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12 giugno 2011

Perché Tremonti non può fare la riforma del fisco (oppure, perché non fidarsi di Tremonti)



Tremonti non può fare la riforma del fisco, né può "rilanciare la crescita", secondo il mantra globale attuale, perché Tremonti, come tutti i ministri dell'economia dell'Europa tranne quello tedesco, non dispone delle leve della politica economica e della politica monetaria. La sovranità monetaria degli stati è stata ceduta alla Banca Centrale Europea, che ha per statuto l'obiettivo idiota della stabilità dei prezzi (idiota perché unico e indipendente dagli altri, non idiota di per sè), e l'autonomia perfino arrogante dai governi. La sovranità economica è stata ceduta ai "mercati" e in particolare ai mercati finanziari che comprano i debiti sovrani e vogliono in cambio tassi di interesse che coprano dai rischi. E che non vedono loro, quando i rischi di un Paese aumentano, di approfittare chiedendo tassi più alti.


Questo, tuttavia, è solo il primo livello. Al secondo livello, bisogna anche ricordare che, pur all'interno di questi vincoli davvero deprimenti e che sarebbero da stravolgere al più presto, ci sarebbero dei margini di manovra per fare qualcosa. Ma in quel caso di Tremonti non ci si può fidare per almeno due motivi. Il primo, è che non è capace di fare le cose che servirebbero e che sta perfino cominciando a dire di voler fare. Sono anni che ogni tanto ne dice di apparentemente giuste ma il massimo che è riuscito a praticare è: condoni e tagli lineari. Il secondo, è che anche se improvvisamente rinsavisse, i suoi riferimenti politici e sociali sono quelli che non hanno interesse alcuno a cambiare le regole del gioco attuale. L'unico modo di rilanciare la "crescita" (un'altra volta tornerò sul senso vero che dovrebbe avere questo obiettivo, pazientate) è quello di avviare una bella cura di liberalizzazioni vere, una vera rivoluzione fiscale dal lavoro alla rendita e al patrimonio e ai consumi energetici, una feroce lotta all'evasione fiscale di grande dimensione e alla criminalità, un contratto unico del lavoro assieme a nuovi ammortizzatori sociali, e dare fondi fiducia e allegria a scuola ricerca e giovani. Tutte cose lontane mille miglia dagli interessi e perfino alla comprensione di chi ha votato il centrodestra.

Perché, ne sono certo, con il declino di Berlusconi entro pochi mesi tutti quelli che erano la sua corte - Tremonti e la Lega per primi - saranno velocissimi a riciclarsi, ad avere l'aria di dire che loro, con il disastro raccontato dall'Economist, non c'entravano niente, che passavano dalle parte di Berlusconi un po' per caso.

E no, cara Italia Futura, non è che perché Tremonti adesso fa il guardiano dei conti contro l'assalto alla diligenza, che è diventato bravo. Lo fa solo perché, visti i mercati e la BCE, non è capace di fare altro. Vediamo di non dimenticarcelo.


5 marzo 2011

Idee ricevute

Siamo assaliti da idee ricevute. Parole e concetti che sentiamo ripetere da tutti come verità, come dati di fatto. E che sembrano anche a noi, anche per quelli con le migliori intenzioni, anche per molte delle persone che stimo, verità e dati di fatto.


E invece bisogna riflettere, sorvegliarsi, chiedersi sempre se non ci sia un altro modo di pensarle, queste idee e queste parole.


Competitività. Davvero è una parola giusta? Davvero il problema dell’Italia è essere più competitiva? Competere vuol dire partecipare ad una gara nella quale, per definizione, qualcuno vince e qualcuno perde. L’Italia diventa più competitiva e vince. E qualcun altro perde, e sta peggio e vive male. Una impresa e i suoi dipendenti diventano più competitivi e vincono. E un’altra impresa fallisce....


Dietro l’idea di competitività c’è un non detto da selezione darwiniana del più forte, che è proprio il contrario degli obiettivi di sinistra della solidarietà e dell’uguaglianza. sarebbe molto meglio sorvegliarci, quando ossessivamente richiamiamo questa parola come parola buona, magari associandola ai mitici investimenti in ricerca ed innovazione. Diranno che essere competitivi significa migliorare il contesto, diranno che la gara alla competitività apre nuovi spazi - insomma, non è un processo a somma zero. Ma allora perché non utilizzare i termini giusti e corretti per dire questa cosa? Perché non abolire dal nostro vocabolario la sospetta “competitività” e parlare di produttività e di efficienza? E soprattutto, perché non ricordare che produttività ed efficienza quasi sempre non richiedono competizione feroce, ma al contrario collaborazione e lavoro comune?

Crescita. L’incapacità di questa parola di dar conto della sua ambivalenza è pericolosissima. La crescita di una persona, di una pianta, di un animale è per noi associata a un processo positivo. Eppure ogni crescita finisce fatalmente con una morte. E la crescita, per dire, dell’inquinamento dell’aria non è una cosa buona. Ormai perfino nell’economia mainstream si ammette che la misura del PIL è una misura parziale e forse addirittura menzognera. Perché il PIL dà valore positivo a cose come gli incidenti stradali e i loro costi, la spesa per la salute - che cresce perché crescono le malattie... Ma noi non riusciamo a uscirne, perché alla fine ci diciamo - ci hanno detto e ridetto, fino a non riuscire a immaginare una diversa visione - che comunque se questa benedetta torta di soldi non cresce, non ci sarà abbastanza da spartire e, quindi, nemmeno i nostri begli e buoni obiettivi sociali potranno essere perseguiti.


Eppure, dato che la crescita infinita non esiste, e il secondo principio della termodinamica è lì ben fermo a ricordarcelo, dovremmo provare a cambiare approccio e parola. Niente decrescita, idea specularmente deprimente. Piuttosto, crescita positiva e crescita negativa - q uest’ultima da combattere impedendo il debordare degli agenti della crescita - il consumo per il consumo, l’ossessione dell’acquisizione privata di beni.

Meglio parlare, pensare, sperare nello sviluppo umano.


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26 gennaio 2011

BAU

Ieri due autorevoli politici di sinistra, il presidente Obama e il presidente Napolitano, hanno parlato, in contesti ovviamente diversi, di competitività e crescita. Obama ha parlato anche di tagli alla spesa.


Si tratta di due fra i migliori politici in circolazione. Persone serie ed affidabili, e credibili. Entrambi hanno probabilmente molte ragioni, di consenso, di empatia con le speranze della gente, con il senso comune secondo cui se la torta da spartire non cresce, non ce n’è per nessuno.

Eppure, il mio sospetto è che l’inevitabile e comprensibile ripetizione di un mantra BAU come quello della crescita e della competitività sia una sconfitta grave. Perché competere significa vincere a scapito di altri. Perché crescere solo in beni materiali significa - e non è una impressione, sono dati statistici - perdere beni relazionali. Crescere solo in beni privati significa perdere beni pubblici.


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17 agosto 2009

La nuova ecologia politica


More about La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano

Un primo tentativo, ancora parziale e purtroppo con molti buchi logici, di uscire dalle secche della contrapposizione fra l'impossibile teoria della decrescita e l'illogica tendenza all'autodistruzione tecnologico/capitalista.

In qualche modo, mi sembra il primo tentativo di fondare un ambientalismo economico riformista, (do you remember l'"ambientalismo del si" di veltroniana memoria?) attraverso la ricerca di una sintesi fra il Georgescu Roegen teorico dell'entropia in economia, e l'Amartya Sen teorico della democrazia come chiave dello sviluppo umano.

Però, sebbene il discorso sul nesso fra democrazia e qualità dell'ambiente risulti assai convincente, resta non dimostrata la ragione per la quale basterebbero dosi maggiori di democrazia, di sviluppo umano e di migliore distribuzione del reddito, che porterebbero maggiori dosi di conoscenza e tecnica "buone", per risolvere il duro problema dell'entropia.

L'idea delle due frecce del tempo (una orientata alla distruzione delle risorse - la freccia dell'entropia), l'altra orientata alla ricostruzione del capitale fisico ed ambientale - la freccia della conoscenza umana) è certamente affascinante ma, appunto, è poco più di un'intuizione o una speranza.

Le parti migliori del libro sono la prima, in cui gli autori ricostruiscono pezzi della dottrina economica e dimostrano come solo la scuola neoclassica e neoliberista imperante ha ignorato di fatto il problema della finitezza delle risorse, e l'ultima, con un'appendice illuminante su certe manipolazioni statistiche ed una serie di scomode domande su Cina, India e democrazia.

Comunque, un libro che va letto, e sul quale bisognerebbe ragionare, perché mi sembra indichi una strada da percorrere


9 maggio 2009

Krugman, Stiglitz e la chimera della crescita

Oggi sulla Repubblica di carta i due valenti economisti attaccano la politica che Obama sta attuando nei confronti delle banche. Il merito della critica mi sembra assai ben fondato, e del resto i due sono davvero dei grandi nel loro campo. La via per allontanarsi dal business as usual è lastricata da buone intenzioni elettorali ma, poi, è molto difficile da praticare anche per uno che credo davvero sincero come Obama. La forza dell'establishment economico finanziario è davvero grande, e non è facile resistergli...

Ma quel che mi ha colpito, ancora una volta, degli articoli gemelli di questi due guru del neokeynesismo, è l'assenza di una vera risposta alternativa. La critica è fondata, la proposta alternativa è altrettanto chiara finché ci si limita all'ambito finanziario ed economico. Ma, perfino nelle loro parole, si sente incertezza e dubbio nell'eterna proposta di affidare il "ritorno della crescita" alla politica di stimolo della domanda.
Il fatto è che, come dice Stiglitz, questa volta la globalità della crisi impedisce a chiunque di uscirne con le esportazioni. Il mondo è finito.
Ossia, c'è un limite alla crescita, dato dalla disponibilità di risorse. C'è un limite alla crescita della produttività, dato dai rendimenti decrescenti dell'energia fossile. Ma questo lo dico io, lo dicono le solite cassandre aspiste, ma non lo dicono loro che continuano, come tutti gli economisti di destra o di sinistra, bravi o felloni, interessati o onesti, a ragionare nel chiuso del loro modello economico senza materia ed energia.

Il paradosso è che l'economia è, ci insegnano i manuali, la scienza della scarsità. Ma gli economisti se ne sono dimenticati.


9 luglio 2008

Decrescita (in)felice

La stagione degli hard discount.

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