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26 gennaio 2011

BAU

Ieri due autorevoli politici di sinistra, il presidente Obama e il presidente Napolitano, hanno parlato, in contesti ovviamente diversi, di competitività e crescita. Obama ha parlato anche di tagli alla spesa.


Si tratta di due fra i migliori politici in circolazione. Persone serie ed affidabili, e credibili. Entrambi hanno probabilmente molte ragioni, di consenso, di empatia con le speranze della gente, con il senso comune secondo cui se la torta da spartire non cresce, non ce n’è per nessuno.

Eppure, il mio sospetto è che l’inevitabile e comprensibile ripetizione di un mantra BAU come quello della crescita e della competitività sia una sconfitta grave. Perché competere significa vincere a scapito di altri. Perché crescere solo in beni materiali significa - e non è una impressione, sono dati statistici - perdere beni relazionali. Crescere solo in beni privati significa perdere beni pubblici.


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7 giugno 2010

Opinioni (quasi) meditate

Ora, dopo che le informazioni sono state date, mi sento di raccogliere qualche opinione più meditata sulla tristissima vicenda della Freedom Flotilla. Ecco qui una scelte delle cose più intelligenti che ho letto:

Prima di tutto il dialogo che Marina Morpurgo ha pubblicato, da cui traggo questo pezzo:

Mentre su tutto il resto ho idee vaghe, di una cosa sono abbastanza sicura, ovvero che non è il momento di fomentare la creazione di due campi ostili (pro-Israele contro-Israele), in modo magari da concentrarsi su un lato più inquietante della vicenda – ovvero il rinascere di sentimenti antiebraici in settori ampi della popolazione mondiale, e non più in frange isolate. Mi sembra piuttosto il momento di fare appello alla ragione, invece di continuare ad addossare agli “altri” difetti, torti, crimini, colpe. Questo genere di dialogo va avanti dal 1948, e si sono visti gli effetti che ha prodotto: un conflitto di estensione e durata eccezionale, mentre altrove situazioni altrettanto drammatiche sono state pacificate.

Poi anche questo brano di Gabriele Levy, sia pur tratto da una lettera troppo unilaterale che complessivamente non condivido affatto:

E quando mi ricordate della Nakba, la tragedia palestinese, vi prego, non scordatevi della nostra Nakba: circa 700 mila ebrei sono dovuti scappare negli anni '50 dai paesi arabi, dove venivano massacrati in pogrom ben organizzati. 
Io stesso sono figlio di un ebreo fuggito dall'Egitto. 
C'e' stato, tanti anni fa, un semplice e doloroso scambio di popolazioni. 
Ma gli ebrei immigrati in Israele si sono integrati nel paese. 
Invece i palestinesi sono sempre stati trattati, nella loro Diaspora, come un popolo da differenziare sempre. Ad esempio in Libano c'e' una legge per cui un palestinese non puo' possedere terre. 
Ed in Giordania stanno cacciando via migliaia di palestinesi. 
E nessuno dice niente. 
I palestinesi servono sempre. 
Servono ai dittatori arabi, che governano in maniera fascista il mondo arabo. 
Se gli arabi non avessero il nemico satanico israeliano, si renderebbero conto che il responsabile della loro miseria, economica e culturale, e' proprio colui che li domina da decenni; da Assad a Mubarrak, da Gheddafi a Ahmadinejad. Veri fascisti professionisti.

Le osservazioni di Giovanni, che ricorda che nel conflitto, più che "due ragioni", come diceva Fassino, si confrontano due torti:

Perché le due cose – che (molti dei) pro-palestinesi siano degli invasati, e che l’esercito israeliano sia quello con meno scrupoli in Occidente – non sono in contraddizione, anzi sono la perfetta descrizione di quello che succede in Medio Oriente. Da mezzo secolo.


Ancora, il bell'articolo di Guido Caldiron su Liberazione, che finalmente prova a fare i conti con quelli che qualcuno chiama pacifinti:
Chi abbia partecipato negli ultimi anni a una qualunque manifestazione a sostegno dei diritti dei palestinesi si sarà facilmente reso conto di come le “piazze della pace” siano cambiate lasciando troppo spesso spazio a tante, pericolose, voci di guerra. Che nelle mobilitazioni per la Palestina sia ormai più facile sentir pronunciare “Allahu Akbar” che non parole, magari dure, ma che parlano di “politica”, è sotto gli occhi di tutti. Che figure che poco hanno a che fare con la storia della sinistra e delle forze democratiche - come chi sostiene il “diritto alla ricerca storica” dei negazionisti alla Faurisson o firma interventi sui siti antisemiti - possano essere considerate parte del “popolo della pace”, è storia di questi giorni. Che la stella di David possa essere accumunata alla svastica per denunciare la deriva di Israele appartiene allo stesso repertorio, più volte esibito nelle nostre città.
Si tratta di fenomeni o figure isolate, di eccezioni che confermano la regola di una situazione altrimenti sotto controllo? Potrebbe darsi, se non si fosse contemporaneamente assistito ad un altro fenomeno, anch’esso evidente a tutti. Quelle piazze che si andavano riempiendo di slogan truculenti e di mortifere invocazioni religiose - come altro definire l’elogio del martirio, raccontato venerdì da “Liberazione”? -, si sono infatti progressivamente” vuotate dei pacifisti. Il popolo della pace non esiste più? O più semplicemente in tante e in tanti si sono stufati, spaventati, irritati di veder trasformare le loro battaglie in difesa dei diritti, per la libertà e contro la guerra - in Palestina, ma non soltanto lì - in una sorta di tragico scimmiottamento del conflitto, della sua lingua, dei suoi simboli?

E come conclusione, la conclusione operativa di Marina:

Questa è solo una lettera, che ho deciso di mandare ad alcune persone che stimo e/o che mi parevano più interessate. E contiene una proposta, ovvero che sarebbe molto bello se ognuno di noi, almeno per un periodo, si impegnasse in uno sforzo rivoluzionario.

Se è pro-palestinese andrà a fare le pulci ai palestinesi e al mondo arabo (il materiale non manca). Se è pro-Israele e anti-islamico andrà a vedere i fanatismi di casa sua – che non mancano. Dell’altro cercherà di vedere se c’è del buono (qualcosa c’è). L’esercizio potrebbe risultarci utile, male non farà, probabilmente impareremo cose nuove, anche se sarà più doloroso per le nostre coscienze.

Inoltre: evitare improprie allusioni al nazismo e all’olocausto, che oltre a essere ingiustificate creano rabbia (o panico). Evitare di linciare moralmente, screditandolo, chi sostiene tesi decenti in toni decenti e interlocutori, ma che non ci piacciono.


15 aprile 2010

Mozioni inquinatrici

Ho commentato qui la deprimente mozione inquinatrice approvata ieri al Senato, come al solito allargando un po' il discorso sul futuro (e ci tornerò appena ho tempo). 

In modo più analitico, anche Giorgio e Filippo ci sono tornati su con precisione. 

Confrontare la mozione del PD (respinta) con la ridicola e pericolosa mozione approvata dà un po' di fiducia nella competenza dei parlamentari del mio partito, e ci ricorda che davvero destra e sinistra non sono la stessa cosa.


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29 dicembre 2009

Gaza in Iran

Ora, lungi da me contestare che Gaza sia una prigione a cielo aperto. In proposito, penso che se Israele fosse così lungimirante da disinnescare quel perfetto brodo di coltura di futuri terroristi che è diventata quella triste regione, ne avrebbe solo vantaggi, oltre a fare opera di bene.

E tuttavia, mi chiedo se le centinaia di pacifisti che stanno manifestando in Egitto avrebbero fatto lo stesso e con la stessa foga se si fosse trattato di andare a sostenere l'onda verde iraniana


Oppure se, come al solito, tanta foga non sia purtroppo anche segno dell'eterno antisemitismo di sinistra.


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13 dicembre 2009

Questo cretino

Questo cretino, in una volta sola, ha fatto un favore a Berlusconi, ha ucciso sul nascere il movimento viola, ha garantito la durata del governo di destra. E ha reso platealmente evidente che Di Pietro è cretino quanto lui. E mi tocca pure compatire il cavaliere: non deve essere bello ricevere una pietra in faccia, per nessuno.

E nessuno cominci a dirmi che è un complotto, poiché la storia delle brigate rosse ci insegna che non c'è proprio bisogno di nessun aiutino alla "sinistra" (si fa per dire) per fare cazzate.
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Update: Beppe Caravita racconta dal vivo quanto successo in piazza, e fa utili riflessioni. E intanto si scopre che "l'attentatore" è uno con qualche problema. Forse, pur mantenendo valido il giudizio qui sopra, la cosa migliore è provare a sgonfiare 'sta cosa, magari evidenziando quest'altra, deprimente notizia.


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16 dicembre 2008

Lo stato delle cose

Vista la loro palese incapacità a non litigare, e la voglia di tutto il popolo di sinistra di vedere finalmente dirigenti coesi, e i sondaggi in picchiata, i nostri chiamarono Veltroni a fare il salvatore della patria. Uòlter, solleticato nell'ambizione di una vita e sinceramente convinto di poter porre delle condizioni e di poter fare finalmente anche in Italia il partito democratico americano che da tempo sognava, accetta e si imbarca nell'impresa.
Dato che è anche lui ceto politico, commette l'errore di utilizzare l'investitura popolare delle primarie non per puntellare il governo Prodi, ma per lanciarsi in impossibili accordi istituzionali con un esperto di bidoni come Berlusconi. Per una specie di nemesi della storia, commette lo stesso errore del Baffino della bicamerale e così permette a un Berlusconi attaccato da tutti gli alleati di risorgere e di mangiarseli in un sol boccone, i suoi alleati riottosi.
Le elezioni anticipate vanno come dovevano andare. La campagna elettorale di Veltroni è certo troppo solitaria, ma per certi versi geniale e piena di idee e di entusiasmo. Ed infatti il risultato nazionale è il migliore possibile nelle condizioni date.
Ma la disgrazia del ceto politico del centrosinistra è la distanza abissale dalla gente, cosicché di fronte all'impuntatura di Rutelli, nessuno è in grado di dire al Cicoria una cosa del tipo TSRAR (Tutto Salvo Rutelli A Roma). La sconfitta a Roma distrugge Veltroni o, meglio, segnala il "liberi tutti" del ceto politico peggiore annidato nel PD. Veltroni, pugile suonato non dal risultato nazionale ma da quello romano, non sa reagire in tempo. Invece di chiamare a se il popolo delle primarie, quando ancora era possibile perché l'entusiasmo elettorale e delle primarie era fresco, per governare il partito nuovo contro la nomenclatura dei dirigenti, accetta di sciogliere la sua segreteria di giovani, di formare il direttorio dei vecchi col bilancino delle correnti, insomma di farsi commissariare. Nella speranza di rifiatare e di tenere insieme il partito, il partito reale e solito, quello fatto dalla somma mai veramente sommata dei ceti politici di DS e Margherita.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I bei discorsi veltroniani, le sue idee di innovazione, di bella politica, di riformismo moderno, di rottamazione del petrolio e ambientalismo del sì, si fanno rapidamente vacua perorazione di fronte a un partito che si trasforma in pochi attimi in un insieme di bande di amministratori e in centinaia di militanti sempre più sconsolati e sbandati. Anche in questa sua seconda esperienza di segretario, Veltroni non ha saputo governare la macchina partito - un disastro in organizzazione, con idee brillanti ma che restano idee.
Le bande di amministratori poi, comportano anche un conto salato da pagare. La Magistratura, che non è mai stata di sinistra (come alcuni si sotinano a credere) neanche durante la prima mani pulite, in parte fa certamente bene il suo lavoro, in parte annusa l'aria. E l'aria - e l'impagabile faccia di tolla di Berlusconi- dice che la questione morale esiste solo nel PD.

Che questo comporti il travaso di voti verso il furbo Di Pietro in Abruzzo, è in fondo la cosa meno importante. Ciò che conta, è il crollo della partecipazione elettorale. Le persone, pur di non votare PD (e non solo), non votano. E non votano perché la credibilità di questo nuovo partito è irrimediabilmente persa. Almeno fino a quando non ci saranno facce davvero nuove a tutti i livelli.



Quando si dice che il voto non è più ideologico o di appartenenza, si dice una cosa vera solo in parte, perché c'è ancora molta gente che si rifiuterà sempre di votare a destra (e, dall'altra parte, che si rifiuterà sempre di votare a sinistra). Però chi sta a sinistra è disposto a non votare, piuttosto che dare un voto turandosi il naso come ha continuato a fare in questi anni. E però c'è davvero anche una quota grande di voto mobile, che cambia da destra a sinistra in funzione di fattori complicati e semplici al tempo stesso. Ad esempio, l'amministrazione comunale di Veltroni alla fine si è concentrata o è stata percepita come concentrata essenzialmente su due temi: cultura e spesa sociale - ossia sul doppio target "intellettuali" e "poveri". Non ha dato risposte visibili di vivibilità concreta per chi non è né povero né intellettuale, le risposte sule buche nelle strade, sulla manutenzione del verde, sulla vera trasformazione del trasporto pubblico, incluso il coraggio apparentemente suicida dal punto di vista elettorale ma sicuramente pagante nel medio periodo di azioni drastiche di chiusura del traffico. In cosa, un cittadino medio, avrebbe dovuto trovare così qualitativamente ed anche moralmente diversa una giunta di sinistra che non ti cambia la vita da una di destra?



E' paradossale il controtempo italiano rispetto al resto del mondo. A un mondo in movimento rapidissimo e caotico, da Obama in poi, si contrappone un'Italia stabilmente rassegnata alla dittatura dolce del berlusconismo e al declino della chiusura leghista. A un mondo che si affida ai giovani, si contrappone un'Italia paese per vecchi.

Ostinatamente, iMille si vedono il 20 dicembre per fare il punto su ciò che si può fare ancora. Speriamo bene...

_______
Una nota sulle elezioni abruzzesi. In questa tabellina ho messo a confronto i voti delle recentissime politiche con le regionali. L'ultima colonna riporta la differenza percentuale fra un voto e l'altro, e dice cose molto interessanti:
  • ha votato solo il 73% di quelli che ad aprile lo avevano fatto (ovviamente le due platee elettorali non sono esattamente le stesse, ma la distanza di pochi mesi rende la cosa sostanzialmente irrilevante);
  • il PD ha preso molto meno della metà dei voti che aveva ad aprile (41%);
  • l'Italia dei Valori ha preso oltre il 40% in più dei voti che aveva ad aprile. In un contesto in cui complessivamente ha votato molta meno gente, l'aumento assoluto di voti è effettivamente un risultato eccezionale. Per spiegare il quale non basta certo la presenza del candidato presidente.
  • Il PDL ha preso fra il 55 e il 70% (a seconda se si considera di fatto nel PDL anche "Rialzati Abruzzo") dei voti che aveva alle politiche: Chiodi non è stato eletto con la maggioranza assoluta dei votanti, ed è stato eletto da molte meno persone rispetto a quelle che ad aprile avevano votato PDL. Quindi non c'è nessuna valanga di consensi al governo Berlusconi e alla PDL, ma semplicemente c'è la scomparsa della sinistra e del centrosinistra.
  • Niente di nuovo sul fronte della sinistra estrema: ammesso che ci sia, il voto della sinistra radicale non torna all'ovile ma, al più, passa dal voto "utile" al PD al voto "moralmente utile" a IdV.

   regionali  apr-08 Variazione %
Pd  106.410   277.190 38,4%
Democratici      7.507
 
PD Totale  113.917   277.190 41,1%
Idv    81.557     58.036 140,5%
Pdl  190.919   344.129 55,5%
Liberalsocialisti      7.753
 
Rialzati Abruzzo    40.256
 
PDL Totale  238.928   344.129 69,4%
Mpa    18.040     13.373 134,9%
Udc    30.452     48.534 62,7%
La destra 9597     26.376 36,4%
Sinistra Arcobaleno    12.054 26.248  
     15.435
 
Totale sinistra radicale   27.489     26.248 104,7%
 

 
Totale votanti  605.104 827558 73,1%


20 ottobre 2008

Tre post da leggere

  • Luca De Biase riflette sul capitalismo e sul mercato, partendo da un libro, dall'Economist e da Braudel. Ci sarebbe bisogno che questa capacità di riflessione arrivasse un po' più lontano del suo pur molto letto blog.


2 ottobre 2008

Leggende sulla grande crisi. E magari anche qualche buona spiegazione...

Questo post di Raoul Minetti è importante per molte ragioni.
Primo, perché dice cose molto precise su certe semplificazioni giornalistiche e politiche e su certe leggende che facilmente si diffondono quando si scatena una crisi finanziaria globale come quella cui stiamo assistendo in questi giorni.
Secondo, perché rappresenta molto bene la posizione di chi, nella sinistra riformista, si è convinto di una visione del mondo nella quale il libero mercato, sia pur regolato, è comunque e sempre l'unica garanzia di sviluppo economico e, quindi, è sempre e comunque il presupposto intoccabile ed indiscutibile di qualsiasi politica.
Terzo, perché rappresenta perfettamente quanto la razionalità ristretta che caratterizza gli economisti dell'ultima generazione, rischia spesso di generare errori di prospettiva politica.
Quarto, perché mette in evidenza come la difesa "da sinistra" del libero mercato sia politicamente davvero un compito difficile, al limite del suicidio politico.


Provo a spiegarmi, prima entrando nel merito delle cose che dice Raoul, poi affrontando ciò che c'è dietro a questo merito, ossia le conseguenze politiche e di interpretazione del mondo. Abbiate pazienza, sarà una cosa un po' lunga, ma credo sia importante.

Raoul dice prima di tutto che non è colpa del modello USA di libero mercato, ma di una mancanza di regolazione. A supporto della sua tesi, fa un paragone con analoghe crisi bancarie occorse a paesi dotati di un ben diverso modello, come quelli scandinavi, campioni del welfare state socialdemocratico. Sarà anche vero, ma prima di tutto c'è una questione di dimensione e, secondo, non è affatto ideologico sostenere che il modello di libero mercato USA è stato governato in modo ideologico dall'era Reagn in poi - con brevi momenti in controtendenza. E' questo governo ideologico del libero mercato, che teorizzava ideologicamente e non sulla base di solide teorie scientifiche la totale deregolamentazione dei mercati, la correttezza scientifica di castronerie come la curva di Laffer, la riduzione delle tasse ai ricchi come mezzo per arricchire i poveri, che ha portato a indebolire i controlli e a gestire la finanza con quella disattenzione che Raoul considera la causa della crisi.
E, quindi, certo che non è colpa del libero mercato in sé, ma è colpa delle concrete scelte politiche e di potere che sono state fatte nella gestione del libero mercato. E questo è bene dirlo forte, mi sembra.

Poi, Raoul contesta chi trova il colpevole nella globalizzazione. Qui concordo praticamente con tutta la sua argomentazione, convinto come sono che la globalizzazione porti alla fine più vantaggi che danni. Salvo, di nuovo, osservare che la cattiva gestione delle crisi globali non può essere considerata un caso, ma il frutto di scelte politiche in cui c'è chi guadagna - e detiene saldamente il potere - e chi perde.

Infine, per Raoul non è nemmeno colpa dell'avidità dei rampanti uomini di finanza. Insomma, non è un problema morale. Anche qui, Raoul formalmente ha ragione. Figurarsi se basta l'avida cattiveria di un manipolo di giovani rampanti manager per mandare all'aria l'economia mondiale. Però, significherà pure qualcosa che fino a una trentina di anni fa, prima dell'attuale fase di globalizzazione, gli stipendi dei manager erano al massimo 50 volte quelli dei dipendenti, mentre ora stanno in un fattore che può arrivare fino a 500 a 1.
Anche qui, non è difficile trovare la spiegazione nel furore ideologico neoliberista che ha consentito di costruire un consenso enorme su questo assetto distributivo, ben nascosto dietro la cortina fumogena della ricchezza per tutti. I repubblicani che in questi giorni, sulla base di un facile populismo, lanciano strali sulla ricchezza eccessiva dei manager, e ricordano il nostro Tremonti che lancia strali contro il "mercatismo", forse farebbero bene a fare qualche piccola autocritica in proposito...

Affrontiamo dunque il secondo punto segnalato qui sopra, il mercato come presupposto indiscutibile dell'organizzazione del mondo e il terzo, molto legato, della razionalità ristretta degli economisti.

Adottare una razionalità ristretta significa, per me, selezionare un certo numero di assunti e di assiomi, e generare su tale base una serie di modelli tutti formalmente corretti, ma solo all'interno di quegli assiomi. E' il tipico modo di fare di molti economisti moderni. Molto utile per analizzare i dettagli, per capire il funzionamento di breve periodo dei mercati, per fare fine tuning di grandezze economiche, ma ben poco utile, ed anzi fuorviante, per capire la sostanza di fondo e di lungo periodo dei fenomeni.
E infatti, le osservazioni di Raoul mancano il bersaglio, restano in superficie e alludono ad una spiegazione immediata - la "disattenzione" delle autorità e degli operatori - perché si modellano sulla sola visione dei fenomeni economici immediati. E dimenticano:
  1. Che la crisi è economicamente figlia di una disgraziata concentrazione del reddito, che ha reso impossibile alla classe media USA conservare i propri standard di vita se non accedendo al credito facile. Su questo meccanismo, che è il meccanismo di fondo della presente crisi e ha ben poco a che fare con la finanza - la finanza è solo uno strumento, da questo punto di vista - rimando per brevità all'articolo che ho già citato di un economista che non ha usato la razionalità ristretta, e che spiega il tutto ben meglio di me.
  2. Che questa abnorme concentrazione del reddito è sostanzialmente identica a quella che ha preceduto la crisi del 1929.
  3. Che l'economia è immersa nel gioco delle relazioni sociali e di potere e nelle istituzioni, il ché rende di per sé l'eccessiva fiducia nel funzionamento teorico ed asettico del mercato una pia illusione - quando non una dolosa bugia.
  4. Che i fenomeni economici non avvengono nel vuoto di un mondo nel quale le risorse sono oggetti comunque plasmabili e indifferenti, perché ciò che conta è il gioco delle utilità e del mercato. Al contrario, l'economia presuppone l'esistenza di risorse fisiche da trasformare, in un processo che richiede energia e produce contemporanemente valore d'uso e di scambio e rifiuti ed entropia. E' per lo meno ironico che l'economia, che si autodefiniva scienza della scarsità, abbia totalmente dimenticato la reale, fisicissima scarsità delle risorse che deve trasfomare per produrre valore. Ora, continuare a pretendere di ignorare il vincolo delle risorse (è noioso che lo ripeta, ma ahimè è sempre una questione di EROEI) è a mio avviso l'altro elemento che ha portato alla crisi attuale, e che ne fa una crisi di qualità diversa da quella dle 1929. Quella, poteva essere vista come una crisi si crescita. Questa, temo o spero, proprio no.

Eccoci al punto finale. Difendiamo, da sinistra, il libero mercato. E' giusto, come erano giuste le politiche a favore dei consumatori e della concorrenza del buon Bersani. Ma non vediamo, per favore, il libero mercato - un modello da usare e al quale tendere per far funzionare certi e non tutti i meccanismi di produzione - come l'unico obiettivo della politica.
Sopratutto, cominciamo a proporre una politica diversa, ad affrontare il toro della distribuzione del reddito per le corna. Ritorniamo a parlare di giustizia sociale e uguaglianza, non solo perché moralmente lo troviamo giusto, ma perché economicamente una equilibrata distribuzione del reddito, meno persone che non possono onorare i loro debiti, rende più stabile e solido il sistema capitalista. Dopo l'ubriacatura del liberismo rampante non è proprio il caso di lasciare che la destra riesca ad ubriacarci con un novello populismo autarchico rampante. Molto meglio far capire prima di tutto di chi è davvero la colpa (non la "disattenzione", ma l'eccesso di concentrazione della ricchezza voluta dalle destre mondiali), e soprattutto, offrire una alternativa di speranza non basata sui muri ma sull'apertura al mondo e alla sua salvezza.

PS: sono certo che Raoul, in realtà, è almeno in parte d'accordo con quel che ho scritto qui sopra, come io sono in parte d'accordo con le cose che ha scritto. Solo che lui tende ad arrabbiarsi quando i non economisti fanno discorsi un po' troppo generici sull'economia, forse perché è troppo dentro a quel mondo, e così, nel mettere i puntini sulle i, a mio giudizio esagera. Io mi arrabbio quando gli economisti tendono a fare discorsi troppo chiusi nella loro tecnicalità, forse perché avrei voluto fare l'economista ma non ci sono riuscito, ma sopratutto perché mi piacerebbe che gli economisti di oggi ricordassero che i loro padri avevano ben altro approccio alla "scienza triste". Un approccio "sistemico", tanto che, per dire, Adam Smith scriveva di morale, e mi risparmio di citare Marx...


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30 luglio 2008

Confronti

Questo è il commento di Roberto Gualtieri.
Questo è ciò che, invece, pensa Federica Mogherini.
Il tema, il congresso di Rifondazione Comunista.
Per quel che conta, sto proprio decisamente e senza dubbio alcuno con Federica. E pure con Cristiana.


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28 luglio 2008

Un colpo ai fannulloni ed uno ai precari

Tanto per chiarire che questo governo, come ha scritto stamani Polito sul Riformista e come sembra ritenere anche il mio amico Fabio, fa cose di sinistra, dopo il grande successo coi fannulloni pubblici, si procede al castigo dei finti precari, che hanno avuto la colpa di farsi assumere con contratti a termine quando non c'erano i presupposti per farlo ed ora, orrore, hanno osato far causa a chi li aveva assunti.



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Comunque, ora che l'assenteismo nella pubblica amministrazione si è drasticamente ridotto (vedremo quanto durerà...), sono certo che gli uffici pubblici siano pullulanti di impiegati intenti a giocare con il mitico solitario di Windows: sarà prima o poi il caso di ricordare che l'assenteismo c'è perché le persone sono lavative e immorali, ma è reso possibile solo e soltanto dal fatto che quelle stesse persone non hanno nulla da fare, perché i loro dirigenti non sanno, non vogliono o non possono dargli lavoro.


30 giugno 2008

Semplificazione amministrativa per i padroni, complicazione per i lavoratori

Padroni e padroncini, professionisti e lavoratori autonomi d'ora in avanti godranno di alcune simpatiche semplificazioni:
  • non sarà più necessario gestire le transazioni sopra i 100 euro tramite un apposito conto corrente e con mezzi di pagamento tracciabili;
  • si potrà allegramente adottare la pratica odiosa ed illegale, ma difficilmente dimostrabile, della lettera di dimissioni in bianco (quella che si fa firmare alla lavoratrice all'atto dell'assunzione, in modo che, se per caso quella resta incinta, la si può licenziare senza difficoltà), perché la legge 188 è stata abrogata;
  • sono aboliti un po' di libri e di adempimenti a tutela del personale;
  • fra breve, si toglieranno un po' di controlli sulla sicurezza del lavoro.
Per i lavoratori pubblici, notoriamente fannulloni per definizione, invece, niente semplificazioni amministrative. Anzi, in quel caso si adotta una misura che ingolferà le strutture sanitarie pubbliche con montagne di scartoffie e genererà un infinito contenzioso: dopo dieci giorni di malattia consecutiva, o dopo due malattie in un anno solare, ulteriori malattie dovranno essere certificate da una struttura pubblica e non più dal solo medico di famiglia. Dato che è a tutti noto che le ASL non ce la fanno a seguire un simile numero di atti, si tratta con tutta evidenza di un accanimento burocratico. Appunto, complicazione amministrativa.

Ecco, il famoso decreto sulla semplificazione amministrativa e sulle misure urgenti di finanza pubblica, il fiore all'occhiello del nuovo governo, è tutto qui. Lo slogan della semplificazione è utilizzato per agevolare l'evasione fiscale, per togliere sicurezza al lavoro e per ridurre le tutele. Lo slogan della lotta ai fannulloni e dell'efficienza della pubblica amministrazione è utilizzato per colpevolizzare a buon mercato e vessare tutta una categoria. Utilizzando il noto principio della colpa collettiva, tanto cara alla nostra amata destra: qualche zingaro ruba, quindi tutti gli zingari sono ladri. Qualche impiegato pubblico è assenteista, quindi tutti gli impiegati pubblici sono assenteisti.
Però, se qualche piccolo imprenditore o qualche professionista evade le tasse, stranamente, non consegue che tutti evadono le tasse...

Mentre un po' tutti noi del PD ci balocchiamo con le nostre beghe interne, con il ricambio generazionale, o nella migliore delle ipotesi con l'inutile e già sconfitta indignazione giustizialista alla Di Pietro, lorsignori dimostrano qual'è la vera differenza fra destra e sinistra.

Sempre la stessa. Padroni e lavoratori. Ricchi e poveri. Ingiustizia e giustizia. Diseguaglianza e uguaglianza.


18 giugno 2008

Intellettuali organici

Ricordo i ponderosi articoli di Enrico Berlinguer su Rinascita. Ricordo, soprattutto, che su quella rivista, e anche altrove, la discussione politica si intrecciava con quella economica e culturale in ampi dibattiti in cui intervenivano tanto i politici di professione, quanto gli intellettuali più o meno organici e i tecnici di area.

Oggi, ci sono gli staff dei segretari, ci sono i think tank e le fondazioni. Ma tutti costoro lavorano in modo separato. I politici di professione si limitano a discorsi generici, non osano nemmeno entrare nel merito dell'elaborazione tecnica dei loro supposti intellettuali organici. Sono o pensano di essere professionisti della comunicazione e dell'immagine, e della gestione del potere. Non è più loro compito pensare, indicare la strada, immaginare il futuro ed esprimere una solida visione. Un'ideologia.

Gli intellettuali, da parte loro, producono proposte tecniche, senza speranza né volontà di incidere nel messaggio e nei valori che dovrebbero essere la sostanza della politica. E così, è difficile stupirsi se il PD appaia un partito non solo sconfitto ma, sopratutto, freddo.

Ancora di più, molti continuano ostinatamente a inseguire la favola del partito pragmatico, postideologico. Quella favola secondo cui per conquistare la maggioranza (ovviamente sfondando al "centro", il luogo della politica più inesistente al mondo), basta un programma ben fatto e la credibilità di chi lo propone, conquistata grazie al "merito".
E non si accorgono che la destra, in tutto il mondo e qui sopratutto, sta vincendo a mani basse proprio perché è schiettamente, coerentemente ideologica, e dà risposte e messaggi chiari e forti in termini di (dis)valori.

Karl Marx è stato ciò che è stato non perché ha scritto il Capitale o L'ideologia tedesca, ma perché mentre scriveva quei tomi li "vendeva" anche, facendo politica in prima persona. Non era un filosofo, era prima di tutto un politico.

Quanto a spessore e capacità di elaborazione culturale, oggi Walter Veltroni e Nichi Vendola sono sicuramente una spanna sopra i loro competitori nei rispettivi partiti. E, quindi, non c'è proprio da stare allegri.


14 maggio 2008

Vi siete accorti degli zingari?

La collega sposata e brava madre di famiglia che, quando il discorso cade sull'incendio del campo Rom a Napoli, fa capire di esserne ben contenta. Il collega romanista di sinistra di ramo grillino che, concordemente a sue precedenti battute su Vucinic, conferma il suo odio per gli zingari. La vicina di casa di sinistra che, parlando del giovane e maneggione candidato al Comune per il PDL, boss degli ambulanti romani, ne spiega la scarsa qualità morale facendo notare che viene da una famiglia di zingari ripuliti. Battute, sicuramente.
Però sono battute che mi ricordano esattamente quelle che di quando in quando sento sugli ebrei, anche dalle persone più insospettabili. L'eterno "per carità, io non sono razzista, ma certo gli ebrei sono proprio fatti a modo loro, e la lobby ebraica esiste eccome...". O la variante "di sinistra": "io non ce l'ho con gli ebrei, ma Israele è uno stato razzista".
Qui, dato che i Rom sono brutti sporchi e cattivi (il ché è certamente vero, tra l'altro) e non affascinanti come i palestinesi per la sinistra radicale, il discorso diventa più o meno: "per carità, io non sono razzista, ma quelli sono tutti delinquenti e quindi se ne devono andare". Ma, sotto questo tipo di discorsi apparentemente moderati, è già possibile sentire quelli più direttamente feroci, come gli urli allucinati di una donna napoletana, in un dialetto quasi incomprensibile, ascoltati in un giornale radio.

Gli assalti e le proteste di Napoli e Genova sono la perfetta dimostrazione che i propositi bellicosi del governo e la sollecitazione politica  della paura sono, come prevedibile, utilissimi a fomentare ogni razzismo latente nella nostra società.
Ma, soprattutto, sono la dimostrazione che questo razzismo già non è più latente, e non vede l'ora di emergere con forza, per poter castigare, reprimere e se possibile far sparire il diverso di turno.

Mi piacerebbe sentire anche una sola parola di biasimo, di preoccupazione, di solidarietà verso i Rom e i rumeni, da parte di questi dirigenti della sinistra resi afoni e improvvisamente accomodanti dalla batosta elettorale. Mi piacerebbe sentirli dire che magari la sicurezza non è né di destra né di sinistra, ma il rispetto per il diverso da te, la cura dei diritti umani fondamentali, la solidarietà e la compassione, quelle sì sono di sinistra e non di destra.




Ma dubito che li sentiremo dichiarare cose diverse da quelle dettate dal solito teatrino, intenti come sono a immaginare riforme istituzionali condivise e a scandalizzarsi a sproposito per qualche cretinata detta da Travaglio.

Spero che, almeno, i miei amici di Sinistra per Israele, per loro ben pratica esperienza in queste faccende, sappiano dire una parola.


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permalink | inviato da corradoinblog il 14/5/2008 alle 23:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


5 dicembre 2007

La risposta più facile

Alla fine, Bertinotti si sta apprestando, per la seconda volta in meno di dieci anni, a fare il favore supremo a Berlusconi. Il banana non era riuscito a dare la spallata a Prodi ed, anzi, aveva finito per frantumare il suo schieramento.
Ma ci sta pensando Fausto a dargli una mano (indubbiamente aiutato ampiamente dal comportamento degli estremisti di centro). Ed infatti, il Giornale di famiglia del banana oggi ha un titolo di puro e sincero ringraziamento:

Copertina del Giornale

Oh, io lo capisco il povero Fausto. Il suo partito non ce la fa più a reggere i mugugni di una base che è più seguace del celebre comico sessantenne che fa politica da un finto blog, che non del partito e dell'ideologia comunista o altermondialista. E quindi, come sempre, la cosa più facile da fare per rassicurare i suoi è ignorare la realtà, ignorare le cose concrete dell'effettivo governare, ignorare che - tanto per fare un esempio semplice semplice - nell'ultimo anno questo governo è riuscito a bloccare centinaia di cantieri abusivi e, per tale via, a regolarizzare più di centomila lavoratori e a recuperare miliardi di contributi evasi. Tutte cose che ci sogneremmo da un governo di destra. Tutte cose di sinistra e, davvero, dalla parte degli ultimi. Tutte cose che nel dibattito politico e nell'informazione corrente scompaiono, per far post a ridicoli nominalismi sullo staff leasing.
Ignorare il governo e il governare, consente di tornare al sogno dell'opposizione come condizione ontologica della sinistra.  Liberandosi del problema, vivendo meglio e in allegria la possibilità di lamentarsi, magari di scendere in piazza e fare bellissime e calde manifestazioni. Mentre il potere di rimettere lo scalone, di non fare i contratti, di distruggere l'ambiente e non fare un tubo per il disastro energetico e climatico che si approssima, lo lasciamo ben contenti agli altri.
Complimenti davvero, Fausto. Ancora una volta, stai dimostrando che affidare un partito comunista a un socialista massimalista quale tu sei, è stata una pessima idea. Fosse possibile, direi "ridateci Cossutta".


2 ottobre 2007

Un post messianico ed uno concreto

Su Pennarossa ho scritto un post messianico, su ciò che oggi mi sembra davvero più importante per il nostro futuro.

Ma non è possibile dimenticare la concretezza del presente, ed Alberto ci dà una guida completa per interpretarlo. Da leggere e portare nelle assemblee sui luoghi di lavoro.

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