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18 novembre 2012

Matteo Renzi e i comunisti

Devo partire dal personale per provare a fare un discorso politico, altrimenti non riesco a spiegarmi. E' la terza volta che provo a scrivere questo pezzo, e solo partendo dal mio vissuto personale credo di riuscirci. Del resto, come dicevano ai miei tempi le compagne e i compagni che hanno fatto il '68 e poi il '77, "il personale è politico".

Ecco, molti di quegli stessi miei compagni di lotte giovanili oggi, punti sul vivo delle loro nostalgie e delle loro convinzioni, si aggrappano a Bersani (o a Vendola) e odiano - letteralmente odiano, non c'è altro termine - Matteo Renzi. La violenza di certi attacchi supera di gran lunga per cattiveria quel tanto di cattiveria insita nello slogan della rottamazione e, del resto, la caratteristica principale dell'odiatore di Renzi non è l'essere contro la rottamazione, ma l'essere profondamente e pregiudizialmente convinto che Renzi sia "di destra", "reazionario", addirittura "il nuovo Berlusconi". Per costoro, a nulla valgono gli argomenti, i contenuti effettivi del programma di Renzi, né le storie personali di chi lo sostiene.

Le storie personali, appunto.

Io sono nato comunista. A parte l'ambientazione romana, potrei riconoscermi nei personaggi del film "Cosmonauta" e, infatti, un vecchio poster di Gagarin stampato da Vie Nuove fa ancora bella mostra di se nella mia casa di montagna. Io sono nato comunista, perché mio nonno si è iscritto al PCI nel 1921, perché mia madre ha fatto la staffetta partigiana, mio padre è stato dirigente del PCI e poi della CGIL per una vita intera, perché mia madre e mio padre andarono nel 1948 a Novara a fare apostolato comunista in una provincia "bianca". Io sono nato comunista perché, ovviamente, non mi hanno battezzato e son cresciuto con l'esonero da religione quando a essere esonerati, qui a Roma, c'erano solo gli ebrei. Io sono cresciuto comunista, perché a 10 anni facevo lunghissime discussioni con il mio compagno di scuola, litigando sulla supremazia tecnologica e assieme morale dell'URSS rispetto agli USA. Sono cresciuto comunista perché mi leggevano Rodari e Chiodino e "Il Pioniere". E sono cresciuto comunista perché ho preso la mia prima tessera della Federazione Giovanile Comunista Italiana a 15 anni e da allora non ho mai smesso di essere iscritto al partito, fino ad oggi che si chiama PD. E perché al liceo, negli annoi '70, ho fatto politica con l'intensità dell'epoca, e ritengo quegli anni anni meravigliosi e non anni di piombo, anni nei quali sono state poste le basi di un'Italia più moderna e un poco più giusta.

Eppure, a differenza di molti che hanno probabilmente una storia simile alla mia e che oggi - appunto - odiano Renzi, io a queste primarie sostengo Matteo Renzi e, più passano i giorni, più mi convinco che la vittoria di Renzi sarebbe un gran bene per la sinistra - e anche e forse sopratutto per noi che siamo stati comunisti.

Perché a un certo punto della nostra gloriosa storia qualcosa dovremo pur aver sbagliato, visto dove siamo arrivati: il declino produttivo, la poca speranza, la precarietà, l'odio per la politica da parte della maggioranza dei nostri concittadini, l'immoralità di tanti....

Ora, io un'idea su dove abbiamo sbagliato - dove hanno sbagliato i nostri dirigenti - ce l'avrei, ed è un'idea che mi conferma nella necessità di puntare su qualcuno che lo possa fare davvero, il grande partito maggioritario della sinistra riformista.

Il primo grande errore è aver perso, a un certo punto, la capacità di leggere i mutamenti del mondo del lavoro (e, per la verità, anche della vita e delle aspirazioni delle persone), mettendosi sistematicamente in difesa. In difesa dei posti di lavoro tradizionali, mentre se ne creavano (e distruggevano) di nuovi e imprevisti. In difesa di chi era dentro, senza accorgersi che era fuori che c'erano quelli da difendere. In difesa di un'eguaglianza diseguale, immemori del Don Milani che ricordava che l'ingiustizia è fare parti uguali fra diseguali. E infatti l'Italia è un paese con un livello di diseguaglianza altissimo, pur avendo un modello sociale per nulla liberista: il ché spiega perché siamo contemporaneamente ingessati da rigidità e scarsa produttività e nulla crescita e troppe tasse e troppa spesa pubblica inefficiente, eppure privi di uno stato sociale moderno e di quei servizi che tanta tassazione potrebbe garantirci. Insomma, l'errore è stato quello di essere diventati conservatori, finendo per difendere più piccoli privilegi che grandi diritti.

Un errore, mi sia consentito di dire, sommamente ideologico, frutto del continuare a guardare la società con occhi manichei - i ricchi e i poveri, le classi sociali statiche e immutabili, il mondo fatto sempre e solo di grandi imprese, come se poi, nella spesso efficace pratica amministrativa delle regioni rosse, non sapessimo che la realtà era sempre più fatta di ex operai ed artigiani fattisi piccoli imprenditori....

Il secondo grande errore è ovvio: i dirigenti del PD hanno finito anche loro per essere percepiti come casta, quasi indistinguibili agli altri. Spesso a torto, a volte a ragione, la gente non si fida più di politici che -letteralmente - non capiscono il livello di non sopportazione cui è giunto un paese sull'orlo di una crisi di nervi. E aver rubacchiato qua e là, aver fatto mille distinguo in certi casi assai tristi (vedi Penati), non ha proprio aiutato....

So bene che non si può imputare alla sinistra tutta la responsabilità del declino degli ultimi vent'anni, che le colpe maggiori sono a destra, nel berlusconismo e in una classe imprenditoriale per lo meno poco coraggiosa. E che la crisi mondiale dal 2007 in poi è qualcosa ben al di la della possibilità di azione e reazione della sinistra italiana. Eppure, resta una responsabilità storica che tutto l'inamovibile gruppo dirigente della sinistra di questi anni dovrebbe assumere su di se. La responsabilità di essersi adagiati sul conservatorismo di una politica perennemente "in difesa", mai proiettata verso il futuro. Perfino quando D'Alema era diventato seguace di Blair e della Terza via, alla fine si trattava più di parole che di fatti - o, al più, i fatti si riducevano all'endorsement ai "capitani coraggiosi" di Telecom, non a riorganizzazione della società, del welfare e del lavoro. E forse, non sarebbe male chiedersi per quale motivo oggi i dalemiani si sono scoperti improvvisamente gran critici di Blair. Magari perché Renzi lo cita?

Dunque, di fronte a questo fallimento, è difficile non pensare che affidarsi ancora all'usato sicuro del pur degnissimo Bersani sia una cosa utile e vincente per la sinistra e per il paese.

Si potrebbe però dire che l'alternativa è peggio, perché - come racconta la vulgata dei militanti anti Renzi che pullula in rete - è in realtà una destra camuffata. Peccato che non sia vero, perché il disegno politico e programmatico di Renzi, come è leggibile in modo sempre più chiaro dai suoi discorsi e da quanto scritto nei documenti programmatici, è proprio indirizzato a recuperare - da sinistra riformista - quell'uguaglianza delle opportunità e quel riequilibrio sociale che tanto servirebbe anche per ridar fiato alla famosa crescita: gli asili nido e le politiche di aiuto al lavoro delle donne; la riforma del lavoro basata sul contratto unico di Ichino; le politiche urbane dei volumi zero, della densificazione e del riuso; il riorientamento delle politiche energetiche e degli incentivi alle rinnovabili al fine di finanziare il miglioramento ecologico delle città e del costruito; l'idea che l'investimento in infrastrutture debba essere sopratutto nella manutenzione delle scuole, nel miglioramento del territorio, nel trasporto locale e molto meno in faraoniche grandi opere che non arrivano mai in porto; l'enfasi sulla cultura e l'arte come volano di crescita, che passa anche per il superamento di certe paure verso la valorizzazione economica e turistica del patrimonio che, nei fatti, a forza di vincoli illusori non è stato affatto protetto ma, piuttosto, solo deteriorato; il disegno di una fiscalità più orientata ad aiutare la creazione di lavoro e di impresa. Nel complesso, la volontà di realizzare tanti piccoli shock positivi che sblocchino un paese ingessato.

Sul secondo grande errore - l'identificazione con la casta - la faccenda è chiara e banale: Renzi è nei fatti l'unico politico del centro sinistra percepito chiaramente come "faccia nuova", diverso dai soliti politici. E per questo solo motivo ha una possibilità di convincere, di far tornare alla politica (o almeno a una fiducia condizionata) moltissime persone. Sia chiaro, da vecchio politico, da nato comunista come sono, questo retrogusto di nuovismo e di antipolitica che Renzi coltiva ad arte mi da molto fastidio, direi che mi fa soffrire per quanto di inevitabilmente ingiusto c'è nel far di tutta l'erba un fascio. Perché so benissimo che gran parte dei militanti che oggi stanno odiando intensamente Renzi sono persone oneste, in buona fede e di gran passione politica e civile.

Ma la mia impressione è che questa rottura sia inevitabile al punto in cui siamo. La sfiducia nella politica e nei partiti, come sappiamo bene, rischia di travolgere tutto. L'immemore popolo italiano è già pronto a passare dal caudillo Berlusconi al duo Grillo-Casaleggio, e Renzi è forse ormai l'unico argine realistico contro questa deriva. Arrivo a dire che Bersani, Vendola, D'Alema e tutto il vecchio gruppo dirigente dovrebbero fare un monumento a Renzi che, strappando a forza le primarie e rendendo contendibile la leadership del centro sinistra, ha ridato fiato e anima al PD, lo ha rimesso al centro della scena. Bersani, su questo, ha visto giusto accettando la sfida anche contro le chiusure dei maggiorenti suoi sostenitori e, se alla fine vincerà, non vincerà sulle macerie di un partito piccolo piccolo e invecchiato, ma su un PD almeno in parte rivitalizzato e competitivo, proprio grazie a Renzi.

******

In un dibatto nella redazione de iMille, ci si chiedeva se, arrivati al livello di contumelie ed attacchi personali cui si sta giungendo durante la campagna per le primarie, chi la pensa come Renzi e chi la pensa come Bersani possa continuare a stare nello stesso partito. Insomma, il PD ha un futuro unitario?

Io, da nato comunista, faccio fatica a sopportare che mi si accusi di tradimento, mi ferisce personalmente la cattiveria gratuita di quelli che su Facebook arrivano ad accusarmi di tingermi i capelli, per sembrare giovane. Ci leggo l'eterna tendenza al frazionismo della sinistra italiana, che si spacca in quattro, poi in dieci, perché ciascuno vuole riconoscersi esattamente in un convento dove tutti la pensino rigorosamente nello stesso modo. Ma mi ostino a pensare che l'intuizione di Veltroni del Partito Democratico come partito aperto e inclusivo, che sopporta e integra opinioni anche molto diverse entro un quadro di valori generali comuni, sia ancora possibile. La vittoria di Renzi alle primarie sancirebbe - io credo - definitivamente questa evoluzione, perché sono convinto che il PD non si spaccherebbe affatto (al netto di qualche piccolo caso personale). Perché, come nei grandi partiti europei che D'Alema e Bersani amano tanto citare, possiamo e dobbiamo imparare l'arte della convivenza fra "destra" e sinistra interna o, ancor meglio, smetterla di pensare che ciascuno di noi è sempre tutto intero di "destra" o di "sinistra" (io, per dire, sarei classificato di "destra" nelle politiche del lavoro o sulla scuola, e di "sinistra" in quelle macroeconomiche e ambientali - come la mettiamo?)



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permalink | inviato da corradoinblog il 18/11/2012 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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