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22 maggio 2011

Profezie che si autadempiono

Funziona così: l'agenzia di rating di turno abbassa l'outlook di un paese a scelta (questa volta è toccato all'Italia). Quindi gli investitori chiedono interessi maggiori come premio per il rischio paese. Quindi il paese vede aumentare il proprio debito a parità di altre condizioni, perché deve pagare più interesse. Quindi la sua situazione economica peggiora. Quindi la profezia si dimostra vera.

(non sto difendendo Tremonti, non sto dicendo che l'Italia non ha un problema di debito pubblico e di bassa crescita. Sto dicendo che le agenzie di rating sono troppo potenti e al tempo stesso troppo screditate. Sto dicendo che non possiamo continuare a sperare di risolvere i problemi di crescita tagliando la spesa, perché non si è mai visto un mondo che cresce tagliando, perché tutte le teorie di spiazzamento fra spesa pubblica e spesa privata restano false e indimostrate. E sto dicendo che queste profezie che si autoadempiono sono un orrendo meccansimo nel quale gli speculatori guadagnano, i conflitti di interesse proliferano, e la decisione politica degli stati, o dell'Europa, non conta nulla).


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22 aprile 2011

Link di Pasqua

Oggi voglio proporre ai miei 25 lettori un breve viaggio fra articoli e post stimolanti, alcuni dei quali non condivido affatto, ma che trovo significativi per illustrare un certo modo di pensare. Comincio con un po' di politica politicante, segnalando due pezzi dal sito web ufficioso dei giovani turchi del PD:
  • La polemica fra il PD e il Corriere sulla supposta insesistenza di proposte programmatiche del PD. Sebbene Champ abbia acutamente osservato come lamentarsi con il Corriere sia perfino autolesionista, e come è ben chiaro che un problema di efficacia nella comunicazione il PD lo ha eccome, letta tutta intera questa vicenda dice molto della qualità del nostro giornalismo più paludato.
  • Un pezzo di Chiara Geloni sul paradossale lamentarsi dei referendari perché gli tolgono il referendum. Insomma, visto che l'unico modo di toglierti il referendum è abrogare le norme che volevi abrogare con il referendum, dovresti essere contento: hai vinto senza combattere. Meglio di così.... E invece no, questi referendari avevano altro in testa, e del merito del referendum non gli importava nulla. Come ho già scritto ieri, concordo e trovo piuttosto indegno questo modo opportunista di fare politica.
Al di sotto della politica politicante ci sono le cose che contano: l'energia, le politiche del lavoro, il sistema industriale italiano, la politica europea, il fisco. Ecco quattro articoli che variamente - e in alcuni casi malamente - affrontano queste questioni:
  • su NfA si polemizza con Debora Billi che su il Fatto esagera non poco in catastrofismo  eneregtico (e non è una novità per lei): resteremo tutti al buio? Peccato che la polemica è mal impostata, è il solito affidarsi alle magnifiche sorti e progressive garantite dalla mano invisibile del mercato e dall'innovazione tecnologica. L'approccio economicistico di NfA, che ignora cosette come il secondo principio della termodinamica o dati di fatto come la finitezza delle risorse petrolifere, rende l'economista medio incapace di affrontare con qualche consapevolezza il problema energetico. Peccato, perché per affrontarlo, quel problema, servono anche gli economisti, il mercato e l'innovazione tecnologica. Per non perdersi nel solito mare dei commenti al post, suggerisco di leggere questo - perfetto nella sua logica ferrea - e, ovviamente, il mio.
  • Stefano Bartolini fa il punto sugli effetti della precarizzazione del lavoro sulla felicità: al di là delle soluzioni politiche immaginate, sulle quali purtroppo ci si continua ad accapigliare nel PD, fra Fassina e Ichino, la riflessione di Bartolini - e tutto il suo interessantissimo libro, che consiglierei volentieri a molti miei amici economisti - mi sembra molto importante.
  • Su Sbilanciamoci, è stata pubblicata una interessante e approfondita inchiesta sulle (residue) grandi imprese italiane: un dossier magari un po' di parte ma davvero approfondito e pieno di dati - anche sui bilanci. Per capire qualcosa su dove va il sistema industriale italiano, si può partire anche da qui.
  • Il blog di Aspo pubblica un sorprendente e sballato articolo anitieuropeista di Terenzio Longobardi, che rincorre strani sogni di ritorno agli stati nazionali. Antieuropeismo di sinistra d'antan, che si salda in modo imprevisto a quello di destra oggi in voga. Mi riprometto di tornarci più ampiamente, perché la questione di questo diffondersi di ragionamentio pseuodautarchici in salsa ecologista è piutosto significativa.
  • Infine, il magazine de iMille (che è sempre più pieno di pezzi interessanti, leggetelo!) ci racconta, per la penna di Riccardo Spezia, come sia più facile pagare le tasse in Francia. Ah, invidia.
Per finire, una piccola speranza per il nostro futuro energetico. Nulla di attualmente fattibile, certo, le solite speranze date dalla ricerca di base. Comunque, c'è una traccia secondo la quale diventerà possibile fissare in modo stabile l'energia del sole. Niente più problemi con la maledetta intermittenza delle rinnovabili, se fosse davevro possibile farlo in futuro.







31 dicembre 2010

The Great Training Robbery

Studiare serve? In fondo, dietro ogni discorso pubblico di destra o di sinistra sull’istruzione e la ricerca, c’è sempre questa domanda.
Coerentemente con la politica di taglio della spesa per l’istruzione e la ricerca, il ministro Sacconi teorizza le virtù del lavoro manuale, dice che cattivi genitori spingono i figli a seguire percorsi educativi sovradimensionati rispetto alle richieste del mercato del lavoro. E così - è il sottinteso - ci troviamo con disoccupati intellettuali e importazione di manodopera dall’estero.
Il mantra di sinistra, al contrario, è che per competere nel mondo globale sia necessario investire massicciamente in istruzione e ricerca, e modificare il nostro mix produttivo verso l’economia della conoscenza. E così - è il sottinteso - si supererebbe quell’assurda situazione per la quale l’Italia è fra i paesi sviluppati quello con meno laureati eppure quello con più disoccupati intellettuali.

Ecco, io vorrei che si cambiasse radicalmente il piano del discorso, perché se si continua ad vedere l’istruzione e la ricerca solo per il loro vero o presunto “servire” l’economia, non si capirà il vero valore di queste due mitiche paroline.
Perché istruzione è essenzialmente il presupposto della democrazia e della consapevolezza e della possibilità di autodeterminazione degli uomini, e ricerca è ciò che fa l’uomo qualcosa di utile a se stesso.
E perché, quindi, una popolazione istruita e capace di ricercare sarà anche in grado di non offendersi a fare anche lavori manuali. E perché certe sapienze manuali e artigianali non sono affatto in contraddizione con la conoscenza e la cultura “libresca”.

E’ per questo, sopratutto per questo che la sinistra fa bene a ribadire il suo mantra. Che poi più istruzione e conoscenza possano anche essere utili per lo sviluppo, è vero solo a certe condizioni: mentre scrivevo la mia tesi di economia dell’istruzione, nel lontano 1983, mi capitò di leggere questo libro, che sostiene, con molte ragioni, che non vi è correlazione fra training e successo nel lavoro, perché è la domanda di lavoro che guida, non l’offerta. In fondo, si tratta di una tesi “keynesiana”: non bastano politiche dal lato dell’offerta per determinare un certo risultato in economia. Sarebbe bene ricordarsene.


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29 giugno 2010

Economia senza storia

L’austerità non può essere a senso unico. Si possono chiedere sacrifici ai lavoratori. Ma i lavoratori hanno tutti i diritti di chiedere che cosa sono disposti a fare gli altri, coloro che più hanno, per salvare l’avvenire economico del paese. Se gli si risponde [. . .] che bisogna accantonare le riforme, rassegnarsi alla ingiustizia fiscale, mantenere intatti i vecchi rapporti di potere, è come se si dicesse che da questa parte non si vuole pagare letteralmente niente.

 

Quando sono state scritte queste parole? Nel 1964, da Enzo Forcella in un articolo su Il Giorno. Era la "congiuntura", la prima crisi dopo il miracolo economico, con conseguente ristrutturazione, disoccupazione, ecc.
Ricorda qualcosa?
Ricorda che ogni volta che il capitalismo va in crisi, il modo di uscirne è sempre lo stesso: far pagare ai lavoratori. Perché, anche quella volta, non vi fu giustizia fiscale, né riforme, né pagarono anche i "ricchi".

Ora, questa constatazione banale dal punto di vista dell'esame oggettivo dei fatti storici, è sistematicamente occultata da una cortina fumogena di giustificazioni tecniche ed economiche offerte dall'economia mainstream. Ogni volta ci sono apparenti buoni motivi per convincerci che "i sacrifici" sono inevitabili, e che in fondo in fondo ce li siamo pure meritati perché la colpa, come sempre, è dell'inefficienza pubblica, e non della rapina privata.

Il fatto è che l'economia è diventata, sopratutto per una legione di economisti giovani, brillanti, intelligentissimi, tecnicamente preparati, una pura tecnica senza storia, un esercizio di modelli matematici e un gioco di equilibri più o meno perfetti. Eppure, basterebbe provare a fare economia con  la storia, provare a smetterla con la pretesa di vedere il gioco economico nel vuoto pneumatico della tecnica economica o, al massimo, nel contesto della politica del breve periodo, per scoprire che - appunto - la storia avrebbe davvero tanto da insegnare all'economia, per provare a non ripetere pervicacemente gli stessi errori. Esemplare, in questo senso, questo articolo che invito a leggere.

****

Dal 1963 al 1968 la percentuale del reddito spettante al lavoro salariato scende dal 63% al 57% (al livello cioè del 1961).

All’aumento della produzione si aggiunge una forte ripresa delle esportazioni. Eppure - a differenza di quel che avviene negli altri paesi europei - gli investimenti industriali riprendono solo con molta lentezza, mentre cresce a dismisura la fuga di capitali all’estero. Continuano inoltre i flussi migratori, e Michele Salvati ha segnalato «l’assurdo quadro complessivo di un paese che esporta, insieme, capitali e lavoro invece di farli lavorare entrambi sul territorio nazionale». Si apre qui il secondo versante della contraddizione alla base del rilancio produttivo vi è una ristrutturazione aziendale basata largamente sull’utilizzo intensivo della forza lavoro, sull’aumento dei ritmi, sulla parcellizzazione ulteriore delle operazioni. Si accentuano per questa via i processi precedenti: alla Fiat gli operai comuni sono il 44% nel 1957 e più del 65% dieci anni dopo. I passaggi alle categorie superiori avvengono spesso secondo procedure arbitrarie, volte a privilegiare la «fedeltà» e l’obbedienza» del lavoratore all’azienda, mentre crescono ovunque le forme di lavoro ripetitive e assillanti.

Quando uno proprio non ce la faceva più per i ritmi troppo veloci, si imbarcava. Era una forma di lotta individuale, che a volte avevi i mezzi e la possibilità di fare. Imbarcarsi vuol dire, in catena di montaggio, perdere il tuo posto di lavoro e andare sempre più avanti sulla linea in movimento dietro ai pezzi su cui devi lavorare. Vuol dire che pianti un casino tale che gli altri non riescono più a lavorare [...]. Quando però si arrivava all’esasperazione, succedeva che la maggior parte piangevano. Ho visto gli operai piangere, battere la testa e i pugni, buttarsi per terra, proprio crisi isteriche.


È difficile stupirsi se negli anni della «modernizzazione» gli incidenti sul lavoro aumentano anziché diminuire e si diffondono al tempo stesso patologie nuove.

Agli inizi del 1967 Giorgio Bocca prendeva a bersaglio i luoghi comuni sul miglioramento delle condizioni di fabbrica, riferendosi agli operai più giovani «in quattro o cinque anni — osservava — l’organizzazione li svuota, li invecchia». «Secondo i medici e gli psicologi delle aziende di fronte a un giovane operaio che non ce la fa più, anche se ha solo 18 o 20 anni, esiste questo unico dilemma: o è un malato malato o è un lavativo, e allora gli diamo un po’ di sulfamidici o lo licenziamo. Ma i sulfamidici e i licenziamenti, valli un po’ a capire questi operai della nuova generazione, né guariscono le ulcere né fanno cessare i tremori né sciolgono le tristezze. Valli a capire questi operai yé yé: sono migliorate le cure mediche, della medicina normale, eppure le loro «assenze per malattia» sono più numerose che in passato. Che cosa significa signor medico fiscale? Che cosa significa signor psicologo fiscale?»

Come le statistiche confermano, le assenze per malattia nelle fabbriche metalmeccaniche aumentano fortemente già in questa fase: quando cioè l’assenza di un giorno significa per un operaio - a differenza di quel che avviene per un impiegato - perdita secca di salario e controlli fiscali severi, soprattutto se il lavoratore è iscritto al sindacato o comunque «indocile». […]

Il padronato che imponeva questa intensificazione del lavoro e questa «austerità» ai propri dipendenti non dava nel contempo prova di grande moralità e spirito di sacrificio.

Secondo stime approssimati della Banca d’Italia l’esportazione di capitali all’estero passa dai 336 milioni di dollari del 1963 ai 3427 del 1969. Sull’evasione fiscale si possono ipotizzare cifre ancor più incerte, ma di dimensioni molto superiori. «Evadere il fisco e portare i soldi in Svizzera: questo fu il comportamento di gran parte della borghesia italiana una vera e propria diserzione». il duro giudizio è di parte non sospetta, Guido Carli, il quale però giustifica subito la «diserzione» con la «minaccia comunista» e con l'«estremismo» sindacale.

Dal canto suo, un presidente veneto dell’Associazione industriali difendeva così evasori fiscali ed esportatori di capitali:

Lei mi capisce, se mi trovo su una strada deserta e sento uno che dice: «Guarda che c’è un brigante che ti porta via il portafoglio», io lo nascondo. Traditore della patria? No, caro lei, i traditori sono quelli che minacciano di portarmelo via. Dico giusto?


Sciopero degli investimenti, ristrutturazione aziendale basata sull'intensificazione del lavoro, evasione fiscale ed esportazione di capitali: se questa è la norma, come confermano molti studi, c’è anche chi fa peggio. Ce lo ricorda la vicenda del Cotonificio Valle Susa, che mescola il dramma del licenziamento per migliaia di operai con una «storia padronale» che vale la pena di raccontare.

Per gli 8000 dipendenti delle fabbriche del Cotonificio la crisi si annuncia nel corso del 1964 e precipita nel 1965. Si susseguono riduzioni d’orario, sospensioni mancato pagamento dei salari, mentre la chiusura definitiva dell’azienda è una prospettiva sempre più concreta e l’allarme coinvolge interi paesi. Intanto Felice Riva, principale proprietario e amministratore delegato del Cotonificio, si occupa d’altro. Scrive nel luglio del 1965 il prefetto di Torino:

l’atteggiamento assenteista ed irresponsabile di Felice Riva è stato apertamente stigmatizzato dai sindacalisti e dai dipendenti del Cotonificio Valle Susa, dichiaratisi sdegnati che il Riva, come riportato anche dalla stampa, preferisca interessarsi della compravendita dei calciatori del Milan [di cui è presidente] anziché degli oltre 7000 dipendenti del C.V.S. e delle loro famiglie

Mi fermo qui, con la lunga citazione dal libro di Crainz che certi giovini economisti farebbero bene a leggere. Che farebbero bene a leggere anche certi pasdaran del merito - il merito, il talento, continuo a dire, e lo so benissimo, sono l'unica assicurazione e l'unica speranza contro il declino italico. Ma, accidenti, ricordarsi anche della giustizia e dell'uguaglianza, oggi, è davvero essenziale.

****


Quel che davvero, profondamente, mi deprime, forse per il mio passato di appassionati studi economici, è constatare come persone intelligenti e colte, innovative e niente affatto a priori "di destra", siano talmente impastoiate nella razionalità limitata della scienza economica mainstream, da giustificare qualunque ricetta che proponga tagli di spesa pubblica e tasse, in nome di un'efficienza e una futura crescita che da un lato è economicamente impossibile e, dall'altro, è e sarà causa di ulteriori terribili ingiustizie e povertà.

Ce l'ho - di nuovo - con quelli di nfA, e con il loro furore ideologico usato a piene mani contro quello che loro certamente vedono come un furore ideologico uguale e contrario usato dagli economisti della lettera.

I primi, pur di dimostrare le loro tesi liberiste (non neoliberiste, per carità che se no si inalberano), arrivano a sostenere che sempre e a priori la domanda e l'offerta sono in equilibrio, quale che sia la distribuzione del reddito, che la crisi di sovrapprduzione non può esistere, che l'insufficienza della domanda di keynesiana memoria è una baggianata (consiglierei loro di leggersi questi due articoli...). I secondi usano una terminologia ideologica e datata per sostenere tesi economiche corrette, sembra quasi vogliano farsi impallinare dai "moderni" grazie al loro frasario più che ai loro argomenti - che sono solidissimi. Si lasciano però andare a ricette protezioniste che finiscono per somigliare al finto antimercatismo di Tremonti, mentre il problema vero di oggi non è la chiusura ma l'apertura, non è difendersi, ma attaccare. Non è ridurre gli stipendi a Pomigliano, ma aumentarli a Pechino. 


Ecco, credo che un bagno nella storia, che gli economisti della lettera hanno ben presente, farebbe bene ai giovinotti di nfA. E credo che gli economisti della lettera farebbero bene a prendere sul serio il peso del diffondersi, fra i più giovani studiosi, di un modo di pensare così lontano da quello cui è abituata la sinistra tradizionale.


****

In questo modo di pensare, del resto, vi sono due elementi di fondo, filosofici e morali, che  sarebbe bene indagare. 

Il primo elemento è costituivo dell'economia mainstream, anzi è il suo unico fondamento: l'opinione che il mondo sia governato dall'interesse individuale dell'individuo autointeressato, e che la composizione di tali interessi sia tutto ciò che si può fare. In breve, l'uomo è naturaliter individualista ed interessato al suo proprio bene, e l'altruismo è una chimera. L'uomo, in definitiva, secondo questa visione non è un animale sociale.

Il secondo elemento costituisce un'aggravante specifica dell'esperienza politica dell'Italia degli ultimi anni, che conferma ed approfondisce questa impostazione filosofica di base: il livello di corruzione e di scarsa moralità dell'amministrazione pubblica italiana - e dell'Italia nel suo complesso - sembrano fatti apposta per confermare l'idea che, dato che l'uomo è per definizione egoista, è sbagliato affidare troppe cose allo Stato e alla politica, che sopratutto in Italia, e del resto "per definizione", non saranno in grado di fare l'interesse generale. Molto meglio affidarsi a meccanismo automatici di mercato, che portano (magari fosse vero, dico io) a comporre gli interessi individuali grazie al bialnciarsi delle utilità marginali.


Ecco, sul primo elemento esiste una enorme bibliografia che contesta, dal punto di vista morale, filosofico, antropologico, storico, l'esistenza di questo immaginario uomo economico. Ma quando questa "invenzione" si rafforza grazie alla specifica realtà del familismo amorale, della corruzione dilagante, della sfiducia cinica nelle istituzioni del nostro bel paese, è davvero difficile controbattere e continuare ad articolare ragionamenti positivi.


Forse, è più questa sfiducia globale nel prossimo che la convinzione scientifica che muove i giovini di nfA. E questo è davvero triste.

 


23 maggio 2010

Tecnocrazia e democrazia

Con molto ritardo, sono tornato a occuparmi di NfA. E ho provato a rispondere a chi mi accusava di avere una visione ingenua della democrazia e di rifiutare il ruolo delle competenze tecniche. Riporto qui quasi per esteso la mia risposta.


Dunque, Marco Boninu mi impartisce una dotta lezione sulla mia incapacità di capire che la competenza tecnica non è in contraddizione con il significato normativo della democrazia, ed anzi mi fa notare che una democrazia sensata deve accettare il ruolo della tecnica e dei "competenti" in una certa materia.

Ora, ammetto volentieri che nel riportare la mia polemichetta sul mio blog io sia stato un po' tranchant. Peccato che Marco abbia dedotto da ciò una montagna di conseguenze che sono molto molto lontane dal mio pensiero, direi un bel processo alle intenzioni.

Provo a mettere in ordine la faccenda. Dice Marco che i partirei dal seguente assunto:

"a) messa in discussione del valore epistemico della disciplina che contesti (in questo caso l'economia) che non amplierebbe la conoscenza delle cose, ma realizzarebbe solo "condizioni di dominio"

Avendo fatto anch'io, ahimè in anni lontani, studi di economia, non metto affatto in discussione il valore epistemico della disciplina in quanto tale, né penso che la conoscenza scientifica sia solo un modo per realizzare condizioni di dominio. Penso però che: (a) le teorie scientifiche non siano immutabili e non esista una verità rivelata una volta per tutte - è una banalità, mi sembra, da Kuhn in poi (b) ciò è vero in particolare nelle scienze "umane", inclusa l'economia, per le notissime ragioni della difficoltà di distinguere i giudizi di valore e le credenze (ideologie??) incorporate in ciascuna visione teorica - incluse le visioni teoriche che mi stanno più "simpatiche", ovviamente. Ed infatti io mi limito a contestare il modo di vedere le cose della teoria standard "mainstream" in questo momento dominante nella scienza economica. Ma non è che non veda che quella teoria ha un forte livello di coerenza interna, o che i suoi modelli in molte circostanze funzionino benissimo (ossia all'interno di un quadro a "razionalità limitata") o ancora, che possono insegnare molto di utile per politiche economiche efficaci. Ma su questo - e sull'utilitarismo - ci torno dopo, rimarcando però che non è vero che la scienza economica è solo mainstream, e che ci sono fior di economisti che pensano e praticano altri modelli. Qui faccio solo notare che non occorre avere un approccio da "Scuola di Francoforte" per poter contestare nel merito una posizione di politica economica.

b) messa in causa dell'esistenza di standard obbiettivi che consentano la valutazione in re (cioè sapendo ciò di cui si parla, non orecchiando le volgarizzazioni) delle cose che discuti; 

Vedi sopra: non metto in discussione l'esistenza di standard obiettivi. Dico che sulla base di standard obiettivi, il mainstream economico non funziona. Ovviamente chi scrive su NfA non la pensa come me, legittimamente. Ma - ripeto - altri economisti non la pensano come chi scrive su NfA. O NfA ha il monopolio della scienza economica "giusta"?

c) rivendicazione di una isegoria spinta e senza limiti dal momento che il tecnico che parla non è in una condizione di competenza realmente superiore ad un profano in quanto comunque il profano ha il merito di individuare istanze morali o di qualunque altro genere, che il tecnico, nella parzialità delle sue competenze, trascurerebbe in maniera colpevole, come tu sembri insinuare, o perchè troppo ingenuo. 

Veniamo finalmente al punto del ruolo della tecnica nel processo democratico, e nell'assunzione delle decisioni. Contrariamente a quanto Marco ha dedotto sulle mie supposte idee in merito, io, da appassionato della democrazia partecipativa e di cosette come il metodo del consenso e le procedure per il consenso informato, penso proprio che le competenze tecniche debbano essere il più possibile incluse dentro i processi democratici. Marco, forse al fine di polemizzare in modo più efficace col sottoscritto, pone in totale antinomia la competenza tecnica e la possibilità di tutti di parlare senza sapere di che si parla (l'isegoria). Io invece credo quanto segue:

 

  • Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni - quando queste siano decisioni con rilevanza politica o sociale o ambientale, ad esempio - comporta dei rischi non per la democrazia in se, ma per la bontà delle decisioni. Non perché i tecnici siano "cattivi" o "ingenui" (magari a volte lo sono, ma questo vale anche per i non tecnici, quindi è irrilevante), ma perché una scelta non lasciata solo ai tecnici ha più probabilità di funzionare perché capita e condivisa da chi la subisce.
  • Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni è anche rischioso quando lo specifico tecnico - come nella tecnica e nella scienza moderne - sia talmente segmentato da rendere assai probabile che una scelta "tecnica" in un settore generi effetti non previsti in altri ambiti (controllati da altre "tecniche"). Ma difficilmente le scelte tecniche sono pienamente transdisciplinari, e riescono a tener conto di tutte le possibili esternalità positive o negative. E quando lo sono, i "tecnici" delle varie discipline si trovano fra di loro esattamente nella stessa condizione dei "profani" che parlano senza sapere di ciò che parlano: debbono quindi adottare fra loro una sorta di processo democratico, ovviamente sotto il vaglio di standard obiettivi.
  • Lasciare le decisioni complesse agli "incompetenti", ossia adottare la visione ingenua della democrazia che Marco mi accusa di avere, è ovviamente altrettanto rischioso e per nulla intelligente. E - concordo con Marco - non ha molto a che fare con un concetto sensato di democrazia. E tuttavia, eviterei di sottovalutare la forza della competenza collettiva, della capacità di gruppi vasti di persone non competenti di esprimere giudizi che, quando aggregati, si dimostrano ex post perfino migliori di quelli espressi da piccoli gruppi di "esperti". Gli esempi di questo libro dovrebbero suggerire qualche dubbio in proposito.
  • In conclusione, più che contrapporre tecnica e democrazia intesa come "parlare per dare aria ai denti", io credo che bisogna sforzarsi di adottare il più spesso possibile, con tutta la fatica e anche la perdita di "velocità" che ciò comporta, procedimenti di decisione che includano in vario modo sia la competenza tecnica sia l'opinione dei non competenti. L'idea migliore, in questo senso, è sicuramente quella del consenso informato, nella quale si tenta appunto di trasferire almeno in parte sugli stakeholder - in partenza non competenti - le basi dell'informazione tecnica necessaria per assumere decisioni consapevoli.

Ancora due cose, sul liberismo (non liberalismo, come scrive Marco travisandomi) e sull'utilitarismo base dell'economia mainstream. Mi ha molto colpito questo commento di DentArthurDent
L'economia moderna (o quantomeno il mainstream) mi sembra una scienza pesantemente model-based e data-based, il cui fine e' fondamentalmente l'ottimizzazione di alcune grandezze quantificabili. Viceversa, quasi tutti quelli che propongono un'idea "altra" rispetto al capitalismo puntano all'ottimizzazione di alcune grandezze non facilmente definibili ne' misurabili: uguaglianza, sicurezza sociale, benessere... in ultima analisi e semplificando un po', la solita felicita'. 

 

A parte che l'uguaglianza economica è perfettamente misurabile, il punto è che il mainstream economico non si basa sull'utilitarismo filosofico, ma su una sua caricatura semplificata secondo la quale sul mercato si affaccia un homo oeconomicus che opera solo per il suo self interest. Con ciò mettendo tra parentesi sia che il mercato per funzionare deve essere inteso come istituzione e deve basarsi su una cosetta piccola piccola che è la fiducia reciproca, sia sopratutto che l'uomo reale non si muove solo per il suo interesse, fa montagne di cose del tutto gratuite - incluso il tempo speso da Marco, da me e da tutti quelli che perdono tempo a scrivere qui...

Evito di farla lunga su questo tema, ma vorrei dire a DentArthurDent che, davvero, non esiste solo il mainstream economico...


5 febbraio 2010

Per fortuna che c'è Stiglitz

governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato.
permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione la società. La presunta merce "forza-lavoro" non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva d’impiego, senza influire nche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. Nel disporre della forza-lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale "uomo" che si collega a quest’etichetta… La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati, la capacità di produrre cibo e materie prime distrutta. Infine, l’amministrazione da parte del mercato del potere d’acquisto liquiderebbe periodicamente le imprese commerciali poiché le carenze e gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e la siccità nelle società primitive.
Karl Polanyi, 1944

In fondo, il problema di oggi è assai semplice: i "mercati" - quella immaginaria entità sovranazionale che secondo alcuni farebbe il bene del mondo - governano e i governi non hanno più alcun potere sostanziale. La democrazia è quindi svuotata dall'economia.
Non solo: nel discorso pubblico, anche nel discorso di molti governanti, perfino nel discorso di molti governanti "di sinistra", l'andamento delle borse continua ad essere interpretato come l'indicatore essenziale, anche dopo che la grande crisi mondiale dovrebbe aver scalzato finalmente l'ideologia neolibersita rampante.
E del resto, ancora oggi nessuno è stato capace di dire, ad esempio, che le agenzie di rating private, dopo quel che hanno combinato, non dovrebbero più permettersi di valutare il debito degli stati. O se lo fanno, non dovrebbero essere considerate minimamente come fonte autorevole.


17 agosto 2009

La nuova ecologia politica


More about La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano

Un primo tentativo, ancora parziale e purtroppo con molti buchi logici, di uscire dalle secche della contrapposizione fra l'impossibile teoria della decrescita e l'illogica tendenza all'autodistruzione tecnologico/capitalista.

In qualche modo, mi sembra il primo tentativo di fondare un ambientalismo economico riformista, (do you remember l'"ambientalismo del si" di veltroniana memoria?) attraverso la ricerca di una sintesi fra il Georgescu Roegen teorico dell'entropia in economia, e l'Amartya Sen teorico della democrazia come chiave dello sviluppo umano.

Però, sebbene il discorso sul nesso fra democrazia e qualità dell'ambiente risulti assai convincente, resta non dimostrata la ragione per la quale basterebbero dosi maggiori di democrazia, di sviluppo umano e di migliore distribuzione del reddito, che porterebbero maggiori dosi di conoscenza e tecnica "buone", per risolvere il duro problema dell'entropia.

L'idea delle due frecce del tempo (una orientata alla distruzione delle risorse - la freccia dell'entropia), l'altra orientata alla ricostruzione del capitale fisico ed ambientale - la freccia della conoscenza umana) è certamente affascinante ma, appunto, è poco più di un'intuizione o una speranza.

Le parti migliori del libro sono la prima, in cui gli autori ricostruiscono pezzi della dottrina economica e dimostrano come solo la scuola neoclassica e neoliberista imperante ha ignorato di fatto il problema della finitezza delle risorse, e l'ultima, con un'appendice illuminante su certe manipolazioni statistiche ed una serie di scomode domande su Cina, India e democrazia.

Comunque, un libro che va letto, e sul quale bisognerebbe ragionare, perché mi sembra indichi una strada da percorrere


9 maggio 2009

Krugman, Stiglitz e la chimera della crescita

Oggi sulla Repubblica di carta i due valenti economisti attaccano la politica che Obama sta attuando nei confronti delle banche. Il merito della critica mi sembra assai ben fondato, e del resto i due sono davvero dei grandi nel loro campo. La via per allontanarsi dal business as usual è lastricata da buone intenzioni elettorali ma, poi, è molto difficile da praticare anche per uno che credo davvero sincero come Obama. La forza dell'establishment economico finanziario è davvero grande, e non è facile resistergli...

Ma quel che mi ha colpito, ancora una volta, degli articoli gemelli di questi due guru del neokeynesismo, è l'assenza di una vera risposta alternativa. La critica è fondata, la proposta alternativa è altrettanto chiara finché ci si limita all'ambito finanziario ed economico. Ma, perfino nelle loro parole, si sente incertezza e dubbio nell'eterna proposta di affidare il "ritorno della crescita" alla politica di stimolo della domanda.
Il fatto è che, come dice Stiglitz, questa volta la globalità della crisi impedisce a chiunque di uscirne con le esportazioni. Il mondo è finito.
Ossia, c'è un limite alla crescita, dato dalla disponibilità di risorse. C'è un limite alla crescita della produttività, dato dai rendimenti decrescenti dell'energia fossile. Ma questo lo dico io, lo dicono le solite cassandre aspiste, ma non lo dicono loro che continuano, come tutti gli economisti di destra o di sinistra, bravi o felloni, interessati o onesti, a ragionare nel chiuso del loro modello economico senza materia ed energia.

Il paradosso è che l'economia è, ci insegnano i manuali, la scienza della scarsità. Ma gli economisti se ne sono dimenticati.

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