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18 settembre 2013

Semplificazioni

Quando si parla di semplificazione, o di fisco amico del cittadino, sarebbe utile scendere coi piedi sulla terra. Perché arrivare a un fisco semplice non è tecnicamente impossibile, anzi è relativamente facile. Ma è difficilissimo dal punto di vista organizzativo e, soprattutto, dal punto di vista della difficoltà di far retroagire le soluzioni tecniche verso soluzioni giuridiche coerenti ed efficaci.

In altri termini, se il legislatore continuerà a disegnare norme bizzarre senza preoccuparsi minimamente della loro possibile implementazione tecnica, saremo sempre costretti alternativamente a investimenti informatico-organizzativi degni di miglior causa, o a restare nel pantano dell’ufficio complicazione affari semplici.

Mi spiego con un esempio concreto, sulla mia pelle. Un esempio minuto e irrilevante rispetto a problemi di disegno del sistema fiscale ben più grandi, ma che ritengo lo stesso molto significativo in chiave di logica di sistema.

Nel 2009 ho cambiato lavoro e, quindi, ho ricevuto dalla mia vecchia azienda il pagamento del TFR. Il TFR è soggetto a tassazione separata in modo da non cumularsi con il reddito corrente dell’anno. Si tratta di una condizione di favore, coerente con la logica di questo istituto. La tassazione, come al solito, viene effettuata alla fonte dal datore di lavoro, che ti liquida l’importo e ti trattiene l’imposta che poi versa all’erario.

Tutto bene, quindi?

No, perché l’aliquota per tassare il TFR è calcolata sulla media dei tuoi redditi imponibili degli ultimi quattro anni, che il datore di lavoro non conosce. Il datore di lavoro infatti conosce solo il tuo reddito da lavoro, e solo quello maturato con lui. Quindi se hai una casa, o se hai qualche altra fonte di guadagno anche piccola, o se negli ultimi quattro anni hai avuto due datori di lavoro, ti tasserà il TFR per un importo inferiore da dovuto.

Dopo un periodo ignoto (dopo circa quattro anni, qualche giorno fa, nel mio caso), arriva la comunicazione dell’agenzia delle entrate dell’importo aggiuntivo dovuto come tassazione del TFR, con allegato bollettino, prospetto (complicatissimo e misterioso, ça va sans dire) e spiegazioni, e il termine di pagamento oltre al quale arriverebbe la cartella esattoriale Equitalia con interessi di mora ecc.

L’importo aggiuntivo da pagare, nel mio caso, non è gran cosa (anche se in periodo di tasse universitarie e corsi di lingua dei figli non è il massimo della felicità). Ma questo modo di procedere è, secondo me, il perfetto esempio di un fisco oggettivamente nemico del contribuente. Questo metodo infatti impedisce qualsiasi pianificazione, dà la sensazione che, in momenti del tempo del tutto imprevedibili, ti possano arrivare cartelle esattoriali o richieste di pagamento dal fisco, senza che tu possa minimamente prevederle (non c’è solo il caso del TFR nel quale il fisco funziona così).

E invece, è proprio la prevedibilità dei comportamenti che servirebbe, un quadro certo nel quale muoversi.

***

Facciamo un passo avanti, per vedere dove sta il problema e come risolverlo.

Il problema

Il problema sta nel fatto che il legislatore che ha stabilito la modalità di tassazione del TFR non si è minimamente posta la questione dell’implementazione del processo. Anzi, si è inventato un metodo che, inevitabilmente, impone un intervento ex-post dell’Agenzia delle entrate. Risultati evidenti: per il cittadino, imprevedibilità, mancanza di chiarezza, fisco “nemico”. Per l’amministrazione: necessità di implementare l’ennesima procedura, di inviare lettere, eventualmente di procedere alla riscossione coatta con Equitalia, ecc.[1].

Le soluzioni

La soluzione ovvia sarebbe, in questo come in altri casi, cambiare la legge semplificandola, pensando anche al modo migliore per calcolare velocemente, immediatamente e con sicurezza il dovuto. A occhio, se tassazione separata deve restare, e se il datore di lavoro è sostituto d’imposta, bisogna tornare a un metodo di calcolo i cui componenti siano per definizione tutti noti al datore di lavoro. Non credo proprio che sia impossibile.

La seconda soluzione è nella categoria “investimenti informatico-organizzativi degni di miglior causa” di cui dicevo all’inizio. A norma invariata, visto che i dati sui redditi e le aliquote medie degli anni passati sono in possesso dell’Agenzia, sarebbe sufficiente un bel web service messo a disposizione del datore di lavoro da parte dell’Agenzia. Il datore accede al sito dell’Agenzia, inserisce i dati del lavoratore (il codice fiscale) e l’importo del TFR lordo da liquidare, e l’Agenzia calcola il dovuto e comunica il valore dell’imposta da detrarre.

***

Mi fermo. Perché non voglio infierire. Per esempio, avete mai capito fino in fondo la faccenda dell’anticipo Irpef? Lo so, in pratica devi pagare tutto (il 90%) già l’anno prima e, lo so, non sarà facile uscirne vista la fame di liquidità dello Stato. Ma anche questo non è un altro esempio di scarsa chiarezza?



[1] a proposito, visto che io ho una casella di posta certificata appositamente per comunicare con la pubblica amministrazione, e la pubblica amministrazione lo sa (la PEC gratuita del cittadino è emessa dalla PA), perché l’Agenzia delle entrate mi ha mandato la solita raccomandata di carta e non mi ha scritto via posta elettronica?



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permalink | inviato da corradoinblog il 18/9/2013 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 giugno 2011

Perché Tremonti non può fare la riforma del fisco (oppure, perché non fidarsi di Tremonti)



Tremonti non può fare la riforma del fisco, né può "rilanciare la crescita", secondo il mantra globale attuale, perché Tremonti, come tutti i ministri dell'economia dell'Europa tranne quello tedesco, non dispone delle leve della politica economica e della politica monetaria. La sovranità monetaria degli stati è stata ceduta alla Banca Centrale Europea, che ha per statuto l'obiettivo idiota della stabilità dei prezzi (idiota perché unico e indipendente dagli altri, non idiota di per sè), e l'autonomia perfino arrogante dai governi. La sovranità economica è stata ceduta ai "mercati" e in particolare ai mercati finanziari che comprano i debiti sovrani e vogliono in cambio tassi di interesse che coprano dai rischi. E che non vedono loro, quando i rischi di un Paese aumentano, di approfittare chiedendo tassi più alti.


Questo, tuttavia, è solo il primo livello. Al secondo livello, bisogna anche ricordare che, pur all'interno di questi vincoli davvero deprimenti e che sarebbero da stravolgere al più presto, ci sarebbero dei margini di manovra per fare qualcosa. Ma in quel caso di Tremonti non ci si può fidare per almeno due motivi. Il primo, è che non è capace di fare le cose che servirebbero e che sta perfino cominciando a dire di voler fare. Sono anni che ogni tanto ne dice di apparentemente giuste ma il massimo che è riuscito a praticare è: condoni e tagli lineari. Il secondo, è che anche se improvvisamente rinsavisse, i suoi riferimenti politici e sociali sono quelli che non hanno interesse alcuno a cambiare le regole del gioco attuale. L'unico modo di rilanciare la "crescita" (un'altra volta tornerò sul senso vero che dovrebbe avere questo obiettivo, pazientate) è quello di avviare una bella cura di liberalizzazioni vere, una vera rivoluzione fiscale dal lavoro alla rendita e al patrimonio e ai consumi energetici, una feroce lotta all'evasione fiscale di grande dimensione e alla criminalità, un contratto unico del lavoro assieme a nuovi ammortizzatori sociali, e dare fondi fiducia e allegria a scuola ricerca e giovani. Tutte cose lontane mille miglia dagli interessi e perfino alla comprensione di chi ha votato il centrodestra.

Perché, ne sono certo, con il declino di Berlusconi entro pochi mesi tutti quelli che erano la sua corte - Tremonti e la Lega per primi - saranno velocissimi a riciclarsi, ad avere l'aria di dire che loro, con il disastro raccontato dall'Economist, non c'entravano niente, che passavano dalle parte di Berlusconi un po' per caso.

E no, cara Italia Futura, non è che perché Tremonti adesso fa il guardiano dei conti contro l'assalto alla diligenza, che è diventato bravo. Lo fa solo perché, visti i mercati e la BCE, non è capace di fare altro. Vediamo di non dimenticarcelo.


10 gennaio 2011

Liberalismo frainteso

E’ davvero sconfortante notare che la cultura politica prevalente nei grandi giornali italiani sia espressa da gentucola come il celebre terzista Panebianco. Oggi il nostro opinionista si esercita in una lunga e davvero artificiosa dissertazione sulla mancata rivoluzione liberale in Italia, sulla base di uno spunto polemico che, da solo, segnala quanto il liberalismo all’amatriciana venduto dal Corriere sia una ben povera cosa.
Lo spunto polemico infatti è offerto dall’introduzione dell’obbligo di fattura telematica per importi superiori ai 3.000 euro, narrata dal nostro eroe in questi termini:

“Lo stato, orwellianamente, ti scruta, non ti perde d’occhio. Attento a te”.


Peccato che il nostro ignori o finga di ignorare che simili meccanismi di automazione sono già diffusi, in varia foggia, in molti paesi sviluppati ben più “liberali” del nostro. Peccato che si tratti anche di una potenziale semplificazione e non, come il poveretto crede, di una complicazione per il contribuente onesto. Peccato che
le migliori proposte di vera riforma, semplificazione e riduzione fiscale passino proprio per uno spostamento degli adempimenti verso il fisco: ad esempio, è lui che deve calcolarci le tasse, e noi controllare.

Sopratutto, peccato che la riduzione che Panebianco fà del liberalismo come metodo per “affamare la bestia” statale sia terribilmente povera, culturalmente vecchia, buona solo per i tea party e i nostrani pseudoliberisti feroci di Libero e del Giornale.

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