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19 aprile 2011

Lo Stato è privato

Il ruolo debordante delle agenzie di rating nel determinare l'andamento della finanza pubblica di tutti i paesi, ormai compresi gli USA, è la migliore indicazione che lo Stato è ormai una istituzione con potere declinante. Direi che lo Stato è ormai privato. Privato di potere, di competenze, di possibilità di agire. E il privato si fa Stato.

Non propriamente il massimo, se si pensa che questi signori che oggi "si preocupano" per il debito USA, sono gli stessi che non si sono accorti - o hanno fatto finta di non accorgersi - dei debiti delle grandi banche d'affari private e dei titoli tossici.


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2 dicembre 2010

Dove stiamo andando

La Camera dei deputati è in vacanza, in attesa che Fini Casini e Berlusconi si accordino in qualche modo. Non credo ce la faranno, ma ci provano, purtroppo.
Intanto, mentre qualcuno lo diceva da tempo, altri finalmente si accorgono che nei file di wikileaks le cose importanti per l’Italia non sono le feste di Berlusconi, ma i suoi affari energetici con Putin, in contrasto netto con la politica americana e, quel che è peggio, con quella europea. Nabucco vs SouthStream, altro che festini a villa Certosa.
Nel frattempo, gli attacchi speculativi sull’Euro e sulle economie dei PIIGS sono stati provvisioriamente fermati dalla BCE con interventi diretti di acquisto del debito pubblico. Ma se i pusillanimi e filoliberisti governi d’Europa non faranno politiche all’altezza del problema, come quelle immaginate da Visco, il salvataggio risulterà solo provvisorio.

Non mi piace affatto l’idea di un “governo di responsabilità nazionale”, perché finirà per fare le solite politiche di austerità che non risolvono affatto i problemi strutturali italiani. E perché allontanerà per la millesima volta la possibilità di avere un decente governo di sinistra in Italia.
E tuttavia, non mi sembra tempo di elezioni anticipate. E non mi sembra che il PD sia nella condizione di salute necessaria per guidare una alternativa credibile. E allora, piuttosto di rivedere un rinnovato accordo Fini Casini Berlusconi, meglio un governo di responsabilità nazionale, fatto e guidato da tecnici.

Ancora una volta, la crisi energetica e finanziaria mondiale - che sono la stessa cosa - restringe gli spazi della democrazia, e rende un sistema democratico già in crisi sempre più incapace di dare risposte. E alla fine, mi tocca dire che quanto scrivevo assieme a Filippo nel lontano marzo 2003, continua ad essere maledettamente attuale.


24 agosto 2009

Il complotto, ancora



Ne parlavo qualche giorno fa. Ora ho trovato questo illuminante post di Jacques Attali che spiega molto bene, e in modo sistematico, quanto intendevo dire. Una buona lettura.


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31 marzo 2009

Il futuro con la crisi

Sul blog de iMille la ormai consolidata coppia formata da Filippo Zuliani e da me medesimo ha pubblicato la seconda puntata dei nostri ragionamenti sulla crisi. Anche questa volta sono piuttosto soddisfatto del risultato, e invito immodestamente alla lettura.

PS: la puntata precedente è qui.


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3 marzo 2009

Il silenzio sulla crisi

Insieme a Filippo Zuliani, ho scritto una cosa che ritengo non banale sul ruolo dell'energia nella crisi globale.
Filippo aveva commentato un mio post un po' criptico. Poi avevamo continuato a discuterne via email, e inquella sede mi aveva proposto una decrittazione del mio pensiero che mi ha stupito perché andava oltre e migliorava quello che intuitivamente pensavo. Così abbiamo deciso di scrivere a quattro mani su GoogleDoc,lui da Amsterdam, io da Roma.
Il risultato lo potete leggere qui, ed una volta tanto sono davvero soddisfatto.

Buona lettura, per chi vuole.


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12 ottobre 2008

Cassandre felici (e liberisti terrorizzati)


Non riescono a dirlo in modo esplicito, perché si rendono conto che sarebbe per lo meno di cattivo gusto, ma lo si legge tra le righe dei loro commenti. Le cassandre che, da almeno 3 anni vanno vaticinando la fine della crescita infinita, il picco del petrolio, la bolla immobiliare e la bolla finanziaria, sono gonfie di soddisfazione per le previsioni azzeccate. Noi l'avevamo detto, ci dicono ora, e peggio per voi che non ci avete ascoltato per tempo.

Dall'altra parte, i liberisti, di ogni declinazione e scuola, sono letteralmente terrorizzati, e oscillano fra un panico che li porta a domandare improvvisamente  più stato, e improbabili e ostinate opere da pompieri che negano l'evidenza nel disperato tentativo di "ridare fiducia ai mercati", o che minimizzano con la metafora della "distruzione creatrice".
Però, lo stato che chiedono costoro è quello ben descritto da Ilvo Diamanti, non lo stato sociale o investitore, ma lo stato salvatore del privato. E la fiducia che raccontano è una pia illusione se non sorretta da qualcosa di più credibile del ritorno allo stato salvatore del privato.



*****
Forse, quindi, sarà bene chiedersi cosa hanno da proporci, come ricette per uscire dalla crisi, le cassandre felici. Essenzialmente, due cose (taglio con l'accetta, perdonatemi):
  1. la ricetta della decrescita, ossia un mondo più povero di beni materiali ma, si suppone, più felice, e molto meno globalizzato e molto più centrato sulle economie e le comunità locali;
  2. la ricetta della sfida della nuova energia: se il motivo di fondo della crisi non è nella bolla finanziaria, ma nell'economia reale in radicale crisi energetica, per uscirne occorre che lo stato, piuttosto che investire in salvataggi di banche, investa nelle infrastrutture che hanno una ricaduta sui consumi energetici e le risorse:
The only choice remaining for policy makers is whether to shift all of our collective societal efforts toward building new infrastructure for the low-energy future, or to try vainly just to prop up the credit markets, losing what will probably be the last opportunity to salvage industrial economies.

*****
Nei commenti più consapevoli degli economisti e degli esperti di sinistra, vedo una discreta consapevolezza dei motivi di fondo della crisi, ma vedo meno capacità prospettica.
Ad esempio, Stefano Fassina descrive in modo assai felice la dinamica della crisi:
E Giancarlo Bruno è pure assai bravo a descrivere la situazione:

Però, il primo si limita a proporre tre utili soluzioni di breve periodo (aiuti alle PMI, riduzione temporanea delle aliquote sui redditi dei dipendenti, agganciare i mutui a tasso variabile ai tassi BCE e non più all'Euribor). Il secondo, si esercita in un discorso affascinante ma un po' fumoso su una nuova governance mondiale che, oltre che multilaterale, sembra puntare su un nuovo ruolo delle ONG, della società civile, di autorità non governative.

Quel che manca è una visione e un disgeno di lungo periodo, come quello invece offerto dalle ricette delle cassandre.

Per mio conto, credo che nella situazione attuale la seconda ricetta sopra ricordata sia davvero l'unica strada possibile per evitare di seguire sogni pseudo-medioevali o, al contrario, di ostinarsi in un business as usual che potrà solo portarci al distastro. E' una ricetta che va compresa bene, perché non si tratta di un semplice appello ad un nuovo new deal, ma di qualcosa di qualitativamente diverso: partendo dalla constatazione che la crisi è di fondo crisi energetica, si individua un percorso preciso da seguire, l'investimento selettivo degli stati nella progettazione di un nuovo mondo basato sul basso consumo di energia. Esattamente il contrario di quanto in modo tragicamente miope stanno già chiedendo gli industriali italiani e tedeschi.


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7 ottobre 2008

Risorse per capire la crisi

Mi è stato chiesto di fare un quadro, a beneficio del circolo PD Obama, delle cose che si dicono sulla grande crisi. In realtà bisognerebbe partire da molto lontano, e rimettersi a studiare libri fondamentali. Ma intanto è certamente utile guardarsi intorno in rete. Per ora mi limito quasi solo a fonti in italiano, anche se ovviamente ci sarebbe molto altro. E faccio una selezione inevitabilmente arbitraria e per di più tendenziosa. Ma l'idea è che oltre a me, altri partecipino al lavoro di ricerca.
Ecco la mia personale lista:

Riformisti di sinistra (tendenzialmente neokeynesiani, diciamo), ossia quelli che propongono in modi nuovi più stato e più welfare, in un quadro di maggiore concorrenza regolata dei mercati:

Cani sciolti :


Liberisti di sinistra, ossia quelli che vogliono ben regolare il libero mercato, e fare buone politiche pubbliche spendendo il meno possibile:

Dalemiani, ossia:
Apocalittici economici, ossia quelli che menavano gramo già da tempo e che, ahimè, avevano ragione. Certamente nella previsione, non necessariamente nella interpretazione dei fatti:
  • Questo post di Beppe Caravita riepiloga tutto ciò che si può dire della crisi come causata da una amministrazione USA irresponsabile: http://blogs.it/0100206/2008/09/30.html#a8321. E' il caso di seguire anche i numerosissimi link, e in particolare questo: http://blogs.it/0100206/2005/06/17.html#a4434 che è del 2005 e già prevedeva la bolla immobiliare...E' un post contestatissimo da Raoul Minetti, con battibecco incorporato fra Raoul e Beppe, per mio tramite...
  • Segnalo anche queste proposte politiche precedenti alla crisi, ma di essa ben consapevoli: http://www.neweconomics.org/gen/z_sys_publicationdetail.aspx?pid=258
  • Il blog Crisis prevedeva sia la crisi finanziaria che quella energetica già due/tre annetti fa. Qui una antologia di link, ma per capire il tutto vale la pena di dare una scorsa un po' a tutto il blog:
  • cos'è la crisi: http://crisis.blogosfere.it/2008/10/benvenuti-nel-xxi-secolo.html
  • mutui e petrolio: http://crisis.blogosfere.it/2008/09/crisi-dei-mutui-e-prezzo-del-petrolio-tutto-si-lega.html
  • un post di riepilogo che linka i post essenziali per capire la tesi delle due cassandre del blog: http://crisis.blogosfere.it/2008/09/meteorologia-finanziaria-tanto-tuono-che-piovve.html

Apocalittici energetici, ossia quelli che ci ricordano come l'attuale crisi finanziaria non nasca nel nulla, ma in un contesto di guerra globale per risorse che sono diventate scarse (acqua, petrolio, gas) rispetto alla domanda crescente:
  • Cominciamo con una cosa "leggera": cosa ci faresti con 700 miliardi di dollari? http://petrolio.blogosfere.it/2008/09/giochino-del-giorno-che-ci-faresti-con-il-bailout.html
  • Un altra riflessione che lega energia, risorse ed economia, in una forma un po' particolare: http://aspoitalia.blogspot.com/2008/08/il-petrolio-uno-di-noi.html
  • Infine, tutta la serie "Un picco la giorno" andrebbe letta, ma questa è particolarmente interessante: http://aspoitalia.blogspot.com/2008/08/un-picco-al-giorno-la-storia-deuropa-in.html
  • Modestamente, il mio punto di vista che tenta di sintetizzare gli apocalittici energetici, trasfornmandoli in azione politica riformista positiva: http://www.imille.org/2008/09/abbiamo_bisogno_di_eroei.html
Update: Questo post da inizio a un forum sul Ning di PDObama, dove ci sono aggiornamenti a nuovi link.


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2 ottobre 2008

Leggende sulla grande crisi. E magari anche qualche buona spiegazione...

Questo post di Raoul Minetti è importante per molte ragioni.
Primo, perché dice cose molto precise su certe semplificazioni giornalistiche e politiche e su certe leggende che facilmente si diffondono quando si scatena una crisi finanziaria globale come quella cui stiamo assistendo in questi giorni.
Secondo, perché rappresenta molto bene la posizione di chi, nella sinistra riformista, si è convinto di una visione del mondo nella quale il libero mercato, sia pur regolato, è comunque e sempre l'unica garanzia di sviluppo economico e, quindi, è sempre e comunque il presupposto intoccabile ed indiscutibile di qualsiasi politica.
Terzo, perché rappresenta perfettamente quanto la razionalità ristretta che caratterizza gli economisti dell'ultima generazione, rischia spesso di generare errori di prospettiva politica.
Quarto, perché mette in evidenza come la difesa "da sinistra" del libero mercato sia politicamente davvero un compito difficile, al limite del suicidio politico.


Provo a spiegarmi, prima entrando nel merito delle cose che dice Raoul, poi affrontando ciò che c'è dietro a questo merito, ossia le conseguenze politiche e di interpretazione del mondo. Abbiate pazienza, sarà una cosa un po' lunga, ma credo sia importante.

Raoul dice prima di tutto che non è colpa del modello USA di libero mercato, ma di una mancanza di regolazione. A supporto della sua tesi, fa un paragone con analoghe crisi bancarie occorse a paesi dotati di un ben diverso modello, come quelli scandinavi, campioni del welfare state socialdemocratico. Sarà anche vero, ma prima di tutto c'è una questione di dimensione e, secondo, non è affatto ideologico sostenere che il modello di libero mercato USA è stato governato in modo ideologico dall'era Reagn in poi - con brevi momenti in controtendenza. E' questo governo ideologico del libero mercato, che teorizzava ideologicamente e non sulla base di solide teorie scientifiche la totale deregolamentazione dei mercati, la correttezza scientifica di castronerie come la curva di Laffer, la riduzione delle tasse ai ricchi come mezzo per arricchire i poveri, che ha portato a indebolire i controlli e a gestire la finanza con quella disattenzione che Raoul considera la causa della crisi.
E, quindi, certo che non è colpa del libero mercato in sé, ma è colpa delle concrete scelte politiche e di potere che sono state fatte nella gestione del libero mercato. E questo è bene dirlo forte, mi sembra.

Poi, Raoul contesta chi trova il colpevole nella globalizzazione. Qui concordo praticamente con tutta la sua argomentazione, convinto come sono che la globalizzazione porti alla fine più vantaggi che danni. Salvo, di nuovo, osservare che la cattiva gestione delle crisi globali non può essere considerata un caso, ma il frutto di scelte politiche in cui c'è chi guadagna - e detiene saldamente il potere - e chi perde.

Infine, per Raoul non è nemmeno colpa dell'avidità dei rampanti uomini di finanza. Insomma, non è un problema morale. Anche qui, Raoul formalmente ha ragione. Figurarsi se basta l'avida cattiveria di un manipolo di giovani rampanti manager per mandare all'aria l'economia mondiale. Però, significherà pure qualcosa che fino a una trentina di anni fa, prima dell'attuale fase di globalizzazione, gli stipendi dei manager erano al massimo 50 volte quelli dei dipendenti, mentre ora stanno in un fattore che può arrivare fino a 500 a 1.
Anche qui, non è difficile trovare la spiegazione nel furore ideologico neoliberista che ha consentito di costruire un consenso enorme su questo assetto distributivo, ben nascosto dietro la cortina fumogena della ricchezza per tutti. I repubblicani che in questi giorni, sulla base di un facile populismo, lanciano strali sulla ricchezza eccessiva dei manager, e ricordano il nostro Tremonti che lancia strali contro il "mercatismo", forse farebbero bene a fare qualche piccola autocritica in proposito...

Affrontiamo dunque il secondo punto segnalato qui sopra, il mercato come presupposto indiscutibile dell'organizzazione del mondo e il terzo, molto legato, della razionalità ristretta degli economisti.

Adottare una razionalità ristretta significa, per me, selezionare un certo numero di assunti e di assiomi, e generare su tale base una serie di modelli tutti formalmente corretti, ma solo all'interno di quegli assiomi. E' il tipico modo di fare di molti economisti moderni. Molto utile per analizzare i dettagli, per capire il funzionamento di breve periodo dei mercati, per fare fine tuning di grandezze economiche, ma ben poco utile, ed anzi fuorviante, per capire la sostanza di fondo e di lungo periodo dei fenomeni.
E infatti, le osservazioni di Raoul mancano il bersaglio, restano in superficie e alludono ad una spiegazione immediata - la "disattenzione" delle autorità e degli operatori - perché si modellano sulla sola visione dei fenomeni economici immediati. E dimenticano:
  1. Che la crisi è economicamente figlia di una disgraziata concentrazione del reddito, che ha reso impossibile alla classe media USA conservare i propri standard di vita se non accedendo al credito facile. Su questo meccanismo, che è il meccanismo di fondo della presente crisi e ha ben poco a che fare con la finanza - la finanza è solo uno strumento, da questo punto di vista - rimando per brevità all'articolo che ho già citato di un economista che non ha usato la razionalità ristretta, e che spiega il tutto ben meglio di me.
  2. Che questa abnorme concentrazione del reddito è sostanzialmente identica a quella che ha preceduto la crisi del 1929.
  3. Che l'economia è immersa nel gioco delle relazioni sociali e di potere e nelle istituzioni, il ché rende di per sé l'eccessiva fiducia nel funzionamento teorico ed asettico del mercato una pia illusione - quando non una dolosa bugia.
  4. Che i fenomeni economici non avvengono nel vuoto di un mondo nel quale le risorse sono oggetti comunque plasmabili e indifferenti, perché ciò che conta è il gioco delle utilità e del mercato. Al contrario, l'economia presuppone l'esistenza di risorse fisiche da trasformare, in un processo che richiede energia e produce contemporanemente valore d'uso e di scambio e rifiuti ed entropia. E' per lo meno ironico che l'economia, che si autodefiniva scienza della scarsità, abbia totalmente dimenticato la reale, fisicissima scarsità delle risorse che deve trasfomare per produrre valore. Ora, continuare a pretendere di ignorare il vincolo delle risorse (è noioso che lo ripeta, ma ahimè è sempre una questione di EROEI) è a mio avviso l'altro elemento che ha portato alla crisi attuale, e che ne fa una crisi di qualità diversa da quella dle 1929. Quella, poteva essere vista come una crisi si crescita. Questa, temo o spero, proprio no.

Eccoci al punto finale. Difendiamo, da sinistra, il libero mercato. E' giusto, come erano giuste le politiche a favore dei consumatori e della concorrenza del buon Bersani. Ma non vediamo, per favore, il libero mercato - un modello da usare e al quale tendere per far funzionare certi e non tutti i meccanismi di produzione - come l'unico obiettivo della politica.
Sopratutto, cominciamo a proporre una politica diversa, ad affrontare il toro della distribuzione del reddito per le corna. Ritorniamo a parlare di giustizia sociale e uguaglianza, non solo perché moralmente lo troviamo giusto, ma perché economicamente una equilibrata distribuzione del reddito, meno persone che non possono onorare i loro debiti, rende più stabile e solido il sistema capitalista. Dopo l'ubriacatura del liberismo rampante non è proprio il caso di lasciare che la destra riesca ad ubriacarci con un novello populismo autarchico rampante. Molto meglio far capire prima di tutto di chi è davvero la colpa (non la "disattenzione", ma l'eccesso di concentrazione della ricchezza voluta dalle destre mondiali), e soprattutto, offrire una alternativa di speranza non basata sui muri ma sull'apertura al mondo e alla sua salvezza.

PS: sono certo che Raoul, in realtà, è almeno in parte d'accordo con quel che ho scritto qui sopra, come io sono in parte d'accordo con le cose che ha scritto. Solo che lui tende ad arrabbiarsi quando i non economisti fanno discorsi un po' troppo generici sull'economia, forse perché è troppo dentro a quel mondo, e così, nel mettere i puntini sulle i, a mio giudizio esagera. Io mi arrabbio quando gli economisti tendono a fare discorsi troppo chiusi nella loro tecnicalità, forse perché avrei voluto fare l'economista ma non ci sono riuscito, ma sopratutto perché mi piacerebbe che gli economisti di oggi ricordassero che i loro padri avevano ben altro approccio alla "scienza triste". Un approccio "sistemico", tanto che, per dire, Adam Smith scriveva di morale, e mi risparmio di citare Marx...


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2 ottobre 2008

Per capire la crisi

.. è importante leggere questo acuto articolo di Stefano Fassina. Una spiegazione dei motivi di fondo della crisi, che non sono finanziari.


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