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2 dicembre 2010

Dove stiamo andando

La Camera dei deputati è in vacanza, in attesa che Fini Casini e Berlusconi si accordino in qualche modo. Non credo ce la faranno, ma ci provano, purtroppo.
Intanto, mentre qualcuno lo diceva da tempo, altri finalmente si accorgono che nei file di wikileaks le cose importanti per l’Italia non sono le feste di Berlusconi, ma i suoi affari energetici con Putin, in contrasto netto con la politica americana e, quel che è peggio, con quella europea. Nabucco vs SouthStream, altro che festini a villa Certosa.
Nel frattempo, gli attacchi speculativi sull’Euro e sulle economie dei PIIGS sono stati provvisioriamente fermati dalla BCE con interventi diretti di acquisto del debito pubblico. Ma se i pusillanimi e filoliberisti governi d’Europa non faranno politiche all’altezza del problema, come quelle immaginate da Visco, il salvataggio risulterà solo provvisorio.

Non mi piace affatto l’idea di un “governo di responsabilità nazionale”, perché finirà per fare le solite politiche di austerità che non risolvono affatto i problemi strutturali italiani. E perché allontanerà per la millesima volta la possibilità di avere un decente governo di sinistra in Italia.
E tuttavia, non mi sembra tempo di elezioni anticipate. E non mi sembra che il PD sia nella condizione di salute necessaria per guidare una alternativa credibile. E allora, piuttosto di rivedere un rinnovato accordo Fini Casini Berlusconi, meglio un governo di responsabilità nazionale, fatto e guidato da tecnici.

Ancora una volta, la crisi energetica e finanziaria mondiale - che sono la stessa cosa - restringe gli spazi della democrazia, e rende un sistema democratico già in crisi sempre più incapace di dare risposte. E alla fine, mi tocca dire che quanto scrivevo assieme a Filippo nel lontano marzo 2003, continua ad essere maledettamente attuale.


15 luglio 2010

Responsabilità nazionale

La responsabilità nazionale, invocata oggi dal solito D'Alema che parla del governo delle larghe intese, rischia di portare alla definitiva sconfitta del PD, così come a suo tempo ha sconfitto il PCI.

Quel che balza agli occhi da questa intervista, è l'eterno ritorno dello stesso ragionamento fatto dal PCI fin dall'inizio degli anni '70, allora nobilitato dall'idea del compromesso storico. Ma, oggi, senza possibilità di alcuna nobiltà, visto che la controparte è il PDL, una versione se possibile peggiorata della DC di allora.

Il ragionamento, in breve, è questo: la crisi economica e morale svuota di credibilità il centro destra al potere, che non è in grado e soprattutto non è degno di governare. "Quindi" occorre un patto fra tutte le forze responsabili, incluso ovviamente lo stesso centrodestra nelle sue componenti "buone", per varare un governo di transizione che faccia le indispensabili riforme. Prima fra tutte, ça va sans dire, quella elettorale.


Ora, pur facendo esercizio di moderazione ed evitando di inveire contro D'Alema perché è D'Alema, vorrei provare ad osservare almeno alcune cose:

  1. Quel "quindi" non ha alcuna logica: se il centrodestra è strutturalmente pieno di ladri, di personaggi collusi con la mafia, di lobbisti di scarsa moralità, è evidentemente ben poco credibile associarlo a un governo virtuoso di qualunque tipo; inoltre, se all'epoca del compromesso storico il ragionamento di Berlinguer, con tutti i suoi limiti, aveva almeno un senso nella presa d'atto della situazione internazionale, dell'impossibilità del PCI in quanto partito comunista di governare un Paese delle NATO senza provocare contraccolpi o colpi di stato, oggi non c'è nessuna impossibilità per il PD di governare, non c'è nessun vincolo esterno che imponga soluzioni di "solidarietà nazionale".
  2. La storia degli ultimi quaranta anni dovrebbe averci insegnato che ogni volta che la sinistra fa il portatore d'acqua a governi di larghe intese, perde ulteriori consensi e consente alla destra di ripartire e riprendere l'egemonia, perché le politiche delle larghe intese sono sempre state politiche di sacrifici a senso unico. L'unica, parziale eccezione è stata l'esperienza del governo Dini, che però era certo un governo tecnico e moderato, ma non era un governo di larghe intese, bensì il governo del "ribaltone".
  3. Sperare che un governo di "larghe intese", in quanto coinvolge tutta la classe politica, consenta di fare le famose "riforme strutturali che fanno bene al paese ma sono impopolari" è nei fatti una pia illusione: un governo di larghe intese è per definizione un governo paralizzato dalle lobby e bloccato da veti incrociati.
  4. E infine, anche nella ipotesi teorica della massima collaborazione ed onestà da parte di tutti, dubito che sarebbe facile concordare su quali siano davvero queste famose "riforme strutturali che fanno bene al paese": una vera riforma del fisco? la tassazione patrimoniale delle rendite? la tassazione delle speculazioni finanziarie? la totale liberalizzazione delle professioni? l'abolizione delle prefetture invece delle province? l'introduzione di un reddito minimo di cittadinanza? il matrimonio per le persone dello stesso sesso?


Insomma. Smettiamola di baloccarci con questi sogni politicisti, pensioniamo finalmente questi dirigenti cresciuti nella cultura comunista che faceva dell'incontro fra le "grandi forze popolari" il centro della propria politica (con i pessimi risultati che si sono poi visti), e che ne danno oggi  una versione caricaturale - se non altro perché le "grandi forze popolari" non esistono più, e fa un po' ridere pensare all'incontro fra le "grandi forze" di Fare Futuro ed Italianieuropei.


E pensiamo a un programma, una politica, delle persone nuove per governare da sinistra questo paese.

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