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20 novembre 2013

Appello


Quello che segue è un accorato appello ad andare a votare alle “primarie” del Partito Democratico domenica 8 dicembre, e a votare per Matteo Renzi.

Vorrei provare a convincere chi avrà la cortesia di leggere queste note che questa occasione, davvero, non va sprecata perché rischia di essere l’ultima chiamata per invertire la ventennale tendenza al declino del nostro Paese.

Non certo perché Renzi sia un taumaturgo e abbia in tasca le soluzioni perfette per il futuro, e non certo perché io creda che non sia anche pieno di difetti.

Ma perché siamo di fronte a punto di svolta nel quale i possibili scenari sono uno più preoccupante dell’altro, e solo una grandissima affermazione di Matteo Renzi in primarie partecipate da milioni di cittadini, avrebbe la possibilità di cambiare, verso una speranza di rinnovamento.

***

Comincio dalla politica, per poi dire qualcosa sul governo.

Da una parte abbiamo la manovra di Berlusconi che si appresta a costruire un fronte comune acchiappa consensi, grazie al dividi ed impera garantito dall’utile Nuovo Centro Destra di Alfano, dai diversi cespugli di destra e dalla Lega (su questo punto, questo articolo dice tutto).

Poi, abbiamo la triste storia di Scelta Civica, divisa in una parte già pronta ad aggregarsi nuovamente a Berlusconi e un’altra destinata, come avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio, alla totale irrilevanza politica. La stessa irrilevanza di tutti i supposti riformatori liberali che pretendono di abolire la necessità di una sinistra riformista.

Ancora, abbiamo un altro triste gruppo di irrilevanti della politica: quelli che di volta in volta, in nome di un vecchio radicalismo immaginario, si affidano all’Ingroia o al Di Pietro di turno, o si accontentano della testimonianza nell’ultra sinistra del bel tempo che fu.

Infine, naturalmente, il Movimento 5 stelle di Grillo & Casaleggio, ossia la pura protesta, il grido di dolore di rabbia e di impotenza del Paese. Che, se lo sommi alla marea montante dei non votanti, rappresenta forse una maggioranza dei cittadini.

Il Partito Democratico in questo quadro resta l’unica forza che ha qualche possibilità, capacità e competenza per guidare il Paese fuori dal suo declino. Ma anche il partito democratico è molte cose assieme:

· Un ostinato e forse nobile tentativo di ritornare al passato, di ricostruire il partito del popolo della sinistra, di combattere per la via classica del socialismo d’annata i mali della globalizzazione. È la prospettiva di Gianni Cuperlo e, per molti versi, è diventata anche la prospettiva di Pippo Civati che, in più, ci aggiunge un tocco di moralismo (contro i 101 traditori di Prodi) e un pizzico di movimentismo. Due sguardi rivolti al passato.

· Un insieme di piccoli poteri e cordate di militanti, amministratori, eletti ai vari livelli, interessati più a muovere le tessere o a gestire i posti di comando che a immaginare le politiche utili al Paese. Si badi, spesso si tratta di gente fondamentalmente onesta, che magari amministra anche bene, ma che ha perso il senso della misura e della realtà, e vive di potere. Uno sguardo schiacciato sul presente.

· Una proposta – quella di Matteo Renzi – di radicale riforma e rinascita dell’Italia. Una proposta magari solo abbozzata, ma di cui emergono chiari i lineamenti di vera e radicale sinistra riformista: un’Europa delle persone prima che dei popoli, sintetizzata nell’idea forza del servizio civile europeo (una cosa serissima, non un fiore all’occhiello); la liberazione dalle corporazioni, dagli interessi costituiti dei poteri forti, dai conservatorismi di destra e di sinistra; la riforma radicale dello stato e del suo modo di funzionare; l’idea di un welfare basato su una vasta rete di servizi concreti e non tanto su spesso iniqui trasferimenti monetari; un netto riequilibrio della spesa statale fra le generazioni (valga questo grafico per zittire tutti quelli che continuano a difendere l’indifendibile dei diritti acquisiti di certi pensionati); il disegno di un Paese che investa con fiducia sui giovani, sulla cultura, sull’istruzione, sulle sue bellezze ambientali e sulla speranza. Uno sguardo aperto al futuro.

***

Nel frattempo, il governo blindato dall’ossessione per la stabilità, blinda di seguito Alfano e Cancellieri (e sacrifica Josefa Idem ma, si sa, anche fra i ministri ci sono quelli più uguali degli altri), e galleggia rassicurando mercati e l’austero consenso europeo. Realizza una manovra economica regressiva (abolizione dell’IMU e aumento dell’IVA questo sono), avvia qua e là timide riforme (per fortuna ci sono Marco Rossi Doria e Maria Chiara Carrozza, e infatti almeno nell’Istruzione qualcosa si vede) ma, essenzialmente, assicura il passare del tempo e l’immobilismo necessario a fare in modo che il declino prosegua in forma più lieve, e che i poteri costituiti e le corporazioni possano continuare a galleggiare nella consueta melma di sempre.

***

Da questa situazione se ne può uscire in molti modi. Escludendo una totale vittoria di Grillo alle prossime elezioni, ed escludendo pure che Cuperlo vinca le primarie, gli esiti negativi più probabili sono due:

· il primo, è che la coalizione di centro destra, in modo indiretto ancora a guida Berlusconi, con dentro tutti da Casini ad Alfano a Maroni fino a Storace, riesca nell’impresa. Avremmo consegnato il Paese non solo al malaffare, ma anche all’ennesimo immobilismo – forse cosa ancora più pericolosa perché immobilismo oggi coincide con declino.

· Il secondo, è che Renzi divenga un segretario del PD indebolito dal lavoro ai fianchi dei piccoli poteri e delle cordate di cui parlavo prima e dalla durata eccessiva e senza costrutto del governo, mantenuto in vita dall’insieme dei vincoli, dall’incapacità di fare le famose riforme istituzionali in Parlamento, dall’ostinazione comprensibile ma alla fine controproducente di Napolitano. E che quindi magari riesca prima o poi a vincere le elezioni, ma in un quadro ormai privo di spinta propulsiva, incapace di incidere radicalmente sul corpaccione dell’Italia immobile.

***

Perché né l’uno né l’altro di questi due disgraziati scenari si realizzi, una condizione è essenziale: che Matteo Renzi vinca le primarie con moltissimo vantaggio, per avere un mandato pieno e indiscutibile. E soprattutto che gli elettori che si recheranno ai seggi domenica 8 dicembre siano davvero molti, non meno ma possibilmente di più dell’ultima volta, per dare a Renzi la forza di smontare quelle cordate. Di rivoluzionare struttura e vita interna del PD e, subito dopo, di incidere davvero sul governo.

Per questo, per tutto questo, andare a votare per Matteo Renzi alle primarie è un atto fondamentale per dare una speranza a questo Paese. E, in subordine, se proprio continuate a nutrire irragionevoli dubbi sulla sua proposta politica, andare comunque a votare alle primarie è comunque importante, perché aiuta il Partito Democratico ad avere la forza che oggi non ha e a liberarsi delle brutture che oggi lo percorrono.

PS: e a tutti quelli che nutrono irragionevoli dubbi consiglio la lettura di questa bellissima intervista di Giovanni Di Lorenzo, il direttore di Die Zeit. Un piccolo assaggio:

“I politici devono sapere che non sono in missione per conto di Dio. Che sono persone normali, come tutti, e a un certo punto devono anche lasciare. E quando ci stanno devono dare il massimo, perché ci butti il cuore, perché l’Italia ne ha bisogno, perché tu vuoi bene a questo Paese, a questa città, alla comunità che rappresenti. Invece ci sono politici che dicono: “Lo facciamo perché è un servizio…”. Ma dite la verità, per favore! Dite che è bello, che è entusiasmante, che è appassionante. Quando non è più bello, andate a fare un’altra cosa”.



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30 novembre 2012

Matteo Renzi e l'uguaglianza

Una delle critiche più diffuse a Renzi è quella di non essere attento ai temi dell'uguaglianza. Si dice che a forza di parlare di merito, Renzi dimentichi l'uguaglianza, rendendo evidente che la sua non è una politica di sinistra.Si dice, al contrario, che Bersani assicura, con il suo approccio, un'attenzione all'uguaglianza di cui oggi, all'epoca della crisi e con l'esplodere della diseguaglianza sociale, c'è gran bisogno.Sarà. Ma ho il sospetto che queste siano opinioni non fondate sui fatti. Perché se andiamo a cercare nel "foglio del come" di Renzi, troviamo una bella sfilza di proposte capaci di aumentare, concretamente, il tasso d'uguaglianza in Italia. Tutte le proposte ispirate al principio della discriminazione positiva, come quelle della fiscalità di vantaggio per le donne, vanno nel senso di aumentare l'eguaglianza fra donne e uomini - che è una delle diseguaglianze più forti nel nostro paese. Gli investimenti nella scuola e negli asili vanno nella stessa direzione. La scuola immaginata da Renzi è una scuola del merito ma anche dell'uguaglianza perché, proprio come prevede la costituzione, immagina di aumentare gli strumenti che aiutino i "capaci e meritevoli ma privi di mezzi". Magari facendo pagare qualcosa di più ai capaci e meritevoli dotati di mezzi, per non dire degli incapaci...La politica del lavoro immaginata nel programma di Renzi è una politica fortemente egualitaria, molto più egualitaria delle titubanti proposte di Bersani e del resto del PD. Renzi infatti propone di unificare finalmente il mercato del lavoro, superando l'orribile dualismo che continua a permanere dopo la timida riforma Fornero. Un solo contratto a tempo indeterminato per tutti, divieto assoluto di licenziamento discriminatorio, possibilità di licenziamento per motivi economici ma con compensazione economica crescente in funzione dell'anzianità e, sopratutto, con l'obbligo - economico ed organizzativo - per le imprese di farsi carico di una parte dei costi per il ricollocamento del lavoratore licenziato. E obbligo del lavoratore di prendere sul serio i tentativi di ricollocazione. Superamento della cassa integrazione - strumento utile di fatto per mantenere inutilmente in vita aziende decotte e illudere i lavoratori, lasciandoli per anni in un limbo nel quale perdono professionalità e non hanno di fatto prospettive - e sua sostituzione con un reddito minimo di disoccupazione valido per tutti, e legato ai servizi di ricollocamento. E, ovviamente e senza paura, affidamento di parte di questi servizi anche ad agenzie private, Perché chiunque sia stato in un Ufficio provinciale del lavoro sa benissimo quanto il sistema pubblico dell'impiego sia pura, inutile ed irriformabile burocrazia e, per di più, ipocrita finzione.So benissimo che queste proposte sono considerate, da chi non vuole avere occhi per vedere, la quintessenza della destra, anche se sono esattamente il modello adottato in paesi socialdemocratici, esempio di stato sociale funzionante, come la Danimarca. Nella migliore delle ipotesi le si critica perché "in Italia non si può, non funzionerebbero". Nella peggiore, dato che ci si legge in filigrana la penna di Pietro Ichino, si passa direttamente all'insulto perché ormai Ichino per certi pasdaran è come l'aglio per un vampiro, il maligno per un esorcista. Ma nei fatti, il "foglio del come" di Renzi fornisce delle soluzioni che aumenterebbero l'uguaglianza, migliorando la condizione di vita di moltissimi, e non peggiorando affatto (checché se ne dica) quella di chi oggi ha garanzia spesso ormai più di facciata che davvero esigibili - ed anzi controproducenti. Che servono solo a bloccare chi è fuori.In breve, la proposta di Renzi è di sinistra. Molto di sinistra.


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10 ottobre 2012

Perché sostengo Matteo Renzi

Insomma, è arrivato il momento di rispondere estesamente a chi mi chiede per quale motivo io sostenga Matteo Renzi alle primarie. Paolo Calisse su FB insiste a dire che, al di là di generici motivi come "il nuovo" o la simpatia, non si vede come si possa sostenere Renzi visto che non ha un programma. Su che basi, dice, si può scegliere fra Renzi, Bersani e Vendola? Dice, almeno Vendola un programma ce l'ha, anche se ben poco leggibile. Paolo ha linkato il programma di Obama, e dice che dovremmo imparare da lui.

Altri miei amici e compagni contestano in radice la scelta, quasi sempre sulla base dell'argomentazione che Renzi è un cavallo di troia della destra, o comunque uno che "spaccherà il partito".

*****

Provo a rispondere a tutti, cominciando da Paolo che, almeno su un punto, ha sicuramente ragione: Obama e il suo staff sono più bravi di Renzi (e di Bersani, e di Vendola….) a presentare il programma. Peraltro, Renzi (e Bersani, e Vendola) ha a disposizione credo un millesimo dei soldi di cui dispone Obama per la sua campagna e questo, forse, comporta qualche difficoltà in più. Ma non è questo il punto.

Il punto è che non riesco proprio a capire perché Paolo (e con lui moltissimi altri, poiché questa della mancanza del programma è una delle critiche più ricorrenti) continui a sostenere che Renzi non ha un programma. Da quel che capisco, l'argomentazione si basa sulle frasi iniziali e finali del programma pubblicato sul sito: all'inizio, si dice "questo non è un programma", e alla fine si dice che le proposte presentate nel sito sono aperte al contributo di tutti e il programma definitivo sarà presentato 15 giorni prima delle primarie. Ora, visto che "in mezzo" fra la prima frase e le frasi finali ci sono 12 proposte piuttosto dettagliate e sostanziose, e che proprio in basso sulla prima pagina c'è un rilevatore (e perfino ingenuo) "scarica il programma in pdf", è palese che la frase iniziale è lì per marcare la differenza con gli indigeribili programmi à la Vendola, e non per sostenere che non si propongano idee e soluzioni. E la frase finale è un omaggio - magari un po' demagogico - all'ansia di partecipazione dal basso che caratterizza i nostri tempi.

Ma, appunto, veniamo a cosa c'è in mezzo, le 12 proposte. Onestamente, molte di queste proposte sono assai circostanziate, dotate perfino di numeri e di simulazioni e indicazioni di fattibilità e di modalità di finanziamento. Cose spesso più precise e meno vaghe di quelle, ad esempio, proposte dalle elaborazioni ufficiali del PD (quelle presentate nelle 3 assemblee programmatiche di circa un anno fa). Ad esempio, le proposte 04 e 03 quantificano gli interventi rispettivamente su asili e su redistribuzione del carico fiscale e degli incentivi. E si potrebbe continuare con altri esempi...

E tuttavia, non è l'esame della singola proposta o il suo dettaglio fino alla realizzabilità "legislativa" che è importante in un programma. Paolo dice che la discussione su Obama si basava sulle sue priorità programmatiche ed è da quelle priorità che si deduceva che Obama è anche "nuovo", mentre nel nostro caso italiano si presume che Renzi sia "nuovo" a priori, a prescindere. Ecco, io contesto proprio questa affermazione. Certamente, i giornali e la deprimente semplificazione comunicativa - in un primo tempo, per l'evidente motivo di conquistare visibilità mediatica, solleticata e usata dallo stesso Renzi - hanno parlato per molto tempo solo della famosa rottamazione. Però, la lettura del programma, e l'ascolto dei discorsi di Renzi e, in parte, anche l'esame della sua pratica di governo a Firenze, forniscono un quadro ben più convincente. Il quadro, per l'appunto, che mi porta a dire che Renzi è "nuovo" perché ha priorità nuove e contemporanee, e le esprime molto chiaramente e in modo quasi sempre convincente.

Sgombrato il campo dall'osservazione ovvia che, al punto in cui siamo di degrado della politica, anche la necessità di rottamare buona parte della classe dirigente attuale è un dato di fatto, e Renzi è quello che garantisce di più il raggiungimento di questo obiettivo, vediamo le priorità chiave delle idee di Renzi.

Futuro, ossia politiche per i bambini, le donne, i giovani molto ben piantate nel reale: asili nido e politiche per l'infanzia e le donne (fiscalità di vantaggio), politiche del lavoro che combattano in radice l'attuale dualismo fra garantiti e precari (le proposte di Ichino assunte pienamente da Renzi sono fra le cose migliori del suo programma). Guardate che non è una cosa da poco, è proprio la chiave per capire la differenza dell’approccio di un politico finalmente contemporaneo, rispetto a quelli che, con grande onestà ma poca fantasia, continuano a ragionare in termini di categorie da rappresentare, dove per ogni categoria sociale o produttiva ci vuole la politica di settore, in modo da non scontentare nessuno (e non cambiare nulla, temo). Ecco, una caratteristica dei completissimi programmi di Bersani o di Vendola è proprio questa: una specie di “ma anche” veltroniano applicato a ciascun gruppo di interesse, cosicché deve esserci la politica per i pensionati, quella per i commercianti, quella per i piccoli imprenditori, quella per gli operai. Ciascuna diversa, e magari in contraddizione. Renzi invece chiarisce le proprie priorità. Dice prima le donne e i bambini, perché ritiene che è in questo modo che anche gli altri si possono salvare. Immagina un Paese proiettato nel futuro e non chiuso ad arrovellarsi nel passato. E sapendo che, proprio perché il futuro non sarà facile e l’Italia e l’Europa non saranno più il centro del mondo, occorre saper scegliere cosa fare prima.

Efficienza prima di tagli: nei suoi discorsi, Renzi ricorda sempre che la spesa pubblica italiana (e così la spesa per gli stipendi pubblici), in rapporto al PIL - tolte le pensioni - è più bassa di quella di altri Paesi più virtuosi, come la Francia o l’Olanda. Su questa base, individua correttamente il problema che non è quello di tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici, o di tagliare i dipendenti pubblici, ma quello di riorganizzare tutta la macchina della pubblica amministrazione e far lavorare i dipendenti pubblici per produrre finalmente servizi degni di questo nome. E’ sulla base di questo ragionamento, decisamente di sinistra in quanto assume come fondamentale il ruolo del pubblico, che sono poi articolate proposte di dettaglio per l’efficienza, il merito, la responsabilità dei dirigenti e, giustamente, anche la possibilità di licenziare e sfoltire dove non si produce.

Il modello italiano, con l’idea di puntare sui suoi asset di lunga durata, la qualità dei prodotti di eccellenza, la bellezza, il tessuto inventivo delle piccole e medie imprese. E soprattutto, con l’idea che per puntare su questi asset sia necessario farla finita con la mistica delle grandi opere, le solite autostrade – che costano tanto, hanno un moltiplicatore della domanda ridicolo, e peggiorano lo stato degli asset che davvero contano - e invece spendere per la manutenzione e le piccole opere (le scuole, il territorio, il trasporto locale, …..).

L’Europa. Su un’Europa democratica e federale noi a sinistra siamo d’accordo tutti e, certo, su questo aspetto non ci sono grandi differenze – non ci possono essere – fra quel che dice Bersani e quel che dice Renzi. Del resto, sono nello stesso partito… Però mi piace notare che anche in questo caso, la proposta di Matteo Renzi mette al centro le due idee dell’incremento dello scambio fra studenti e del servizio civile europeo. Due idee per “fare” gli europei di cui, mi sembra, c’è un gran bisogno.

*****

Veniamo alle altre questioni, quelle politiche politicanti. Renzi spacca il partito, si dice. Sommessamente, a me sembra più che altro che siano molti miei compagni a non accettare Renzi con una virulenza e quasi un odio degno di miglior causa. Un quadro del Partito Democratico, militante di quel partito dalla sua fondazione, eletto prima presidente di Provincia e poi al comune di Firenze, che governa il comune con un monocolore PD, è considerato un corpo estraneo da molti militanti del PD. C’è qualcosa che non va, mi sembra.

Qui, indubbiamente, Renzi ha un problema, perché la rottamazione dei dirigenti che hanno perso è stata interpretata da molti come rottamazione dell’intero partito. E, tuttavia, come ho già scritto, trovo che il livello di astio profuso contro Renzi sia anche il segnale di una profonda frattura fra la percezione della realtà di molti militanti e la situazione concreta del Paese.

Per spiegarmi, premetto una cosa, necessaria. Io non mi fido del tutto di Renzi, ho alcune riserve sul suo modo di essere e di fare, lo trovo sicuramente egocentrico e probabilmente accentratore. Penso perfino che parte delle idee che propugna siano scelte con cura al fine di costruire il consenso, non siano insomma cose che lui pensa davvero fino in fondo. Credo però che la sincerità delle sue intenzioni prevalga sul calcolo, e il coraggio politico che sta avendo abbia un grande valore nel momento presente. E penso che anche gli altri competitori non siano esenti da bei difetti – Vendola è affetto dal medesimo egocentrismo, Bersani tentenna fra voglia di liberarsi dei maggiorenti del partito e necessità di tenerseli cari e, soprattutto, resta ambiguo fra Fassina e Letta (polemica ridicola, peraltro, ma è un’altra storia).

Insomma, non è che il mio sostegno a Renzi sia incondizionato. Non l’ho sposato, e se non farà bene, gliene chiederemo conto.

Però, sono quasi certo che se il PD presenta Bersani candidato presidente del consiglio o – sorte non voglia – se le primarie le vincesse Vendola, ci ritroveremo con un PD piccolo piccolo e, nella migliore delle ipotesi, un governo Monti sostenuto da PD e UDC. Nella peggiore, un governo Monti con la grande coalizione o, peggio, con UDC e PDL (o quel che sarà). Se il candidato fosse Renzi, invece, ci ritroveremo con un grande PD – e per nulla spaccato – e un governo di centro sinistra guidato da un giovane ed inesperto leader che – io credo – saprà farsi aiutare anche da qualche sperimentato politico della vecchia guardia.

E sono convinto che i miei compagni sinceramente bersaniani e odiatori di Renzi non si rendono conto di ciò perché davvero – a forza di parlare tra loro – non si sono accorti che non c’è più tempo, se il PD si presenta nel solito modo non potrà che affondare con tutta la “vecchia” politica. La misura è colma, nessuno più fa distinzione alcuna fra politici di destra e sinistra, onesti o mascalzoni, e Renzi è forse l’unico che ha ancora qualche credibilità “là fuori”, fuori dal nostro circo di insider della politica. Certo, può anche essere che se continuerà il tiro al piccione Renzi, fatto di illazioni e attacchi feroci a ogni sua mossa, finiremo per bruciare anche lui. E allora, peggio per noi e meglio per Grillo e Storace.


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25 settembre 2012

L'astio e l'occasione

Gli asili nido sono una delle chiavi del futuro, un dovere per un Paese che voglia costruirsi un futuro più giusto e aperto alla vita attiva delle donne.
La spesa per infrastrutture pesanti - strade, autostrade, aeroporti - in Italia è più alta che in altri Paesi sviluppati, in rapporto al PIL. Perché è spesa sprecata, perché un chilometro di autostrada italiana costa il doppio di un chilometro di autostrada francese, e un chilometro di ferrovia italiana il triplo di una francese. Non serve aumentare la spesa in infrastrutture faraoniche. Molto meglio la piccola manutenzione, rifare le scuole, gli asili, i musei, mettere a posto il territorio. E selezionare poche grandi opere indispensabili davvero.
I dipendenti pubblici italiani costano un po' di meno (in rapporto al PIL) di quelli francesi o inglesi. Anche qui, la retorica del taglio alla spesa pubblica tagliando "gli statali", è mal fondata. Il problema è farli lavorare, questi statali. Premiarli quando fanno. Sburocratizzare e se necessario licenziare, finalmente, i lavativi. Per la felicità dei lavoratori pubblici seri, che ci sono e non sono pochissimi.

Queste sono alcune delle idee chiave che Matteo Renzi diffonde nei suoi discorsi durante la campagna per le primarie e che, del resto, si possono agevolmente trovare sul suo sito. Sfido chiunque a dire che sono idee di destra o berlusconiane. Berlusconi che parla di asili nido? Sapendo di che si tratta? Che mette in dubbio le grandi opere?

Eppure, l'astio diffuso in questi giorni verso Renzi da parte di un buon pezzo di dirigenti e militanti del PD è tutto costruito attorno a questa accusa: è di destra, è un nuovo Berlusconi.

Ora, che le primarie siano e possano essere una battaglia dura, che non ci si facciano particolari cortesie, va benissimo e, del resto anche Renzi non risparmia le parole dure verso i suoi competitori. Però ho sentito e letto cose davvero pesanti, e pesanti in modo apparentemente immotivato. O meglio, motivato solo dalla terribile paura che, questa volta, i nostri eroi dell'establishment democrat potrebbero perdere le primarie. Infatti ho il sospetto che nelle altre occasioni - da Scalfarotto alle primarie di Prodi, a Marino alle primarie di Bersani, fino alle recenti primarie laziali segnate dalla cocente sconfitta di Bachelet, la "maggioranza" fosse talmente tranquilla del risultato da ritenere l'esistenza della minoranza poco più che un piccolo fastidio. Cui si può reagire con un certo aplomb.
Questa volta, dalle dichiarazioni irresponsabili di D'Alema (se vince Renzi il PD non regge), a quelle stizzite di Bindi, fino ai veri e propri insulti in rete, primo fra tutti l'accusa ripetuta e insistita di intelligenza col nemico e di posizioni berlusconiane, è un vero e proprio fuoco di sbarramento che, mi sembra segnali un gran paura.

Eppure, basta pensarci un attimo, con un poco di capacità di ascoltare in giro, di sentire cosa pensano e sentono le persone che non si occupano di politica come noi malati, per capire che Renzi rappresenta ormai una forse irripetibile occasione proprio per il PD. Probabilmente, l'ultima occasione per tornare a quella "vocazione maggioritaria" che ne fece, per un breve momento, una grande speranza.
Pensateci, facendo un banale esercizio di scenario.
Primo scenario: Bersani vince le primarie, inevitabilmente con una maggioranza non grandissima. L'effetto trascinamento è minimo, perché tutti saranno lì a dire che comunque non ha vinto benissimo. Inoltre, è inevitabile che l'usato sicuro non scaldi molto i cuori, se non dei già convinti. Insomma, la vocazione minoritaria di cui scrissi a suo tempo sarà ancora all'opera. Risultato: nella migliore delle ipotesi, il PD vince male le elezioni ed è costretto ad alleanze più o meno complicate e fragili. Auguri a Bersani, e al duro lavoro che lo aspetta.
Secondo scenario: vince Renzi, magari anche con una maggioranza risicata. L'effetto trascinamento è immenso, perché è Davide contro Golia, mediaticamente è la gran novità. E' quello che spariglia le carte, che assicura il cambiamento. Scalda i cuori, recupera a destra e a manca, e porta - in una situazione in cui l'altro schieramento è comunque allo sbando e Grillo è meno "nuovo" di Renzi stesso - il PD ad un grandissimo risultato elettorale (Cosa che non può riuscire a Bersani che sconterebbe in pieno  sia Grillo che l'astensione). Un risultato elettorale così grande, secondo me, da trovarsi nella condizione di contrattare il governo e le scelte successive da una posizione di assoluta forza.

Pensateci, cari astiosi è miopi compagni del mio partito. Con l'usato sicuro di Bersani, peraltro ottima persona, saremo nella migliore delle ipotesi nella solita famosa palude italiana. Con Renzi, con tutti i suoi difetti e il suo egocentrismo, abbiamo l'occasione di avere un PD davvero grande, e di cambiare finalmente questo Paese. Ci sono momenti nei quali è più importante capire la situazione, puntare all'essenziale, invece di cercare in tutti il pelo nell'uovo. Ivan l'ha scritto benissimo, e io mi associo.



9 novembre 2010

Ambizione

Sul forum de l'Unità che prende spunto dal bell'articolo di oggi di Ivan ho scritto questo post:



Ovviamente non ho letto tutti i commenti. Però ne ho visti molti di persone che, assenti da Firenze e senza la voglia di ascoltare almeno qualche intervento che ormai si trova in rete (consiglio quello di Filippo Taddei o di Roberto Tricarico ad esempio), contestano sempre e ossessivamente due cose: 1) non hanno argomenti a parte la rottamazione 2) è solo una vetrina per gli ambiziosi Renzi e Civati.
Su 1), basta ascoltare molti interventi - non tutti, un po' di fuffa c'era, come in qualsiasi riunione, anche quella di Roma, immagino...
Su 2), osservo che la critica all'ambizione di Renzi e Civati (e di Ivan che scrive qui sopra, e di tanti altri che vorrebbero avere voce) è una critica esattamente identica a quella che ci ha opportunamente ricordato ieri in TV Saviano a proposito di Falcone. Anche a Falcone dicevano che lavorava per se stesso, lo delegittimavano continuamente dicendo che era ambizioso, troppo ambizioso. Ecco, lo so benissimo che questo paragone sarà considerato esagerato. Ma pensateci con un po' di distacco e oggettività. Per quale diavolo di motivo quei due non dovrebbero essere ambiziosi? Se sono bravi, meritano. E a Firenze, piaccia o non piaccia a chi si lamenta, sono stati bravi. E in generale, mettiamoci d'accordo: se un giovane vuole emergere, è troppo ambizioso. Se sta nei ranghi, è un bamboccione.
Questo ossessionante processo alle intenzioni, questa "macchina del fanghetto" secondo cui tutti fanno una cosa perché in realtà ne hanno in testa un'altra, questa totale sfiducia nei propri compagni di partito, è davvero un problema su cui dovremmo ragionare.
Ivan, nell'articolo, in fondo ci invita proprio a fare questo. 

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