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11 dicembre 2013

Forconi


Doverosa premessa: il camionista è un gran brutto e stressante lavoro. Non invidio chi lo fa anche nei (rari) casi nei quali diventa ricco a forza di viaggi.

Detto questo, questa storia dei forconi è sostanzialmente una storia di sussidi distribuiti da anni e anni ai “padroncini” dell’autotrasporto dalle generose casse statali. Sussidi che, sulla base del ricatto occupazionale e dell’incapacità di riorganizzare e rendere più efficiente il sistema dei trasporti, hanno mantenuto in vita aziende inefficienti o sottodimensionate (peraltro, con effetti deleteri anche in termini di sostenibilità ambientale del nostro sistema dei trasporti)

Si tratta di lavoratori autonomi ma, in sostanza, è una storia simile a quella di tante aziende decotte dove la soluzione per gestire il problema sociale dei licenziamenti è stata trovata con il prolungamento fino all’accanimento terapeutico della cassa integrazione, prima ordinaria, poi straordinaria, poi in deroga, poi con trucchi vari. Mantenendo inutilmente il personale ad invecchiare e de-professionalizzarsi nell’illusione di restare legato all’azienda.

Quando, sia nel caso della cassa integrazione eterna, sia in quello del sussidio eterno al trasporto su gomma, ci si rende conto che continuare così non è possibile (continuare così, ossia scaricare sulle casse pubbliche una spesa che avrebbe potuto essere risparmiata riducendo il debito o utilizzandola per qualcosa di meglio), si scopre che la soluzione non c’è più. O che è talmente difficile da portare alla disperazione.

In entrambi i casi, il ruolo di uno Stato moderno dovrebbe essere quello di dare un sostegno al reddito associato a un percorso di formazione per trovare un nuovo lavoro, non di sprecare soldi per sussidiare attività che non hanno e non avranno mai più sostenibilità. La cassa integrazione era pensata per gestire brevi congiunture. I sussidi ai trasportatori per resistere a impennate temporanee dei prezzi del gasolio. Entrambe si sono trasformate in una specie di droga del sistema, o se preferite di accanimento terapeutico.

Dovremmo davvero provare ad uscirne.



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9 gennaio 2010

La moralità delle tasse

Il cuore del problema, la differenza fra destra e sinistra, è sempre più semplice da trovare.
Quest'anno, a giudicare dal ritorno di B. all'idea delle due sole aliquote sul reddito, troverà il suo tragico compimento l'offensiva della destra per abolire sostanzialmente la già scarsissima progressività del nostro scassato sistema fiscale.
Mi piacerebbe sentire, dai leader del mio partito, qualcosa di diverso da quanto traspare da questo ambiguo manifesto. Invece di accusare B. di non aver rispettato il suo programma di ridurre le tasse, preferirei sentir dire, molto più direttamente e semplicemente che:
  • ridurre le tasse non è giusto, perché le tasse sono il fondamento del patto sociale che tiene assieme una nazione civile, e inoltre le tasse sono servizi
  • la tassazione deve essere progressiva - ben più di quanto oggi non sia in Italia, per i noti effetti dell'immensa evasione fiscale dei ricchi -, sia sul reddito che sulla ricchezza (ah, l'odiata patrimoniale...): la progressività dell'imposizione è il modo migliore per effettuare una giusta redistribuzione del reddito, e la redistribuzione del reddito è la migliore assicurazione contro le crisi economiche...
  • mentre Obama prova a uscire dalla crisi tassando di più i supericchi e aiutando i redditi bassi, per finanziare nuovi servizi, qui da noi si pretende di seguire con pervicacia ricette passate di moda perfino nelle altre destre europee
Ma, già dall'epoca di Veltroni segretario, il PD si è dimostrato sistematicamente timido in materia di tassazione. Lo so, è difficile affrontare questo discorso in un Paese nel quale il circo mediatico ha impallinato Padoa Schioppa per la famosa (e giustissima) affermazione "le tasse sono bellissime". E tuttavia, se si continua ad accettare come inevitabile l'opinione dominante anti tasse, si resterà sempre perdenti, in difesa, e con argomenti deboli ed inutili. O si ha il coraggio di battere la lingua dove il dente duole, di fare vera battaglia culturale su Stato, tasse e welfare, o si resta impigliati in un piccolo cabotaggio pseudoriformista nel quale B. e i suoi sodali vinceranno sempre.



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15 dicembre 2008

Posso avere un dubbio amletico?

Oggi Brunetta inanella tutti i luoghi comuni della sinistra riformista per dare addosso al PD e al sindacato riguardo l'età pensionabile delle donne. Ogni argomento che esprime nella sua intervista mi trova perfettamente d'accordo, se uso quella che mi è capitato di chiamare "razionalità limitata" degli economisti. Come non essere d'accordo quando dice che spendiamo troppo per le pensioni e troppo poco per il lavoro, troppo per la cassa integrazione e troppo poco per il sussidio di disoccupazione? Come non concordare sull'osservazione che il calcolo della pensione svantaggia chi esce prima e, quindi, l'uscita precoce delle donne può essere una ulteriore discriminazione? Certo, ha perfettamente ragione anche Laura Pennacchi che oggi, in un'intervista su Sky, notava che l'età pensionabile più bassa per le donne è certo un portato del passato ma è, sopratutto, un risarcimento per una palese iniquità di trattamento lungo tutto il corso della vita, e che ricordava a Brunetta che la flessibilità in uscita, con progressivo raggiungimento della parità di trattamento uomo donna, era prevista nella originaria riforma Dini, ed è stata eliminata proprio dal precedente governo Berlusconi (lo scalone di Maroni...). E che il problema di fondo sono i tassi di attività femminili troppo bassi in Italia. Dal che si dovrebbe dedurre che bisogna partire dalla testa (l'incentivo al lavoro, appunto) e non dalla coda per ridurre la discriminazione sessista.



Eppure, mi viene il dubbio che queste due posizioni opposte siano comunque rinchiuse in un cerchio, come dicevo prima, di razionalità ristretta, ancora legata al nostro modello produttivista e lavorista. Un modello nel quale ciò che conta è mettere al lavoro - lavoro sul mercato, regolato da transazioni monetarie - più persone possibile, allo scopo di produrre maggior reddito da distribuire (se si è di sinistra) o più profitti da accumulare (se si è di destra).
Insomma, il dubbio che mi viene, in questi tempi di crisi energetica ecologica e finanziaria, è se la soluzione di trasformare ogni servizio alla persona in servizio erogabile potenzialmente dal mercato, al fine apparentemente nobile di aiutare le famiglie e le donne che lavorano, non sia in realtà una maledetta trappola. Nella società urbana, nella quale giustissimamente donne e uomini devono avere le stesse opportunità di lavoro e realizzazione, non esistono più reti di solidarietà informale e, sopratutto, non esiste più abbastanza tempo disponibile, perché la grande maggioranza del tempo è mangiata dal lavoro o da attività apparentemente non lavorative e però connesse strettamente al lavoro - consumare, spostarsi. E così, l'unica soluzione è comprare servizi - baby sitting, badanti, asili nido... - fuori. Nella versione socialdemocratica, ciò si traduce nella organizzazione collettiva di servizi alla persona, gestiti al di fuori dal mercato. Ma nella versione che si è sempre più affermata in questi ultimi anni, con la vittoria del pensiero unico liberista e della convinzione ideologica della superiorità del mercato, ciò si traduce nell'acquisto di servizi sul mercato, e nella trasformazione in mercato di ulteriori spazi di vita nei quali, prima, vigevano relazioni non mercantili.

E tutto questo a quale preciso scopo? Al preciso scopo di generare più tempo per una insensata produzione di un eccesso di oggetti inutili che mettono a repentaglio la stabilità del pianeta e che nessuno più riesce nemmeno a comprare, tanto che viviamo l'ennesima, ricorrente crisi di sovraproduzione...

Forse, fermare un attimo questa corsa del topo e ritornare a parlare un poco - solo un poco, con molta moderazione riformista, per carità - di riduzione dell'orario di lavoro, di ripartizione del lavoro, non sarebbe così insensato.
__________
Ho illustrato il post con l'immagine di un libro di Lauzier, che ci ha lasciato da poco. Un genio cattivo del fumetto, forse di destra forse no. Uno, comunque, che la corsa del topo l'ha raccontata benissimo una trentina di anni fa.


22 dicembre 2007

Vacanze, e note sparse

Domani mattina parto per la montagna, quindi sarò scollegato. Niente post fino a gennaio. Auguri a tutti i miei numerosissimi (!) e affezionati lettori.
E ora, alcune note sparse:
  • Sollecitato, ho ripreso a scrivere sul mio Doppio Diario, dove ero uso, fino a poco tempo fa, raccontare peripezie di lavoro o di vita privata. L'ultima peripezia ha a che fare con la semplificazione della vita quotidiana, potenzialmente consentita da internet. Quello che mi è successo nei giorni scorsi dimostra che c'è molta strada da fare. E dimostra che la proliferazione dei login e password sta diventando un problema da risolvere con una certa urgenza, se non si vuole che un sistema teoricamente utilissimo si incarti irrimediabilmente su se stesso. Quello che servirebbe, è un modo per gestire in modo sicuro e con privacy garantita un'unica identità digitale, da usare in tutte le transazioni e in tutte le interazioni in rete - o, almeno, in quelle "ufficiali". Forse, anche qui, tanto per cambiare, serve un intervento lungimirante della mano pubblica...
  • Sarà forse l'incipiente influenza, beccata ovviamente appena inziate le vacanze natalizie, ma mi sento piuttosto depresso circa l'andamento della costruzione del PD. Non tutto è perduto, e vorrei ritrovare la grinta di Ivan che dice molto molto bene perché non bisogna mollare. Però certamente, confrontare la bozza di statuto uscita dalla riunione di redazione del 14 con quella uscita il 17, è piuttosto deprimente per chi come me ha lavorato direttamente alle tre proposte de iMille. Di quelle tre proposte, tutte incluse nella bozza del 14, in quella nuova non vi è più traccia. In compenso, certo, l'abile Vassallo ha costruito un pacchetto che, trasformando il Congresso in Convenzione, e legando la convenzione al processo di elezione diretta da parte di tutti i sostenitori di segretario e assemblea nazionale, riesce a contentare nominalmente gli appassionati di congressi e correnti, salvando quasi tutta la sostanza. E ancora, se vogliamo proprio essere ottimisti, nella nuova bozza l'accenno alla sistematica pubblicazione telematica degli atti e delle decisioni del partito ha qualche parentela con la nostra proposta di Sistema per la Partecipazione. Ma ho forte il sospetto che, letteralmente, ci sia un problema di radicale incomunicabilità fra noi che abbiamo una certa idea della partecipazione in rete e fuori, e quell'altro modo di vedere la politica. Non mi ci riesco a rassegnare, perché io stesso vengo da quel modo, in quanto militante di vecchissima data. Se io mi sono trasformato, se ho inseguito queste nuove chimere, perché diavolo altri nelle mie condizioni, e magari con capacità politiche ben maggiori delle mie, non ci riescono? Possibile che l'inerzia dei sistemi e delle mentalità sia così forte? Per quel che conta, comunque, da queste parti si continuerà a premere perché quelle nostre proposte diventino, in un modo o nell'altro, realtà.
  • Finanziaria e pacchetto welfare sono passati. Il modo con cui la cosa viene comunicata dai giornali è spaventoso. L'accento è sostanzialmente tutto sul fatto, giudicato ignobile, che questi provvedimenti siano passati tramite voto di fiducia, o sul fatto che comunque, come titola Repubblica, la maggioranza "si sfarina". Ora, non è che finanziaria e pacchetto welfare siano perfetti - io ad esempio avrei voluto ben altro investimento sul vero problema dei nostri tempi, l'unico davvero urgente, la gestione dell'energia e del cambiamento climatico. Però siamo alle solite: tutta l'informazione mette sistematicamente in evidenza solo la forma, addossando per di più la colpa delle fiducie ripetute al governo e non ad un sistema parlamentare bicamerale folle e a un'opposizione ovviamente violentemente ostruzionista (e non voglio nemmeno ricordare la tentata campagna acquisiti di senatori...). Sul merito dei provvedimenti, striminzite tabelline esplicative nelle pagine interne. Se il cavalier Banana avesse avuto lui il governo, il Paese sarebbe invaso di cartelloni 6x9 sull'abolizione dell'ICI, e i telegiornali sarebbero invasi di trionfali interviste e servizi sul concreto aiuto dato ai più deboli.

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