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23 luglio 2013

Katniss Everdeen

Un paio di settimane fa ho scoperto per caso l'esistenza di una trilogia di fantascienza appartenente al genere Young Adult. Il periodo di stress lavorativo mi ha indotto a lanciarmi in una lettura (che pensavo) d'evasione. E non ho più smesso finché non mi sono bevuto le non pochissime pagine dei tre romanzi.


Il fatto è che da un lato ho avuto tra le mani una storia scorrevolissima, intrisa di colpi di scena e continue svolte narrative, insomma la classica macchina letteraria costruita in modo "industriale" al preciso scopo di catturare il lettore. Ma dall'altra mi sono reso conto che, dietro questo livello base - quello della letteratura commerciale per Young Adult, appunto - emergeva un sottotesto di una certa profondità e comunque di grande durezza, e ben poca speranza a dispetto di un apparente lieto fine.

Terminata una lettura che definirei compulsiva, durante la quale ogni momento era buono per ripensare alle vicende di Katniss Everdeen, ho tentato di capire e riflettere su questo effetto totalizzante che un ultracinquantenne come me non dovrebbe subire. Un romanzo pensato per far identificare nei personaggi una ragazzina di quindici anni di oggi, non dovrebbe fare lo stesso effetto a chi ritiene che la letteratura sia Le illusioni perdute di Balzac, Guerra e pace, Moby Dick, La chiave a stella di Primo Levi e Le città invisibili di Calvino. E che la fantascienza sia Fahrenheit 451 o La svastica sul sole.

Così, ho provato a cercare in rete recensioni e opinioni sulla trilogia, trovando molto - ovviamente - anche sul film tratto dal primo romanzo, che è divertente e ben costruito ma, a parte qualche conturbante inserto sui distretti visti come campi di concentramento - racconta solo il primo livello della storia.

Recensioni che possono dividersi grosso modo in tre categorie:

· osanna adolescenziali, prevalentemente femminili, nei quali si esalta la scrittura, il carattere complesso ma entusiasmante della protagonista, la passione dei personaggi e della storia, e si rileva come lo spunto del reality show televisivo portato a conseguenze mortali sia una di quelle cose che fa riflettere;

· recensioni "tecniche" scritte da appassionati del genere, tendenzialmente molto positive per la costruzione narrativa e la capacità di modificare e rendere originale una spunto narrativo (il reality mortale) in realtà niente affatto nuovo; anche qui, la chiave interpretativa prevalente è quella televisiva: la società mediatica, la televisione che si sostituisce alla realtà, ecc.;

· stroncature scritte da lettori adulti, tutte più o meno incentrate sulla presunta banalità dello spunto e sulla qualità della storia d'amore del terzetto Katins Gale Peeta.

Detto che, onestamente, ho trovato le stroncature molto meno interessanti e motivate per capire la trilogia, perfino rispetto a certi osanna adolescenziali oggettivamente ingenui, osservo che questo mondo distopico degli Hunger Games è qualcosa di più e di peggio di un mondo nel quale per tenere a bada possibili rivolte si fanno circensi televisivi mortali - in fondo, nulla di diverso dai gladiatori romani.... E quel qualcosa di più è ciò che fa di questa trilogia un pugno nello stomaco per chi voglia vedere, al di la della superficie standardizzata da prodotto commerciale di alto livello.

La macchina narrativa, infatti, è messa al servizio di una tesi terribile: il potere è senza redenzione, sempre. È sempre cattiveria e sopraffazione. I buoni del distretto 13 non sono migliori dei cattivi di Capitol City, perché il loro movente è comunque il governo e il potere. Gale, l'amico di sempre di Katniss che inventa armi e finisce per contribuire all'uccisione di Prim, l'amata sorella minore, è l'eterogenesi dei fini, la dimostrazione che i mezzi finiscono per distruggerti e cambiarti. Tutti usano tutti in una relazione di potere alla quale Katniss tenta inutilmente e continuamente di sottrarsi per tutta la vicenda. Il buonissimo Peeta, in mancanza di possibilità di integrarlo nella crudeltà del potere in modo "naturale", viene forzato con tecniche di tortura e, alla fine, anche lui è trasformato. E praticamente tutti i personaggi tranne il presidente Snow sono ambiguamente sospesi fra bontà e cattiveria, ingabbiati nei ruoli loro assegnati dalle diversissime (ed estreme, siamo in un mondo di fantasia) convenzioni sociali. Una come Katniss, cacciatrice di frodo per sopravvivere, non può che ribellarsi, ma sa che la ribellione è inutile.

Alla fine, l'apparente lieto fine non fa che confermare una sconfitta. Il massimo che puoi fare è trovare uno spazio per la tua vita privata negli interstizi della storia e della tragedia umana. Se ti va bene, approfitti di qualche periodo di pace e tiri avanti, costruendoti una felicità privata (e in questo senso è bella e struggente l'idea del libro della memoria scritto da Katniss e illustrato da Peeta, perché almeno il ricordo dell'orrore ma anche della qualità umana delle persone non sia perduto). Ma se alzi lo sguardo ti accorgi che la giustizia non è di questo mondo.

In breve, è un romanzo sulla sconfitta della politica come mezzo per dare una vita migliore alle persone, e sulla convinzione che l'unica politica realmente esistente è quella che serve a conservare il potere. E, aspetto anche più deprimente, è un romanzo che racconta una sconfitta della politica come agente di cambiamento anche ben al di là delle motivazioni nobili e delle speranze di chi la pratica. Puoi partire con le migliori intenzioni, ma il potere ti cambierà, sempre.

PS. Ho scoperto un intero mondo di distopie ed eroine distopiche, un immaginario cupo e spesso dozzinale e consolatorio. Significherà qualcosa che queste storie si diffondano a macchia d'olio, siano grandi successi e diventino industria....


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12 giugno 2011

Perché Tremonti non può fare la riforma del fisco (oppure, perché non fidarsi di Tremonti)



Tremonti non può fare la riforma del fisco, né può "rilanciare la crescita", secondo il mantra globale attuale, perché Tremonti, come tutti i ministri dell'economia dell'Europa tranne quello tedesco, non dispone delle leve della politica economica e della politica monetaria. La sovranità monetaria degli stati è stata ceduta alla Banca Centrale Europea, che ha per statuto l'obiettivo idiota della stabilità dei prezzi (idiota perché unico e indipendente dagli altri, non idiota di per sè), e l'autonomia perfino arrogante dai governi. La sovranità economica è stata ceduta ai "mercati" e in particolare ai mercati finanziari che comprano i debiti sovrani e vogliono in cambio tassi di interesse che coprano dai rischi. E che non vedono loro, quando i rischi di un Paese aumentano, di approfittare chiedendo tassi più alti.


Questo, tuttavia, è solo il primo livello. Al secondo livello, bisogna anche ricordare che, pur all'interno di questi vincoli davvero deprimenti e che sarebbero da stravolgere al più presto, ci sarebbero dei margini di manovra per fare qualcosa. Ma in quel caso di Tremonti non ci si può fidare per almeno due motivi. Il primo, è che non è capace di fare le cose che servirebbero e che sta perfino cominciando a dire di voler fare. Sono anni che ogni tanto ne dice di apparentemente giuste ma il massimo che è riuscito a praticare è: condoni e tagli lineari. Il secondo, è che anche se improvvisamente rinsavisse, i suoi riferimenti politici e sociali sono quelli che non hanno interesse alcuno a cambiare le regole del gioco attuale. L'unico modo di rilanciare la "crescita" (un'altra volta tornerò sul senso vero che dovrebbe avere questo obiettivo, pazientate) è quello di avviare una bella cura di liberalizzazioni vere, una vera rivoluzione fiscale dal lavoro alla rendita e al patrimonio e ai consumi energetici, una feroce lotta all'evasione fiscale di grande dimensione e alla criminalità, un contratto unico del lavoro assieme a nuovi ammortizzatori sociali, e dare fondi fiducia e allegria a scuola ricerca e giovani. Tutte cose lontane mille miglia dagli interessi e perfino alla comprensione di chi ha votato il centrodestra.

Perché, ne sono certo, con il declino di Berlusconi entro pochi mesi tutti quelli che erano la sua corte - Tremonti e la Lega per primi - saranno velocissimi a riciclarsi, ad avere l'aria di dire che loro, con il disastro raccontato dall'Economist, non c'entravano niente, che passavano dalle parte di Berlusconi un po' per caso.

E no, cara Italia Futura, non è che perché Tremonti adesso fa il guardiano dei conti contro l'assalto alla diligenza, che è diventato bravo. Lo fa solo perché, visti i mercati e la BCE, non è capace di fare altro. Vediamo di non dimenticarcelo.


22 aprile 2011

Link di Pasqua

Oggi voglio proporre ai miei 25 lettori un breve viaggio fra articoli e post stimolanti, alcuni dei quali non condivido affatto, ma che trovo significativi per illustrare un certo modo di pensare. Comincio con un po' di politica politicante, segnalando due pezzi dal sito web ufficioso dei giovani turchi del PD:
  • La polemica fra il PD e il Corriere sulla supposta insesistenza di proposte programmatiche del PD. Sebbene Champ abbia acutamente osservato come lamentarsi con il Corriere sia perfino autolesionista, e come è ben chiaro che un problema di efficacia nella comunicazione il PD lo ha eccome, letta tutta intera questa vicenda dice molto della qualità del nostro giornalismo più paludato.
  • Un pezzo di Chiara Geloni sul paradossale lamentarsi dei referendari perché gli tolgono il referendum. Insomma, visto che l'unico modo di toglierti il referendum è abrogare le norme che volevi abrogare con il referendum, dovresti essere contento: hai vinto senza combattere. Meglio di così.... E invece no, questi referendari avevano altro in testa, e del merito del referendum non gli importava nulla. Come ho già scritto ieri, concordo e trovo piuttosto indegno questo modo opportunista di fare politica.
Al di sotto della politica politicante ci sono le cose che contano: l'energia, le politiche del lavoro, il sistema industriale italiano, la politica europea, il fisco. Ecco quattro articoli che variamente - e in alcuni casi malamente - affrontano queste questioni:
  • su NfA si polemizza con Debora Billi che su il Fatto esagera non poco in catastrofismo  eneregtico (e non è una novità per lei): resteremo tutti al buio? Peccato che la polemica è mal impostata, è il solito affidarsi alle magnifiche sorti e progressive garantite dalla mano invisibile del mercato e dall'innovazione tecnologica. L'approccio economicistico di NfA, che ignora cosette come il secondo principio della termodinamica o dati di fatto come la finitezza delle risorse petrolifere, rende l'economista medio incapace di affrontare con qualche consapevolezza il problema energetico. Peccato, perché per affrontarlo, quel problema, servono anche gli economisti, il mercato e l'innovazione tecnologica. Per non perdersi nel solito mare dei commenti al post, suggerisco di leggere questo - perfetto nella sua logica ferrea - e, ovviamente, il mio.
  • Stefano Bartolini fa il punto sugli effetti della precarizzazione del lavoro sulla felicità: al di là delle soluzioni politiche immaginate, sulle quali purtroppo ci si continua ad accapigliare nel PD, fra Fassina e Ichino, la riflessione di Bartolini - e tutto il suo interessantissimo libro, che consiglierei volentieri a molti miei amici economisti - mi sembra molto importante.
  • Su Sbilanciamoci, è stata pubblicata una interessante e approfondita inchiesta sulle (residue) grandi imprese italiane: un dossier magari un po' di parte ma davvero approfondito e pieno di dati - anche sui bilanci. Per capire qualcosa su dove va il sistema industriale italiano, si può partire anche da qui.
  • Il blog di Aspo pubblica un sorprendente e sballato articolo anitieuropeista di Terenzio Longobardi, che rincorre strani sogni di ritorno agli stati nazionali. Antieuropeismo di sinistra d'antan, che si salda in modo imprevisto a quello di destra oggi in voga. Mi riprometto di tornarci più ampiamente, perché la questione di questo diffondersi di ragionamentio pseuodautarchici in salsa ecologista è piutosto significativa.
  • Infine, il magazine de iMille (che è sempre più pieno di pezzi interessanti, leggetelo!) ci racconta, per la penna di Riccardo Spezia, come sia più facile pagare le tasse in Francia. Ah, invidia.
Per finire, una piccola speranza per il nostro futuro energetico. Nulla di attualmente fattibile, certo, le solite speranze date dalla ricerca di base. Comunque, c'è una traccia secondo la quale diventerà possibile fissare in modo stabile l'energia del sole. Niente più problemi con la maledetta intermittenza delle rinnovabili, se fosse davevro possibile farlo in futuro.







17 dicembre 2010

Le alleanze di Bersani

Apparentemente, Bersani dice che vuole provare ad allearsi con tutti (terzo polo, IDV e Vendola), pur di battere Berlusconi. Trattasi di nuova Unione allargata a destra.
In realtà, dato che sa benissimo che una simile alleanza è (purtroppo?) impossibile, poiché che Fini e Vendola sono incompatibili, sta semplicemente tentando di far politica (politicante?), però mettenmdo al centro ill PD: noi offriamo il nostro programma e diciamo alle altre forze di opposizione: ci state? Poi si tratta e si vede chi ci sta, e a quali condizioni.
Poveretto, lo capisco, perché ha di fronte un bel rebus. Da una parte, se facesse quel che noi prossimi italiani, rottamatori e nativi del PD vari vorremmo, ossia mantenesse ferma la vocazione maggioritaria e/o puntasse sull’alleanza a sinistra, con questa legge elettorale rischierebbe di consegnare il paese a un definitivo regime berlusconiano-leghista: una cosa da far tremare i polsi. E infatti, personalmente, conservo anch’io qualche dubbio sull’idea civatiana che ce la dobbiamo comunque giocare alle elezione e amen...
E d’altra parte, se non si lascia aperta l’alleanza a sinistra e si offre solo al centro, si becca il prevedibile rifiuto del “terzo polo” e siamo da capo. Ovvio che in realtà preferisce l’alleanza col centro, come gli ha insegnato D’Alema. Tanto il candidato premier non lo può fare comunque: se la coalizione sarà PD-Sel-IdV, Vendola o Chiamparino alle primarie lo battono. Se la coalizione sarà PD-Terzo polo, il candidato sarà ovviamente un centrista o qualche professorone.

Quindi, da molti punti di vista questa intervista è solo una apertura di trattativa, tra l’altro anche interna perché dovrà trovare l’accordo dei vari pezzi di partito alla Direzione, e non sarà facile.
Quel che davvero è inaccettabile, però, non è tanto la disponibilità alla rinuncia alle primarie nazionali, che in fondo ha la sua logica, quanto questa frase davvero sciagurata:

Poi c'è un problema che riguarda soprattutto noi: le primarie per le amministrative. Possono inibire rapporti più aperti e più larghi non solo con i partiti ma con la società civile. E possono portare elementi di dissociazione dentro il Pd che non fanno bene a nessuno. Bisogna dunque riformarle.

Dove, come annota un amico, qui per “società civile” si intende “gruppi di potere organizzati”.


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2 marzo 2010

Sequestri

Il volonteroso Enrico Rossi, candidato del PD a presidente della Toscana, ha un programma nel quale le scelte energetiche a favore delle rinnovabili sono molto enfatizzate e quasi sempre ben argomentate.
Poi scopri che, con il sincretismo tipico della politica che tutto deve tenere e contenere, il nostro propone candidamente di trasformare le centrali a olio di Livorno e Piombino - sommamente inquinanti - in centrali a carbone con cattura stoccaggio geologico della CO2 (CCS) - quindi non inquinanti e a emissioni zero, dice lui.
Peccato che lo stoccaggio geologico della CO2 sia, purtroppo, una tecnologia che ancora non esiste in natura, se non in impianti dimostrativi e sperimentali. E, sopratutto, peccato che sia una tecnologia per ora decisamente troppo costosa: l'energia elettrica prodotta da un impianto con CCS, secondo autorevoli studi, richiede almeno il 20% in più di combustibile e una notevole quantità aggiuntiva di acqua in un processo di produzione molto più complesso e costoso,  e supera quindi il costo di produzione di molte delle fonti rinnovabili, in particolare dell'eolico.


Ora, io capisco benissimo la logica della proposta. Rossi, come chiunque voglia ambire a governare un territorio, ha un pragmatico problema di fattibilità. Da un lato, sa che impianti terribilmente inquinanti come le centrali ad olio combustibile non sono più accettabili per territori già ampiamente compromessi come quelli di Livorno e Piombino. Dall'altra parte, ritiene comprensibilmente che quegli impianti debbano continuare a produrre energia, e che per farlo non sia possibile una trasformazione a rinnovabili, e per di più magari ha anche il problema dei posti di lavoro da preservare. Qualcuno gli parla della CCS, e si accende la speranza...

Il fatto è che un politico non dovrebbe limitarsi a combinare il menu di scelte tecniche che gli propongono, sulla base di una vaga ideologia pro green economy. Un politico dovrebbe provare a verificarlo, questo menu di scelte. Evitando di avventurarsi in terreni scivolosi.

Soluzioni alternative? Per esempio, proporre ad Enel un bell'impianto eolico off-shore al posto della centrale a olio combustibile. O, al massimo, una più ovvia trasformazione a ciclo combinato. E magari una piccola centrale dimostrativa per far avanzare la ricerca della tecnologia del CCS ci potrebbe pure stare, ma sapendo che, appunto, non è la soluzione...

(sul CCS, qui le opinioni di chi punta, mi sembra in perfetta buona fede, su questa tecnologia. In questo articolo una valutazione del prezzo della tecnologia CCS. Qui invece si spiega perché, purtroppo, è illusorio pensare che la cattura e stoccaggio della CO2 potranno essere usate estesamente dove ce ne sarebbe davvero bisogno, in Cina: fare efficienza e risparmio, si nota, costa molto meno. Infine, un divertente smontaggio delle dichiarazioni del nostro governo, di Enel ed ENI, sulla miracolosa soluzione del CCS)


5 febbraio 2010

Per fortuna che c'è Stiglitz

governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato.
permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione la società. La presunta merce "forza-lavoro" non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva d’impiego, senza influire nche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. Nel disporre della forza-lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale "uomo" che si collega a quest’etichetta… La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati, la capacità di produrre cibo e materie prime distrutta. Infine, l’amministrazione da parte del mercato del potere d’acquisto liquiderebbe periodicamente le imprese commerciali poiché le carenze e gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e la siccità nelle società primitive.
Karl Polanyi, 1944

In fondo, il problema di oggi è assai semplice: i "mercati" - quella immaginaria entità sovranazionale che secondo alcuni farebbe il bene del mondo - governano e i governi non hanno più alcun potere sostanziale. La democrazia è quindi svuotata dall'economia.
Non solo: nel discorso pubblico, anche nel discorso di molti governanti, perfino nel discorso di molti governanti "di sinistra", l'andamento delle borse continua ad essere interpretato come l'indicatore essenziale, anche dopo che la grande crisi mondiale dovrebbe aver scalzato finalmente l'ideologia neolibersita rampante.
E del resto, ancora oggi nessuno è stato capace di dire, ad esempio, che le agenzie di rating private, dopo quel che hanno combinato, non dovrebbero più permettersi di valutare il debito degli stati. O se lo fanno, non dovrebbero essere considerate minimamente come fonte autorevole.


26 maggio 2009

La morale o la forca? (seconda parte)

Scopro che quanto sostenevo a suo tempo sull'indulto, così come quanto scriveva Alberto, non era così sballato. Come si vede da questa ricerca, meritevolmente segnalata da Giovanni.

La verità continua ad essere più complicata delle bugie. Ma bisognerebbe che i nostri politici di sinistra ogni tanto si ricordassero di non farsi travolgere dal maledetto senso comune forcaiolo che pervade questo paese. Tanto per cambiare, provare a guidare invece che seguire...


31 dicembre 2008

C'è chi va e chi viene

C'è chi va e chi viene. Mentre Ivan torna in Italia per occuparsi di politica a tempo pieno, e lascia i panni del bancario, io cambio lavoro e lascio il posto che mi consentiva un tranquillo tran tran e molto tempo libero per l'attività politica. Il nuovo lavoro mi è stato presentato come molto impegnativo anche in termini di tempo e, quindi, il mio attivismo di questi ultimi anni sarà presto un ricordo. Anche su questo blog scriverò sicuramente molto meno, e iMille e il Circolo PD Obama dovranno fare a meno dei miei pur modesti contributi.
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Quella sopra è la notizia. Ivan dice che tanto non riuscirò a staccare del tutto, perché la politica è come la bicicletta, non si disimpara. Io sono fermamente intenzionato a staccare, ma non per distacco con la politica, per mal di pancia nei confronti del PD o altro. Anzi, l'iniziativa dei Contemporanei mi fa tutto sommato sperare in qualcosa di buono.
E del resto, è difficile essere pessimisti quando, nel pieno della grande crisi economica mondiale, a 52 anni, trovi un'azienda che ti assume a tempo indeterminato a condizioni economiche migliori delle precedenti. Un'azienda che ti ha dato l'impressione, quando ci sei stato la prima volta, di fare un tuffo nel passato, nell'89 del mio primo lavoro in una società di servizi software. Giovani, un po' confusionari, ma con la sensazione che ci sia spazio per crescere e per fare cose...

Vado, in qualche modo, a fare il "vecchio saggio", quello che fornisce esperienza e ordine mentale a gruppi di lavoro sicuramente tecnicamente più bravi e aggiornati di me, ma con troppa poca esperienza.

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Devo pensarci bene, ma credo che stimolato da questa mia storia dovrei scrivere per iMille un post di riflessione sui meccanismi della selezione del personale e del riconoscimento del merito in "tarda" età. Ci proverò, e credo che innescherei una bella discussione. Ma prima voglio passare qualche tempo nella nuova trincea per vedere l'effetto che fa...

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Cambiare lavoro dopo quasi vent'anni nella stessa azienda fa davvero effetto. Come ho raccontato a suo tempo, ho avuto una lunga storia giovanile di lavori precari, come molti della mia generazione e a dispetto di certa retorica attuale sul passato del posto fisso sempre e per tutti  - quella storia che fa si che io oggi abbia una carriera contributiva deprimente e debba prepararmi a lavorare, se mi riesce, fino a tarda età.

Però, a differenza dei precari di oggi, il famoso posto fisso alla fine l'ho  trovato. E vent'anni costruiscono abitudini, relazioni, odio-amore per l'azienda, piccoli e grandi usi e costumi che, dal 7 gennaio, mi lascerò alle spalle. Insomma, sto smaltendo il cambiamento...

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Buon anno. Dal 2 al 6 gennaio sarò in montagna senza connessione...


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7 aprile 2008

Piccola cronaca

Il fine settimana, a partire da venerdì, è stato pieno di piccoli fatti interessanti per la mia campagna elettorale. E non è quindi un caso che l’impegno fisico sul territorio mi abbia fatto rimandare la scrittura qui sul blog.

Vorrei riflettere e argomentare su molte altre cose, ma non ora. Per ora, infatti, preferisco appuntare la piccola cronaca di questi giorni.

Venerdì, l’iniziativa sulla gestione dei rifiuti nel IX Municipio è stata un interessante momento di approfondimento, con slide di dati, discussione di opzioni, idee, lamentele, apertura di nuove prospettive. A breve metto in linea le slide che ho presentato. In estrema sintesi, il succo del mio discorso è che il problema rifiuti è da un lato un enorme problema globale e, dall’altro, una sfida di buon governo minuto del territorio. Solo tenendo insieme in un’unica visione i due aspetti e non facendosi incatenare dal manicheismo delle soluzioni uniche, si riuscirà a realizzare una buona gestione dei rifiuti. Nel Municipio, bisogna operare su tre aspetti:

  • l’educazione, anche con azioni dimostrative (cittadini che assieme all’Ufficio Decoro Urbano puliscono le scritte sui muri, padroni di cani associati che girano le strade a raccogliere le cacche altrui…) e soprattutto con l’esempio dei fatti: un migliore arredo urbano è di per sé educazione;
  • le iniziative ponte per migliorare la situazione (sostituzione cassonetti, aumento cassonetti per la differenziata)
  • l’obiettivo finale, quello di aumentare drasticamente la quota di raccolta differenziata, attraverso l’uso combinato del porta a porta dove possibile, o di soluzioni comunque ottimizzanti più adatte a zone ad altissima densità abitativa come molta parte del nostro quartiere.

Sabato mattina, il classico giro nei mercati, con volantinaggio e chiacchiere con gli operatori ed i clienti. Sabato pomeriggio, volantinaggio a Piazza Tuscolo. Una bella giornata di sole, un po’ ventosa, un bel po’ di gente in giro e la solita impressione contrastante: alla coppia che si ferma a chiacchiere e, soprattutto a Piazza Tuscolo, ci dice che era ora ci facessimo vedere perché qui e sempre pieno di quegli altri di AN, si succede il ragazzo che ti scansa con un grugno scorbutico. E così via.

Ma, di certo, ho modo di parlare con qualche tranquillità con un po’ di persone, e di capire che ci sono molte più persone che vorrebbero poter confrontarsi e parlare di politica, apertamente e senza particolari preconcetti, di quanto comunemente si creda.

E questa impressione è ampiamente confermata domenica sera da Myriam, dove per più di tre ore un piccolo gruppo di persone di varia estrazione e storia, più o meno del giro dello Spazio dell’Anima, hanno discusso assieme a me si può dire dell’intero scibile politico: siamo partiti e tornati più volte sui problemi del piano Regolatore e della tangenziale, siamo passati per la pulizia delle strade e i rifiuti, sul traffico e le biciclette e il car sharing, ma siamo anche andati in giro per il mondo riflettendo sulla Cina, i dazi e la decrescita, per tornare poi sui buoni comportamenti, l’educazione e pure il modo per aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione. Il tutto, non perdendo mai di vista il problema di come combinare la capacità di decisione rapida che è necessaria a una politica efficace e credibile, con l’obiettivo e i metodi della partecipazione.

Domenica mattina, del resto, con l’aiuto di ottime amiche, davanti alla chiesa di Piazza Asti, ho riepilogato e ricostruito una decina di anni di piccola socialità, ritrovando e ricontattando genitori di compagni di scuola dei miei due figli. Al di là del possibile effetto elettorale, un buon momento comunque.

Perché alla fine, tutte queste cose sono anche e soprattutto la possibilità di coltivare qualche buon rapporto umano, di dare e ricevere tempo. E per questo, ringrazio tutte le persone che ho coinvolto in vario modo in questi giorni, qualunque sia il voto che poi vorranno dare.


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17 dicembre 2007

La festa è finita

Questa volta niente link. Copio integralmente qui.
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L’internazionalizzazione dei mercati ci sta accanto come uno spettro cui non sappiamo ancora dare un nome perché il suo volto è ambiguo e le menti non sono esercitate a pensare in grande: la globalizzazione promette ai poveri l’uscita dalla miseria, e ai ricchi promette ottimi affari di alcuni industriali ma un impoverimento generale delle società. Le cose si fanno più chiare quando si guarda al nostro pianeta malato, alla possibile bancarotta dell’abitare umano sulla terra: 2 gradi di riscaldamento in più sono rovinosi, il livello del mare che si alza pure. 

Se continua lo scioglimento dei ghiacciai antartici e della Groenlandia scompaiono Londra, New York, Miami, Olanda, Bangladesh, Venezia. Qui veramente siamo di fronte a un tutto che rende vana ogni illusione di poter vivere da soli, difendendo il proprio particolare. Qui i più svariati eventi nazionali e mondiali s’intrecciano come mai in passato, e obsoleta è ogni distinzione tra vicino e lontano. La Conferenza che si è conclusa a Bali è un piccolo passo avanti, anche se parziale. Prevale la resistenza di dirigenti intrisi d’inerzia, contrari a obiettivi cifrati di riduzione del gas serra, ed è straordinario come gli Stati Uniti, icona del moderno, appaiano la più inerte, retrograda delle potenze. A Bali hanno però suscitato ira, e alle spalle di Bush c’è un’America che vuole agire sul clima (500 sindaci e la metà degli Stati): l’amministrazione può sprezzarla, non ignorarla. L’Europa non ha strappato obiettivi cifrati ma è percepita come avanguardia e può sperare che la conferenza di Copenaghen nel 2009 riconosca i fallimenti di Kyoto e fissi più severi traguardi. Ha anche ottenuto che i Paesi poveri e in sviluppo partecipino allo sforzo, ma che i ricchi contribuiscano di più e aiutino, avendo ridotto il pianeta a quello che è. Una cosa comunque è chiara: c’è un legame tra l’evento di Bali e quel che viviamo ogni giorno; non sono sconnessi i negoziati sul clima, la collera dei camionisti per l’aumento del gasolio, gli aumenti di pasta, latte, grano, carne. Siamo assuefatti all’energia a buon prezzo che emette anidride carbonica, e toccherà disintossicarsi. Abbiamo alle spalle un trentennio di cibo poco caro (1974-2005), e anch’esso appartiene al passato, come ha scritto l’Economist. «La festa è finita!», afferma l’accademico Richard Heinberg in un libro omonimo (ed. Fazi, 2004). Secondo alcuni il punto critico, di non ritorno, è imminente e forse già passato. È tempo di cessare le dispute e di agire. È tempo di cambiare parole cui eravamo avvezzi, dottrine che sembravano sicure, abitudini. Una delle prime conseguenze è il ritorno della politica, dopo anni di perentoria certezza liberista. I governi sono diventati comitati d’affari di lobby industriali, sulla scia di quest’ideologica certezza: ma sono industrie che dovranno trasformarsi, e sono sindacati che non hanno minimamente pensato il clima mutato. Anche la festa liberista è finita, perché le virtù d’un mercato senza regole né interferenze si son rivelate illusorie. Lasciato a se stesso, esso ha generato catastrofi. «Siamo davanti al più grande fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto», ha detto in una conferenza a Manchester del 29 novembre l’economista Nicholas Stern, che nel 2006 aveva presentato a Blair un rapporto sul clima. E si è spiegato così: «Coloro che danneggiano gli altri emettendo gas serra generalmente non pagano». Nessuna mano invisibile ha permesso che le condotte irresponsabili, sommandosi, producessero vantaggi. Per questo c’è di nuovo bisogno di Stato, di forza della politica. Solo la politica può frenare il precipizio, perché frenarlo vuol dire pagare prezzi ben salati, tassare la gente in nome del pianeta, spendere meno, consumare diversamente, tener conto del mondo e non solo di se stessi. D’un tratto, alla luce del naufragio terrestre, la politica liberista sembra vecchissima, pre-moderna. È prigioniera di lobby che hanno tuttora un potere soverchiante ma destinato all’anacronismo: lobby petrolifere e di vario tipo. È significativo che Obama, candidato democratico alla presidenza Usa, riscuota sempre più successo con un discorso tutto incentrato sull’autonomia del politico da lobby e sondaggi. Smarriti davanti a quel che accade, ci mancano le parole e quelle che usiamo sono false e diseducative. Dovranno sparire parole come manovra, perché dire manovra anziché risanamento rimanda a loschi affari di corridoio, che screditano il governante. Sparirà la certezza di poter ridurre le tasse facilmente. Sparirà anche la retorica sulla libertà (del popolo, dell’individuo) contrapposta allo Stato: i margini di libertà si restringono, non è vero che possiamo produrre, consumare come vogliamo. Sparirà, si spera, lo sguardo solo nazionale sulla politica: la fine del cibo a buon mercato è mondiale. I produttori ci guadagneranno, e non bisogna dimenticare che tre quarti dei poveri sulla terra abitano zone rurali; che il nefasto divario cinese tra campagne e città sarà mitigato. I prezzi alti sono per i poveri una dannazione quando consumano, una manna se producono. Anche la fine del petrolio a buon mercato aiuta a cercare fonti alternative. In fondo lo Stato dovrà organizzare un impoverimento costruttivo, mirato. Solo lo Stato può accingersi a sì ciclopica impresa. Il ritorno della politica è colmo di pericoli autoritari e pur essendo ineluttabile non avverrà senza traumi. Perché sarà difficilissimo per tutti: per gli stati, i sindacati, gli industriali e per ogni cittadino, soprattutto nei Paesi ricchi. È un processo che comporta importanti metamorfosi del modo di pensare la politica. La prima metamorfosi riguarda il rapporto tra politica, mezzi di comunicazione e scienza: rapporto torbido, distorto. La politica sa che esiste ormai una verità scientifica sul destino terrestre, ma per inerzia continua a disputare come se il clima fosse una discriminante fra destra e sinistra: è una cecità condivisa dalla stampa. Nelle riviste scientifiche esiste oggi un consenso pressoché totale sul clima. Non nei giornali generici, dove contano più le lobby e i politici reticenti che gli scienziati. I politici temono di apparire impotenti, impopolari: per questo si concentrano su fatti contingenti (i camionisti, in Italia) pur di non spiegare come il rincaro degli alimentari sia ormai strutturale e duraturo. Perché non dire il vero? Il cibo costa ovunque di più, per precisi motivi. I raccolti in alcune regioni del mondo sono più vulnerabili al clima (Australia, Africa, Brasile, Kazakistan). C’è poi negli Stati Uniti la spregiudicata corsa all’etanolo, unita al solipsistico sogno d’indipendenza energetica. L’etanolo ha ingigantito i prezzi del mais con cui è prodotto, e spinge al rialzo tutti i cereali. La corsa è spregiudicata perché l’America è intervenuta con sovvenzioni pubbliche per coltivare più mais (7 miliardi di dollari l’anno), e questo ha decurtato le scorte cerealicole mondiali, scoraggiato il più pulito etanolo brasiliano (estratto da zucchero), esteso la deforestazione. Nel rapporto con la scienza i politici si comportano come il cardinale Bellarmino con Galileo: non vogliono vedere il reale, invitano gli scienziati a parlare ex suppositione, «per ipotesi», purché sia salva la Sacra Scrittura. Per il politico sono sacri i sondaggi, ma il rifiuto di guardare nel cannocchiale di Galileo è lo stesso. Non stupisce la doppia dipendenza di Bush dalle lobby e dai fondamentalisti cristiani. La seconda metamorfosi, legata alla prima, riguarda i costi di riparazione del pianeta. Anche qui, il politico dovrebbe sapere che essi infinitamente minori rispetto ai benefici futuri. Secondo Stern, urge tagliare l’1 per cento del prodotto lordo nel mondo, ogni anno, per decenni, se si vuol evitare che i costi dell’inazione si quintuplichino. Ma quell’1 per cento resta pur sempre gravoso: 600 miliardi di dollari. Significa più tasse, e posti di lavoro perduti. Le misure dovranno esser «radicali, urgenti e costosissime», scrive John Lanchester sul London Review of Books del 22 marzo scorso. Tutte le invettive contro tasse e stato converrà rimeditarle, davanti all’enormità dei prezzi da pagare per riparare il clima. La terza metamorfosi riguarda ciascuno di noi: produttori o consumatori. Anche il nostro rapporto con la scienza è religioso: ci crediamo ma senza conoscere, dunque crediamo male. Immaginiamo di poter fare a meno della politica, dello Stato, convinti magari che i forti vinceranno. Non è così. I forti di oggi domani s’indeboliranno. Alcune nostre abitudini diverranno talmente costose, a causa del carbonio emesso, che un giorno saranno proibitive. Avremo case meno scaldate, pagheremo alte imposte, saremo un po’ più poveri. Prima o poi smetteremo la costruzione frenetica di aeroporti, visto che gli aerei emettono quantità gigantesche di anidride carbonica. Verrà il giorno in cui si rinuncerà ai Suv, queste auto assassine del clima. La situazione non cambia se dalla benzina si passa all’etanolo e si garantisce un’«energia più efficiente»: secondo la Banca Mondiale, il mais che serve per un Suv può nutrire una persona per un anno. I prezzi alimentari sono la cosa che capiamo di meno, perché è colpito il nostro quotidiano, e per questo è essenziale che la pedagogia occupi il centro della politica e estrometta il voler compiacere sempre. Se i prezzi aumentano è perché il mondo, meno iniquo, ha cominciato a divenire più ricco. Un’ingente parte dell’umanità - Cina, India - mangia carne oltre a cereali. Lamentarsene è insensato oltre che scandaloso moralmente. C’è bisogno di molto più grano per alimentare gli animali che per fabbricare pane: ci vogliono tre chili di cereali per un chilo di carne di maiale, 8 per un chilo di carne di bue. Questo è tutto. La tentazione è grande di parlare di apocalisse. Ma nell’apocalisse sono due le vie. Una è quella del tutto è permesso: festeggiamo, visto che non avremo discendenti. L’altra prepara il futuro, trattiene il disastro con l’azione. Nel secondo capitolo della Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, si parla del katèchon che trattiene la venuta del Male con mezzi terreni, in attesa di interventi divini. Il katèchon per gli stoici è qualcosa di più semplice: è fare il proprio dovere, rispettando l’altro e la natura anche se la terra viaggia verso la conflagrazione.

Barbara Spinelli, 16 dicembre


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13 ottobre 2007

Per una buona politica

"L'arte di governare è diventata una forma di consumismo, non di cittadinanza: si compra il partito che sembra promettere affari o servizi migliori" (Joe Klein, 2001)
"Una società è giusta nella misura in cui è perennemente insoddisfatta del livello di giustizia già acquisito e cerca sempre più giustizia e una giustizia sempre migliore (...) L'essere membro di una comunità politica non può ridursi al semplice utilizzo delle leggi per la propria protezione e avanzamento, ma deve contemplare anche la partecipazione alla formulazione delle leggi e il garantire che le leggi già formulate ben aderiscano all'idea di giustizia" (Zygmunt Bauman, 2002)

Klein certamente non pensava  all'idea bizzarra dei "politici come nostri dipendenti" che pretende di diffondere un certo comico nostrano, immaginando uno strano mondo in cui i politici non sono che manager di un'azienda, e i cittadini non cittadini ma semplici azionisti.
Ma la politica, la buona politica, è quella che costruisce un processo di partecipazione, che sconfigge il senso di impotenza dell'individuo e lo fa cittadino.
Per questo, le elezioni primarie del Partito Democratico di domani 14 ottobre sono una grande occasione per la democrazia. Non mancate.


5 ottobre 2007

Bamboccioni e ministri - Fenomenologia dell'informazione rovesciata

Questa intervista di Veltroni a Massimo Giannini va letta tutta e con attenzione. Per almeno due motivi:
  • Perché dice cose sacrosante sull'Italia e sull'attuale flusso mentale negativo che pervade il nostro lagnosissimo popolo, e però scommette su una prospettiva e un futuro, con un encomiabile ottimismo della volontà
  • Perché è l'ennesima dimostrazione di come l'informazione, televisiva o a stampa, ormai letteralmente rovesci i fatti nel loro contrario: nella stessa home page di Repubblica che linka l'articolo, l'accento è messo su "Prodi freddo" sulla proposta di dimezzare i ministri. Immagino cosa diranno fra breve gli altri giornali e i telegiornali: "Scontro Prodi-Veltroni"! Eppure, se si legge l'intervista si scopre che Veltroni non propone affatto di dimezzare i ministri di questo governo, ma si dice  disponibile a dare l'assenso del PD se Prodi volesse. E, in più, dice "Sono pronto a tutto, pur di rafforzare il governo".
Lo stesso identico meccanismo che ha portato ieri all'esplodere della polemica sui "bamboccioni" di Padoa Schioppa. Stamani, ad esempio, le reazioni degli ascoltatori di RadioTre, che sono pure mediamente colti ed informati, erano uniformemente superficiali e si fermavano tutte allo "scandaloso" epiteto. Come se il centro della notizia - la notizia vera, quella importante - non fosse che per la prima volta il governo avvia una concreta politica di aiuto all'autonomia dei giovani (gli sgravi sugli affitti, i presti d'onore, la totalizzazione dei contributi e la contribuzione figurativa per i precari...).
No, quello che è passato sulla stampa e in TV, il messaggio, è che il ministro ha insultato i giovani. Cosa peraltro palesemente non vera.

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3 ottobre 2007

Candidato




Ebbene sì, sono candidato alla costituente del Partito Democratico, nella lista Per Veltroni, Ambiente, Innovazione, Lavoro.
Nel mio collegio di Roma Appio Latino.
Nel sito de iMille è presentata brevemente la mia candidatura, assieme a quella di molti altri e migliori compagni ed amici.
Non sarò eletto, visto che sono al quarto posto in lista, e tuttavia tenterò di dare un po' di supporto al successo della lista.
Perché:
  • in primo luogo non è vero che tutte le liste sono uguali e basta scegliere il candidato segretario: la lista Innovazione non è certo perfetta, ma è davvero più innovativa delle altre, ed è la lista de iMille.
  • In secondo luogo, non è vero, come ho sentito dire, che la costituente non conta nulla, e i giochi saranno fatti dopo. La costituente conterà molto, sopratutto se gli eletti, o almeno i migliori fra loro, la sapranno far contare: non eleggiamo solo un segretario messia capo mediatico - e lo dico con la massima stima per Veltroni. Eleggiamo un organismo che dovrà scrivere le fondamenta filosofiche, politiche ed organizzative del nuovo partito.
  • In terzo luogo, è la prima volta che un partito politico consente ai suoi elettori, e non solo ai suoi iscritti, di eleggere i propri organismi dirigenti: una innovazione democratica che, forse, è il primo esempio di una nuova fase nella storia dei partiti, il primo serio tentativo a dare una risposta di massa e razionale alla crisi della rappresentanza che vivono le democrazie moderne.
Come si dice in questi casi, vota e fai votare. Il 14 ottobre.


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1 ottobre 2007

I miracoli

Un commento berlusconiano ad un brutto articolo di Andrea Romano mi ha ispirato questa risposta:

lo so che è inutile e che non la convincerò. Comunque questo governo, pur quasi privo di maggioranza al Senato, è riuscito in poco più di un anno a dare una botta secca all'evasione fiscale favorita ed anzi teorizzata da Berlusconi, a mettere a posto in buona misura conti pubblici distrutti dalla finanza allegra di Tremonti, a scoprire una buona montagna di sfruttatori del lavoro nero in edilizia, ad impostare una buona riforma del welfare, ad avere un ruolo positivo in Libano e liberarsi dell'orrore iracheno, a stabilizzare un po' di precari nella scuola...
Il tutto in un contesto mediatico allucinante, con un teatrino di politici pazzi di centro sinistra che fanno il cast (più che la casta) dei programmi TV e convincono il popolo, coi loro stessi comportamenti idioti, che questo è il peggiore dei governi possibili.

Direi che Prodi, Padoa Schioppa, Bersani, Visco, Turco, Melandri, Damiano, D'Alema stanno facendo miracoli, a dispetto di tutto...


25 settembre 2007

Rumore di sciabole

Sono passati un bel po' di giorni dal mio ultimo vero post. Giorni nei quali ho letto e linkato molto, ho riflettuto, ho fatto una montagna di cose, ho spesso scritto commenti a post altrui. Giorni durante i quali lo stress sul lavoro, per un nuovo progetto che dovrebbe partire e impegnarmi molto e che non parte mai e mi costringe a dubitare del mio futuro professionale, si è intrecciato allo stress per la formazione delle liste per la costituente del PD.
Troppi e confusi stimoli, ai quali per ora non riesco a mettere ordine.
Però mi piace memorizzare almeno qualche frammento.

***

Una riunione serale fra sedie scassate in una sezione dei DS, qualche giorno prima della fatidica data della presentazione delle candidature: l'obiettivo è quello di provare a formare nel collegio la lista "A sinistra per Veltroni". Percepisco la fatica della giovane e volonterosa compagna a mettere insieme la "società civile" realmente esistente e rintracciabile in un quartiere di Roma, con il partito che c'è. Per parte mia, finisco per declinare l'offerta a candidarmi in un posto non eleggibile. Quella, come segnala il logo dei iMille qui a fianco, non è la mia lista.
Ma quello che più capisco, è che davvero siamo pochi e stanchi, come se la consapevolezza di essere dalla parte del giusto, di dover fare questo sforzo finale, non bastasse più a mobilitare almeno un poco di entusiasmo. Come se la retorica degli apparati locali cattivi avesse convinto gli apparati stessi - che tanto cattivi poi non sono, credetemi - a sparire, a ritirarsi in buon ordine. E la "società civile", chiamata all'appello, semplicemente non risponde, non c'è.
Ecco, se i feroci censori del costo della politica e della pervasività dell'apparato dei DS avessero partecipato alla triste riunione serale, in quell'ambiente povero e malandato, forse avrebbero riveduto almeno qualcuna delle loro certezze.

***
Leggo e qualche volta intervengo nel gruppo di discussione interna de iMille. Un piccolo faro di speranza, perché sono davvero un (microscopico) frammento di "società civile" che prova a spendersi per una politica nuova. Nel gruppo, in questi giorni, sono passati lamenti e feroci descrizioni dell'orrendo contrattare per la formazione delle liste. Ma è rimasta in piedi la tenacia iniziale, la voglia e l'impegno di andare avanti e provarci comunque.

***
Tutti hanno scritto tutto sul politico di maggior successo del momento, che come tutti sanno fa il comico di mestiere. Ho letto molte cose intelligenti, tante che dovrei fare una sterminata lista di link, e ora non ne ho voglia.

Alcune di queste cose intelligenti, che giustamente stigmatizzavano il fenomeno, in modo feroce, in modo ironico, in modo problematico o come vi pare, le ho lette mentre i miei colleghi di stanza in ufficio esprimevano (con ferocia, astio sconfinato e sicurezza di essere nel giusto) il loro totale, globale e onnicomprensivo odio per la politica, i politici, il governo attuale, quello passato e quelli futuri. Ed anche la loro totale dichiarazione di impotenza. Espressa in modo identico dal collega di destra che vorrebbe votare Fini "ma di fatto voterei Berlusconi", e da quello dal passato rifondarolo, che odia la svolta istituzionale di Bertinotti.

Tutti ladri, tutti uguali. Mai nessuno cui venisse in mente, almeno, di organizzare un V-scherzo
come quello che suggerisce Beppe. Con cui non concordo, ma che almeno non molla la speranza di cambiare.
Ecco, di fronte all'ottimismo di Pierluigi sulla partecipazione alle primarie, devo purtroppo opporre questa frase di Paolo Valdemarin: "questi non hanno la minima idea di cosa stia succedendo qua fuori".

***
Due domeniche fa Lucarelli ci ha raccontato la strage di Brescia, e ha anche riepilogato i colpi di stato tentati. Mi ricorda questa canzone, Ma mi ricorda anche il rumore di sciabole di Nenni. Ora non è tempo di rumore di sciabole, ci mancherebbe.
Anzi, la dissoluzione della politica, della sua credibilità, rende inutile qualsiasi sciabola.
Quello che si chiede a Veltroni è una missione impossibile. Perché dovrebbe essere capace di ricostruire fiducia e democrazia, dovrebbe poter essere governante nei fatti, perché dovrebbe poter ridurre d'imperio il numero dei ministri, ecc. E dovrebbe pure restare sindaco.
Evidentemente, impossibile con una politica imbizzarrita che si dedica a salvare la propria pelle.
(Salvo che Prodi riesca lui a fare la missione impossibile, assieme a uno scelto gruppo di guastatori: immolarsi per la causa suprema, portando da Napolitano un nuovo governo di 15 ministri, e in parlamento una finanziaria con incorporata una sostanziosa riduzione del numero di province - che per toglierle bisogna cambiare la costituzione).

Una missione impossibile, anche perché il messaggio di Veltroni, nella sua ostinazione dialogante, è l'esatto contrario dell'acredine chiusa ed egoista che sta travolgendo la pancia di questo paese: quell'acredine che spiega il successo delle risposte comiche e superficiali.

***
Cara Arianna, che hai riconosciuto con eccezionale perizia il mio residuo accento nordico, e che hai scritto una cosa bellissima che, giustamente, ci colpevolizza tutti, forse il motivo dell'insuccesso della fiaccolata in sostegno del popolo birmano non è un popolo della pace spompato e poco motivato in questa occasione perché troppo antiamericano.
Il motivo, forse, è che gli italiani, inclusi molti di quelli che ieri stavano a milioni dietro le bandiere arcobaleno, sono totalmente incattiviti, chiusi nel loro odio e rancore. E più il ceto politico non se ne accorgerà, più sarà peggio.

Ma forse, come mi ricorda sconsolato sama, forse è solo che sono proprio inetti...
 


23 settembre 2007

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13 settembre 2007

La rete, il Partito democratico, le democrazie possibili

Prima di cominciare, un accorato duplice invito:
  • andate subito sul sito del Patto con Walter è segnalate la vostra adesione (ed eventuali e ben accetti commenti)
  • usate il Ciclostile, in modo virtuale e fisico, perché c'è davvero bisogno che il 14 ottobre sia un successo.
Se avete un blog, il logo del patto e quello di ciclostile non dovrebbero mancare.

*************
Terminato lo spot, qualche parola per spiegarne i motivi. Non volevo parlare di ciò di cui tutti parlano in questi giorni. Mi sono limitato a commentare qui e qui.
Non voglio farlo neanche adesso, se non di striscio. Però temo che chi ha sostenuto inizialmente, me compreso, ciò che Kkarl dice benissimo qui non colga tutta la verità. Certo, quel blog non è un blog, e quella comunicazione è del tutto unidirezionale, di tipo broadcast, e nega quindi la logica fra pari della conversazione in rete. Per di più, è una comunicazione insopportabilmente basata sulla fama (precedente alla rete, peraltro) dell'uomo solo al comando.
Però attorno a quel blog la rete è stata usata, con i meet-up ed altro, da migliaia di utenti che hanno fatto conversazione e azione in rete. Ci piaccia o no.
Una cosa che il Partito Democratico non sembra affatto in grado di fare, visto quanto poco riesce tuttora a costruire di sincera comunicazione/conversazione politica partecipata. Vista la pochezza degli strumenti di social software messi in campo dai candidati alla segreteria il 14 ottobre.
E, soprattutto, vista la pochissima consapevolezza del problema di fondo: la crisi della democrazia rappresentativa, il rischio che sia sostituita da una falsa democrazia diretta, dal plebiscito, dalla delega al capo.

Non sento, dai nostri politici, una risposta all'altezza di questi problemi. Né, tanto meno, ascolto proposte concrete per lo sviluppo di quella democrazia partecipativa di cui ci sarebbe bisogno, e che tutti i partiti attuali si sforzano sistematicamente di negare.
L'idea del Partito Nuovo, che bene o male è il senso profondo e sincero della costruzione del PD, non può camminare davvero se non riesce da un lato ad affrontare la crisi di senso dei partiti e, dall'altro, a realizzarsi adottando strumenti e metodi nuovi di partecipazione politica.

Il Patto con Walter chiede a Veltroni di impegnarsi davvero su queste cose (leggete anche i dettagli qui).

Il Ciclostile fornisce strumenti operativi di propagnada per il 14 ottobre e, al tempo steso, può contribuire a creare una comunità di nuovi militanti, a metà fra il reale e il virtuale.


5 settembre 2007

Links for 2007-09-05

  • Prima di tutto, l'inevitabile e soddisfatto link al mio primo intervento su iMille, e alla sua versione Wiki emendabile
  • Poi, un bell'articolo di Beppe Caravita sul Sole 24 Ore, che dà qualche speranza sul nostro futuro energetico, confermando in qualche modo la logica di fondo di ciò che ho scritto per iMille
  • Ancora, una prima segnalazione del sito del candidato segretario del PD più unitario che ci sia: la candidata Bintronetta. Ci tornerò su a breve.
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3 settembre 2007

Le tasse di Veltroni

Ci sono molti motivi per sostenere Veltroni come segretario del PD, che vanno da tratti caratteriali alla sua capacità di unire, da idee belle come il patto generazionale, alla percepibile nuova attenzione all'ambiente, alla capacità di vedere le cose senza barriere ideologiche precostituite.
Ma c'è un tema, ahimè davvero importante, in cui Veltroni si sta dimostrando succube del pensiero unico pseudo riformista che impedisce alla sinistra riformista di essere davvero tale: le tasse.
Un tema in cui il tatticismo che spinge i nostri politici a seguire gli argomenti dell'avversario per acquisire consenso popolare può fare danni davvero totali, fino a perdere il senso stesso della differenza fra destra e sinistra, probabilmente in modo anche più grave di certe tendenze law and order che, in fondo, hanno un loro ben più solido motivo. Consiglierei comunque, a chi insegue con troppa foga i temi dell'avversario, credendo di conquistare consensi nell'area avversa, di ricordare la storia di Björn Engholm, e farne tesoro.
Non che Uòlter non si trovi in buona compagnia in questa deriva: Letta e Adinolfi, ad esempio, non sono certo da meno nell'avere in testa un qualche tipo di "stato minimo" ed, anzi, per cultura e pensiero probabilmente ci credono molto di più di quanto non ci creda Veltroni. Ma ciò, ovviamente, non è una gran consolazione...

Vediamo un po' meglio dentro questa questione.
Le proposte fiscali di Veltroni oggi vengono contrapposte alla condivisibile prudenza di Padoa Schioppa. Secondo quanto si dice, la differenza sostanziale fra i due è nel fatto che Veltroni dica che si possono ridurre le tasse subito e TPS che prima bisogna ridurre la spesa e poi le tasse, per motivi di equilibrio finanziario. Ma questo, perdonatemi, non è affatto rilevante: semplicemente, Veltroni può permettersi di fare il politico che blandisce le masse, e TPS è costretto a fare il solito prudente cerbero, richiamando con inevitabile realismo le difficoltà operative nella riduzione della spesa.
Tutti e due, però, danno per scontato - ed anzi Veltroni ne fa la premessa base dei sui dieci punti fiscali - che la pressione fiscale debba essere diminuita in Italia.
Ora, i dieci punti fiscali di Veltroni sono, ciascuno la sua parte, pure giusti e condivisibili, ma questa idea della riduzione della pressione fiscale è la rappresentazione plastica della sconfitta culturale della sinistra riformista in Italia, sotto l'attacco concentrico dei qualunquismi antistato di sinistra e di destra e dell'allucinante perdita di efficienza e tendenza all'irresponsabilità e al furto delle amministrazioni pubbliche.
La sinistra riformista dovrebbe infatti saper dire in modo chiaro e distinto quali sono i problemi dell'Italia, dal lato fiscale.
Primo: definire a quale livello di servizi statali (dalle buche nelle strade al welfare state) vuole posizionarsi l'Italia:
  • vogliamo evolvere verso il modello prevalente in Europa centrale (Francia, Germania, ...), dove a una pressione fiscale poco sotto al 45% corrispondono servizi sociali e stato abbastanza efficienti?
  • o vogliamo rinunciare anche agli scarsi servizi attuali, per ridurre le tasse ai livelli USA (poco più del 30%)?
  • o addirittura (utopia, utopia!) crediamo sarebbe magari utile aumentare il carico fiscale per avvicinarsi ai modelli scandinavi?
Dare per assodato, scontato e indiscutibile l'assioma secondo cui la pressione fiscale in Italia è eccessiva, è abdicare al ruolo stesso della sinistra, per il banale motivo che la pressione fiscale in Italia non è eccessiva, essendo in linea con la media europea e comunque inferiore ai paesi dotati di miglior welfare. E perché la sinistra si dovrebbe distinguere dalla destra, oggi, sopratutto in quanto pensa che la felicità di una popolazione sia correlata alla ricchezza di beni pubblici, di servizi sociali universali, di integrazione sociale e quindi di relativa uguaglianza distributiva, che solo uno stato sociale ricco ed efficiente può consentire. Ma se accettiamo l'idea della riduzione della pressione fiscale come totem, come facciamo a dire credibilmente che vogliamo pure uno stato sociale ricco e inclusivo?
Secondo: ed infatti, il secondo problema fiscale dell'Italia, come ben noto, è proprio che la pressione fiscale concentrata sui soliti noti, e l'enormità dell'evasione fiscale, comporta una colossale e del tutto involontaria redistribuzione del reddito che - probabilmente - va dai poveri ai ricchi o, nella migliore delle ipotesi, rende erratica e casuale qualsiasi politica volontaria di redistribuzione del reddito per via fiscale.
E quindi, piuttosto che concentrarsi sulla riduzione delle tasse, sarebbe stato più serio proporre una riduzione relativa a parità di pressione fiscale complessiva: tanta evasione recuperata, tanta riduzione corrispondente delle aliquote.

Quanto alle proposte specifiche del decalogo fiscale, anche qui purtroppo si vede una certa tendenza ad eludere il problema più duro, quello che è stato come al solito proposto in modo intempestivo, goffo e superficiale dalla nostra mitica sinistra "radicale", ma che è davvero sostanza: la difformità del trattamento fiscale della ricchezza finanziaria rispetto al reddito da lavoro, che è la controparte fiscale del mutamento dei rapporti di forza fra capitale e lavoro avvenuto negli ultimi venticinque anni.

Su questo, mi piace riportare un brano dall'ultimo illuminante libro di Silvano Andriani:

Un quarto di secolo di esperienze ci parla del fallimento della rivoluzione fiscale, cavallo di battaglia del neoliberismo. Le lunghe fasi di governi di destra in Usa coincidono con un’enorme crescita del deficit del bilancio pubblico e dell’indebitamento netto del paese sull’estero. D’altro canto, [..] non c’è nulla che dimostri la tesi sostenuta anche da istituzioni economiche internazionali, secondo cui una più bassa pressione fiscale di per sé aumenti la crescita. La verità è che in un paese civile le funzioni dello Stato non sono comprimibili oltre un certo livello, per cui una riduzione strutturale della pressione fiscale tende a tradursi in n aumento del deficit pubblico. Questo è evidente negli Usa dove una politica di bilancio particolarmente lassista si è sposata con le ambizioni imperiali; ma risulta anche nel caso inglese, anche se in una prima fase la riduzione della pressione fiscale fu bilanciata da un massiccio trasferimento di funzioni ai privati. Dopo di che, in seguito al grave deterioramento di alcuni servizi, dalla sanità ai trasporti, è iniziata una fase di rilancio della spesa pubblica che comporta una crescita sia della pressione fiscale che del deficit pubblico.
In molti paesi tuttavia, fra i quali anche l’Italia, si sono aperte brecce nel modello fiscale di ispirazione socialdemocratica; la breccia principale consiste nel trattamento sostanzialmente diverso per redditi da lavoro rispetto a quello per i redditi da capitale, differenza che rafforza situazione di vantaggio che il capitale ha sui lavoro in questa fase di globalizzazione. L’adozione di politiche fiscali d questo tipo rafforza la tendenza all’acuirsi delle disuguaglianze, già presente a livello di mercato, e pone non solo un problema di giustizia sociale, ma anche di efficienza dei sistema. Vale la pena ricordare che la critica più seria avanzata dal versante supply-side al modello fiscale socialdemocratico non riguardava, come ha dato a intendere la vulgata neoliberista, il livello globale della pressione fiscale, ma la conformazione del sistema fiscale e il suo impatto sull’attività produttiva e si riferiva soprattutto all’eccesso di progressività sui redditi da lavoro che può avere effetti demotivanti.
In molti paesi i redditi da capitale sono sottratti al criterio di progressività e sono in larga parte soggetti a una doppia tassazione in quanto sono tassati prima come utili delle imprese e poi come reddito delle persone; inoltre, in genere, le aliquote della tassazione sugli utili sono più pesanti di quelle sui redditi delle persone. L’impatto negativo sull’attività produttiva è dunque doppio perché tale sistema scarica il peso della progressività esclusivamente sui redditi da lavoro rendendola eccessiva e favorisce la rendita a scapito del profitto. Tale impatto negativo è aggravato nelle situazioni in cui, come accade in Italia, una parte conistente delle spese per l’assistenza è a carico non della fiscalità generale, ma della contribuzione sulle retribuzioni. Tassare gli utili delle imprese e una strada facile per i politici in quanto i cittadini, di solito, ritengono che quelle imposte non sono pagate da loro; ma i tratta, ovviamente, di  un’illusione ottica. La tassazione degli utili, diversamente da quanto si ritiene, anche a sinistra, non ha nulla a che fare con la giustizia sociale che ha senso solo se riferita ai redditi delle persone Gli utili, in un mercato efficiente, rappresentano il premio per l’innovazione e l’efficienza, la loro tassazione colpisce in misura maggiore proprio le imprese migliori. Una pesante tassazione sugli utili può inoltre scoraggiare investimenti dall’estero e favorire il dumping fiscale di altri paesi.
Un’ipotesi per uscire da tale stato di cose sarebbe abolire la doppia tassazione dei redditi da capitale eliminando, non come ha fatto Bush jr., l’imposta sui dividendi, ma eliminando l’imposta sugli utili delle imprese e stabilendo, nello stesso tempo, di includere nella dichiarazione dei redditi tutti i redditi da capitale in modo da ristabilire il principio di un trattamento fiscale uguale per tutti i redditi. Una tale misura può creare spazio per un aumento dei redditi dei lavoratori senza ridurre il ritorno sui redditi dei capitali investiti nelle imprese. Inoltre differenzierebbe sostanzialmente il trattamento dei redditi tra i piccoli risparmiatori e coloro nei quali si concentra la ricchezza finanziaria.
Un’altra linea di ragionamento potrebbe essere la seguente: i sistemi fiscali svolgono due funzioni, fornire i mezzi finanziari per il funzionamento dello Stato e redistribuire una parte del reddito tra i meno abbienti. La redistribuzione può essere calcolata e anche dove le politiche redistributive sono particolarmente spinte non supererà una certa quota del reddito nazionale. Queste due funzioni non possono essere totalmente separate, ma si può può pensare a una più netta specializzazione dei diversi tipi di imposta. Le imposte indirette potrebbero essere specificamente deputate a procurare la massa di entrate necessarie al funzionamento dello Stato. Questo, naturalmente comporterebbe che tutti contribuiscano nella stessa misura al funzionamento dello Stato: chi più consumerebbe più pagherebbe e comunque dalla proporzionalità dell’imposta deriverebbe un effetto redistributivo che potrebbe essere accentuato con la distinzione di due o tre aliquote sui i diversi tipi di beni [o dalla creazione di una tassazione specifica per il consumo di carbonio – aggiunta mia]. A una funzione essenzialmente redistributiva potrebbero essere invece deputate le imposte sul reddito e sui patrimonio.
Una tale scelta renderebbe selettive le imposte dirette quindi più facili da gestire politicamente e da controllare, riguarderebbero infatti le fasce di reddito medio-alto e alti, in quanto si può supporre che la massa dei cittadini che trova nella lascia di reddito mediana non dovrebbe né dare né ricevere dal meccanismo redistributivo. Le imposte su reddito dovrebbero trasferire reddito dai più abbienti meno abbienti e quelle sul patrimonio, imposta di successione ed eventuale imposta ordinaria su1 patrimonio, dovrebbero porre limiti alla concentrazione della ricchezza, trasferendola in parte dai più ricchi verso i meno abbienti.

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2 settembre 2007

L'inversione dei pesi e delle misure

E' davvero paradossale che tutto il discorso politico comune in Italia ruoti ossessivamente sui costi della politica, sullo scandalo dei privilegi dei parlamentari, sull'eccesso di sprechi nella pubblica amministrazione, sull'abolizione delle province.
Mentre se si alza e si allunga un po' lo sguardo sul mondo, su quello che è successo negli ultimi venticinque anni, il segnale complessivo è univoco, e ci dice che la politica (e la democrazia) è in sofferenza, schiacciata dallo strapotere dell'economia. E ci dice pure che lo scandalo vero è il costo del capitalismo finanziario predatore, il costo di una concentrazione di ricchezza per i finanzieri e i grandi manager, quello sì totalmente e immensamente scandaloso.
Ma, evidentemente, è tuttora più importante affratellare il popolo bue - dalla destra forcaiola di Feltri alla sinistra superficiale di Beppe Grillo - nella lotta furibonda contro lo stato e contro le tasse.
Leggetevi, per favore, questo lungo bellissimo articolo di Furio Colombo, che dice ben meglio di me qualcuna di queste cose.

(PS: per la cronaca, sono d'accordo con l'abolizione delle province, e avrei molte idee per cacciare i fannulloni dalla PA e risparmiare sui costi della politica. Ma mi rifiuto di vedere in ciò il problema dell'Italia e del mondo, e trovo semplicemente ignobili e scandalose le sparate della Confindustria contro le tasse)

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