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23 ottobre 2008

Tagliare, semplificare, ridurre, abolire, desertificare

...ma farlo con grande consenso, convincendo molti che in questo modo si castigano i fannulloni, gli ideologici professori, gli odiati psicologi. Perché l'istruzione è "un maestro, un libro" e basta, nella mente semplice e rintronata di messaggi semplificatori del popolo di Rete4.

Perché qualcuno possa capire meglio la sostanza di ciò che stanno combinando, copio qui sotto il resoconto dell'intervento di ieri di Albertina Soliani in Senato (grazie a Raffaele per la segnalazione)
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Legislatura 16º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 075 del 22/10/2008

 

RESOCONTO STENOGRAFICO  

Presidenza del presidente SCHIFANI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,02).

Si dia lettura del processo verbale. 

STIFFONI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.   

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato. 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.  

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,04). 
 

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la senatrice Soliani per illustrare la questione pregiudiziale QP7.

SOLIANI (PD). Signor Presidente, signora Ministro, colleghi, parlare di Cittadinanza e Costituzione, come fa l'articolo 1 di questo decreto, e metterne in discussione principi e valori negli articoli successivi, è il paradosso di questo provvedimento.

Come si fa a parlare dell'articolo 3 della Carta costituzionale, che proclama l'eguaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua - sottolineo, di lingua -, di religione, mentre si opera, con l'articolo 4 di questo decreto, una riduzione tale del tempo scolastico, degli insegnanti, delle compresenze, delle relazioni educative interne ed esterne alla scuola, da indebolire oggettivamente l'azione della Repubblica volta - è sempre l'articolo 3 - a rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza di cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana?

Perché la scuola è lo strumento formidabile per attuare questo articolo, per modificare le condizioni di partenza, per realizzare la mobilità sociale. Perché la scuola è la Repubblica. C'è un rapporto vitale tra la scuola e la Costituzione, che va ben oltre l'articolo 1 di questo decreto. La Costituzione si deve insegnare, si deve conoscere e si deve coerentemente praticare. L'articolo 4 del decreto, che introduce, vent'anni dopo, l'insegnante unico nella scuola primaria, in luogo della scuola a tempo pieno o con moduli articolati nel tempo e nell'insegnamento, istituita dalle leggi nn. 820 del 1971, 517 del 1977 e 148 del 1990, opera una drastica restrizione delle opportunità educative e di apprendimento dei ragazzi italiani.

Proprio perché taglia, smantella, riduce e restringe, questo intervento si configura come un attentato all'esercizio del diritto all'istruzione di cui debbono poter godere, secondo la Costituzione, i bambini di oggi nel nostro Paese. Questo è l'interrogativo sostanziale sulla costituzionalità di questo decreto. Parlo di quei bambini, di quei ragazzi a cui la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, inserita nel Trattato di Lisbona, all'articolo 24, si rivolge così: "In tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l'interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente", anche - aggiungo io - di fronte all'organizzazione scolastica. Questa è l'Europa che noi oggi siamo.

Quale scuola elementare si prepara ai bambini di oggi e di domani con questo decreto? Più inclusiva o meno inclusiva di quella di oggi? Più ricca o più povera di stimoli? Certamente più povera. Più povera di rapporti interpersonali, di mezzi, di cultura, di educazione, di qualità. Ogni tempo sprecato nell'infanzia o nell'adolescenza è una perdita o un ritardo per il futuro. Questa è la nostra responsabilità.

Guardiamo questo provvedimento con lo sguardo verso il futuro dei bambini di tre o quattro anni che frequentano oggi la scuola dell'infanzia, o di quella di sei e sette anni che frequentano la scuola elementare e chiediamoci: dà loro maggiori opportunità la scuola che esce da questo decreto e dai provvedimenti che lo accompagnano? Noi abbiamo il dovere in quest'Aula di rappresentare gli interessi dei bambini, perché vale anche per loro l'articolo 2 della Costituzione, che parla della solidarietà sociale. Li riguarda. E il citato articolo 24 della Carta europea dice che i minori, quindi i bambini e ancor più gli adolescenti, «possono esprimere liberamente la propria opinione. Questa viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità».

L'insegnante unico, ministro Gelmini, modifica la struttura della scuola primaria, che è tra le migliori del mondo, quella che ha consentito di più di rimuovere gli ostacoli di cui parla la Costituzione. È questo che si aspettano i bambini italiani oggi? Sa il Ministro che la solitudine del maestro unico, da solo di fronte ai molti problemi e di fronte al mondo, è insostenibile? Verranno poi da sé, immediatamente - perché altrimenti non si regge nella classe - le classi differenziate per immigrati e ragazzi con difficoltà; verrà l'assistenza dei doposcuola per i più poveri, in luogo della scuola, una bella scuola per tutti! (Applausi dal Gruppo PD). Sa, il Ministro, che una scuola più povera mette in difficoltà le famiglie e, in particolare, le donne, e che questo non è compatibile con la tutela accordata alle famiglie, appunto, dagli articoli 29 della Carta costituzionale e 33 della Carta dei diritti dell'Unione europea? Lo sa, il Ministro, che, secondo il recente rapporto della Banca d'Italia sulle economie regionali, le cause dei risultati insufficienti delle scuole del Sud non sono rappresentate dagli insegnanti, ma dalla mancanza di infrastrutture edilizie e dalla bassa condizione sociale ed educativa delle famiglie?

Sa, il ministro Gelmini, che la legge n. 148 del 1990, che istituì l'attuale scuola elementare, fu l'esito di un dibattito lungo e approfondito nel Governo, nel Parlamento, nella scuola e nel Paese, come ricorda oggi il Ministro della pubblica istruzione di allora, Sergio Mattarella? Sa, il Ministro, che la scuola dei moduli venne dopo i nuovi programmi del 1985, che, sotto la spinta dei cambiamenti sociali e culturali, ritennero motivatamente insufficienti nel mondo di 20 anni fa il maestro unico e le 24 ore settimanali? Sa, il Ministro Gelmini, che nel biennio 1987-1988 vi fu una sperimentazione sul campo, prima che la suddetta legge fosse varata, su 6.000 classi, nel primo anno, e su 21.000, nel successivo, con esito positivo, come registrò la Conferenza nazionale sulla scuola del 1990? Non dico che così si governava, ma dico che così si deve governare. (Applausi dal Gruppo PD). Chi ha raccontato al ministro Gelmini che la ragione di quella riforma è stata l'occupazione dei docenti? Non si mette mano alla scuola senza una memoria, senza una visione, soltanto per pura economia! (Applausi dal Gruppo PD).

In questi giorni, ministro Gelmini, è in visita alle scuole dell'infanzia di Reggio Emilia l'economista James Heckman, premio Nobel nel 2000 per l'economia, che, intervistato, ha detto che investire nell'infanzia porta un ritorno anche economico e che vi sono gli strumenti per dimostrarlo. Sull'investimento iniziale vi è un ritorno annuo valutabile nella misura del 10 per cento, superiore a certi investimenti sul mercato azionario dove il tasso di ritorno medio è dell'ordine del 6 per cento sul lungo termine. Nella situazione globale in cui ci troviamo, che non sarà così per tutta la vita dei nostri ragazzi, ciò di cui dobbiamo preoccuparci ora è pensare a investimenti, dice Heckman, in programmi per l'educazione dell'infanzia, in particolare degli immigrati, perché sarà quella che porterà il maggior ritorno economico. Questa è la visione, signora Ministro, alternativa a quella del Ministro dell'economia, il quale ha così sintetizzato la sua pedagogia sulla stampa: un maestro, un libro, un voto. Questa è la miseria del vostro programma: in realtà, a Tremonti la scuola non interessa; gli interessa far cassa per altri interessi e il ministro Gelmini, semplicemente, esegue.

Signor Presidente, infine, vi è un altro punto che vorrei evidenziare prima di avviarmi a concludere: l'articolo 5 del decreto determina quantità e contenuto dei libri di testo e mette vincoli precisi, stabilendo per quanto tempo debbano durare nella scuola quei libri di testo, ossia cinque anni. Per cinque anni, cioè, non si pensa a nient'altro rispetto a quanto è stato pensato quando si è stampato il libro di testo: e dov'è la libertà d'insegnamento sancita dall'articolo 33 della Costituzione? Possibile che il Governo non avesse altre strade per confrontarsi con gli editori e stabilire anche sgravi fiscali per le famiglie? Qui è accaduto che da un taglio di 8 miliardi di euro, semplicemente, si sia poi sviluppato un pensiero ideologico di grande portata (l'ha dichiarato il ministro Gelmini): cancellare 40 anni di storia italiana!

Non ricorda, signora Ministro, quante vittime può mietere un approccio di questa natura? Ecco perché, signor Presidente, questo decreto è lontano dalla nostra Costituzione. Ecco perché, in Italia, cresce la ribellione democratica, che non è - come ha dichiarato poco fa il ministro Sacconi, oggi presente in quest'Aula - frutto di una minoranza di presuntuosi o di una generazione di docenti cinica e ideologizzata.

Avete tentato di toccare la Carta costituzionale formale e il popolo qualche anno fa ha respinto il tentativo. Ma se si tocca la vita delle persone, delle nuove generazioni...  

PRESIDENTE. Per favore, si avvii a concludere, senatrice Soliani.  

SOLIANI (PD). Sto per terminare, Presidente.

Come dicevo, se si tocca la vita delle persone, delle nuove generazioni allora il popolo comincia a dire no, perché l'Italia non è disposta a vedere le nuove generazioni private della chance più importante per il loro futuro: l'istruzione. Perché questa, signor Presidente, sarà la generazione che per prima avrà meno istruzione delle precedenti e questo non è propriamente quello che prevede la Carta costituzionale.(Vivi applausi dai Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-Aut. Congratulazioni).


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permalink | inviato da corradoinblog il 23/10/2008 alle 16:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


10 giugno 2007

Anche la Finlandia fa parte dell'Europa

In fondo, sarebbe bastato citare Alberto o richiamare per l'ennesima volta quanto scrissi tempo fa.
Eppure, l'editoriale di oggi di Massimo Giannini su Repubblica mi ha fatto talmente incavolare da costringermi a tornare sulla questione delle tasse.
Perché penso che la soluzione di questa questione è la principale montagna che sta davanti a noi, sia per fare dell'Italia un paese normale, sia per immaginare di poter costruire un mondo salvato dal disastro climatico.
E tento di spiegare perché.
  1. L'Italia non ha una pressione fiscale più alta degli altri paesi europei, e certamente più bassa di quelli che hanno le migliori performance economiche e sociali, come i paesi scandinavi
  2. L'Italia ha però un sistema fiscale ingiusto e un'evasione fiscale patologica
  3. Giannini, come tutti, quando confronta l'Italia con gli altri paesi, si scorda i paesi ad alta pressione fiscale ed alto sviluppo, come Finlandia o Svezia, perché citarli mette in crisi il ragionamento standard di tutti i pseudoriformisti: quel ragionamento secondo cui nell'epoca della globalizzazione l'unico modo per rendere efficiente e moderno il paese è far dimagrire lo Stato, riducendo le entrate e per questa via le spese - incluse, ovviamente, quelle sociali.
  4. In questo modo, si occulta il vero problema, che è appunto la montagna che abbiamo da scalare: in realtà, c'è bisogno di più spesa pubblica di investimento, di ricerca, di formazione, di redistribuzione e giustizia, se no il mondo in crisi climatica ed energetica va all'aria, e l'Italia già scassata da una situazione penosa e povera, da scarsità cronica di servizi e giustizia sociale e controllo ambientale, va all'aria anche più in fretta.
  5. E più spesa pubblica si può sostenere solo se la gente accetta di pagare le tasse, e se questo prelievo fiscale funziona come moltiplicatore positivo, perché produce beni pubblici utili alla crescita della produttività; in altre parole, se si riesce ad innescare il circolo virtuoso che ha costruito, a partire dagli anni ottanta, il miracolo finlandese ben spiegato nel libro di Castells e Himanen:
    • lo stato fornisce servizi efficienti e welfare ricco ed enorme investimento in istruzione;
    • lo stato si fa, se necessario, capitalista pubblico;
    • lo stato deregolamenta e liberalizza se serve, e lo fa conservando la coesione sociale e con l'accordo dei sindacati;
    • la società e la popolazione si fidano dello stato;
    • le imprese riescono a far crescere la produttività più rapidamente di quanto lo stato abbia necessità di drenare risorse per mantenere un ricco welfare.

So bene che ci sono specificità finlandesi, e che nemmeno quel sistema è perfetto. Resta però il fatto che non si esce dalla crisi dell'Italia senza farla diventare un paese in cui non ci sia una perenne rivolta contro lo stato, un perenne e canagliesco attaccarsi alla propria roba.
E in questo senso, una sinistra che continua a rincorrere la destra e il suo solito slogan della riduzione (o abolizione?) delle tasse, e non tenta nemmeno di fare una qualche pedagogia sul ruolo dello stato e dello scambio tasse/servizi, è una sinistra che forse può recuperare qualche piccolo consenso di breve periodo, ma che è destinata a perdere. Perché l'originale è sempre meglio della copia.
Certo, la montagna da scalare per ridare credibilità allo stato dovrebbe comportare smetterla di farsi cogliere in castagna anche sulle idiozie, come ha fatto Albertina Soliani.
E iniziare a essere cattivi e seri. Sempre.

Aggiornamento: questo è un approccio più serio, anche se non mette in discussione l'obiettivo di ridurre le aliquote per fare consenso. E intanto il vecchio Scalfari bacchetta implicitamente Giannini, anche se le sue sono ormai quasi grida manzoniane...

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