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1 novembre 2011

Meno stato e meno mercato - una riflessione a forma di lettera

Caro Ivan, caro Raoul, caro Marco, Cara Irene e cari tutti voi che ho cominciato a conoscere ed apprezzare fin dall’inizio dell’avventura de iMille nella sua versione “movimento politico”,

Proprio perché vi stimo, e vi voglio bene, e proprio perché grazie ai vostri ragionamenti, alle vostre analisi e alla vostra pratica politica ho potuto aprire la mia mente di ex comunista di mezza età verso un modo più liberale di vedere le cose, più attento alla libertà individuale e alle possibilità di realizzazione delle persone – proprio per questo mi chiedo e vi chiedo per quale motivo ultimamente ho il sospetto che tutti voi (e con voi tutto un certo mondo di sinistra liberale) stiate diventando improvvisamente vecchi di fronte ai mutamenti del mondo. Senza accorgervene.

Voi siete stati capaci di chieder conto al corpaccione del vecchio partito e della vecchia politica di tutte le sue inadeguatezze e di tutta l’incapacità di stare al passo coi tempi. Come giustamente dice Ivan, nel nostro mondo che va veloce c’è bisogno di una politica contemporanea, e la politica espressa dalle nostre classi dirigenti negli ultimi anni non è certo stato un esempio in questo senso, sia nel merito, sia perché a incarnarla stavano persone ben poco “contemporanee”.

Però adesso, di fronte alla grande crisi globale e alla sua incarnazione italiana, vi vedo come presi da una certa afasia e – come dire – da una certa coazione a ripetere. A ripeterele ricette che nel recente passato sembravano le più adatte a svecchiare il nostro paese e che invece ora, alla luce dei fatti, sembrano più adatte ad affossarlo del tutto.

Quel che mi stupisce è che proprio voi, che mi avete insegnato la capacità di leggere il presente, abbiate smesso di farlo, rifiutandovi di vedere quanto il percorso della storia dovrebbe rendere molto evidente. Il percorso della storia ci dice che la liberazione di ricchezza, di libertà e capacità umana, assicurato dalla globalizzazione, si è scontrata con due enormi ostacoli che ne hanno frantumato la forza.

Il primo ostacolo è l’instabilità strutturale e sistemica del capitalismo, quella caratteristica che in tutte le fasi di crescita si tende a dimenticare fino al punto che la teoria economica inizia a parlare di fine dell’esistenza del ciclo economico. Raoul, il fatto che oggi siamo palesemente in un “Minsky moment” dovrebbe chiarirci finalmente che non basta pensare ad una qualche più o meno blanda regolazione del capitalismo per realizzare un mondo un po’ meno ingiusto. Quelche serve è ben di più di una semplice regolazione, è una politica che stabilizzi l’instabilità strutturale attraverso una parziale socializzazione dell’investimento, ossia della componente volatile e strutturalmente instabile del ciclo. Del resto, l’evidenza con cui tutte le iniezioni di liquidità, tutti i fondi salva stati s’infrangono nella sfiducia dei mercati, non sta lì a segnalarci che un sistema strutturalmente in mano alle aspettative e agli animal spirits non è una soluzione?

Il secondo ostacolo è, con tutta evidenza, lo scoglio energetico, climatico e della crescita della popolazione. Il vostro – e il mio – progressismo, la vostra fiducia nella scienza e nella tecnologia vi portano a pensare che uno sviluppo sostenibile sia possibile. Sappiamo bene che è certamente possibile una crescita immateriale, una crescita nella quale l’intensità tecnologica del prodotto sia tale da compensare (più che compensare) l’impatto ambientale della crescita fisica di prodotto e popolazione. Insomma, siamo o dovremmo essere tutti d’accordo per una decrescita riformista. Però non vi vedo molto consapevoli di cosa ciò significhi peril modello di sviluppo da adottare, per il sistema di regole di cui dotarsi. Mi sembra che, sulla scorta della vostra illusione liberale, siate convinti anche in questo caso che la soluzione sia una vasta libertà regolata, associata ad un ben congegnato sistema di incentivi, mentre lo sforzo necessario a riorientare la produzione in senso sostenibile si scontra contro vantaggi del business as usual talmente forti che nessuna blanda regolazione sarà mai in grado di contrastare. Detto in altri termini, anche in questo caso il modello che servirebbe implica governo e socializzazione di parte degli investimenti.

Ecco, mi rendo conto che una simile prospettiva sia quanto di più lontano dalla vostra forma mentis. E richiami immagini di un passato statalista o, peggio, da socialismo reale, che ritenete giustamente una iattura da allontanare con tutte le forze.

Tuttavia, i dati di fatto della grande crisi ci dicono proprio che di una simile prospettiva c’è gran bisogno, salvo pensare che il destino delle grandi crisi cicliche sia in fondo un destino accettabile a fronte dei vantaggi del metodo di produzione capitalista e di mercato. E salvo sperare – davvero in modo irragionevole – che si troverà sempre il modo di rendere infinite risorse finite. Salvo, insomma, pensare che da questa crisi si possa uscire con ricette “normali”, che sia solo questione di fine tuning, di capacità e credibilità delle classi dirigenti, di onestà e decisione, e nella migliore delle ipotesi di una certa attenzione alla giustizia sociale.

Vorrei vedervi reattivi di fronte a questi problemi, meno affaccendati e limitati nell’ostinato attacco alle rigidità stataliste del sistema Italia e al conservatorismo di sinistra. Vorrei vedervi capaci di usare questa vostra forza – la vostra sacrosanta polemica “contemporanea” contro la vecchia Italia, per la liberazione dei talenti e del merito, per lo scatto generazionale e l’apertura mentale – non per riproporre semplicemente di fare in Italia ciò che si è fatto in Inghilterra o in Spagna qualche hanno fa, ma per ragionare su una risposta nuova alle mutate condizioni del mondo nuovo.

Una risposta che io sintetizzerei prima di tutto in un’idea molto semplice: il mondo (e soprattutto l’Italia), ha bisogno di meno Stato e meno mercato. Meno Stato, per tutte le ragioni su cui avete scritto edetto, perché c’è bisogno di libertà, efficienza e leggerezza e non di costose ed inefficienti burocrazie. Meno mercato, perché alcuni grandi investimenti strategici, certi “beni comuni” (lo dico fra virgolette perché concordo con voiche bisogna rifuggire da certe semplificazioni ideologiche), alcune scelte produttive necessarie a salvare l’ecosistema, devono essere resi pubblici (non necessariamente statali) e rigorosamente sottratti ai fallimenti del mercato.

****

Carissimi, ho scritto quanto sopra mentre ero off-line, nel silenzio dei Monti Sibillini, e non potevo leggere le vostre discussioni sulla diatriba Ichino/Fassina o su Renzi,del quale mi arrivavano echi televisivi e giornalistici più o meno precisi. Mi spiace, ma non sono affatto d’accordo con l’articolo/appello pubblicato su iMille. Sulla questione della politica del lavoro, tendo a credere che l’architettura pensata da Ichino sia quella più ragionevole e giusta. O per meglio dire, credo che sia stata quella più ragionevole e giusta nel quadro economico dato fino alla grande crisi attuale. Però non si può pretendere che, nel momento in cui Ichino “abbocca” alle idiozie di Sacconi, il buon Fassina non sia praticamente costretto a dire quel che ha detto.  E poi,davvero, credete che i tempi di ferro che si annunciano siano adatti a una raffinata riforma del welfare in senso liberale?

Infine, vi chiedo: ma di fronte a quel che sta succedendo, siete davvero sicuri che le vostre risposte siano – ancora – quelle giuste? Oppure non vi viene il sospetto che le ingenuità di chi dice “questo debito non lo paghiamo” siano meno folli della realtà della finanza mondiale? E che quindi chi cerca di vedere le cose in modo diverso dal solito, dovrebbe essere almeno un po’ ascoltato?


23 dicembre 2009

Ideologia

Se c'è una cosa che mi irrita è il luogo comune imperante secondo cui questa è l'epoca della fine delle ideologie. E' fin troppo evidente che questa è stata invece l'epoca della fine di una sola ideologia, quella comunista, e del feroce ridimensionamento dell'ideologia socialdemocratica. Mentre l'ideologia del neoliberismo è diventata senso comune prevalente, e non a caso tutti i tentativi di governare davvero sono stati depotenziali o sconfitti: si pensi alla Costituzione europea, o al tentativo di accordo sul clima. 

Anche la fatica con la quale Obama sta riuscendo a far passare la riforma sanitaria, al prezzo di rinunciare alla public option, ci dice molto dei tempi tremendamente ideologici che continuiamo a vivere.
In fondo, la difficoltà a far passare la public option non sta nel contenuto, nel merito di quella proposta: da quanto leggo, nei fatti la soluzione senza public option raggiunge praticamente gli stessi risultati. La difficoltà è tutta nell'orribile nome di "pubblico". Praticamente una bestemmia per il senso comune neoliberista. Come una bestemmia sono le tasse ("le tasse sono un furto, evaderle è legittima difesa", recitava un cartello alla manifestazione anti Prodi del 2 dicembre 2006 organizzata dall'odierno "fronte dell'amore"...).

Ora, io sono profondamente convinto che fino a che non saranno smontati completamente, e sconfitti, i presupposti ideologici di queste due affermazioni (il pubblico e le tasse sono il male, il privato è il bene), non ci sarà possibilità di vittoria duratura e di risultati seri per la sinistra.

Proviamo dunque a dare un piccolissimo contributo di ragionamento. 
Primo. La proprietà privata, il privato, non è un diritto naturale del singolo, perché il singolo non esiste senza gli altri. L'uomo è un animale sociale. 
Secondo. Il mercato, lo scambio commerciale, esiste solo se è possibile fare contratti in condizioni di fiducia reciproca. Ma la fiducia reciproca richiede l'esistenza di un terzo - una istituzione - che garantisce la validità dei contratti. In genere, questa istituzione si chiama Stato, ed è pubblica perché deve garantire tutti i privati. Ed emana norme che devono valere per tutti.
Terzo. Il mercato non è un'istituzione naturale, e la ricerca delle utilità sul mercato non precede, nell'esperienza umana, altre necessità ed esigenze. Quindi non è vero che lo Stato (e in generale il pubblico) sono creati "dopo" il privato e il mercato, e lo usurpano. E' vero invece che la società è fatta di interazioni fra persone, e fra pubblico e privato.
Quarto. Non esiste un mercato perfetto. Nemmeno nella teoria, perché le teorie neoclassiche del mercato perfetto sono state tutte abbondantemente falsificate. Non esiste principalmente perché ci sono asimmetrie informative sistematiche, e perché alcuni merci hanno per definizione mercati i cui partecipanti hanno livelli di potere incomparabili, primo fra tutti il mercato del lavoro.
Quinto. Esistono beni pubblici indivisibili, monopoli naturali e, in breve, cose che il mercato non può fare e che richiedono la mediazione istituzionale.
Sesto. La storia dello sviluppo del welfare state e dei sistemi di tassazione progressiva è la storia dello sviluppo della ricchezza in Europa. La verità storica non è che lo Stato sociale ha ridotto la crescita potenziale in Europa, ma al contrario che la capacità redistribuiva del welfare e della tassazione hanno sistematicamente sostenuto la domanda e consentito crescita e sviluppo, evitando le crisi di sovrapproduzione che, invece, si sono regolarmente verificate ogni volta che la distribuzione del reddito è ritornata troppo diseguale - ogni volta che il liberismo è tornato egemone. La comparazione fra i paesi scandinavi e gli altri potrebbe bastare, ma ci sono anche altre solide evidenze.
Settimo. Le tasse non sono una espropriazione o una diminuzione del reddito personale. Non è vero che abbiamo un diritto naturale al reddito lordo prima delle tasse, perché vivere in una società decente ed organizzata richiede il contributo di tutti alla sua decenza ed organizzazione. Abbiamo diritto al reddito netto, dopo le tasse (non è qui in discussione, ovviamente, la giustizia o ingiustizia del singolo sistema di tassazione, l'evasione fiscale, la qualità dei servizi, ecc.: stiamo parlando di principi. Che la loro applicazione italiana sia deprimente è un altro discorso...)
Ottavo. L'uomo in società non è monodimensionale, non ha solo l'obiettivo egoistico della massimizzazione delle proprie utilità. E la libertà dell'uomo non si riduce affatto alla libertà di appropriarsi e possedere, ma anzi è sopratutto la capacità di essere e relazionarsi con gli altri. Per questo una società equilibrata ha bisogno di libertà ed uguaglianza insieme.
Nono ed ultimo. Pubblico e privato non sono né belli né brutti, né male né bene. Sono due modalità entrambe indispensabili e totalmente ed inevitabilmente correlate di organizzare il vivere civile in una società. Più la società è complessa, più le esigenze pubbliche diventano rilevanti, più la favola secondo cui i comportamenti individuali egoistici si tramuterebbero automaticamente nel bene comune (la favola alla base del neoliberismo) diventa pateticamente falsa. 


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permalink | inviato da corradoinblog il 23/12/2009 alle 13:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


20 ottobre 2008

Tre post da leggere

  • Luca De Biase riflette sul capitalismo e sul mercato, partendo da un libro, dall'Economist e da Braudel. Ci sarebbe bisogno che questa capacità di riflessione arrivasse un po' più lontano del suo pur molto letto blog.

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