei partiti, ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.


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