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11 maggio 2012

Un Paese sull'orlo di una crisi di nervi

All'unisono, i miei colleghi, qualunquisti (stile "i politici sono tutti uguali"), o "di sinistra" che siano, ritengono nell'ordine che:
  • comunque Grillo e i grillini sono meglio della merda attuale
  • meglio provare uno nuovo, almeno non si sa se farà bene o male, mentre i partiti attuali non possono che fare male - tutti, ovviamente
  • i governi degli ultimi vent'anni, destra o sinistra che siano, non hanno risolto nulla e hanno solo rubato

La chiosa dei colleghi "di sinistra": comunque anche se vince la sinistra non è una soluzione, perché Bersani non ha la soluzione.

*****
In breve, niente riflessione, niente capacità di distinguere almeno un po', di usare una qualche tonalità di grigio nella valutazione in totale bianco e nero, buono o cattivo, del mondo. Nessuna capacità di dare una valutazione storica appena più complessa di un totale rifiuto.
E non è gente priva di informazioni e di cultura.

La possibilità che gli italiani si affidino all'ennesimo uomo della provvidenza è altissima, anche se questa nuova versione dell'uomo della provvidenza ha in se alcuni anticorpi che potrebbero evitarci la triste deriva. Ma, quel che è certo, ormai tutta la classe dirigente del PD visibile oggi in televisione non è e non sarà più credibile. Se il PD lo capisce e, con gran pompa mediatica (un congresso o qualcosa di simile), sostituisce tutta la prima fila con una bella schiera di quarantenni e trentenni, allora c'è qualche speranza.


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12 giugno 2011

Perché Tremonti non può fare la riforma del fisco (oppure, perché non fidarsi di Tremonti)



Tremonti non può fare la riforma del fisco, né può "rilanciare la crescita", secondo il mantra globale attuale, perché Tremonti, come tutti i ministri dell'economia dell'Europa tranne quello tedesco, non dispone delle leve della politica economica e della politica monetaria. La sovranità monetaria degli stati è stata ceduta alla Banca Centrale Europea, che ha per statuto l'obiettivo idiota della stabilità dei prezzi (idiota perché unico e indipendente dagli altri, non idiota di per sè), e l'autonomia perfino arrogante dai governi. La sovranità economica è stata ceduta ai "mercati" e in particolare ai mercati finanziari che comprano i debiti sovrani e vogliono in cambio tassi di interesse che coprano dai rischi. E che non vedono loro, quando i rischi di un Paese aumentano, di approfittare chiedendo tassi più alti.


Questo, tuttavia, è solo il primo livello. Al secondo livello, bisogna anche ricordare che, pur all'interno di questi vincoli davvero deprimenti e che sarebbero da stravolgere al più presto, ci sarebbero dei margini di manovra per fare qualcosa. Ma in quel caso di Tremonti non ci si può fidare per almeno due motivi. Il primo, è che non è capace di fare le cose che servirebbero e che sta perfino cominciando a dire di voler fare. Sono anni che ogni tanto ne dice di apparentemente giuste ma il massimo che è riuscito a praticare è: condoni e tagli lineari. Il secondo, è che anche se improvvisamente rinsavisse, i suoi riferimenti politici e sociali sono quelli che non hanno interesse alcuno a cambiare le regole del gioco attuale. L'unico modo di rilanciare la "crescita" (un'altra volta tornerò sul senso vero che dovrebbe avere questo obiettivo, pazientate) è quello di avviare una bella cura di liberalizzazioni vere, una vera rivoluzione fiscale dal lavoro alla rendita e al patrimonio e ai consumi energetici, una feroce lotta all'evasione fiscale di grande dimensione e alla criminalità, un contratto unico del lavoro assieme a nuovi ammortizzatori sociali, e dare fondi fiducia e allegria a scuola ricerca e giovani. Tutte cose lontane mille miglia dagli interessi e perfino alla comprensione di chi ha votato il centrodestra.

Perché, ne sono certo, con il declino di Berlusconi entro pochi mesi tutti quelli che erano la sua corte - Tremonti e la Lega per primi - saranno velocissimi a riciclarsi, ad avere l'aria di dire che loro, con il disastro raccontato dall'Economist, non c'entravano niente, che passavano dalle parte di Berlusconi un po' per caso.

E no, cara Italia Futura, non è che perché Tremonti adesso fa il guardiano dei conti contro l'assalto alla diligenza, che è diventato bravo. Lo fa solo perché, visti i mercati e la BCE, non è capace di fare altro. Vediamo di non dimenticarcelo.


1 giugno 2011

Back Office PD

Ogni tanto Luca Ricolfi si trasforma da commentatore intelligente che basa le sue analisi sui dati, a venditore di tesi a priori precostituite. Ancor prima dei ballottaggi aveva deciso che la vittoria di Pisapia e De Magistris era la vittoria della sinistra radicale e indeboliva il PD, ed oggi ritorna su questa tesi arrivando addirittura a dire che l'Italia dei Valori è andata meglio del PD alle urne, quando - come nota questa bella analisi di Termometro Politico, il risultato delle amministrative a sinistra premia assieme i candidati "radicali" e il partito riformista, il PD, penalizzando (sia nei fatti sia rispetto le attese) proprio SEL e IdV (e comunque qualcuno dovrebbe ricordarsi pure di Fassino...).

Credo proprio che il Ricolfi non sarà il solo, nei prossimi giorni, a battere su questo tasto, perché è un tasto utile a tutti i terzisti di ritorno per far tornare in gioco, in qualche modo, le patetiche speranze del terzo polo. L'importante, però, è che non ci caschi il PD.

Perché il PD ha dimostrato, grazie al circuito certamente faticoso delle primarie, di saper essere il "back office" della sinistra. Un back office messo a disposizione di nuovi leader, nuove facce, provenienti da altri partiti o dallo stesso PD (perché ci sono anche quelli). Senza back office il front office non esiste, produce solo rumore. Senza front office il back office non serve, non arriva alle persone.

Direi che è proprio il caso di continuare così, con tranquillità perseveranza e un po' di fiducia.


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14 dicembre 2010

Se sei buono ti tirano le pietre, se sei cattivo ti tirano le pietre...

Sento in sottofondo Giannini e Mieli a Ballarò che, in coro, accusano come sempre il PD di aver perso perché non ha individuato una strategia né una exit strategy. Mi viene in mente che se il PD avesse gridato fin da luglio chiedendo le elezioni subito, gli stessi Giannini e Mieli avrebbero detto che era irresponsabile e massimalista.
Il fatto è che una exit strategy di fatto non esiste, qualunque cosa, qualunque scelta si faccia.

Però, quel che è davvero patetico, è continuare a proporre anche dopo il voto di fiducia di oggi la stessa strategia del governo di responsabilità nazionale, che già era poco credibile prima, figurarsi ora.


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5 novembre 2010

La retorica dei 5 minuti

Mi appresto ad andare a Firenze per l’incontro detto dei “rottamatori” e che vorrei diventasse quello dei “ricompattatori”. Ho visto che gli organizzatori hanno voluto adottare la tecnica degli interventi limitati a rigorosi 5 minuti, copiando quanto già fatto, nella recente storia del PD, da iMille, all’epoca di “Uccidere il padre”.

Quella tecnica è certamente utile ed efficace in molti casi e, sicuramente, lo è a Firenze dove lo scopo evidente è “far parlare i militanti scontenti”, e quindi quanti più interventi ci sono, meglio sarà.

Però, sarebbe anche il caso di non inaugurare una retorica dei 5 minuti, una retorica per la quale, pur di far parlare sempre tutti - e tutti comunque mai non sono - si abolisce sempre e comunque la possibilità di approfondimento, di riflessione, di dettaglio. Ogni tanto servono le relazioni non dico di due ore, ma almeno di 30 minuti. Ogni tanto servono i ponderosi documenti di analisi e proposta, e non solo i 5 punti programmatici scritti in mezza paginetta. Ogni tanto serve studiare. Ogni tanto, serve resistere ad una deriva populistica che rischia di sostituire anche fra di noi il diritto della gente a blaterare a casaccio, con quello della genete a partecipare e riflettere con cognizione di causa. E a delegare quando serve.


L’immagine dello Speaker’s corner è tratta da qui.


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4 novembre 2010

Il PD fra fuffa programmatica e buone idee nei cassetti

Eccomi dunque impegnato in una personale colluttazione con le proposte programmatiche del PD, uscite dall’ultima assemblea nazionale.

Perché se diciamo che il PD non ha “il programma”, diciamo il falso. Ma se diciamo che ha un programma bello e efficace e ben comunicato, purtroppo, continuiamo a dire cose non vere. E perché non mi sembra corretto, come ho già detto, l’approccio renz-civatiano di far finta che il PD non ha alcuna proposta o alcuna linea. Come, peraltro, non mi sembra corretto l’approccio bersaniano di far finta che il problema del montante malcontento verso i perpetui sia liquidabile con “più rispetto” e “il rinnovamento lo stiamo già facendo”.

Con ordine.

In primo luogo, le proposte presentate sono parte di un work in progress,. come è giusto, e mancano ancora molti argomenti. Altri erano stati presentati nell’assemblea nazionale precedente (in particolare le proposte sul “diritto unico del lavoro” che richiederebbero un’analisi a parte che, per ora, tralascio).

Le proposte riguardano i seguenti temi:

  • scuola

  • agricoltura

  • riforma dello stato, autonomie e federalismo

  • fisco

  • immigrazione

  • mobilità

  • piccola impresa e professioni

Provo prima a darne un breve giudizio di dettaglio, per poi fare qualche considerazione di sintesi finale.


Scuola: su questo tema, il relativo forum ha lavorato bene e con evidente competenza. Proposte circostanziate sulla scuola dell’infanzia come chiave di volta anche per l’occupabilità femminile, un credibile piano sulla formazione, valutazione e reclutamento dei docenti, la loro stabilità nelle singole scuole (l’organico funzionale triennale), giuste idee sui livelli minimi di competenza. E, credo, giusto rifiuto “riformista” della scorciatoia della chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole. Una soluzione che da molti punti di vista ritengo affascinante per uscire dalle secche di una situazione che ormai rasenta l’assurdo, ma che forse genererebbe strappi e ingiustizie enormi. Così, la proposta dell’organico funzionale può essere un meccanismo per avvicinarsi ad una vera autonomia scolastica, senza però strappare troppo un ordinamento già sottoposto, negli anni, a stress micidiali.

Ciò che manca è però osare la proposta di riforma dei cicli che servirebbe alla nostra scuola. Quella riforma dei cicli che tentò Berlinguer e che, abortendo, ci ha lasciato solo il frutto negativo del 3-2 universitario. Ma che se fosse stata fatta anche nella scuola, forse avrebbe generato effetti positivi perfino nell’Università.


Agricoltura: poco da dire su questo. Si tratta di proposte tecniche per dare un po’ di aiuto agli agricoltori e perequare in qualche modo le ingiustizie governative a favore degli evasori delle quote latte, inserite in un poco di fuffa sulla filiera corta. Magari, se avessero consultato Petrini, di cui ricordo un luminoso “programma di governo” per il territorio e l’agricoltura di qualità, pubblicato su un vecchio numero di Micromega, sarebbero riusciti a dare una visione un po’ meno perdente del mondo agricolo...


Stato e federalismo: questo, forse, è il documento che più mi ha irritato. Prevale in modo drammatico la fuffa antigovernativa e la generica vulgata contro il “federalismo cattivo della Lega”. Ma capire quali siano le proposte di riforma dello stato e delle autonomie, per l’efficienza della spesa e per la riorganizzazione dell’articolazione territoriale  dell’Italia, è praticamente impossibile. E temo sia impossibile perché quelle proposte non ci sono, al preciso scopo di non scontentare nessuno degli amministratori locali ben rappresentati nel PD. Ora, io non sono appassionato dell’abolizione delle province (anzi, in qualche misura credo sarebbe meglio abolire/accorpare le regioni e tenerci le province), e non è questo che chiedo. Però, un partito riformista dovrebbe dire in modo specifico e credibile cosa vuole fare sui due problemi essenziali della pubblica amministrazione: (1) appunto la riorganizzazione e semplificazione dei livelli territoriali e dell’intrico delle competenze (2) la strumentazione, anche dal lato del diritto del lavoro, per rendere efficiente l’attività delle amministrazioni.


Fisco: al contrario del precedente, questo è un documento che fa quasi sognare, tanto è ben centrato, fondato su una solida analisi introduttiva (sulla progressività redistributiva delle imposte, sull’evasione fiscale, sulle potenzialità di un federalismo virtuoso, sul ruolo delle politiche fiscali per governare la crisi mondiale), e su proposte altrettanto circostanziate, concrete e ben articolate: la prima aliquota al 20% e il bonus figli e le detrazioni per il lavoro femminile, la semplificazione del fisco per le imprese, l’imposizione “verde”, la tassazione europea delle transazioni finanziarie.


Immigrazione: nel merito, le proposte sono ben argomentate e in parte anche ovvie. Si sa che sul tema c’è stata la polemica sulla cittadinanza a punti - che nel documento non c’è. Ma qui, sinceramente, non mi sento di dare troppo la croce al partito. La verità è che sulla paura dei migranti rischia di sfaldarsi l’Europa e, quindi, è davvero onestamente difficile riuscire a dire e fare una politica di sinistra e solidale senza se e senza ma - come si dovrebbe - senza aver paura di scomparire dalla scena politica, sconfitti dal razzismo strisciante.


Mobilità: una mia passione specifica da ciclista, come sanno i miei cinque lettori (i venticinque di Marco Campione per me son troppi). E una relativa delusione. Perché a fronte di cose giustissime scritte sul trasporto pendolare e sulla mobilità su ferro, in città e fuori, leggo la stessa timidezza mediatoria già segnalata a proposito del federalismo. Anche qui, parole confuse sull’autotrasporto (un discorso di verità passa per forza di cose dalla riduzione drastica sia del numero abnorme di imprese sia del numero abnorme di veicoli in marcia sulle nostre strade), e parole molto timide e troppo generiche sull’invece necessario radicale riassetto della mobilità e dell’organizzazione urbanistica delle nostre città ed aree metropolitane. E nulla di nulla su un piano di tranvie nelle grandi città, che sarebbe un modo sensato di copiare in modo virtuoso le migliori esperienze estere. E, infine, nulla sulla necessità di finanziare il TPL con una tassazione anche feroce sul trasporto privato (per fortuna, su questo c’è un accenno nel documento sul fisco).


Piccola impresa e professioni: un classico bersaniano nella parte “aiuti alle reti di impresa”, Industria 2015 e dintorni. Molto poco, invece, dal lato della liberalizzazione.


Considerazioni finali: da proposte programmatiche tematiche non si pretende la “visione”, la “narrazione” del futuro. E’ ovvio quindi che in queste proposte questi elementi non ci siano, almeno direttamente. Meno ovvio che non se ne trovi traccia nemmeno indirettamente, salvo forse qualcosa che si può intuire a partire da scuola e fisco. Insomma, sembrano in larga parte una serie di piccole proposte di riforma non connesse a un disegno generale. Manca un rapporto fruttuoso fra pragmatismo e visione.

Questo, temo, dipende sicuramente anche dal “metodo di produzione” di simili documenti in un partito; ciascuno affidato ai politici “esperti” del tema, senza efficaci e sistematici luoghi di discussione ed elaborazione condivisa. Ma soprattuto dipende da un difetto di coraggio nello stressare ogni proposta, nel sottoporla ad una verifica di “qualità dell’innovazione”. Mi chiedo: se su ogni tema l’approccio non fosse stato quello di raccogliere e sistematizzare le cose che già si sanno e si sono sempre dette (è questo l’effetto che fa, ad esempio, il documento sulla mobilità), ma piuttosto quello di fare un libero brain storming col preciso scopo di esercitare tutte le possibili forme di pensiero laterale, non si sarebbe avuto un risultato migliore e più originale? E quindi più “narrativamente” vendibile? E se ci si fosse preoccupati meno di certe “compatibilità” che fanno da sottotesto a certe proposte, non si sarebbero trovate soluzioni più utili per il Paese?


(ciò detto, come tutti ben sanno, criticare è facile, fare è molto più difficile. Che esistano questi documenti, che se ne possa discutere, è dimostrazione che il PD non è quel contenitore vuoto che la vulgata giornalistica ama dipingere  - aiutata peraltro dalla oggettiva incapacità di spostare l’agenda su questi contenuti da parte del PD)


Le immagini sul pensiero laterale sono tratte da Internet



14 settembre 2010

In difesa dei giovani turchi?

Ormai c’è una generazione di sinistra superficiale che, alimentandosi della velocità internettara, è totalmente incapace di qualunque sforzo di approfondimento. Per costoro, un documento politico che richieda più di due minuti per essere letto è “una cosa anni ‘70”, una “palla”, e via andando.

Insomma, mi è toccato difendere il documento dei “giovani turchi” pubblicato da ilPost, sia nel metodo e sia, almeno in parte, nel merito. Perché la politica è anche approfondimento, riflessione e fatica, non solo declamazioni vaghe e possibilmente rapide. Questi i miei due commenti, sul Post e da Mantellini:

La cosa più triste sono molti dei commenti qui sopra. Quanta superficialità e quanto squallore. Criticare il contenuto, le interpretazioni della storia italiana recente proposti dal documento è lecito e e pure giusto – io trovo sballatissime alcune spiegazioni ed alcune posizioni politiche di quel documento. Ma limitarsi a dire che è “palloso”, “anni ‘70? ecc. non significa tanto fare gli snob, quanto rendere evidente che questa società internettara dei tempi rapidissimi e della disattenzione pretende sempre, dalla politica, risposte superficiali e rapide, senza profondità. Perché pretende di non faticare, di avere un bel menu di risposte facili facili, proposte da un leader carismatico che semplifica a dovere il messaggio. Salvo poi incazzarsi perché il programma è privo di contenuti. Salvo poi incazzarsi di nuovo perché il programma è troppo lungo, signora mia che fatica leggerlo. E poi di nuovo incazzarsi perché non ci sono i contenuti…. Per favore, proviamo a contestare nel merito le opinioni di questo documento, e magari tentiamo perfino di condividere ciò che in esso c’è di buono, invece di continuare nel giochino degli schieramenti a priori. I mediaticamente efficacissimi Renzi e Civati che idea hanno del “blocco sociale” di riferimento del PD? Che idea hanno della società e dell’individuo? Che idea hanno delle politiche della produttività e della redistribuzione della ricchezza? Mi piacerebbe saperlo, davvero. Mentre almeno leggendo questo documento so – e non condivido affatto tutto, ma almeno so – cosa ne pensano di queste cose assai importanti Gualtieri, Fassina, Orfini e compagni.


Da storico e feroce antidalemiano, vorrei far notare ai supponenti commentatori e anche all’autore del post che: 1) ha ragione sate, si tratta di un documento politico per politici 2) ogni tanto, servono anche i documenti politici per politici, perché una classe dirigente degna di questo nome ha bisogno di approfondimento e riflessione, non solo di propaganda e semplificazione 3) se vi affaticano 7 pagine ben strutturate, si vede che la disattenzione internettara - mai più di 2 minuti su una pagina - vi ha già travolto. Peggio per voi 4) @Toraldo: non è un doc antiberlusconiano, anzi lo è molto meno della classica vulgata moralistica sull’Italia strutturalmente ladra che gira in rete, nell’IdV e fra i grillini. E l’interpretazione che da, che è anche autocritica, non è affatto facilmente condivisibile da tutti.


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9 agosto 2010

Fantapolitica


Ha certamente ragione Ilvo Diamanti a segnalare che il PD fa male ad avere paura delle elezioni. Direi di più, è davvero triste aver paura delle elezioni proprio mentre la destra si sgretola e Berlusconi è comunque al crepuscolo - che questo crepuscolo possa durare magari 10 anni, trascinando anche l'Italia al suo eterno declino, è un'altra storia...


Però ha ragione anche Paolo Flores D'Arcais a chiedere perfino a Vendola e Di Pietro di lavorare per l'idea di un governo istituzionale e tecnico con i due obiettivi minimi di ripristinare la libertà di informazione televisiva e di fare una legge elettorale almeno un po' meno porcata di questa. Con l'ottima anche se scivolosa argomentazione che, in caso contrario, queste non sarebbero elezioni libere. (che poi Di Pietro gli risponda picche e approfitti per insultare il PD, mentre Vendola dica che il PD è risorsa essenziale, è un'altra storia, che dimostra solo la diversa caratura dei due...).


Ora, visto che la situazione ci obbliga a occuparci di fantapolitica, ho pensato che un modo per uscire da questa impasse ci sarebbe pure. Se avrete la pazienza di seguirmi...


Assunzioni:

  1. l'alleanza PD-IdV-Sel (e magari Grillo?) non può vincere le elezioni, sia che si voti a novembre, in primavera o nel 2013
  2. con l'attuale legge elettorale, se si presenta un terzo polo, PDL+Lega potrebbero non vincere al Senato, soprattutto se non si vota subito, ma vincerebbero alla Camera
  3. l'alleanza PD-IdV-Sel-API-UDC (ed eventualmente Fini?) non può vincere le elezioni se si presenta come alleanza di governo, perché non è credibile e verrebbe massacrata dalle astensioni e/o da voti a Grillo
  4. con una diversa legge elettorale (ad esempio un proporzionale con sbarramento, o un doppio turno, o il mattarellum) i risultati sarebbero i medesimi percentualmente a seconda delle configurazioni di alleanza, ma gli effetti politici del tutto diversi: ad esempio, l'alleanza PD-IdV-Sel potrebbe convergere al doppio turno con il Terzo polo (ovvero il terzo polo potrebbe convergere con PDL+FI)
  5. con una diversa legge elettorale e un ritorno ad un decente pluralismo informativo televisivo, anche i risultati potrebbero cambiare
  6. la probabilità che questo Parlamento riesca ad esprimere un governo di transizione del tipo di quello auspicato da Flores (o anche peggiore) è bassissima, pari quasi a zero.


Deduzioni:

  • Il PD fa bene a lavorare per quanto possibile per l'obiettivo del governo di transizione, possibilmente più di nascosto e vendendo meglio una immagine combattiva, ma soprattutto sapendo che vale il punto 6.
  • Il PD quindi dovrebbe soprattutto spendersi per un second best: in caso di elezioni, proporre una alleanza elettorale larghissima (da UDC, forse Fini, fino a Sel) che abbia il dichiarato e solo scopo che avrebbe avuto il governo di transizione in questa legislatura: libertà di informazione e legge elettorale. Per ritornare a nuove elezioni entro non più di 1 anno.


Contro deduzioni:

Lo so che l'obiezione più ovvia a una simile proposta è che chiamare gli elettori di nuovo alle urne dopo un solo anno può apparire folle. Ma almeno sarebbe un discorso trasparente ed onesto: noi sistema politico non siamo in grado di trovare un assetto decente di governabilità, come dimostrano i fallimenti di Prodi e ora di Berlusconi. L'attuale assetto per di più ci porta fuori dalla democrazia. Abbiamo quindi bisogno di un passaggio per modificare solo due regole essenziali, e poi che vinca il migliore.... Insomma, con queste argomentazioni almeno si spunta l'arma della contestazione all'ammucchiata di partiti.


Piuttosto, l'obiezione maggiore a tutto quanto sopra è una settima assunzione, che temo sia quella che si verificherà: non si andrà affatto ad elezioni, e in qualche modo si farà un bel rimpasto di destra, con un nuovo governo di finta "responsabilità nazionale" che includa anche Casini.

E questo, in conclusione, ci dice che oltre che a pensare al second best (che mi sembra comunque un'idea), ciò che va fatto è cominciare a rifar Politica e dare visione.


15 luglio 2010

Responsabilità nazionale

La responsabilità nazionale, invocata oggi dal solito D'Alema che parla del governo delle larghe intese, rischia di portare alla definitiva sconfitta del PD, così come a suo tempo ha sconfitto il PCI.

Quel che balza agli occhi da questa intervista, è l'eterno ritorno dello stesso ragionamento fatto dal PCI fin dall'inizio degli anni '70, allora nobilitato dall'idea del compromesso storico. Ma, oggi, senza possibilità di alcuna nobiltà, visto che la controparte è il PDL, una versione se possibile peggiorata della DC di allora.

Il ragionamento, in breve, è questo: la crisi economica e morale svuota di credibilità il centro destra al potere, che non è in grado e soprattutto non è degno di governare. "Quindi" occorre un patto fra tutte le forze responsabili, incluso ovviamente lo stesso centrodestra nelle sue componenti "buone", per varare un governo di transizione che faccia le indispensabili riforme. Prima fra tutte, ça va sans dire, quella elettorale.


Ora, pur facendo esercizio di moderazione ed evitando di inveire contro D'Alema perché è D'Alema, vorrei provare ad osservare almeno alcune cose:

  1. Quel "quindi" non ha alcuna logica: se il centrodestra è strutturalmente pieno di ladri, di personaggi collusi con la mafia, di lobbisti di scarsa moralità, è evidentemente ben poco credibile associarlo a un governo virtuoso di qualunque tipo; inoltre, se all'epoca del compromesso storico il ragionamento di Berlinguer, con tutti i suoi limiti, aveva almeno un senso nella presa d'atto della situazione internazionale, dell'impossibilità del PCI in quanto partito comunista di governare un Paese delle NATO senza provocare contraccolpi o colpi di stato, oggi non c'è nessuna impossibilità per il PD di governare, non c'è nessun vincolo esterno che imponga soluzioni di "solidarietà nazionale".
  2. La storia degli ultimi quaranta anni dovrebbe averci insegnato che ogni volta che la sinistra fa il portatore d'acqua a governi di larghe intese, perde ulteriori consensi e consente alla destra di ripartire e riprendere l'egemonia, perché le politiche delle larghe intese sono sempre state politiche di sacrifici a senso unico. L'unica, parziale eccezione è stata l'esperienza del governo Dini, che però era certo un governo tecnico e moderato, ma non era un governo di larghe intese, bensì il governo del "ribaltone".
  3. Sperare che un governo di "larghe intese", in quanto coinvolge tutta la classe politica, consenta di fare le famose "riforme strutturali che fanno bene al paese ma sono impopolari" è nei fatti una pia illusione: un governo di larghe intese è per definizione un governo paralizzato dalle lobby e bloccato da veti incrociati.
  4. E infine, anche nella ipotesi teorica della massima collaborazione ed onestà da parte di tutti, dubito che sarebbe facile concordare su quali siano davvero queste famose "riforme strutturali che fanno bene al paese": una vera riforma del fisco? la tassazione patrimoniale delle rendite? la tassazione delle speculazioni finanziarie? la totale liberalizzazione delle professioni? l'abolizione delle prefetture invece delle province? l'introduzione di un reddito minimo di cittadinanza? il matrimonio per le persone dello stesso sesso?


Insomma. Smettiamola di baloccarci con questi sogni politicisti, pensioniamo finalmente questi dirigenti cresciuti nella cultura comunista che faceva dell'incontro fra le "grandi forze popolari" il centro della propria politica (con i pessimi risultati che si sono poi visti), e che ne danno oggi  una versione caricaturale - se non altro perché le "grandi forze popolari" non esistono più, e fa un po' ridere pensare all'incontro fra le "grandi forze" di Fare Futuro ed Italianieuropei.


E pensiamo a un programma, una politica, delle persone nuove per governare da sinistra questo paese.


31 marzo 2010

Narrare il futuro

In teoria, ci si potrebbe consolare pensando ai voti assoluti, al fatto che Mercedes Bresso ha perso il Piemonte per 9.000 voti, un'inezia. Al fatto che anche Emma Bonino ha perso per un numero di voti significativo ma non enorme (circa 70.000), in condizioni di partenza - il caso Marrazzo - totalmente proibitive.
Ci si potrebbe consolare dicendo che la frana si è fermata e ci sono piccoli segnali di inversione di tendenza (Lecco, Lodi, Venezia...). Insomma, si potrebbe provare ad arrampicarsi sugli specchi come sta facendo Bersani in queste ore.

Però: dalla "discesa in campo", nel 1994, Berlusconi ha governato più di 10 anni, e dal 2001 è stato il presidente del consiglio per 8 anni su 10. E dal 1994, e ancora più velocemente dal 2001, l'Italia perde costantemente terreno nei confronti internazionali, sperimentando tassi di crescita, livelli di produttività, indicatori di qualità della vita, livelli di istruzione sempre più lontani da quelli degli altri Paesi sviluppati.
Fossimo un Paese normale, un fallimento così evidente dovrebbe portare alla definitiva sconfitta del nostro caimano, a prescindere e senza considerare affatto tutti gli aspetti - appunto - da caimano: le leggi ad personam, il sovversivismo proprietario, il vago razzismo populista, ecc. ecc. Invece, gli italiani o non votano, facendo di tutta l'erba un fascio, o continuano in maggioranza a votarlo. Magari adottando la strategia ipocrita di votare la Lega - così puoi dire di non aver votato Berlusconi ma un partito di lotta e di governo.

Insomma, se il voto fosse dato sulla base di una valutazione dei risultati, non solo in Piemonte avrebbe dovuto vincere un'ottima Presidente uscente, una delle migliori che si potesse immaginare, ma in tutta Italia non avrebbe dovuto esserci partita, altro che 9.000 voti in più o in meno.

Bene.
Se ciò non accade, io sinceramente sono un po' stanco di dare tutta la colpa all'opposizione e - ovvio - in primo luogo al PD, che ha sbagliato strategia, non ha innovato i gruppi dirigenti, non è più sul territorio ecc. ecc. ecc. ecc. e tutta la litania delle doglianze che conosciamo benissimo e sulle quali io stesso mi esercito volentieri.

Vorrei, per una volta, dare la colpa agli italiani che continuano a votarlo, contenti o illusi di averne un vantaggio, ed anche a quelli che si sentono sempre più puri e senza peccato e votano Grillo. Vorrei dire, come Umberto Saba secondo Sereni, Porca Italia.

E vorrei pregare caldamente tutti i miei amici che già si stanno esercitando in quella che invariabilmente i giornali chiameranno "la resa dei conti" dentro il PD, a smetterla subito o meglio a non cominciare neanche. Di tutto abbiamo bisogno, tranne che di un nuovo psicodramma collettivo nel quale si parli, per mesi, solo degli assetti interni al PD, delle correnti, e di far la festa all'ennesimo segretario. E per questo, sebbene Ivan dica cose in sé e per sé giuste e condivisibili, mi preoccupa molto che quelle cose possano apparire più la versione razionale dell'attacco onestamente brutto di Ignazio Marino a Bersani (santa polenta, di autocritica si parlava ai tempi del PCUS, sorvegliamo almeno le parole!), che uno stimolo a fare ciò di cui ci sarebbe bisogno.
Perché quel che serve, ora, è una sola cosa, semplice a dirsi ma difficile a farsi: orientare tutta la nostra energia residua di militanza solo e soltanto verso l'esterno, il fuori dal PD. Niente rese dei conti interni, niente spreco di tempo in congressi, assetti, divisione delle spoglie di un potere che non c'è più. Solo formulazione e discussione di proposte, presenza capillare sul territorio con piccole iniziative diffuse, per quanto possibile buona pratica di aiuto. E, nel frattempo, semplificazione dei messaggi e capacità di narrare una storia credibile del futuro. 


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29 dicembre 2009

UDC

In fondo, non era difficile immaginare che il tentativo di abbraccio regionale con l'UDC avrebbe solo prodotto problemi e disastri nel PD. Un'alleanza fatta nell'ipotesi a priori che con la sola sinistra non si vince, e dunque un'alleanza solo per il potere, si porta dietro l'inevitabile perdita di credibilità e dunque di voti "a sinistra". Banalmente, quel che si guadagna da un lato si perde dall'altro.

Una soluzione semplice, tipo risolvere la questione con le primarie, come pragmaticamente suggerisce Champ, era troppo ragionevole? 



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20 giugno 2009

Soviet + elettrificazione?

Ecco il mio modesto contributo alla riunione del Lingotto il 27 giugno: E' il momento. Quale congresso, quale partito. Per appassionati del tema. Magari riesco pure ad andarci...

Se il comunismo, per Lenin, era soviet + elettrificazione, il progetto del Partito Democratico, per me, dovrebbe essere partecipazione + energia rinnovabile, o non sarà nulla.
Il progetto di futuro che dobbiamo darci, infatti, deve partire necessariamente dalla comprensione profonda del cambiamento storico in atto: la socialdemocrazia è stata in grado di indicare un modello di società solidale - il modello sociale europeo - adatto al periodo dello sviluppo rapido della produzione e della società dei consumi, a sua volta reso possibile dalla doppia rivoluzione energetica del carbone e poi del petrolio.
La capacità di risposta della socialdemocrazia è stata tanto più efficace quanto più le sua analisi partivano da una corretta e completa interpretazione dei meccanismi del capitalismo industriale e della crescita della produttività.
Ora, il periodo dello sviluppo rapido della produzione e del consumo senza freni è alle nostre spalle, non solo e non tanto per la grande crisi finanziaria globale, ma semplicemente perché vivremo, nel prossimo futuro, il progressivo esuarirsi delle fonti energetiche fossile e, quindi, una radicale riduzione della produttività consentita da tali fonti.
E' quindi necessario proporre un nuovo modello di società solidale, basato su una nuova interpretazione del mondo, che tenga conto del limite delle risorse disponibili e punti, strategicamente, alla sostituzione delle energie fossili con le energie rinnovabili.
Se poi si considera che le energie rinnovabili richiedono un approccio di tipo distribuito, è chiaro che il modello di società da costruire sarà necessariamente di tipo più democratico e partecipato: la concentrazione di potere in poche mani tipica di una società basata sul petrolio, dovrà cedere il passo ad una distribuzione di energia e di potere, ad una molteplicità di fonti, alla invenzione e alla gestione di diversi modelli di organizzazione e di vita, fra loro cooperanti in un mondo aperto alla diversità.

Quanto sopra è certamente schematico e semplificatorio. Però sinceramente mi sembra molto più importante stabilire questi principi base del PD che vorrei, piuttosto che dibattere all'infinito di meccanismo congruessali, come si rischierà di fare anche il 27 giugno al Lingotto.
Su tali meccanismi, comunque, la mia idea è molto semplice: lo Statuto non può essere cambiato in corsa, ma nulla impedisce ai piombini e a chi li vuole seguire di provarsi nella tenzone congressuale, con le regole date. Credo che non possiamo continuare ad aspettare un turno che non verrà mai. Che Civati o Scalfarotto o Serracchiani si candidino finalmente, senza tanti tatticismi, alla segreteria del partito. Con un programma che, per quanto mi riguarda, deve per forza avere al primissimo punto la costruzione di quel nuovo modello di società di cui dicevo sopra. Perché in caso contrario, se ci si barcamena nel solito discorso generico della società aperta e moderna, della laicità, ecc. - tutte cose giuste, per carità - senza individuare l'obiettivo forte della trasformazione del mondo, si manca l'obiettivo e, tra l'altro, non si è poi così diversi dagli altri.

Ecco, mi sembra che tutti dobbiamo ricordare che l'unica sinistra vittoriosa in Europa, nella recente tristissima tornata elettorale, è quella molto verde e molto europeista di Daniel Cohn-Bendit.


28 maggio 2009

Due e duemila anni

Rimpatriata in sezione con Roberto Morassut, a parlare del futuro congresso del PD e di massimi sistemi.
Il promesso gruppo gas da organizzare in sezione però, non si è poi mai fatto. Troppo deboli, troppo pochi, troppo stanchi.
Le suore di Santa Caterina e la ONLUS cattolica che sta lì, invece, l'orto solidale affidato a decine di famiglie, nel loro bel terreno, l'hanno fatto eccome.



Sarà che il PD ha due anni e la Chiesa duemila.
_____________
Inizio una nuova rubrica Pillole, brevi post per non far morire il blog, in questi tempi di nessun tempo libero e troppo lavoro inutile


3 aprile 2009

Link for 2009-04-03

  • Vecchie regole per un nuovo gioco: il problema in fondo è semplice. Quanto deve durare il copyright? Se, per dire, quei ridicoli gargarozzoni provenienti dall'800 che sono gli editori si accontentassero di diritti di 5 o 10 anni (più che sufficienti per farsi ricchi), si potrebbe pure accettare una legge del genere...
  • La barzelletta del negazionismo climatico trasformato in politica dalla destra più squallida del pianeta. E pensare che i conservatori inglesi, per dire, incalzano su questi temi "da sinistra" i laburisti inglesi (da sinistra secondo la logica perversa dei nostri squallidi parlamentari PDL).
  • Il mio circolo PD si è imbizzarrito: davvero, questa storia dell'elezione dei coordinatori di Municipio stava diventando insopportabile.
  • Anche se chi lo dice è un catastrofista di professione, ed io non lo sono affatto, questa sintesi dei problemi mondiali è davvero geniale:
Ho trascorso il weekend all'Aspen Institute Environmental Forum, dedicato imparzialmente al fiasco energetico e climatico. E' stata scioccante la convinzione dei presenti -inclusi esperti scientifici e governativi su clima ed energia- che il problema energetico si riassume nel trovare altri modi per far andare le automobili. L'assunto che noi tutti dobbiamo restare dipendenti dalla mobilità automobilistica rimane assolutamente granitico tra tutti costoro, che dovrebbero invece saperla lunga. E' frustrante trovare tanta idiozia tra questa particolare elite.


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18 dicembre 2008

Non ce la possono proprio fare

Visto che l'autorizzazione all'arresto di Margiotta è stata negata (e sarà negata immagino anche la possibilità di procedere per Bocchino e Lusetti, su prove ben più gravi), il danno è fatto.

Perché noi che mastichiamo pane e politica da sempre lo sappiamo benissimo che l'autorizzazione all'arresto è cosa diversa dall'autorizzazione a procedere, che la commissione in teoria giustamente deve intervenire nel merito dell'eventuale "fumus persecutionis". Ma là fuori, la metà degli elettori che avevano votato PD ad aprile e ora non ci hanno più votato, non lo sa. Non gliene frega nulla di questi dettagli giuridici, del merito delle cose. Vuole la prova provata che noi non siamo ladri come quegli altri, non ci crede più. E' la stessa medesima china del PSI di Craxi, ci piaccia o no.

Per uscirne, occorrono atti eclatanti. Il più semplice dei quali è dire una cosa del tipo: noi non sappiamo se il deputato, il senatore, l'amministratore X è colpevole, anzi magari siamo convinti che sia innocente. Ma qualunque dei nostri sia indagato si metterà per definizione a disposizione della magistratura, non ostacolerà le indagini. E se non vuole farlo, è espulso dal partito. Poi, se e quando sarà assolto, sarà riammesso con tutti gli onori e potremo pure fare sberleffi ai giudici "giustizialisti". Ma ora non è tempo di sottili distinguo, giusti che siano. Coi sottili distinguo chiudiamo anzitempo questo partito, e consegniamo l'Italia alla destra (che può permettersi di avere indagati in numero esorbitante senza pagare il fio) per i prossimi vent'anni.

Ma già lo so che questi nostri dirigenti non ce la possono fare a decidere una cosa così semplice. Perché sono incistati e incastrati in un mondo lontano. Perché forse ormai preferiscono andare al disastro salvando apparentemente il proprio posto, piuttosto che dare un futuro a quella che era davvero una bella idea di partito nuovo.

Non disperiamo, però. Primo perché gli altri fanno talmente pena che non riusciranno ad approfittarne fino in fondo. Secondo perché il mondo si muove in fretta, e magari finisce per trascinare anche l'Italia. Terzo perché bisogna sempre avere lo sguardo lungo, saper guardare oltre la contingenza di questi brutti giorni. Fra un'oretta mi vedo con gli autoconvocati romani. Sabato con iMille. Il futuro c'è, da qualche parte. E' ora di trasformarlo in presente. Un altro PD è possibile?


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10 gennaio 2008

Come si dice... partecipate numerosi!

Sabato sera alle 20.30 alla sezione Alberone, via Appia Nuova 361 Roma, Ivan Scalfarotto, reduce dai lavori della Commissione Statuto del PD che si terrà nella stessa giornata, ci racconterà qualcosa sul partito che vogliamo.
Discuteremo liberamente di tutte le nostre speranze e perplessità.
E, prima di Ivan, il sottoscritto e Daniele Mazzini proveranno a raccontare la nostra idea del Sistema per la partecipazione di cui dovrebbe dotarsi un partito democratico degno di questo nome nel XXI secolo.

Partecipate numerosi, anche perché se venite alle 19.30 potete pure godervi un aperitivo democratico (poco alcolico, però, se no quando vi spieghiamo il SIPA vi mettete a dormire:).

Ecco un po' di risorse in rete sul tema:
le proposte de iMille
la proposta di sistema per la partecipazione (seguire tutti i link)
la presentazione del SIPA in una versione precedente (sabato sarà diversa e speriamo migliore)
il sito del PD Appio
l'attuale bozza di statuto in discussione presso la Commissione

*******

E infine, la locandina pubblicata sul sito del PD Appio:

Il Partito Democratico di Roma Appio e iMille di Roma ti invitano

Sabato 12 Gennaio,

presso la sede del Partito Democratico Appio,

Alberone, via Appia Nuova, 361 - Roma

Ore 19.30: Aperitivo Democratico: festeggiamo insieme l’inizio di un anno impegnativo

Ore 20.30: Proposte per il partito che vogliamo: incontro dibattito con Ivan Scalfarotto, membro della Commissione Statuto del PD

Una occasione per conoscere in tempo quasi reale le novità dalla Commissione Statuto del PD, che si riunisce nella giornata di sabato.

Una possibilità di discutere del partito che vogliamo

Con la presentazione delle proposte de iMille per l’organizzazione del PD:

  • i circoli territoriali e i circoli web
  • il Sistema per la Partecipazione, uno strumento, in rete e nel territorio, per assicurare la partecipazione democratica di iscritti e sostenitori
  • la rappresentanza nel PD delle minoranze di genere, origine etnica, religione, disabilità, orientamento sessuale


Per informazioni e contatti:

Via Appia Nuova, 361 - Tel. 067886854 - e-mail: democraticiappio@gmail.comimille.lazio@gmail.com

Web: www.democraticiappio.itwww.imille.org - Il Comunicato


18 dicembre 2007

Strategie per far fuori il PD nella culla

Con grande buona volontà interpretativa, e non senza ragioni di merito, Filippo argomenta sul fatto che il brano sulla laicità della bozza del manifesto dei valori del PD non è così clericale come lo si è voluto dipingere.
Concorderei volentieri, molto volentieri. Studio con interesse, e non da ora, la dottrina sociale della chiesa, e vi scorgo moltissime cose interessanti ed utili. Molte cose che possono servire a lottare contro gli aspetti iniqui della modernità.
Concorderei volentieri, se con il voto sul registro delle unioni di fatto ieri a Roma, non si fosse toccato con mano che non di sottili disquisizioni e di letture serie e complesse della realtà delle religioni si tratta, ma solo di un "arrampicarsi sugli specchi" per lasciare che il PD sia preda, nei fatti, di una triste deriva clericale.
Perché consentire a due omosessuali di firmare su un registro pubblico per dire che vivono insieme non è una scelta "eticamente sensibile", ma una cosa ovvia, pacifica, importante perché riconosce dei diritti, ma i sé e per sé talmente banale da essere perfino un po' scema. E se di fronte a una cosa del genere la gerarchia vaticana e la CEI, il vecchio Ruini e la Binetti fanno le barricate, appoggiati da quei morti di sonno di Milana e Ciarla (i nostri due capi "provvisori" del PD romano), e non contrastai ahimè - suppongo per "ragion di stato" dal mio stimatissimo Uòlter, allora vuol dire che questi teodem non solo non cercano il dialogo, ma piuttosto vogliono semplicemente sconfiggere qualsiasi principio di laicità in nome del loro supposto e indimostrabile "diritto naturale".
Vorrei che qualche cattolico, finalmente, rispondesse a queste domande che trovo chiarissime e alle quali non ho ancora sentito risposta alcuna.
****
Sono strategie per far fuori il PD nella culla? In fondo, chi ha scommesso nel PD, ha scommesso anche sulla sincera capacità nel dialogo e nella contaminazione. Ha immaginato che un partito maggioritario dovesse essere capace di contenere anche posizioni diverse fra loro, ma senza che questo dovesse significare, nei fatti, intolleranza. Perché siamo sempre al solito punto: se ci sono principi non negoziabili per i cattolici, allora saremo costretti a definire principi non negoziabili anche per i laici, e per i non credenti, e per i musulmani, e per i valdesi.....


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13 ottobre 2007

Per una buona politica

"L'arte di governare è diventata una forma di consumismo, non di cittadinanza: si compra il partito che sembra promettere affari o servizi migliori" (Joe Klein, 2001)
"Una società è giusta nella misura in cui è perennemente insoddisfatta del livello di giustizia già acquisito e cerca sempre più giustizia e una giustizia sempre migliore (...) L'essere membro di una comunità politica non può ridursi al semplice utilizzo delle leggi per la propria protezione e avanzamento, ma deve contemplare anche la partecipazione alla formulazione delle leggi e il garantire che le leggi già formulate ben aderiscano all'idea di giustizia" (Zygmunt Bauman, 2002)

Klein certamente non pensava  all'idea bizzarra dei "politici come nostri dipendenti" che pretende di diffondere un certo comico nostrano, immaginando uno strano mondo in cui i politici non sono che manager di un'azienda, e i cittadini non cittadini ma semplici azionisti.
Ma la politica, la buona politica, è quella che costruisce un processo di partecipazione, che sconfigge il senso di impotenza dell'individuo e lo fa cittadino.
Per questo, le elezioni primarie del Partito Democratico di domani 14 ottobre sono una grande occasione per la democrazia. Non mancate.


5 ottobre 2007

Bamboccioni e ministri - Fenomenologia dell'informazione rovesciata

Questa intervista di Veltroni a Massimo Giannini va letta tutta e con attenzione. Per almeno due motivi:
  • Perché dice cose sacrosante sull'Italia e sull'attuale flusso mentale negativo che pervade il nostro lagnosissimo popolo, e però scommette su una prospettiva e un futuro, con un encomiabile ottimismo della volontà
  • Perché è l'ennesima dimostrazione di come l'informazione, televisiva o a stampa, ormai letteralmente rovesci i fatti nel loro contrario: nella stessa home page di Repubblica che linka l'articolo, l'accento è messo su "Prodi freddo" sulla proposta di dimezzare i ministri. Immagino cosa diranno fra breve gli altri giornali e i telegiornali: "Scontro Prodi-Veltroni"! Eppure, se si legge l'intervista si scopre che Veltroni non propone affatto di dimezzare i ministri di questo governo, ma si dice  disponibile a dare l'assenso del PD se Prodi volesse. E, in più, dice "Sono pronto a tutto, pur di rafforzare il governo".
Lo stesso identico meccanismo che ha portato ieri all'esplodere della polemica sui "bamboccioni" di Padoa Schioppa. Stamani, ad esempio, le reazioni degli ascoltatori di RadioTre, che sono pure mediamente colti ed informati, erano uniformemente superficiali e si fermavano tutte allo "scandaloso" epiteto. Come se il centro della notizia - la notizia vera, quella importante - non fosse che per la prima volta il governo avvia una concreta politica di aiuto all'autonomia dei giovani (gli sgravi sugli affitti, i presti d'onore, la totalizzazione dei contributi e la contribuzione figurativa per i precari...).
No, quello che è passato sulla stampa e in TV, il messaggio, è che il ministro ha insultato i giovani. Cosa peraltro palesemente non vera.

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1 ottobre 2007

I miracoli

Un commento berlusconiano ad un brutto articolo di Andrea Romano mi ha ispirato questa risposta:

lo so che è inutile e che non la convincerò. Comunque questo governo, pur quasi privo di maggioranza al Senato, è riuscito in poco più di un anno a dare una botta secca all'evasione fiscale favorita ed anzi teorizzata da Berlusconi, a mettere a posto in buona misura conti pubblici distrutti dalla finanza allegra di Tremonti, a scoprire una buona montagna di sfruttatori del lavoro nero in edilizia, ad impostare una buona riforma del welfare, ad avere un ruolo positivo in Libano e liberarsi dell'orrore iracheno, a stabilizzare un po' di precari nella scuola...
Il tutto in un contesto mediatico allucinante, con un teatrino di politici pazzi di centro sinistra che fanno il cast (più che la casta) dei programmi TV e convincono il popolo, coi loro stessi comportamenti idioti, che questo è il peggiore dei governi possibili.

Direi che Prodi, Padoa Schioppa, Bersani, Visco, Turco, Melandri, Damiano, D'Alema stanno facendo miracoli, a dispetto di tutto...


25 settembre 2007

Rumore di sciabole

Sono passati un bel po' di giorni dal mio ultimo vero post. Giorni nei quali ho letto e linkato molto, ho riflettuto, ho fatto una montagna di cose, ho spesso scritto commenti a post altrui. Giorni durante i quali lo stress sul lavoro, per un nuovo progetto che dovrebbe partire e impegnarmi molto e che non parte mai e mi costringe a dubitare del mio futuro professionale, si è intrecciato allo stress per la formazione delle liste per la costituente del PD.
Troppi e confusi stimoli, ai quali per ora non riesco a mettere ordine.
Però mi piace memorizzare almeno qualche frammento.

***

Una riunione serale fra sedie scassate in una sezione dei DS, qualche giorno prima della fatidica data della presentazione delle candidature: l'obiettivo è quello di provare a formare nel collegio la lista "A sinistra per Veltroni". Percepisco la fatica della giovane e volonterosa compagna a mettere insieme la "società civile" realmente esistente e rintracciabile in un quartiere di Roma, con il partito che c'è. Per parte mia, finisco per declinare l'offerta a candidarmi in un posto non eleggibile. Quella, come segnala il logo dei iMille qui a fianco, non è la mia lista.
Ma quello che più capisco, è che davvero siamo pochi e stanchi, come se la consapevolezza di essere dalla parte del giusto, di dover fare questo sforzo finale, non bastasse più a mobilitare almeno un poco di entusiasmo. Come se la retorica degli apparati locali cattivi avesse convinto gli apparati stessi - che tanto cattivi poi non sono, credetemi - a sparire, a ritirarsi in buon ordine. E la "società civile", chiamata all'appello, semplicemente non risponde, non c'è.
Ecco, se i feroci censori del costo della politica e della pervasività dell'apparato dei DS avessero partecipato alla triste riunione serale, in quell'ambiente povero e malandato, forse avrebbero riveduto almeno qualcuna delle loro certezze.

***
Leggo e qualche volta intervengo nel gruppo di discussione interna de iMille. Un piccolo faro di speranza, perché sono davvero un (microscopico) frammento di "società civile" che prova a spendersi per una politica nuova. Nel gruppo, in questi giorni, sono passati lamenti e feroci descrizioni dell'orrendo contrattare per la formazione delle liste. Ma è rimasta in piedi la tenacia iniziale, la voglia e l'impegno di andare avanti e provarci comunque.

***
Tutti hanno scritto tutto sul politico di maggior successo del momento, che come tutti sanno fa il comico di mestiere. Ho letto molte cose intelligenti, tante che dovrei fare una sterminata lista di link, e ora non ne ho voglia.

Alcune di queste cose intelligenti, che giustamente stigmatizzavano il fenomeno, in modo feroce, in modo ironico, in modo problematico o come vi pare, le ho lette mentre i miei colleghi di stanza in ufficio esprimevano (con ferocia, astio sconfinato e sicurezza di essere nel giusto) il loro totale, globale e onnicomprensivo odio per la politica, i politici, il governo attuale, quello passato e quelli futuri. Ed anche la loro totale dichiarazione di impotenza. Espressa in modo identico dal collega di destra che vorrebbe votare Fini "ma di fatto voterei Berlusconi", e da quello dal passato rifondarolo, che odia la svolta istituzionale di Bertinotti.

Tutti ladri, tutti uguali. Mai nessuno cui venisse in mente, almeno, di organizzare un V-scherzo
come quello che suggerisce Beppe. Con cui non concordo, ma che almeno non molla la speranza di cambiare.
Ecco, di fronte all'ottimismo di Pierluigi sulla partecipazione alle primarie, devo purtroppo opporre questa frase di Paolo Valdemarin: "questi non hanno la minima idea di cosa stia succedendo qua fuori".

***
Due domeniche fa Lucarelli ci ha raccontato la strage di Brescia, e ha anche riepilogato i colpi di stato tentati. Mi ricorda questa canzone, Ma mi ricorda anche il rumore di sciabole di Nenni. Ora non è tempo di rumore di sciabole, ci mancherebbe.
Anzi, la dissoluzione della politica, della sua credibilità, rende inutile qualsiasi sciabola.
Quello che si chiede a Veltroni è una missione impossibile. Perché dovrebbe essere capace di ricostruire fiducia e democrazia, dovrebbe poter essere governante nei fatti, perché dovrebbe poter ridurre d'imperio il numero dei ministri, ecc. E dovrebbe pure restare sindaco.
Evidentemente, impossibile con una politica imbizzarrita che si dedica a salvare la propria pelle.
(Salvo che Prodi riesca lui a fare la missione impossibile, assieme a uno scelto gruppo di guastatori: immolarsi per la causa suprema, portando da Napolitano un nuovo governo di 15 ministri, e in parlamento una finanziaria con incorporata una sostanziosa riduzione del numero di province - che per toglierle bisogna cambiare la costituzione).

Una missione impossibile, anche perché il messaggio di Veltroni, nella sua ostinazione dialogante, è l'esatto contrario dell'acredine chiusa ed egoista che sta travolgendo la pancia di questo paese: quell'acredine che spiega il successo delle risposte comiche e superficiali.

***
Cara Arianna, che hai riconosciuto con eccezionale perizia il mio residuo accento nordico, e che hai scritto una cosa bellissima che, giustamente, ci colpevolizza tutti, forse il motivo dell'insuccesso della fiaccolata in sostegno del popolo birmano non è un popolo della pace spompato e poco motivato in questa occasione perché troppo antiamericano.
Il motivo, forse, è che gli italiani, inclusi molti di quelli che ieri stavano a milioni dietro le bandiere arcobaleno, sono totalmente incattiviti, chiusi nel loro odio e rancore. E più il ceto politico non se ne accorgerà, più sarà peggio.

Ma forse, come mi ricorda sconsolato sama, forse è solo che sono proprio inetti...
 


13 settembre 2007

La rete, il Partito democratico, le democrazie possibili

Prima di cominciare, un accorato duplice invito:
  • andate subito sul sito del Patto con Walter è segnalate la vostra adesione (ed eventuali e ben accetti commenti)
  • usate il Ciclostile, in modo virtuale e fisico, perché c'è davvero bisogno che il 14 ottobre sia un successo.
Se avete un blog, il logo del patto e quello di ciclostile non dovrebbero mancare.

*************
Terminato lo spot, qualche parola per spiegarne i motivi. Non volevo parlare di ciò di cui tutti parlano in questi giorni. Mi sono limitato a commentare qui e qui.
Non voglio farlo neanche adesso, se non di striscio. Però temo che chi ha sostenuto inizialmente, me compreso, ciò che Kkarl dice benissimo qui non colga tutta la verità. Certo, quel blog non è un blog, e quella comunicazione è del tutto unidirezionale, di tipo broadcast, e nega quindi la logica fra pari della conversazione in rete. Per di più, è una comunicazione insopportabilmente basata sulla fama (precedente alla rete, peraltro) dell'uomo solo al comando.
Però attorno a quel blog la rete è stata usata, con i meet-up ed altro, da migliaia di utenti che hanno fatto conversazione e azione in rete. Ci piaccia o no.
Una cosa che il Partito Democratico non sembra affatto in grado di fare, visto quanto poco riesce tuttora a costruire di sincera comunicazione/conversazione politica partecipata. Vista la pochezza degli strumenti di social software messi in campo dai candidati alla segreteria il 14 ottobre.
E, soprattutto, vista la pochissima consapevolezza del problema di fondo: la crisi della democrazia rappresentativa, il rischio che sia sostituita da una falsa democrazia diretta, dal plebiscito, dalla delega al capo.

Non sento, dai nostri politici, una risposta all'altezza di questi problemi. Né, tanto meno, ascolto proposte concrete per lo sviluppo di quella democrazia partecipativa di cui ci sarebbe bisogno, e che tutti i partiti attuali si sforzano sistematicamente di negare.
L'idea del Partito Nuovo, che bene o male è il senso profondo e sincero della costruzione del PD, non può camminare davvero se non riesce da un lato ad affrontare la crisi di senso dei partiti e, dall'altro, a realizzarsi adottando strumenti e metodi nuovi di partecipazione politica.

Il Patto con Walter chiede a Veltroni di impegnarsi davvero su queste cose (leggete anche i dettagli qui).

Il Ciclostile fornisce strumenti operativi di propagnada per il 14 ottobre e, al tempo steso, può contribuire a creare una comunità di nuovi militanti, a metà fra il reale e il virtuale.


5 settembre 2007

Links for 2007-09-05

  • Prima di tutto, l'inevitabile e soddisfatto link al mio primo intervento su iMille, e alla sua versione Wiki emendabile
  • Poi, un bell'articolo di Beppe Caravita sul Sole 24 Ore, che dà qualche speranza sul nostro futuro energetico, confermando in qualche modo la logica di fondo di ciò che ho scritto per iMille
  • Ancora, una prima segnalazione del sito del candidato segretario del PD più unitario che ci sia: la candidata Bintronetta. Ci tornerò su a breve.
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3 settembre 2007

Le tasse di Veltroni

Ci sono molti motivi per sostenere Veltroni come segretario del PD, che vanno da tratti caratteriali alla sua capacità di unire, da idee belle come il patto generazionale, alla percepibile nuova attenzione all'ambiente, alla capacità di vedere le cose senza barriere ideologiche precostituite.
Ma c'è un tema, ahimè davvero importante, in cui Veltroni si sta dimostrando succube del pensiero unico pseudo riformista che impedisce alla sinistra riformista di essere davvero tale: le tasse.
Un tema in cui il tatticismo che spinge i nostri politici a seguire gli argomenti dell'avversario per acquisire consenso popolare può fare danni davvero totali, fino a perdere il senso stesso della differenza fra destra e sinistra, probabilmente in modo anche più grave di certe tendenze law and order che, in fondo, hanno un loro ben più solido motivo. Consiglierei comunque, a chi insegue con troppa foga i temi dell'avversario, credendo di conquistare consensi nell'area avversa, di ricordare la storia di Björn Engholm, e farne tesoro.
Non che Uòlter non si trovi in buona compagnia in questa deriva: Letta e Adinolfi, ad esempio, non sono certo da meno nell'avere in testa un qualche tipo di "stato minimo" ed, anzi, per cultura e pensiero probabilmente ci credono molto di più di quanto non ci creda Veltroni. Ma ciò, ovviamente, non è una gran consolazione...

Vediamo un po' meglio dentro questa questione.
Le proposte fiscali di Veltroni oggi vengono contrapposte alla condivisibile prudenza di Padoa Schioppa. Secondo quanto si dice, la differenza sostanziale fra i due è nel fatto che Veltroni dica che si possono ridurre le tasse subito e TPS che prima bisogna ridurre la spesa e poi le tasse, per motivi di equilibrio finanziario. Ma questo, perdonatemi, non è affatto rilevante: semplicemente, Veltroni può permettersi di fare il politico che blandisce le masse, e TPS è costretto a fare il solito prudente cerbero, richiamando con inevitabile realismo le difficoltà operative nella riduzione della spesa.
Tutti e due, però, danno per scontato - ed anzi Veltroni ne fa la premessa base dei sui dieci punti fiscali - che la pressione fiscale debba essere diminuita in Italia.
Ora, i dieci punti fiscali di Veltroni sono, ciascuno la sua parte, pure giusti e condivisibili, ma questa idea della riduzione della pressione fiscale è la rappresentazione plastica della sconfitta culturale della sinistra riformista in Italia, sotto l'attacco concentrico dei qualunquismi antistato di sinistra e di destra e dell'allucinante perdita di efficienza e tendenza all'irresponsabilità e al furto delle amministrazioni pubbliche.
La sinistra riformista dovrebbe infatti saper dire in modo chiaro e distinto quali sono i problemi dell'Italia, dal lato fiscale.
Primo: definire a quale livello di servizi statali (dalle buche nelle strade al welfare state) vuole posizionarsi l'Italia:
  • vogliamo evolvere verso il modello prevalente in Europa centrale (Francia, Germania, ...), dove a una pressione fiscale poco sotto al 45% corrispondono servizi sociali e stato abbastanza efficienti?
  • o vogliamo rinunciare anche agli scarsi servizi attuali, per ridurre le tasse ai livelli USA (poco più del 30%)?
  • o addirittura (utopia, utopia!) crediamo sarebbe magari utile aumentare il carico fiscale per avvicinarsi ai modelli scandinavi?
Dare per assodato, scontato e indiscutibile l'assioma secondo cui la pressione fiscale in Italia è eccessiva, è abdicare al ruolo stesso della sinistra, per il banale motivo che la pressione fiscale in Italia non è eccessiva, essendo in linea con la media europea e comunque inferiore ai paesi dotati di miglior welfare. E perché la sinistra si dovrebbe distinguere dalla destra, oggi, sopratutto in quanto pensa che la felicità di una popolazione sia correlata alla ricchezza di beni pubblici, di servizi sociali universali, di integrazione sociale e quindi di relativa uguaglianza distributiva, che solo uno stato sociale ricco ed efficiente può consentire. Ma se accettiamo l'idea della riduzione della pressione fiscale come totem, come facciamo a dire credibilmente che vogliamo pure uno stato sociale ricco e inclusivo?
Secondo: ed infatti, il secondo problema fiscale dell'Italia, come ben noto, è proprio che la pressione fiscale concentrata sui soliti noti, e l'enormità dell'evasione fiscale, comporta una colossale e del tutto involontaria redistribuzione del reddito che - probabilmente - va dai poveri ai ricchi o, nella migliore delle ipotesi, rende erratica e casuale qualsiasi politica volontaria di redistribuzione del reddito per via fiscale.
E quindi, piuttosto che concentrarsi sulla riduzione delle tasse, sarebbe stato più serio proporre una riduzione relativa a parità di pressione fiscale complessiva: tanta evasione recuperata, tanta riduzione corrispondente delle aliquote.

Quanto alle proposte specifiche del decalogo fiscale, anche qui purtroppo si vede una certa tendenza ad eludere il problema più duro, quello che è stato come al solito proposto in modo intempestivo, goffo e superficiale dalla nostra mitica sinistra "radicale", ma che è davvero sostanza: la difformità del trattamento fiscale della ricchezza finanziaria rispetto al reddito da lavoro, che è la controparte fiscale del mutamento dei rapporti di forza fra capitale e lavoro avvenuto negli ultimi venticinque anni.

Su questo, mi piace riportare un brano dall'ultimo illuminante libro di Silvano Andriani:

Un quarto di secolo di esperienze ci parla del fallimento della rivoluzione fiscale, cavallo di battaglia del neoliberismo. Le lunghe fasi di governi di destra in Usa coincidono con un’enorme crescita del deficit del bilancio pubblico e dell’indebitamento netto del paese sull’estero. D’altro canto, [..] non c’è nulla che dimostri la tesi sostenuta anche da istituzioni economiche internazionali, secondo cui una più bassa pressione fiscale di per sé aumenti la crescita. La verità è che in un paese civile le funzioni dello Stato non sono comprimibili oltre un certo livello, per cui una riduzione strutturale della pressione fiscale tende a tradursi in n aumento del deficit pubblico. Questo è evidente negli Usa dove una politica di bilancio particolarmente lassista si è sposata con le ambizioni imperiali; ma risulta anche nel caso inglese, anche se in una prima fase la riduzione della pressione fiscale fu bilanciata da un massiccio trasferimento di funzioni ai privati. Dopo di che, in seguito al grave deterioramento di alcuni servizi, dalla sanità ai trasporti, è iniziata una fase di rilancio della spesa pubblica che comporta una crescita sia della pressione fiscale che del deficit pubblico.
In molti paesi tuttavia, fra i quali anche l’Italia, si sono aperte brecce nel modello fiscale di ispirazione socialdemocratica; la breccia principale consiste nel trattamento sostanzialmente diverso per redditi da lavoro rispetto a quello per i redditi da capitale, differenza che rafforza situazione di vantaggio che il capitale ha sui lavoro in questa fase di globalizzazione. L’adozione di politiche fiscali d questo tipo rafforza la tendenza all’acuirsi delle disuguaglianze, già presente a livello di mercato, e pone non solo un problema di giustizia sociale, ma anche di efficienza dei sistema. Vale la pena ricordare che la critica più seria avanzata dal versante supply-side al modello fiscale socialdemocratico non riguardava, come ha dato a intendere la vulgata neoliberista, il livello globale della pressione fiscale, ma la conformazione del sistema fiscale e il suo impatto sull’attività produttiva e si riferiva soprattutto all’eccesso di progressività sui redditi da lavoro che può avere effetti demotivanti.
In molti paesi i redditi da capitale sono sottratti al criterio di progressività e sono in larga parte soggetti a una doppia tassazione in quanto sono tassati prima come utili delle imprese e poi come reddito delle persone; inoltre, in genere, le aliquote della tassazione sugli utili sono più pesanti di quelle sui redditi delle persone. L’impatto negativo sull’attività produttiva è dunque doppio perché tale sistema scarica il peso della progressività esclusivamente sui redditi da lavoro rendendola eccessiva e favorisce la rendita a scapito del profitto. Tale impatto negativo è aggravato nelle situazioni in cui, come accade in Italia, una parte conistente delle spese per l’assistenza è a carico non della fiscalità generale, ma della contribuzione sulle retribuzioni. Tassare gli utili delle imprese e una strada facile per i politici in quanto i cittadini, di solito, ritengono che quelle imposte non sono pagate da loro; ma i tratta, ovviamente, di  un’illusione ottica. La tassazione degli utili, diversamente da quanto si ritiene, anche a sinistra, non ha nulla a che fare con la giustizia sociale che ha senso solo se riferita ai redditi delle persone Gli utili, in un mercato efficiente, rappresentano il premio per l’innovazione e l’efficienza, la loro tassazione colpisce in misura maggiore proprio le imprese migliori. Una pesante tassazione sugli utili può inoltre scoraggiare investimenti dall’estero e favorire il dumping fiscale di altri paesi.
Un’ipotesi per uscire da tale stato di cose sarebbe abolire la doppia tassazione dei redditi da capitale eliminando, non come ha fatto Bush jr., l’imposta sui dividendi, ma eliminando l’imposta sugli utili delle imprese e stabilendo, nello stesso tempo, di includere nella dichiarazione dei redditi tutti i redditi da capitale in modo da ristabilire il principio di un trattamento fiscale uguale per tutti i redditi. Una tale misura può creare spazio per un aumento dei redditi dei lavoratori senza ridurre il ritorno sui redditi dei capitali investiti nelle imprese. Inoltre differenzierebbe sostanzialmente il trattamento dei redditi tra i piccoli risparmiatori e coloro nei quali si concentra la ricchezza finanziaria.
Un’altra linea di ragionamento potrebbe essere la seguente: i sistemi fiscali svolgono due funzioni, fornire i mezzi finanziari per il funzionamento dello Stato e redistribuire una parte del reddito tra i meno abbienti. La redistribuzione può essere calcolata e anche dove le politiche redistributive sono particolarmente spinte non supererà una certa quota del reddito nazionale. Queste due funzioni non possono essere totalmente separate, ma si può può pensare a una più netta specializzazione dei diversi tipi di imposta. Le imposte indirette potrebbero essere specificamente deputate a procurare la massa di entrate necessarie al funzionamento dello Stato. Questo, naturalmente comporterebbe che tutti contribuiscano nella stessa misura al funzionamento dello Stato: chi più consumerebbe più pagherebbe e comunque dalla proporzionalità dell’imposta deriverebbe un effetto redistributivo che potrebbe essere accentuato con la distinzione di due o tre aliquote sui i diversi tipi di beni [o dalla creazione di una tassazione specifica per il consumo di carbonio – aggiunta mia]. A una funzione essenzialmente redistributiva potrebbero essere invece deputate le imposte sul reddito e sui patrimonio.
Una tale scelta renderebbe selettive le imposte dirette quindi più facili da gestire politicamente e da controllare, riguarderebbero infatti le fasce di reddito medio-alto e alti, in quanto si può supporre che la massa dei cittadini che trova nella lascia di reddito mediana non dovrebbe né dare né ricevere dal meccanismo redistributivo. Le imposte su reddito dovrebbero trasferire reddito dai più abbienti meno abbienti e quelle sul patrimonio, imposta di successione ed eventuale imposta ordinaria su1 patrimonio, dovrebbero porre limiti alla concentrazione della ricchezza, trasferendola in parte dai più ricchi verso i meno abbienti.

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2 settembre 2007

L'inversione dei pesi e delle misure

E' davvero paradossale che tutto il discorso politico comune in Italia ruoti ossessivamente sui costi della politica, sullo scandalo dei privilegi dei parlamentari, sull'eccesso di sprechi nella pubblica amministrazione, sull'abolizione delle province.
Mentre se si alza e si allunga un po' lo sguardo sul mondo, su quello che è successo negli ultimi venticinque anni, il segnale complessivo è univoco, e ci dice che la politica (e la democrazia) è in sofferenza, schiacciata dallo strapotere dell'economia. E ci dice pure che lo scandalo vero è il costo del capitalismo finanziario predatore, il costo di una concentrazione di ricchezza per i finanzieri e i grandi manager, quello sì totalmente e immensamente scandaloso.
Ma, evidentemente, è tuttora più importante affratellare il popolo bue - dalla destra forcaiola di Feltri alla sinistra superficiale di Beppe Grillo - nella lotta furibonda contro lo stato e contro le tasse.
Leggetevi, per favore, questo lungo bellissimo articolo di Furio Colombo, che dice ben meglio di me qualcuna di queste cose.

(PS: per la cronaca, sono d'accordo con l'abolizione delle province, e avrei molte idee per cacciare i fannulloni dalla PA e risparmiare sui costi della politica. Ma mi rifiuto di vedere in ciò il problema dell'Italia e del mondo, e trovo semplicemente ignobili e scandalose le sparate della Confindustria contro le tasse)

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14 giugno 2007

Segnalazioni in rete

Grande movimento in rete attorno al nascituro PD, e grande movimento anche nella realtà. Se si dovesse giudicare dal numero e dalla varietà di iniziative in rete e di incontri fisici in corso in questi giorni un po' dovunque, si dovrebbe dedurre che il PD non è affatto quella fusione fredda di cui continua a favoleggiare la stampa. Ma già, la stampa ha ormai deciso che il centrosinistra è tracollato alle elezioni, che tutti lo abbandonano, e che i suoi dirigenti sono pure dei gaglioffi un po' immorali...

Quindi, oggi segnalo l'ambizioso e un po' accentratore portale per le primarie, e un blog personale nuovo di zecca e già pieno di osservazioni acute e un po' eterodosse sull'attualità politica.

Entrambi già nel mio blogroll.

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18 aprile 2007

Soddisfazioni

Leggendo l'ordine del giorno proposto da Centopassi per il congresso dei DS, non posso che considerarmi soddisfatto. Sostanzialmente, propongono qualcosa di tremendamente simile alla mia proposta di procedura per la Costituente. Va bè che pubblico in licenza Creative Commons, ma potevano almeno citare la fonte:-))


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22 febbraio 2007

Il disastro

Le dietrologie dicono che D'Alema ha fatto apposta a far cadere Prodi perché punta ad allargare la coalizione a Follini e Casini. E che i puri e duri hanno abboccato. Perché D'Alema è troppo intelligente e i puri e duri troppo cretini. Meglio sarebbe un D''Alema un po' meno intelligente, e meno cretini in parlamento.
Ma ho pure letto, via Torchiaro, che il colpevole sarebbe addirittura Fassino che si è fidato di Pininfarina, o  che forse era d'accordo con lui.
Penso siano tutte idiozie, e comunque cose irrilevanti. Che serviranno ad alimentare la nuova versione della favola di D'Alema come killer di Prodi, al fine di assolvere le responsabilità oggettive e storiche di una sinistra estrema incapace di concepire se stessa al governo.
Nei giorni precedenti il disastro, mi sforzavo di fare una riflessione approfondita sul partito democratico, sul pallore ideologico del Manifesto dei "saggi". Inseguivo anche Marx, e stavo cercando di capire cosa manca ai fondamenti di quel manifesto: manca il pensiero critico, manca la voglia vera di trasformare il mondo. Tutta l'idea del partito democratico soffre del rischio di immaginare il riformismo come buon governo dell'esistente. E ciò è al di sotto delle aspettative di una sinistra riformista e socialista, soprattutto in un momento storico in cui le contraddizioni del modello di sviluppo occidentale (capitalista o socialista reale, non importa) sono arrivate al punto di non ritorno a causa della crisi energetica e climatica - la crisi finale che si attendeva Marx, arrivata in un modo che Marx non immaginava né poteva immaginare.
Ma, purtroppo, nella sinistra che sogna Mussi, in quella sinistra unita cui ci invita Diliberto (che ha fatto eleggere quel furbo di Fernando Rossi), vedo ben poco del pensiero critico che ci vorrebbe, ma solo velleità di sana e consolatoria opposizione. E comunque, se per avere un briciolo di pensiero critico, di capacità di pensare a trasformazioni profonde, mi tocca semplicemente abdicare alla possibilità di governare, e devo per forza preferire l'opposizione per l'opposizione, devo consolarmi con tante belle manifestazioni di piazza che mi fanno sentire unito ed empatico coi miei compagni, mentre al governo gli altri provvedono a mettermela in quel posto; se mi tocca accettare tutto questo, allora preferisco digerirmi il pallido manifesto del PD e tentare di praticare gli spazi di riformismo di sinistra che si aprono all'interno del riformismo gestionale di un governo di centro sinistra. Fosse pure allargato al bel Casini.


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