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19 febbraio 2007

Le due entropie

Qui si proverà a vedere che il finalismo ottocentesco ha ottime ragioni, e che il nostro futuro è fondato sulla possibilità di capirlo e trarne un modo di vita. Per mettere questo discorso su solide gambe, inizio con tre citazioni:

da Attali
"E tuttavia, quanti punti in comune tra la teoria della selezione naturale (che sfocia nella mutazione delle specie viventi), la teoria della lotta di classe (che sfocia nella mutazione delle specie sociali), e l’altra grande teoria del xix secolo, quella della termodinamica (che sfocia nella mutazione degli stati della materia). Tutte e tre parlano di variazioni infinitesimali e di salti fondamentali, tutte e tre parlano anche di un tempo che scorre inesorabilmente: verso il disordine, dice Carnot, verso la libertà, dice Marx, verso chi saprà adattarsi meglio, dice Darwin. Adattarsi ai disordini della libertà: ecco cosa unisce Carnot, Marx e Darwin, i tre giganti di questo secolo. "
"Qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci e cose materiali."

da Wikipedia: Entropia

"Assumendo che l'intero universo sia un sistema isolato - ovvero un sistema per il quale è impossibile scambiare materia ed energia con l'esterno - il primo ed il secondo principio della termodinamica possono essere riassunti da un'unica frase:

l'energia totale dell'universo è costante e l'entropia totale è in continuo aumento.

valida per qualsiasi sistema isolato. In altre parole ciò significa che non solo non si può né creare né distruggere l'energia, ma nemmeno la si può completamente trasformare da una forma in un'altra senza che una parte venga dissipata sotto forma di calore."

Adattarsi ai disordini della libertà. In molti sensi, è questo che dovrebbe riuscire a fare il mondo globalizzato del ventunesimo secolo. E' come se la prima globalizzazione della seconda metà dell'ottocento fosse stata nascosta da un lungo ventesimo secolo nazionalista, e ora ci fossimo risvegliati di nuovo impauriti da questa seconda globalizzazione, ben più estesa dell'altra. Perché comunque, anche nel ventesimo secolo nazionalista gli effetti della crescita della produzione sul sistema mondo e sul suo bilancio energetico sono stati continui, anche se sono stati visti da ben pochi.
Il fatto è che nell'ottocento i tempi non erano certo maturi perché Marx potesse collegare la sua riflessione sulla caduta tendenziale del saggio del profitto a quella sulla termodinamica. E il fatto è che oggi sono troppo rari gli intellettuali capaci di uscire dal proprio specialismo. Georgescu-Roegen è restato un isolato, come sono isolati dal mainstream economico tutti i suoi seguaci.
Il finalismo di Marx ci dice di un mondo che inevitabilmente  si globalizza tramite lo  sviluppo estremo delle forze produttive,  un mondo nel quale il capitale assume il controllo globale e arriva a un punto di non ritorno che consente alle forze antagoniste di rovesciare lo stato presente delle cose. Quello che non sapeva Marx, è che gli esperimenti fatti in suo nome (nome quantomai usurpato, peraltro) in Unione Sovietica, in Cina ed altrove, avrebbero ripercorso la stessa strada dal punto di vista del consumo del mondo. Anzi, se possibile la violenza distruttrice dell'ecosistema praticata in nome del "socialismo reale" e del suo sviluppo come potenza produttiva, è stata anche più  terribile di quella caratteristica dell'occidente capitalista. Proprio perché non metteva davvero in discussione il modello energetico, ma solo - e solo in teoria, ahime - quello sociale.
Il finalismo implicito nell'idea di entropia è infinitamente più terribile per chi ne comprenda il senso. Alla caduta tendenziale del saggio del profitto si può non credere, alla finitezza dell'energia disponibile, invece, è più difficile non credere, salvo sperare nella conquista di altri mondi. Eppure, forse proprio per questo l'uomo fino a pochissimo tempo fa ne ha negato sostanzialmente l'esistenza, soggiogato dal feticismo delle merci.
Ora, questi due finalismi - queste due interpretazioni del mondo come inesorabile corsa verso una fine infausta, a cui però l'uomo può dare un senso e una direzione diversa - possono ritrovare in pieno il loro valore:
  • perché si sono dimostrati entrambi molto veri e molto profetici, nell'individuare l'uno il fatto che il modo di produzione attuale non è sostenibile socialmente, l'altro che esso non è sostenibile in termini energetici;
  • e perché, interpretati come si può fare col senno di poi che ci consente l'essere nel ventunesimo secolo, possono essere una solida base per una proposta politica moderna, un programma fondamentale di trasformazione del mondo, proprio quello che manca agli esangui partiti e partitini di oggigiorno, e ai loro pallidi seppur volonterosi manifesti: appunto, un programma di adattamento al disordine grazie alla libertà.

Le precedenti puntate sono:
Il carattere di feticcio delle merci e il suo arcano
Marx: appunti per il futuro

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