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18 aprile 2011

Due domande per la Finlandia

Mi piacerebbe tanto chiedere ai veri finnici a chi pensano di vendere i loro bei telefonini Nokia, quando, impedendo gli aiuti UE, avranno fatto fallire il Portogallo, la Grecia e magari la Spagna e, perché no, l'Italia. A forza di cieco egoismo, non ci vorrà molto per frantumare l'Europa, furura zona di triste declino economico e sociale.

Ma ho una domanda anche per noi, che ci siamo appassionati alle fantastiche performance del sistema scolastico finlandese, al suo modello a detta di tutti eccezionalmente efficace nella formazione di elevate competenze, chiave di volta del successo di quel paese. Non sarà che l'idea che la buona scuola sia maestra di cittadinanza e coesione sociale, forse è un'idea discutibiile, o comunque parziale? Non sarà che la scuola che forma grandi competenze non necessariamente forma cittadini consapevoli?


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17 marzo 2010

Tentiamo di occuparci di cose importanti

E' evidente che l'inchiesta di Trani dimostra ancora una volta quello che già sapevamo: che B è il conflitto di interessi impersonificato. E che tutti quelli che dicono che la televisione non determina i risultati elettorali sono dei poveri illusi.
E' evidente che la capacità di B di fare la vittima riporterà a votare per il PDL un bel po' di gente che, fino a ieri, aveva intenzione di astenersi, disgustata dal pasticcio liste e forse finalmente conscia dell'inazione del governo nella crisi.
E' evidente che non si può non attaccare B per i suoi sistematici attacchi a ogni libertà che non sia la sua, e prima di tutto alla libertà di informazione.
Ma è evidente che ogni volta che ci si concentra su B e B può fare la vittima, non ci si libera di B.

Insomma:

Ecco.
Tentiamo di occuparci di cose importanti, e magari riusciamo perfino a vincere le elezioni.


25 novembre 2009

La scuola istituzione

Mi ha colpito molto che Marco Campione, commentando un libro di Cominelli sul blog de iMille, fra molte osservazioni condivisibili ed intelligenti, dia per scontato che sia giusto che "le famiglie siano realmente messe nella condizione di scegliere" la scuola per i propri figli. Certo, Marco non approva l'idea del voucher monetario, ma il problema mi sembra che sia più di fondo. E mi preoccupa perché dimostra che il nostro modo di pensare, anche quando siamo animati dalle migliori intenzioni, è ormai informato da un solido strato di neoliberismo irriflesso.

Tento di spiegarmi.

Dietro l'idea della libertà di scelta individuale della scuola dei figli, da farsi in un mercato competitivo di scuole, c'è un'idea di società atomizzata, dove i corpi intermedi, le istituzioni non contano o contano poco. Qualcuno - nel modo più autonomo e indipendente - offre servizi. L'unica intermediazione che serve è solo di natura informativa o di blanda garanzia contrattuale (agenzie indipendenti di valutazione, molto simili alle agenzie indipendenti di rating dei mercati). Famiglie, immaginate come soggetti razionali dotate di informazione più o meno perfetta, scelgono la scuola "migliore". Il meccanismo di competizione tende a migliorare alla lunga tutte le scuole.
Ora, dovrebbe essere chiaro che un simile modello è fallimentare e ingiusto, anzi fallimentare perché ingiusto. E' un modello che, in certe condizioni, può avere interesse per l'istruzione universitaria o comunque post obbligo, ma non certo per la formazione di base, dove il problema di abbinare uguaglianza e merito è cruciale. E dove tra l'altro la territorialità del servizio e la composizione sociale stessa dei bacini di riferimento di ciascuna istituzione scolastica sono comunque direttamente parte del problema.
Ma, sopratutto, è un modello che rappresenta la versione pratica di una teoria sbagliata: quella secondo cui nel mondo moderno le istituzioni intermedie non servono più, perché è di norma sufficiente affidarsi ai contratti fra privati (ed infatti la disapprovazione del voucher da parte di Marco risulta debole nel contesto della "libera scelta"). Invece, io penso che un mondo che tenda alla giustizia assieme alla libertà, non possa fare a meno di solidi corpi intermedi, di scuola, sanità, welfare visti e vissuti come istituzioni e come soggetti terzi capaci di regolare i conflitti ben al di là di quanto istituzioni deboli e private come le agenzie di rating, ad esempio, hanno dimostrato di saper fare.
Insomma, un tempo si diceva che "in Russia i bimbi sono dello Stato". Non voglio assolutamente arrivare a tanto. E tuttavia, credo che sia compito dello Stato assicurare un'istruzione di base egualitaria e meritocratica, pur nell'opportuna autonomia gestionale ed organizzativa, e pur con tutte le flessibilità possibili. Credo anche che le famiglie, anche disponessero di informazioni perfette, non necessariamente sarebbero in grado di fare le scelte giuste e, in ogni caso, non è fino in fondo loro compito farle, queste scelte, perché ci possono ben essere obiettivi sovraordinati da raggiungere per una società coesa.

PS: non fraintendete. Come ho scritto nei commenti al post, nella nostra scuola ci vuole innovazione e direi rivoluzione, e molto coraggio liberale, ad esempio nel modo di gestire e riprofessionalizzare l'insegnamento. E nella necessità di investire in strumenti. Come giustamente dice Marco approvando Cominelli, non basta né tornare alla mitizzata scuola di Gentile, né immaginare la trita e ridicola scuola delle tre i...


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11 novembre 2008

Carta senza libri, libri senza carta

Più di due anni fa proponevo tre  possibili modi di riformare l'editoria scolastica, immaginando l'ordine diretto da parte delle scuole, il prestito sistematico, o il libro su Internet.
Il decreto Gelmini e la normativa collegata risolvono il problema (si fa per dire) bloccando il cambiamento dei libri per 6 anni, anche se non si capisce perché e in che modo questo dovrebbe ridurre la spesa per le famiglie. In più, dal 2011-12 solo libri scaricabili anche da Internet potranno essere scelti come libri scolastici.
Sull'Unità di qualche giorno fa, una documentata inchiesta sosteneva che questa soluzione porterà con buona probabilità al fallimento molti editori scolastici puri, per la felicità della Mondadori scuola - guarda un po' che caso. E Romano Luperini ci ricordava che, comunque la si voglia raccontare, il manuale scolastico è spesso l'unico libro che entra in molte case di italiani. Abolirlo e sostituirlo con dispense scaricate da Internet è, dunque, anche un modo per far scomparire l'oggetto libro da molte case.



Scaricare da Internet, in realtà, nell'immaginario e nella pratica collettiva di migliaia di giovani e meno giovani, equivale a scaricare gratis qualunque contenuto. Sia che si tratti di contenuti pensati per essere venduti, ma poi messi a disposizione tramite file sharing, sia che si tratti di contenuti nati e cresciti gratuitamente, come wikipedia, o come questo blog che state leggendo.

Sono anni che le major del disco combattono la pirateria in Internet. Sono anni che si discute di come riconoscere il diritto d'autore nell'epoca della rete e del file sharing. Che si discute del concetto stesso di pirateria. Tutte le persone sensate capiscono che la repressione pura e semplice è senza speranza, ed infatti piano piano ci si esercita su nuovi "modelli di business", da iTunes in poi. E stessa cosa, pian piano, sta avvenendo anche per i video e per la parola scritta.

Fino ad ora, sebbene la vendita on line si stia diffondendo, il volume di file scambiati gratuitamente è incomparabilmente maggiore di quello che passa per il mercato ufficiale. E, più della dimensione quantitativa del fenomeno, è la dimensione qualitativa che impressiona: nella cultura assolutamente dominante di chi usa Internet, scambiare file vie eMule e simili non è in alcun modo considerato un "vero" reato. E' piuttosto visto come la assoluta normalità, che non esclude infatti l'utilizzo contemporaneo del commercio elettronico legale. Come un comportamento assolutamente morale, in qualche modo un implicito risarcimento a quello che è visto come una vera rapina, quella che i padroni della musica fanno nei confronti dei consumatori e dei musicisti.

E così sembra che l'unica idea di business alternativa al gratis illegale sia il gratis illusorio dell'incorporare pubblicità: distribuisco musica (o più in generale contenuti) assieme alla pubblicità. Banalmente, è lo stesso modello dell'illusoria gratuità della televisione commerciale. Ma finanziare qualunque contenuto diffuso "gratuitamente" con le entrate pubblicitarie significa pretendere che la pubblicità abbia fatturati enormi, ossia che i prodotti pubblicizzati incorporino costi pubblicitari elevati. In breve: qualcuno può avere qualcosa gratis (la musica, ad esempio), a patto che qualcun altro (non necessariamente la stessa persona) paghi più del dovuto qualcos'altro. E, per di più, diventa molto poco trasparente il rapporto fra i valori reali delle cose. Appunto, così come molti credono che la televisione commerciale sia gratis, ora altrettanti credono che internet sia gratis. Anche a prescindere dalla pirateria.

Ed infatti, la proposta di dmin.it non sembra riesca a fare molta strada. Il problema è sempre quello di riuscire a riconoscere dei diritti d'autore che siano, appunto, diritti d'autore e non diritti di editore, e che non durino uno sproposito di anni.

In sintesi, il nocciolo della questione è sempre lo stesso: la possibilità di distribuzione tramite Internet distrugge potenzialmente il ruolo degli intermediari. Ma gli intermediari, ovviamente, si difendono.



Torniamo ai libri scolastici, allora. Il governo, con le nuove regole, blandisce il modernismo internettaro che aveva affascinato anche me. In fondo, i libri scolastici sono strumenti di lavoro, non "veri" libri. E allude all'idea che
gli editori di libri scolastici siano intermediari parassitari.
L'Unità ci dice che la realtà è più complicata, come al solito. Che gli editori non sono necessariamente intermediari parassitari, ma che svolgono una funzione di direzione ed organizzazione delle scelte, di stimolo degli autori, ecc. E ci ricorda che ci sono editori potenzialmente monopolisti, ed editori piccoli e in difficoltà con le nuove regole.

Luca De Biase, riflettendo sui giornali nell'era di Internet, usa dire che "il giornale non è la sua carta". Il giornale è la credibilità e l'autorevolezza di chi lo fa, è la comunità che gli cresce intorno, è l'insieme di opinioni che di modo di pensare che costruisce.

Forse, anche il libro scolastico "non è la sua carta", mentre credo passerà ancora molto tempo prima che si possa dire che il libro tou court non è anche la sua carta, il suo profumo, la sua fisicità.
E quindi, l'idea che i libri scolastici possano essere scaricati da Internet, magari a pezzi in funzione del percorso didattico deciso dal docente, non sembra in sé e per sé una bestemmia.

Resta però il dubbio che "scaricare" significhi anche stampare su carta. Più brutta, meno durevole, ugualmente costosa, ma con costi nascosti. Ugualmente inquinante. Carta senza libri, invece di libri senza carta.
Certo, anche nei libri, scolastici o meno, l'effetto della disintermediazione della rete prima o poi si farà sentire. I prezzi del vecchio mondo fisico non possono essere accettati nel nuovo mondo virtuale, sparisce tutta la catena fisica dei magazzini, dei distributori, del trasporto.

*****
Come spesso gli capita, questo governo annusa l'aria con notevole fiuto, riflette poco sulle soluzioni, butta là quella che sembra più semplice ed accattivante, meglio se favorisce il capo, e poi si vedrà. Intanto, si è data l'impressione di innovare.
Come è inevitabile, in questo moltiplicarsi di azioni piccole e grandi, qualcosa può perfino essere utile. Forse.


23 ottobre 2008

Tagliare, semplificare, ridurre, abolire, desertificare

...ma farlo con grande consenso, convincendo molti che in questo modo si castigano i fannulloni, gli ideologici professori, gli odiati psicologi. Perché l'istruzione è "un maestro, un libro" e basta, nella mente semplice e rintronata di messaggi semplificatori del popolo di Rete4.

Perché qualcuno possa capire meglio la sostanza di ciò che stanno combinando, copio qui sotto il resoconto dell'intervento di ieri di Albertina Soliani in Senato (grazie a Raffaele per la segnalazione)
.


*****

Legislatura 16º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 075 del 22/10/2008

 

RESOCONTO STENOGRAFICO  

Presidenza del presidente SCHIFANI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,02).

Si dia lettura del processo verbale. 

STIFFONI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.   

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato. 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.  

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,04). 
 

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la senatrice Soliani per illustrare la questione pregiudiziale QP7.

SOLIANI (PD). Signor Presidente, signora Ministro, colleghi, parlare di Cittadinanza e Costituzione, come fa l'articolo 1 di questo decreto, e metterne in discussione principi e valori negli articoli successivi, è il paradosso di questo provvedimento.

Come si fa a parlare dell'articolo 3 della Carta costituzionale, che proclama l'eguaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua - sottolineo, di lingua -, di religione, mentre si opera, con l'articolo 4 di questo decreto, una riduzione tale del tempo scolastico, degli insegnanti, delle compresenze, delle relazioni educative interne ed esterne alla scuola, da indebolire oggettivamente l'azione della Repubblica volta - è sempre l'articolo 3 - a rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza di cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana?

Perché la scuola è lo strumento formidabile per attuare questo articolo, per modificare le condizioni di partenza, per realizzare la mobilità sociale. Perché la scuola è la Repubblica. C'è un rapporto vitale tra la scuola e la Costituzione, che va ben oltre l'articolo 1 di questo decreto. La Costituzione si deve insegnare, si deve conoscere e si deve coerentemente praticare. L'articolo 4 del decreto, che introduce, vent'anni dopo, l'insegnante unico nella scuola primaria, in luogo della scuola a tempo pieno o con moduli articolati nel tempo e nell'insegnamento, istituita dalle leggi nn. 820 del 1971, 517 del 1977 e 148 del 1990, opera una drastica restrizione delle opportunità educative e di apprendimento dei ragazzi italiani.

Proprio perché taglia, smantella, riduce e restringe, questo intervento si configura come un attentato all'esercizio del diritto all'istruzione di cui debbono poter godere, secondo la Costituzione, i bambini di oggi nel nostro Paese. Questo è l'interrogativo sostanziale sulla costituzionalità di questo decreto. Parlo di quei bambini, di quei ragazzi a cui la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, inserita nel Trattato di Lisbona, all'articolo 24, si rivolge così: "In tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l'interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente", anche - aggiungo io - di fronte all'organizzazione scolastica. Questa è l'Europa che noi oggi siamo.

Quale scuola elementare si prepara ai bambini di oggi e di domani con questo decreto? Più inclusiva o meno inclusiva di quella di oggi? Più ricca o più povera di stimoli? Certamente più povera. Più povera di rapporti interpersonali, di mezzi, di cultura, di educazione, di qualità. Ogni tempo sprecato nell'infanzia o nell'adolescenza è una perdita o un ritardo per il futuro. Questa è la nostra responsabilità.

Guardiamo questo provvedimento con lo sguardo verso il futuro dei bambini di tre o quattro anni che frequentano oggi la scuola dell'infanzia, o di quella di sei e sette anni che frequentano la scuola elementare e chiediamoci: dà loro maggiori opportunità la scuola che esce da questo decreto e dai provvedimenti che lo accompagnano? Noi abbiamo il dovere in quest'Aula di rappresentare gli interessi dei bambini, perché vale anche per loro l'articolo 2 della Costituzione, che parla della solidarietà sociale. Li riguarda. E il citato articolo 24 della Carta europea dice che i minori, quindi i bambini e ancor più gli adolescenti, «possono esprimere liberamente la propria opinione. Questa viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità».

L'insegnante unico, ministro Gelmini, modifica la struttura della scuola primaria, che è tra le migliori del mondo, quella che ha consentito di più di rimuovere gli ostacoli di cui parla la Costituzione. È questo che si aspettano i bambini italiani oggi? Sa il Ministro che la solitudine del maestro unico, da solo di fronte ai molti problemi e di fronte al mondo, è insostenibile? Verranno poi da sé, immediatamente - perché altrimenti non si regge nella classe - le classi differenziate per immigrati e ragazzi con difficoltà; verrà l'assistenza dei doposcuola per i più poveri, in luogo della scuola, una bella scuola per tutti! (Applausi dal Gruppo PD). Sa, il Ministro, che una scuola più povera mette in difficoltà le famiglie e, in particolare, le donne, e che questo non è compatibile con la tutela accordata alle famiglie, appunto, dagli articoli 29 della Carta costituzionale e 33 della Carta dei diritti dell'Unione europea? Lo sa, il Ministro, che, secondo il recente rapporto della Banca d'Italia sulle economie regionali, le cause dei risultati insufficienti delle scuole del Sud non sono rappresentate dagli insegnanti, ma dalla mancanza di infrastrutture edilizie e dalla bassa condizione sociale ed educativa delle famiglie?

Sa, il ministro Gelmini, che la legge n. 148 del 1990, che istituì l'attuale scuola elementare, fu l'esito di un dibattito lungo e approfondito nel Governo, nel Parlamento, nella scuola e nel Paese, come ricorda oggi il Ministro della pubblica istruzione di allora, Sergio Mattarella? Sa, il Ministro, che la scuola dei moduli venne dopo i nuovi programmi del 1985, che, sotto la spinta dei cambiamenti sociali e culturali, ritennero motivatamente insufficienti nel mondo di 20 anni fa il maestro unico e le 24 ore settimanali? Sa, il Ministro Gelmini, che nel biennio 1987-1988 vi fu una sperimentazione sul campo, prima che la suddetta legge fosse varata, su 6.000 classi, nel primo anno, e su 21.000, nel successivo, con esito positivo, come registrò la Conferenza nazionale sulla scuola del 1990? Non dico che così si governava, ma dico che così si deve governare. (Applausi dal Gruppo PD). Chi ha raccontato al ministro Gelmini che la ragione di quella riforma è stata l'occupazione dei docenti? Non si mette mano alla scuola senza una memoria, senza una visione, soltanto per pura economia! (Applausi dal Gruppo PD).

In questi giorni, ministro Gelmini, è in visita alle scuole dell'infanzia di Reggio Emilia l'economista James Heckman, premio Nobel nel 2000 per l'economia, che, intervistato, ha detto che investire nell'infanzia porta un ritorno anche economico e che vi sono gli strumenti per dimostrarlo. Sull'investimento iniziale vi è un ritorno annuo valutabile nella misura del 10 per cento, superiore a certi investimenti sul mercato azionario dove il tasso di ritorno medio è dell'ordine del 6 per cento sul lungo termine. Nella situazione globale in cui ci troviamo, che non sarà così per tutta la vita dei nostri ragazzi, ciò di cui dobbiamo preoccuparci ora è pensare a investimenti, dice Heckman, in programmi per l'educazione dell'infanzia, in particolare degli immigrati, perché sarà quella che porterà il maggior ritorno economico. Questa è la visione, signora Ministro, alternativa a quella del Ministro dell'economia, il quale ha così sintetizzato la sua pedagogia sulla stampa: un maestro, un libro, un voto. Questa è la miseria del vostro programma: in realtà, a Tremonti la scuola non interessa; gli interessa far cassa per altri interessi e il ministro Gelmini, semplicemente, esegue.

Signor Presidente, infine, vi è un altro punto che vorrei evidenziare prima di avviarmi a concludere: l'articolo 5 del decreto determina quantità e contenuto dei libri di testo e mette vincoli precisi, stabilendo per quanto tempo debbano durare nella scuola quei libri di testo, ossia cinque anni. Per cinque anni, cioè, non si pensa a nient'altro rispetto a quanto è stato pensato quando si è stampato il libro di testo: e dov'è la libertà d'insegnamento sancita dall'articolo 33 della Costituzione? Possibile che il Governo non avesse altre strade per confrontarsi con gli editori e stabilire anche sgravi fiscali per le famiglie? Qui è accaduto che da un taglio di 8 miliardi di euro, semplicemente, si sia poi sviluppato un pensiero ideologico di grande portata (l'ha dichiarato il ministro Gelmini): cancellare 40 anni di storia italiana!

Non ricorda, signora Ministro, quante vittime può mietere un approccio di questa natura? Ecco perché, signor Presidente, questo decreto è lontano dalla nostra Costituzione. Ecco perché, in Italia, cresce la ribellione democratica, che non è - come ha dichiarato poco fa il ministro Sacconi, oggi presente in quest'Aula - frutto di una minoranza di presuntuosi o di una generazione di docenti cinica e ideologizzata.

Avete tentato di toccare la Carta costituzionale formale e il popolo qualche anno fa ha respinto il tentativo. Ma se si tocca la vita delle persone, delle nuove generazioni...  

PRESIDENTE. Per favore, si avvii a concludere, senatrice Soliani.  

SOLIANI (PD). Sto per terminare, Presidente.

Come dicevo, se si tocca la vita delle persone, delle nuove generazioni allora il popolo comincia a dire no, perché l'Italia non è disposta a vedere le nuove generazioni private della chance più importante per il loro futuro: l'istruzione. Perché questa, signor Presidente, sarà la generazione che per prima avrà meno istruzione delle precedenti e questo non è propriamente quello che prevede la Carta costituzionale.(Vivi applausi dai Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-Aut. Congratulazioni).


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18 febbraio 2008

I 100 Campus: una risposta a Chiara

Chiara mi sollecita, nei commenti a questo post, un'opinione sulle sue - e di altri - perplessità su un punto del programma veltroniano, quello su scuola, università e ricerca. Sul social network del PD che Chiara cita ho risposto così:
Ho il sospetto che nella tua protesta sui "100 campus" ci sia un poco di mancata comprensione. Forse vale la pena di rileggersi integralmente il famoso ottavo punto del discorso. Perché in esso, prima di tutto, si dice che le proposte sono esemplificative di un disegno più ampio. Ma, soprattutto, per questi altri motivi concreti: 1) si parla di 100 campus universitari e scolastici, da ottenere anche e soprattutto riqualificando l'esistente: le parole precise: "Ci sono risorse non solo per riqualificare le strutture esistenti, ma per farne i luoghi più belli e accoglienti del quartiere. Scuole aperte il pomeriggio, con architetture nuove, attrezzature didattiche di qualità, strumenti tecnologici e impianti sportivi. Cento “campus”, universitari e scolastici, dovranno essere pronti per il 2010. Delle centrali di sapere per le comunità locali. Dei luoghi di formazione e di “internazionalizzazione” per i nostri ragazzi." Ora, mi sembra che tutti conosciamo lo squallore delle nostre scuole, i banchi tristi, gli arredi poveri, l'aspetto da caserma o carcere, l'acustica impossibile (forse la cosa più importante...). La scuola è un luogo di vita per i giovani. E gli studenti sono gli utenti della scuola, quindi la cosa più importante è servire gli studenti. E per di più, farebbe davvero così schifo ai professori poter lavorare disponendo non più di squallide e insufficienti "aule professori", ma di qualcosa di meglio? 2) e comunque, il terzo punto sottolinea l'impegno per i docenti, in termini di carriera (e quindi valutazione)  e formazione permanente 3) e, ancora, quanto agli investimenti per la ricerca, si nota giustamente che il problema non è tanto il livello dell'investimento pubblico (magari da rendere più efficiente), quanto riuscire a "costringere" tramite incentivi anche i privati a investire seriamente in ricerca.
In conclusione, in questo ottavo punto non c'è tutto, ma se ci fosse tutto torneremmo alle aborrite 280 pagine del programma dell'Unione. Però ci sono cose abbastanza credibili e, mi sembra, non campate in aria e, in più, una volta tanto un po' diverse dalla solita litania. Quanto ai concorsi nell'Università: in altre parti del discorso, e in altre dichiarazioni, Veltroni ha più volte affermato che bisogna modificare radicalmente i meccanismi di nomina (parlava dei dirigenti ASL e delle nomine di tipo "politico"), basandole su audit pubblico, verifica ecc. Piuttosto che accanirsi contro l'aspetto mediatico dei campus, forse è meglio, questo sì, sollecitare il nostro, e chi si occupa della materia nel PD, a fare un passo in questa direzione anche per l'università.


Sarà che ho i figli a scuola, ma di quando in quando l'atteggiamento perennemente scontento dei professori su qualsiasi proposta di politica scolastica che tenga conto più degli studenti che di loro stessi, mi da un po' di fastidio...

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