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10 ottobre 2012

Perché sostengo Matteo Renzi

Insomma, è arrivato il momento di rispondere estesamente a chi mi chiede per quale motivo io sostenga Matteo Renzi alle primarie. Paolo Calisse su FB insiste a dire che, al di là di generici motivi come "il nuovo" o la simpatia, non si vede come si possa sostenere Renzi visto che non ha un programma. Su che basi, dice, si può scegliere fra Renzi, Bersani e Vendola? Dice, almeno Vendola un programma ce l'ha, anche se ben poco leggibile. Paolo ha linkato il programma di Obama, e dice che dovremmo imparare da lui.

Altri miei amici e compagni contestano in radice la scelta, quasi sempre sulla base dell'argomentazione che Renzi è un cavallo di troia della destra, o comunque uno che "spaccherà il partito".

*****

Provo a rispondere a tutti, cominciando da Paolo che, almeno su un punto, ha sicuramente ragione: Obama e il suo staff sono più bravi di Renzi (e di Bersani, e di Vendola….) a presentare il programma. Peraltro, Renzi (e Bersani, e Vendola) ha a disposizione credo un millesimo dei soldi di cui dispone Obama per la sua campagna e questo, forse, comporta qualche difficoltà in più. Ma non è questo il punto.

Il punto è che non riesco proprio a capire perché Paolo (e con lui moltissimi altri, poiché questa della mancanza del programma è una delle critiche più ricorrenti) continui a sostenere che Renzi non ha un programma. Da quel che capisco, l'argomentazione si basa sulle frasi iniziali e finali del programma pubblicato sul sito: all'inizio, si dice "questo non è un programma", e alla fine si dice che le proposte presentate nel sito sono aperte al contributo di tutti e il programma definitivo sarà presentato 15 giorni prima delle primarie. Ora, visto che "in mezzo" fra la prima frase e le frasi finali ci sono 12 proposte piuttosto dettagliate e sostanziose, e che proprio in basso sulla prima pagina c'è un rilevatore (e perfino ingenuo) "scarica il programma in pdf", è palese che la frase iniziale è lì per marcare la differenza con gli indigeribili programmi à la Vendola, e non per sostenere che non si propongano idee e soluzioni. E la frase finale è un omaggio - magari un po' demagogico - all'ansia di partecipazione dal basso che caratterizza i nostri tempi.

Ma, appunto, veniamo a cosa c'è in mezzo, le 12 proposte. Onestamente, molte di queste proposte sono assai circostanziate, dotate perfino di numeri e di simulazioni e indicazioni di fattibilità e di modalità di finanziamento. Cose spesso più precise e meno vaghe di quelle, ad esempio, proposte dalle elaborazioni ufficiali del PD (quelle presentate nelle 3 assemblee programmatiche di circa un anno fa). Ad esempio, le proposte 04 e 03 quantificano gli interventi rispettivamente su asili e su redistribuzione del carico fiscale e degli incentivi. E si potrebbe continuare con altri esempi...

E tuttavia, non è l'esame della singola proposta o il suo dettaglio fino alla realizzabilità "legislativa" che è importante in un programma. Paolo dice che la discussione su Obama si basava sulle sue priorità programmatiche ed è da quelle priorità che si deduceva che Obama è anche "nuovo", mentre nel nostro caso italiano si presume che Renzi sia "nuovo" a priori, a prescindere. Ecco, io contesto proprio questa affermazione. Certamente, i giornali e la deprimente semplificazione comunicativa - in un primo tempo, per l'evidente motivo di conquistare visibilità mediatica, solleticata e usata dallo stesso Renzi - hanno parlato per molto tempo solo della famosa rottamazione. Però, la lettura del programma, e l'ascolto dei discorsi di Renzi e, in parte, anche l'esame della sua pratica di governo a Firenze, forniscono un quadro ben più convincente. Il quadro, per l'appunto, che mi porta a dire che Renzi è "nuovo" perché ha priorità nuove e contemporanee, e le esprime molto chiaramente e in modo quasi sempre convincente.

Sgombrato il campo dall'osservazione ovvia che, al punto in cui siamo di degrado della politica, anche la necessità di rottamare buona parte della classe dirigente attuale è un dato di fatto, e Renzi è quello che garantisce di più il raggiungimento di questo obiettivo, vediamo le priorità chiave delle idee di Renzi.

Futuro, ossia politiche per i bambini, le donne, i giovani molto ben piantate nel reale: asili nido e politiche per l'infanzia e le donne (fiscalità di vantaggio), politiche del lavoro che combattano in radice l'attuale dualismo fra garantiti e precari (le proposte di Ichino assunte pienamente da Renzi sono fra le cose migliori del suo programma). Guardate che non è una cosa da poco, è proprio la chiave per capire la differenza dell’approccio di un politico finalmente contemporaneo, rispetto a quelli che, con grande onestà ma poca fantasia, continuano a ragionare in termini di categorie da rappresentare, dove per ogni categoria sociale o produttiva ci vuole la politica di settore, in modo da non scontentare nessuno (e non cambiare nulla, temo). Ecco, una caratteristica dei completissimi programmi di Bersani o di Vendola è proprio questa: una specie di “ma anche” veltroniano applicato a ciascun gruppo di interesse, cosicché deve esserci la politica per i pensionati, quella per i commercianti, quella per i piccoli imprenditori, quella per gli operai. Ciascuna diversa, e magari in contraddizione. Renzi invece chiarisce le proprie priorità. Dice prima le donne e i bambini, perché ritiene che è in questo modo che anche gli altri si possono salvare. Immagina un Paese proiettato nel futuro e non chiuso ad arrovellarsi nel passato. E sapendo che, proprio perché il futuro non sarà facile e l’Italia e l’Europa non saranno più il centro del mondo, occorre saper scegliere cosa fare prima.

Efficienza prima di tagli: nei suoi discorsi, Renzi ricorda sempre che la spesa pubblica italiana (e così la spesa per gli stipendi pubblici), in rapporto al PIL - tolte le pensioni - è più bassa di quella di altri Paesi più virtuosi, come la Francia o l’Olanda. Su questa base, individua correttamente il problema che non è quello di tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici, o di tagliare i dipendenti pubblici, ma quello di riorganizzare tutta la macchina della pubblica amministrazione e far lavorare i dipendenti pubblici per produrre finalmente servizi degni di questo nome. E’ sulla base di questo ragionamento, decisamente di sinistra in quanto assume come fondamentale il ruolo del pubblico, che sono poi articolate proposte di dettaglio per l’efficienza, il merito, la responsabilità dei dirigenti e, giustamente, anche la possibilità di licenziare e sfoltire dove non si produce.

Il modello italiano, con l’idea di puntare sui suoi asset di lunga durata, la qualità dei prodotti di eccellenza, la bellezza, il tessuto inventivo delle piccole e medie imprese. E soprattutto, con l’idea che per puntare su questi asset sia necessario farla finita con la mistica delle grandi opere, le solite autostrade – che costano tanto, hanno un moltiplicatore della domanda ridicolo, e peggiorano lo stato degli asset che davvero contano - e invece spendere per la manutenzione e le piccole opere (le scuole, il territorio, il trasporto locale, …..).

L’Europa. Su un’Europa democratica e federale noi a sinistra siamo d’accordo tutti e, certo, su questo aspetto non ci sono grandi differenze – non ci possono essere – fra quel che dice Bersani e quel che dice Renzi. Del resto, sono nello stesso partito… Però mi piace notare che anche in questo caso, la proposta di Matteo Renzi mette al centro le due idee dell’incremento dello scambio fra studenti e del servizio civile europeo. Due idee per “fare” gli europei di cui, mi sembra, c’è un gran bisogno.

*****

Veniamo alle altre questioni, quelle politiche politicanti. Renzi spacca il partito, si dice. Sommessamente, a me sembra più che altro che siano molti miei compagni a non accettare Renzi con una virulenza e quasi un odio degno di miglior causa. Un quadro del Partito Democratico, militante di quel partito dalla sua fondazione, eletto prima presidente di Provincia e poi al comune di Firenze, che governa il comune con un monocolore PD, è considerato un corpo estraneo da molti militanti del PD. C’è qualcosa che non va, mi sembra.

Qui, indubbiamente, Renzi ha un problema, perché la rottamazione dei dirigenti che hanno perso è stata interpretata da molti come rottamazione dell’intero partito. E, tuttavia, come ho già scritto, trovo che il livello di astio profuso contro Renzi sia anche il segnale di una profonda frattura fra la percezione della realtà di molti militanti e la situazione concreta del Paese.

Per spiegarmi, premetto una cosa, necessaria. Io non mi fido del tutto di Renzi, ho alcune riserve sul suo modo di essere e di fare, lo trovo sicuramente egocentrico e probabilmente accentratore. Penso perfino che parte delle idee che propugna siano scelte con cura al fine di costruire il consenso, non siano insomma cose che lui pensa davvero fino in fondo. Credo però che la sincerità delle sue intenzioni prevalga sul calcolo, e il coraggio politico che sta avendo abbia un grande valore nel momento presente. E penso che anche gli altri competitori non siano esenti da bei difetti – Vendola è affetto dal medesimo egocentrismo, Bersani tentenna fra voglia di liberarsi dei maggiorenti del partito e necessità di tenerseli cari e, soprattutto, resta ambiguo fra Fassina e Letta (polemica ridicola, peraltro, ma è un’altra storia).

Insomma, non è che il mio sostegno a Renzi sia incondizionato. Non l’ho sposato, e se non farà bene, gliene chiederemo conto.

Però, sono quasi certo che se il PD presenta Bersani candidato presidente del consiglio o – sorte non voglia – se le primarie le vincesse Vendola, ci ritroveremo con un PD piccolo piccolo e, nella migliore delle ipotesi, un governo Monti sostenuto da PD e UDC. Nella peggiore, un governo Monti con la grande coalizione o, peggio, con UDC e PDL (o quel che sarà). Se il candidato fosse Renzi, invece, ci ritroveremo con un grande PD – e per nulla spaccato – e un governo di centro sinistra guidato da un giovane ed inesperto leader che – io credo – saprà farsi aiutare anche da qualche sperimentato politico della vecchia guardia.

E sono convinto che i miei compagni sinceramente bersaniani e odiatori di Renzi non si rendono conto di ciò perché davvero – a forza di parlare tra loro – non si sono accorti che non c’è più tempo, se il PD si presenta nel solito modo non potrà che affondare con tutta la “vecchia” politica. La misura è colma, nessuno più fa distinzione alcuna fra politici di destra e sinistra, onesti o mascalzoni, e Renzi è forse l’unico che ha ancora qualche credibilità “là fuori”, fuori dal nostro circo di insider della politica. Certo, può anche essere che se continuerà il tiro al piccione Renzi, fatto di illazioni e attacchi feroci a ogni sua mossa, finiremo per bruciare anche lui. E allora, peggio per noi e meglio per Grillo e Storace.


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permalink | inviato da corradoinblog il 10/10/2012 alle 23:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 novembre 2010

Il PD fra fuffa programmatica e buone idee nei cassetti

Eccomi dunque impegnato in una personale colluttazione con le proposte programmatiche del PD, uscite dall’ultima assemblea nazionale.

Perché se diciamo che il PD non ha “il programma”, diciamo il falso. Ma se diciamo che ha un programma bello e efficace e ben comunicato, purtroppo, continuiamo a dire cose non vere. E perché non mi sembra corretto, come ho già detto, l’approccio renz-civatiano di far finta che il PD non ha alcuna proposta o alcuna linea. Come, peraltro, non mi sembra corretto l’approccio bersaniano di far finta che il problema del montante malcontento verso i perpetui sia liquidabile con “più rispetto” e “il rinnovamento lo stiamo già facendo”.

Con ordine.

In primo luogo, le proposte presentate sono parte di un work in progress,. come è giusto, e mancano ancora molti argomenti. Altri erano stati presentati nell’assemblea nazionale precedente (in particolare le proposte sul “diritto unico del lavoro” che richiederebbero un’analisi a parte che, per ora, tralascio).

Le proposte riguardano i seguenti temi:

  • scuola

  • agricoltura

  • riforma dello stato, autonomie e federalismo

  • fisco

  • immigrazione

  • mobilità

  • piccola impresa e professioni

Provo prima a darne un breve giudizio di dettaglio, per poi fare qualche considerazione di sintesi finale.


Scuola: su questo tema, il relativo forum ha lavorato bene e con evidente competenza. Proposte circostanziate sulla scuola dell’infanzia come chiave di volta anche per l’occupabilità femminile, un credibile piano sulla formazione, valutazione e reclutamento dei docenti, la loro stabilità nelle singole scuole (l’organico funzionale triennale), giuste idee sui livelli minimi di competenza. E, credo, giusto rifiuto “riformista” della scorciatoia della chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole. Una soluzione che da molti punti di vista ritengo affascinante per uscire dalle secche di una situazione che ormai rasenta l’assurdo, ma che forse genererebbe strappi e ingiustizie enormi. Così, la proposta dell’organico funzionale può essere un meccanismo per avvicinarsi ad una vera autonomia scolastica, senza però strappare troppo un ordinamento già sottoposto, negli anni, a stress micidiali.

Ciò che manca è però osare la proposta di riforma dei cicli che servirebbe alla nostra scuola. Quella riforma dei cicli che tentò Berlinguer e che, abortendo, ci ha lasciato solo il frutto negativo del 3-2 universitario. Ma che se fosse stata fatta anche nella scuola, forse avrebbe generato effetti positivi perfino nell’Università.


Agricoltura: poco da dire su questo. Si tratta di proposte tecniche per dare un po’ di aiuto agli agricoltori e perequare in qualche modo le ingiustizie governative a favore degli evasori delle quote latte, inserite in un poco di fuffa sulla filiera corta. Magari, se avessero consultato Petrini, di cui ricordo un luminoso “programma di governo” per il territorio e l’agricoltura di qualità, pubblicato su un vecchio numero di Micromega, sarebbero riusciti a dare una visione un po’ meno perdente del mondo agricolo...


Stato e federalismo: questo, forse, è il documento che più mi ha irritato. Prevale in modo drammatico la fuffa antigovernativa e la generica vulgata contro il “federalismo cattivo della Lega”. Ma capire quali siano le proposte di riforma dello stato e delle autonomie, per l’efficienza della spesa e per la riorganizzazione dell’articolazione territoriale  dell’Italia, è praticamente impossibile. E temo sia impossibile perché quelle proposte non ci sono, al preciso scopo di non scontentare nessuno degli amministratori locali ben rappresentati nel PD. Ora, io non sono appassionato dell’abolizione delle province (anzi, in qualche misura credo sarebbe meglio abolire/accorpare le regioni e tenerci le province), e non è questo che chiedo. Però, un partito riformista dovrebbe dire in modo specifico e credibile cosa vuole fare sui due problemi essenziali della pubblica amministrazione: (1) appunto la riorganizzazione e semplificazione dei livelli territoriali e dell’intrico delle competenze (2) la strumentazione, anche dal lato del diritto del lavoro, per rendere efficiente l’attività delle amministrazioni.


Fisco: al contrario del precedente, questo è un documento che fa quasi sognare, tanto è ben centrato, fondato su una solida analisi introduttiva (sulla progressività redistributiva delle imposte, sull’evasione fiscale, sulle potenzialità di un federalismo virtuoso, sul ruolo delle politiche fiscali per governare la crisi mondiale), e su proposte altrettanto circostanziate, concrete e ben articolate: la prima aliquota al 20% e il bonus figli e le detrazioni per il lavoro femminile, la semplificazione del fisco per le imprese, l’imposizione “verde”, la tassazione europea delle transazioni finanziarie.


Immigrazione: nel merito, le proposte sono ben argomentate e in parte anche ovvie. Si sa che sul tema c’è stata la polemica sulla cittadinanza a punti - che nel documento non c’è. Ma qui, sinceramente, non mi sento di dare troppo la croce al partito. La verità è che sulla paura dei migranti rischia di sfaldarsi l’Europa e, quindi, è davvero onestamente difficile riuscire a dire e fare una politica di sinistra e solidale senza se e senza ma - come si dovrebbe - senza aver paura di scomparire dalla scena politica, sconfitti dal razzismo strisciante.


Mobilità: una mia passione specifica da ciclista, come sanno i miei cinque lettori (i venticinque di Marco Campione per me son troppi). E una relativa delusione. Perché a fronte di cose giustissime scritte sul trasporto pendolare e sulla mobilità su ferro, in città e fuori, leggo la stessa timidezza mediatoria già segnalata a proposito del federalismo. Anche qui, parole confuse sull’autotrasporto (un discorso di verità passa per forza di cose dalla riduzione drastica sia del numero abnorme di imprese sia del numero abnorme di veicoli in marcia sulle nostre strade), e parole molto timide e troppo generiche sull’invece necessario radicale riassetto della mobilità e dell’organizzazione urbanistica delle nostre città ed aree metropolitane. E nulla di nulla su un piano di tranvie nelle grandi città, che sarebbe un modo sensato di copiare in modo virtuoso le migliori esperienze estere. E, infine, nulla sulla necessità di finanziare il TPL con una tassazione anche feroce sul trasporto privato (per fortuna, su questo c’è un accenno nel documento sul fisco).


Piccola impresa e professioni: un classico bersaniano nella parte “aiuti alle reti di impresa”, Industria 2015 e dintorni. Molto poco, invece, dal lato della liberalizzazione.


Considerazioni finali: da proposte programmatiche tematiche non si pretende la “visione”, la “narrazione” del futuro. E’ ovvio quindi che in queste proposte questi elementi non ci siano, almeno direttamente. Meno ovvio che non se ne trovi traccia nemmeno indirettamente, salvo forse qualcosa che si può intuire a partire da scuola e fisco. Insomma, sembrano in larga parte una serie di piccole proposte di riforma non connesse a un disegno generale. Manca un rapporto fruttuoso fra pragmatismo e visione.

Questo, temo, dipende sicuramente anche dal “metodo di produzione” di simili documenti in un partito; ciascuno affidato ai politici “esperti” del tema, senza efficaci e sistematici luoghi di discussione ed elaborazione condivisa. Ma soprattuto dipende da un difetto di coraggio nello stressare ogni proposta, nel sottoporla ad una verifica di “qualità dell’innovazione”. Mi chiedo: se su ogni tema l’approccio non fosse stato quello di raccogliere e sistematizzare le cose che già si sanno e si sono sempre dette (è questo l’effetto che fa, ad esempio, il documento sulla mobilità), ma piuttosto quello di fare un libero brain storming col preciso scopo di esercitare tutte le possibili forme di pensiero laterale, non si sarebbe avuto un risultato migliore e più originale? E quindi più “narrativamente” vendibile? E se ci si fosse preoccupati meno di certe “compatibilità” che fanno da sottotesto a certe proposte, non si sarebbero trovate soluzioni più utili per il Paese?


(ciò detto, come tutti ben sanno, criticare è facile, fare è molto più difficile. Che esistano questi documenti, che se ne possa discutere, è dimostrazione che il PD non è quel contenitore vuoto che la vulgata giornalistica ama dipingere  - aiutata peraltro dalla oggettiva incapacità di spostare l’agenda su questi contenuti da parte del PD)


Le immagini sul pensiero laterale sono tratte da Internet


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