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18 aprile 2011

Due domande per la Finlandia

Mi piacerebbe tanto chiedere ai veri finnici a chi pensano di vendere i loro bei telefonini Nokia, quando, impedendo gli aiuti UE, avranno fatto fallire il Portogallo, la Grecia e magari la Spagna e, perché no, l'Italia. A forza di cieco egoismo, non ci vorrà molto per frantumare l'Europa, furura zona di triste declino economico e sociale.

Ma ho una domanda anche per noi, che ci siamo appassionati alle fantastiche performance del sistema scolastico finlandese, al suo modello a detta di tutti eccezionalmente efficace nella formazione di elevate competenze, chiave di volta del successo di quel paese. Non sarà che l'idea che la buona scuola sia maestra di cittadinanza e coesione sociale, forse è un'idea discutibiile, o comunque parziale? Non sarà che la scuola che forma grandi competenze non necessariamente forma cittadini consapevoli?


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permalink | inviato da corradoinblog il 18/4/2011 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


10 giugno 2007

Anche la Finlandia fa parte dell'Europa

In fondo, sarebbe bastato citare Alberto o richiamare per l'ennesima volta quanto scrissi tempo fa.
Eppure, l'editoriale di oggi di Massimo Giannini su Repubblica mi ha fatto talmente incavolare da costringermi a tornare sulla questione delle tasse.
Perché penso che la soluzione di questa questione è la principale montagna che sta davanti a noi, sia per fare dell'Italia un paese normale, sia per immaginare di poter costruire un mondo salvato dal disastro climatico.
E tento di spiegare perché.
  1. L'Italia non ha una pressione fiscale più alta degli altri paesi europei, e certamente più bassa di quelli che hanno le migliori performance economiche e sociali, come i paesi scandinavi
  2. L'Italia ha però un sistema fiscale ingiusto e un'evasione fiscale patologica
  3. Giannini, come tutti, quando confronta l'Italia con gli altri paesi, si scorda i paesi ad alta pressione fiscale ed alto sviluppo, come Finlandia o Svezia, perché citarli mette in crisi il ragionamento standard di tutti i pseudoriformisti: quel ragionamento secondo cui nell'epoca della globalizzazione l'unico modo per rendere efficiente e moderno il paese è far dimagrire lo Stato, riducendo le entrate e per questa via le spese - incluse, ovviamente, quelle sociali.
  4. In questo modo, si occulta il vero problema, che è appunto la montagna che abbiamo da scalare: in realtà, c'è bisogno di più spesa pubblica di investimento, di ricerca, di formazione, di redistribuzione e giustizia, se no il mondo in crisi climatica ed energetica va all'aria, e l'Italia già scassata da una situazione penosa e povera, da scarsità cronica di servizi e giustizia sociale e controllo ambientale, va all'aria anche più in fretta.
  5. E più spesa pubblica si può sostenere solo se la gente accetta di pagare le tasse, e se questo prelievo fiscale funziona come moltiplicatore positivo, perché produce beni pubblici utili alla crescita della produttività; in altre parole, se si riesce ad innescare il circolo virtuoso che ha costruito, a partire dagli anni ottanta, il miracolo finlandese ben spiegato nel libro di Castells e Himanen:
    • lo stato fornisce servizi efficienti e welfare ricco ed enorme investimento in istruzione;
    • lo stato si fa, se necessario, capitalista pubblico;
    • lo stato deregolamenta e liberalizza se serve, e lo fa conservando la coesione sociale e con l'accordo dei sindacati;
    • la società e la popolazione si fidano dello stato;
    • le imprese riescono a far crescere la produttività più rapidamente di quanto lo stato abbia necessità di drenare risorse per mantenere un ricco welfare.

So bene che ci sono specificità finlandesi, e che nemmeno quel sistema è perfetto. Resta però il fatto che non si esce dalla crisi dell'Italia senza farla diventare un paese in cui non ci sia una perenne rivolta contro lo stato, un perenne e canagliesco attaccarsi alla propria roba.
E in questo senso, una sinistra che continua a rincorrere la destra e il suo solito slogan della riduzione (o abolizione?) delle tasse, e non tenta nemmeno di fare una qualche pedagogia sul ruolo dello stato e dello scambio tasse/servizi, è una sinistra che forse può recuperare qualche piccolo consenso di breve periodo, ma che è destinata a perdere. Perché l'originale è sempre meglio della copia.
Certo, la montagna da scalare per ridare credibilità allo stato dovrebbe comportare smetterla di farsi cogliere in castagna anche sulle idiozie, come ha fatto Albertina Soliani.
E iniziare a essere cattivi e seri. Sempre.

Aggiornamento: questo è un approccio più serio, anche se non mette in discussione l'obiettivo di ridurre le aliquote per fare consenso. E intanto il vecchio Scalfari bacchetta implicitamente Giannini, anche se le sue sono ormai quasi grida manzoniane...

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22 marzo 2007

Conservatori per destino e interesse?

I segnali, nella nostra Europa, sono abbastanza chiari:
  • Le opinioni politiche dell'Europa opulenta si spostano al centro, alla ricerca di una moderazione che salvi la capra dello stato sociale - che fa piacere alle classi medie - e i cavoli della ricchezza e del consumo energivoro per tutti:
    • Sta succedendo in Finlandia e nei paesi scandinavi, dove i socialdemocratici perdono terreno a favore di forze che si guardano bene dal rinnegare il ricco stato sociale locale, ma che comunque vogliono spostare l'asse dell'attenzione sull'individuo e sulla difesa di ciò che c'è, contro l'esterno.
    • Sta succedendo in Francia con Bayerau (leggendo Le Monde, mi sembra che anche quel giornale tradizionalmente vicino ai socialisti sia affascinato da quel "nuovo centro").
    • E' già successo con le grosse koalition di Germania ed Austria.
    • E' del tutto metabolizzato nel Regno Unito dopo anni di Blair.
    • E' intensamente desiderato da vaste forze qui in Italia, con l'aggravante e la complicazione che la costruzione di un centro sinistra illuminato si scontra con una chiesa che spera di tornare al medioevo.
  • Nell'Europa dei nuovi entrati, invece, rischia di vincere l'estremismo nazionalista, antisemita e omofobo, come in Polonia. La situazione è per fortuna più variegata, ma il timore che prevalga l'egoismo nazionale e la paura dell'altro è più che fondato. Del resto, quando in Francia appena due anni fa si discuteva solo dell'idraulico polacco che avrebbe tolto posti di lavoro, come stupirsi che in Polonia la risposta sia stata la chiusura identitaria reazionaria e cattolica?

Il fatto, profondo, che sta dietro a questi movimenti di opinione, mi sembra sia la percezione che non ce ne sia per tutti. L'Europa ricca si sente accerchiata, quella nuova teme di non arrivare in tempo al banchetto, perché tutti, in un modo o nell'altro, di fronte al grande disordine mondiale, percepiscono che non si può continuare così, che questo modello di consumo energetico - e quindi di disponibilità di beni materiali, di godimento feticistico delle merci - sia arrivato al termine.
Salvo sperare di chiudersi nel fortino, e che gli altri nel vasto mondo crepino pure, così forse si ricrea spazio e aria e clima per noi ricchi...

Solo che, temo, richiudersi nel fortino non funziona più.

Nei cinquant'anni del trattato di Roma, servirebbe una speranza, ma vediamo solo tecnocrati freddi e popolazioni impaurite o confuse. Il mio feroce europeismo non demorde, ma faccio sempre più fatica a vederne, a breve, esiti positivi, quando anche le grandi scelte tecnologiche, come il progetto Galileo, per non dir di Quaero, si impantanano negli egoismi negli interessi e nella insipienza.


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