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30 gennaio 2011

Guai a toccare il mattone

Ieri Alessandro Penati, nella sua rubrica sui mercati su Repubblica, attacca con notevole ferocia qualsiasi idea di patrimoniale, prendendosela con Giuliano Amato, che ne aveva parlato tempo fa, con il Veltroni del Ligotto 2 e con Pellegrino Capaldo che ne ha parlato sul Corriere. La ferocia dell’attacco nasconde però un’inconsistenza nel merito economico e, soprattutto, un’idea di fondo piuttosto deprimente del mondo e della politica.

Nel merito dell’argomentazione:

1) Si usa la tecnica di fare la caricatura delle proposte altrui.  Ad esempio, la patrimoniale ipotizzata da Veltroni è una imposizione straordinaria e provvisoria per i più abbienti e, soprattutto, non è proposta come la soluzione che da sola sia in grado di ridurre il debito, come vuole far credere il buon Penati. Ed anzi, la proposta di Veltroni punta molto all’efficienza dal lato della spesa (spending review su ogni capitolo ed ogni ente, ecc.).

2) Si sostiene con molta approssimazione che tassando la ricchezza dei molto ricchi si riduce direttamente il consumo e quindi la crescita, ignorando che una riduzione di una ricchezza molto concentrata non necessariamente si traduce immediatamente in una riduzione di reddito, e in particolare ignorando la diversa propensione al consumo di ricchi e poveri.

3) Non si prende nemmeno in considerazione la realtà complessiva di queste proposte. Se si guarda in particolare all’insieme di proposte fiscali del PD (e quelle veltroniane sono molto coerenti con quelle ufficiali per questi aspetti), si vedrà che esse ipotizzano in gran parte non un aumento ma una sostituzione di base imponibile, da spostare dal reddito da lavoro alla rendita (e al consumo energetico, ma questo è un altro discorso), e dai redditi/ricchezze più bassi a quelli più alti.


Ma sopratutto, c’è una questione di metodo e filosofia. Il ragionamento di Penati è da BAU e da mainstraem economico più trito per almeno due grandi motivi:

1) Guai a toccare il mattone in Italia. L’idea di tassare un po’ di più di quanto non si faccia la proprietà immobiliare è vista come una vera bestemmia “a prescindere”. L’idiosincrasia degli italiani verso chi gli tocca la casa, evidentemente condivisa dal Penati, è solo di poco inferiore a quella espressa quando gli tocchi la macchina, l’altro bene intoccabile e, come la casa, causa di gravi guai per il nostro bel paese. Eppure, come dimostra ad esempio questo studio, il settore immobiliare è proprio uno dei pochi nei quali i livelli di tassazione nostrani non sono così elevati....

2) in pratica, la tesi è che non si può fare niente perché la vera ricchezza patrimoniale (quella non immobiliare) non è tassabile perché è all’estero o chissà dove e troppo liquida. Ossia, la tesi è che la famosa globalizzazione è immodificabile, non governabile, non affrontabile. E’ così e basta, e l’unica cosa che si può fare è fare lo stato minimo e ridurre il welfare ecc. perché così vogliono “i mercati”.


3) Ossia, il pensiero profondo, certamente non detto, forse nemmeno chiaro all’autore che è sicuramente un riformista moderato pieno di buone intenzioni, è che il mondo farà pure schifo, ma non c’è alcun modo per renderlo un posto più vivibile: che la rendita del mattone continui pure ad essere la cosa migliore da fare, cosicché finalmente possiamo trovarci in una bella Italia tutta asfaltata, un deserto per i turisti. E che l’ingiustizia distributiva crescente continui pure allegramente a stroncare le nostre economie occidentali, che tanto - forse - prima o poi ci penseranno i cinesi a toglierci dai guai comprandoci. Se avranno motivo di comprarci, perché se nel frattempo l’Italia sarà un unico cementificio, avrei qualche dubbio in proposito.


18 settembre 2010

In sintesi

Ad Adro la nuova scuola è piena di simboli della Lega. Esattamente come facevano i nazisti. In Francia Sarkozy caccia i nomadi facendoli tornare a “casa loro” (ma se sono nomadi, hanno una casa in un posto?). Li deporta con metodi melliflui e un po’ di soldi e non con i vagoni piombati, ma li deporta. I libici sparano ai pescherecci italiani perché devono far capire che sparerebbero anche ai disperati del mare.


Nel frattempo, Veltroni rientra nella battaglia politica con una nobile quanto vaga lettera sul Corriere, al quale a stretto giro risponde Bersani su Repubblica. Seguono non so più quante interviste su primarie e dintorni, un pepato documento sui massimi sistemi di alcuni giovani sperimentati, che mischia allegramente dotte analisi e feroci contumelie, e infine un documento di Veltroni firmato da numerosi ex popolari non si capisce bene per quale motivo, interpretato dai più come la nascita dell’ennesima corrente per far le scarpe al segretario.


1 aprile 2010

Espelliamo D'Alema e Veltroni dal PD

Ieri dicevo "niente rese dei conti interne". I giornali di oggi ne sono già piene. Cristiana concorda con me: andiamo al sodo, lavoriamo a pancia a terra per il 2013, e niente rese dei conti inutili. Ma i giornali parlano solo di Veltroni e D'Alema. Io ero un veltroniano, continuo a considerarlo un'ottima persona e un notevole sindaco di Roma. ma, a questo punto, se li espellessimo entrambi dal partito, non sarebbe meglio?


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16 dicembre 2008

Lo stato delle cose

Vista la loro palese incapacità a non litigare, e la voglia di tutto il popolo di sinistra di vedere finalmente dirigenti coesi, e i sondaggi in picchiata, i nostri chiamarono Veltroni a fare il salvatore della patria. Uòlter, solleticato nell'ambizione di una vita e sinceramente convinto di poter porre delle condizioni e di poter fare finalmente anche in Italia il partito democratico americano che da tempo sognava, accetta e si imbarca nell'impresa.
Dato che è anche lui ceto politico, commette l'errore di utilizzare l'investitura popolare delle primarie non per puntellare il governo Prodi, ma per lanciarsi in impossibili accordi istituzionali con un esperto di bidoni come Berlusconi. Per una specie di nemesi della storia, commette lo stesso errore del Baffino della bicamerale e così permette a un Berlusconi attaccato da tutti gli alleati di risorgere e di mangiarseli in un sol boccone, i suoi alleati riottosi.
Le elezioni anticipate vanno come dovevano andare. La campagna elettorale di Veltroni è certo troppo solitaria, ma per certi versi geniale e piena di idee e di entusiasmo. Ed infatti il risultato nazionale è il migliore possibile nelle condizioni date.
Ma la disgrazia del ceto politico del centrosinistra è la distanza abissale dalla gente, cosicché di fronte all'impuntatura di Rutelli, nessuno è in grado di dire al Cicoria una cosa del tipo TSRAR (Tutto Salvo Rutelli A Roma). La sconfitta a Roma distrugge Veltroni o, meglio, segnala il "liberi tutti" del ceto politico peggiore annidato nel PD. Veltroni, pugile suonato non dal risultato nazionale ma da quello romano, non sa reagire in tempo. Invece di chiamare a se il popolo delle primarie, quando ancora era possibile perché l'entusiasmo elettorale e delle primarie era fresco, per governare il partito nuovo contro la nomenclatura dei dirigenti, accetta di sciogliere la sua segreteria di giovani, di formare il direttorio dei vecchi col bilancino delle correnti, insomma di farsi commissariare. Nella speranza di rifiatare e di tenere insieme il partito, il partito reale e solito, quello fatto dalla somma mai veramente sommata dei ceti politici di DS e Margherita.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I bei discorsi veltroniani, le sue idee di innovazione, di bella politica, di riformismo moderno, di rottamazione del petrolio e ambientalismo del sì, si fanno rapidamente vacua perorazione di fronte a un partito che si trasforma in pochi attimi in un insieme di bande di amministratori e in centinaia di militanti sempre più sconsolati e sbandati. Anche in questa sua seconda esperienza di segretario, Veltroni non ha saputo governare la macchina partito - un disastro in organizzazione, con idee brillanti ma che restano idee.
Le bande di amministratori poi, comportano anche un conto salato da pagare. La Magistratura, che non è mai stata di sinistra (come alcuni si sotinano a credere) neanche durante la prima mani pulite, in parte fa certamente bene il suo lavoro, in parte annusa l'aria. E l'aria - e l'impagabile faccia di tolla di Berlusconi- dice che la questione morale esiste solo nel PD.

Che questo comporti il travaso di voti verso il furbo Di Pietro in Abruzzo, è in fondo la cosa meno importante. Ciò che conta, è il crollo della partecipazione elettorale. Le persone, pur di non votare PD (e non solo), non votano. E non votano perché la credibilità di questo nuovo partito è irrimediabilmente persa. Almeno fino a quando non ci saranno facce davvero nuove a tutti i livelli.



Quando si dice che il voto non è più ideologico o di appartenenza, si dice una cosa vera solo in parte, perché c'è ancora molta gente che si rifiuterà sempre di votare a destra (e, dall'altra parte, che si rifiuterà sempre di votare a sinistra). Però chi sta a sinistra è disposto a non votare, piuttosto che dare un voto turandosi il naso come ha continuato a fare in questi anni. E però c'è davvero anche una quota grande di voto mobile, che cambia da destra a sinistra in funzione di fattori complicati e semplici al tempo stesso. Ad esempio, l'amministrazione comunale di Veltroni alla fine si è concentrata o è stata percepita come concentrata essenzialmente su due temi: cultura e spesa sociale - ossia sul doppio target "intellettuali" e "poveri". Non ha dato risposte visibili di vivibilità concreta per chi non è né povero né intellettuale, le risposte sule buche nelle strade, sulla manutenzione del verde, sulla vera trasformazione del trasporto pubblico, incluso il coraggio apparentemente suicida dal punto di vista elettorale ma sicuramente pagante nel medio periodo di azioni drastiche di chiusura del traffico. In cosa, un cittadino medio, avrebbe dovuto trovare così qualitativamente ed anche moralmente diversa una giunta di sinistra che non ti cambia la vita da una di destra?



E' paradossale il controtempo italiano rispetto al resto del mondo. A un mondo in movimento rapidissimo e caotico, da Obama in poi, si contrappone un'Italia stabilmente rassegnata alla dittatura dolce del berlusconismo e al declino della chiusura leghista. A un mondo che si affida ai giovani, si contrappone un'Italia paese per vecchi.

Ostinatamente, iMille si vedono il 20 dicembre per fare il punto su ciò che si può fare ancora. Speriamo bene...

_______
Una nota sulle elezioni abruzzesi. In questa tabellina ho messo a confronto i voti delle recentissime politiche con le regionali. L'ultima colonna riporta la differenza percentuale fra un voto e l'altro, e dice cose molto interessanti:
  • ha votato solo il 73% di quelli che ad aprile lo avevano fatto (ovviamente le due platee elettorali non sono esattamente le stesse, ma la distanza di pochi mesi rende la cosa sostanzialmente irrilevante);
  • il PD ha preso molto meno della metà dei voti che aveva ad aprile (41%);
  • l'Italia dei Valori ha preso oltre il 40% in più dei voti che aveva ad aprile. In un contesto in cui complessivamente ha votato molta meno gente, l'aumento assoluto di voti è effettivamente un risultato eccezionale. Per spiegare il quale non basta certo la presenza del candidato presidente.
  • Il PDL ha preso fra il 55 e il 70% (a seconda se si considera di fatto nel PDL anche "Rialzati Abruzzo") dei voti che aveva alle politiche: Chiodi non è stato eletto con la maggioranza assoluta dei votanti, ed è stato eletto da molte meno persone rispetto a quelle che ad aprile avevano votato PDL. Quindi non c'è nessuna valanga di consensi al governo Berlusconi e alla PDL, ma semplicemente c'è la scomparsa della sinistra e del centrosinistra.
  • Niente di nuovo sul fronte della sinistra estrema: ammesso che ci sia, il voto della sinistra radicale non torna all'ovile ma, al più, passa dal voto "utile" al PD al voto "moralmente utile" a IdV.

   regionali  apr-08 Variazione %
Pd  106.410   277.190 38,4%
Democratici      7.507
 
PD Totale  113.917   277.190 41,1%
Idv    81.557     58.036 140,5%
Pdl  190.919   344.129 55,5%
Liberalsocialisti      7.753
 
Rialzati Abruzzo    40.256
 
PDL Totale  238.928   344.129 69,4%
Mpa    18.040     13.373 134,9%
Udc    30.452     48.534 62,7%
La destra 9597     26.376 36,4%
Sinistra Arcobaleno    12.054 26.248  
     15.435
 
Totale sinistra radicale   27.489     26.248 104,7%
 

 
Totale votanti  605.104 827558 73,1%


28 aprile 2008

Impallinati

Rutelli perde e Zingaretti vince. E vedrete che anche i Municipi di Roma saranno a larga maggioranza a sinistra (già 10 su 19 al primo turno). Il ché significa solo che Rutelli era il candidato sbagliato. Era banale immaginare che si dovesse presentare un NUOVO candidato.
Ora scatterà il trappolone di D'Alema. Prima ha costretto Veltroni a candidarsi per salvare la patria, poi è stato ben contento dell'errore del candidato Rutelli  a Roma, ora lo impallinerà accusandolo anche di questo (e questa volta giustamente), farà fuori l'alleanza con di Pietro e proverà ridicoli inciuci con l'UDC, mentre farà grandi ponti d'oro alla sinistra arcobaleno, facendogli credere che con lui si riuscirà davvero a fare il grande partito della sinistra.

Ah, sapete perché hanno presentato Rutelli? Perché visti i bilancini interni DS Margherita non potevano presentare Zingaretti al Comune (ex DS), che avrebbe vinto, dato che toccava a un margherito, e Gasbarra non voleva e gli altri margheriti di Roma erano impresentabili.
Ma la cosa più deprimente è la totale mancanza di contatto con la realtà di un gruppo dirigente (tutto, da Veltroni in giù) che pensa di vincere a Roma con un Rutelli ormai odiato dai romani (a parte le leggende metropolitane sulla STA...). Bastava chiedere a qualsiasi militante di base di qualsiasi sezione cosa ne pensasse, chiunque ti avrebbe detto che era un autogol.
Non sapete quanta fatica ho fatto in campagna elettorale, quanto ho faticato a convincere che Rutelli però è bravo come sindaco, è un grande organizzatore, ecc. (ed è pure vero, ma non conta...). Il post qui sotto lo testimonia, del resto...

Uaho


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27 marzo 2008

Le mie domande a Walter

Stanotte è in corso un esperimento di dialogo in rete con Walter Veltroni. Le mie domande sono come sempre complicate, e nella marea delle domande che sono già arrivate, via La Stampa e via sito del PD, difficilmente saranno considerate. Comunque, eccole qua:

caro Walter, vorrei qualche risposta sulla politica ecologica ed energetica (ed economica, che è lo stesso) del PD:
  1. c'è un'offensiva sul ritorno al nucleare. Anche ieri su La Stampa Deaglio, che normalmente apprezzo, ci è cascato. Francia e Gran Bretagna hanno interessi specifici, ma NOI dovremmo sapere bene che l'uranio sta finendo (esattamente come il petrolio) e quindi il nucleare non è affatto una soluzione. Non sono contro la ricerca per la fissione o la fusione di IV generazione, ma non sarebbe il caso di dire chiaro e forte che, appunto, l'uranio sta finendo e salendo di prezzo, e quindi bisogna puntare tutto sulle alternative?
  2. perché nel programma del PD non si fa nemmeno cenno alla geotermia di terza generazione? L'Italia è l'unico posto simile all'Islanda, abbiamo giacimenti termici di profondità nei nostri mari e non li sfruttiamo. Siamo pure bravissimi nelle tecnologie di trivellazione, ma le usiamo stupidamente per estrarre sabbie bituminose o schifezze simili. Si potrebbe far rinascere la Campania con piattaforme of shore miste geotermico di profondità, eolico e solare. Un po' di fantasia non si può mai usare???
  3. Ultima domanda ecologico/economica. A sinistra va di moda la teoria della decrescita felice. E' una teoria interessante, che coglie nel segno quando dice che, comunque sia, la crescita quantitativa infinita non è possibile, ma sbaglia confondendo la crescita delle quantità con quelle del valore. Noi del PD siamo giustamente per la crescita dell'Italia, anche la crescita del PIL, perché senza crescita non c'è nulla da distribuire. Ma mi piacerebbe sentire una parola un po' più chiara e netta sul fatto che la crescita del PIL non è un obiettivo "a qualunque costo": il PIL deve crescere solo in valore e mai in quantità, aumentando la produttività e i beni immateriali, se non addio terra. Qualcuno lo può dire chiaramente?
E, poi, c'è la domanda collettiva posta da tutto il circolo PD Obama. Eccola:

Caro Walter, vogliamo chiederti cosa il PD vuole fare affinché:

# si garantisca, attraverso opportune politiche di gestione dell’infrastruttura e dei servizi di rete, sia l’accesso che lo sviluppo della rete a banda larga in Italia, sia la nascita di nuove imprese giovani e competitive che offrano servizi innovativi su tale rete

# la rete sia finalmente e rapidamente davvero utilizzata per trasformare la nostra obsoleta Pubblica Amministrazione e fornire servizi seri e rapidi ai cittadini

# il PD si spenda a favore del software libero e della libertà di scambio di contenuti in rete, trovando modi nuovi e meno stupidamente punitivi per difendere il diritto d’autore, e abolendo l’assurda ed inutile Legge Urbani

# il PD si faccia promotore di modifiche alla legge Gasparri e al decreto Pisanu, norme che impediscono lo sviluppo di iniziative di ‘condivisione dal basso’ dell’accesso alla banda larga

# il Partito Democratico, e la politica in generale, inizi a prendere sul serio la rete, a considerarla e a farne un luogo di vera partecipazione, discussione e deliberazione: insomma, che il PD sappia ascoltare e partecipare alla grande e nuova conversazione democratica della blogosfera, dotandosi di adeguate risorse, capacità e responsabilità per farlo. In tal senso ti chiediamo come dovranno essere inquadrati nel partito i circoli online come il nostro, e ci auguriamo che iniziative di incontro online come quella di oggi possano ripetersi spesso e con il risalto che meritano.

# Il PD metta in pratica al più presto quanto previsto nello Statuto riguardo al Sistema Informativo per la Partecipazione, che significa appunto trasparenza, democrazia on line, ed anche messa in rete di tutti i circoli, e non solo quelli on line (vedi anche http://imille.wikispaces.com/Il+Sistema+per+la+partecipazione )

Un ultimo consiglio personale: Walter, la rete è davvero la 111 provincia, una provincia attiva e piena di idee e risorse, che va frequentata e dove bisogna viaggiare per conoscerla bene. Ad esempio,le cose che ti chiediamo, come circolo on line, derivano da una lunga presenza in rete a fianco del PD (vedi qui: http://pattoconwalter.splinder.com)



16 marzo 2008

L'inversione delle parti

Comincio a pensare che questa strana inversione delle parti, con Berlusconi pessimista o quanto meno realista, e Veltroni che invita alla speranza e all'ottimismo del fare, sia un segnale molto profondo. Un segnale che ci dice che è purtroppo molto probabile che la rimonta di Veltroni non basterà ad invertire il risultato. Ma che dice anche che la sinistra ha un futuro.
Primo. Il Berlusconi pessimista è coerente con il messaggio generale dell'Italia al disastro, e del disastro imputato al solo Prodi. Ma, sopratutto, è coerente con la crisi di fiducia e la terribile paura di non farcela che sta prendendo un po' tutti gli italiani, con l'impressione di accerchiamento, dall'invasione degli stranieri alla paura della Cina, al dollaro in picchiata e alla crisi dei mutui.

Ancora una volta, il caimano dimostra una naturale empatia verso la pancia del paese. E questo lo fa fortissimo, proprio perché vecchio e privo di vera speranza, proprio perché abbarbicato al sogno protezionista di Tremonti. Proprio perché così simile al paese che rappresenta.
Secondo. Veltroni, con l'idea che l'Italia può farcela, se solo si ritrova fiducia nelle proprie capacità, rientra finalmente in sintonia con ciò che era sempre stata la sinistra, per definizione orientata al futuro e al miglioramento, dopo anni in cui la sinistra si presentava con l'aria un po' musona del risanamento finanziario. Ma questo messaggio lo costringe a buttare il cuore oltre l'ostacolo e ad allontanarsi forse troppo dal comune sentire depresso ed anche un po' cinico dell'italiano di oggi. Ed è per questo che la rimonta diventa davvero difficile: si attivano nuove energie ed entusiasmi, ma si richiede una fiducia molto alta, che puoi costruire solo col tempo e con una credibilità difficile da raggiungere in poco tempo.
Terzo. Però almeno, questa proposta ha il vantaggio di essere quella giusta per il futuro, qualunque sia l'esito delle elezioni: l'ambientalismo del fare, ad esempio, fatto di fiducia in un uso consapevole della tecnica, tutto il contrario di certo cupo pauperismo ambientalista, è certo preferibile alla soluzione impaurita dei novelli protezionisti di destra. I quali, come ci ricorda Beppe, dopo essere stati turbocapitalisti e finto liberisti, ora si rifugiano in impossibili dazi. 
Ecco, proprio perché la situazione economica mondiale è davvero difficile, quello che occorre è fiducia e innovazione, non paura e chiusura. Ma i tempi perché le persone lo capiscano e, soprattutto si fidino di chi glielo dice, temo non siano i tempi di una breve campagna elettorale.


15 febbraio 2008

Links for 2008-02-15

  • L_Antonio ci delizia con un'analisi perfetta delle "alleanze" del PD, fra Di Pietro, radicali e socialisti.
  • Sullo stesso tema, iMille sostengono l'importanza dell'accordo con i radicali. Non sono molto d'accordo, ma neache del tutto contrario. Nei commenti al post, poi, si è aperto un acceso dibattito sul liberismo, nel quale io faccio prevedibilmente la parte della "sinistra radicale" del PD. Quello che vorrei far capire ai miei interlocutori, ma non è facile perché non sono discorsi da commenti a un post, è che la contraddizione ecologica ed energetica mette in discussione qualsiasi soluzione semplicemente liberista ai nostri problemi. E che ciò non toglie che nell'arretrata Italia vi sia bisogno anche di un deciso e rapido shock liberista per aprire le porte alle nostre capacità competitive. Un "ma anche" veltroniano che è maledettamente difficile costruire se non si accetta l'idea che, oltre a stato e mercato privato, esista anche un altro "settore" fondamentale, quello dei commons, ed altri attori mai rappresentati, le generazioni future. Il libro di Barnes, certo schematico e forse semplificatorio, fornisce però una splendida ed entusiasmante traccia.
  • Da ieri Veltroni non è più sindaco di Roma. Quartieri ieri ha scritto un post molto bello sul significato concreto e per nulla di sola immagine della politica culturale di Uòletr. Speriamo di poter continuare così.
  • E infine, visto che di energia ho accennato poco sopra, ecco il link a milluminodimeno. Fra venti minuti si spegne tutto, incluso il computer.


5 gennaio 2008

Dalle parole ai fatti

A me Bassolino è sempre stato simpatico. E' perfino uno dei pochi politici che ha provato a bloggare con qualche senso del mezzo. E in passato ha davvero costruito un nuovo modo di essere di Napoli, e abbellito quella città.
Sono anche convinto - magari mi sbaglio, non ho alcuna prova - che tuttora sia fondamentalmente onesto. Però, è un dato di fatto che, a maggior ragione nell'ipotesi dell'onestà, non è stato capace di scalfire alcuno dei veri problemi di Napoli e della Campania. L'impotenza dell'amministrazione regionale e delle amministrazioni locali campane a risolvere l'orrenda questione della monnezza non ha scusanti: se sono camorristi o collusi, vanno cacciati. Se sono onesti, sono incapaci e vanno cacciati lo stesso.
In breve, Bassolino si deve dimettere. E in fretta.
E mi piacerebbe tanto che il nostro Uòlter, come segretario  nazionale dello stesso partito di Bassolino, lo convocasse - convocasse tutto il partito della Campania - e gli dicesse molto bonariamente, come sa fare lui: "Caro Antonio, hai un'età, hai fatto cose buone in passato, ti siamo tutti grati per questo. Però ora sei diventato un problema per tutta la sinistra, e in ogni caso nel nostro nuovo partito democratico ho la ferma intenzione di introdurre la nuova usanza secondo cui chi sbaglia paga, e si dimette. E tu, sui rifiuti hai sbagliato davvero troppo. Anche perché il PD non è il partito dei perpetui".

Sarebbe davvero importante, perché se non si passa rapidamente dalle parole sulla bella politica ai fatti di una buona politica, il PD perderà molto rapidamente qualsiasi credibilità.

Update: leggete questa proposta. Questo si dovrebbe fare, questo dovrebbe proporre un governo degno di questo nome.


18 dicembre 2007

Strategie per far fuori il PD nella culla

Con grande buona volontà interpretativa, e non senza ragioni di merito, Filippo argomenta sul fatto che il brano sulla laicità della bozza del manifesto dei valori del PD non è così clericale come lo si è voluto dipingere.
Concorderei volentieri, molto volentieri. Studio con interesse, e non da ora, la dottrina sociale della chiesa, e vi scorgo moltissime cose interessanti ed utili. Molte cose che possono servire a lottare contro gli aspetti iniqui della modernità.
Concorderei volentieri, se con il voto sul registro delle unioni di fatto ieri a Roma, non si fosse toccato con mano che non di sottili disquisizioni e di letture serie e complesse della realtà delle religioni si tratta, ma solo di un "arrampicarsi sugli specchi" per lasciare che il PD sia preda, nei fatti, di una triste deriva clericale.
Perché consentire a due omosessuali di firmare su un registro pubblico per dire che vivono insieme non è una scelta "eticamente sensibile", ma una cosa ovvia, pacifica, importante perché riconosce dei diritti, ma i sé e per sé talmente banale da essere perfino un po' scema. E se di fronte a una cosa del genere la gerarchia vaticana e la CEI, il vecchio Ruini e la Binetti fanno le barricate, appoggiati da quei morti di sonno di Milana e Ciarla (i nostri due capi "provvisori" del PD romano), e non contrastai ahimè - suppongo per "ragion di stato" dal mio stimatissimo Uòlter, allora vuol dire che questi teodem non solo non cercano il dialogo, ma piuttosto vogliono semplicemente sconfiggere qualsiasi principio di laicità in nome del loro supposto e indimostrabile "diritto naturale".
Vorrei che qualche cattolico, finalmente, rispondesse a queste domande che trovo chiarissime e alle quali non ho ancora sentito risposta alcuna.
****
Sono strategie per far fuori il PD nella culla? In fondo, chi ha scommesso nel PD, ha scommesso anche sulla sincera capacità nel dialogo e nella contaminazione. Ha immaginato che un partito maggioritario dovesse essere capace di contenere anche posizioni diverse fra loro, ma senza che questo dovesse significare, nei fatti, intolleranza. Perché siamo sempre al solito punto: se ci sono principi non negoziabili per i cattolici, allora saremo costretti a definire principi non negoziabili anche per i laici, e per i non credenti, e per i musulmani, e per i valdesi.....


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27 novembre 2007

Pere

zio pippo
Ho sentito un tale dire che Veltroni ha fatto un atto demagogico e furbetto. Perché ha destituito il capo dei vigili, che ha parcheggiato in centro storico dove non poteva usando un permesso disabili di cui era stato denunciato lo smarrimento. Secondo lui, ha approfittato dell'occasione per farsi bello con la cittadinanza.
Sono certo che, se Veltroni non avesse rimosso il reprobo, quella stessa persona lo avrebbe criticato aspramente perché copriva i suoi sottoposti e ignorava la questione morale.
Leggendo Travaglio su l'Unità di oggi, ho scoperto che questo signore è in buona compagnia...
*****
Padoa Schioppa, intervistato da Fazio, ha risposto alla vecchia idea berlusconiana della riduzione delle tasse al 33%, dicendo che si dovrebbe invece dire "riduzione della spesa al 33%", e quindi far capire quali servizi, quale sanità, quale scuola si intende tagliare. Ho sentito qualcuno, di sinistra, contestare questo discorso, perché secondo lui TPS avrebbe dovuto dire che per abbassare le tasse bisogna ridurre le spese militari.
E non sono riuscito a convincerlo che la semplice logica consequenziale del discorso, per cui serviva una risposta efficace all'ideologia idiota del taglio delle tasse, richiedeva appunto che si mettesse in evidenza che le tasse sono servizi, e non invece tirare in ballo possibili usi "antipatici" delle tasse, come le spese militari.
Come se poi poter mandare qualcuno in Libano non sia, qualche volta, perfino una buona cosa nel triste mondo attuale...


13 ottobre 2007

Per una buona politica

"L'arte di governare è diventata una forma di consumismo, non di cittadinanza: si compra il partito che sembra promettere affari o servizi migliori" (Joe Klein, 2001)
"Una società è giusta nella misura in cui è perennemente insoddisfatta del livello di giustizia già acquisito e cerca sempre più giustizia e una giustizia sempre migliore (...) L'essere membro di una comunità politica non può ridursi al semplice utilizzo delle leggi per la propria protezione e avanzamento, ma deve contemplare anche la partecipazione alla formulazione delle leggi e il garantire che le leggi già formulate ben aderiscano all'idea di giustizia" (Zygmunt Bauman, 2002)

Klein certamente non pensava  all'idea bizzarra dei "politici come nostri dipendenti" che pretende di diffondere un certo comico nostrano, immaginando uno strano mondo in cui i politici non sono che manager di un'azienda, e i cittadini non cittadini ma semplici azionisti.
Ma la politica, la buona politica, è quella che costruisce un processo di partecipazione, che sconfigge il senso di impotenza dell'individuo e lo fa cittadino.
Per questo, le elezioni primarie del Partito Democratico di domani 14 ottobre sono una grande occasione per la democrazia. Non mancate.


5 ottobre 2007

Bamboccioni e ministri - Fenomenologia dell'informazione rovesciata

Questa intervista di Veltroni a Massimo Giannini va letta tutta e con attenzione. Per almeno due motivi:
  • Perché dice cose sacrosante sull'Italia e sull'attuale flusso mentale negativo che pervade il nostro lagnosissimo popolo, e però scommette su una prospettiva e un futuro, con un encomiabile ottimismo della volontà
  • Perché è l'ennesima dimostrazione di come l'informazione, televisiva o a stampa, ormai letteralmente rovesci i fatti nel loro contrario: nella stessa home page di Repubblica che linka l'articolo, l'accento è messo su "Prodi freddo" sulla proposta di dimezzare i ministri. Immagino cosa diranno fra breve gli altri giornali e i telegiornali: "Scontro Prodi-Veltroni"! Eppure, se si legge l'intervista si scopre che Veltroni non propone affatto di dimezzare i ministri di questo governo, ma si dice  disponibile a dare l'assenso del PD se Prodi volesse. E, in più, dice "Sono pronto a tutto, pur di rafforzare il governo".
Lo stesso identico meccanismo che ha portato ieri all'esplodere della polemica sui "bamboccioni" di Padoa Schioppa. Stamani, ad esempio, le reazioni degli ascoltatori di RadioTre, che sono pure mediamente colti ed informati, erano uniformemente superficiali e si fermavano tutte allo "scandaloso" epiteto. Come se il centro della notizia - la notizia vera, quella importante - non fosse che per la prima volta il governo avvia una concreta politica di aiuto all'autonomia dei giovani (gli sgravi sugli affitti, i presti d'onore, la totalizzazione dei contributi e la contribuzione figurativa per i precari...).
No, quello che è passato sulla stampa e in TV, il messaggio, è che il ministro ha insultato i giovani. Cosa peraltro palesemente non vera.

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1 ottobre 2007

I miracoli

Un commento berlusconiano ad un brutto articolo di Andrea Romano mi ha ispirato questa risposta:

lo so che è inutile e che non la convincerò. Comunque questo governo, pur quasi privo di maggioranza al Senato, è riuscito in poco più di un anno a dare una botta secca all'evasione fiscale favorita ed anzi teorizzata da Berlusconi, a mettere a posto in buona misura conti pubblici distrutti dalla finanza allegra di Tremonti, a scoprire una buona montagna di sfruttatori del lavoro nero in edilizia, ad impostare una buona riforma del welfare, ad avere un ruolo positivo in Libano e liberarsi dell'orrore iracheno, a stabilizzare un po' di precari nella scuola...
Il tutto in un contesto mediatico allucinante, con un teatrino di politici pazzi di centro sinistra che fanno il cast (più che la casta) dei programmi TV e convincono il popolo, coi loro stessi comportamenti idioti, che questo è il peggiore dei governi possibili.

Direi che Prodi, Padoa Schioppa, Bersani, Visco, Turco, Melandri, Damiano, D'Alema stanno facendo miracoli, a dispetto di tutto...


25 settembre 2007

Rumore di sciabole

Sono passati un bel po' di giorni dal mio ultimo vero post. Giorni nei quali ho letto e linkato molto, ho riflettuto, ho fatto una montagna di cose, ho spesso scritto commenti a post altrui. Giorni durante i quali lo stress sul lavoro, per un nuovo progetto che dovrebbe partire e impegnarmi molto e che non parte mai e mi costringe a dubitare del mio futuro professionale, si è intrecciato allo stress per la formazione delle liste per la costituente del PD.
Troppi e confusi stimoli, ai quali per ora non riesco a mettere ordine.
Però mi piace memorizzare almeno qualche frammento.

***

Una riunione serale fra sedie scassate in una sezione dei DS, qualche giorno prima della fatidica data della presentazione delle candidature: l'obiettivo è quello di provare a formare nel collegio la lista "A sinistra per Veltroni". Percepisco la fatica della giovane e volonterosa compagna a mettere insieme la "società civile" realmente esistente e rintracciabile in un quartiere di Roma, con il partito che c'è. Per parte mia, finisco per declinare l'offerta a candidarmi in un posto non eleggibile. Quella, come segnala il logo dei iMille qui a fianco, non è la mia lista.
Ma quello che più capisco, è che davvero siamo pochi e stanchi, come se la consapevolezza di essere dalla parte del giusto, di dover fare questo sforzo finale, non bastasse più a mobilitare almeno un poco di entusiasmo. Come se la retorica degli apparati locali cattivi avesse convinto gli apparati stessi - che tanto cattivi poi non sono, credetemi - a sparire, a ritirarsi in buon ordine. E la "società civile", chiamata all'appello, semplicemente non risponde, non c'è.
Ecco, se i feroci censori del costo della politica e della pervasività dell'apparato dei DS avessero partecipato alla triste riunione serale, in quell'ambiente povero e malandato, forse avrebbero riveduto almeno qualcuna delle loro certezze.

***
Leggo e qualche volta intervengo nel gruppo di discussione interna de iMille. Un piccolo faro di speranza, perché sono davvero un (microscopico) frammento di "società civile" che prova a spendersi per una politica nuova. Nel gruppo, in questi giorni, sono passati lamenti e feroci descrizioni dell'orrendo contrattare per la formazione delle liste. Ma è rimasta in piedi la tenacia iniziale, la voglia e l'impegno di andare avanti e provarci comunque.

***
Tutti hanno scritto tutto sul politico di maggior successo del momento, che come tutti sanno fa il comico di mestiere. Ho letto molte cose intelligenti, tante che dovrei fare una sterminata lista di link, e ora non ne ho voglia.

Alcune di queste cose intelligenti, che giustamente stigmatizzavano il fenomeno, in modo feroce, in modo ironico, in modo problematico o come vi pare, le ho lette mentre i miei colleghi di stanza in ufficio esprimevano (con ferocia, astio sconfinato e sicurezza di essere nel giusto) il loro totale, globale e onnicomprensivo odio per la politica, i politici, il governo attuale, quello passato e quelli futuri. Ed anche la loro totale dichiarazione di impotenza. Espressa in modo identico dal collega di destra che vorrebbe votare Fini "ma di fatto voterei Berlusconi", e da quello dal passato rifondarolo, che odia la svolta istituzionale di Bertinotti.

Tutti ladri, tutti uguali. Mai nessuno cui venisse in mente, almeno, di organizzare un V-scherzo
come quello che suggerisce Beppe. Con cui non concordo, ma che almeno non molla la speranza di cambiare.
Ecco, di fronte all'ottimismo di Pierluigi sulla partecipazione alle primarie, devo purtroppo opporre questa frase di Paolo Valdemarin: "questi non hanno la minima idea di cosa stia succedendo qua fuori".

***
Due domeniche fa Lucarelli ci ha raccontato la strage di Brescia, e ha anche riepilogato i colpi di stato tentati. Mi ricorda questa canzone, Ma mi ricorda anche il rumore di sciabole di Nenni. Ora non è tempo di rumore di sciabole, ci mancherebbe.
Anzi, la dissoluzione della politica, della sua credibilità, rende inutile qualsiasi sciabola.
Quello che si chiede a Veltroni è una missione impossibile. Perché dovrebbe essere capace di ricostruire fiducia e democrazia, dovrebbe poter essere governante nei fatti, perché dovrebbe poter ridurre d'imperio il numero dei ministri, ecc. E dovrebbe pure restare sindaco.
Evidentemente, impossibile con una politica imbizzarrita che si dedica a salvare la propria pelle.
(Salvo che Prodi riesca lui a fare la missione impossibile, assieme a uno scelto gruppo di guastatori: immolarsi per la causa suprema, portando da Napolitano un nuovo governo di 15 ministri, e in parlamento una finanziaria con incorporata una sostanziosa riduzione del numero di province - che per toglierle bisogna cambiare la costituzione).

Una missione impossibile, anche perché il messaggio di Veltroni, nella sua ostinazione dialogante, è l'esatto contrario dell'acredine chiusa ed egoista che sta travolgendo la pancia di questo paese: quell'acredine che spiega il successo delle risposte comiche e superficiali.

***
Cara Arianna, che hai riconosciuto con eccezionale perizia il mio residuo accento nordico, e che hai scritto una cosa bellissima che, giustamente, ci colpevolizza tutti, forse il motivo dell'insuccesso della fiaccolata in sostegno del popolo birmano non è un popolo della pace spompato e poco motivato in questa occasione perché troppo antiamericano.
Il motivo, forse, è che gli italiani, inclusi molti di quelli che ieri stavano a milioni dietro le bandiere arcobaleno, sono totalmente incattiviti, chiusi nel loro odio e rancore. E più il ceto politico non se ne accorgerà, più sarà peggio.

Ma forse, come mi ricorda sconsolato sama, forse è solo che sono proprio inetti...
 


13 settembre 2007

La rete, il Partito democratico, le democrazie possibili

Prima di cominciare, un accorato duplice invito:
  • andate subito sul sito del Patto con Walter è segnalate la vostra adesione (ed eventuali e ben accetti commenti)
  • usate il Ciclostile, in modo virtuale e fisico, perché c'è davvero bisogno che il 14 ottobre sia un successo.
Se avete un blog, il logo del patto e quello di ciclostile non dovrebbero mancare.

*************
Terminato lo spot, qualche parola per spiegarne i motivi. Non volevo parlare di ciò di cui tutti parlano in questi giorni. Mi sono limitato a commentare qui e qui.
Non voglio farlo neanche adesso, se non di striscio. Però temo che chi ha sostenuto inizialmente, me compreso, ciò che Kkarl dice benissimo qui non colga tutta la verità. Certo, quel blog non è un blog, e quella comunicazione è del tutto unidirezionale, di tipo broadcast, e nega quindi la logica fra pari della conversazione in rete. Per di più, è una comunicazione insopportabilmente basata sulla fama (precedente alla rete, peraltro) dell'uomo solo al comando.
Però attorno a quel blog la rete è stata usata, con i meet-up ed altro, da migliaia di utenti che hanno fatto conversazione e azione in rete. Ci piaccia o no.
Una cosa che il Partito Democratico non sembra affatto in grado di fare, visto quanto poco riesce tuttora a costruire di sincera comunicazione/conversazione politica partecipata. Vista la pochezza degli strumenti di social software messi in campo dai candidati alla segreteria il 14 ottobre.
E, soprattutto, vista la pochissima consapevolezza del problema di fondo: la crisi della democrazia rappresentativa, il rischio che sia sostituita da una falsa democrazia diretta, dal plebiscito, dalla delega al capo.

Non sento, dai nostri politici, una risposta all'altezza di questi problemi. Né, tanto meno, ascolto proposte concrete per lo sviluppo di quella democrazia partecipativa di cui ci sarebbe bisogno, e che tutti i partiti attuali si sforzano sistematicamente di negare.
L'idea del Partito Nuovo, che bene o male è il senso profondo e sincero della costruzione del PD, non può camminare davvero se non riesce da un lato ad affrontare la crisi di senso dei partiti e, dall'altro, a realizzarsi adottando strumenti e metodi nuovi di partecipazione politica.

Il Patto con Walter chiede a Veltroni di impegnarsi davvero su queste cose (leggete anche i dettagli qui).

Il Ciclostile fornisce strumenti operativi di propagnada per il 14 ottobre e, al tempo steso, può contribuire a creare una comunità di nuovi militanti, a metà fra il reale e il virtuale.


5 settembre 2007

Links for 2007-09-05

  • Prima di tutto, l'inevitabile e soddisfatto link al mio primo intervento su iMille, e alla sua versione Wiki emendabile
  • Poi, un bell'articolo di Beppe Caravita sul Sole 24 Ore, che dà qualche speranza sul nostro futuro energetico, confermando in qualche modo la logica di fondo di ciò che ho scritto per iMille
  • Ancora, una prima segnalazione del sito del candidato segretario del PD più unitario che ci sia: la candidata Bintronetta. Ci tornerò su a breve.
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3 settembre 2007

Le tasse di Veltroni

Ci sono molti motivi per sostenere Veltroni come segretario del PD, che vanno da tratti caratteriali alla sua capacità di unire, da idee belle come il patto generazionale, alla percepibile nuova attenzione all'ambiente, alla capacità di vedere le cose senza barriere ideologiche precostituite.
Ma c'è un tema, ahimè davvero importante, in cui Veltroni si sta dimostrando succube del pensiero unico pseudo riformista che impedisce alla sinistra riformista di essere davvero tale: le tasse.
Un tema in cui il tatticismo che spinge i nostri politici a seguire gli argomenti dell'avversario per acquisire consenso popolare può fare danni davvero totali, fino a perdere il senso stesso della differenza fra destra e sinistra, probabilmente in modo anche più grave di certe tendenze law and order che, in fondo, hanno un loro ben più solido motivo. Consiglierei comunque, a chi insegue con troppa foga i temi dell'avversario, credendo di conquistare consensi nell'area avversa, di ricordare la storia di Björn Engholm, e farne tesoro.
Non che Uòlter non si trovi in buona compagnia in questa deriva: Letta e Adinolfi, ad esempio, non sono certo da meno nell'avere in testa un qualche tipo di "stato minimo" ed, anzi, per cultura e pensiero probabilmente ci credono molto di più di quanto non ci creda Veltroni. Ma ciò, ovviamente, non è una gran consolazione...

Vediamo un po' meglio dentro questa questione.
Le proposte fiscali di Veltroni oggi vengono contrapposte alla condivisibile prudenza di Padoa Schioppa. Secondo quanto si dice, la differenza sostanziale fra i due è nel fatto che Veltroni dica che si possono ridurre le tasse subito e TPS che prima bisogna ridurre la spesa e poi le tasse, per motivi di equilibrio finanziario. Ma questo, perdonatemi, non è affatto rilevante: semplicemente, Veltroni può permettersi di fare il politico che blandisce le masse, e TPS è costretto a fare il solito prudente cerbero, richiamando con inevitabile realismo le difficoltà operative nella riduzione della spesa.
Tutti e due, però, danno per scontato - ed anzi Veltroni ne fa la premessa base dei sui dieci punti fiscali - che la pressione fiscale debba essere diminuita in Italia.
Ora, i dieci punti fiscali di Veltroni sono, ciascuno la sua parte, pure giusti e condivisibili, ma questa idea della riduzione della pressione fiscale è la rappresentazione plastica della sconfitta culturale della sinistra riformista in Italia, sotto l'attacco concentrico dei qualunquismi antistato di sinistra e di destra e dell'allucinante perdita di efficienza e tendenza all'irresponsabilità e al furto delle amministrazioni pubbliche.
La sinistra riformista dovrebbe infatti saper dire in modo chiaro e distinto quali sono i problemi dell'Italia, dal lato fiscale.
Primo: definire a quale livello di servizi statali (dalle buche nelle strade al welfare state) vuole posizionarsi l'Italia:
  • vogliamo evolvere verso il modello prevalente in Europa centrale (Francia, Germania, ...), dove a una pressione fiscale poco sotto al 45% corrispondono servizi sociali e stato abbastanza efficienti?
  • o vogliamo rinunciare anche agli scarsi servizi attuali, per ridurre le tasse ai livelli USA (poco più del 30%)?
  • o addirittura (utopia, utopia!) crediamo sarebbe magari utile aumentare il carico fiscale per avvicinarsi ai modelli scandinavi?
Dare per assodato, scontato e indiscutibile l'assioma secondo cui la pressione fiscale in Italia è eccessiva, è abdicare al ruolo stesso della sinistra, per il banale motivo che la pressione fiscale in Italia non è eccessiva, essendo in linea con la media europea e comunque inferiore ai paesi dotati di miglior welfare. E perché la sinistra si dovrebbe distinguere dalla destra, oggi, sopratutto in quanto pensa che la felicità di una popolazione sia correlata alla ricchezza di beni pubblici, di servizi sociali universali, di integrazione sociale e quindi di relativa uguaglianza distributiva, che solo uno stato sociale ricco ed efficiente può consentire. Ma se accettiamo l'idea della riduzione della pressione fiscale come totem, come facciamo a dire credibilmente che vogliamo pure uno stato sociale ricco e inclusivo?
Secondo: ed infatti, il secondo problema fiscale dell'Italia, come ben noto, è proprio che la pressione fiscale concentrata sui soliti noti, e l'enormità dell'evasione fiscale, comporta una colossale e del tutto involontaria redistribuzione del reddito che - probabilmente - va dai poveri ai ricchi o, nella migliore delle ipotesi, rende erratica e casuale qualsiasi politica volontaria di redistribuzione del reddito per via fiscale.
E quindi, piuttosto che concentrarsi sulla riduzione delle tasse, sarebbe stato più serio proporre una riduzione relativa a parità di pressione fiscale complessiva: tanta evasione recuperata, tanta riduzione corrispondente delle aliquote.

Quanto alle proposte specifiche del decalogo fiscale, anche qui purtroppo si vede una certa tendenza ad eludere il problema più duro, quello che è stato come al solito proposto in modo intempestivo, goffo e superficiale dalla nostra mitica sinistra "radicale", ma che è davvero sostanza: la difformità del trattamento fiscale della ricchezza finanziaria rispetto al reddito da lavoro, che è la controparte fiscale del mutamento dei rapporti di forza fra capitale e lavoro avvenuto negli ultimi venticinque anni.

Su questo, mi piace riportare un brano dall'ultimo illuminante libro di Silvano Andriani:

Un quarto di secolo di esperienze ci parla del fallimento della rivoluzione fiscale, cavallo di battaglia del neoliberismo. Le lunghe fasi di governi di destra in Usa coincidono con un’enorme crescita del deficit del bilancio pubblico e dell’indebitamento netto del paese sull’estero. D’altro canto, [..] non c’è nulla che dimostri la tesi sostenuta anche da istituzioni economiche internazionali, secondo cui una più bassa pressione fiscale di per sé aumenti la crescita. La verità è che in un paese civile le funzioni dello Stato non sono comprimibili oltre un certo livello, per cui una riduzione strutturale della pressione fiscale tende a tradursi in n aumento del deficit pubblico. Questo è evidente negli Usa dove una politica di bilancio particolarmente lassista si è sposata con le ambizioni imperiali; ma risulta anche nel caso inglese, anche se in una prima fase la riduzione della pressione fiscale fu bilanciata da un massiccio trasferimento di funzioni ai privati. Dopo di che, in seguito al grave deterioramento di alcuni servizi, dalla sanità ai trasporti, è iniziata una fase di rilancio della spesa pubblica che comporta una crescita sia della pressione fiscale che del deficit pubblico.
In molti paesi tuttavia, fra i quali anche l’Italia, si sono aperte brecce nel modello fiscale di ispirazione socialdemocratica; la breccia principale consiste nel trattamento sostanzialmente diverso per redditi da lavoro rispetto a quello per i redditi da capitale, differenza che rafforza situazione di vantaggio che il capitale ha sui lavoro in questa fase di globalizzazione. L’adozione di politiche fiscali d questo tipo rafforza la tendenza all’acuirsi delle disuguaglianze, già presente a livello di mercato, e pone non solo un problema di giustizia sociale, ma anche di efficienza dei sistema. Vale la pena ricordare che la critica più seria avanzata dal versante supply-side al modello fiscale socialdemocratico non riguardava, come ha dato a intendere la vulgata neoliberista, il livello globale della pressione fiscale, ma la conformazione del sistema fiscale e il suo impatto sull’attività produttiva e si riferiva soprattutto all’eccesso di progressività sui redditi da lavoro che può avere effetti demotivanti.
In molti paesi i redditi da capitale sono sottratti al criterio di progressività e sono in larga parte soggetti a una doppia tassazione in quanto sono tassati prima come utili delle imprese e poi come reddito delle persone; inoltre, in genere, le aliquote della tassazione sugli utili sono più pesanti di quelle sui redditi delle persone. L’impatto negativo sull’attività produttiva è dunque doppio perché tale sistema scarica il peso della progressività esclusivamente sui redditi da lavoro rendendola eccessiva e favorisce la rendita a scapito del profitto. Tale impatto negativo è aggravato nelle situazioni in cui, come accade in Italia, una parte conistente delle spese per l’assistenza è a carico non della fiscalità generale, ma della contribuzione sulle retribuzioni. Tassare gli utili delle imprese e una strada facile per i politici in quanto i cittadini, di solito, ritengono che quelle imposte non sono pagate da loro; ma i tratta, ovviamente, di  un’illusione ottica. La tassazione degli utili, diversamente da quanto si ritiene, anche a sinistra, non ha nulla a che fare con la giustizia sociale che ha senso solo se riferita ai redditi delle persone Gli utili, in un mercato efficiente, rappresentano il premio per l’innovazione e l’efficienza, la loro tassazione colpisce in misura maggiore proprio le imprese migliori. Una pesante tassazione sugli utili può inoltre scoraggiare investimenti dall’estero e favorire il dumping fiscale di altri paesi.
Un’ipotesi per uscire da tale stato di cose sarebbe abolire la doppia tassazione dei redditi da capitale eliminando, non come ha fatto Bush jr., l’imposta sui dividendi, ma eliminando l’imposta sugli utili delle imprese e stabilendo, nello stesso tempo, di includere nella dichiarazione dei redditi tutti i redditi da capitale in modo da ristabilire il principio di un trattamento fiscale uguale per tutti i redditi. Una tale misura può creare spazio per un aumento dei redditi dei lavoratori senza ridurre il ritorno sui redditi dei capitali investiti nelle imprese. Inoltre differenzierebbe sostanzialmente il trattamento dei redditi tra i piccoli risparmiatori e coloro nei quali si concentra la ricchezza finanziaria.
Un’altra linea di ragionamento potrebbe essere la seguente: i sistemi fiscali svolgono due funzioni, fornire i mezzi finanziari per il funzionamento dello Stato e redistribuire una parte del reddito tra i meno abbienti. La redistribuzione può essere calcolata e anche dove le politiche redistributive sono particolarmente spinte non supererà una certa quota del reddito nazionale. Queste due funzioni non possono essere totalmente separate, ma si può può pensare a una più netta specializzazione dei diversi tipi di imposta. Le imposte indirette potrebbero essere specificamente deputate a procurare la massa di entrate necessarie al funzionamento dello Stato. Questo, naturalmente comporterebbe che tutti contribuiscano nella stessa misura al funzionamento dello Stato: chi più consumerebbe più pagherebbe e comunque dalla proporzionalità dell’imposta deriverebbe un effetto redistributivo che potrebbe essere accentuato con la distinzione di due o tre aliquote sui i diversi tipi di beni [o dalla creazione di una tassazione specifica per il consumo di carbonio – aggiunta mia]. A una funzione essenzialmente redistributiva potrebbero essere invece deputate le imposte sul reddito e sui patrimonio.
Una tale scelta renderebbe selettive le imposte dirette quindi più facili da gestire politicamente e da controllare, riguarderebbero infatti le fasce di reddito medio-alto e alti, in quanto si può supporre che la massa dei cittadini che trova nella lascia di reddito mediana non dovrebbe né dare né ricevere dal meccanismo redistributivo. Le imposte su reddito dovrebbero trasferire reddito dai più abbienti meno abbienti e quelle sul patrimonio, imposta di successione ed eventuale imposta ordinaria su1 patrimonio, dovrebbero porre limiti alla concentrazione della ricchezza, trasferendola in parte dai più ricchi verso i meno abbienti.

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2 settembre 2007

L'inversione dei pesi e delle misure

E' davvero paradossale che tutto il discorso politico comune in Italia ruoti ossessivamente sui costi della politica, sullo scandalo dei privilegi dei parlamentari, sull'eccesso di sprechi nella pubblica amministrazione, sull'abolizione delle province.
Mentre se si alza e si allunga un po' lo sguardo sul mondo, su quello che è successo negli ultimi venticinque anni, il segnale complessivo è univoco, e ci dice che la politica (e la democrazia) è in sofferenza, schiacciata dallo strapotere dell'economia. E ci dice pure che lo scandalo vero è il costo del capitalismo finanziario predatore, il costo di una concentrazione di ricchezza per i finanzieri e i grandi manager, quello sì totalmente e immensamente scandaloso.
Ma, evidentemente, è tuttora più importante affratellare il popolo bue - dalla destra forcaiola di Feltri alla sinistra superficiale di Beppe Grillo - nella lotta furibonda contro lo stato e contro le tasse.
Leggetevi, per favore, questo lungo bellissimo articolo di Furio Colombo, che dice ben meglio di me qualcuna di queste cose.

(PS: per la cronaca, sono d'accordo con l'abolizione delle province, e avrei molte idee per cacciare i fannulloni dalla PA e risparmiare sui costi della politica. Ma mi rifiuto di vedere in ciò il problema dell'Italia e del mondo, e trovo semplicemente ignobili e scandalose le sparate della Confindustria contro le tasse)

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29 agosto 2007

Cosa ci possono insegnare gli anni '80

Attenzione: post molto lungo. Al cui contenuto, scritto di getto, tengo però molto.

All'inizio degli anni '80, la rivoluzione liberista di Reagan e Thatcher è riuscita a dare un nuovo assetto all'economia mondiale.
Rimettendo sotto controllo i costi delle materie prime e dell'energia, e le pretese espansioniste dei paesi produttori, ha preservato il dominio occidentale sul mondo, e ha inoltre tolto fiato e risorse finanziarie al blocco sovietico, anch'esso produttore di materie prime.
Liberalizzando i movimenti di capitale, in un contesto di signoraggio del dollaro come moneta degli scambi internazionali, ha progressivamente creato quella potente idrovora che da allora ha consentito agli USA (e alla Gran Bretagna) di diventare importatori netti di capitali e di sostenere deficit (prima pubblici, poi privati, poi gemelli) e un livello di indebitamento impensabili per qualsiasi altro paese.
In pratica, di vivere largamente al di sopra dei propri mezzi e di far finanziare il proprio livello di consumi e la propria spesa militare - e quindi il proprio dominio sul mondo - dai risparmi dei paesi in via di sviluppo.
Nel frattempo, anche grazie alla rivoluzione dell'informazione e della velocità degli scambi, si avviava quel processo di nuova globalizzazione (dopo la precedente fase finita tragicamente con la crisi del '29 e l'epoca dei totalitarismi) che trasformava profondamente i rapporti di forza fra capitale e lavoro.
Aumentano a dismisura i valori degli asset finanizari (prima mobiliari - le azioni, i titoli, i derivati - poi anche immobiliari) rispetto ai redditi.
Aumenta la quota di ricchezza derivante da rendita rispetto a quella da lavoro e da profitto.
Aumenta in modo clamoroso la concentrazione della distribuzione del reddito.
Il compromesso keynesiano e socialdemocratico, basato sulla distribuzione anche ai lavoratori dei guadagni di produttività, in modo da alimentare il consumo di massa, e sulle politiche dei redditti atte a governare i processi inflazionistici, veniva sostituito da un nuovo compromesso fra il capitale industriale, rappresentato dai CEO delle grandi imprese con le loro stock option, e il capitale finanziario.
Gli organismi internazionali prima preposti allo sviluppo, diventavano agenzie per piegare, tramite opportuna guida ideologica, le politiche dei paesi in via di sviluppo agli interessi di quelli già sviluppati.
Tutte queste cose avvenivano non certo nel vuoto politico o in assenza di risposte e controspinte.
Non nel vuoto politico, perché l'indebolimento e poi il crollo del blocco sovietico liberava energie e apriva alla libertà politica, con un effetto domino, i paesi dell'est.
Con alcune clamorose differenze di esito che, tuttavia, non sono in genere molto considerate.
Dopo il crollo del muro di Berlino, la riunificazione della Germania è stata pilotata dai governanti di quel paese - democristiani come socialdemocratici - con politiche industriali, iniezione di risorse finanziarie, attenzione a realizzare una transizione sociale per quanto possibile morbida, mantenimento dell'essenziale dello stato sociale dell'est. In pratica, di fronte alla necessità di accollarsi un'enorme area depressa, ci si è fatti carico di colossali politiche di sviluppo.
In ciò, anche aiutati dalla possibilità di acquisire vantaggi commerciali comparati facendo entrare nella propria area economica paesi relativamente ben dotati di infrastrutture materiali e immateriali come la Repubblica Ceca, l'Ungheria o la Croazia.
Non tutto è andato bene, anche se ora si vedono i frutti complessivi di quella politica, ma certamente questa storia non ha nulla di confrontabile con il disastro russo, l'impoverimento netto, la riduzione della durata media della vita, il disastro sociale, le mafie, insomma con tutto lo spaventoso portato di un folle esperimento ultraliberista di passaggio a tappe forzate da un'economia (pseudo) pianificata ad una capitalista senza capitalisti né imprenditori.
In questo trionfante liberismo anni '80, i paesi scandinavi riuscivano a mantenere il proprio modello senza perdere competitività. Anzi, la Finlandia (paese in origine povero e assai diverso dalla solida Svezia o dalla ricca e piccola Danimarca) proprio in quegli anni avviava il suo formidabile sviluppo che l'avrebbe portata alla leadership industriale e sociale attuale. Grazie ad una originale miscela di forte stato sociale, credibilità del governo, un vero patto nazionale fra i finlandesi, nazionalismo, investimento pubblico in istruzione, spirito hacker e imprenditoriale e lunghissima storia di competenza nel campo delle telecomunicazioni.
I paesi del lontano est, la Cina e l'India avevano in realtà posto le basi per il loro sviluppo con una fase di risparmio e investimento "originario", realizzato proprio tramite un severo controllo sui movimenti di capitale. Esattamente lo stesso modello "mercantilista" che ha consentito lo sviluppo di tutte le nazioni europee, a partire dal Regno Unito, dal '700 in poi. La successiva apertura dei movimenti di capitale, se ha portato anche a flussi di investimenti poderosi verso quei paesi, ha nel medio periodo più che altro generato feroci e improvvise crisi finanziarie, con conseguente periodica distruzione di ricchezza.

In Italia, il PCI era isolato ed impotente, a dispetto di quello che si racconta ora, salvo conservare una rilevante influenza negli assetti economici delle regioni rosse.
Craxi, convinto a ragione che il modello sovietico fosse "alla frutta", e che il suo PSI, come unico rappresentante possibile del socialismo europeo, avrebbe finito per essere l'unica possibile sinistra anche in Italia, si baloccava con la sua arroganza ed il suo machiavellismo, agevolando la corrente che dalla Milano da bere avrebbe portato ad un debito pubblico e ad una irresponsabilità privata del tutto analoga a quella in voga fra i liberisti USA, con la sola "piccola" differenza che quelli avevano il dollaro e l'impero, noi i furti sistematici e la liretta.
Il PCI, con l'onesto Berlinguer, tardava troppo a sganciarsi davvero da Mosca, per paura di perdere pezzi, per il troppo peso della storia, per troppa presunzione che la "diversità" morale sarebbe bastata per sempre....

Tutte queste cose avvenivano a molti anni dal primo rapporto sui limiti dello sviluppo, che è del 1972.
Pure degli anni '70 è Energia e miti economici di Georgescu-Roegen, che poneva le basi teoriche dell'economia ecologica: non si può ignorare l'entropia, il vincolo energetico e perfino quello del puro esaurirsi della materia.
Negli anni successivi, si può dire fino ad oggi, tutti questi processi si assestavano e venivano a compimento, attraverso crisi successive e ripetute nascoste da una ideologia da pensiero unico dominante che blaterava perfino di fine della storia e, anche da sinistra, si illudeva che la rivoluzione tecnologica e dell'informazione avesse definitivamente abolito il ciclo economico.
Con alcuni ulteriori eventi cruciali:

  • lo scoppio della nuova crisi energetica e delle risorse, ossia del definitivo peak oil, camuffato da guerra globale al terrorismo islamico
  • la completa socializzazione del capitale e la separazione della gestione dalla proprietà delle imprese, prevista da Marx, avvenuta però in modo assai imprevedibili: la borsa come massimo luogo dell'ingiustizia attraverso la apparente socializzazione e distribuzione del capitale, la public company come massimo luogo della trasformazione del capitalismo in pura grassazione e truffa, ossia dell'impresa irresponsabile
  • l'esplodere della crisi climatica, che è il modo, fino a qualche anno fa imprevedibile, con cui le previsioni ecologiche del Club di Roma e di Georgescu-Roegen si sono avverate confermando al tempo stesso - a modo loro - le previsioni di fine delle condizioni di riproduzione del capitalismo del buon vecchio Marx.
  • in Italia, l'avviarsi di una transizione infinita fatta di stop and go fra l'illusione di continuare con il business as usual della furbizia debitoria e della predazione berlusconiana, e il tentativo di rendere virtuosi gli italiani con cure di sacrifici inevitabili, giusti, corretti, ma in fondo privi di speranza, di ambizione e di visione del futuro.



Il dibattito sugli anni '80 fra Letta e Bindi, cui almeno Uòlter si è fino ad ora sottratto, è davvero molto superficiale se considerato appena appena alla luce di quanto malamente ricordato qua sopra.
Lo so, che non si può pretendere troppo, però quando è - se non all'atto della formazione di un partito che dovrebbe durare almeno cent'anni e non una legislatura - che si dovrebbe discutere davvero dei fondamenti?

Nessuno dei candidati - incluso qui anche il nostro Veltroni - offre una risposta che, a partire dall'analisi della nostra storia recente, proponga una missione, un modello di società, una via d'uscita, un'idea di sviluppo sostenibile. Un motivo per militare.
Perché nessuno si sporca le mani più con la teoria (come facevano, ed anche bene, i segretari del vecchio PCI fino al primissimo Occhetto: ricordate le chilometriche e dotte relazioni ai congressi?), ma al contempo nessuno propone nemmeno prospettive e soluzioni pratiche, obiettivi davvero concreti, capaci di mobilitare energie, dare direzione alle politiche industriali del paese. Ed entusiasmare un po' almeno una piccola parte della nostra amorfa gioventù.

Insomma, possibile che nessuno di questi nostri futuri leader sia in grado di immaginare o di prendere sul serio almeno un po' quello che è stato in grado di immaginare magistralmente Beppe?
O almeno di capire cosa c'è dietro in potenza alla OneNetwork di Quintarelli?
O di dire chiaramente che abbiamo di fronte una sfida che potrebbe essere vinta (la sfida della sopravvivenza), ma solo se cambiamo davvero tutto?

Certo, senza una vera nuova narrazione di una economia della felicità, senza una nuova ideologia (l'ho detto!, l'ho detto:-)), senza che nei cieli d'Europa si sviluppi qualcosa di più solido dei tentativi un po' confusi di Sarkozy di realizzare un sincretismo fra il socialismo liberale di Attali e il suo conservatorismo modernista (a proposito: questo post è davvero bello), è sicuramente illusorio pretendere che a risolvere i nostri problemi siano Rosy Bindi, Enrico Letta o Walter Veltroni - che comunque, almeno ogni tanto ci prova, a volare alto...

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Feticcio
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6 agosto 2007

Non Social Software

L'aggregatore di blog inserito nel sito di Veltroni sta scatenando una certa irritazione, a ragione. E ha fatto anche partorire a Granieri una ottima alternativa, che ha il solo difetto che i post, se vuoi vederli devi pubblicarli volontariamente. Mentre l'unica cosa buona dell'aggregatore veltroniano è l'automatismo nella pubblicazione dei post.
L'unica, perché di fatto l'aggregatore funziona solo se hai un blog sul cannocchiale. E infatti, su 208 iscritti (dato di qualche ora fa), solo 11 hanno un blog su piattaforme diverse.
Non solo perché - a quanto sembra - attualmente non funziona la pubblicazione di post extra cannocchiale (un tempo, giuro, funzionava...), ma soprattutto perché la procedura di iscrizione, per questi paria non appartenenti alla nostra amata piattaforma e non già iscritti, è una vera odissea della cattiva interfaccia utente.
Ho provato a iscrivermi con il mio secondo blog, che è su typepad. La prima volta non ci sono proprio riuscito. La seconda ho completato l'iscrizione e sono pure riuscitoa segnalare blog e feed RSS, ma a prezzo di un coraggioso girovagare fra e-mail di conferma e finestre del cannocchiale.
Precisamente, la bizzarra procedura è stata la seguente:
  1. compilare il form di iscrizione (fin qui, tutto normale, è il solito form)
  2. controllare la e-mail di conferma
  3. cliccare sul link nella e-mail di conferma
  4. visualizzare, con un certo sgomento, una pagina del browser che ti dice che la pagina cercata è stata rimossa
  5. tornare sulla posta e, con rinnovata fiducia:-), cliccare nuovamente sul link
  6. vedere finalmente la pagina (vedi figura 1 sotto) la quale ti conferma l'avvenuta registrazione ma ti dice anche che sei un "utente non trovato" (!??)
  7. provare a cliccare sui vari link della suddetta pagina, per scoprire che ciascun link (profilo, contatti, interessi) porta sempre alla stessa pagina
  8. avere finalmente l'intuizione che ti hanno iscritto ma non ti hanno fatto il login e, quindi, digitare utente e password in alto a destra nella pagina
  9. vedere finalmente il menu completo (vedi figura 2 sotto)
  10. scovare, nel sotto menu di ACCOUNT l'opzione aggrega siti e blog
  11. inserire il link all'url e al feed del mio secondo blog
  12. cliccare su convalida
  13. andare sul mio secondo blog e pubblicare un post con il codice di convalida
Ciò fatto, risulto iscritto all'aggregatore veltroniano anche con questo secondo account, ma i post pubblicati su DoppioDiario (ne ho postato un altro per prova già una quindicina di minuti fa) non appaiono!

Figura 1



Figura 2



In conclusione.

Caro staff del cannocchiale, sapete bene quanto apprezzi la vostra piattaforma, e soprattutto quanto consideri migliore la nuova versione. Però, sarà bene fare qualcosa al più presto, altrimenti cannocchio, dol e Veltroni saranno definitivamente impallinati dalla blogosfera...


13 luglio 2007

Da leggere assolutamente

Via Pennarossa,  scopro questo post di Zambardino: tutto  quello che c'è da sapere sull'innovazione in rete e su quello che dovrebbe dire e fare il nostro caro Uòlter: da leggere assolutamente.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Zambardino Veltroni Innovaizone Giovani

permalink | inviato da corradoinblog il 13/7/2007 alle 23:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 luglio 2007

Il Uòlter che preferisco

Questo è il Uòlter che preferisco, non quello che dà una botta al cerchio (non firmo) e una alla botte (ma sono d'accordo con voi...). Qui ci sono scelte e idee. Equilibrate ma nette.
E quindi niente link al sito di Repubblica, ma copio proprio tutto il pezzo direttamente.

Caro direttore, un uomo di 57 o 58 anni, anche di 60, che lavora da quando era giovane, che oggi sente parlare di innalzamento dell'età pensionabile, di abolizione o di ammorbidimento dello "scalone", di possibilità di scelta e di incentivi, segue tutto questo con giusto interesse, e anche con una buona dose di preoccupazione, perché è della sua vita che si sta decidendo.

Se quell'uomo è padre, suo figlio avrà mediamente tra i venticinque e i trent'anni, e con buona probabilità sarà impegnato in un'attività lavorativa diversa dalla sua: non stabile, nel segno della flessibilità, con il rischio della precarietà, di un'incertezza che non gli permette di acquistare o semplicemente di affittare una casa, che gli fa rimandare all'infinito il momento di metter su famiglia, che mortifica le sue speranze e il suo talento. Anche per lui, quel padre sarà preoccupato. Anzi, sicuramente più per lui che per se stesso.

Credo, al di là di tanti discorsi, delle proiezioni demografiche che ci spiegano perfettamente che l'età media si allunga e che l'Italia invecchia, dei calcoli sugli squilibri del sistema pensionistico, che non ci sia esempio migliore, più concreto, del nodo che lega le une con le altre diverse generazioni di italiani, del legame che ci unisce tutti, che unisce il nostro presente con il nostro futuro.

Ed è proprio pensando al futuro, e in particolare ai giovani, che lo vivranno più di noi, che vorrei rivolgermi alle organizzazioni sindacali, per rivolgere loro un appello, perché accettino la sfida di un nuovo patto tra le generazioni che cambi radicalmente il volto del Paese. Parlo ai sindacati italiani, a chi lungo la storia del nostro Paese ha saputo svolgere un ruolo non limitato alla rappresentanza degli iscritti, ma a quella degli interessi generali. Preoccupandosi e facendosi carico non solo dell'oggi, ma del domani. Penso alla lotta al terrorismo. Penso agli accordi di politica dei redditi che hanno salvato l'Italia dall'inferno dell'inflazione e della svalutazione, anticipando di alcuni anni l'Europa. Di più, permettendo ad un Paese in profonda crisi, nel 1993, di considerare l'Europa un obiettivo possibile. Penso al lungo cammino già percorso sulla riforma delle pensioni: non dimentichiamoci che fino a quindici anni fa in alcuni settori si poteva andare in pensione (retributiva!) con quindici o venti anni di anzianità lavorativa, e che questi privilegi sono stati eliminati con la concertazione, e non "contro" il sindacato.

Ora è il tempo di una nuova svolta radicale, e credo che tutte le forze che hanno interesse ad una crescita ispirata alla qualità sociale debbano capire che sono i giovani, oggi, i più discriminati, i più aggrediti da un assetto della società che volta loro le spalle. Tre milioni di ragazzi si trovano nella stessa situazione di "sfruttamento" in cui si sono trovati in altri decenni della nostra storia gli operai che il sindacato ha giustamente difeso e tutelato. Ora è il tempo di difendere e tutelare loro.

E a proposito di pensioni: troppo spesso sono state usate, nel nostro Paese, come uno strumento sostitutivo di altre politiche sociali. Riandiamo con la mente alle crisi industriali degli anni '80. Non c'era davvero nessuna alternativa ai prepensionamenti? Se l'Italia fosse stata in grado, in quel difficile passaggio, di investire sul futuro, di non perdere la sfida della rivoluzione informatica, delle nuove tecnologie per le comunicazioni, per i nuovi materiali e per l'ambiente, di ampliare la sua base produttiva, di evitare un processo di progressiva finanziarizzazione dell'economia, di non disperdere il patrimonio industriale nascosto nelle industrie a partecipazione statale; se il Paese, attraverso un moderno sistema di formazione, avesse potuto garantire un vero accesso al lavoro e reali pari opportunità; se il sistema delle imprese e quello finanziario fossero stati un po' più adulti e responsabili; insomma, pensiamo davvero che il lavoratore avrebbe pensato soltanto alla scialuppa della sua pensione se il Paese avesse invece messo in campo una visione più ampia, una Politica con la P maiuscola?

E' di questa politica, di una capacità di visione da parte di tutti, istituzioni e parti sociali, che anche oggi, soprattutto oggi, abbiamo bisogno. E' venuto il tempo di affrontare con coraggio il nuovo secolo. Di scrivere un nuovo Patto fra le generazioni italiane. Il sindacato sia, come è stato nei suoi momenti migliori, soggetto attivo e protagonista dell'innovazione, e sappia contrastare con forza ogni posizione conservatrice.
Il governo sta discutendo con le parti sociali su come ammorbidire lo scalone. E' una discussione che rispetto. Ma è giusto farla tenendo ben presente la necessità che il sistema previdenziale sia sostenibile sul piano finanziario, e sapendo anche che è iniqua, e non può reggere di fronte all'allungamento dell'aspettativa di vita per tutti, una situazione in cui si chiede ai giovani precari di finanziare con i loro contributi le pensioni dei padri senza contemporaneamente maturare il diritto a ricevere una pensione equivalente quando sarà il loro turno. Se ci chiediamo chi è veramente debole, oggi, nella nostra società, non è indietro, non è alla storia che dobbiamo guardare, ma a quei giovani precari che non hanno voce e organizzazione, a chi prende una pensione minima, a quei cinquantenni che perdono il proprio posto di lavoro e non sanno come trovarne un altro.

Per chi sente il dovere politico e morale di dare risposta all'eterna domanda di giustizia sociale che oggi nasce dalle disuguaglianze e dalle "dispari opportunità", il problema che si pone è quello di una nuova grande questione generazionale. Proprio in questi giorni governo e sindacati hanno cominciato ad affrontare questo tema. Lo considero un importante passo in avanti. Un passo per iniziare a rispondere alle domande che alla nuova questione generazionale si accompagnano.

Perché nel sistema del welfare italiano l'unico pilastro esistente è quello pensionistico? Perché non siamo riusciti a costruire un sistema di assicurazione sociale dal rischio della disoccupazione? Perché un ragazzo inglese o francese, ma non un italiano, quando va all'Università in una città diversa da quella della sua famiglia, trova agenzie pubbliche che lo aiutano a trovare una casa in affitto? Perché un lavoratore tedesco, ma non un italiano, quando perde il lavoro, trova non solo un'indennità di disoccupazione, ma anche occasioni di formazione e di riqualificazione offerte da un sistema efficiente gestito dallo Stato insieme alle imprese?

Scrivere un nuovo Patto tra le generazioni italiane vuol dire, allora, far sì che le istituzioni del nostro Paese siano in grado di garantire la trasmissione ai giovani della conoscenza, delle competenze, del sapere. Vuol dire restituire fiducia all'investimento in capitale umano, e quindi dare spazio al merito nelle scuole, nelle università, nelle imprese, nei concorsi pubblici. Vuol dire costruire una vera e nuova politica per la casa, pensando soprattutto ai giovani. Vuol dire dotarsi di un moderno sistema di ammortizzatori sociali. E preoccuparsi per la copertura pensionistica di milioni di persone comprese fra i 20 e i 50 anni che stanno nel regime contributivo, e per i quali è cruciale il buon funzionamento del secondo pilastro, quello della previdenza complementare. Vuol dire puntare ad una vera libertà di scelta per le persone. Si vive di più e si può chiedere di restare sul mercato del lavoro più a lungo. Certo, non a chi ha svolto per anni e anni un lavoro usurante, a chi è stato alla catena di montaggio o in una fonderia, a chi ha fatto turni di notte.

La libertà può esistere solo se esistono alternative per gli individui e le tutele necessarie. La scelta non deve
limitarsi soltanto a "quando" andare in pensione. Si possono pensare misure di sostegno all'invecchiamento attivo, al part-time in uscita, alla formazione continua, anche per la popolazione anziana, che tante risorse ed energie può portare non solo alle proprie famiglie, ma all'intero corpo sociale.

L'alternativa è dunque fra due ipotesi ben diverse di assetto delle politiche sociali, a cui corrispondono diversi modelli di rappresentanza del mondo del lavoro. Al governo spetta avanzare delle proposte. Al sindacato oggi spetta non solo valutarle ma anche interrogarsi su ciò che esse dicono sul suo futuro come hanno cominciato a fare con la loro piattaforma unitaria. Alle imprese spetta il dovere di andare oltre la dimensione del profitto e di partecipare responsabilmente a questo sforzo. Alla politica e ai partiti va chiesto di non sostituirsi al sindacato nel suo mestiere. Ai democratici spetta dire una sola, semplice, verità: da più di venti anni, in tutto il mondo, non è la destra a garantire il patto fra le generazioni. Al contrario, nell'inseguimento del consenso a breve termine, la destra è ormai associata, in America come in Italia, all'aumento del deficit e del debito pubblico. E' compito dei democratici la ricerca seria e costante di un equilibrio fra i conflitti delle società moderne che non vada a scapito delle generazioni future con l'aumento del debito. E' un compito che i democratici italiani vogliono affrontare insieme a tutte le forze migliori del Paese, alle imprese, al sindacato, per scrivere un moderno patto tra le generazioni per il nuovo secolo.
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2 luglio 2007

Vigili romani

Alberto, in questo bel post, ci ricorda il già dimenticato black-out del 2003. Mi piace aggiungere un mio ricordo perché, come si vedrà, ha un aspetto particolare.

Verso le due di notte il mio figlio minore è crollato definitivamente. Così, mi sono avviato con lui alla volta di casa. Ho preso la metropolitana, trascinandolo o tenendolo in braccio, e l'ho trovata incredibilmente non troppo piena. Poi, dopo la consueta camminata fino a casa, e dopo aver messo a nanna il ragazzino, sono uscito di nuovo, questa volta in automobile, con il preciso scopo di recuperare il resto della famiglia, che mi avrebbe aspettato dalle parti di via Labicana.

In corrispondenza dell'incrocio di piazza San Giovanni in Laterano con l'inizio di Via Merulana, tutte le luci si sono spente mentre - Alberto non lo ha ricordato - si era appena scatenato un temporale piuttosto violento.
Nel giro di pochi secondi si è creato il classico ingorgo ad uncino, con tutte le automobili e gli autobus e perfino i numerosi pedoni completamente bloccati, immobili.
Ma, dopo un'altra brevissima manciata di secondi, incredibilmente se si da retta alla vulgata romana sull'efficienza del corpo dei vigili, sono apparsi due o tre vigili, nei loro mantelli anti pioggia, e in pochi attimi, pur nel buio completo, hanno ridato senso e scorrimento al traffico.

Ecco, questa è forse una piccola risposta all'"obiezione da ombrellone per cui “Veltroni è un paraculo tutto figurine e buonismo ma Roma fa schifo come prima". Forse, Roma non è perfetta, e i vigili in particolare restano una corporazione dalle doti opinabili, ma non si può dire che Uòlter, come sindaco, sia solo panem et circenses e non anche sostanza.

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29 giugno 2007

Il risentimento

Poco prima che Walter Veltroni tenesse il suo discorso al Lingotto di Torino, su Pennarossa un anonimo vicentino ed altri scatenavano una acrimoniosa polemica antiromana, prendendo molto male un post ironico sul rapporto fra il nostro eroe e il nord.
E' una polemica che mi ha colpito profondamente, e che mi ha fatto ancora di più riflettere dopo aver sentito il discorso di Veltroni.
Mi sembra infatti che quel discorso - davvero bello ed efficace, oggettivamente, qualunque cosa di pensi della sua candidatura a segretario del PD, delle primarie troppo plebiscitarie che si prefigurano e così via - sia la plastica rappresentazione dell'ultimo possibile sforzo per immaginare un'Italia fatta di gente che si sente tutta italiana ed europea, da nord a sud e, in una certa misura, da destra a sinistra. Un discorso che, come argomenta benissimo Luca Sofri , esprime un ultimo possibile tentativo di diventare buoni senza essere "buonisti".

E i commenti ferocemente risentiti del nostro anonimo vicentino, invece, mi sono sembrati l'altrettanto plastica rappresentazione della difficoltà quasi insormontabile che si erge di fronte a un simile obiettivo. Perché temo che non sia un caso isolato e strano, un troll della blogosfera, ma sia proprio l'espressione di quel normale pensiero risentito che, al di sopra dell'Appennino, sembra essersi impadronito della nostra gente.
Il nostro, infatti, è un formidabile esempio di disubbidiente leghista, o di leghista di sinistra, o forse di verde leghista, che temo sia un tipo umano sempre più diffuso. Perché nel suo modo di scrivere ed argomentare rivela una serie di atteggiamenti del tutto tipici:
  • profonda convinzione che la difesa della propria piccola patria sia la cosa più essenziale al mondo
  • certezza che il potere romano sia il male in sé
  • incapacità e mancanza di volontà di ascoltare opinioni diverse, e comunque di rispondere a tono: a fronte delle argomentate opinioni di Francesco Costa, il nostro anonimo affastella ulteriori argomenti, ma mai risponde nel merito a quelli dell'avversario
  • risentimento globale e violento contro tutto il resto del mondo, e soprattutto contro la politica.

Soprattutto questo atteggiamento risentito verso il mondo e verso gli altri, verso ciò che contraddice le tue certezze, mi sembra una lente che accieca molti che abitano al nord.
E mi rendo conto, nel dirlo, che ciò potrà attirare strali nei miei confronti (eppure le mie radici emiliane e la mia carta di identità dovrebbero bastare...). E che, d'altra parte, la sfida è proprio e soprattutto vincere questo atteggiamento risentito, questa chiusura a riccio in se stessi e nelle proprie certezze (e, per altri, nelle proprie paure).
Ecco, vorrei parlare ancora con l'anonimo vicentino e con tutti quelli come lui, e vorrei che gli odiati "politici romani" riuscissero a parlare anche loro con queste persone. Anche perchè di Vicenza ho un bel ricordo, che racconto qui, con tutta la fatica di un anno di lavoro non proprio entusiasmante in quella città...

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