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19 dicembre 2010

Un Partito che ascolta

Vorrei che il mio partito si accorgesse che qualcosa di davvero grave sta per accadere. E che si accorgesse che qualcosa di grande e positivo potrebbe accadere, se solo il mio partito sapesse ascoltare, ogni tanto, cosa pensano gli italiani che si sentono, in un modo o nell’altro, di sinistra. E cosa pensano gli italiani giovani che si sentono, in un modo o nell’altro, senza speranza e futuro ma che non vogliono smettere di sperare in un futuro.

Vorrei proporre al mio partito di andare in piazza mercoledì 22, di portare tutti i nostri deputati (i senatori no, che devono votare), consiglieri regionali, consiglieri comunali e municipali nelle strade di Roma a sostenere e accompagnare gli studenti, a vigilare sulla orrenda e immensa zona rossa che gli ultras Maroni e Alemanno allestiranno a protezione dei “palazzi del potere”. Insomma, a rendere possibile una protesta pacifica, e improbabile o comunque più difficile una deriva violenta e provocazioni di qualunque tipo da parte del governo.

Vorrei che i nostri dirigenti la smettessero di discettare eternamente di alleanze (ma dichiarando ogni volta che prima viene il programma... che però non arriva mai), e si preoccupassero di allearsi con gli italiani e con i giovani. Soprattuto, vorrei che capissero il rischio enorme che corriamo mercoledì, e l’opportunità che abbiamo.

Il rischio, è che la possibilità di una rinascita e un recupero di futuro in questo paese sia definitivamente perduta. Chi ha letto anche solo qualcuna delle cose disperate e sconsolate che scrivono gli studenti (mi limito a questo bell’esempio), sa che una confusa consapevolezza dei problemi, una percezione della difficoltà di futuro, avrebbe bisogno di trovare una sponda di ascolto in una politica credibile. E sa che una politica credibile non è quella in cui noi militanti del PD, volenti o nolenti, continuiamo ad essere invischiati, quella dell’eterno discutere di alleanze, forme, primarie si primarie no.

L’opportunità, è quella di avere il coraggio di cambiare le carte in tavola. Di esserci, per solidarizzare e per evitare il disastro. Insomma per fare quella vigilanza democratica da C.n.l. che non si fa, come crede Franceschini, facendo a tutti i costi l’alleanza con il terzo polo, ma evitando che Berlusconi e i suoi ascari facciano quel che gli riesce meglio: gli irresponsabili agitatori reazionari (avete visto la copertina di Panorama: “Cercano il morto”?).
Di esserci, per spiegare che per avere un futuro bisogna anche saper fare scelte dolorose, ma accettabili solo se proposte da una politica credibile.

Qualcuno, fra i dirigenti romani e nazionali del mio partito è in ascolto? Si rende conto che rischiamo di scomparire per sempre, per i giovani?


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26 giugno 2008

Uccidere il padre con le primarie?

Confesso che, essendo padre da ben 18 anni, questa storia di uccidere il padre non è che proprio mi renda tanto allegro. Se penso poi che il mio secondo figlio tredicenne ha appena letto L'orologiaio di Everton, dove non si uccidono padri ma si racconta esattamente di un fallimento paterno, mi sento pure peggio.

Ma tant'è. Se occorrono messaggi forti per far passare il messaggio, usiamoli pure.
A patto, però, di capire perché e per fare cosa sia necessario uccidere il padre. Che è quello che ho tentato di dire sul blog de iMille.

Forse sarebbe più importante, però, disporre di un modo di fare che consentisse di sostituirlo, 'sto padre, quando non funziona più. Senza bisogno di accordi sottobanco, ma discutendone liberamente e chiaramente, alla luce del sole. Come si dovrebbe fare con le primarie, e come ho provato a spiegare qui.


27 marzo 2008

Links for 2008-27-03

  • Ho fatto qualche riflessione a margine del Circolo on line Obama del PD e della conversazione in rete: si può leggere qui
  • Nel frattempo, questa notte la 111^ Provincia sarà in videochat con Veltroni
  • Sempre attorno alla rete, Luca De Biase svolge acute riflessioni sulla conversazione dei blogger; come spesso accade,. condivido e scopro che stavamo facendo quasi pensieri paralleli
  • Sempre Luca merita un'altra citazione, perché la sua riflessione sul pessimismo giovanile e il futuro è davvero illuminante.


13 luglio 2007

Da leggere assolutamente

Via Pennarossa,  scopro questo post di Zambardino: tutto  quello che c'è da sapere sull'innovazione in rete e su quello che dovrebbe dire e fare il nostro caro Uòlter: da leggere assolutamente.


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permalink | inviato da corradoinblog il 13/7/2007 alle 23:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 luglio 2007

Il Uòlter che preferisco

Questo è il Uòlter che preferisco, non quello che dà una botta al cerchio (non firmo) e una alla botte (ma sono d'accordo con voi...). Qui ci sono scelte e idee. Equilibrate ma nette.
E quindi niente link al sito di Repubblica, ma copio proprio tutto il pezzo direttamente.

Caro direttore, un uomo di 57 o 58 anni, anche di 60, che lavora da quando era giovane, che oggi sente parlare di innalzamento dell'età pensionabile, di abolizione o di ammorbidimento dello "scalone", di possibilità di scelta e di incentivi, segue tutto questo con giusto interesse, e anche con una buona dose di preoccupazione, perché è della sua vita che si sta decidendo.

Se quell'uomo è padre, suo figlio avrà mediamente tra i venticinque e i trent'anni, e con buona probabilità sarà impegnato in un'attività lavorativa diversa dalla sua: non stabile, nel segno della flessibilità, con il rischio della precarietà, di un'incertezza che non gli permette di acquistare o semplicemente di affittare una casa, che gli fa rimandare all'infinito il momento di metter su famiglia, che mortifica le sue speranze e il suo talento. Anche per lui, quel padre sarà preoccupato. Anzi, sicuramente più per lui che per se stesso.

Credo, al di là di tanti discorsi, delle proiezioni demografiche che ci spiegano perfettamente che l'età media si allunga e che l'Italia invecchia, dei calcoli sugli squilibri del sistema pensionistico, che non ci sia esempio migliore, più concreto, del nodo che lega le une con le altre diverse generazioni di italiani, del legame che ci unisce tutti, che unisce il nostro presente con il nostro futuro.

Ed è proprio pensando al futuro, e in particolare ai giovani, che lo vivranno più di noi, che vorrei rivolgermi alle organizzazioni sindacali, per rivolgere loro un appello, perché accettino la sfida di un nuovo patto tra le generazioni che cambi radicalmente il volto del Paese. Parlo ai sindacati italiani, a chi lungo la storia del nostro Paese ha saputo svolgere un ruolo non limitato alla rappresentanza degli iscritti, ma a quella degli interessi generali. Preoccupandosi e facendosi carico non solo dell'oggi, ma del domani. Penso alla lotta al terrorismo. Penso agli accordi di politica dei redditi che hanno salvato l'Italia dall'inferno dell'inflazione e della svalutazione, anticipando di alcuni anni l'Europa. Di più, permettendo ad un Paese in profonda crisi, nel 1993, di considerare l'Europa un obiettivo possibile. Penso al lungo cammino già percorso sulla riforma delle pensioni: non dimentichiamoci che fino a quindici anni fa in alcuni settori si poteva andare in pensione (retributiva!) con quindici o venti anni di anzianità lavorativa, e che questi privilegi sono stati eliminati con la concertazione, e non "contro" il sindacato.

Ora è il tempo di una nuova svolta radicale, e credo che tutte le forze che hanno interesse ad una crescita ispirata alla qualità sociale debbano capire che sono i giovani, oggi, i più discriminati, i più aggrediti da un assetto della società che volta loro le spalle. Tre milioni di ragazzi si trovano nella stessa situazione di "sfruttamento" in cui si sono trovati in altri decenni della nostra storia gli operai che il sindacato ha giustamente difeso e tutelato. Ora è il tempo di difendere e tutelare loro.

E a proposito di pensioni: troppo spesso sono state usate, nel nostro Paese, come uno strumento sostitutivo di altre politiche sociali. Riandiamo con la mente alle crisi industriali degli anni '80. Non c'era davvero nessuna alternativa ai prepensionamenti? Se l'Italia fosse stata in grado, in quel difficile passaggio, di investire sul futuro, di non perdere la sfida della rivoluzione informatica, delle nuove tecnologie per le comunicazioni, per i nuovi materiali e per l'ambiente, di ampliare la sua base produttiva, di evitare un processo di progressiva finanziarizzazione dell'economia, di non disperdere il patrimonio industriale nascosto nelle industrie a partecipazione statale; se il Paese, attraverso un moderno sistema di formazione, avesse potuto garantire un vero accesso al lavoro e reali pari opportunità; se il sistema delle imprese e quello finanziario fossero stati un po' più adulti e responsabili; insomma, pensiamo davvero che il lavoratore avrebbe pensato soltanto alla scialuppa della sua pensione se il Paese avesse invece messo in campo una visione più ampia, una Politica con la P maiuscola?

E' di questa politica, di una capacità di visione da parte di tutti, istituzioni e parti sociali, che anche oggi, soprattutto oggi, abbiamo bisogno. E' venuto il tempo di affrontare con coraggio il nuovo secolo. Di scrivere un nuovo Patto fra le generazioni italiane. Il sindacato sia, come è stato nei suoi momenti migliori, soggetto attivo e protagonista dell'innovazione, e sappia contrastare con forza ogni posizione conservatrice.
Il governo sta discutendo con le parti sociali su come ammorbidire lo scalone. E' una discussione che rispetto. Ma è giusto farla tenendo ben presente la necessità che il sistema previdenziale sia sostenibile sul piano finanziario, e sapendo anche che è iniqua, e non può reggere di fronte all'allungamento dell'aspettativa di vita per tutti, una situazione in cui si chiede ai giovani precari di finanziare con i loro contributi le pensioni dei padri senza contemporaneamente maturare il diritto a ricevere una pensione equivalente quando sarà il loro turno. Se ci chiediamo chi è veramente debole, oggi, nella nostra società, non è indietro, non è alla storia che dobbiamo guardare, ma a quei giovani precari che non hanno voce e organizzazione, a chi prende una pensione minima, a quei cinquantenni che perdono il proprio posto di lavoro e non sanno come trovarne un altro.

Per chi sente il dovere politico e morale di dare risposta all'eterna domanda di giustizia sociale che oggi nasce dalle disuguaglianze e dalle "dispari opportunità", il problema che si pone è quello di una nuova grande questione generazionale. Proprio in questi giorni governo e sindacati hanno cominciato ad affrontare questo tema. Lo considero un importante passo in avanti. Un passo per iniziare a rispondere alle domande che alla nuova questione generazionale si accompagnano.

Perché nel sistema del welfare italiano l'unico pilastro esistente è quello pensionistico? Perché non siamo riusciti a costruire un sistema di assicurazione sociale dal rischio della disoccupazione? Perché un ragazzo inglese o francese, ma non un italiano, quando va all'Università in una città diversa da quella della sua famiglia, trova agenzie pubbliche che lo aiutano a trovare una casa in affitto? Perché un lavoratore tedesco, ma non un italiano, quando perde il lavoro, trova non solo un'indennità di disoccupazione, ma anche occasioni di formazione e di riqualificazione offerte da un sistema efficiente gestito dallo Stato insieme alle imprese?

Scrivere un nuovo Patto tra le generazioni italiane vuol dire, allora, far sì che le istituzioni del nostro Paese siano in grado di garantire la trasmissione ai giovani della conoscenza, delle competenze, del sapere. Vuol dire restituire fiducia all'investimento in capitale umano, e quindi dare spazio al merito nelle scuole, nelle università, nelle imprese, nei concorsi pubblici. Vuol dire costruire una vera e nuova politica per la casa, pensando soprattutto ai giovani. Vuol dire dotarsi di un moderno sistema di ammortizzatori sociali. E preoccuparsi per la copertura pensionistica di milioni di persone comprese fra i 20 e i 50 anni che stanno nel regime contributivo, e per i quali è cruciale il buon funzionamento del secondo pilastro, quello della previdenza complementare. Vuol dire puntare ad una vera libertà di scelta per le persone. Si vive di più e si può chiedere di restare sul mercato del lavoro più a lungo. Certo, non a chi ha svolto per anni e anni un lavoro usurante, a chi è stato alla catena di montaggio o in una fonderia, a chi ha fatto turni di notte.

La libertà può esistere solo se esistono alternative per gli individui e le tutele necessarie. La scelta non deve
limitarsi soltanto a "quando" andare in pensione. Si possono pensare misure di sostegno all'invecchiamento attivo, al part-time in uscita, alla formazione continua, anche per la popolazione anziana, che tante risorse ed energie può portare non solo alle proprie famiglie, ma all'intero corpo sociale.

L'alternativa è dunque fra due ipotesi ben diverse di assetto delle politiche sociali, a cui corrispondono diversi modelli di rappresentanza del mondo del lavoro. Al governo spetta avanzare delle proposte. Al sindacato oggi spetta non solo valutarle ma anche interrogarsi su ciò che esse dicono sul suo futuro come hanno cominciato a fare con la loro piattaforma unitaria. Alle imprese spetta il dovere di andare oltre la dimensione del profitto e di partecipare responsabilmente a questo sforzo. Alla politica e ai partiti va chiesto di non sostituirsi al sindacato nel suo mestiere. Ai democratici spetta dire una sola, semplice, verità: da più di venti anni, in tutto il mondo, non è la destra a garantire il patto fra le generazioni. Al contrario, nell'inseguimento del consenso a breve termine, la destra è ormai associata, in America come in Italia, all'aumento del deficit e del debito pubblico. E' compito dei democratici la ricerca seria e costante di un equilibrio fra i conflitti delle società moderne che non vada a scapito delle generazioni future con l'aumento del debito. E' un compito che i democratici italiani vogliono affrontare insieme a tutte le forze migliori del Paese, alle imprese, al sindacato, per scrivere un moderno patto tra le generazioni per il nuovo secolo.
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