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15 luglio 2008

Link arretrati

Dopo la tre giorni de iMille, ho passato qualche ora in letture varie. Per ora, è troppo complicato raccontare davvero l'assemblea e le belle persone che ho incontrato. Peraltro, Civati ci è riuscito benissimo, e basta leggerlo. E se si ha sufficiente tempo e ampie dosi di masochismo, il video è comunque tutto in linea, inclusi i miei interventi, su Radio Radicale.
Preferisco invece fare un riassunto dei post precedenti, insomma di ciò che mi è sembrato ci sia di interessante in rete in questio giorni:
  • Luca De Biase fa il miglior commento possibile sull'ultima castroneria berlusconiana in fatto di prezzi del petrolio. Ciò che è triste, è che mi sembra che la cosa sia passata sotto silenzio. Ma vista la qualità deprimente del giornalismo italiano, la cosa non stupisce.
  • Debora invece fa qualche banale conticino su un'altra incredibile sparata berlusconiana, quella della costruzione di 1000 (mille!) centrali nucleari nel priossimo futuro: un fulgido esempio della ridicola supponenza dell'omino che ci governa.
  • Alberto fa un uno - due riflessivo sulla faccenda dell'8 luglio di Piazza Navona e di come fare opposizione.
  • Pierluigi parla in modo vagamente ottimista, e invece secondo me profondamente deprimente, della nuova classe dirigente del PD e del ricambio generazionale. Poi, ieri, da non giustizialista, scrive una cosa inconfutabile sulla triste vicenda di del Turco.
  • Terenzio Longobardi ci ricorda Berlinguer come precursore di un approccio ecologico allo sviluppo. Non è una novità assoluta, ma fa piacere ricordarlo.
  • I giovani economisti di Theye scrivono una lettera appello contro la speculazione sui mercati degli alimenti, sicuramente giusta anche se da non prendere in modo "tremontiano". A tal proposito, la precisa sintesi del dibattito sul picco del prezzo o della quantità di petrolio, sempre su Aspo Italia, assieme al post di qualche giorno fa di Beppe sul tema, servono a inquadrare corettamente la faccenda.
  • Per sapere tutto, ma prioprio tutto sull'iPhone in Italia, e sull'iPhone in generale, basta leggersi i post di Suz.

Infine, un saluto e un abbraccio a Giovanni che, subito dopo l'assembela de iMille, ci lascia per un periodo indeterminato di volontariato in Palestina, e ne scriverà - spero - qui.


6 febbraio 2007

Il carattere di feticcio delle merci e il suo arcano

Questa è una storia che passa per Caterpillar, Karl Marx, un pre-amplificatore phono, l'Apple iPhone, il significato di bene relazionale.

Ieri sera, ironizzando sulla notiziola dell'insuccesso dell'apertura 24 ore su 24 dei negozi nei lander nordici della Germania, i conduttori di Caterpillar hanno detto, con estrema semplicità ma anche con insospettabile durezza, qualcosa sul ruolo della merce: "noi abbiamo il compito di avvicinare il più possibile l'uomo alle merci, che poi vuol dire avvicinare l'uomo a se stesso, perché ormai altro non è che merce. Io sono quello che compro e sono quello che può essere comprato".
Una breve ricerca in rete (per di più limitata alla lingua italiana) consente di trovare molte e dotte analisi sulla mercificazione del mondo: ecco un esempio a caso.
Eppure, la comprensione intellettuale profonda dei meccanismi dell'alienazione e del feticismo delle merci, che dobbiamo al Marx dell'Ideologia tedesca e del primo libro del Capitale (e sulla quale poi si sono scritte migliaia di pagine senza aggiungere in fondo moltissimo all'analisi originale), sembra non riuscire a cambiare nulla nei comportamenti umani. Sappiamo in molti di finire per essere eterodiretti dalla ossessione della merce. Sappiamo che il consumismo compulsivo che ci prende nasconde, trucca e distrugge i rapporti sociali reali. Sappiamo che si finisce per essere merce noi stessi, che il valore di scambio diventa l'unica misura delle cose. Sappiamo perfino, ormai, che questo eccesso sta portando al disastro climatico. Eppure, di fronte ad un giocattolo nuovo, a un nuovo feticcio che ci consenta di riempire qualche nostro vuoto, non siamo capaci di resistere.
Ma è da lì - da quella vecchia analisi di Marx - che bisogna ripartire alla ricerca di un nuovo equilibrio. E' sano e giusto che l'uomo abbia rapporti con le cose. Le cose, i prodotti dell'uomo, sono appunto prodotti dell'uomo, precipitati di sapienza, intelligenza, capacità. In quanto merci scambiate sul mercato (e su un mercato saturo di oggetti come quello moderno), perdono questa caratteristica, e diventano oggetti di potere: più costo, più rappresento potere per chi mi può acquistare. Più acquisto, più sono potente. Il valore d'uso scompare sotto il valore di scambio. Il SUV in città ha certamente un valore d'uso minore di una comoda utilitaria, magari a gpl o ibrida. Ma ha un valore di scambio molto più alto, che corrisponde al messaggio di potere che trasmette (dunque, a un messaggio squisitamente sociale).
Ho scaricato e visto con attenzione il podcast della presentazione da parte di Steve Jobs dell'iPhone al Moscone di S. Francisco. Un capolavoro tanto il prodotto quanto - forse ancora di più - la sua presentazione. Luca ha scritto su Nova 24 che i nuovi prodotti innovativi funzionano se contengono una storia, una narrazione, e che la capacità di trasmettere storia, narrazione e identificazione sono elementi essenziali nel successo di Apple. Concordo, e aggiungo che questa necessità - a prima vista di marketing - segnala che, per fortuna, qualcosa scricchiola. Per vendere, devo vendere anche una ideologia del prodotto che vendo, devo far sentire il consumatore legittimato ad un acquisto non negativo. E' come se parte dei prodotti - parte delle aziende - stessero cercando il modo di giustificare se stesse, come se avessero un senso di colpa. Come se le merci stessero per dividersi in merci "di destra" e merci "di sinistra". Ovviamente una assurdità, però come spiegare altrimenti la scelta di Jobs di usare i Beatles e Bob Dylan nella demo? Una scelta generazionale, certo, ma anche un messaggio ben individuabile. E del resto, tutta la dicotomia Apple - Microsoft allude a qualcosa del genere...
Si tratta, come è ben evidente se solo si sottopongono questi esempi agli strumenti di analisi messi a punto dal vecchio filosofo con la barba, di pura ideologia (= falsa coscienza).
Eppure, si tratta anche di una evidente evoluzione ideologica, che segnala l'esistenza di spazi di azione per costruire, finalmente, un modo più equilibrato e meno compulsivo di consumare. Appunto, non consumare, ma usare e condividere.
Perché costruire una storia attorno ai prodotti significa dargli anche una dimensione sociale, in qualche modo svelare, rendere evidente e quindi smontare il loro carattere di feticcio: se il prodotto funziona nella misura in cui ti fornisce anche identificazione sociale, voglia di fare comunità, di produrre relazioni, vuol dire che anche per quel tramite stai cercando l'uomo, e non la cosa.
Non basta, certo. Il passo squisitamente politico necessario è un mutamento deciso di pesi, a partire dal modo di misurare il valore della produzione, che porti ad assegnare un peso infinitamente maggiore ai beni relazionali, e all'interno di essi ai beni pubblici, ed un infinitamente minore ai beni privati. Se non altro perché "privato" deriva da "privare", togliere.


La precedente puntata è qui.
Il testo del capitolo del Capitale sul feticismo delle merci è in un sito ovviamente comunista nostalgico, che esprime l'esatto contrario di ciò che sto tentando di dire.


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