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15 settembre 2005

Nuova economia: un blocco sociale mancante?

Come promesso, raccolgo qui le prime impressioni sul libro on line di Luca De Biase circa l’economia della felicità. Ne faccio una “quasi” recensione, perché è il modo più agevole con il quale in questo caso mi riesce di esprimermi.
Anche se nel frattempo qualcuno ha messo in rete un commento acuto e in qualche modo depistante, che dovrò riprendere e integrare più avanti.

Il libro è da una parte una svelta e anche appassionante rassegna di tutte le più importanti elaborazioni di economisti eterodossi, che criticano in vario modo e da diverse angolazioni (l’incertezza di Stiglitz, lo sviluppo umano di Sen, l’economia della felicità di Easterlin, ecc.) il pensiero unico neoliberista.
Questa rassegna si incrocia con una riflessione sulla rete e le sue potenzialità come luogo di conversazione critica che mette in crisi il modello broadcast dei media e la loro tendenza a vendere consumismo, e soprattutto cerca di costruire un abbozzo di una visione unitaria di tutti questi approcci eterodossi, grazie ad alcuni elementi forti di riflessione:

  • la risposta capitalista alla crisi è sempre la stessa: la crescita del consumo garantisce la crescita della soddisfazione dell’uomo economico (che è l’unico uomo che conta), quindi tutto ciò che garantisce la crescita è bene;
  • ma questo circolo vizioso crescita/soddisfazione è illusorio, porta alla insostenibilità ambientale e non dà alcuna felicità, anzi oltre un certo livello la distrugge; ruba beni relazionali e senso alla vita, e li monetizza senza sosta;
  • un altro approccio è possibile se si abbandona l’obiettivo della crescita a tutti i costi e lo si sostituisce con l’idea di sviluppo di beni relazionali e culturali, di sostenibilità, di apertura e competizione e di regole.

Il calare questo approccio alla realtà italiana, permette a Luca di fare interessantissime osservazioni sul “declino” italiano ed europeo, evidenziando la correttezza delle osservazioni di studiosi come Gallino o Castronovo, ma al tempo stesso contestandone il nucleo vagamente “nostalgico”.
Infatti l’intuizione forse più importante è che, per vincere la sfida col pensiero unico neoliberista tuttora dominante, serva una narrazione alternativa a quella del consumismo e della soddisfazione tramite l’acquisizione dei beni materiali, continuamente ed ossessivamente “venduta” dai media. Ma – ed è la cosa più importante - questa narrazione alternativa al consumismo, per funzionare ed essere credibile, per avere consenso, dice Luca con ragione, deve essere ottimista e non lamentosa. Non basta dire che siamo in declino, quasi costruendo una ideologia del declino: anzi, forse bisogna cominciare a dire che la famosa bassa crescita europea potrebbe non essere un male, se accompagnata dallo sviluppo di beni relazionali. In fondo, si tratta di superare la dittatura della misurazione ad una dimensione – solo il dio PIL.

(di passata, la stessa critica all’ideologia del declino, o per meglio dire all’approccio piagnone ed apocalittico della sinistra, lo ritrovo in questo post su New Orleans di Beppe: io ho trovato il programma di Tozzi e Mannoni molto ben fatto, ma ha ragione Beppe a dire che accanto al racconto delle possibili catastrofi naturali che ci attendono, sia necessario fornire qualche prospettiva meno angosciante ai nostri figli. Sappiamo che è possibile raddrizzare almeno un po’ il mondo…).

Bene. Se questa è una schematica e imprecisa sintesi del ragionamento di Luca De Biase, che dovrebbe servire più che altro a sollecitare la lettura integrale, posso ora tentare di chiarirmi e chiarire cosa mi convince e cosa mi lascia perplesso (fermo restando che il libro è ancora in fase di elaborazione, of course). E a introdurre quindi qualche mia idea sparsa.

Primo. Forza di un’idea e senso comune.
Mi sembra che l’idea di fondo di una nuova narrazione di ricostruzione dell’Italia e dell’Europa sia in sintonia con il miglior Prodi: quello che, in certi suoi discorsi e scritti programmatici, riesce a volare alto e ad allontanarsi da quella sorta di industrialismo padano e laborioso che è un po’ la sua cifra, nel bene e nel male. Per convincere, ci vuole forza di idee ma capacità di farle incontrare con il senso comune, di sollecitare fantasie possibili. Leggendo il manifesto di Prodi per le primarie, si trova un impianto che – si vede – è alla ricerca di una narrazione alternativa e positiva, ma che è come tarpato e azzoppato un po’ dall’inevitabile obbligo di fare “cenni sull’universo” – caratteristica di tutti i programmi politici – e un po’ da qualche “non detto” di troppo.
E allora, se abbiamo a cuore la possibilità di un governo che non sia solo buono ma anche
davvero nuovo (e di quanta discontinuità c’è bisogno ce lo dice l’imbarbarimento morale del paese), usiamo questa sintonia di fondo per suggerire, rompere le scatole, farci sentire e pretendere un approccio un po’ più coraggioso. Beppe ha ragione, occorre allargare la conversazione, usare la rete in tutti i suoi gangli. Sapendo che uno come Prodi non ha tempo né voglia di ascoltarla (lo abbiamo visto con la
vicenda del suo Blog), ma che l’opinione che si forma in rete finisce comunque per arrivare, per creare riflessione. E soprattutto è capace di sviluppo ed elaborazione rapida.

E’ per questo, del resto, che continuo quest’opera pubblicitaria sul lavoro di Luca, dalla mia microscopica tribuna. Perché vorrei che nel mainstream della ragionevolezza prudente dei nostri politici, si innestasse anche un modo di vedere che ci consenta di immaginare non più solo una buona gestione, ma degli obiettivi per i quali valga la pensa battersi.

Secondo. Un po’ più di coraggio (una riflessione sul riformismo)
Un po’ di coraggio, dicevo.

Contemporaneamente alla lettura dei primi capitoli messi in rete da Luca, leggevo questo ponderoso lavoro sulla sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica italiana, elaborato da Faini, Fiorella Kostoris ed altri per conto di Prodi. Uno studio ineccepibile nell’alveo di un approccio economico liberale ma non liberista, con oneste indicazioni sulla necessità di modernizzare l’amministrazione pubblica, con una serie di ricette volte all’apertura dei mercati, alla semplificazione, al risparmio e alla rottura di perversi meccanismi di tutela del pubblico impiego.
Credo che Luca (a prescindere da come lui si percepisce) sia un riformista nel pieno senso del termine. Uno che crede che il cambiamento si faccia seguendo i processi passo passo, costruendo consenso, lasciando agire i singoli e guidando i processi attraverso incentivi e non dirigismi e centralismi.
Faini e i suoi la pensano certamente allo stesso modo, al riguardo. Eppure, c’è una differenza che mi sembra l’esemplificazione perfetta della famosa e deprimente diatriba fra supposti riformisti e supposti radicali. Quella orrenda discussione che tende a dare il marchio doc del riformismo a chi non riesce a riformare alcunché.
Quello che manca ad uno studio come quello di Faini, formalmente corretto nel suo sistema di riferimenti interni, è appunto il contesto esterno, che viene dato per acquisito e non modificabile. Le regole del gioco implicite in un discorso di pura compatibilità finanziaria vincolata dal funzionamento dei mercati internazionali, rendono inevitabili una data gamma di scelte. La sostenibilità finanziaria di lungo periodo della finanza pubblica, da vincolo che va gestito diventa obiettivo unico ed assoluto. Sparisce la politica, sparisce l’obiettivo del benessere e della felicità, che diventa per definizione impossibile.
E invece, un vero riformismo non nega il vincolo, ed anzi lo assume responsabilmente – e in questo senso molte cose scritte da Faini sono ovviamente giuste ed inevitabili – ma vi aggiunge un di più essenziale, perché orienta la spesa e le entrate secondo priorità che devono essere realistiche ma rivoluzionarie.

Ad esempio, usando il peak oil come opportunità per sviluppare davvero le energie alternative.
Ad esempio, interpretando i necessari tagli di spesa come una sfida per sviluppare una pubblica amministrazione on line basata sull’open source.
Ad esempio, avviando una rivoluzione del merito nella pubblica amministrazione, nella scuola e nell’università.

Terzo. Il blocco sociale mancante (sarò un vetero marxista ma..)
La forza sociale su cui De Biase fonda la possibilità di sviluppare questa nuova narrazione, però, mi sembra troppo fragile e in larga misura ipotetica: l’idea della “classe creativa” è molto illuministica ed anche un po’ giacobina. Ho il sospetto che i processi reali funzionino in modo un po’ più duro, e che la rete sia un po’ troppo fragile ed aleatoria. Anche se, certo, il depistaggio di Beppe sul cervello universale misurabile nelle sue elaborazioni grazie al numero di referenze su Google, ci dice che davvero c’è qualcosa di nuovo sotto il sole.

E tuttavia.

Tuttavia, ogni volta che qui in rete si discute della potenzialità politica e democratica della rete, si finisce per scoprire che siamo sempre un passo indietro. E non parlo tanto degli strumenti di democrazia di rete, né dell’importanza – ovviamente crescente ma sempre limitata – della politica in rete dei politici.

Parlo proprio dell’idea che la rete faccia democrazia e non soprattutto digital divide.

Analogamente, l’idea di una “classe creativa” come possibile leva di cambiamento mi sembra che riponga un eccessiva fiducia sulla bontà innata del pensiero e dell’intelletto. I manipolatori di simboli (Rifkin) sono prima di tutto dei privilegiati, e i privilegiati difficilmente rinunciano ai propri privilegi. Su un altro piano, anche Paul Gisnborg, all’epoca dei girotondi, aveva elaborato una specie di teoria sociologica sul “ceto medio riflessivo”. Si è visto come è finita.
E’ chiaro che all’interno della “classe creativa” (comunque la si voglia chiamare) ci sono avanguardie consapevoli. In fondo, è sempre stato così, anche all’epoca delle rivoluzioni sociali dell’ottocento e del novecento. Tuttavia, il mio vetero marxismo di fondo mi suggerisce che manca qualcosa. Mancano le “masse”.
E infatti, alle masse in qualche modo si riferisce una persona che purtroppo (e per mia fortuna di cittadino romano) è attualmente fuori dal gioco: Veltroni, che in un’intervista su la Repubblica di fine agosto, ha alzato il tiro ancora una volta parlando non tanto (come sembrava dai titoli) di assetti politici di un’internazionale socialista trasformata progressivamente in partito democratico e socialista, quanto di una rete di soluzioni globali da offrire al mondo.

Fine (provvisoria)
Quello che è certo è che occorre visione. E che i politici del centrosinistra disponibili non ne hanno moltissima, escludendo l’appena citato Uolter. Prodi ha qualche sprazzo, ma sembra sempre che poi tiri il freno. Eppure idee in giro ci sono, cominciano ad esserci. Bisogna fare in modo che siano interpretabili dai nostri politici, al più presto.

Per questo, continuiamo a lavorarci su e a girarci attorno, parliamo e parliamo, a costo di sembrare un po’ pazzi.




permalink | inviato da il 15/9/2005 alle 14:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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