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18 novembre 2012

Matteo Renzi e i comunisti

Devo partire dal personale per provare a fare un discorso politico, altrimenti non riesco a spiegarmi. E' la terza volta che provo a scrivere questo pezzo, e solo partendo dal mio vissuto personale credo di riuscirci. Del resto, come dicevano ai miei tempi le compagne e i compagni che hanno fatto il '68 e poi il '77, "il personale è politico".

Ecco, molti di quegli stessi miei compagni di lotte giovanili oggi, punti sul vivo delle loro nostalgie e delle loro convinzioni, si aggrappano a Bersani (o a Vendola) e odiano - letteralmente odiano, non c'è altro termine - Matteo Renzi. La violenza di certi attacchi supera di gran lunga per cattiveria quel tanto di cattiveria insita nello slogan della rottamazione e, del resto, la caratteristica principale dell'odiatore di Renzi non è l'essere contro la rottamazione, ma l'essere profondamente e pregiudizialmente convinto che Renzi sia "di destra", "reazionario", addirittura "il nuovo Berlusconi". Per costoro, a nulla valgono gli argomenti, i contenuti effettivi del programma di Renzi, né le storie personali di chi lo sostiene.

Le storie personali, appunto.

Io sono nato comunista. A parte l'ambientazione romana, potrei riconoscermi nei personaggi del film "Cosmonauta" e, infatti, un vecchio poster di Gagarin stampato da Vie Nuove fa ancora bella mostra di se nella mia casa di montagna. Io sono nato comunista, perché mio nonno si è iscritto al PCI nel 1921, perché mia madre ha fatto la staffetta partigiana, mio padre è stato dirigente del PCI e poi della CGIL per una vita intera, perché mia madre e mio padre andarono nel 1948 a Novara a fare apostolato comunista in una provincia "bianca". Io sono nato comunista perché, ovviamente, non mi hanno battezzato e son cresciuto con l'esonero da religione quando a essere esonerati, qui a Roma, c'erano solo gli ebrei. Io sono cresciuto comunista, perché a 10 anni facevo lunghissime discussioni con il mio compagno di scuola, litigando sulla supremazia tecnologica e assieme morale dell'URSS rispetto agli USA. Sono cresciuto comunista perché mi leggevano Rodari e Chiodino e "Il Pioniere". E sono cresciuto comunista perché ho preso la mia prima tessera della Federazione Giovanile Comunista Italiana a 15 anni e da allora non ho mai smesso di essere iscritto al partito, fino ad oggi che si chiama PD. E perché al liceo, negli annoi '70, ho fatto politica con l'intensità dell'epoca, e ritengo quegli anni anni meravigliosi e non anni di piombo, anni nei quali sono state poste le basi di un'Italia più moderna e un poco più giusta.

Eppure, a differenza di molti che hanno probabilmente una storia simile alla mia e che oggi - appunto - odiano Renzi, io a queste primarie sostengo Matteo Renzi e, più passano i giorni, più mi convinco che la vittoria di Renzi sarebbe un gran bene per la sinistra - e anche e forse sopratutto per noi che siamo stati comunisti.

Perché a un certo punto della nostra gloriosa storia qualcosa dovremo pur aver sbagliato, visto dove siamo arrivati: il declino produttivo, la poca speranza, la precarietà, l'odio per la politica da parte della maggioranza dei nostri concittadini, l'immoralità di tanti....

Ora, io un'idea su dove abbiamo sbagliato - dove hanno sbagliato i nostri dirigenti - ce l'avrei, ed è un'idea che mi conferma nella necessità di puntare su qualcuno che lo possa fare davvero, il grande partito maggioritario della sinistra riformista.

Il primo grande errore è aver perso, a un certo punto, la capacità di leggere i mutamenti del mondo del lavoro (e, per la verità, anche della vita e delle aspirazioni delle persone), mettendosi sistematicamente in difesa. In difesa dei posti di lavoro tradizionali, mentre se ne creavano (e distruggevano) di nuovi e imprevisti. In difesa di chi era dentro, senza accorgersi che era fuori che c'erano quelli da difendere. In difesa di un'eguaglianza diseguale, immemori del Don Milani che ricordava che l'ingiustizia è fare parti uguali fra diseguali. E infatti l'Italia è un paese con un livello di diseguaglianza altissimo, pur avendo un modello sociale per nulla liberista: il ché spiega perché siamo contemporaneamente ingessati da rigidità e scarsa produttività e nulla crescita e troppe tasse e troppa spesa pubblica inefficiente, eppure privi di uno stato sociale moderno e di quei servizi che tanta tassazione potrebbe garantirci. Insomma, l'errore è stato quello di essere diventati conservatori, finendo per difendere più piccoli privilegi che grandi diritti.

Un errore, mi sia consentito di dire, sommamente ideologico, frutto del continuare a guardare la società con occhi manichei - i ricchi e i poveri, le classi sociali statiche e immutabili, il mondo fatto sempre e solo di grandi imprese, come se poi, nella spesso efficace pratica amministrativa delle regioni rosse, non sapessimo che la realtà era sempre più fatta di ex operai ed artigiani fattisi piccoli imprenditori....

Il secondo grande errore è ovvio: i dirigenti del PD hanno finito anche loro per essere percepiti come casta, quasi indistinguibili agli altri. Spesso a torto, a volte a ragione, la gente non si fida più di politici che -letteralmente - non capiscono il livello di non sopportazione cui è giunto un paese sull'orlo di una crisi di nervi. E aver rubacchiato qua e là, aver fatto mille distinguo in certi casi assai tristi (vedi Penati), non ha proprio aiutato....

So bene che non si può imputare alla sinistra tutta la responsabilità del declino degli ultimi vent'anni, che le colpe maggiori sono a destra, nel berlusconismo e in una classe imprenditoriale per lo meno poco coraggiosa. E che la crisi mondiale dal 2007 in poi è qualcosa ben al di la della possibilità di azione e reazione della sinistra italiana. Eppure, resta una responsabilità storica che tutto l'inamovibile gruppo dirigente della sinistra di questi anni dovrebbe assumere su di se. La responsabilità di essersi adagiati sul conservatorismo di una politica perennemente "in difesa", mai proiettata verso il futuro. Perfino quando D'Alema era diventato seguace di Blair e della Terza via, alla fine si trattava più di parole che di fatti - o, al più, i fatti si riducevano all'endorsement ai "capitani coraggiosi" di Telecom, non a riorganizzazione della società, del welfare e del lavoro. E forse, non sarebbe male chiedersi per quale motivo oggi i dalemiani si sono scoperti improvvisamente gran critici di Blair. Magari perché Renzi lo cita?

Dunque, di fronte a questo fallimento, è difficile non pensare che affidarsi ancora all'usato sicuro del pur degnissimo Bersani sia una cosa utile e vincente per la sinistra e per il paese.

Si potrebbe però dire che l'alternativa è peggio, perché - come racconta la vulgata dei militanti anti Renzi che pullula in rete - è in realtà una destra camuffata. Peccato che non sia vero, perché il disegno politico e programmatico di Renzi, come è leggibile in modo sempre più chiaro dai suoi discorsi e da quanto scritto nei documenti programmatici, è proprio indirizzato a recuperare - da sinistra riformista - quell'uguaglianza delle opportunità e quel riequilibrio sociale che tanto servirebbe anche per ridar fiato alla famosa crescita: gli asili nido e le politiche di aiuto al lavoro delle donne; la riforma del lavoro basata sul contratto unico di Ichino; le politiche urbane dei volumi zero, della densificazione e del riuso; il riorientamento delle politiche energetiche e degli incentivi alle rinnovabili al fine di finanziare il miglioramento ecologico delle città e del costruito; l'idea che l'investimento in infrastrutture debba essere sopratutto nella manutenzione delle scuole, nel miglioramento del territorio, nel trasporto locale e molto meno in faraoniche grandi opere che non arrivano mai in porto; l'enfasi sulla cultura e l'arte come volano di crescita, che passa anche per il superamento di certe paure verso la valorizzazione economica e turistica del patrimonio che, nei fatti, a forza di vincoli illusori non è stato affatto protetto ma, piuttosto, solo deteriorato; il disegno di una fiscalità più orientata ad aiutare la creazione di lavoro e di impresa. Nel complesso, la volontà di realizzare tanti piccoli shock positivi che sblocchino un paese ingessato.

Sul secondo grande errore - l'identificazione con la casta - la faccenda è chiara e banale: Renzi è nei fatti l'unico politico del centro sinistra percepito chiaramente come "faccia nuova", diverso dai soliti politici. E per questo solo motivo ha una possibilità di convincere, di far tornare alla politica (o almeno a una fiducia condizionata) moltissime persone. Sia chiaro, da vecchio politico, da nato comunista come sono, questo retrogusto di nuovismo e di antipolitica che Renzi coltiva ad arte mi da molto fastidio, direi che mi fa soffrire per quanto di inevitabilmente ingiusto c'è nel far di tutta l'erba un fascio. Perché so benissimo che gran parte dei militanti che oggi stanno odiando intensamente Renzi sono persone oneste, in buona fede e di gran passione politica e civile.

Ma la mia impressione è che questa rottura sia inevitabile al punto in cui siamo. La sfiducia nella politica e nei partiti, come sappiamo bene, rischia di travolgere tutto. L'immemore popolo italiano è già pronto a passare dal caudillo Berlusconi al duo Grillo-Casaleggio, e Renzi è forse ormai l'unico argine realistico contro questa deriva. Arrivo a dire che Bersani, Vendola, D'Alema e tutto il vecchio gruppo dirigente dovrebbero fare un monumento a Renzi che, strappando a forza le primarie e rendendo contendibile la leadership del centro sinistra, ha ridato fiato e anima al PD, lo ha rimesso al centro della scena. Bersani, su questo, ha visto giusto accettando la sfida anche contro le chiusure dei maggiorenti suoi sostenitori e, se alla fine vincerà, non vincerà sulle macerie di un partito piccolo piccolo e invecchiato, ma su un PD almeno in parte rivitalizzato e competitivo, proprio grazie a Renzi.

******

In un dibatto nella redazione de iMille, ci si chiedeva se, arrivati al livello di contumelie ed attacchi personali cui si sta giungendo durante la campagna per le primarie, chi la pensa come Renzi e chi la pensa come Bersani possa continuare a stare nello stesso partito. Insomma, il PD ha un futuro unitario?

Io, da nato comunista, faccio fatica a sopportare che mi si accusi di tradimento, mi ferisce personalmente la cattiveria gratuita di quelli che su Facebook arrivano ad accusarmi di tingermi i capelli, per sembrare giovane. Ci leggo l'eterna tendenza al frazionismo della sinistra italiana, che si spacca in quattro, poi in dieci, perché ciascuno vuole riconoscersi esattamente in un convento dove tutti la pensino rigorosamente nello stesso modo. Ma mi ostino a pensare che l'intuizione di Veltroni del Partito Democratico come partito aperto e inclusivo, che sopporta e integra opinioni anche molto diverse entro un quadro di valori generali comuni, sia ancora possibile. La vittoria di Renzi alle primarie sancirebbe - io credo - definitivamente questa evoluzione, perché sono convinto che il PD non si spaccherebbe affatto (al netto di qualche piccolo caso personale). Perché, come nei grandi partiti europei che D'Alema e Bersani amano tanto citare, possiamo e dobbiamo imparare l'arte della convivenza fra "destra" e sinistra interna o, ancor meglio, smetterla di pensare che ciascuno di noi è sempre tutto intero di "destra" o di "sinistra" (io, per dire, sarei classificato di "destra" nelle politiche del lavoro o sulla scuola, e di "sinistra" in quelle macroeconomiche e ambientali - come la mettiamo?)



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25 settembre 2012

L'astio e l'occasione

Gli asili nido sono una delle chiavi del futuro, un dovere per un Paese che voglia costruirsi un futuro più giusto e aperto alla vita attiva delle donne.
La spesa per infrastrutture pesanti - strade, autostrade, aeroporti - in Italia è più alta che in altri Paesi sviluppati, in rapporto al PIL. Perché è spesa sprecata, perché un chilometro di autostrada italiana costa il doppio di un chilometro di autostrada francese, e un chilometro di ferrovia italiana il triplo di una francese. Non serve aumentare la spesa in infrastrutture faraoniche. Molto meglio la piccola manutenzione, rifare le scuole, gli asili, i musei, mettere a posto il territorio. E selezionare poche grandi opere indispensabili davvero.
I dipendenti pubblici italiani costano un po' di meno (in rapporto al PIL) di quelli francesi o inglesi. Anche qui, la retorica del taglio alla spesa pubblica tagliando "gli statali", è mal fondata. Il problema è farli lavorare, questi statali. Premiarli quando fanno. Sburocratizzare e se necessario licenziare, finalmente, i lavativi. Per la felicità dei lavoratori pubblici seri, che ci sono e non sono pochissimi.

Queste sono alcune delle idee chiave che Matteo Renzi diffonde nei suoi discorsi durante la campagna per le primarie e che, del resto, si possono agevolmente trovare sul suo sito. Sfido chiunque a dire che sono idee di destra o berlusconiane. Berlusconi che parla di asili nido? Sapendo di che si tratta? Che mette in dubbio le grandi opere?

Eppure, l'astio diffuso in questi giorni verso Renzi da parte di un buon pezzo di dirigenti e militanti del PD è tutto costruito attorno a questa accusa: è di destra, è un nuovo Berlusconi.

Ora, che le primarie siano e possano essere una battaglia dura, che non ci si facciano particolari cortesie, va benissimo e, del resto anche Renzi non risparmia le parole dure verso i suoi competitori. Però ho sentito e letto cose davvero pesanti, e pesanti in modo apparentemente immotivato. O meglio, motivato solo dalla terribile paura che, questa volta, i nostri eroi dell'establishment democrat potrebbero perdere le primarie. Infatti ho il sospetto che nelle altre occasioni - da Scalfarotto alle primarie di Prodi, a Marino alle primarie di Bersani, fino alle recenti primarie laziali segnate dalla cocente sconfitta di Bachelet, la "maggioranza" fosse talmente tranquilla del risultato da ritenere l'esistenza della minoranza poco più che un piccolo fastidio. Cui si può reagire con un certo aplomb.
Questa volta, dalle dichiarazioni irresponsabili di D'Alema (se vince Renzi il PD non regge), a quelle stizzite di Bindi, fino ai veri e propri insulti in rete, primo fra tutti l'accusa ripetuta e insistita di intelligenza col nemico e di posizioni berlusconiane, è un vero e proprio fuoco di sbarramento che, mi sembra segnali un gran paura.

Eppure, basta pensarci un attimo, con un poco di capacità di ascoltare in giro, di sentire cosa pensano e sentono le persone che non si occupano di politica come noi malati, per capire che Renzi rappresenta ormai una forse irripetibile occasione proprio per il PD. Probabilmente, l'ultima occasione per tornare a quella "vocazione maggioritaria" che ne fece, per un breve momento, una grande speranza.
Pensateci, facendo un banale esercizio di scenario.
Primo scenario: Bersani vince le primarie, inevitabilmente con una maggioranza non grandissima. L'effetto trascinamento è minimo, perché tutti saranno lì a dire che comunque non ha vinto benissimo. Inoltre, è inevitabile che l'usato sicuro non scaldi molto i cuori, se non dei già convinti. Insomma, la vocazione minoritaria di cui scrissi a suo tempo sarà ancora all'opera. Risultato: nella migliore delle ipotesi, il PD vince male le elezioni ed è costretto ad alleanze più o meno complicate e fragili. Auguri a Bersani, e al duro lavoro che lo aspetta.
Secondo scenario: vince Renzi, magari anche con una maggioranza risicata. L'effetto trascinamento è immenso, perché è Davide contro Golia, mediaticamente è la gran novità. E' quello che spariglia le carte, che assicura il cambiamento. Scalda i cuori, recupera a destra e a manca, e porta - in una situazione in cui l'altro schieramento è comunque allo sbando e Grillo è meno "nuovo" di Renzi stesso - il PD ad un grandissimo risultato elettorale (Cosa che non può riuscire a Bersani che sconterebbe in pieno  sia Grillo che l'astensione). Un risultato elettorale così grande, secondo me, da trovarsi nella condizione di contrattare il governo e le scelte successive da una posizione di assoluta forza.

Pensateci, cari astiosi è miopi compagni del mio partito. Con l'usato sicuro di Bersani, peraltro ottima persona, saremo nella migliore delle ipotesi nella solita famosa palude italiana. Con Renzi, con tutti i suoi difetti e il suo egocentrismo, abbiamo l'occasione di avere un PD davvero grande, e di cambiare finalmente questo Paese. Ci sono momenti nei quali è più importante capire la situazione, puntare all'essenziale, invece di cercare in tutti il pelo nell'uovo. Ivan l'ha scritto benissimo, e io mi associo.



31 gennaio 2011

Continuiamo così, facciamoci del male

Certo, dopo il risultato di Cagliari, dove il solito dirigente “sperimentato” del PD ha perso le primarie, e dopo la disgrazia delle disgrazie (la candidatura di Rutelli a Roma), l’idea che a Torino, la città meglio amministrata d’Italia, il PD riesca a suicidarsi e a far vincere la destra impedendo a Tricarico di candidarsi e presentando Fassino, un’onestuomo oggettivamente percepito come “il vecchio”, ha davvero dell’accanimento per farsi del male da soli.


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17 dicembre 2010

Le alleanze di Bersani

Apparentemente, Bersani dice che vuole provare ad allearsi con tutti (terzo polo, IDV e Vendola), pur di battere Berlusconi. Trattasi di nuova Unione allargata a destra.
In realtà, dato che sa benissimo che una simile alleanza è (purtroppo?) impossibile, poiché che Fini e Vendola sono incompatibili, sta semplicemente tentando di far politica (politicante?), però mettenmdo al centro ill PD: noi offriamo il nostro programma e diciamo alle altre forze di opposizione: ci state? Poi si tratta e si vede chi ci sta, e a quali condizioni.
Poveretto, lo capisco, perché ha di fronte un bel rebus. Da una parte, se facesse quel che noi prossimi italiani, rottamatori e nativi del PD vari vorremmo, ossia mantenesse ferma la vocazione maggioritaria e/o puntasse sull’alleanza a sinistra, con questa legge elettorale rischierebbe di consegnare il paese a un definitivo regime berlusconiano-leghista: una cosa da far tremare i polsi. E infatti, personalmente, conservo anch’io qualche dubbio sull’idea civatiana che ce la dobbiamo comunque giocare alle elezione e amen...
E d’altra parte, se non si lascia aperta l’alleanza a sinistra e si offre solo al centro, si becca il prevedibile rifiuto del “terzo polo” e siamo da capo. Ovvio che in realtà preferisce l’alleanza col centro, come gli ha insegnato D’Alema. Tanto il candidato premier non lo può fare comunque: se la coalizione sarà PD-Sel-IdV, Vendola o Chiamparino alle primarie lo battono. Se la coalizione sarà PD-Terzo polo, il candidato sarà ovviamente un centrista o qualche professorone.

Quindi, da molti punti di vista questa intervista è solo una apertura di trattativa, tra l’altro anche interna perché dovrà trovare l’accordo dei vari pezzi di partito alla Direzione, e non sarà facile.
Quel che davvero è inaccettabile, però, non è tanto la disponibilità alla rinuncia alle primarie nazionali, che in fondo ha la sua logica, quanto questa frase davvero sciagurata:

Poi c'è un problema che riguarda soprattutto noi: le primarie per le amministrative. Possono inibire rapporti più aperti e più larghi non solo con i partiti ma con la società civile. E possono portare elementi di dissociazione dentro il Pd che non fanno bene a nessuno. Bisogna dunque riformarle.

Dove, come annota un amico, qui per “società civile” si intende “gruppi di potere organizzati”.


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26 giugno 2008

Uccidere il padre con le primarie?

Confesso che, essendo padre da ben 18 anni, questa storia di uccidere il padre non è che proprio mi renda tanto allegro. Se penso poi che il mio secondo figlio tredicenne ha appena letto L'orologiaio di Everton, dove non si uccidono padri ma si racconta esattamente di un fallimento paterno, mi sento pure peggio.

Ma tant'è. Se occorrono messaggi forti per far passare il messaggio, usiamoli pure.
A patto, però, di capire perché e per fare cosa sia necessario uccidere il padre. Che è quello che ho tentato di dire sul blog de iMille.

Forse sarebbe più importante, però, disporre di un modo di fare che consentisse di sostituirlo, 'sto padre, quando non funziona più. Senza bisogno di accordi sottobanco, ma discutendone liberamente e chiaramente, alla luce del sole. Come si dovrebbe fare con le primarie, e come ho provato a spiegare qui.


7 marzo 2008

Ipocrisie

Ho reagito d'istinto e con una certa durezza a una serie di post di Titollo sul PD, le candidature e dintorni. Poi ci ho un po' ripensato, e ho tentato di capire se il buon Tito non avesse qualche ragione ad accusarmi di riflesso condizionato e di atteggiamento tifoso: dato che siamo in campagna elettorale, mai criticare il manovratore.
Bene. Forse il riflesso condizionato c'è pure, però dietro tutta questa discussione sulla qualità delle candidature e sul rinnovamento della politica, comincio a vedere un po' troppa ipocrisia, ed è questo che mi disturba.

I fatti sono sintetizzati in questi dati statistici riportati da Franceschini , che indicano che l'innovazione ed il ringiovanimento nelle liste del PD è reale. Ma, ovviamente, ciascuno può discutere circa i nomi delle persone, e non digerire qualche novità come Calearo o Ichino, o qualche sopravvivenza come Crisafulli.

Però, appunto, un po' gli stessi critici non digeriscono né le novità, né le sopravvivenze.

Ma il punto vero non è questo. Ma quest'altro che mi provo a dire:
Si parte in genere da due assunti: (a) la necessità di dare rappresentanza maggiore ai giovani, di svecchiare una politica dall'età media elevatissima; (b) l'insofferenza totale dei cittadini verso la politica come professione: è luogo comune dire che nessuno o quasi dovrebbe fare il politico a vita, che si dovrebbe poter tornare al proprio mestiere dopo un'esperienza politica. E si nota che molti politici non saprebbero a quale mestiere tornare. Perché sanno fare solo i politici.
Però questi due assunti sono in almeno parziale contraddizione tra loro. Prendiamo un trentenne avviato ad una brillante carriera, che so, come giovane tecnico di alto livello in una azienda innovativa. E' una persona competente, interessata alle sorti del proprio paese, pieno di idee. Il candidato ideale per dare il suo contributo. Viene eletto da qualche parte. La sua brillante carriera tecnica si interrompe. Dopo 5 anni è di 5 anni meno esperto dei suoi colleghi, tecnicamente obsoleto, e magari la sua azienda fa di tutto per liberarsene, ad esempio trasferendolo in qualche posto remoto. Soprattutto se, come è giusto che sia, non viene eletto come capolista al parlamento, e quindi non si fa grandi aderenze e gran nome, ma come consigliere comunale in un comune piccolo o medio. E dovrebbe essere chiaro che il rinnovamento della politica non è una cosa che riguardi solo i massimi livelli ed anzi, forse è proprio nella politica territoriale che ci sono gli esempi peggiori di clientelismo da estirpare.
Bene. Il nostro che fa, a questo punto? E' abbastanza inevitabile e comprensibile, e del tutto logico, che tenti di continuare la sua esperienza politica. E' diventato, appunto, un politico di professione.
Se poi, come ormai è sempre più frequente, il nostro eroe è un lavoratore a progetto o un precario, le sue probabilità di tornare al normale lavoro si riducono ancora.

Ovviamente, c'è il caso che sia un libero professionista già affermato, e che qualcuno mandi avanti il suo studio in sua assenza. E anche questo spiega la sovrabbondante e deleteria presenza di avvocati in parlamento. Oppure deve essere un impiegato statale, che magari dopo la "parentesi" politica può tornare come nulla fosse successo - anzi.

Insomma, fra la teoria e la pratica del fare politica ci stanno di mezzo corpose condizioni materiali. In una società piuttosto bloccata in tutti i mestieri, è normale che anche il mestiere della politica sia piuttosto bloccato. E, soprattutto, il problema è come sempre un problema di costi. Perché l'ulteriore paradosso è che farsi eleggere (soprattutto se ci sono preferenze e collegi, o le famose e pur auspicabili primarie) costa. E allora, o ci piace il sistema americano dove solo i ricchi o chi è in grado di fare un massiccio fund raising può pensare di competere, oppure dovremmo cominciare ad accettare realisticamente che ci sia un certo non indifferente grado di professionismo in politica. E, in ogni caso, rivalutare un sano e corretto finanziamento pubblico alla politica.

E questo, tra l'altro, spiega pure come all'atto pratico non sia così facile, anche per politici ben intenzionati, trovare candidati nuovi disponibili e validi. E spiega perché spesso ci si affidi ai famosi "figli di". Li si conosce, e sono cresciuti nell'ambiente. E hanno meno paura di un luogo che altri non capiscono.


14 febbraio 2008

Election day, primarie e petrolio

  • Ho scritto un post un po' di pancia sul blog de iMille, e sono stato abbastanza pesantemente bacchettato, forse perfino un po' a ragione.
  • E, in questo momento, anche certe altre cose che fanno iMille mi lasciano perplesso. Come il collegamento con questi assaltatori liberisti. Che mi dicono essere quasi tutti simpatizzanti del PD.
  • Intanto, Maria Cascella scrive cose molto giuste che svelano alcuni equivoci sull'allegra ideologia delle primarie, la panacea di tutti i mali.
  • E, tuttavia, sentendo Veltroni ieri sera a Porta a Porta (ho fatto un'eccezione per l'insetto, che non seguo mai - ma per la verità, come sempre, il format dell'intervista all'ospite unico funziona molto meglio di quello solito del litigio continuato, perfino con Vespa), un po' di fiducia riesco ad averla. Per le cose che ha detto, per come le ha dette e, soprattutto, per questa battuta bellissima, detta per di più riuscendo a forzare l'argomento clima/energia, che a nessuno dei giornalisti presenti sembrava interessare:
Rottamiamo il petrolio.



29 novembre 2007

Links for 2007-11-29 (con autocitazioni!)


15 ottobre 2007

Una buona giornata

Prosegue, nel frattempo, la campagna contro il governo: contro il suo “dirigismo”, contro la sua politica fiscale, contro la sua politica in materia di pensioni e mercato del lavoro. Più esattamente, la campagna contro la pretesa del governo di condurre una politica industriale, fiscale e sociale quali che siano, sottraendosi ai dettami del liberismo sedicente “di sinistra” e dei raffinati sostenitori di tutte le Agende Tafazzi del mondo. Di qui le incessanti campagne contro la “casta” dei partiti e contro “L’altra casta” – indimenticabile copertina dell’Espresso – che ovviamente non sono né i banchieri né i grandi imprenditori che controllano la finanza e la stampa, ma i sindacati dei lavoratori. Dall’altra parte, però, stanno quelle caste chiuse e autoreferenziali, incapaci di parlare al paese, che nell’ultima settimana hanno mobilitato cinque milioni di lavoratori (i sindacati con il referendum sul welfare) e oltre due milioni di elettori (i due principali partiti del centrosinistra con le primarie). Ce ne sarebbe abbastanza per riflettere a lungo su quali siano le oligarchie autoreferenziali e incapaci di rappresentare il paese, nell’Italia di oggi.

Quello sopra è un commento a caldo pubblicato su un sito che spesso non sopporto per l'insopportabile politicismo para-dalemiano. Ma che questa volta dice proprio l'essenziale.
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Poco dopo le dieci, le due file al seggio di Piazza Zama, una delle quali in pieno sole estivo, erano davvero molto lunghe, quasi identiche a quelle delle famose primarie di Prodi. In pochi minuti, i compagni ai seggi hanno arruolato mia moglie ed io. Abbiamo per prima cosa comprato acqua e bicchieri per rendere la fila meno calda. Quindi sono tornato a casa, ho preso la tavola del subbuteo, due cavalletti, tre sedie di plastica, e ho portato il tutto al seggio. Verso le undici e trenta era pronto un seggio aggiuntivo, e poco dopo un altro. Per tutta la giornata le quattro file non sono mai state vuote, e abbiamo consegnato schede e ricevute a rotta di collo, con i rappresentanti di lista ed altri volontari che aiutavano in modo tranquillo spiegando non chi ma come votare (il mantra era "una sola croce su un solo simbolo per ogni scheda", e il secondo era "si vota anche per il segretario regionale, per questo le schede sono due).
Molti gli elettori che davano qualcosa più di un euro di contributo.
Il quartiere ha un'età media avanzata, ma la sensazione è che l'età dei votanti fosse un po' più elevata dell'età media. I famosi sedicenni c'erano, ma non certo in massa. Però, intere famiglie giovani con bimbi piccoli, soprattutto durante il pomeriggio, hanno animato le file, in un ambiente che è stato forse un po' caotico ma certamente allegro e speranzoso. Come se il depresso popolo dell'Ulivo si fosse raccolto attorno ai suoi militanti più determinati, per dire forte e chiaro che esiste ancora, che non si sogna di abbandonare le proprie idee, e che continuerà a tenere duro.
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Col senno di poi, la cosa più complicata è risultata spiegare perché vi fossero tre liste per Veltroni - e la nostra, purtroppo, era quella con il logo meno visibile, dove si leggeva male sia la parola magica "Veltroni" che i motivi della lista "ambiente innovzione lavoro" - a dimostrazione che certe elucubrazioni mentali se le fanno solo una certa quota di militanti-militanti. E con tutto ciò, questa quota di militanti è comunque sufficiente ad orientare una parte dei voti, abbastanza per far sì che la lista più "ufficiale" prevalga largamente. E il felice logo "A sinistra per Veltroni" è stato sufficiente ad assicurare un buon andamento di quella lista. Noi, purtroppo, in mezzo .
*****
In ufficio, i miei colleghi, in prevalenza di destra oppure rifondarol grillini, oltre a sostenere che si trattava di un inutile plebiscito, e che d'altra parte tre milioni sono una goccia del mare e tutti gli altri sono contro (come se la partecipazione politica non fosse fatta di cerchi concentrici di militanza più o meno intensa...), mi hanno fatto alcune osservazioni fra il bizzarro e il geniale. Come quella secondo cui non era giusto, ed anzi era una specie di truffa, il far votare i sedicenni o gli extracomunitari che poi, in future elezioni "vere" a breve, non avranno la possibilità di confermare il loro voto. Ma anche con loro, forse per la prima volta, grazie all'oggettiva enormità di questo voto, è stato possibile parlare di politica anche in modo sensato, oltre che a suon di battute.
*****
Questa sera festeggiamo l'ottantesimo compleanno di mia madre, fiera di aver passato anche lei tutta la giornata a dare una mano al suo seggio.
Alla faccia di Paolo Mieli e della sua ansia di fare le elezioni subito e mandare a casa il governo dell'Unione.


13 ottobre 2007

Per una buona politica

"L'arte di governare è diventata una forma di consumismo, non di cittadinanza: si compra il partito che sembra promettere affari o servizi migliori" (Joe Klein, 2001)
"Una società è giusta nella misura in cui è perennemente insoddisfatta del livello di giustizia già acquisito e cerca sempre più giustizia e una giustizia sempre migliore (...) L'essere membro di una comunità politica non può ridursi al semplice utilizzo delle leggi per la propria protezione e avanzamento, ma deve contemplare anche la partecipazione alla formulazione delle leggi e il garantire che le leggi già formulate ben aderiscano all'idea di giustizia" (Zygmunt Bauman, 2002)

Klein certamente non pensava  all'idea bizzarra dei "politici come nostri dipendenti" che pretende di diffondere un certo comico nostrano, immaginando uno strano mondo in cui i politici non sono che manager di un'azienda, e i cittadini non cittadini ma semplici azionisti.
Ma la politica, la buona politica, è quella che costruisce un processo di partecipazione, che sconfigge il senso di impotenza dell'individuo e lo fa cittadino.
Per questo, le elezioni primarie del Partito Democratico di domani 14 ottobre sono una grande occasione per la democrazia. Non mancate.


5 ottobre 2007

Bamboccioni e ministri - Fenomenologia dell'informazione rovesciata

Questa intervista di Veltroni a Massimo Giannini va letta tutta e con attenzione. Per almeno due motivi:
  • Perché dice cose sacrosante sull'Italia e sull'attuale flusso mentale negativo che pervade il nostro lagnosissimo popolo, e però scommette su una prospettiva e un futuro, con un encomiabile ottimismo della volontà
  • Perché è l'ennesima dimostrazione di come l'informazione, televisiva o a stampa, ormai letteralmente rovesci i fatti nel loro contrario: nella stessa home page di Repubblica che linka l'articolo, l'accento è messo su "Prodi freddo" sulla proposta di dimezzare i ministri. Immagino cosa diranno fra breve gli altri giornali e i telegiornali: "Scontro Prodi-Veltroni"! Eppure, se si legge l'intervista si scopre che Veltroni non propone affatto di dimezzare i ministri di questo governo, ma si dice  disponibile a dare l'assenso del PD se Prodi volesse. E, in più, dice "Sono pronto a tutto, pur di rafforzare il governo".
Lo stesso identico meccanismo che ha portato ieri all'esplodere della polemica sui "bamboccioni" di Padoa Schioppa. Stamani, ad esempio, le reazioni degli ascoltatori di RadioTre, che sono pure mediamente colti ed informati, erano uniformemente superficiali e si fermavano tutte allo "scandaloso" epiteto. Come se il centro della notizia - la notizia vera, quella importante - non fosse che per la prima volta il governo avvia una concreta politica di aiuto all'autonomia dei giovani (gli sgravi sugli affitti, i presti d'onore, la totalizzazione dei contributi e la contribuzione figurativa per i precari...).
No, quello che è passato sulla stampa e in TV, il messaggio, è che il ministro ha insultato i giovani. Cosa peraltro palesemente non vera.

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25 settembre 2007

Rumore di sciabole

Sono passati un bel po' di giorni dal mio ultimo vero post. Giorni nei quali ho letto e linkato molto, ho riflettuto, ho fatto una montagna di cose, ho spesso scritto commenti a post altrui. Giorni durante i quali lo stress sul lavoro, per un nuovo progetto che dovrebbe partire e impegnarmi molto e che non parte mai e mi costringe a dubitare del mio futuro professionale, si è intrecciato allo stress per la formazione delle liste per la costituente del PD.
Troppi e confusi stimoli, ai quali per ora non riesco a mettere ordine.
Però mi piace memorizzare almeno qualche frammento.

***

Una riunione serale fra sedie scassate in una sezione dei DS, qualche giorno prima della fatidica data della presentazione delle candidature: l'obiettivo è quello di provare a formare nel collegio la lista "A sinistra per Veltroni". Percepisco la fatica della giovane e volonterosa compagna a mettere insieme la "società civile" realmente esistente e rintracciabile in un quartiere di Roma, con il partito che c'è. Per parte mia, finisco per declinare l'offerta a candidarmi in un posto non eleggibile. Quella, come segnala il logo dei iMille qui a fianco, non è la mia lista.
Ma quello che più capisco, è che davvero siamo pochi e stanchi, come se la consapevolezza di essere dalla parte del giusto, di dover fare questo sforzo finale, non bastasse più a mobilitare almeno un poco di entusiasmo. Come se la retorica degli apparati locali cattivi avesse convinto gli apparati stessi - che tanto cattivi poi non sono, credetemi - a sparire, a ritirarsi in buon ordine. E la "società civile", chiamata all'appello, semplicemente non risponde, non c'è.
Ecco, se i feroci censori del costo della politica e della pervasività dell'apparato dei DS avessero partecipato alla triste riunione serale, in quell'ambiente povero e malandato, forse avrebbero riveduto almeno qualcuna delle loro certezze.

***
Leggo e qualche volta intervengo nel gruppo di discussione interna de iMille. Un piccolo faro di speranza, perché sono davvero un (microscopico) frammento di "società civile" che prova a spendersi per una politica nuova. Nel gruppo, in questi giorni, sono passati lamenti e feroci descrizioni dell'orrendo contrattare per la formazione delle liste. Ma è rimasta in piedi la tenacia iniziale, la voglia e l'impegno di andare avanti e provarci comunque.

***
Tutti hanno scritto tutto sul politico di maggior successo del momento, che come tutti sanno fa il comico di mestiere. Ho letto molte cose intelligenti, tante che dovrei fare una sterminata lista di link, e ora non ne ho voglia.

Alcune di queste cose intelligenti, che giustamente stigmatizzavano il fenomeno, in modo feroce, in modo ironico, in modo problematico o come vi pare, le ho lette mentre i miei colleghi di stanza in ufficio esprimevano (con ferocia, astio sconfinato e sicurezza di essere nel giusto) il loro totale, globale e onnicomprensivo odio per la politica, i politici, il governo attuale, quello passato e quelli futuri. Ed anche la loro totale dichiarazione di impotenza. Espressa in modo identico dal collega di destra che vorrebbe votare Fini "ma di fatto voterei Berlusconi", e da quello dal passato rifondarolo, che odia la svolta istituzionale di Bertinotti.

Tutti ladri, tutti uguali. Mai nessuno cui venisse in mente, almeno, di organizzare un V-scherzo
come quello che suggerisce Beppe. Con cui non concordo, ma che almeno non molla la speranza di cambiare.
Ecco, di fronte all'ottimismo di Pierluigi sulla partecipazione alle primarie, devo purtroppo opporre questa frase di Paolo Valdemarin: "questi non hanno la minima idea di cosa stia succedendo qua fuori".

***
Due domeniche fa Lucarelli ci ha raccontato la strage di Brescia, e ha anche riepilogato i colpi di stato tentati. Mi ricorda questa canzone, Ma mi ricorda anche il rumore di sciabole di Nenni. Ora non è tempo di rumore di sciabole, ci mancherebbe.
Anzi, la dissoluzione della politica, della sua credibilità, rende inutile qualsiasi sciabola.
Quello che si chiede a Veltroni è una missione impossibile. Perché dovrebbe essere capace di ricostruire fiducia e democrazia, dovrebbe poter essere governante nei fatti, perché dovrebbe poter ridurre d'imperio il numero dei ministri, ecc. E dovrebbe pure restare sindaco.
Evidentemente, impossibile con una politica imbizzarrita che si dedica a salvare la propria pelle.
(Salvo che Prodi riesca lui a fare la missione impossibile, assieme a uno scelto gruppo di guastatori: immolarsi per la causa suprema, portando da Napolitano un nuovo governo di 15 ministri, e in parlamento una finanziaria con incorporata una sostanziosa riduzione del numero di province - che per toglierle bisogna cambiare la costituzione).

Una missione impossibile, anche perché il messaggio di Veltroni, nella sua ostinazione dialogante, è l'esatto contrario dell'acredine chiusa ed egoista che sta travolgendo la pancia di questo paese: quell'acredine che spiega il successo delle risposte comiche e superficiali.

***
Cara Arianna, che hai riconosciuto con eccezionale perizia il mio residuo accento nordico, e che hai scritto una cosa bellissima che, giustamente, ci colpevolizza tutti, forse il motivo dell'insuccesso della fiaccolata in sostegno del popolo birmano non è un popolo della pace spompato e poco motivato in questa occasione perché troppo antiamericano.
Il motivo, forse, è che gli italiani, inclusi molti di quelli che ieri stavano a milioni dietro le bandiere arcobaleno, sono totalmente incattiviti, chiusi nel loro odio e rancore. E più il ceto politico non se ne accorgerà, più sarà peggio.

Ma forse, come mi ricorda sconsolato sama, forse è solo che sono proprio inetti...
 


13 settembre 2007

La rete, il Partito democratico, le democrazie possibili

Prima di cominciare, un accorato duplice invito:
  • andate subito sul sito del Patto con Walter è segnalate la vostra adesione (ed eventuali e ben accetti commenti)
  • usate il Ciclostile, in modo virtuale e fisico, perché c'è davvero bisogno che il 14 ottobre sia un successo.
Se avete un blog, il logo del patto e quello di ciclostile non dovrebbero mancare.

*************
Terminato lo spot, qualche parola per spiegarne i motivi. Non volevo parlare di ciò di cui tutti parlano in questi giorni. Mi sono limitato a commentare qui e qui.
Non voglio farlo neanche adesso, se non di striscio. Però temo che chi ha sostenuto inizialmente, me compreso, ciò che Kkarl dice benissimo qui non colga tutta la verità. Certo, quel blog non è un blog, e quella comunicazione è del tutto unidirezionale, di tipo broadcast, e nega quindi la logica fra pari della conversazione in rete. Per di più, è una comunicazione insopportabilmente basata sulla fama (precedente alla rete, peraltro) dell'uomo solo al comando.
Però attorno a quel blog la rete è stata usata, con i meet-up ed altro, da migliaia di utenti che hanno fatto conversazione e azione in rete. Ci piaccia o no.
Una cosa che il Partito Democratico non sembra affatto in grado di fare, visto quanto poco riesce tuttora a costruire di sincera comunicazione/conversazione politica partecipata. Vista la pochezza degli strumenti di social software messi in campo dai candidati alla segreteria il 14 ottobre.
E, soprattutto, vista la pochissima consapevolezza del problema di fondo: la crisi della democrazia rappresentativa, il rischio che sia sostituita da una falsa democrazia diretta, dal plebiscito, dalla delega al capo.

Non sento, dai nostri politici, una risposta all'altezza di questi problemi. Né, tanto meno, ascolto proposte concrete per lo sviluppo di quella democrazia partecipativa di cui ci sarebbe bisogno, e che tutti i partiti attuali si sforzano sistematicamente di negare.
L'idea del Partito Nuovo, che bene o male è il senso profondo e sincero della costruzione del PD, non può camminare davvero se non riesce da un lato ad affrontare la crisi di senso dei partiti e, dall'altro, a realizzarsi adottando strumenti e metodi nuovi di partecipazione politica.

Il Patto con Walter chiede a Veltroni di impegnarsi davvero su queste cose (leggete anche i dettagli qui).

Il Ciclostile fornisce strumenti operativi di propagnada per il 14 ottobre e, al tempo steso, può contribuire a creare una comunità di nuovi militanti, a metà fra il reale e il virtuale.


5 settembre 2007

Links for 2007-09-05

  • Prima di tutto, l'inevitabile e soddisfatto link al mio primo intervento su iMille, e alla sua versione Wiki emendabile
  • Poi, un bell'articolo di Beppe Caravita sul Sole 24 Ore, che dà qualche speranza sul nostro futuro energetico, confermando in qualche modo la logica di fondo di ciò che ho scritto per iMille
  • Ancora, una prima segnalazione del sito del candidato segretario del PD più unitario che ci sia: la candidata Bintronetta. Ci tornerò su a breve.
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