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4 novembre 2010

Il PD fra fuffa programmatica e buone idee nei cassetti

Eccomi dunque impegnato in una personale colluttazione con le proposte programmatiche del PD, uscite dall’ultima assemblea nazionale.

Perché se diciamo che il PD non ha “il programma”, diciamo il falso. Ma se diciamo che ha un programma bello e efficace e ben comunicato, purtroppo, continuiamo a dire cose non vere. E perché non mi sembra corretto, come ho già detto, l’approccio renz-civatiano di far finta che il PD non ha alcuna proposta o alcuna linea. Come, peraltro, non mi sembra corretto l’approccio bersaniano di far finta che il problema del montante malcontento verso i perpetui sia liquidabile con “più rispetto” e “il rinnovamento lo stiamo già facendo”.

Con ordine.

In primo luogo, le proposte presentate sono parte di un work in progress,. come è giusto, e mancano ancora molti argomenti. Altri erano stati presentati nell’assemblea nazionale precedente (in particolare le proposte sul “diritto unico del lavoro” che richiederebbero un’analisi a parte che, per ora, tralascio).

Le proposte riguardano i seguenti temi:

  • scuola

  • agricoltura

  • riforma dello stato, autonomie e federalismo

  • fisco

  • immigrazione

  • mobilità

  • piccola impresa e professioni

Provo prima a darne un breve giudizio di dettaglio, per poi fare qualche considerazione di sintesi finale.


Scuola: su questo tema, il relativo forum ha lavorato bene e con evidente competenza. Proposte circostanziate sulla scuola dell’infanzia come chiave di volta anche per l’occupabilità femminile, un credibile piano sulla formazione, valutazione e reclutamento dei docenti, la loro stabilità nelle singole scuole (l’organico funzionale triennale), giuste idee sui livelli minimi di competenza. E, credo, giusto rifiuto “riformista” della scorciatoia della chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole. Una soluzione che da molti punti di vista ritengo affascinante per uscire dalle secche di una situazione che ormai rasenta l’assurdo, ma che forse genererebbe strappi e ingiustizie enormi. Così, la proposta dell’organico funzionale può essere un meccanismo per avvicinarsi ad una vera autonomia scolastica, senza però strappare troppo un ordinamento già sottoposto, negli anni, a stress micidiali.

Ciò che manca è però osare la proposta di riforma dei cicli che servirebbe alla nostra scuola. Quella riforma dei cicli che tentò Berlinguer e che, abortendo, ci ha lasciato solo il frutto negativo del 3-2 universitario. Ma che se fosse stata fatta anche nella scuola, forse avrebbe generato effetti positivi perfino nell’Università.


Agricoltura: poco da dire su questo. Si tratta di proposte tecniche per dare un po’ di aiuto agli agricoltori e perequare in qualche modo le ingiustizie governative a favore degli evasori delle quote latte, inserite in un poco di fuffa sulla filiera corta. Magari, se avessero consultato Petrini, di cui ricordo un luminoso “programma di governo” per il territorio e l’agricoltura di qualità, pubblicato su un vecchio numero di Micromega, sarebbero riusciti a dare una visione un po’ meno perdente del mondo agricolo...


Stato e federalismo: questo, forse, è il documento che più mi ha irritato. Prevale in modo drammatico la fuffa antigovernativa e la generica vulgata contro il “federalismo cattivo della Lega”. Ma capire quali siano le proposte di riforma dello stato e delle autonomie, per l’efficienza della spesa e per la riorganizzazione dell’articolazione territoriale  dell’Italia, è praticamente impossibile. E temo sia impossibile perché quelle proposte non ci sono, al preciso scopo di non scontentare nessuno degli amministratori locali ben rappresentati nel PD. Ora, io non sono appassionato dell’abolizione delle province (anzi, in qualche misura credo sarebbe meglio abolire/accorpare le regioni e tenerci le province), e non è questo che chiedo. Però, un partito riformista dovrebbe dire in modo specifico e credibile cosa vuole fare sui due problemi essenziali della pubblica amministrazione: (1) appunto la riorganizzazione e semplificazione dei livelli territoriali e dell’intrico delle competenze (2) la strumentazione, anche dal lato del diritto del lavoro, per rendere efficiente l’attività delle amministrazioni.


Fisco: al contrario del precedente, questo è un documento che fa quasi sognare, tanto è ben centrato, fondato su una solida analisi introduttiva (sulla progressività redistributiva delle imposte, sull’evasione fiscale, sulle potenzialità di un federalismo virtuoso, sul ruolo delle politiche fiscali per governare la crisi mondiale), e su proposte altrettanto circostanziate, concrete e ben articolate: la prima aliquota al 20% e il bonus figli e le detrazioni per il lavoro femminile, la semplificazione del fisco per le imprese, l’imposizione “verde”, la tassazione europea delle transazioni finanziarie.


Immigrazione: nel merito, le proposte sono ben argomentate e in parte anche ovvie. Si sa che sul tema c’è stata la polemica sulla cittadinanza a punti - che nel documento non c’è. Ma qui, sinceramente, non mi sento di dare troppo la croce al partito. La verità è che sulla paura dei migranti rischia di sfaldarsi l’Europa e, quindi, è davvero onestamente difficile riuscire a dire e fare una politica di sinistra e solidale senza se e senza ma - come si dovrebbe - senza aver paura di scomparire dalla scena politica, sconfitti dal razzismo strisciante.


Mobilità: una mia passione specifica da ciclista, come sanno i miei cinque lettori (i venticinque di Marco Campione per me son troppi). E una relativa delusione. Perché a fronte di cose giustissime scritte sul trasporto pendolare e sulla mobilità su ferro, in città e fuori, leggo la stessa timidezza mediatoria già segnalata a proposito del federalismo. Anche qui, parole confuse sull’autotrasporto (un discorso di verità passa per forza di cose dalla riduzione drastica sia del numero abnorme di imprese sia del numero abnorme di veicoli in marcia sulle nostre strade), e parole molto timide e troppo generiche sull’invece necessario radicale riassetto della mobilità e dell’organizzazione urbanistica delle nostre città ed aree metropolitane. E nulla di nulla su un piano di tranvie nelle grandi città, che sarebbe un modo sensato di copiare in modo virtuoso le migliori esperienze estere. E, infine, nulla sulla necessità di finanziare il TPL con una tassazione anche feroce sul trasporto privato (per fortuna, su questo c’è un accenno nel documento sul fisco).


Piccola impresa e professioni: un classico bersaniano nella parte “aiuti alle reti di impresa”, Industria 2015 e dintorni. Molto poco, invece, dal lato della liberalizzazione.


Considerazioni finali: da proposte programmatiche tematiche non si pretende la “visione”, la “narrazione” del futuro. E’ ovvio quindi che in queste proposte questi elementi non ci siano, almeno direttamente. Meno ovvio che non se ne trovi traccia nemmeno indirettamente, salvo forse qualcosa che si può intuire a partire da scuola e fisco. Insomma, sembrano in larga parte una serie di piccole proposte di riforma non connesse a un disegno generale. Manca un rapporto fruttuoso fra pragmatismo e visione.

Questo, temo, dipende sicuramente anche dal “metodo di produzione” di simili documenti in un partito; ciascuno affidato ai politici “esperti” del tema, senza efficaci e sistematici luoghi di discussione ed elaborazione condivisa. Ma soprattuto dipende da un difetto di coraggio nello stressare ogni proposta, nel sottoporla ad una verifica di “qualità dell’innovazione”. Mi chiedo: se su ogni tema l’approccio non fosse stato quello di raccogliere e sistematizzare le cose che già si sanno e si sono sempre dette (è questo l’effetto che fa, ad esempio, il documento sulla mobilità), ma piuttosto quello di fare un libero brain storming col preciso scopo di esercitare tutte le possibili forme di pensiero laterale, non si sarebbe avuto un risultato migliore e più originale? E quindi più “narrativamente” vendibile? E se ci si fosse preoccupati meno di certe “compatibilità” che fanno da sottotesto a certe proposte, non si sarebbero trovate soluzioni più utili per il Paese?


(ciò detto, come tutti ben sanno, criticare è facile, fare è molto più difficile. Che esistano questi documenti, che se ne possa discutere, è dimostrazione che il PD non è quel contenitore vuoto che la vulgata giornalistica ama dipingere  - aiutata peraltro dalla oggettiva incapacità di spostare l’agenda su questi contenuti da parte del PD)


Le immagini sul pensiero laterale sono tratte da Internet


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