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17 agosto 2009

La nuova ecologia politica


More about La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano

Un primo tentativo, ancora parziale e purtroppo con molti buchi logici, di uscire dalle secche della contrapposizione fra l'impossibile teoria della decrescita e l'illogica tendenza all'autodistruzione tecnologico/capitalista.

In qualche modo, mi sembra il primo tentativo di fondare un ambientalismo economico riformista, (do you remember l'"ambientalismo del si" di veltroniana memoria?) attraverso la ricerca di una sintesi fra il Georgescu Roegen teorico dell'entropia in economia, e l'Amartya Sen teorico della democrazia come chiave dello sviluppo umano.

Però, sebbene il discorso sul nesso fra democrazia e qualità dell'ambiente risulti assai convincente, resta non dimostrata la ragione per la quale basterebbero dosi maggiori di democrazia, di sviluppo umano e di migliore distribuzione del reddito, che porterebbero maggiori dosi di conoscenza e tecnica "buone", per risolvere il duro problema dell'entropia.

L'idea delle due frecce del tempo (una orientata alla distruzione delle risorse - la freccia dell'entropia), l'altra orientata alla ricostruzione del capitale fisico ed ambientale - la freccia della conoscenza umana) è certamente affascinante ma, appunto, è poco più di un'intuizione o una speranza.

Le parti migliori del libro sono la prima, in cui gli autori ricostruiscono pezzi della dottrina economica e dimostrano come solo la scuola neoclassica e neoliberista imperante ha ignorato di fatto il problema della finitezza delle risorse, e l'ultima, con un'appendice illuminante su certe manipolazioni statistiche ed una serie di scomode domande su Cina, India e democrazia.

Comunque, un libro che va letto, e sul quale bisognerebbe ragionare, perché mi sembra indichi una strada da percorrere


29 febbraio 2008

Fondamentali dell'ambientalismo

Ci sono due affermazioni speculari che circolano sempre più spesso nel dibattito su energia, clima e sviluppo. Sono entrambe idee che diventano senso comune, indiscutibile, per chi le adotta. E sono entrambe idee sbagliate, seppure apparentemente opposte.
E' importante capirle ed analizzarle, perché il passo avanti vero dell'ambientalismo del fare di Veltroni e del PD, è proprio in una impostazione che supera e vuole sconfiggere queste due idee.
La prima idea è che l'unico modo realistico di combattere il cambiamento climatico sia adottare un radicale programma di decrescita (più o meno felice). Il ragionamento sottostante a questa idea, che è una semplificazione delle analisi di Georgescu-Roegen trasformate in indirizzo politico da Latouche, è che l'aumento della produzione, la crescita del PIL, incorpora per definizione tanto un aumento di consumo energetico, e quindi di emissioni, quanto un aumento dell'entropia.
La seconda idea, opposta, è che, anche ammesso che il problema del cambiamento climatico sia davvero così grave, l'unica cosa realmente importante sia competere per assicurare abbastanza energia per continuare a far crescere il prodotto (senza crescita non c'è nulla da distribuire). In questo caso, si sostiene che sole ed eolico non sono che palliativi per gonzi, e si invoca a gran voce la solita panacea per tutti i mali energetici, il mitico nucleare qui e subito.
Quel che è singolare, è che anche questa visione parte dallo stesso assunto dell'altra: ogni aumento del PIL incorpora per definizione un aumento del consumo energetico.
Il fondamento di un possibile ambientalismo del fare è nella considerazione, del tutto corretta dal punto di vista economico, che non vi è una correlazione diretta ed obbligata fra crescita del PIL e crescita dei consumi energetici (e della Co2). In termini più generali, il valore prodotto non è in relazione diretta con la sua quantità fisica.
Se ne deduce almeno quanto segue:
  • si può lecitamente perseguire un obiettivo di crescita del PIL per avere più risorse economiche da distribuire, senza che ciò sia necessariamente in contraddizione con il vincolo ecologico e climatico;
  • tale obiettivo di crescita è però vincolato dal mix di input produttivi necessario ad ottenerlo: la politica ambientale deve fare in modo che il sistema riesca a fra crescere il valore senza far crescere (o anche riducendo) il consumo di risorse naturali;
  • ciò implica che il valore deve crescere sopratutto nelle attività immateriali, e che quindi è davvero essenziale la società della conoscenza;
  • ciò implica anche che il PIL non è più la cosa più importante, e che è fondamentale la misura dello sviluppo più che della crescita; ma che, al tempo stesso, senza tenere conto del PIL non solo non c'è crescita,  cosa di per sé non gravissima, ma non c'è nemmeno sviluppo, cosa questa sì grave;
  • e ciò implica anche che, naturalmente, per conseguire un obiettivo di crescita del PIL sostenibile, è anche necessaria una contemporanea dose di "decrescita", intesa come risparmio. Ma stimolare comportamenti virtuosi nelle abitudini di consumo è tutt'altra cosa che avere un atteggiamento sostanzialmente pauperistico, che propone un mondo frugale e un poco medievaleggiante;
  • e, infine, è evidente che continuare a pensare in termini di business as usual, a immaginare che l'unica cosa importante sia aumentare produzione fisica e consumo energetico a qualunque prezzo, è una pia illusione, che può essere proposta solo da personaggi sprovveduti che sperano di convincere persone altrettanto sprovvedute.
Ecco, l'ambientalismo del fare proposto da Veltroni è davvero un passo avanti, checché se ne possa dire, proprio per questa sua caratteristica di fondo: la capacità di individuare una risposta credibile e solida al problema ambientale senza sottovalutarlo, ma senza confondere valori e quantità, fisica ed economia, tenendo conto delle interrelazione fra questi due aspetti ma non facendosene vincolare in modo apodittico, in un senso o nell'altro.

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