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31 dicembre 2010

The Great Training Robbery

Studiare serve? In fondo, dietro ogni discorso pubblico di destra o di sinistra sull’istruzione e la ricerca, c’è sempre questa domanda.
Coerentemente con la politica di taglio della spesa per l’istruzione e la ricerca, il ministro Sacconi teorizza le virtù del lavoro manuale, dice che cattivi genitori spingono i figli a seguire percorsi educativi sovradimensionati rispetto alle richieste del mercato del lavoro. E così - è il sottinteso - ci troviamo con disoccupati intellettuali e importazione di manodopera dall’estero.
Il mantra di sinistra, al contrario, è che per competere nel mondo globale sia necessario investire massicciamente in istruzione e ricerca, e modificare il nostro mix produttivo verso l’economia della conoscenza. E così - è il sottinteso - si supererebbe quell’assurda situazione per la quale l’Italia è fra i paesi sviluppati quello con meno laureati eppure quello con più disoccupati intellettuali.

Ecco, io vorrei che si cambiasse radicalmente il piano del discorso, perché se si continua ad vedere l’istruzione e la ricerca solo per il loro vero o presunto “servire” l’economia, non si capirà il vero valore di queste due mitiche paroline.
Perché istruzione è essenzialmente il presupposto della democrazia e della consapevolezza e della possibilità di autodeterminazione degli uomini, e ricerca è ciò che fa l’uomo qualcosa di utile a se stesso.
E perché, quindi, una popolazione istruita e capace di ricercare sarà anche in grado di non offendersi a fare anche lavori manuali. E perché certe sapienze manuali e artigianali non sono affatto in contraddizione con la conoscenza e la cultura “libresca”.

E’ per questo, sopratutto per questo che la sinistra fa bene a ribadire il suo mantra. Che poi più istruzione e conoscenza possano anche essere utili per lo sviluppo, è vero solo a certe condizioni: mentre scrivevo la mia tesi di economia dell’istruzione, nel lontano 1983, mi capitò di leggere questo libro, che sostiene, con molte ragioni, che non vi è correlazione fra training e successo nel lavoro, perché è la domanda di lavoro che guida, non l’offerta. In fondo, si tratta di una tesi “keynesiana”: non bastano politiche dal lato dell’offerta per determinare un certo risultato in economia. Sarebbe bene ricordarsene.


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permalink | inviato da corradoinblog il 31/12/2010 alle 19:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


18 febbraio 2008

I 100 Campus: una risposta a Chiara

Chiara mi sollecita, nei commenti a questo post, un'opinione sulle sue - e di altri - perplessità su un punto del programma veltroniano, quello su scuola, università e ricerca. Sul social network del PD che Chiara cita ho risposto così:
Ho il sospetto che nella tua protesta sui "100 campus" ci sia un poco di mancata comprensione. Forse vale la pena di rileggersi integralmente il famoso ottavo punto del discorso. Perché in esso, prima di tutto, si dice che le proposte sono esemplificative di un disegno più ampio. Ma, soprattutto, per questi altri motivi concreti: 1) si parla di 100 campus universitari e scolastici, da ottenere anche e soprattutto riqualificando l'esistente: le parole precise: "Ci sono risorse non solo per riqualificare le strutture esistenti, ma per farne i luoghi più belli e accoglienti del quartiere. Scuole aperte il pomeriggio, con architetture nuove, attrezzature didattiche di qualità, strumenti tecnologici e impianti sportivi. Cento “campus”, universitari e scolastici, dovranno essere pronti per il 2010. Delle centrali di sapere per le comunità locali. Dei luoghi di formazione e di “internazionalizzazione” per i nostri ragazzi." Ora, mi sembra che tutti conosciamo lo squallore delle nostre scuole, i banchi tristi, gli arredi poveri, l'aspetto da caserma o carcere, l'acustica impossibile (forse la cosa più importante...). La scuola è un luogo di vita per i giovani. E gli studenti sono gli utenti della scuola, quindi la cosa più importante è servire gli studenti. E per di più, farebbe davvero così schifo ai professori poter lavorare disponendo non più di squallide e insufficienti "aule professori", ma di qualcosa di meglio? 2) e comunque, il terzo punto sottolinea l'impegno per i docenti, in termini di carriera (e quindi valutazione)  e formazione permanente 3) e, ancora, quanto agli investimenti per la ricerca, si nota giustamente che il problema non è tanto il livello dell'investimento pubblico (magari da rendere più efficiente), quanto riuscire a "costringere" tramite incentivi anche i privati a investire seriamente in ricerca.
In conclusione, in questo ottavo punto non c'è tutto, ma se ci fosse tutto torneremmo alle aborrite 280 pagine del programma dell'Unione. Però ci sono cose abbastanza credibili e, mi sembra, non campate in aria e, in più, una volta tanto un po' diverse dalla solita litania. Quanto ai concorsi nell'Università: in altre parti del discorso, e in altre dichiarazioni, Veltroni ha più volte affermato che bisogna modificare radicalmente i meccanismi di nomina (parlava dei dirigenti ASL e delle nomine di tipo "politico"), basandole su audit pubblico, verifica ecc. Piuttosto che accanirsi contro l'aspetto mediatico dei campus, forse è meglio, questo sì, sollecitare il nostro, e chi si occupa della materia nel PD, a fare un passo in questa direzione anche per l'università.


Sarà che ho i figli a scuola, ma di quando in quando l'atteggiamento perennemente scontento dei professori su qualsiasi proposta di politica scolastica che tenga conto più degli studenti che di loro stessi, mi da un po' di fastidio...

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