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15 luglio 2010

Responsabilità nazionale

La responsabilità nazionale, invocata oggi dal solito D'Alema che parla del governo delle larghe intese, rischia di portare alla definitiva sconfitta del PD, così come a suo tempo ha sconfitto il PCI.

Quel che balza agli occhi da questa intervista, è l'eterno ritorno dello stesso ragionamento fatto dal PCI fin dall'inizio degli anni '70, allora nobilitato dall'idea del compromesso storico. Ma, oggi, senza possibilità di alcuna nobiltà, visto che la controparte è il PDL, una versione se possibile peggiorata della DC di allora.

Il ragionamento, in breve, è questo: la crisi economica e morale svuota di credibilità il centro destra al potere, che non è in grado e soprattutto non è degno di governare. "Quindi" occorre un patto fra tutte le forze responsabili, incluso ovviamente lo stesso centrodestra nelle sue componenti "buone", per varare un governo di transizione che faccia le indispensabili riforme. Prima fra tutte, ça va sans dire, quella elettorale.


Ora, pur facendo esercizio di moderazione ed evitando di inveire contro D'Alema perché è D'Alema, vorrei provare ad osservare almeno alcune cose:

  1. Quel "quindi" non ha alcuna logica: se il centrodestra è strutturalmente pieno di ladri, di personaggi collusi con la mafia, di lobbisti di scarsa moralità, è evidentemente ben poco credibile associarlo a un governo virtuoso di qualunque tipo; inoltre, se all'epoca del compromesso storico il ragionamento di Berlinguer, con tutti i suoi limiti, aveva almeno un senso nella presa d'atto della situazione internazionale, dell'impossibilità del PCI in quanto partito comunista di governare un Paese delle NATO senza provocare contraccolpi o colpi di stato, oggi non c'è nessuna impossibilità per il PD di governare, non c'è nessun vincolo esterno che imponga soluzioni di "solidarietà nazionale".
  2. La storia degli ultimi quaranta anni dovrebbe averci insegnato che ogni volta che la sinistra fa il portatore d'acqua a governi di larghe intese, perde ulteriori consensi e consente alla destra di ripartire e riprendere l'egemonia, perché le politiche delle larghe intese sono sempre state politiche di sacrifici a senso unico. L'unica, parziale eccezione è stata l'esperienza del governo Dini, che però era certo un governo tecnico e moderato, ma non era un governo di larghe intese, bensì il governo del "ribaltone".
  3. Sperare che un governo di "larghe intese", in quanto coinvolge tutta la classe politica, consenta di fare le famose "riforme strutturali che fanno bene al paese ma sono impopolari" è nei fatti una pia illusione: un governo di larghe intese è per definizione un governo paralizzato dalle lobby e bloccato da veti incrociati.
  4. E infine, anche nella ipotesi teorica della massima collaborazione ed onestà da parte di tutti, dubito che sarebbe facile concordare su quali siano davvero queste famose "riforme strutturali che fanno bene al paese": una vera riforma del fisco? la tassazione patrimoniale delle rendite? la tassazione delle speculazioni finanziarie? la totale liberalizzazione delle professioni? l'abolizione delle prefetture invece delle province? l'introduzione di un reddito minimo di cittadinanza? il matrimonio per le persone dello stesso sesso?


Insomma. Smettiamola di baloccarci con questi sogni politicisti, pensioniamo finalmente questi dirigenti cresciuti nella cultura comunista che faceva dell'incontro fra le "grandi forze popolari" il centro della propria politica (con i pessimi risultati che si sono poi visti), e che ne danno oggi  una versione caricaturale - se non altro perché le "grandi forze popolari" non esistono più, e fa un po' ridere pensare all'incontro fra le "grandi forze" di Fare Futuro ed Italianieuropei.


E pensiamo a un programma, una politica, delle persone nuove per governare da sinistra questo paese.


16 giugno 2007

La percezione della storia

In una lunghissima serie di commenti a questo post di Pierluigi, mi ha colpito che, mentre i convenuti si scannavano in modo più o meno vivace sulla questione Unipol, sulla moralità della politica e sulle disgrazie dei DS, nessuno abbia in alcun modo contestato - ed anzi tutti, qualunque cosa pensassero sul tema centrale di quella discussione, chiaramente approvassero - quanto ha scritto Valentino a proposito del partito comunista e del ruolo dei finanziamenti dell'URSS per mantenere la sua macchina organizzativa.
Valentino è giovane e in gamba. Scrive spesso cose che condivido, con acume e competenza.
E proprio per questo, la sua approssimativa percezione della storia mi ha stupito e intristito, e ancora più mi ha stupito l'assenza di reazioni (o l'approvazione un po' furbetta, perché funzionale alle proprie tesi, di chi polemizza contro il giustizialismo e tenta di riabilitare in tutti i modi Craxi).
Perché in primo luogo Valentino confonde il PCI di Berlinguer con quello degli anni '50, il PCI del dopo Praga (nel '68 già Longo prese le distanze dall'URSS), da quello precedente.
E perché, anche nel PCI strettamente legato a Mosca degli anni '50, la rilevanza dei finanziamenti del PCUS è, in larga misura, una favola.
Ho, purtroppo per chi semplifica la storia recente, la fortuna di essere figlio di mio padre e mia madre, che si sposarono nel '48 a Reggio Emilia e furono mandati a Novara come funzionari del partito, quel partito dal tremendo e potentissimo apparato burocratico, ricco di mezzi e di oro di Mosca, che ci fa immaginare Valentino. Potete leggere qui quanto vivessero bene i funzionari di partito grazie a quell'oro, quanto gli stipendi fossero regolari e ricchi, e quanto la potenza finanziaria russa consentisse al PCI di lottare ad armi pari con la DC di De Gasperi!
Ma, evidentemente, il sentire comune di questa nostra epoca di perdita di memoria, anche per chi è di sinistra, è quello di Valentino. Davvero, questi ultimi vent'anni di berlusconismo hanno fatto piazza pulita di qualsiasi reale conoscenza della storia, e al revisionismo storico non c'è mai fine. Davvero, piano piano l'egemonia culturale della destra ci inghiotte, ci divora, modifica i parametri di giudizio, trasforma e trucca il reale peso delle cose, ci fa accettare come veri discorsi di apparente "senso comune" che sono in grande misura pura mistificazione.
Attenzione, Valentino, attenzione, compagni ed amici. Senza essere nostalgici del tempo che fu, senza nascondere che il PCI di allora era davvero stalinista e credulone rispetto all'URSS (ma, a tale proposito, farebbe sempre bene rileggersi il discordo di De Gasperi alla morte di Stalin per contestualizzare un poco...), sarebbe meglio, molto meglio, smetterla di costruire a ristroso una realtà immaginaria di comunisti potentissimi e trinariciuti, assecondando la migliore delle fandonie di Berlusconi, quella più efficace per un paese rimasto in larghe parti profondamente fascista.

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