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22 settembre 2005

Prioritarie 2006

la locanda riformista ha lanciato le prioritarie 2006. Ho risposto così:					
  • Una innovazione verde
  • Una scuola ed un’università per gli studenti e non per i docenti e gli apparati, più bella e più utile
  • Uno Stato digitale, aperto ed europeo
  • Pagare tutti per pagare meno e meglio: imposte giuste contro servizi migliori
  • Una rete di protezione sociale per una vita più dinamica
  • Una nuova cittadinanza sociale: quattro mesi di servizio civile obbligatorio per i giovani

 

Sono troppe sei prioritarie? In tal caso, sono comunque in ordine di priorità.

 

1.        Una innovazione verde

Il problema ecologico mi sembra il problema dei nostri tempi. A livello mondiale, certamente. Ma sul quale un governo degno di questo nome ha il dovere di agire, e di agire subito con la massima priorità. E perciò, considerando che c’è anche bisogno di far ripartire l’Italia, di ridare fiducia, la prima priorità è una politica di innovazione verde che significa: (a) investimento pubblico e finanziamenti ai privati per trovare soluzioni al problema energetico: motori ibridi o a carburanti alternativi, centrali eoliche, fotovoltaico nelle seconde case, risparmio: attivare energie di inventiva e scuotere la gente, invogliandola a sperimentare (b) incentivi e disincentivi ecologici: tassazione degli autoveicoli in proporzione al loro impatto inquinante, incentivi a metodi di riscaldamento puliti e alle case ecologiche, tassazione alta sui condizionatori, ecc. (c) politiche urbane vere: trasporto pubblico urbano gratuito, costruzione rapida metropolitane, filobus o tram, sosta tariffata ovunque, aumento tasse di circolazione per finanziare la gratuità del trasporto urbano, car sharing, piste ciclabili, scuolabus. E, al di là delle politiche specifiche, mettere l’innovazione verde come priorità significa anche che l’obiettivo non è più la crescita a tutti i costi, ma lo sviluppo dei beni pubblici  e del benessere; che il nuovo governo non deve misurare i suoi successi o il declino dell’Italia solo sul PIL, ma anche sulla misura della felicità della gente.

 

2.        Una scuola e un’università per gli studenti e non per i docenti e gli apparati, più bella e più utile

Lo studente è al centro della scuola non perché è il “cliente” cui si deve dare ciò che chiede, ma perché rappresenta il capitale umano e la ricchezza sociale e culturale del futuro. La scuola e l’università sono bloccate dalla forza degli apparati, dalla frustrazione dei docenti, dal loro indecente corporativismo. Occorre una terapia d’urto: riordino dei cicli secondo il modello 7+5 abolendo la ormai bollita scuola media, radicale autonomia di budget di scuole e università, con possibilità per un organo dirigente non monocratico (un consiglio di amministrazione) di scegliere e confermare i propri docenti a partire da una lista nazionale e pubblica di abilitati alla professione; distribuzione dei fondi alle scuole in funzione dei risultati sociali desiderabili (percentuali di successo scolastico pesate con la situazione socio familiare degli iscritti); sistema di valutazione e controllo centrale e pubblico delle scuole e dei docenti, per assicurare gli obiettivi generali e sociali. E, in ultimo, investimenti seri nella qualità architettonica e nelle infrastrutture delle scuole, nel riconoscimento economico ai docenti in gamba, e aiuto per l’affitto agli studenti fuori sede.

 

3.        Uno Stato digitale, aperto ed europeo

La spesa pubblica per mandare avanti la macchina amministrativa dello stato è mostruosa. Ci sono intere amministrazioni che dedicano metà del proprio personale a gestire l’altra metà. Si può approfittare del fatto che nei prossimi anni ci saranno molti pensionamenti per ragioni di età, per fare davvero lo stato digitale. Niente buffonate e cincischi alla Lucio Stanca – mai più fidarsi di IBM, per carità – ma concentrarsi sul binomio: delegificare e mettere on line tutti i servizi. L’obiettivo non è necessariamente ridurre il personale pubblico, ma è invece spostarlo da attività interne ed inutili ad attività che creano valore e beni pubblici.

 

4.        Pagare tutti per pagare meno e meglio: imposte giuste contro servizi migliori

Qui, credo sia sufficiente ricominciare a fare ciò che fece Visco a suo tempo: lotta vera all’evasione, riforma fiscale e semplificazione fiscale, incremento della progressività reale del sistema fiscale e di spesa nel suo complesso (che non significa tante aliquote sull’imposta sul reddito, ma considerazione del profilo fiscale complessivo in funzione di tutti i tipi di tassazione…)

 

5.        Una rete di protezione sociale per una vita più dinamica

Far fuori la legge 30 non è solo utile per questioni di giustizia sociale ed equità. E’ soprattutto necessario perché genera decine e decine di tipologie contrattuali, creando in prospettiva una situazione ingovernabile per tutti, utile forse solo per avvocati e legulei che sguazzeranno in una tale giungla normativa. Quindi, dato che sappiamo tutti che la flessibilità regolata ci vuole, ma che la flessibilità è una cosa che uno sceglie se è forte sul mercato del lavoro, se no si chiama precarietà, ne consegue che occorre: stabilizzare i contratti; consentire i licenziamenti secondo regole accettabili ma dare in cambio una solida rete di protezione (sussidi di disoccupazione veri, formazione e reskilling, assistenza…); smetterla di chiamare lavoro autonomo ciò che non lo è, impedendo il proliferare delle partite IVA, fermare davvero il lavoro nero… Il bilanciamento fra atteggiamento blairiano e atteggiamento protezionista qui è davvero difficile. Mi piacerebbe che si individuasse un mix accettabile fra riduzione di orario, protezioni economiche, flessibilità per le imprese, come quello che tratteggia napo in alcuni commenti a titollo.

 

6.        Una nuova cittadinanza sociale: quattro mesi di servizio civile obbligatorio per i giovani

Accanto alla scuola, l’esercito era un tempo, nel bene e nel male, il luogo della costruzione dell’identità nazionale e di una qualche consapevolezza civica. Da pacifista, sono contento dell’abolizione della naja, ma temo per l’abolizione dell’educazione civica. Una educazione civica pratica, e anche la messa all’opera di una enorme ed utile forza lavoro, può essere possibile con un breve servizio civile obbligatorio.


 

 

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