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20 maggio 2011

La Puerta del Sol


Abbiamo un problema con la democrazia. Abbiamo un problema con il voto. Chi non può votare liberamente chiede di farlo, come si è visto e si vede in Tunisia, in Egitto, in Siria e altrove. Chi può votare contesta il senso stesso del voto, sostenendo che in ogni caso chi sarà eletto non ci rappresenta. È il cuore della protesta spagnola di questi giorni: se il tuo voto non conta niente, non votarli. È il segnale dato dai voti al MoVmento 5 stelle: un voto che si auto dichiara inutile in quanto volutamente fuori dal gioco.

Sarebbe bene che i partiti della sinistra riformista in Europa (e a maggior ragione qui da noi in Italia) si facessero qualche domanda sul futuro e sul senso della democrazia. Il grado zero della democrazia è certamente il diritto di voto. Ma una vera democrazia non è affatto votare ogni 5 anni per valutare l’operato di chi hai eletto. È partecipazione e deliberazione e verifica e confronto durante quei cinque anni. È intreccio fra democrazia deliberativa da un lato, e delega agli amministratori dall’altro. In una società afflitta dalla corruzione e dal precipitare della credibilità di tutti i politici agli occhi delle persone, offrire trasparenza e vera partecipazione è più importante che avere un magnifico programma di cose da fare o un leader affabulatore.


21 febbraio 2011

Real politik?

Because something is happening here

But you don't know what it is

Do you, Mister Jones?


Forse, ossessionati come siamo dal nostro ombelico berlusconiano, non ci rendiamo conto che quel che sta succedendo in tutta la zona del petrolio arabo - certo, la Libia ci riguarda più direttamente - è probabilmente un evento che cambierà il corso della storia, proprio perché è direttamente correlato alla grande crisi mondiale. Grande crisi che, ora si vede anche più bene, è prima di tutto crisi energetica e da fine delle risorse fossili, più che crisi dei mutui subprime.

La miopia politica e strategica dell'occidente si vede proprio da qui: ostinarsi a sostenere dittature "amiche" per assicurarsi presunta stabilità e petrolio, senza fare quasi nulla - o comunque facendo troppo poco - per sviluppare fonti alternative e rinnovabili, e senza provare ad aiutare le popolazioni e la libertà di quei paesi, si sta dimostrando una real politik al contrario. A forza di business as usual, richiamo di trovarci senza petrolio e senza stabilità.


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18 gennaio 2011

Tunisia Italia


Sicuramente non ha validità statistica. Però oggi su Le Monde di carta non c’è una riga su Berlusconi/Ruby, mentre ci sono quattro pagine più una di commenti su Tunisia Algeria e Maghreb, e una approfondita analisi sulle inondazioni in giro per il mondo, nonché un numero imprecisato di altre notizie dall’estero. Questo per dire quanto l’Italia berlusconiana sia al centro dell’attenzione mondiale. Nemmeno nel male, figurarsi nel bene.


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11 gennaio 2011

Il bluff di Marchionne

Doverosa tripla premessa:
  1. La FIOM ha ormai da anni colpevolmente ideologizzato la contrattazione aziendale ed, infatti, non è da ora che si costringe all’angoletto degli accordi separati e, alla lunga, alla irrilevanza. E’ quindi largamente colpevole del disastro attuale, perché da troppo tempo difende un mondo che non c’è più - e non difende il nuovo mondo che c’è.
  2. Continuare a far finta di non vedere che la gestione delle grandi aziende richiede regole di rappresentanza funzionanti ed effettiva flessibilità interna, è colpa evidente e causa dello strappo di Marchionne, come si spiega benissimo qui. E di grandi aziende, in questo Paese che si è per troppo tempo illuso sulle virtù del “piccolo + bello”, ci sarebbe gran bisogno.
  3. Un governo che si genuflette così con una delle parti in causa, per puro odio di classe e spirito reazionario, è certamente parte del problema e concausa del disastro.

Ciò detto, osservo che il buon Marchionne (che, come mi ostino a ripetere, per me ritornerà ad essere credibile il giorno che si autoridurrà almeno un po’ il suo principesco stipendio) sta bluffando quando dice che, nel caso, se ne va all’estero. Infatti, dato che la Fiat vende essenzialmente in Italia perché è percepita come italiana, nel momento stesso in cui smettesse di essere percepita come tale, perderebbe davvero molti, troppi clienti. Per quanto sembri strano, il mercato dell’auto è fatto, ancora, anche di una specie di nazionalismo.
A meno che sia vero che a Marchionne in realtà della produzione di questa inutile ferraglia non freghi più di tanto, perché i soldi veri li fa con le operazioni di immagine che fruttano plusvalenze finanziarie....


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24 ottobre 2010

Ingiustizia

Vorrei dire una cosa semplice. Una cosa che molti mie amici considereranno semplificatoria. Un discorso sulla produttività in Italia, sulla necessità di recuperare competitività avendo il coraggio di scardinare vecchie tutele e vecchie abitudini che sono spesso diventati privilegi; un discorso di questo tipo, insomma un discorso “modernizzatore”, per il merito e contro le corporazioni, per i giovani e contro la conservazione dello status quo, non è un discorso credibile perché si scontra con la durezza fattuale di un’ingiustizia distributiva e di un’ingiustiza fiscale talmente enormi da generare perennemente il sospetto che si tratti, per la millesima volta, dell’eterna richiesta di sacrifici a chi si è già sacrificato fin troppo.
E quindi, quel discorso può diventare credibile solo se si accompagna a un discorso altrettanto netto che - non solo a parole ma nei fatti e nelle proposte di politica fiscale, ad esempio - metta radicalmente in discussione la distribuzione del reddito, contestando apertamente sia la moralità sia l’efficienza di stipendi come quelli di Marchionne o - peggio, ché almeno Marchionne lavora e manda avanti fabbriche - di ricchezze finanziarie indecenti e indecentemente concentrate in poche e spesso ignote mani.

E del resto, qualcuno davvero crede che con il consenso di poche anime belle e il mugugno dei più - anche solo il mugugno, non la resistenza passiva o la rivolta attiva - si riesca a rilanciare la produttività in Italia e a darle un futuro? Per queste cose serve entusiasmo e condivisione, obbiettivi comuni, un visibile ritorno per chi si impegna, non diktat sotto il ricatto della frase “è la globalizzazione, bellezza, e non puoi farci niente”.

Nella foto, Marchionne con uno dei numerosi papi stranieri. Vediamo se il primo stasera da Fazio dirà qualcosa di più sensato di quanto ha fatto ultimamente, e se il secondo - oltre a circondarsi di persone in gamba a Italia futura - ha qualche qualità anche lui.


29 giugno 2010

Economia senza storia

L’austerità non può essere a senso unico. Si possono chiedere sacrifici ai lavoratori. Ma i lavoratori hanno tutti i diritti di chiedere che cosa sono disposti a fare gli altri, coloro che più hanno, per salvare l’avvenire economico del paese. Se gli si risponde [. . .] che bisogna accantonare le riforme, rassegnarsi alla ingiustizia fiscale, mantenere intatti i vecchi rapporti di potere, è come se si dicesse che da questa parte non si vuole pagare letteralmente niente.

 

Quando sono state scritte queste parole? Nel 1964, da Enzo Forcella in un articolo su Il Giorno. Era la "congiuntura", la prima crisi dopo il miracolo economico, con conseguente ristrutturazione, disoccupazione, ecc.
Ricorda qualcosa?
Ricorda che ogni volta che il capitalismo va in crisi, il modo di uscirne è sempre lo stesso: far pagare ai lavoratori. Perché, anche quella volta, non vi fu giustizia fiscale, né riforme, né pagarono anche i "ricchi".

Ora, questa constatazione banale dal punto di vista dell'esame oggettivo dei fatti storici, è sistematicamente occultata da una cortina fumogena di giustificazioni tecniche ed economiche offerte dall'economia mainstream. Ogni volta ci sono apparenti buoni motivi per convincerci che "i sacrifici" sono inevitabili, e che in fondo in fondo ce li siamo pure meritati perché la colpa, come sempre, è dell'inefficienza pubblica, e non della rapina privata.

Il fatto è che l'economia è diventata, sopratutto per una legione di economisti giovani, brillanti, intelligentissimi, tecnicamente preparati, una pura tecnica senza storia, un esercizio di modelli matematici e un gioco di equilibri più o meno perfetti. Eppure, basterebbe provare a fare economia con  la storia, provare a smetterla con la pretesa di vedere il gioco economico nel vuoto pneumatico della tecnica economica o, al massimo, nel contesto della politica del breve periodo, per scoprire che - appunto - la storia avrebbe davvero tanto da insegnare all'economia, per provare a non ripetere pervicacemente gli stessi errori. Esemplare, in questo senso, questo articolo che invito a leggere.

****

Dal 1963 al 1968 la percentuale del reddito spettante al lavoro salariato scende dal 63% al 57% (al livello cioè del 1961).

All’aumento della produzione si aggiunge una forte ripresa delle esportazioni. Eppure - a differenza di quel che avviene negli altri paesi europei - gli investimenti industriali riprendono solo con molta lentezza, mentre cresce a dismisura la fuga di capitali all’estero. Continuano inoltre i flussi migratori, e Michele Salvati ha segnalato «l’assurdo quadro complessivo di un paese che esporta, insieme, capitali e lavoro invece di farli lavorare entrambi sul territorio nazionale». Si apre qui il secondo versante della contraddizione alla base del rilancio produttivo vi è una ristrutturazione aziendale basata largamente sull’utilizzo intensivo della forza lavoro, sull’aumento dei ritmi, sulla parcellizzazione ulteriore delle operazioni. Si accentuano per questa via i processi precedenti: alla Fiat gli operai comuni sono il 44% nel 1957 e più del 65% dieci anni dopo. I passaggi alle categorie superiori avvengono spesso secondo procedure arbitrarie, volte a privilegiare la «fedeltà» e l’obbedienza» del lavoratore all’azienda, mentre crescono ovunque le forme di lavoro ripetitive e assillanti.

Quando uno proprio non ce la faceva più per i ritmi troppo veloci, si imbarcava. Era una forma di lotta individuale, che a volte avevi i mezzi e la possibilità di fare. Imbarcarsi vuol dire, in catena di montaggio, perdere il tuo posto di lavoro e andare sempre più avanti sulla linea in movimento dietro ai pezzi su cui devi lavorare. Vuol dire che pianti un casino tale che gli altri non riescono più a lavorare [...]. Quando però si arrivava all’esasperazione, succedeva che la maggior parte piangevano. Ho visto gli operai piangere, battere la testa e i pugni, buttarsi per terra, proprio crisi isteriche.


È difficile stupirsi se negli anni della «modernizzazione» gli incidenti sul lavoro aumentano anziché diminuire e si diffondono al tempo stesso patologie nuove.

Agli inizi del 1967 Giorgio Bocca prendeva a bersaglio i luoghi comuni sul miglioramento delle condizioni di fabbrica, riferendosi agli operai più giovani «in quattro o cinque anni — osservava — l’organizzazione li svuota, li invecchia». «Secondo i medici e gli psicologi delle aziende di fronte a un giovane operaio che non ce la fa più, anche se ha solo 18 o 20 anni, esiste questo unico dilemma: o è un malato malato o è un lavativo, e allora gli diamo un po’ di sulfamidici o lo licenziamo. Ma i sulfamidici e i licenziamenti, valli un po’ a capire questi operai della nuova generazione, né guariscono le ulcere né fanno cessare i tremori né sciolgono le tristezze. Valli a capire questi operai yé yé: sono migliorate le cure mediche, della medicina normale, eppure le loro «assenze per malattia» sono più numerose che in passato. Che cosa significa signor medico fiscale? Che cosa significa signor psicologo fiscale?»

Come le statistiche confermano, le assenze per malattia nelle fabbriche metalmeccaniche aumentano fortemente già in questa fase: quando cioè l’assenza di un giorno significa per un operaio - a differenza di quel che avviene per un impiegato - perdita secca di salario e controlli fiscali severi, soprattutto se il lavoratore è iscritto al sindacato o comunque «indocile». […]

Il padronato che imponeva questa intensificazione del lavoro e questa «austerità» ai propri dipendenti non dava nel contempo prova di grande moralità e spirito di sacrificio.

Secondo stime approssimati della Banca d’Italia l’esportazione di capitali all’estero passa dai 336 milioni di dollari del 1963 ai 3427 del 1969. Sull’evasione fiscale si possono ipotizzare cifre ancor più incerte, ma di dimensioni molto superiori. «Evadere il fisco e portare i soldi in Svizzera: questo fu il comportamento di gran parte della borghesia italiana una vera e propria diserzione». il duro giudizio è di parte non sospetta, Guido Carli, il quale però giustifica subito la «diserzione» con la «minaccia comunista» e con l'«estremismo» sindacale.

Dal canto suo, un presidente veneto dell’Associazione industriali difendeva così evasori fiscali ed esportatori di capitali:

Lei mi capisce, se mi trovo su una strada deserta e sento uno che dice: «Guarda che c’è un brigante che ti porta via il portafoglio», io lo nascondo. Traditore della patria? No, caro lei, i traditori sono quelli che minacciano di portarmelo via. Dico giusto?


Sciopero degli investimenti, ristrutturazione aziendale basata sull'intensificazione del lavoro, evasione fiscale ed esportazione di capitali: se questa è la norma, come confermano molti studi, c’è anche chi fa peggio. Ce lo ricorda la vicenda del Cotonificio Valle Susa, che mescola il dramma del licenziamento per migliaia di operai con una «storia padronale» che vale la pena di raccontare.

Per gli 8000 dipendenti delle fabbriche del Cotonificio la crisi si annuncia nel corso del 1964 e precipita nel 1965. Si susseguono riduzioni d’orario, sospensioni mancato pagamento dei salari, mentre la chiusura definitiva dell’azienda è una prospettiva sempre più concreta e l’allarme coinvolge interi paesi. Intanto Felice Riva, principale proprietario e amministratore delegato del Cotonificio, si occupa d’altro. Scrive nel luglio del 1965 il prefetto di Torino:

l’atteggiamento assenteista ed irresponsabile di Felice Riva è stato apertamente stigmatizzato dai sindacalisti e dai dipendenti del Cotonificio Valle Susa, dichiaratisi sdegnati che il Riva, come riportato anche dalla stampa, preferisca interessarsi della compravendita dei calciatori del Milan [di cui è presidente] anziché degli oltre 7000 dipendenti del C.V.S. e delle loro famiglie

Mi fermo qui, con la lunga citazione dal libro di Crainz che certi giovini economisti farebbero bene a leggere. Che farebbero bene a leggere anche certi pasdaran del merito - il merito, il talento, continuo a dire, e lo so benissimo, sono l'unica assicurazione e l'unica speranza contro il declino italico. Ma, accidenti, ricordarsi anche della giustizia e dell'uguaglianza, oggi, è davvero essenziale.

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Quel che davvero, profondamente, mi deprime, forse per il mio passato di appassionati studi economici, è constatare come persone intelligenti e colte, innovative e niente affatto a priori "di destra", siano talmente impastoiate nella razionalità limitata della scienza economica mainstream, da giustificare qualunque ricetta che proponga tagli di spesa pubblica e tasse, in nome di un'efficienza e una futura crescita che da un lato è economicamente impossibile e, dall'altro, è e sarà causa di ulteriori terribili ingiustizie e povertà.

Ce l'ho - di nuovo - con quelli di nfA, e con il loro furore ideologico usato a piene mani contro quello che loro certamente vedono come un furore ideologico uguale e contrario usato dagli economisti della lettera.

I primi, pur di dimostrare le loro tesi liberiste (non neoliberiste, per carità che se no si inalberano), arrivano a sostenere che sempre e a priori la domanda e l'offerta sono in equilibrio, quale che sia la distribuzione del reddito, che la crisi di sovrapprduzione non può esistere, che l'insufficienza della domanda di keynesiana memoria è una baggianata (consiglierei loro di leggersi questi due articoli...). I secondi usano una terminologia ideologica e datata per sostenere tesi economiche corrette, sembra quasi vogliano farsi impallinare dai "moderni" grazie al loro frasario più che ai loro argomenti - che sono solidissimi. Si lasciano però andare a ricette protezioniste che finiscono per somigliare al finto antimercatismo di Tremonti, mentre il problema vero di oggi non è la chiusura ma l'apertura, non è difendersi, ma attaccare. Non è ridurre gli stipendi a Pomigliano, ma aumentarli a Pechino. 


Ecco, credo che un bagno nella storia, che gli economisti della lettera hanno ben presente, farebbe bene ai giovinotti di nfA. E credo che gli economisti della lettera farebbero bene a prendere sul serio il peso del diffondersi, fra i più giovani studiosi, di un modo di pensare così lontano da quello cui è abituata la sinistra tradizionale.


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In questo modo di pensare, del resto, vi sono due elementi di fondo, filosofici e morali, che  sarebbe bene indagare. 

Il primo elemento è costituivo dell'economia mainstream, anzi è il suo unico fondamento: l'opinione che il mondo sia governato dall'interesse individuale dell'individuo autointeressato, e che la composizione di tali interessi sia tutto ciò che si può fare. In breve, l'uomo è naturaliter individualista ed interessato al suo proprio bene, e l'altruismo è una chimera. L'uomo, in definitiva, secondo questa visione non è un animale sociale.

Il secondo elemento costituisce un'aggravante specifica dell'esperienza politica dell'Italia degli ultimi anni, che conferma ed approfondisce questa impostazione filosofica di base: il livello di corruzione e di scarsa moralità dell'amministrazione pubblica italiana - e dell'Italia nel suo complesso - sembrano fatti apposta per confermare l'idea che, dato che l'uomo è per definizione egoista, è sbagliato affidare troppe cose allo Stato e alla politica, che sopratutto in Italia, e del resto "per definizione", non saranno in grado di fare l'interesse generale. Molto meglio affidarsi a meccanismo automatici di mercato, che portano (magari fosse vero, dico io) a comporre gli interessi individuali grazie al bialnciarsi delle utilità marginali.


Ecco, sul primo elemento esiste una enorme bibliografia che contesta, dal punto di vista morale, filosofico, antropologico, storico, l'esistenza di questo immaginario uomo economico. Ma quando questa "invenzione" si rafforza grazie alla specifica realtà del familismo amorale, della corruzione dilagante, della sfiducia cinica nelle istituzioni del nostro bel paese, è davvero difficile controbattere e continuare ad articolare ragionamenti positivi.


Forse, è più questa sfiducia globale nel prossimo che la convinzione scientifica che muove i giovini di nfA. E questo è davvero triste.

 


26 gennaio 2010

Vincere dimettendosi

Dalla lista di discussione de iMille:
in Italia per essere riabilitato devi essere riconosciuto colpevole, meglio se latitante. il meccanismo è: linciaggio mediatico sempre, poi, se sei innocente non si sentirà più parlare di te (perché disgustato ti ritiri a vita privata, suppongo), se sei colpevole scappi in nord africa e lì attendi la morte e che ti intitolino una via. Le chiacchiere pesano più dei fatti. I fatti li stabilisce il giudice con sentenze passate in giudicato. Il resto è fuffa, imho.
Da un blog:
Toh, finalmente uno che si dimette in stile europeo. Deve essere un prodiano, un pazzo o un intellettuale.

Dopo aver seguito la discussione sulle dimissioni di Del Bono nella lista de iMille, ho pensato che il PD, se fosse un partito con idee chiare e capacità comunicativa, potrebbe a buon titolo attaccare invece che difendersi. 
I politici di destra, primo fra tutti il genio di tale tecnica, Berlusconi, ogni volta che sono toccati da una qualche indagine o da un sospetto, non si dimettono, ma fanno le vittime, proclamano la loro innocenza e attaccano i magistrati comunisti e la giustizia ad orologeria. Ripetono questo ritornello in modo ossessivo, fino a farlo diventare realtà e senso comune per il loro elettorato di riferimento. Il quale, del resto, li vota in quanto ha aspettative "morali" molto basse verso i politici e la politica.
I politici di sinistra (purtroppo con qualche eccezione sopratutto in Campania...), ogni volta che sono toccati da una qualche indagine o da un sospetto, si dimettono proclamando la loro innocenza o chiedendo perdono, poi spesso vanno in crisi psicologica e si ritirano a vita privata. Il popolo di sinistra, che ha aspettative "morali" molto alte verso i propri politici, non li perdona nemmeno quando, alla fine, si scopre che erano innocenti o che le loro eventuali malefatte sono comunque giuridicamente non perseguibili (vedi il caso Del Turco).

Invece, ammettiamo pure che a sinistra ci si debba dimettere in stile europeo, perché comunque la perdita di consenso conseguente al mantenimento della poltrona con l'argomento - formalmente ineccepibile - della presunzione di innocenza, sarebbe troppo forte. 
Perché non adottare con forza e semplicità, a parti invertite, la stessa tecnica mediatica? Dire ossessivamente che i nostri politici si dimettono anche se solo sfiorati dal sospetto, e i loro restano abbarbicati alle poltrone. Che i nostri si dimettono perché innocenti, i loro restano sulla poltrona perché colpevoli. E, ripeto, dirlo sempre, fare le vittime al contrario. Ricostruire il consenso proprio sul fatto che il PD ha un codice etico tale da sacrificare convenienze, senza per questo smettere di solidarizzare con le persone, se ingiustamente inquisite.

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Fin qui, come si vede, pure considerazioni di tattica politica. Però credo che sarebbe ora, per il PD e per il dibattito pubblico, avviare una complessiva riconsiderazione della questione morale, della crisi della democrazia dei partiti e del carattere di fondo della nostra Repubblica e degli italiani. L'ultimo libro di Guido Crainz è illuminante su questo punto, perché mostra come noi tutti abbiamo davvero grossi problemi di memoria collettiva. Gli scandali politici, la corruzione dilagante, non sono affatto esperienza dei soli anni novanta di Tangentopoli, ma sono una costante della storia repubblicana. E l'altra grande costante è la sistematica autoassoluzione della "società civile", che periodicamente addossa alla politica e ai partiti tutte le colpe di questa scarsa moralità, votando "L'uomo qualunque", lanciando monetine o mostrando cappi, quando è ben evidente che vi è una corrispondenza di amorosi sensi fra un largo blocco sociale e la politica corrotta.
Sotto queste due costanti, ovviamente, vi sono mutamenti enormi, perché tutto si intreccia sia con la storia globale, sia con le provvisorie vittorie e le durature sconfitte di quel pezzo di società italiana - che pure esiste - che ha lottato contro la corruzione lottando per la giustizia sociale e la redistruibuzione dei redditi.
Perché alla fine, a mio modo di vedere, il grande non detto di tutta questa storia è la questione fiscale. Il patto scellerato fra la classe dirigente e il blocco sociale vincente in Italia è sempre stato quello della acquiescenza verso una enorme infedeltà fiscale, in cambio di un via libera all'uso spregiudicato del potere. I momenti di crisi di questo patto sono stati a volte costruiti sulle lotte per l'uguaglianza e la redistribuzione dei redditi, come nella stagione dell'autunno caldo, a volte sull'emergere di una insostenibilità economica del sistema anche per chi ne aveva fino ad allora beneficiato, come è accaduto all'inizio degli anni '90 con l'esplosione del debito pubblico in un contesto internazionale di globalizzazione e vincoli europei.
Ora, se si vuole ricostruire l'Italia e far prevalere - finalmente - un diverso blocco sociale, bisogna partire dal fatto che, come dice oggi Reichlin, Berlusconi è la febbre, non la malattia. Ed è pure febbre e non malattia anche l'apparente dilagare della questione morale solo per la sinistra, nell'indifferenza totale degli italiani che votano a destra impipandosene della questione morale della destra (figurarsi il conflitto di interesse...). La malattia è la mentalità prevalente e il groviglio di interessi convergenti, la credenza di molti che si possa continuare allegramente nel declino italico senza pagarne individualmente il fio.


25 febbraio 2009

Sull'energia, in breve

 Ne parlo qui.


17 febbraio 2009

Due paesi sperduti

Ci sono due paesi sperduti, terrorizzati e impauriti. E la paura che attanaglia la loro gente genera un consenso stabile per i politici della paura, quelli che utilizzano la paura per mal governare, e producono consenso a mezzo di paura, e nuova paura per ottenere consenso.

Italia e Israele, tragicamente gemelli in un declino che sarà difficile combattere.




PS: su Israele, conviene leggere la solita Barbara Spinelli, lucida come non mai. Sull'Italia, per ora non ci sono parole.


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9 maggio 2008

La repressione è un onore

Mi hanno chiesto cosa ne penso di questa intervista al sindaco di Salerno. Ecco qua.

Cosa ne penso?
De Luca dice cose perfino apparentemente ovvie, non ci sarebbe niente di male a organizzare vigilanza volontaria - i nostri nonni di "Noi abbiamo l'età giusta" davanti alle scuole non sono lo stesso? Ma si lascia sfuggire l'esempio dell'inevitabile rumeno proprio quando dice che non bisogna fare sociologismi. Allora, se la responsabilità penale è personale e la repressione deve rivolgersi al crimine, il rumeno non c'entra un tubo. C'entra il criminale, rumeno, italiano o salernitano che sia. Se no, stai facendo il razzista. Punto.

E quindi, ne penso che se dobbiamo fare la parte della destra repressiva non vale la pena di esistere come sinistra. Facciamo governare loro che sono più bravi nel ramo. Ne penso che con la politica della paura si vincono le elezioni, e si continueranno a vincere a lungo, perché i poveri hanno paura e votano a destra. Ne penso che è inutile angosciarsi, é molto meglio occuparsi d'altro. Perché con la paura e il protezionismo e la politica della chiusura e della repressione, questo paese sfiduciato e imbelle si trova e si troverà benissimo, fino a  quando a forza di erigere muri si ritroverà una schifezza inutile e vecchia o, nella migliore delle ipotesi, un bel museo a cielo aperto per ricchi turisti cinesi e indiani.

Come me mi sembra la pensino questi due, molto più in gamba del sottoscritto. Leggeteli:

http://www.gadlerner.it/index.php/2008/05/05/verona-non-solo-skinheads.html

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=40&ID_articolo=106&ID_sezione=55&sezione=

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=40&ID_articolo=105&ID_sezione=55&sezione=Analisi

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E con questo vi saluto e sospendo interventi ed attività politica. Buon lavoro a chi continua. Qui, almeno per un po', troverete tutto, meno che politica.


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20 aprile 2008

Provvisioria (e poco allegra) conclusione

Eccomi di ritorno dalle elezioni. Domani racconterò del Municipio. Per ora accontentatevi dell'ennesima analisi del voto nazionale. Ne avrete lette già decine, come ho fatto anch'io. Non credo di essere granché originale, ma qualcosa ci tengo a dirlo comunque....

La sconfitta della Sinistra narcisista e le colpe immaginarie di Veltroni

La sconfitta della sinistra massimalista non è dovuta solo al voto utile. Il motivo vero è la perdita di credibilità di quel mondo. Pochi hanno notato il 470.000 voti alla camera (1,4) e il 420.000 al senato (1,2) a Sinistra critica, PCDL e Bene Comune, tolti a SA e quindi causa del mancato raggiungimento del quorum. Se ci aggiungiamo una quota degli astensionisti grillini (poco rilevanti, certo), se ne deduce che il "voto utile" ha contato poco nella debacle di SA. Semplicemente, offrivano una prospettiva ridicola, e la gente li ha abbandonati da una parte (ultrasinistra e non voto), dall'altra (voto convinto al PD, unica sinistra possibile), e soprattutto, come sembrano dimostrare le prime analisi dei flussi, direttamente verso destra e verso la Lega. Quelli che accusano Veltroni di aver distrutto la sinistra non sanno di che parlano. Dovrebbero piuttosto chiedersi perché e come si sono suicidati, perdendo completamente il contatto con la realtà. Erano ridicoli nell'assassinare il governo Prodi senza volere farlo cadere (meglio Ferrando e Turigliatto, allora), erano ancora più ridicoli nell'urlare contro il protocollo welfare restando impallinati dalla schiacciante maggioranza dei sì al referendum, e poi facendo finta di niente, sono stati ridicoli ora nell'offerta di una sinistra di pura testimonianza in un paese che non ne può più di ingovernabilità, e che non ha più una classe operaia distingubile dai propri mille padroncini con cui si identifica.

E poi, semplicemente, il governo Prodi è stato peggiore del governo Berlusconi nella percezione degli italiani, perché un governo non è solo mettere a posto i conti. Qui in rete dovremmo sapere quanto è importante la credibilità. Di un blogger che non conosci personalmente, ti fidi se verifichi la sua credibilità tramite l'intreccio delle voci, quello che ti dice qualcuno altro di cui ti fidi, ecc. E così dai credito a quel che scrive, alle valutazioni che da. Se non lo ritieni credibile, per te non esiste. E ogni volta che Ferrero o Pecoraro Scanio scendevano in piazza, o che Mastella minacciava le dimissioni, o Padoa Schioppa era costretto a correggere la dichiarazione di qualche ministro, o Damiano diceva una cosa e Ferrero l'opposta, noi stessi militanti (figurati gli altri) davamo meno credibilità a quel governo.
Questa perdita di credibilità ha travolto il governo, tutti i suoi partiti ma, giustamente, soprattutto i partiti maggiormente responsabili di questa deriva di irresponsabilità narcisistica: la sinistra massimalista e il centro sfascista di Mastella che però, grazie alla mossa di Veltroni, è stato eliminato prima della corsa.
Veltroni ha fatto quindi l'unica cosa possibile, rompendo un'alleanza senza alcuna credibilità e tentando di disgiungere i risultati di governo dal governo stesso. Ma era pur sempre un'operazione difensiva, complessivamente difficilissima. Che infatti ha fruttato un consistente recupero da una situazione disperata, ma poteva fruttare la vittoria solo con un vero miracolo.
Anche perché la credibilità perduta dal governo si associava con l'evidenza di un Prodi ostaggio e debole, e con l'ansia generata da un governo che dura pochi mesi. L'offerta di Berlusconi, niente miracoli ma un capo identificabile e una lunga stabilità, era infinitamente più credibile della nostra, per un popolo elettore che ha una memoria dei fatti politici che in genere non arriva ai sei mesi e, quindi, esclude automaticamente una valutazione di più lungo periodo.

Per concludere su questo punto, vi consiglio vivamente di leggere Quartieri che sul tema è molto più efficace di me, e inoltre copio qui un semplice calcolo di mio fratello e qualche sua considerazione:


A proposito della colpa di Veltroni di aver cancellato la sinistra (intesa come rifondazione e alleati) e dei dubbi che ho raccolto in proposito vi faccio solo 2 semplici calcoli:

3,1+1,5=4,6  ovvero sinistra arcobaleno + sinistra critica + partito comunista dei lavoratori = quorum

33+4+3+1=41 ovvero tutti i partiti rimasti nel perimetro dell'ex Unione (mai nome fu più lontano dalla realtù dei fatti e dei comportamenti) ovvero PD + IdV + SA + PSI  è sempre molto al di sotto del 50 (con gli arrotondamenti e i voti dispersi qui e là dovrebbe arrivare al 43 al massimo)
 
quiindi:
1) La sinistra arcobaleno ha preso più voti quando si presentava assieme a Mastella rispetto ad ora che andava da sola
2) qualsiasi fossero le alleanze il tetto sarebbe stato intorno al 41-43 per cento, non possiamo certo credere che una riedizione dell'unione avrebbe trattenuto i voti che sono andati all'UDC alla Lega o al PdL, avremmo quindi perso comunque
3) certo in questo modo SA avrebbe superato il 2% e sarebbe ancora in parlamanto
ma:
4) va bè che Veltroni è buono, ma il compito che aveva non era quello di salvare Rifondazione comunista
5) non credo che i 4 partiti si sarebbero presentati assieme come sinistra arcobaleno, sarebbero andati da soli e 3 su 4 o 4 su 4, non avrebbero raggiunto il quorum lo stesso

Infine, non posso fare a meno di citare questa incredibile dichiarazione di Gasparri, che si infila nella ridicola lamentela colpevolista degli orfani della sinistra massimalista:
dalla "diretta" di Repubblica on line del 17 aprile 2008:

11:35 Gasparri: "Sinistra non voti Pd, il suo carnefice"

"Veltroni e il partito democratico hanno spazzato via dal Parlamento la sinistra comunista. Mi auguro che adesso chi è stato abilmente cancellato si mobiliterà a sostegno del popolo della libertà. Un voto dato al Pd, e a Roma a Rutelli, sarebbe un sostegno verso il proprio carnefice". Lo dichiara Maurizio Gasparri.


Se chi ha votato Sinistra Arcobaleno abbocca a simili idiozie, dandosi la zappa sui piedi (visto che al comune SONO nella coalizione ed ELEGGONO un buon numero di presidenti di municipio, avranno assessori ecc.), siamo messi proprio male...

Il declino italiano

Ma allontaniamoci da queste piccinerie e da questi problemi, che mi sembrano ormai del passato, e proviamo ad avere una prospettiva di più lungo periodo. Perché da una prospettiva di lungo periodo si vedono cose ben più gravi e preoccupanti della scomparsa della sinistra narcisista.
Nel lungo periodo, l'Italia è destinata al declino. Tutta l'Europa, in vario modo, corre questo rischio su scala globale, o perché è vecchia, perché non è il cuore dell'innovazione né del commercio mondiale. Ma altri paesi si sono ben attrezzati almeno a resistere e, forse, a trovare il modo di invertire la tendenza: la Francia con le sue azzeccate politiche demografiche e con il mantenimento di alcuni fondamentali asset strategici industriali e nella distribuzione, la Spagna con il suo nuovo dinamismo e l'apertura sociale, la Germania con una capacità di esportazione e di innovazione tecnologica notevoli.
Il sistema produttivo italiano non è ancora tutto da buttare, ed anzi alcune piccole inversioni di tendenza si sono viste. E tuttavia il quadro generale testimonia sia della perdurante difficoltà del nord, sia sopratutto della zavorra criminale meridionale.
(Detto per inciso, la vittoria al sud con Lombardo e le frasi di Dell'Utri e Berlusconi su Mangano, vero e proprio invito al voto mafioso, è l'aspetto più terrificante di tutta la faccenda, perché dice che non solo ha vionto la destra protezionista, identitaria e sicuritaria, ma che c'è anche una specificità criminale italiana da cui non ci si riesce proprio a liberare).

Questi due anni di governo Prodi, al di là degli eccezionali risultati macroeconomici e dei piccoli segnali di ripresa dell'export in certi settori, hanno trasmesso un'immagine di declino e di mancanza di speranza e di futuro. La politica della paura di Berlusconi e Tremonti (paura concreta dell'immigrato e della criminalità, paura globale dell'economia cinese emergente, paura del nuovo, del diverso e del mischiarsi con l'altro), ha trovato un terreno fertilissimo per affermarsi. Sopratutto fra i giovani e i lavoratori del nord. I giovani che percepiscono la nuova precarietà come un destino ineluttabile, e non credono all'esistenza di soluzioni. Danno per scontato che così sarà sempre, ed anzi in fondo ringraziano per qualche scampolo di reddito e di lavoro, perché sono certi che ci sarà sempre qualcun altro in Romania o in Cina, disposto a lavorare al posto loro in condizioni anche peggiori.
Per quale motivo questi giovani e questi lavoratori con scarsa forza contrattuale, poco formati, avrebbero dovuto affidarsi al sogno veltroniano della nuova crescita, dello sviluppo basato sulle nuove tecnologie e della speranza di futuro? Molto più realistica ed affidabile, dal loro punto di vista, la promessa di pura protezione offerta dalla Lega e/o da Berlusconi. Una promessa buona anche per gli imprenditori e i professionisti e per i commercianti, quando sapientemente unita a quella, solita e ben collaudata nell'anarcoide Italia, di meno stato, meno lacci e lacciuoli e meno tasse.
In sostanza, un paese vecchio va in trincea, si chiude in se stesso, si affida a un capo sicuro, potente, che trasmette tranquillità perché "è un uomo di successo".
E quindi, se è vera come è vera la teoria secondo la quale il cuore dello sviluppo di un paese sta nella capacità di attrarre una classe creativa aprendosi verso l'esterno, integrando idee, forze e capitali da fuori, un paese vecchio che si chiude in se stesso non fa che accelerare il proprio declino.

Purtroppo, però, un tale discorso sulla crescita - che in fondo non è altro che il discorso del PD di Veltroni - non è comprensibile, non è vendibile come lo è invece la politica della paura. O, per meglio dire, è vendibile solo a quella parte della popolazione che dispone di sufficienti strumenti e risorse per potersi permettere di rischiare. E che, ovviamente, vuole farlo. Vecchi innovatori immaginari come me, giovani ricercatori, o comunque persone che in fondo si sentono le spalle coperte. E questo spiega il paradosso di una politica pensata per convincere i più deboli e i più precari, che finisce per avere maggior appeal proprio sui più (variamente) garantiti.


Come si prendono i voti?

Se la Sinistra Arcobaleno ha perso totalmente il contatto con la realtà e con il paese reale, anche il PD infatti ha i suoi problemi. Il giro delle 110 province di Veltroni in campagna elettorale è la metafora della difficoltà: la parte attiva, innovativa, cosmopolita del paese, anche al nord, si aggrappa alla speranza e riempie le piazze e si attiva entusiasta. La parte profonda, quella che semplicemente non esce di casa, o che se esce va altrove, nel chiuso delle microcomunità dove dovresti riuscire a infilarti, e dove i leghisti, ad esempio, si trovano benissimo, quella parte proprio non si accorge che esisti. Veltroni, per costoro, è al massimo un ex comunista o il sindaco di Roma ladrona. O uno che spreca soldi per le notti bianche (chi è che sa che quell'iniziativa è pagata dagli sponsor e frutta a Roma una montagna di reddito?).
Il PD primo  partito a Treviso città con il 32%, in una Provincia trevigiana che gli da in tutto il 24% spiega molto bene la situazione.

E allora, come si prendono i voti? Non avendo le famose TV, che costruiscono il senso comune ma non bastano nemmeno a Berlusconi, altrimenti i voti del nord non sarebbero migrati anche dal PDL alla Lega, l'unico modo di prendere i voti della parte diciamo così "non cosmopolita" del paese, della provincia, delle periferie, è quello di essere capillarmente capaci di dare risposte concrete a piccoli problemi concreti territoriali. L'hanno detto e scritto ormai un po' tutti, che la lega ha ormai una classe dirigente diffusa in grado di sentire le persone e offrire risposte magari semplici ma a volte perfino sensate, nel breve periodo. Mentre, tralasciando per carità di patria gli astratti furori ideologici della SA, il PD semplicemente non c'è, perché non ha risposte da dare alle esigenze delle microcomunità.

L'illusione del PD del Nord (e del Sud)

La soluzione che sento proporre con grande convinzione un po' dovunque è quella del PD del Nord (magari corretta dall'esigenza, speculare, di fare anche un PD del sud, dove pure i problemi non sono pochi).
Permettetemi di dire che, purtroppo, a me sembra una soluzione illusoria o, per meglio dire, una soluzione impossibile, salvo che si accetti di perdere il significato stesso e l'idea di fondo del Partito Democratico.
Mi spiego.
Cosa dovrebbe fare questo PD del Nord? Si dice: essere più presente sul territorio, dare ascolto alle esigenze dei cittadini, avere un approccio più attento ai bisogni del territorio, autonomista. Ma:
  1. Per raggiungere questi risultati non serve un PD del Nord ma concreti militanti distribuiti nelle cento città e nei cento paesi, che oggi non si vedono proprio. Nel 1948 mia madre e mio padre, novelli sposi cresciuti alla politica nella resistenza e nel PCI di Reggio Emilia, furono mandati dal partito ad "evangelizzare" Novara, nota plaga democristiana. E per questo io sono nato e ho passato i miei primi anni in quella città. Pensiamo forse sia possibile riprendere quel modello, e trovare persone disposte a trasferirsi sulla ormai celeberrima fascia pedemontana per convincere il popolo leghista a cambiare casacca?
  2. Soprattutto, resta il problema di fondo di quali sarebbero queste famose risposte ai bisogni del territorio. Se si tratta di scimiottare la Lega, di chiedere più sicurezza, di cacciare qualche immigrato (salvo richiamarli in fabbrica o a fare le colf, ma l'importante è che fuori dell'orario di lavoro miracolosamente spariscano), allora semplicemente si negherebbe la ragione sociale del PD. Un partito aperto, innovatore, riformista ed inclusivo non può proporre la pura repressione come soluzione al problema della sicurezza, e non può proporre il puro protezionismo economico al problema della concorrenza, della produttività e della globalizzazione. Deve necessariamente fare discorsi più complessi, proporre assieme inclusione e lavoro capillare per la legalità ed il controllo, magari inventarsi soluzioni di alta tecnologia come quelle proposte nel programma di Rutelli. Deve continuare a puntare sulla liberalizzazione, contro il corporativismo, e quindi anche sul rischio e sul merito. E perciò non solo sulla protezione. 
  3. In queste condizioni, si tratta di una battaglia persa. O le persone a cui ti rivolgi sono in grado di fare almeno un passettino verso una visione non inchiodata al presente e ai 100 metri quadri attorno a sé, oppure non potremo mai proporgli soluzioni credibili per loro. Perché se sei inchiodato sul presente, l'unica soluzione che vedi è l'immediata repressione ed "abolizione" del problema, e non riuscirai mai a capire che tanto l'onda dei migranti non si fermerà, e che quindi la strategia migliore per subirne meno il danno è proprio l'inclusione l'integrazione più rapida e più aperta possibile.

L'irrilevanza della rete

C'è un'altra cosa importante da dire in un blog. Ancora una volta, qui in Italia si dimostra la sostanziale irrilevanza della rete e del suo pubblico attivo. Certo, i partiti e i candidati cominciano ad utilizzare la rete. Certo, l'organizzazione degli eventi, la comunicazione, la notizia, passa sempre più spesso per la rete e la posta elettronica, che moltiplicano e velocizzano. Certo, tutti noi ci siamo appassionati al Circolo Obama del PD o abbiamo consultato ansiosi o incuriositi netmonitor per vedere se venivamo citati ed entravamo così in relazione con il giornalismo "vero".
Ma la discussione in rete continua ad essere irrilevante. Irrilevante per la definizione dell'agenda dei problemi. Irrilevante per la sostanziale incapacità di modificare le opinioni nel mondo reale. Irrilevante perché nessuno che non sia già parte della tua conversazione riesce davvero a conversare con te. Gli esempi di osmosi, di dialogo vero fra qualcuno di destra e qualcuno di sinistra, sono l'eccezione che conferma una regola di sostanziale incomunicabilità.
Sarà per la prossima volta?

Provvisoria (e poco allegra) conclusione

Veltroni deve continuare così, nessuno deve gambizzarlo perché questa è l'unica strada giusta e possibile. Continuare a coltivare il progetto del futuro, migliorandolo con meno giovanilismo e più merito, meno retorica e più sostanza di progetto rivoluzionario per il paese: rottamazione del petrolio, infrastrutture, giustizia sociale vera, produttività, ricerca e istruzione, Europa, laicità ed apertura all'esterno e al diverso, lotta costante alla politica della paura. Un progetto basato su quella che mi piacerebbe chiamare "crescita ecologica", capace anche, doverosamente, di integrare e rappresentare le opinioni della parte migliore di quelli che, da sinistra, gli hanno assicurato un po' di "voto utile".
Ma per avere chance di vittoria che non siano legate solo alle eventuali disgrazie dell'avversario (insomma, al fatto che Berlusconi si riveli ancora una volta davvero inadatto e incapace a governare, come nel 2001), dovrebbe anche riuscire a rifondare un partito capace di integrarsi capillarmente nella società locale, nelle microcomunità, di dare risposte ai singoli piccoli interessi.
Peccato che una simile quadratura del cerchio sia sostanzialmente impossibile, perché avere lo sguardo lungo del futuro è in contraddizione, oggi, con il dare risposte al micropresente degli interessi locali. Campania, Tav, Malpensa, ma anche le infinite discussioni sul cosette come il Parco delle Mura Aureliane, stanno lì a dimostrarlo.

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