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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


Educazione civica


25 aprile 2015

La costruzione della memoria


(un ricordo privatodel 25 aprile)

Avvicinandomi ai sessant’anni, mi rendo conto che ho avuto alcunefortune nelle vita, la più importante delle quali è la possibilità di capire lastoria recente del nostro Paese attraverso la costante, continua e per nullapianificata – ma per questo molto più potente - costruzione della memoria, della mia memoria privata e della memoriadella mia famiglia.

Miamadre staffetta partigiana, poi attivista dell’Unione Donne Italiane, poimaestra agguerrita e piena di idee, mio padre dirigentedel Partito Comunista e poi della CGIL, a noi figli non hanno mai fatto lezionidirette e pedanti della loro storia o delle loro idee. Nemmeno ci raccontavanoi fatti, che so, della Resistenza o del lavoro politico difficilissimo neldopoguerra in una provincia “bianca” come Novara. Sicuramente qualche accenno,spezzoni di fatti nelle chiacchiere quotidiane a tavola, magari un ricordo dipapà che parlava in una piazza vuota di Borgomanero, con il megafonoappollaiato sulla Fiat 1100, i pochi compagni attorno, tutti i paesani inrealtà ad ascoltare dietro le finestre chiuse, e il prete dall’altro lato dellapiazza a rispondere… Pochissimo del periodo del fascismo, salvo qualche ricordospezzato o accenno della difficoltà di andare a scuola. Anche della primaguerra, nonno Prospero che l’ha fatta tutta, prima di rischiare la vita nellepatrie galere fasciste, parlava poco volentieri.

In fondo, solo all’inizio di questo millennio mia madre,forse stimolata dai nipotini che le chiedevano storie del passato, forseindignata dal revisionismo storico montante, ha cominciato a parlare di più delperiodo della sua esperienza di staffetta in montagna e in pianura, e ha finitoper scriverne, facendo anche lei stessa un esercizio di ricostruzione dellamemoria, nella sua autobiografia “Storie di una staffetta partigiana”.

Eppure, come se la ben poca storia contemporanea che ciinsegnavano a scuola si saldasse miracolosamente con i pezzi di frasi infamiglia, con i libri che circolavano in casa – il libro di Alcide Cervi, o ilSentiero dei nidi di ragno di Calvino, le Cronache di poveri amanti diPratolini -, con le cose che si dicevano nelle assemblee studentesche, o con lecanzoni della tradizione popolare ripescate con il disco “Bellaciao”, avevamo tutti ben chiara la consapevolezza, semplice e lineare,forse semplicistica ma solida, che questa Repubblica se la fossero conquistatai partigiani. E ben chiaro avevamo il motivo per il quale ogni 25 aprile sicelebrasse la Liberazione scendendo in piazza.


Non voglio dire che fosse tutto semplice e pacificato, anzi.L’interpretazione di sinistra della lotta partigiana, occultando il ruolo deinon comunisti, dei cattolici, dei militari, dei monarchici, negava certamenteun pezzo di storia e noi di giovani di sinistra ricevevamo un racconto parzialedi quella vicenda. Un racconto parziale che ci consentiva di connettere congrande fluidità il passato con le lotte del presente, i bellissimi e tormentatiannisettanta della mia giovinezza. Con vantaggio per la nostra ricerca dicoerenza e, devo dire ancora oggi, con qualche solida ragione. Perché d’altraparte, la prevalenza della narrazione di sinistra e tendenzialmente comunista enon “nazionale” della Resistenza, è anche grande responsabilità degli altri, diquelli che hanno cominciato a denigrarla e minimizzarla pur magari avendovipartecipato. In fondo, non è colpa dei comunisti se il cattolicesimodemocratico per anni, pur avendo partecipato alla Resistenza, si è poiappiattito sulla sua sottovalutazione e sulla negazione che essa potesse esseremito fondante positivo della Repubblica. E certe fratture di lungo corso chepercorrono tutta la nostra storia repubblicana sono anche frutto dei pattipiuttosto scellerati che i moderati italiani, in chiave anticomunista, hanfatto con i nostalgici del regime. Una faglia sottile che percorre tutti questisettant’anni, e collega in qualche modo i morti di Reggio Emilia del 1960 allestragi fasciste degli anni sessanta e settanta della strategia della tensione,fino alle torture al G8 di Genova. Una faglia sottile che ha portato,dall’altra parte, a distorsioni interpretative uguali e contrarie, come quelleche ci proponeva – quanto sbagliando! – il mio professore di storia delledottrine economiche nel 1977, circa la Resistenza come “rivoluzione tradita”.

Non tutto era semplice e pacificato anche perché avevamocomunque vite complicate, intense e difficili, e tutto cambiava sotto i nostriocchi, come del resto accade anche oggi. E il nostro privato ci assaliva e siintrecciava con il pubblico come mai prima d’allora forse era successo (ricordosempre che Paolo Pietrangeli, cantore del ’68 italiano, nel raccontare gliscontri di Valle Giulia scrisse versi come questi “e miguardavi tu con occhi stanchi, c’erano cose certo più importanti”. E io stesso,in questo storyboard di un fumetto che disegnai nel 1975, e che mai hoterminato, intrecciavo storie d’amore con la manifestazione del trentennaledella Liberazione).


Ma in fondo, anche durante la guerra di Liberazione il privatosi intrecciava con il pubblico, anche se – come scrive mia madre – i tempi e ilpudore e la cultura contadina rendevano questo intreccio più sotterraneo, piùdifficile da dire. Un po’ la stessa difficoltà che fa si che nella memoriadella Resistenza per troppo tempo si sia parlato più di montagne e azioniguerreggiate,  e meno del cruciale ruolodelle donne, o dell’importanza delle reti di protezione assicurate da unapopolazione che, a dispetto di certi discorsi sulla “massa grigia”, almeno alNord fu in gran maggioranza dalla parte dei partigiani. Come ha ricordato GiovanniDe Luna, la Resistenza è stata, ben più del Risorgimento, un momento forseirripetibile nel quale del tutto volontariamente migliaia di persone si sonomesse in gioco per un ideale e un interesse comune e condiviso, superandodifferenze enormi.

Ecco, tutte queste cose, questi spezzoni di realtà che forsecaoticamente ho provato a ricordare, io le so, le ho ben presenti non tantoperché le ho studiate, ma perché sono memoria condivisa, sono la costruzione diuna religione civile che non ha bisogno di lezioni pedanti, ma di esempi edesperienza.

Però miei figli ventenni ricostruiscono dentro di se –certamente in modi diversi – la medesima storia e la medesima memoria perchéprivilegiati dall’avere a disposizione la testimonianza della loro nonna, eperché in qualche modo han potuto “sentire” gli stessi profumi. Altri giovani, bombardatidal deserto culturale di questi ultimi venti o forse venticinque anni, dallaignobile narrazione dei “ragazzi di Salò” e dal discorso mille volte ripetutodei meriti del fascismo e dell’equiparazione di vittime e carnefici, sono statiradicalmente privati di questa memoria, come testimoniano le deprimentiinterviste (per fortuna certo non un campione statistico significativo) andatein onda pochi giorni fa a Ballarò.

Da quando ha scritto il primo libro, mia madre giracostantemente per le scuole di tutta Italia a raccontare di se e della storiadella lotta di Liberazione, e mi dice di professori motivati e di bambini eragazzi attenti, curiosi e pieni di entusiasmo e di voglia di capire. E questolavoro l’ha portata a fare, pian piano, un’altra ricostruzione della memoria,la sua stessa memoria, recuperando contatti che aveva perduto, ritrovandostorie dimenticate, fino al punto di comporre, questa volta in forma diromanzo, un secondo libro di storie vere, Un cielopieno di nodi. Lei e quelli come lei fanno un lavoro prezioso, ma noi cheveniamo dopo abbiamo il dovere di trovare il modo di proseguirlo, diricordarlo, di tramandarlo e ricostruirlo costantemente. Come la memoria dellaShoà, la memoria della Resistenza va rinnovata. E credo che l’unico modo difarlo sia raccontarla raccontando noi stessi e perché, anche grazie a quellamemoria, siamo diventati quel che siamo e abbiamo costruito il nostro modo diessere. Come ho provato a fare in questo personale ricordo.   

(pubblicato su iMille.org)



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10 agosto 2014

Sblocca Italia, ma non con le autostrade

Ho mandato questa breve missiva a rivoluzioni@governo.it. Sarà una fra le tante, forse dovrei lanciarmi in una di quelle inutili petizioni on line. Ma comunque, il tema a mio avviso è importante.


fermo restando che è più che giusto sbloccare l'Italia anche riattivando finalmente piccole e grandi opere, mi permetto di segnalare che, nel riepilogo pubblicato delle grandi opere da sbloccare (http://www.governo.it/governoinforma/documenti/SbloccaItalia/SbloccaItalia-cantieri.pdf), ci siano alcuni interventi di dimensione finanziaria enorme e palesemente poco utili. 
Mi riferisco in particolare alla davvero inutile autostrada Orte-Mestre che, da sola, assorbe 10,4 miliardi.
Trovo che insistere sul modello "autostrade" quando il problema del trasporto è sopratutto un problema di mobilità pendolare e di movimento efficiente nelle aree urbane sia profondamente sbagliato. Faccio notare che l'Italia ha un ritardo colossale nel trasporto pubblico locale nelle grandi e medie aree urbane, e che in tutti i Paesi europei è in corso un rapido processo di creazione di infrastrutture agili di trasporto locale proprio per aumentare la vivibilità ed attrattività anche economica di tali aree. Mi riferisco sopratutto ai treni urbani e ai tram, oltre ad altre iniziative di multimodalità - parcheggi di scambio, mobilità dolce, ecc - che stanno trasformando molte città in smart mobility cities.
Vi prego, vi scongiuro, non buttate dalla finestra 10,4 miliardi per un'autostrada che non avrà mai flussi di traffico adeguati a giustificarla (per non dir dei danni ambientali) quando quella cifra potrebbe essere usata per fare, nel giro di non più di 5 anni, tramvie veloci e moderne in tutte le grandi e medie città d'Italia (il tram NON costa come una metropolitana)!


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28 febbraio 2014

Il fattore tempo



Ricapitolo.

Verso l’inizio di dicembre viene pubblicato il documento generale sul PGTU di Roma. Sebbene aperto alla discussione, ci sono ovviamente aspetti già ben indirizzati, ad esempio l’idea di rivedere radicalmente l’attuale modello di sosta a pagamento abolendo le assurde strisce bianche a orario ed estendendo decisamente la tariffazione.

Parte una stentata discussione (ad esempio, il III Municipio indice riunioni con la cittadinanza, il VII come al solito è non pervenuto, immagino troppo preso nel litigare fra la presidente Fantino accusata di autocrazia e i consiglieri PD, mediamente traffichini e incapaci come non mai).

Intanto, il tempo passa e in tutto il mio quartiere hanno riverniciato tutte le strisce blu e bianche. Ovviamente esattamente identiche al modello Alemanno, perché nessuno ha attuato o provato ad anticipare nemmeno un pezzettino del bellissimo (?) piano dei sogni PGTU.  

Intanto, gli eterni lavori sullo square centrale della Tiburtina sembrano vicini alla fine, e da quel che mi è sembrato di vedere oggi (spero ancora di sbagliarmi), sembra ci abbiano ricavato l’ennesimo millesimo parcheggio al posto della preesistente corsia riservata ai bus.

Sono un po’ più di otto mesi che la giunta Marino è in carica. Quanto tempo pensano di metterci per rendere visibile ai cittadino non dico una rivoluzione del trasporto pubblico e della viabilità a Roma, ma almeno qualche piccolo, piccolo segnale?



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18 febbraio 2014

Ora vi spiego perché Matteo Renzi non ce la farà mai

Ora vi spiego perché Matteo Renzi non ce la farà. Non perché ha una maggioranza fragile e Alfano lo ricatterà. Non perché Civati fa le bizze e vorrebbe, dall’alto della sua piccolissima percentuale, contrattare sul governo. Non perché pare non trovi un buon ministro dell’economia. No, il motivo vero è che ormai per far ripartire l’Italia bisognerebbe smontare tante e tali assurdità normative, tante e tali controsensi legislativi, tanti e tali burocrati folli ben saldi ai loro posti di comando, tante e tali abitudini incancrenite, che nemmeno Voldemort alleato a Harry Potter ce la farebbe. Riformare il nostrano Ministero della magia è impossibile, se siamo in questa situazione:

desideriamo sottoporre alla Sua cortese attenzione il modello di dichiarazione riportato sul fronte della presente, che va utilizzato al fine di adempiere a quanto previsto dalla Legge Finanziaria 2005 (Legge 30/12/2004 n. 311). Tale Legge, all'art. 1, commi 332, 333 e 334, impone a tutte le Società che svolgono attività di somministrazione di energia elettrica, gas e servizi idrici, di richiedere ai Clienti ì dati catastali identificativi dell'immobile presso cui è attivato il contratto di fornitura. Il modulo deve essere compilato dall'intestatario del contratto di fornitura, anche se diverso dal proprietario dell'immobile (inquilino, comodatario, titolare del diritto di abitazione, ecc.).

La dichiarazione sopra menzionata, debitamente compilata e sottoscritta, deve essere restituita, tramite il servizio postale, al seguente indirizzo: Enel Energia S.p.A. CASELLA POSTALE 8080 - 85100 POTENZA.

Per assicurare la tempestiva acquisizione dei dati da Lei indicati. La preghiamo, comunque, di restituire il modello entro 30 giorni dalla sua ricezione. Enel Energia S.p.A., una volta ricevuta questa dichiarazione, procederà alla trasmissione dei dati in essa contenuti all'Anagrafe Tributaria, così come stabilito dalla stessa Legge Finanziaria 2005, dal provvedimento dei Direttori delle Agenzie delle Entrate e del Territorio del 16 Marzo 2005 e dal Provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle Entrate del 2 Ottobre 2006.

Considerata l'importanza dell'adempimento richiesto dalla Legge, La invitiamo a leggere con attenzione le istruzioni e a compilare la dichiarazione in tutte le sue parti, precisandole che Enel Energia S.p.A. provvedere all'invio dei dati dichiarati, rimanendo estranea ad ogni responsabilità nel caso in cui la dichiarazione richiesta non venga prodotta dal Cliente, ovvero venga resa in modo incompleto o con indicazione di dati non corretti.

Si fa presente al riguardo che, qualora venga omessa la dichiarazione dei dati catastali da parte del Cliente ovvero qualora tali dati siano comunicati in maniera inesatta, l'Amministrazione finanziaria potrà applicare al Cliente la sanzione amministrativa da € 103 ad € 2.065 (art. 13 del D.P.R. 29/9/1973 n. 605). La informiamo inoltre che, in base a quanto previsto dalla Circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 44/E del 19/10/2005, nell'ipotesi di mancata comunicazione dei dati catastali da parte del Cliente, Enel Energia S.p.A. è tenuta a farne segnalazione all'Agenzia delle Entrate, per i controlli fiscali a carico del Cliente stesso. Per eventuali ulteriori informazioni riguardanti la normativa che prevede l'obbligo di comunicazione dei dati catastali, potrà rivolgersi direttamente agli uffici dell'Agenzia delle Entrate oppure consultare il sito internet dell'Agenzia delle Entrate wvw.aqenziaentrate.qov.it.

Quella qui sopra è la lettera che ti mandano ogni volta che, usando la possibilità offerta dalla liberalizzazione del mercato elettrico, cambi fornitore di energia per risparmiare un po’. Ci sono almeno due cose veramente favolose in questa missiva.

Prima cosa, te lo chiedono tutte le volte, tutti i fornitori. Come se non potessero passarsi l’informazione come si passano gli altri dati del contratto. Ma questo è il meno.

Perché, seconda cosa, con la finanziaria 2005 l’allora governo Berlusconi, immagino allo scopo di far finta di lottare contro l’evasione fiscale, si è inventata una procedura di superba bizzarria:

1. Tu comunichi a una ditta privata (il produttore di energia) i dati catastali dell’immobile.

2. Il produttore deve gestire questi dati e comunicarli all’Anagrafe Tributaria (ovviamente si tratta di un modulo cartaceo, poi letto tramite riconoscimento di caratteri. Sicuramente con qualche scarto ed errore. Insomma un processo che genera un po’ di lavoro di “riconciliazione dati” più o meno manuale).

3. L’Anagrafe Tributaria acquisisce questi dati e, immagino, forse li incrocia con la tua residenza per vedere se è davvero prima casa e se hai diritto alle relative tariffe elettriche.

Ecco, l’Anagrafe Tributaria ha bisogno che tu, attraverso la mediazione di un’impresa privata, gli comunichi i dati catastali del tuo immobile, perché evidentemente non è in grado di chiederli al Catasto (più o meno ubicato nello stesso palazzo e che utilizza lo stesso sistema informativo gestito da almeno trent’anni dalla SOGEI), o al tuo Comune di residenza. Peraltro, in barba al criterio stabilito fin dalla legge Bassanini (che ha solo 24 anni, visto che è del 1990) secondo la quale le amministrazioni non devono chiedere dati al cittadino quando un’altra amministrazione li abbia già raccolti, ma parlarsi tra loro.

Poi dice che le imprese private si lamentano degli adempimenti burocratici cui sono costrette. Per non dire di noi poveri mortali che dobbiamo tirar fuori per la millesima volta il nostro bravo documento catastale e ricopiarne fedelmente i dati sull’ennesimo modulo, assieme a nomecognomecodicefiscaledataeluogodinascitaindirizzodiresidenzacapcittàeprovincia.

Forse non capisco, forse mi sbaglio. Ma il mio sospetto è che no, non ce la faremo mai.



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2 febbraio 2014

Sei mesi o quattro anni



La posta certificata ha fatto il suo effetto e, dopo qualche giorno, il Comune ha risposto alla mia richiesta di informazioni sul PGTU, di cui avevo parlato qui. Potete leggere sotto la risposta, corretta e gentile, dalla quale si capiscono alcune cose fondamentali:

·        Il Piano Generale del Traffico Urbano è agli inizi del suo percorso, e i piani di dettaglio non ci sono ancora.

·        Dopo la consultazione dei Municipi, il percorso proseguirà ancora a lungo (per quanto non mi è chiaro) fino all’approvazione del piano con i suoi documenti di dettaglio.

·        Il piano è, dichiaratamente, “uno strumento di mero indirizzo”, quindi presumo non saranno inclusi nel piano strumenti attuativi e quadro delle risorse.

Nel frattempo, come previsto, il 31 gennaio il piano è stato presentato e i giornali hanno parlato del futuribile centro di Roma tutto elettrico e pedonale immaginato da Marino.Salvo tornare sulla terra il giorno dopo, causa nubifragio e duro scontro con la realtà.

In realtà, nel piano alcuni impegni temporali ci sono, anche se vaghi: 20% di trasporto pubblico in più in 4 anni, ad esempio. Però noi cittadini comuni, dopo anni di attesa e con una situazione ormai disperante, vorremmo avere qualche informazione e qualche certezza in più. Un piano quadriennale suona come l’ennesimo sogno. Vedessimo qualche piccola realizzazione entro sei mesi, magari potremmo credere anche ai passi successivi.


 


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22 gennaio 2014

Il traffico di Roma è una battaglia persa?



Da una settimana, per motivi di salute, sono stato costretto ad abbandonare provvisoriamente la bici e andare al lavoro in auto. Il dato di fatto è che, sebbene soggettivamente non sopporti il tempo speso a guidare (con bici più metro faccio sport e riesco pure a leggere giornali e libri, non spendo e non inquino), in auto il tempo di spostamento (dal semi centro zona sud fino alla periferia zona est, circa 10 chilometri) si riduce di quasi la metà, perfino nei giorni nei quali c’è il traffico impazzito.

Il motivo è che il sistema di trasporto pubblico romano è semplicemente patetico e totalmente inaffidabile (quante volte aspetto oltre 10 minuti una metropolitana che, comunque, è pur sempre il vettore più affidabile offerto dal TPL romano?), a fronte di una dimensione geografica e una sparsità dei luoghi abnorme (ne avevo già scritto qui).

Quindi, giustamente l’amministrazione Marino sta presentando il nuovo PGTU (Piano Generale del Traffico Urbano), pieno di buonissime intenzioni, oltre che di alcune cose molto poco chiare e contraddittorie. Peccato che il piano, almeno per me, sia avvolto un po’ nel mistero. Sul sito si può scaricare una documento per la discussione, molto interessante ma anche molto generico e privo di un quadro dei tempi e delle risorse necessarie alla sua realizzazione. Sul medesimo sito, è scritto che si apre una fase di consultazione con i municipi e la cosa va in giunta il 31 gennaio. Sul documento ci si riferisce a piani di dettaglio, che però sono irreperibili. Né dai municipi né sulla stampa ho trovato più riferimenti a questa discussione pubblica, che non ho capito se e quando avverrà.

Ora, io sono un singolo cittadino, non è che devono avvertire per forza me singolarmente, però se si dice discussione mi aspetterei un po’ di marketing della partecipazione. Oppure han già deciso tutto? Cosa, poi, visto che non ho capito dove sono soldi e quali sono i tempi?

E comunque, dato che la cosa mi interessava e che sempre sul medesimo sito è facile reperire l’indirizzo dell’URP del dipartimento mobilità e trasporti, fin dal 26 dicembre (pochi giorni dopo la pubblicazione del documento di sintesi), ho inviato una email per richiedere – se possibile – i piani di dettaglio.

Non ricevendo risposta alcuna, ho pensato di reiterare la richiesta (il giorno 11 gennaio) tramite posta certificata. Ad oggi, a parte aver avuto la ricevuta di ritorno e quindi la certezza che hanno protocollato la mia richiesta, ovviamente non ho avuto ancora nessuna risposta.

La macchina amministrativa del Comune di Roma è notoriamente una macchina imballata, piena di impiegati nullafacenti e di burocrati furbetti. Dalla sindaco che ho votato, e dalla giunta che ancora oggi convintamente sostengo (basta ricordarsi chi c’era prima), mi aspetterei qualche strillo e qualche punizione in più verso questi burocrati indecenti.

PS: il testo della mail:

Buongiorno,

visto che in data 26/12/2013 ho inviato una email tradizionale a mobilita@comune.roma.it sperando di avere una risposta che ad oggi manca, mi chiedo se usando la posta certificata la lentezza burocratica dei funzionari pubblici sarà appena un pochino scossa. Quindi vi riporto il testo della medesima email:

"Buongiorno e buone feste,

Vorrei sapere se è possibile ricevere la documentazione di dettaglio del PGTU, visto che sul sito sono riuscito a reperire solo il documento di sintesi "Contenuti principali della discussione". In particolare mi interesserebbero soprattutto:

- Classificazione funzionale della rete viaria urbana

- Piano della sosta

- Piano urbano parcheggi

- Piano delle merci e della logistica urbana

- Piano di riorganizzazione della rete di TPL di superficie.

Inoltre, visto che dalla lettura del peraltro interessantissimo documento di sintesi risulta chiaro che il piano richiede per alcuni interventi un notevole impegno finanziario, mi piacerebbe avere informazioni in proposito (tempi e costi).

Grazie mille, anche per il notevole lavoro che vi aspetta per realizzare le spesso ottime idee contenute nel piano."

Aggiungo che il piano, secondo il comunicato stampa pubblicato qui http://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?contentId=NEW555486&jp_pagecode=newsview.wp&ahew=contentId:jp_pagecode è in consultazione fino al 31/1/2014 dopodiché dovrebbe essere approvato. Sommessamente mi chiedo: consultazione in che senso, visto che non si capisce a chi inviare osservazioni, e che il piano è allo stato troppo generico per essere più di tanto criticato (mancando la possibilità di consultare i piani di dettaglio).



7 agosto 2013

A Roma non si può

Avevo pensato di chiamare “a Roma non si può” questo mio nuovo articolo per iMille. Tuttavia il più fiducioso titolo redazionale è un investimento sul futuro. Quel futuro dove, come spiego in dettaglio nell’articolo, quando si pedonalizza lo si fa non per spostare il traffico altrove, ma per ridurre il traffico.



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18 giugno 2013

Cordoli, e altre piccolezze

In probabile mancanza di soldi per grandi opere, a Roma servono piccoli segnali che possono cambiare la natura della vita in città. Qualcuno ricorderà che Alemanno, appena diventato sindaco, trovò il modo di dare un segnale a suo modo fortissimo della cifra che intendeva dare al suo mandato, sospendendo con una scusa burocratico-giudiziaria il pagamento delle strisce blu. Poco dopo, accampando inesistenti problemi di sicurezza, avviò la sostituzione dei cordoli di gomma che separano le rare corsie preferenziali degli autobus romani con le ridicole borchie oggi utilizzate per separare (si fa per dire) i bus dalle auto. Con il risultato fondamentale di rendere di nuovo possibile la doppia fila perenne in strade dove il cordolo l’aveva resa impossibile (solo per fare qualche esempio Viale Regina Margherita, Via Napoleone III, via Goito….).

Bene. Un bel segnale chiaro e non particolarmente costoso, peraltro del tutto coerente con l’idea di aumentare le corsie preferenziali per ottimizzare il trasporto pubblico che c’è, sarebbe quello di ripristinare i cordoli il più rapidamente possibile. Se, assieme a questa mossa, si cominciasse anche a Roma a realizzare un bel numero di zone 30 nelle strade secondarie, ben attrezzate di dossi per obbligare al rispetto dei limiti di velocità e di viabilità a cul de sac, il segnale sarebbe chiarissimo e netto: questa città, soffocata da auto in sosta e in movimento, vuole respirare e può farlo. Non è impossibile, basta volerlo.



12 giugno 2013

Piccolo sogno

Marino sindaco di Roma parla di prima di tutto di corsie preferenziali e pedonalizzazione di un tratto di via dei Fori. Molto bello, e ne approfitto per esprimere qui il mio piccolo sogno. Bastano pochi chilometri di rotaie per collegare il capolinea dell’8 di piazza Venezia alle rotaie di via Labicana. E basta altrettanto poco per portare le medesime rotaie, attraverso via Nazionale, fino a Termini legandole a quelle là già presenti. Fatte quelle rotaie, pedonalizzare tutta via dei Fori (a meno del tram) e parte di via Nazionale non sarebbe eresia. Certe belle strade di Torino, solo tram e pedoni, sono lì a dimostrarlo.

Basta poco, ma ha senso solo se contemporaneamente si lancia la stessa cura del tram nelle periferie. Altrimenti, è il solito lifting di Roma che pensa solo ai fortunati abitanti del centro storico. Oltre a un tram sulla Togliatti da Cinecittà a Ponte Mammolo, di cui si ricomincia a parlare nel programma di Marino (e che io allungherei fino al Verano per la Tiburtina), ci sarebbero da fare linee tranviarie da attestare ad Agnanina, al posto dell’assurdo corridoio della mobilità basato su bus, e da pensare al Torrino e dintorni, con linee da attestare a Eur Magliana o Palasport, o alle nuove conurbazioni oltre Talenti, con tram verso Rebibbia. Quattro o cinque nuove linee tranviarie moderne e veloci di periferia, almeno metà delle quali fattibili in cinque anni di mandato. Con una chiosa essenziale: collegate queste ultime periferie assurdamente remote e sparse nell’agro romano, mai più un’altra espansione urbana, solo ricostruzione del già costruito. Altrimenti sarà sempre una rincorsa impossibile.

Ah, e i soldi per questo bel sogno? Trovate tutto qui.



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1 giugno 2013

Quaresima

Frecce Tricolori 2009 12

Napolitano abolisce il ricevimento del 2 giugno al Quirinale. Il governo abolisce tutte le varie feste della polizia, delle forze armate ecc., unificandole in un’unica occasione, ovviamente ridotta ad una “sobria” manifestazione all’Altare della Patria. Niente più manifestazioni e sfilate fra la gente.

Il motivo è il solito: in tempi di crisi, la politica e le istituzioni tutte e lo Stato devono dare il buon esempio.

Ecco, a me questa abolizione di ogni festa e di ogni spesa di “rappresentanza” legata alle istituzioni repubblicane, comincia a turbarmi e a farmi sospettare che ci sia qualcosa che non va in questa specie di quaresima politica ed economica che sta vivendo l’Italia.

Personalmente, sono davvero tutto meno che un guerrafondaio. Non avessi evitato la leva per il combinato disposto del baby boom e della mia magrezza, credo che avrei finito per fare l’obiettore, pure in tempi in cui non era facile. Eppure, mi disturba l’idea che manifestazioni che dovrebbero servire a fare identità nazionale e a creare consenso attorno alle istituzioni repubblicane, siano abolite o soffocate in nome di un’idea che comincia ad assomigliare a un orrido malinteso. O, peggio, a una specie di terrore girondino in salsa grillina.

***

Ci sono nell’aria tre idee che stanno diventando senso comune (non certo buon senso): che il declino sia irreversibile, che la decrescita sia cosa buona e giusta, che il potere politico sia sempre il male. E, in contrapposizione a queste tre idee, partiti e istituzioni usano in modo massiccio la retorica del “tornare a crescere”, che più lo dici e più nessuno ti crede, e più lo dici e più – giustamente, perché è raccontato male – viene criticata.

Che idea di mondo ne viene fuori?

1. Pentitevi voi ricchi e potenti (dove i ricchi e potenti sono sempre gli altri, come ben noto).

2. Non sperate nel futuro, potrete solo trovare qualche strategia di adattamento, se vi va bene.

3. La comunità nazionale, la sua costruzione e miglioramento, non è più un obiettivo. Figurarsi una comunità europea. Richiudetevi dunque nella vostra comunità locale.

4. E difendetevi, accontentandovi di essere piccoli, banali, normali e senza sogni.

No, i riti, almeno alcuni riti, servono, come ben sa un’istituzione millenaria come la chiesa. Non è necessario esagerare, ovvio. Ma il senso delle istituzioni, il consenso attorno possibili obiettivi comuni, fanno parte dell’insieme di cose che servono per “tornare a crescere”, senza cadere nella depressione quaresimale e senza speranza di una società avvitata su se stessa. Per “tornare a crescere” – meglio, per darsi sensati e sostenibili obiettivi di costruzione di un’Italia un po’ migliore e vivibile - le feste delle istituzioni, il fare comunità nazionale, servono quasi quanto serve uno stato efficiente, dei servizi e dei beni pubblici ben tenuti, ecc.

Ecco perché anche questi tagli mi sembrano sbagliati quasi quanto quelli alle proverbiali spese per l’istruzione, la ricerca e la cultura: perché è solo smettendola con un atteggiamento quaresimale che – forse – qualcosa tornerà a muoversi in Italia. Arriverei a dire che un gran stimolo da spesa pubblica in un paese depresso potrebbe non avere alcun effetto rilevante, e noi – a forza di terrore – stiamo diventando un paese depresso.


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6 febbraio 2013

A futura memoria, sull'IMU


Il 14 gennaio ho scritto questo articolo per iMille, che giustamente non ha trovato spazio sulla rivista poiché quasi contemporaneamente l’ottimo Matteo Rizzolli ne ha scritto uno molto più chiaro e netto sul medesimo argomento (e consiglio tutti di leggerlo). A distanza di qualche tempo, lo ripropongo qui a futura memoria. Anche perché sappiamo tutti cosa è diventato nel frattempo il patetico dibattito sulla tassazione immobiliare in Italia.

Nel giro di due giorni (8 e 9 gennaio 2013), la supposta bocciatura dell’IMU da parte dell’Europa, sparata immediatamente nelle home page dei maggiori quotidiani, inclusi quelli “di sinistra”, si è trasformata, almeno sulla stampa seria in quel che effettivamente era: una limitata e circostanziata critica alle modalità di applicazione della tassa sulla proprietà in Italia, nel contesto di una generale raccomandazione ad aumentare in modo equo le imposte sull’abitazione riducendo, nel contempo, l’imposizione sulle attività produttive. Un critica, tra l’altro, mossa in una manciata di pagine all’interno di un ponderoso e interessante rapporto sulle politiche sociali che parla anche e soprattutto di altro – ma di questo altro, ovviamente, sui giornali non vi è traccia.

Si tratta di una storia interessante per due motivi. Prima di tutto, rende ancora una volta evidente il deplorevole stato della gran parte della nostra informazione, che varia da un uso consapevolmente di parte e propagandistico dei “fatti” (trasformati a piacere), a un livello di approssimazione e frettolosità nel dare informazione davvero deprimente. Nel caso specifico, ad esempio, appena letto il titolo sparato su La Repubblica, nel giro di una ventina di minuti io stesso avevo già individuato in rete il famigerato rapporto, trovato e letto la parte incriminata, capito il significato, pur dal basso della mia approssimativa conoscenza dell’inglese, e constatato che i titoli sparati a tutta pagina erano completamente falsi. Tanto da spingermi a scrivere questo articolo.

Il secondo motivo di interesse, a mio giudizio perfino più rilevante, è che questa storia conferma ancora una volta che in Italia chi tocca il mattone muore. L’ossessione contro l’IMU e, prima di essa, contro l’ICI, sicuramente le due imposte più odiate dagli italiani tutti – forse solo il canone RAI raggiunge le stesse vette di riprovazione collettiva – è un triste esempio di come la mentalità nazionale sia viziata sia da ignoranza delle nozioni di base sulle quali dovrebbe basarsi qualsiasi sistema fiscale civile, sia da un approccio – letteralmente – immobile all’uso delle nostre risorse.

Se il primo vizio, l’ignoranza della struttura dei sistemi fiscali, può essere in qualche modo scusato, poiché non tutti sono studiosi di scienza delle finanze, il secondo è di natura culturale e strutturale, e riguarda proprio i pesi ed il valore che in Italia, a differenza di altri paesi, si usa dare alla casa e alla proprietà immobiliare, e gli effetti che ciò comporta sul dinamismo della nostra economia e della nostra società.

Come dice chiaramente lo stesso rapporto “pietra dello scandalo”, un sistema fiscale equilibrato, coerentemente all’ispirazione europea dell’economia sociale di mercato, deve essere costruito in modo da avere anche effetti redistributivi. In tale contesto, è ben noto che l’imposizione sulla proprietà è assai più efficace a fini redistributivi, rispetto all’imposizione sul reddito (o all’imposizione indiretta), perché la proprietà e più concentrata del reddito. È questa la prima buona ragione per avere un sistema di tassazione sugli immobili, la seconda – altrettanto buona – potendo trovarsi nel fatto che una simile imposta può e deve essere gestita sul territorio e, quindi, è un ottimo modo per finanziare gli enti locali [1].

Invece, il senso comune degli italiani è arrivato a dire che la proprietà della prima casa è un diritto quasi divino, visto i sacrifici che si son fatti per averla. Senza considerare che chi possiede una casa, anche una prima casa e anche ove abbia ancora un mutuo, è comunque in una posizione di privilegio rispetto a chi non la possiede (una quota di famiglie minoritaria ma, comunque, significativa e, prevedibilmente, dove si concentra la povertà). E senza considerare che il livello di tassazione sulla casa (inclusa la prima) è mediamente più elevato di quello italiano in molti paesi (anche dopo l’introduzione dell’IMU) [2]. E, infine, senza considerare che una famiglia proprietaria di una casa media in una grande città, magari in zona semicentrale, finisce per pagare un’IMU che può variare, diciamo, da 500 a 2000 euro. Mentre, nella stessa famiglia, ogni mese lo stipendio di ciascun membro viene decurtato per imposte e contributi di una cifra più o meno pari a quella richiesta annualmente per l’IMU. Ma di questo, in genere, tutti prendono atto con meno lamentele…

Ho qualche ipotesi sul motivo per il quale siamo così ipersensibili all’imposizione sulla casa di proprietà.

La prima spiegazione è di lunghissima durata. L’Italia è il paese delle cento città, dei comuni con la loro forte identità. La casa, la casa di famiglia in ciascuna città o paese, è parte molto forte di questa identità. Anche se le massicce migrazioni del dopoguerra, la totale trasformazione di molti spazi urbani hanno travolto e stravolto tutto questo, qualcosa deve essere rimasto nello spirito profondo delle persone, nel loro modo di mettersi in relazione con il luogo in cui si vive. Del resto, credo sia esperienza di molti di noi il permanere del legame forte con la casa avita, con le Radici di gucciniana memoria. E, in mancanza di queste, il ragionevole tentativo di ricostruirsi un luogo davvero proprio dovunque si viva.

La seconda spiegazione, purtroppo, è meno poetica. Ha a che fare con alcuni aspetti fondamentali della regolazione delle politiche dell’abitazione nel nostro Paese, per molti aspetti molto diversi e –ahimè – del tutto originali rispetto al resto dell’Europa.

In primo luogo, in Italia il peso ed il ruolo della rendita fondiaria è esorbitante e particolarmente difficile da scalfire. Fare soldi con l’investimento edilizio, fare soldi rendendo edificabili i terreni agricoli, a spese della collettività che deve poi garantire servizi e infrastrutture, è un elemento costante della storia dell’Italia unita. È stato vero per i grandi speculatori fin dal “sacco di Roma” di fine ottocento, è paradigmatico per l’intreccio fra speculazione e malavita come narrato in film come “Le mani sulla città”. È evidente nelle estesissime borgate abusive poi in qualche modo sanate che sono uno dei motivi della difficilissima gestione dei trasporti nella conurbazione romana. È il senso distintivo delle villettopoli padane. Grandi e piccole speculazioni, grandi lobby di costruttori e piccolo abusivismo “di necessità”, tutto concorre a difendere con le unghie e coi denti la proprietà privata fondiaria ed edile da qualsiasi invasione di campo dell’amministrazione pubblica, salvo chiederne i servizi indispensabili.

Ed infatti, tutta la storia della Repubblica è fatta di tentativi falliti di riforma urbanistica, da quella di Fiorentino Sullo con il primo centrosinistra in poi. E di una giurisprudenza che, a dispetto della chiarezza esemplare dell’articolo 41 della Costituzione, mette sistematicamente i bastoni tra le ruote a chi tenti di gestire il territorio per la collettività e contro la rendita.

In secondo luogo, se la speculazione edilizia è prima di tutto volta a massimizzare la rendita, e se i poteri pubblici non sono in grado di garantire in qualche modo l’abitazione alle fasce sociali più deboli [3], la quota di reddito delle famiglie che dovrà essere in un modo o nell’altro (in acquisto o in affitto) “immobilizzata” nella casa tende a salire. Con vantaggio dei proprietari, ma rendendo difficile e teso il mercato degli affitti. La soluzione trovata dal legislatore fu, come si ricorderà, l’invenzione dell’equo canone: con il senno di poi, una delle idee più sbagliate della tendenza italiana alla regolazione pubblica dei mercati, alla determinazione di prezzi amministrati, alla chiusura al mercato e alla concorrenza. Per perseguire buonissime e lodevoli intenzioni (dare la casa a inquilini – controparte debole – a prezzo equo), si è ottenuto l’esito contrario: le case “private” sono sparite dalla circolazione, almeno dalla circolazione del mercato legale. Quelle pubbliche, ossia il patrimonio degli Enti previdenziali e simili, hanno finito per dare redditi perfino troppo bassi (rendendo tra l’altro apparentemente credibili, in anni recenti, operazioni di svendita altrettanto folli) e per costituire un mercato del “piccolo privilegio” per gli inquilini che avevano la fortuna di accedervi. E, quel che più conta, si è incentivata da un lato la scelta di acquistare la casa in proprietà “a tutti i costi” e, dall’altro, si è reso infinitamente più difficile spostarsi.

L’equo canone non c’è più, anche se il mercato dei fitti continua ad essere regolato in modo piuttosto farraginoso e complesso. Ma il combinato disposto di una rendita terriera troppo protetta e libera di fare ciò che vuole, e di un mercato immobiliare e degli affitti al contrario troppo regolamentato, hanno prodotto effetti di lungo periodo. In Italia non abbiamo avuto la rapida “bolla immobiliare” che ha fatto crescere e poi stroncato l’economia spagnola negli anni recenti. Ma abbiamo avuto un lungo processo di sviluppo perennemente troppo orientato sugli immobili, che ha comportato tra l’altro:

· nel lungo periodo, la progressiva distruzione del nostro paesaggio via cementificazione diffusa;

· in anni più recenti, di fronte all’emergere al consolidarsi del dualismo nel mercato del lavoro, l’aumento di uno specifico fenomeno di ingiustizia generazionale, vista la crescente difficoltà per le giovani generazioni precarie ad accedere a mutui sempre più onerosi. Altra concausa della decrescita dei tassi di natalità che, se ci si pensa bene, sono forse il motivo più profondo del blocco della crescita italiana.

****

Torno all’insofferenza verso l’IMU. Ciò che sento dire dalla gente, dalla classica fila alla posta ai social network agli ambienti di lavoro, mi conferma nel fatto che sarà difficile nel breve periodo cambiare il pregiudizio quasi totale degli italiani verso la tassazione sulla casa. Ovviamente, non sto dicendo che qualcuno possa amare le tasse. Il mio è un discorso relativo: l’insofferenza verso l’IMU sarebbe molto più ben spesa, eventualmente, verso altri tipi di tassazione, e segnala come ho già detto una sorta di arretratezza culturale e di immobilismo mentale.

Proprio per questo, però, mi sembra che un approccio riformista alla questione dovrebbe smetterla di ricorrere la destra, e in particolare il suo campione Berlusconi, sul terreno del livello della tassazione sulla casa, dell’esenzione più o meno estesa della prima casa, e via dicendo. Come dovremmo aver ormai ben imparato, nel campo della demagogia anti-tasse, la destra nostrana è imbattibile. A proporre riduzioni o abolizioni di tasse l’originale è sempre meglio della copia.

Ciò che piuttosto sarebbe ragionevole fare è provare a dettare una nuova agenda nella discussione pubblica sulla casa. Invece di parlare ossessivamente solo dell’IMU, e farsi trascinare su quel terreno, sarebbe molto più serio ragionare sull’intera politica dell’abitazione in Italia. E proporre alcune misure concrete per facilitare l’accesso alla casa da parte delle famiglie giovani, assieme a idee di più lungo periodo – queste si, riforme strutturali – come una buona legge sul regime dei suoli che consenta ai comuni di gestire davvero il territorio senza dover “vendere” oneri di urbanizzazione in cambio della cementificazione selvaggia; o come la realizzazione di un regime fiscale e di una politica abitativa che complessivamente tenda a ridurre, progressivamente e senza strappi, le rendite e quindi il peso della ricchezza immobiliare, al fine di liberare risorse verso usi più produttivi, capaci di generare reddito e crescita.



[1] A essere precisi, possono porsi problemi da questo punto di vista per la tassazione delle seconde case “di vacanza” e per gli effetti del pendolarismo. Ma ovviamente si tratta di questioni di policy risolvibili e che, comunque, esulano dal tema di questo articolo.

[2] Un’analisi esauriente dell’IMU e anche dei suoi difetti si trova qui. Sebbene studi di parte dei costruttori tentino di dimostrare il contrario, i dati Eurostat e Ocse, citati nello studio della UE, mostrano un livello generale di tassazione sulla casa in Italia inferiore che nei paesi maggiori. Segnalo in particolare la chart 23 a pagina 264 dello studio, da cui sembrerebbe che nei fatti in Italia – fra deduzioni degli interessi sui mutui ecc. – la proprietà della casa è sussidiata, non tassata. Anche questo studio della Banca d’Italia conferma che l’imposizione italiana sulla proprietà non era affatto elevata come si dice e che, quindi, il parziale riequilibrio ottenuto con l’IMU non dovrebbe destare scandalo.

[3] Anche questa dell’edilizia popolare è una storia che andrebbe raccontata. L’urbanistica riformista degli anni ’70, ad esempio a Bologna con Cervellati o a Roma con il sindaco Petroselli, ha ottenuto grandi ma localizzati risultati. Ma l’esito complessivo delle politiche per la casa in Italia è sicuramente sconfortante.


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16 ottobre 2011

16 ottobre al ghetto

Travolti dal 15 ottobre 2011, rischiamo di dimenticare il 16 ottobre 1943. Evitiamo di farlo, che quelli erano tempi di ferro davvero e, forse, ricordarsene metterebbe nella giusta prospettiva lo squallore degli odierni "neri" che infestano le manifestazioni.


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28 settembre 2011

Costruire tramvie, pagare le tasse e vivere felici

Ecco qui il mio nuovo post per iMille. Questa volta si parla di come finanziare ragionevolmente e in tempi di crisi il trasporto pubblico. Le tasse possono essere belle. Se fossero usate bene.

PS. Questo blog è sempre più saltuario, il tempo è troppo poco e il lavoro (per fortuna, per certi versi) troppo. Mi piacerebbe scrivere di più, che di cose da dire ne ho fin troppe, ma proprio non ce la faccio, per ora. Vedremo fra un po', e spero che i miei 25 lettori non mi abbandonino.....

 


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19 marzo 2011

Buste


Ma voi ricordate ancora gli articoli che alla fine dell’anno scorso parlavano deldivieto di produrre e commerciare le buste di plastica per la spesa dal 1gennaio? E, quindi, della possibilità di usarle solo fino a esaurimento scorte?E, nel frattempo, quante buste vi hanno spacciato i vostri negozianti? Quantescatole intere di buste avete visto estrarre dai loro magazzini? Ma possibileche nell’era del just in time i magazzini fossero così mostruosamente pieni dibuste da durare fino ad oggi? E da promettere di durare ancora per anni interi? 

A parte il sospetto che l’eliminazione delle buste di plastica in un mondofatto di confezioni di plastica per ogni cosa che si vende sia un pateticopalliativo, non è che ci stanno pure prendendo in giro?


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24 gennaio 2011

Un altro primato italiano



A pagina 30 di questo rapporto, si vede un altro primato italiano: ci ammazzano se andiamo in bici, e quindi andiamo poco in bici.

(ed è per questo che io guido la mia bici con molta, molta prudenza)


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21 settembre 2010

Rumori molesti

Da qualche giorno, nelle stazioni della metropolitana B di Roma, il volume della radio che - ahimé - dovrebbe sonorizzare gli ambienti e fornire notizie utili, è stato portato a livelli altissimi, cosicché la orrenda musica commerciale da heavy rotation ti trapana il cervello. Poi, nei vagoni, la voce che segnala le fermate (ma un display luminoso non basta?) è spesso altissima e distorta.

Anche da queste cose, come dall’inquinamento visivo dei graffiti e delle pubblicità, si vede il progressivo imbarbarimento di una città.


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13 settembre 2010

Riformismo radicale?

Quando Veltroni era in auge, parlava spesso di riformismo radicale. Poi non è andata affatto come lui ipotizzava. Ieri ho sentito Bersani fare alcuni esempi felici di riformismo all’emiliana, pragmatico e sensato, come la circostanziata proposta di riforma del fisco, o gli impegni sul costo della politica.

Però, l’impressione è che a questo Paese serva qualcosa di più e di diverso sia dal riformismo radicale solo declamato di Veltroni, sia dal riformismo pragmatico e certamente utile, ma che non entusiasma, del buon Bersani. E, aggiungo, qualcosa di diverso pure dalle per ora fumose “narrazioni” di Vendola.


Ecco, per non restare nel vago, due esempi, uno nazionale e l’altro locale.



La riforma della scuola: invece di continuare inutilmente a stigmatizzare l’esplodere della precarietà e del numero di alunni per classe, sarebbe ora di proporre qualcosa di davvero diverso dal solito. Se l’ingessatura della scuola e della gestione del suo personale è dovuta in gran parte a un centralismo paradossale, sarebbe ora di cambiare il modello, spostando la gestione - tutta, dall’assunzione del personale alla gestione degli edifici - ai comuni o a consorzi di comuni. Come si fa in Finlandia, dove pare la cosa funzioni assai bene. E se non ci sono arredi e scuole belle, si faccia in modo che le scuole - comunali - diventino necessariamente un luogo sempre aperto, giorno e sera, per gli alunni ma anche per gli adulti, dove si fanno corsi, incontri, musica o quel che volete. E che sia possibile tassare più o meno blandamente queste attività, per finanziare arredi e scuole belle. E per le scuole tecniche si obblighino le famose “imprese del territorio”, più che ad entrare nei consigli di gestione delle scuole (anche, perché no, se con giudizio), a contribuire un po’ al finanziamento.




Il prossimo candidato sindaco del comune di Roma: dovrebbe dichiarare un programma semplice e nettissimo. Oltre all’ordinaria amministrazione con particolare attenzione all’assistenza sociale e alle aree dell’emarginazione, l’obiettivo dichiarato dovrebbe essere uno solo: dotare Roma e in particolare le periferie di una rete di trasporti davvero degna di questo nome. Il che significa che il candidato sindaco dovrebbe impegnarsi a quanto segue: (a) imporre una moratoria dell’espansione urbana - ogni metro quadro nuovo dovrebbe essere costruito senza allargare Roma, e ad ogni metro qaudro costruito dovrebbe corrispondere un metro quadro abbattuto da qualche altra parte, perché Roma deve smettere di crescere in estensione (in altezza, senza esagerare, è cosa diversa) (b) realizzare una rete di tram su sede propria in tutte le periferie, con i capolinea in corrispondenza delle metropolitane e dei treni urbani (c) rifare tutto l’arredo urbano di tutta la città facendo scomparire ogni marciapiede asfaltato - i marciapiedi si lastricano a piastrelle, come in tutte le città civili, ogni cartellone abusivo, ogni segnaletica verticale folle ed inutile, ogni cassonetto - la raccolta si fa porta a porta o comunque casa per casa senza cassonetti per strada, salvo al massimo quelli per vetro - e aggiungendo una pista ciclabile ovunque possibile (ed è possibile quasi ovunque, basta volerlo) (d) dichiarare sinceramente che per fare tutto questo il numero di macchine a Roma deve diminuire - gradatamente, certo - e devono diminuire le auto parcheggiate (e) dichiarare, altrettanto sinceramente, che per finanziare tutta l’operazione occorrerà tassare maggiormente il possesso dell’auto, sia come possesso in se, sia con la sosta tariffata.


Sogni? Sogni. Però, sono convinto che continuare con questo riformismo a metà, oppure con sogni “narrativi” mai concreti, mai visibili, non crea consenso, ma noia.


(La prima immagine, quella della scuola finlandese, l’ho trovata sul web. La seconda è una mia foto a Monaco di Baviera, al capolinea del tram 23).


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9 settembre 2010

Panchine


Quasi ogni giorno, percorro la pista ciclabile di Caracalla per andare al lavoro. Quasi ogni giorno, mattina e sera, da circa un mese, incontro, seduto o sdraiato su una delle panchine affacciate sulla pista, un uomo abbastanza giovane, coi capelli corti, vestito piuttosto bene, con giacca e mocassini e l’aspetto abbastanza pulito. Non legge, non fa nulla, tendenzialmente non guarda..

Pensando a questo barbone elegante, ho riflettuto sul fatto che è buona cosa, in una città, avere molte panchine.


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10 gennaio 2010

Niente tram con Renzi

Renzi è stato eletto sindaco di Firenze con le primarie, è giovane e bello, dovrebbe essere la dimostrazione che innovare si può.

Ma qualcuno che lo consigli un po' meglio su come si organizza un trasporto locale moderno in una città, lo riusciamo a trovare? Qualcuno che gli suggerisca di fare, che so, una visitina alla Torino di Chiamparino, capitale dell'auto che riserva alcune strade al passaggio dei soli tram e autobus più i pedoni, e pedonalizza quasi tutto il centro?




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26 novembre 2009

Il decalogo dei ciclisti romani

Oggi alle 17 (praticamente fra 40 minuti, e quindi purtroppo non ci sarò...) i ciclisti romani incontrano gli assessori del Comune di Roma. Hanno preparato un condivisibile decalogo del ciclista urbano. Qui le coordinate dell'incontro.
La speranza che l'amministrazione Alemanno riesca a fare meglio di quella Veltroni - che sulla ciclabilità è stata assai scarsa - è ridotta al lumicino. Ma non è una buona ragione per non farsi sentire e non provarci. Auguri a tutti e, mi raccomando, fate in modo di non sembrare i soliti fanatici, spiegategli che andare in bici al lavoro è e può essere una cosa normale, semplice, abituale...


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25 novembre 2009

Vado al lavoro in bici

Il grande Bikediablo anima da qualche tempo un forum cui non riesco a partecipare per mancanza di tempo - mica si può fare tutto. Però, dato che vado al lavoro in bici tutti i giorni, mi permetto di segnalare un bel logo che ho trovato saltabeccando qua e là sul forum.
Eccolo qua:


E speriamo di diventare sempre più numerosi....


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26 agosto 2009

Dialetti, global, no global e reazionari

Chi vuole riflettere seriamente sulla diatriba sui dialetti può utilmente leggersi:

Poi, se ci si vuole deprimere, basta leggersi i commenti a Debora.
Mentre consiglio, per avvicinarsi alle celebrazioni risorgimentali del prossimo anno, di leggersi questi due libri di Luciano Bianciardi


21 agosto 2009

Da consumarsi previa bollitura

Quando posso, compro il buonissimo latte crudo dai distributori automatici, qui a Roma o, quando sono nelle Marche, ad Amandola.
Bene, proprio ad Amandola sul distributore ho trovato una grossa etichetta con scritto "prodotto da consumarsi previa bollitura". Naturalmente a fianco c'erano ancora tutte le istruzioni e spiegazioni sull'uso del latte crudo, che ricordano che "non occorre bollire il latte, perché perde sapore e qualità nutritive".


Quel che è successo è ovvio: un'ordinanza ministeriale ha fatto proprio il noto terrorismo dei grandi produttori di latte industriale, e generato la solita confusione italica.
Ecco, io non sono un fanatico del "cibo naturale" contro quello industriale., che uso e consumo spesso e volentieri senza particolare terrore. Però, certe cose le trovo davvero ridicole.

Approfondimenti qui. E qui altre considerazioni sul latte.

Ricordate Anita Eckberg in Boccaccio '70, nell'episodio di Fellini? "Bevete più latte, il latte fa bene


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26 marzo 2009

La notte dei morti viventi

L'importante non è far vivere degnamente i vivi.
L'importante è tenere in vita il più a lungo possibile i già morti.



10 marzo 2009

... fondata sul cemento

Via Petrolio, vi invito alla lettura della nuova costituzione della repubblica italiana.


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9 febbraio 2009

Catechismo

"L'interruzione di procedure mediche sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Le decisioni vanno prese dal paziente o da coloro che ne hanno legalmente il diritto." Catechismo della Chiesa cattolica articolo 2278.

Tristi per Eluana e per tutti quelli che hanno sofferto e soffrono come lei, faremmo bene a ricordare sempre, anche, la mostruosa ipocrisia di quelli che hanno brandito la chiesa cattolica per scopi che niente avevano a che fare con la sua sofferenza.




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29 gennaio 2009

Testamenti

Non mi sono mai occupato di bioetica. Ci capisco davvero poco e probabilmente evito di approfondire il tema proprio per una certa idiosincrasia e paura dell'argomento. Tuttavia, mi è capitato di leggere questo articolo di Chiara Lalli, e mi sono davvero arrabbiato. Consiglio anche a voi la lettura, per potervi utilmente e sanamente arrabbiare come me e Chiara.


26 settembre 2008

Piccolo diario di un ciclista urbano

La prima parte del percorso è fuori pista ciclabile, ma dovrebbe essere gradevole perché costeggia le mura aureliane. Tuttavia, in questi ultimi giorni mi accorgo che le auto parcheggiate sulla già stretta strada, in evidente divieto di sosta e in piena curva, sono in aumento, e quindi la mia bici è costretta a contendere lo spazio vitale alle auto in marcia, oppure a salire su un marciapiedi strettissimo e completamente dissestato. Comunque, dopo porta San Sebastiano, la situazione migliora e affronto la leggera salita in tranquillità.
Certo, ci vorrebbe davvero poco per ricavare una pista ciclabile sul marciapiede di quella strada, non percorso praticamente mai da alcun pedone...
Poco dopo l'ingresso nella pista ciclabile della Cristoforo Colombo, si incrocia via Cilicia. La pista si interrompe, non c'è semaforo ciclabile, in pratica l'unico modo di riprenderla dopo l'interruzione è inserirsi in contromano sulla Colombo, costeggiando l'alto marciapiede ed evitando le auto che in continuazione girano sulla destra immettendosi su via Cilicia che, come molti ricorderanno, è sostanzialmente una autostrada urbana. Ci si chiede se il progettista della pista sia folle, oppure se semplicemente hanno finito i soldi o si sono scordati di mettere in sicurezza quel punto. Comunque, io guardo intensamente negli occhi i guidatori della auto che girano a destra e passo veloce davanti a loro. Al ritorno, invece, dato che la posizione non frontale non consente lo sguardo diretto, preferisco girare proprio per via Cilicia e percorrerla sul marciapiede abbastanza largo, sempre privo di pedoni ma mediamente dissestato. Il godimento nel superare la colonna di auto in perenne fila in attesa del semaforo di via Latina mi ripaga della puzza dei gas di scarico...
Proeseguo sulla pista ciclabile, a questo punto perfetta anche se un po' troppo zigzagante da un lato all'altro della Colombo, con conseguente perdita di tempo negli attraversamenti pedonali ed eccesso di curve a gomito. Ma durante il percorso incontro almeno:
  • una o più auto parcheggiate nei punti di incrocio della pista, che costringono a scendere dalla bici o a salire su un marciapiede o altro. Ogni auto parcheggiata viene da me sistematicamente battezzata con la tecnica di alzare i tergicristalli, incluso quello posteriore. Lo so, dovrei munirmi di bigliettini esplicativi e appiccicarli sui vetri, ma mica posso passare tutta la mattina a fare l'educatore degli automobilisti ignoranti...
  • vetri di bottiglie di birra rotte durante la notte (in particolare nel tratto che precede la Regione Lazio)
  • pedoni che camminano sulla pista ciclabile del tutto inconsapevoli del fatto che le biciclette sono silenziose. Se non siete ciclisti non ci avrete fatto caso, ma vi assicuro che il pedone medio cammina sempre esattamente al centro della carreggiata della pista, oscillando sempre in modo evidente ma imprevedibile da un lato o dall'altro, cosicché se gli arrivi da dietro e non hai un campanello a sirena, sei costretto a rallentare e a urlargli nelle orecchie "permesso!!!!". Considerato che a fianco della pista c'è praticamente sempre un comodo marciapiede, questo comportamento è evidente segno di come a Roma la bici sia considerata un accidente. Non vedo spesso pedoni camminare al centro di una carreggiata stradale, mentre tutti camminano allegramente al centro delle ciclabili.


Superato il bel ponte ciclabile sulla Laurentina, abbandono la pista e percorro la via che costeggia il Luneur, la salita più dura (si fa per dire) del percorso. Poi prendo via della Musica e percorro la Laurentina in discesa sul marciapiede. Altro punto dove disegnare una pista ciclabile costerebbe ben poco. Dopo avere superato la stazione della metropolitana, eccomi su via di Vigna Murata.

Che sarebbe larga, che avrebbe tutto lo spazio per farci una pista ciclabile nel terrapieno centrale, ma che devo percorrere su strada con qualche rischio, perché il marciapiede, strettissimo, è pieno di bei platani che costringono in certi punti perfino i rari pedoni a scendere.
Il problema è che il lato destro della strada è un susseguirsi di tombini molto più in basso dell'asfalto, e di asfalto crepato. ma tant'è, con un po' di attenzione si supera anche quel pezzo di strada, per altro abbastanza breve, e arrivo a destinazione.




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29 luglio 2008

Fomentare l'odio

Mi rendo conto di aver scritto ormai vari post "in difesa dei fannulloni". Mi sono chiesto io stesso perché, e ho capito che l'ho fatto per istinto, ma che l'istinto mi ha portato nella direzione giusta.

L'ho fatto per istinto, per la mia tendenza a dubitare delle idee troppo conformi alla norma, dei discorsi troppo universalmente approvati da tutti. Come il discorso sulla cronica inefficienza della Pubblica Amministrazione e sulla sua causa principale: appunto, i fannulloni.

Ma la ragione vera e profonda per la quale questo attacco ai dipendenti statali è un triste segnale di tempi bui, non sta nel merito della questione. Nel merito della questione, infatti, come sempre, c'è ovviamente del vero. E' vero che ci sono statali fannulloni, è vero che lo stato è inefficiente, è perfino vero che il precedente governo non ha avuto il fegato di fare qualcosa di serio in merito e, soprattutto, è certamente vero che la grandissima parte dei sindacati e dei sindacalisti del pubblico impiego portano una grande responsabilità nell'aver sistematicamente protetto i "fannulloni" e sguazzato in una normativa barocca oltre che inutilmente vincolistica. E' vero, quindi, che qualcosa bisognava urgentemente fare, anche se ovviamente sul cosa fare continuo a pensare, con Alberto, che sarebbero ben più efficaci altre cose.

Il fatto, però, è che chi attacca i dipendenti statali lo fa non perché gli interessi qualcosa del merito della questione, ma semplicemente per fomentare l'odio, per costruire l'ennesimo capro espiatorio. Ormai la tecnica è sistematica: si individua un nemico contro cui eccitare l'odio popolare, e lo si usa per concentrare l'attenzione mediatica e costruire una realtà virtuale che, a sua volta, generi consenso per decisioni più o meno drastiche e semplificatorie. In rapida successione, i rom, gli extracomunitari, gli insegnanti meridionali, gli statali.

Ogni volta, il capro espiatorio è un'intera categoria, dove diventa impossibile distinguere tra buoni e cattivi, dove la responsabilità personale viene abolita e conta solo la supposta responsabilità globale dell'intero gruppo.
E, di nemico in nemico, si costruisce una civiltà di grupposcoli, corporazioni che si odiano, gente che si guarda in cagnesco, e che trova solo nell'identificazione col capo che "lui sì che è in grado di fare e decidere", l'unico momento unificante.

Ecco, non mi riesce di prendere sottogamba questa mutazione del comportamento comune, per la quale chiunque si sente in diritto di inveire ferocemente contro il proprio "nemico," dipendente pubblico o rom che sia. Basta salire su un taxi e scambiare quattro chiacchiere col tassista, o guardare le prime pagine di Libero e del Giornale. Il tassista medio pratica l'odio, sicuro di poterlo fare perchè lo spirito del tempo rappresentato benissimo dalle due sullodate testate, gli dice che è tempo di odiare.

PS: leggete questo post di Francesco e anche questo di Eli, per favore.


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permalink | inviato da corradoinblog il 29/7/2008 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


16 luglio 2008

La scusa della sempificazione



La scusa della semplificazione è usata per l'ennesima volta dal governo. Questa volta per affossare i timidi tentativi del precedente governo in materia di efficienza energetica degli edifici. Con la certificazione energetica progressivamente obbligatoria, da un lato si incentivavano le costruzioni ecologiche, dall'altro si dava un possibile riconoscimento economico a chi aveva la casa certificata. Perché una casa con un buon certificato energetico avrebbe avuto maggior valore di una che consuma troppo.
Voilà, con la scusa della semplificazione, i certificati energetici non sono più obbligatori, e checcefrega del risparmio energetico, del clima, dell'ambiente...

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