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27 ottobre 2005

Jazz o barocco?

Anni fa – avevo sedici, diciassette anni – frequentavo assiduamente la casa di un amico appassionato di jazz. Complice il suo mitico amplificatore Quad associato alle altrettanto mitiche Kef 104, passavamo ore ad ascoltare Charlie Mingus e Dexter Gordon. I suoi gusti erano piuttosto mainstream, mentre io, più inquieto, esploravo per conto mio il free, l’ultimo Coltrane e., in altre situazioni e momenti, continuavo ad ascoltare rock e weast coast e a bearmi di Bartok e Beethoven.

Per inciso, fu lui a regalarmi Hard Talk di Mal Waldron, e a farmi scoprire quello che resta il mio pianista preferito. Un genio dell’espressività realizzata con pochi elementi. Per lui, era troppo free, appunto.

Un giorno, apparentemente senza preavviso, si fece trovare con un buon numero di dischi di musica barocca, in edizioni rigorosamente filologiche – Leonhardt e Harnoncourt, soprattutto. I dischi di jazz li accantonò di botto, forse addirittura li regalò, e nel volgere di pochi mesi si costruì una rispettabile discoteca di Bach, Vivaldi, Corelli, Handel ed una significativa schiera di minori del ‘600 e del ‘700. Oggettivamente, gli devo anche la mia coeva scoperta del barocco. E la scoperta che le esecuzioni su strumenti originali rendevano quella musica qualcosa di vivo, di davvero nuovo. Le usurate Quattro stagioni, nella versione perfino esagerata di Harnoncourt, ci trasmettono un fermento ed un epoca. Nella versione sdilinquita e ammorbidita dei Musici di allora, ci occultano con falsi minuetti tanto la storia quanto il piacere.

Ricordo ancora, nelle nostre consuete passeggiate senza meta alla scoperta del centro storico di Roma, la visita, fra il solenne e l’ironico, alla tomba di Arcangelo Corelli al Panteon. Piazza del Panteon è per me forse il posto più eccezionale di Roma, ma l’interno del Panteon, tuttora, è solo e soltanto quella tomba.

*

Ieri sera Radio 3 ha trasmesso il primo di una lunga serie di concerti organizzati a Brescia, che si propongono l’esecuzione integrale delle cantate italiane di Handel. Opere giovanili composte in Italia e in stile italiano. Bellissime.

Ascoltandole e riflettendo sulla prolificità e la casualità apparente di molta parte di quelle composizioni, forse ho capito che la bizzarria di quel passaggio di gusti non stava soltanto nella indubbia bizzarria caratteriale del mio amico, ma anche in un filo, in un legame sottile che rende jazz e musica del ‘600 e del ‘700 due mondi meno lontani di quanto possa sembrare.

In breve, i musicisti barocchi erano rapidi costruttori di note su commissione, e approfittavano della casualità del momento per scrivere o modificare un brano. La disponibilità sulla piazza di esecuzione di un bravo suonatore di viola da gamba suggeriva di comporre per quello strumento, l’esigenza di stupire un certo pubblico portava a certe soluzioni, e così via. In sintesi, improvvisazione scritta su uno spartito, e combinazione rapida di standard, pezzi e stilemi già pronti, come l’improvvisazione jazzistica combina e ricombina su modi e ritmi e standard già pronti.

*

Sono a casa con una forte influenza, da cui solo ora sto uscendo. Fino ad oggi, sono restato sconnesso, fuori rete. Il primo giorno, in preda alla febbre e a un forte mal di testa, ho ascoltato Radio 3 al buio, fra un momento di sonnolenza e l’altro. Il secondo, è andata un po’ meglio e, sempre ascoltando la radio, ho ricominciato a leggere. Solo libri e niente giornali.

Ogni distacco disintossica. Non leggere i miei blog preferiti ogni tanto può far bene. E ispirare post un po’ fuori tono come questi che mi frullano in testa in questa sana pausa di riflessione e immersione.




permalink | inviato da il 27/10/2005 alle 10:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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