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15 dicembre 2008

Posso avere un dubbio amletico?

Oggi Brunetta inanella tutti i luoghi comuni della sinistra riformista per dare addosso al PD e al sindacato riguardo l'età pensionabile delle donne. Ogni argomento che esprime nella sua intervista mi trova perfettamente d'accordo, se uso quella che mi è capitato di chiamare "razionalità limitata" degli economisti. Come non essere d'accordo quando dice che spendiamo troppo per le pensioni e troppo poco per il lavoro, troppo per la cassa integrazione e troppo poco per il sussidio di disoccupazione? Come non concordare sull'osservazione che il calcolo della pensione svantaggia chi esce prima e, quindi, l'uscita precoce delle donne può essere una ulteriore discriminazione? Certo, ha perfettamente ragione anche Laura Pennacchi che oggi, in un'intervista su Sky, notava che l'età pensionabile più bassa per le donne è certo un portato del passato ma è, sopratutto, un risarcimento per una palese iniquità di trattamento lungo tutto il corso della vita, e che ricordava a Brunetta che la flessibilità in uscita, con progressivo raggiungimento della parità di trattamento uomo donna, era prevista nella originaria riforma Dini, ed è stata eliminata proprio dal precedente governo Berlusconi (lo scalone di Maroni...). E che il problema di fondo sono i tassi di attività femminili troppo bassi in Italia. Dal che si dovrebbe dedurre che bisogna partire dalla testa (l'incentivo al lavoro, appunto) e non dalla coda per ridurre la discriminazione sessista.



Eppure, mi viene il dubbio che queste due posizioni opposte siano comunque rinchiuse in un cerchio, come dicevo prima, di razionalità ristretta, ancora legata al nostro modello produttivista e lavorista. Un modello nel quale ciò che conta è mettere al lavoro - lavoro sul mercato, regolato da transazioni monetarie - più persone possibile, allo scopo di produrre maggior reddito da distribuire (se si è di sinistra) o più profitti da accumulare (se si è di destra).
Insomma, il dubbio che mi viene, in questi tempi di crisi energetica ecologica e finanziaria, è se la soluzione di trasformare ogni servizio alla persona in servizio erogabile potenzialmente dal mercato, al fine apparentemente nobile di aiutare le famiglie e le donne che lavorano, non sia in realtà una maledetta trappola. Nella società urbana, nella quale giustissimamente donne e uomini devono avere le stesse opportunità di lavoro e realizzazione, non esistono più reti di solidarietà informale e, sopratutto, non esiste più abbastanza tempo disponibile, perché la grande maggioranza del tempo è mangiata dal lavoro o da attività apparentemente non lavorative e però connesse strettamente al lavoro - consumare, spostarsi. E così, l'unica soluzione è comprare servizi - baby sitting, badanti, asili nido... - fuori. Nella versione socialdemocratica, ciò si traduce nella organizzazione collettiva di servizi alla persona, gestiti al di fuori dal mercato. Ma nella versione che si è sempre più affermata in questi ultimi anni, con la vittoria del pensiero unico liberista e della convinzione ideologica della superiorità del mercato, ciò si traduce nell'acquisto di servizi sul mercato, e nella trasformazione in mercato di ulteriori spazi di vita nei quali, prima, vigevano relazioni non mercantili.

E tutto questo a quale preciso scopo? Al preciso scopo di generare più tempo per una insensata produzione di un eccesso di oggetti inutili che mettono a repentaglio la stabilità del pianeta e che nessuno più riesce nemmeno a comprare, tanto che viviamo l'ennesima, ricorrente crisi di sovraproduzione...

Forse, fermare un attimo questa corsa del topo e ritornare a parlare un poco - solo un poco, con molta moderazione riformista, per carità - di riduzione dell'orario di lavoro, di ripartizione del lavoro, non sarebbe così insensato.
__________
Ho illustrato il post con l'immagine di un libro di Lauzier, che ci ha lasciato da poco. Un genio cattivo del fumetto, forse di destra forse no. Uno, comunque, che la corsa del topo l'ha raccontata benissimo una trentina di anni fa.


11 giugno 2008

Il camminatore della Corte dei conti

Quasi ogni giorno, un signore, impiegato della Corte dei conti conosciuto con il titolo di camminatore, inforca la sua moto e si reca da viale Mazzini (sede della suddetta Corte), a Palazzo Chigi (sede della presidenza del consiglio). Il motivo di tale viaggio quasi sempre non è, come qualche ingenuo potrebbe pensare, quello di trasportare importanti documenti di indagine o ponderosi rapporti sulla gestione della pubblica amministrazione. Semplicemente, il nostro uomo deve portare le bozze dei decreti del presidente del consiglio (anzi, lo scrivo maiuscolo: Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri - DPCM) che decretano, appunto, il "congedo per malattia" di uno o più magistrati. Poi, il suddetto camminatore tornerà con i decreti debitamente firmati e timbrati, che saranno archiviati nel fascicolo dell'illustre magistrato.
Perché qualche norma - o forse, semplicemente, l'usanza consolidata - prevede che ogni assenza per malattia dei magistrati debba essere oggetto di un DPCM. E perché, ovviamente, l'idea che tale inutile scartoffia, ammesso che proprio debba esistere, possa essere prodotta rapidamente per via telematica con firma elettronica, è troppo rivoluzionaria per essere messa in pratica.

Questa storia è dedicata all'esimio ministro Brunetta, che nei primi giorni del suo mandato ha promesso che avrebbe abolito la carta nella Pubblica Amministrazione entro 18 mesi al massimo. Auguri!

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