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20 maggio 2011

La Puerta del Sol


Abbiamo un problema con la democrazia. Abbiamo un problema con il voto. Chi non può votare liberamente chiede di farlo, come si è visto e si vede in Tunisia, in Egitto, in Siria e altrove. Chi può votare contesta il senso stesso del voto, sostenendo che in ogni caso chi sarà eletto non ci rappresenta. È il cuore della protesta spagnola di questi giorni: se il tuo voto non conta niente, non votarli. È il segnale dato dai voti al MoVmento 5 stelle: un voto che si auto dichiara inutile in quanto volutamente fuori dal gioco.

Sarebbe bene che i partiti della sinistra riformista in Europa (e a maggior ragione qui da noi in Italia) si facessero qualche domanda sul futuro e sul senso della democrazia. Il grado zero della democrazia è certamente il diritto di voto. Ma una vera democrazia non è affatto votare ogni 5 anni per valutare l’operato di chi hai eletto. È partecipazione e deliberazione e verifica e confronto durante quei cinque anni. È intreccio fra democrazia deliberativa da un lato, e delega agli amministratori dall’altro. In una società afflitta dalla corruzione e dal precipitare della credibilità di tutti i politici agli occhi delle persone, offrire trasparenza e vera partecipazione è più importante che avere un magnifico programma di cose da fare o un leader affabulatore.


23 maggio 2010

Tecnocrazia e democrazia

Con molto ritardo, sono tornato a occuparmi di NfA. E ho provato a rispondere a chi mi accusava di avere una visione ingenua della democrazia e di rifiutare il ruolo delle competenze tecniche. Riporto qui quasi per esteso la mia risposta.


Dunque, Marco Boninu mi impartisce una dotta lezione sulla mia incapacità di capire che la competenza tecnica non è in contraddizione con il significato normativo della democrazia, ed anzi mi fa notare che una democrazia sensata deve accettare il ruolo della tecnica e dei "competenti" in una certa materia.

Ora, ammetto volentieri che nel riportare la mia polemichetta sul mio blog io sia stato un po' tranchant. Peccato che Marco abbia dedotto da ciò una montagna di conseguenze che sono molto molto lontane dal mio pensiero, direi un bel processo alle intenzioni.

Provo a mettere in ordine la faccenda. Dice Marco che i partirei dal seguente assunto:

"a) messa in discussione del valore epistemico della disciplina che contesti (in questo caso l'economia) che non amplierebbe la conoscenza delle cose, ma realizzarebbe solo "condizioni di dominio"

Avendo fatto anch'io, ahimè in anni lontani, studi di economia, non metto affatto in discussione il valore epistemico della disciplina in quanto tale, né penso che la conoscenza scientifica sia solo un modo per realizzare condizioni di dominio. Penso però che: (a) le teorie scientifiche non siano immutabili e non esista una verità rivelata una volta per tutte - è una banalità, mi sembra, da Kuhn in poi (b) ciò è vero in particolare nelle scienze "umane", inclusa l'economia, per le notissime ragioni della difficoltà di distinguere i giudizi di valore e le credenze (ideologie??) incorporate in ciascuna visione teorica - incluse le visioni teoriche che mi stanno più "simpatiche", ovviamente. Ed infatti io mi limito a contestare il modo di vedere le cose della teoria standard "mainstream" in questo momento dominante nella scienza economica. Ma non è che non veda che quella teoria ha un forte livello di coerenza interna, o che i suoi modelli in molte circostanze funzionino benissimo (ossia all'interno di un quadro a "razionalità limitata") o ancora, che possono insegnare molto di utile per politiche economiche efficaci. Ma su questo - e sull'utilitarismo - ci torno dopo, rimarcando però che non è vero che la scienza economica è solo mainstream, e che ci sono fior di economisti che pensano e praticano altri modelli. Qui faccio solo notare che non occorre avere un approccio da "Scuola di Francoforte" per poter contestare nel merito una posizione di politica economica.

b) messa in causa dell'esistenza di standard obbiettivi che consentano la valutazione in re (cioè sapendo ciò di cui si parla, non orecchiando le volgarizzazioni) delle cose che discuti; 

Vedi sopra: non metto in discussione l'esistenza di standard obiettivi. Dico che sulla base di standard obiettivi, il mainstream economico non funziona. Ovviamente chi scrive su NfA non la pensa come me, legittimamente. Ma - ripeto - altri economisti non la pensano come chi scrive su NfA. O NfA ha il monopolio della scienza economica "giusta"?

c) rivendicazione di una isegoria spinta e senza limiti dal momento che il tecnico che parla non è in una condizione di competenza realmente superiore ad un profano in quanto comunque il profano ha il merito di individuare istanze morali o di qualunque altro genere, che il tecnico, nella parzialità delle sue competenze, trascurerebbe in maniera colpevole, come tu sembri insinuare, o perchè troppo ingenuo. 

Veniamo finalmente al punto del ruolo della tecnica nel processo democratico, e nell'assunzione delle decisioni. Contrariamente a quanto Marco ha dedotto sulle mie supposte idee in merito, io, da appassionato della democrazia partecipativa e di cosette come il metodo del consenso e le procedure per il consenso informato, penso proprio che le competenze tecniche debbano essere il più possibile incluse dentro i processi democratici. Marco, forse al fine di polemizzare in modo più efficace col sottoscritto, pone in totale antinomia la competenza tecnica e la possibilità di tutti di parlare senza sapere di che si parla (l'isegoria). Io invece credo quanto segue:

 

  • Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni - quando queste siano decisioni con rilevanza politica o sociale o ambientale, ad esempio - comporta dei rischi non per la democrazia in se, ma per la bontà delle decisioni. Non perché i tecnici siano "cattivi" o "ingenui" (magari a volte lo sono, ma questo vale anche per i non tecnici, quindi è irrilevante), ma perché una scelta non lasciata solo ai tecnici ha più probabilità di funzionare perché capita e condivisa da chi la subisce.
  • Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni è anche rischioso quando lo specifico tecnico - come nella tecnica e nella scienza moderne - sia talmente segmentato da rendere assai probabile che una scelta "tecnica" in un settore generi effetti non previsti in altri ambiti (controllati da altre "tecniche"). Ma difficilmente le scelte tecniche sono pienamente transdisciplinari, e riescono a tener conto di tutte le possibili esternalità positive o negative. E quando lo sono, i "tecnici" delle varie discipline si trovano fra di loro esattamente nella stessa condizione dei "profani" che parlano senza sapere di ciò che parlano: debbono quindi adottare fra loro una sorta di processo democratico, ovviamente sotto il vaglio di standard obiettivi.
  • Lasciare le decisioni complesse agli "incompetenti", ossia adottare la visione ingenua della democrazia che Marco mi accusa di avere, è ovviamente altrettanto rischioso e per nulla intelligente. E - concordo con Marco - non ha molto a che fare con un concetto sensato di democrazia. E tuttavia, eviterei di sottovalutare la forza della competenza collettiva, della capacità di gruppi vasti di persone non competenti di esprimere giudizi che, quando aggregati, si dimostrano ex post perfino migliori di quelli espressi da piccoli gruppi di "esperti". Gli esempi di questo libro dovrebbero suggerire qualche dubbio in proposito.
  • In conclusione, più che contrapporre tecnica e democrazia intesa come "parlare per dare aria ai denti", io credo che bisogna sforzarsi di adottare il più spesso possibile, con tutta la fatica e anche la perdita di "velocità" che ciò comporta, procedimenti di decisione che includano in vario modo sia la competenza tecnica sia l'opinione dei non competenti. L'idea migliore, in questo senso, è sicuramente quella del consenso informato, nella quale si tenta appunto di trasferire almeno in parte sugli stakeholder - in partenza non competenti - le basi dell'informazione tecnica necessaria per assumere decisioni consapevoli.

Ancora due cose, sul liberismo (non liberalismo, come scrive Marco travisandomi) e sull'utilitarismo base dell'economia mainstream. Mi ha molto colpito questo commento di DentArthurDent
L'economia moderna (o quantomeno il mainstream) mi sembra una scienza pesantemente model-based e data-based, il cui fine e' fondamentalmente l'ottimizzazione di alcune grandezze quantificabili. Viceversa, quasi tutti quelli che propongono un'idea "altra" rispetto al capitalismo puntano all'ottimizzazione di alcune grandezze non facilmente definibili ne' misurabili: uguaglianza, sicurezza sociale, benessere... in ultima analisi e semplificando un po', la solita felicita'. 

 

A parte che l'uguaglianza economica è perfettamente misurabile, il punto è che il mainstream economico non si basa sull'utilitarismo filosofico, ma su una sua caricatura semplificata secondo la quale sul mercato si affaccia un homo oeconomicus che opera solo per il suo self interest. Con ciò mettendo tra parentesi sia che il mercato per funzionare deve essere inteso come istituzione e deve basarsi su una cosetta piccola piccola che è la fiducia reciproca, sia sopratutto che l'uomo reale non si muove solo per il suo interesse, fa montagne di cose del tutto gratuite - incluso il tempo speso da Marco, da me e da tutti quelli che perdono tempo a scrivere qui...

Evito di farla lunga su questo tema, ma vorrei dire a DentArthurDent che, davvero, non esiste solo il mainstream economico...


6 marzo 2010

Tartufi tremebondi

Qualcuno, per favore, mi spieghi per quale motivo Giorgio Napolitano ha firmato il decreto "interpretativo" del nostro dittatore, affossando temo definitivamente la democrazia.
Davvero, magari non capisco per quale motivo non ci fossero appigli. Qualcuno che mi convinca con solide motivazioni mi farebbe dormire meglio.

Certo, bisogna usare il sangue freddo. Ad esempio impostando la campagna elettorale, da adesso in poi, su due soli punti: stracciano le regole per se stessi, e sono degli incapaci ai quali non bisognerebbe affidare nemmeno la gestione di un condominio.

Ma mentre il secondo argomento resta forte, il primo è stato spuntato proprio dalla firma di Napolitano: come, se un presidente "comunista" ha firmato, vuol dire che era giusto riammettere i pasticcioni, diranno.

E il primo argomento era quello davvero importante per la democrazia, mi sembra.


5 febbraio 2010

Per fortuna che c'è Stiglitz

governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato.
permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione la società. La presunta merce "forza-lavoro" non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva d’impiego, senza influire nche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. Nel disporre della forza-lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale "uomo" che si collega a quest’etichetta… La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati, la capacità di produrre cibo e materie prime distrutta. Infine, l’amministrazione da parte del mercato del potere d’acquisto liquiderebbe periodicamente le imprese commerciali poiché le carenze e gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e la siccità nelle società primitive.
Karl Polanyi, 1944

In fondo, il problema di oggi è assai semplice: i "mercati" - quella immaginaria entità sovranazionale che secondo alcuni farebbe il bene del mondo - governano e i governi non hanno più alcun potere sostanziale. La democrazia è quindi svuotata dall'economia.
Non solo: nel discorso pubblico, anche nel discorso di molti governanti, perfino nel discorso di molti governanti "di sinistra", l'andamento delle borse continua ad essere interpretato come l'indicatore essenziale, anche dopo che la grande crisi mondiale dovrebbe aver scalzato finalmente l'ideologia neolibersita rampante.
E del resto, ancora oggi nessuno è stato capace di dire, ad esempio, che le agenzie di rating private, dopo quel che hanno combinato, non dovrebbero più permettersi di valutare il debito degli stati. O se lo fanno, non dovrebbero essere considerate minimamente come fonte autorevole.


8 febbraio 2009

Nulla da aggiungere

Tutti hanno già detto l'essenziale. Nulla da aggiungere, dunque. Solo, è necessario che tutti facciano sentire la loro voce e manifestino, per difendere la democrazia in pericolo. Perché, approfittando della crisi e del successo di lungo periodo della politica della paura, l'omino che ci governa sta davvero tentando di ripristinare il fascismo. Il suo fascismo.

Qui l'appello della Carovana del PD sull'indegna legge sulla sicurezza.
Qui le considerazioni acutissime come sempre di Barbara Spinelli sulla chiesa e Berlusconi.
Qui la sintesi di Travaglio, che ci ricorda che dietro, come sempre, c'è l'interesse personale del nostro, che non vede l'ora di essere finalmente un dittatore senza lacci.
Sul giornale di carta, Scalfari oggi parla direttamente e senza cautele di nuovo fascismo, e ricorda il tradimento degli intellettuali nel 1925. Per dire che anche oggi sente la stessa aria...



Il 10 febbraio il PD è a piazza Santi Apostoli, a Roma, a difendere la Costituzione. Facciamo in modo di essere in tanti.


29 novembre 2007

Links for 2007-11-29 (con autocitazioni!)


20 ottobre 2007

Il Partito è partito?

In un commento al mio ultimo post, Gens si chiede tra l'altro come fare in modo che i 3 milioni continuino a contare e non diventino un semplice dato numerico.
Non c'è una risposta facile, ovviamente. Però, dato che è evidente che il problema della forma partito del PD, messo tra parentesi durante tutta la fase delle primarie, è ora diventato centrale, iMille hanno cominciato a pensarci.  Nel Wiki dei mille ho scritto una prima bozza di principi, e invito tutti gli interessati a contribuire.


21 luglio 2007

Imparare la democrazia

La crisi di credibilità della politica, ormai, tende spesso a tracimare in una crisi di credibilità della democrazia. O, per meglio dire, ci sono troppi che da troppi punti di vista leggono la scarsa caratura dei politici nostrani, la loro scarsa moralità, o la loro orgogliosa incompetenza, come la dimostrazione che la democrazia non ha più nulla da dire.
Due mi sembrano gli atteggiamenti, apparentemente opposti eppure convergenti: quelli di chi, ossessionato dall'incompetenza dei politici e della gente che li elegge, invoca una qualche tecnocrazia (si vedano a questo proposito molti dei commenti al peraltro interessante e preoccupante post di Ugo Bardi //Perché i politici sono ignoranti//).
E quelli di chi insegue i V-day di Grillo.

In qualche modo, anche il confuso agitarsi e i litigi scatenatisi dalle parti de iMille riflettono questa situazione e questa difficoltà: una ricerca confusa di democrazia diretta, la sensazione di avere un sentire comune, ma l'immediato sospetto verso chiunque, nel farsi e nel caotico strutturarsi di quel piccolo movimento, abbia finito per assumere un ruolo guida. La riproposizione continua dell'accusa fondamentale, quella cioè di voler diventare essi stessi ceto politico, di essere arrivisti come e peggio di chi oggi rappresenta l'odiata oligarchia.

Eppure, dovrebbe essere chiaro che qualunque democrazia funziona solo se è tensione, risolta attraverso regole duttili e flessibili, fra rappresentanza e espressione diretta dei rappresentati, e fra scelte politiche (umane, opinabili e non scientifiche) e uso reale e serio delle competenze della scienza e della tecnica. I Mille possono fare molta strada se trovano almeno un poco di equilibrio fra queste polarità.

In molti sensi, dobbiamo davvero ringraziare chi si è avventurato nell'idea di formare il Partito Democratico attraverso un processo costituente aperto. Che poi avessero in testa, o credessero, di poter governare a loro piacimento il processo, di poterlo ingabbiare, può anche essere vero.
Però è davvero da molto tempo che non vedo in giro una simile voglia di discutere, di decidere, di partecipare, in breve di imparare la democrazia.

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12 aprile 2007

Authority: una riflessione sulla democrazia

La separazione funzionale della rete Telecom (di tutta la rete? dell'ultimo miglio?) a cura dell'autorità è meglio di niente e ci allontana almeno un po' dal delirio neoliberista secondo cui qualunque monopolio naturale può essere privatizzato senza danni collaterali.

Però, mi viene il sospetto che in questa storia bisognerebbe tornare anche un po' più indietro. Perché temo che questa idea della autorità indipendenti che gestiscono tutto sia illusoria e ideologica:
  1. In primo luogo, se si accetta l'assunto che sia meglio affidare certe attività di regolazione ad autorità indipendenti, bisogna non solo assicurarsi la loro effettiva indipendenza dalla politica e soprattutto dagli interessi da regolare, ma anche saper definire bene cosa significa indipendenza. Ora, io credo che queste autorità non siano affatto indipendenti, non solo in Italia (dove il livello di commistione di interessi è evidente e spesso scandaloso), ma anche in Europa. Perché anche in Europa queste autorità non possono che mostrare - nella migliore delle ipotesi - una visione dell'interesse generale che deriva direttamente dall'ideologia dominante e, quindi, identifica l'interesse generale con l'interesse dei capitalisti.
  2. Ma soprattutto, non credo che sia giusto dal punto di vista della qualità della democrazia spostare sempre più decisione fuori dal controllo democratico: la politica monetaria è fatta da tecnocrati della BCE, le politiche industriali da tecnocrati delle varie autorità, e via così. Alla fine, quali decisioni prende la democrazia? Lo so che i politici nostrani non ci rappresentano bene, ma a forza di moltiplicare luoghi di decisione (pseudo) indipendenti ma sicuramente non democratici, non è che stiamo buttando via il bambino della democrazia con l'acqua sporca delle sue degenerazione partitocratiche e clientelari?
Ecco, mi piacerebbe che un vero riformismo politico, prendendo sul serio quanto dice spesso il vecchio Reichlin sulla politica che deve tornare a prevalere sull'economia, cominciasse ad esercitarsi su come rendere democratici i processi decisionali che riguardano la regolazione dei mercati. Ad esempio:
  • (Prima versione da riformismo moderato) Ammesso che di regolare la concorrenza fra operatori telefonici non debba occuparsene il ministro (eletto da noi cittadini, in fondo), ma l'apposita autorità, perché non si pensa a qualche meccanismo per il quale la direzione dell'autorità viene democratizzata (con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, o dei piccoli azionisti, o con meccanismi di elezione democratica dei suoi membri, ecc.)?
  • (Seconda versione da riformismo radicale) L'autorità di regolazione regola, ossia definisce le norme di dettaglio e soprattutto le fa applicare e sanziona gli attori sul mercato che non le rispettano. Il governo e il parlamento, ossia chi rappresenta democraticamente i cittadini, fanno le norme di rilevanza politica e le scelte di politica industriale, ed inoltre esercitano opportuna moral suasion sugli attori economici quando serve. Facendo tutte le battaglie necessarie anche contro il politically correct liberista troppo diffuso fra certe burocrazie europee, come ci hanno insegnato a fare tante volte i francesi...
Insomma, i tecnici facciano pure i tecnici, per carità - figurarsi, sono un tecnico anch'io! - ma se l'autorità è chiamata a scelte politiche, tali scelte devono avere una qualche legittimità democratica.

PS. Il libro di Ginsborg sulla democrazia che non c'è è caldamente consigliato per chi voglia cominciare davvero a ragionare sulla triste deriva della democrazia occidentale.

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permalink | inviato da corradoinblog il 12/4/2007 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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