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25 gennaio 2006

La politica della coda lunga

Ho assistito con un certo distacco alla consueta rappresentazione di un’assemblea degli iscritti della mia sezione DS. Ho evitato di intervenire e, arrivato un po’ tardi, sono restato in fondo alla sala, all’imbocco del corridoio.

Da dietro, potevo apprezzare le nuche prevalentemente canute dei convenuti che facevano – devo dire – un certo contrasto con la relativa giovane età del terzetto che presiedeva la riunione: la nostra segretaria, il segretario dell’Unione municipale e il garante inviato dalla Federazione.
La presenza del garante era motivata dal tema “sensibile” della riunione: la consultazione sulla scelta di presentare anche a livello di Municipio e di Comune una lista unitaria con la Margherita.
Il dibattito si è dipanato sui soliti temi e sui soliti livelli medi, senza aggiungere né togliere granché a quanto ciascuno di noi già sapeva e pensava. Del resto, una consultazione a decisione sostanzialmente già presa è sembrata un po’ a tutti (a parte qualche pasdaran dei formalismi dello statuto del partito) vagamente inutile.

Mano a mano che ascoltavo gli interventi, mi sono reso conto che stavamo tutti in un mondo a parte, che stiamo davvero diventando una strana specie di persone, noi iscritti ai partiti, e soprattutto noi iscritti al partito. Un mondo a parte, eppure necessario. Che per sopravvivere deve cambiare profondamente, ma che se non sopravvivesse provocherebbe una catastrofe per la nostra democrazia.

Negli interventi ho sentito, come ormai accade molto stesso, tutto e il contrario di tutto. Chi negava in radice tanto l’utilità pratica quanto la validità strategica della lista unitaria, chi invece ne perorava la causa in modo integrale; chi lamentava l’indecenza di associarsi nella stessa lista a figuri recentemente riciclati e attaccava personalmente Rutelli, e chi notava che l’unità si fa solo accettando l’altro, di modo che loro non possono certo chiederci di abolire D’Alema, ma neanche noi possiamo scegliere chi ci piace nella Margherita.
E dietro a queste “diverse sensibilità” (che bell’eufemismo...) ho sentito visioni del mondo molto ma molto diverse, il radicalismo all’antica, la convinzione che il non essere più comunisti è in fondo solo una maschera dovuta ai tempi, accanto all’altrettanto non detta convinzione che unico scopo di una sinistra possibile sia la blanda correzione di un sistema di mercato non modificabile, ecc.
Eppure in tutti, in Alfonso che teorizzava il partito democratico qui ed ora, in Alberto ulivista della prima ora, in Andrea coerentemente contrario ad ogni deriva moderata, restava un anacronostico (visto da fuori) ed essenziale (visto da dentro) orgoglio di partito: l’idea della nobilità del ruolo del partito, e dell’essere noi militanti di base contemporaneamente società civile e quadro fondamentale della politica.
Un’idea che però, ormai, rischiamo di raccontarci fra di noi e che non corrisponde a un sentire comune e ad un apprezzamento più vasto del nostro ruolo. La famosa “gente comune” magari apprezza Fassino come personaggio pubblico (direi televisivo) serio e credibile, ma non collega più di tanto quella particolare persona con l’esistenza, dietro di lui, di un partito fatto di persone in carne ed ossa ma anche di ideali e strutture organizzative istituzionalizzate.

Cosa spinge questo ormai relativamente piccolo gruppo di persone a questa appartenenza? (escludendo ovviamente dalle motivazioni eventuali bassi interessi, che non fanno parte dell’economia di questo mio discorso...) E come si può fare in modo che le teste non si incanutiscano ancora di più? Perché è questo il vero problema. Come ha notato molto acutamente Barbara Spinelli su un altro piano – quello delle istituzioni europee (a proposito, leggete se non lo avete ancora fatto: è davvero un grande articolo), senza le persone non si fa nulla di nuovo, ma senza istituzioni che durano le persone non combinano niente. Ed è per questo che servono i partiti, e serve il partito della sinistra (democratico o socialdemocratico, qui poco importa).

Ecco, forse è qui, in questa necessità impellente ed essenziale per la nostra democrazia, questa necessità di includere nuove persone e nuove forze, nuove idee e nuovi sentimenti, che sta la vera e maggiore motivazione di un futuro partito democratico.

Siamo, o stiamo diventando un mondo organizzato sul fenomeno della coda lunga. Che è l’esatto contrario della società di massa. Ai consumi di massa, concentrati sui prodotti uguali per tutti, sui best seller, si sostituiscono progressivamente i consumi personalizzati, la costruzione di una varietà di soluzioni perfino autodeterminate dai consumatori. Alle classi sociali uniformi si sostituiscono segmenti sociali sempre più complessi, alle identità personali unidimensionali basate sul solo lavoro si sostituiscono identità plurime, fatte di tanti pezzi, magari per nulla coerenti fra loro. I consumi, le classi sociali, le identità, le idee, non si concentrano più così facilmente in pochi gruppi, a dispetto dei tentativi titanici dei mass media tradizionali, ma si disperdono, appunto, su una lunga coda disegnata su un grafico. E questo è tanto più vero per le opinioni politiche di chi ha opinioni politiche.

Questa trasformazione è enormemente positiva, perché combatte il broadcast (dove sempre tutto è dall’alto verso il basso) e abilita la partecipazione fra pari (peer to peer); ma è enormemente rischiosa perché individualizza i rapporti e può tradursi in una atomizzazione della società. Questa trasformazione richiede quindi la capacità di fare comunità basata sulla condivisione, sull’inclusione ma anche sull’assunzione come dato di fatto dell’infinita varietà di microposizioni politiche e della loro completa legittimità e, soprattutto, utilità al fine di costruire una politica possibile.
Ecco, sogno per il mio vecchio partito una progressiva trasformazione per inclusione, fino a trasformarlo in un partito della coda lunga. Perché di istituzioni-partito c’è bisogno per governare davvero i processi politici, come di grandi aziende c’è bisogno per competere sul mercato. E però, così come le aziende innovative alla Google o alla E-bay hanno progressivamente trovato il loro modello di business adattandosi all’ecosistema dei propri utenti e non imponendo loro soluzioni centralizzate, così dovrebbe fare un partito con l’ecosistema dei propri aderenti e simpatizzanti.
Nell’assunzione, essenziale anche se qui sottintesa, che una differenza fondante e nettissima fra destra e sinistra esiste e continuerà ad esistere per tutto il futuro ragionevolmente prevedibile, come insegnava il buon Norberto Bobbio.

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permalink | inviato da il 25/1/2006 alle 13:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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