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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


Libri


23 luglio 2013

Katniss Everdeen

Un paio di settimane fa ho scoperto per caso l'esistenza di una trilogia di fantascienza appartenente al genere Young Adult. Il periodo di stress lavorativo mi ha indotto a lanciarmi in una lettura (che pensavo) d'evasione. E non ho più smesso finché non mi sono bevuto le non pochissime pagine dei tre romanzi.


Il fatto è che da un lato ho avuto tra le mani una storia scorrevolissima, intrisa di colpi di scena e continue svolte narrative, insomma la classica macchina letteraria costruita in modo "industriale" al preciso scopo di catturare il lettore. Ma dall'altra mi sono reso conto che, dietro questo livello base - quello della letteratura commerciale per Young Adult, appunto - emergeva un sottotesto di una certa profondità e comunque di grande durezza, e ben poca speranza a dispetto di un apparente lieto fine.

Terminata una lettura che definirei compulsiva, durante la quale ogni momento era buono per ripensare alle vicende di Katniss Everdeen, ho tentato di capire e riflettere su questo effetto totalizzante che un ultracinquantenne come me non dovrebbe subire. Un romanzo pensato per far identificare nei personaggi una ragazzina di quindici anni di oggi, non dovrebbe fare lo stesso effetto a chi ritiene che la letteratura sia Le illusioni perdute di Balzac, Guerra e pace, Moby Dick, La chiave a stella di Primo Levi e Le città invisibili di Calvino. E che la fantascienza sia Fahrenheit 451 o La svastica sul sole.

Così, ho provato a cercare in rete recensioni e opinioni sulla trilogia, trovando molto - ovviamente - anche sul film tratto dal primo romanzo, che è divertente e ben costruito ma, a parte qualche conturbante inserto sui distretti visti come campi di concentramento - racconta solo il primo livello della storia.

Recensioni che possono dividersi grosso modo in tre categorie:

· osanna adolescenziali, prevalentemente femminili, nei quali si esalta la scrittura, il carattere complesso ma entusiasmante della protagonista, la passione dei personaggi e della storia, e si rileva come lo spunto del reality show televisivo portato a conseguenze mortali sia una di quelle cose che fa riflettere;

· recensioni "tecniche" scritte da appassionati del genere, tendenzialmente molto positive per la costruzione narrativa e la capacità di modificare e rendere originale una spunto narrativo (il reality mortale) in realtà niente affatto nuovo; anche qui, la chiave interpretativa prevalente è quella televisiva: la società mediatica, la televisione che si sostituisce alla realtà, ecc.;

· stroncature scritte da lettori adulti, tutte più o meno incentrate sulla presunta banalità dello spunto e sulla qualità della storia d'amore del terzetto Katins Gale Peeta.

Detto che, onestamente, ho trovato le stroncature molto meno interessanti e motivate per capire la trilogia, perfino rispetto a certi osanna adolescenziali oggettivamente ingenui, osservo che questo mondo distopico degli Hunger Games è qualcosa di più e di peggio di un mondo nel quale per tenere a bada possibili rivolte si fanno circensi televisivi mortali - in fondo, nulla di diverso dai gladiatori romani.... E quel qualcosa di più è ciò che fa di questa trilogia un pugno nello stomaco per chi voglia vedere, al di la della superficie standardizzata da prodotto commerciale di alto livello.

La macchina narrativa, infatti, è messa al servizio di una tesi terribile: il potere è senza redenzione, sempre. È sempre cattiveria e sopraffazione. I buoni del distretto 13 non sono migliori dei cattivi di Capitol City, perché il loro movente è comunque il governo e il potere. Gale, l'amico di sempre di Katniss che inventa armi e finisce per contribuire all'uccisione di Prim, l'amata sorella minore, è l'eterogenesi dei fini, la dimostrazione che i mezzi finiscono per distruggerti e cambiarti. Tutti usano tutti in una relazione di potere alla quale Katniss tenta inutilmente e continuamente di sottrarsi per tutta la vicenda. Il buonissimo Peeta, in mancanza di possibilità di integrarlo nella crudeltà del potere in modo "naturale", viene forzato con tecniche di tortura e, alla fine, anche lui è trasformato. E praticamente tutti i personaggi tranne il presidente Snow sono ambiguamente sospesi fra bontà e cattiveria, ingabbiati nei ruoli loro assegnati dalle diversissime (ed estreme, siamo in un mondo di fantasia) convenzioni sociali. Una come Katniss, cacciatrice di frodo per sopravvivere, non può che ribellarsi, ma sa che la ribellione è inutile.

Alla fine, l'apparente lieto fine non fa che confermare una sconfitta. Il massimo che puoi fare è trovare uno spazio per la tua vita privata negli interstizi della storia e della tragedia umana. Se ti va bene, approfitti di qualche periodo di pace e tiri avanti, costruendoti una felicità privata (e in questo senso è bella e struggente l'idea del libro della memoria scritto da Katniss e illustrato da Peeta, perché almeno il ricordo dell'orrore ma anche della qualità umana delle persone non sia perduto). Ma se alzi lo sguardo ti accorgi che la giustizia non è di questo mondo.

In breve, è un romanzo sulla sconfitta della politica come mezzo per dare una vita migliore alle persone, e sulla convinzione che l'unica politica realmente esistente è quella che serve a conservare il potere. E, aspetto anche più deprimente, è un romanzo che racconta una sconfitta della politica come agente di cambiamento anche ben al di là delle motivazioni nobili e delle speranze di chi la pratica. Puoi partire con le migliori intenzioni, ma il potere ti cambierà, sempre.

PS. Ho scoperto un intero mondo di distopie ed eroine distopiche, un immaginario cupo e spesso dozzinale e consolatorio. Significherà qualcosa che queste storie si diffondano a macchia d'olio, siano grandi successi e diventino industria....


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11 agosto 2009

Fantascienza e Cinema

Visto che è uno strano libro di fantascienza, e che per di più parla di cinema, non poteva proprio non piacermi.
More about Uomo nel buio

Buona lettura anche a voi.


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2 agosto 2008

Libri che spiegano il mondo

Se si vuole capire cos'è il nostro mondo, questi quattro libri sono necessari e sufficienti:
Fernand Braudel, Civiltà materiale e capitalismo
Karl Polanyi, La grande trasformazione
Giorgio Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati
Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie

Due altri libri, però, potrebbero servire per allontanarsi un po' dal materialismo e capire come si sono costruite le strutture mentali e il funzionamento delle relazioni sociali nel nostro occidente:
Jacques Le Goff, La nascita del purgatorio
Honorè de Balzac, Illusioni perdute

Se si vuole andare più in dettaglio, navigando verso il presente tecnologico, o tentando di capire la globalizzazione finanziaria, o immaginando i futuri possibili, o tentando di ricostruire cosa sono l'Europa e l'America, allora è necessario leggere anche questi:
Luca De Biase, Economia della felicità
Silvano Andriani, L'ascesa della finanza
Jacques Attali, Breve storia del futuro
Jacques Attali, Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo
George Steiner, Una certa idea di Europa
Emmanuel Todd, Dopo l'impero

Se si vuole capire il senso della macchina economica capitalista, basta leggere:
Pierangelo Gargenani, Valore e domanda effettiva
Pierangelo Garegnani, Marx e gli economisti classici
Joseph Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori
Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà

Se poi si volesse provare a immaginare come cambiare il mondo, oltre agli spunti un po' vaghi sparsi nel libro di Ruffolo e in quello di Attali, si deve leggere questo libretto pragmatico, che è un programma politico di raro realismo che nessuno, tuttavia, sembra riuscire a cogliere:

Peter Barnes, Capitalismo 3.0

E fatta questa mia personalissima lista di capolavori, saluto tutti. Il blog chiude per una breve vacanza, e tornerà attorno al 20 agosto. Buone cose.


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4 dicembre 2007

Cortocircuito

L'anarchico che nel 1875 racconta gli Stati Uniti d'America come il regno del consumismo e dell'anomia, usando probabilmente le parole di qualche pensatore, come spesso in questo romanzo citazionista di Antonio Scurati, entra in cortocircuito con tutta l'argomentazione sulla trasformazione della modernità solida in modernità liquida, svolto da Bauman in questo complesso libro.
E' un puro caso che la mia lettura di questi due libri sia iniziata e finita quasi contemporaneamente: sulla carta, non c'era particolare nesso fra la storia romantica e risorgimentale di Scurati, che si svolge addirittura prima della modernità solida del novecento, e la descrizione di Bauman della modernità liquida, della società sotto assedio del nostro nuovo secolo, frantumata dalla globalizzazione e dal dominio del consumo immediato, pura rincorsa del desiderio continuamente alimentato da stimoli che devono essere immediatamente sostituiti da altri stimoli.
E invece, appunto, è scattato un cortocircuito, come se storie diverse, libri diversi letti per motivi diversi, mi portassero sempre allo stesso filo.
Un filo che ora prosegue, con Outlet Italia di Cazzullo, a scoprire che il raffinato sociologo Bauman e lo svelto giornalista Cazzullo raccontano in parte la stessa storia uno analizzandone i fondamenti, l'altro facendone l'esatta cronaca empirica.
Ma, significativamente, Cazzullo inizia il suo racconto affermando recisamente che il mondo in svendita degli outlet postula la definitiva vittoria dell'avere sull'essere( pag. 5). Bauman, invece, quando si sofferma sulla contraddizione fra avere ed essere, conclude che la modernità liquida risolve quella contraddizione superandola, perché non è tanto l'avere ad aver vinto sull'essere, ma piuttosto entrambi sono sconfitti e superati dall'usare istantaneo, ossia dalla inesausta necessità del consumo moderno a sostituire un oggetto a un altro: non conta avere, conta solo desiderare di avere, usare e buttare via velocemente ciò che si è usato, in questa incredibile società produttrice, prima di tutto, di grandi quantità di rifiuti (pag. 158 e seguenti).
****
Per mia chiarezza, ho costruito due mappe concettuali per fissare parte delle idee di Bauman. In una, c'è uno schema della modernità solida, in una di quella liquida. Non c'è giudizio di valore, un meglio o un peggio nei due modelli. Ma, certamente, tutto il libro finisce per trasmettere una certa angoscia sul presente, perché il suo nucleo essenziale ci suggerisce la pressoché totale impotenza della politica. Una impotenza che porta le persone a non credere a soluzioni collettive, ad affidarsi a "soluzioni biografiche per problemi sistemici". E che spiega la mancanza di obiettivi collettivi, il nichilismo e l'agitarsi diffuso di molti.
Forse, una dose di pessimismo eccessivo, se provo a mettere in cortocircuito un altro libro letto recentemente, quello di Todd sull'impero americano. Dove, oltre a dire tutto il male di molti aspetti della globalizzazione, un pragmatico approccio demografico consente di giungere a conclusioni un po' diverse: alfabetizzazione, istruzione delle donne, lenta rivoluzione demografica, lento aumentare del consumo, sono tutti fattori di promozione sociale reale, che non contraddicono l'aumentare delle differenze sociali all'interno di ciascun paese, ma rendono evidente anche l'aspetto positivo, di emancipazione, dell'avvio di certi processi.
****
Mai come in questo caso, nessuna conclusione definitiva a questo post. Sto solo appuntando pezzi di riflessioni e di idee e, appunto, cortocircuiti.


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10 agosto 2007

Maigret e la giovane morta

Immagine di Maigret e la giovane morta

Simenon è una garanzia. Questo non è il suo Maigret migliore, ad esempio perché l'ispettore Lagnoso è appena un po' troppo una macchietta, e la contrapposizione Louise-Jeanine un po' schematica. Tuttavia non si può evitare di partecipare e soffrire con Maigret per il deprimente destino della povera Louise, che sembra a tratti somigliare alla Merlettaia di Goretta.
La cosa che, tuttavia, mi ha più colpito in questo libro, come in quasi tutti quelli di Simenon, è l'ambientazione accurata: l'ossessione per gli indirizzi dei luoghi non è casuale: se li guardate su questa mappa che ho fatto  vi accorgerete che tutto è realistico, e tutto ruota attorno a Rue de Clichy. E' come se Simenon ci facesse viaggiare per Parigi assieme a Louise e ai suoi pedinatori postumi, Maigret e Lognon.



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13 ottobre 2006

La commedia umana - Honorè de Balzac

È da qualche tempo che non aggiorno la lista qui a fianco dei libri letti. Sebbene Le illusioni perdute sia di gran lunga superiore a Splendori e miserie delle cortigiane (il primo è un grande romanzo universale sullo scontro fra le speranze giovanili e la società costituita, il secondo è solo un’appassionante susseguirsi di fatti con un plot un filo artificioso), riporto qui un brano dalle Cortigiane che ha una spaventosa caratteristica di modernità. Spero serva a ricordare un po’ a tutti come non ci sia davvero nulla di nuovo sotto il sole. La grandezza della Commedia umana, del resto, è proprio nel fatto che sembra scritta oggi, ed invece è passato ben più di un secolo. Perché davvero racconta la commedia umana di noi occidentali.

 

Che uno speculatore si faccia saltare le cervella, che un agente di cambio scappi, che un notaio trafughi il patrimonio di cento famiglie, cosa peggiore di un assassinio, che un banchiere liquidi, tutte queste catastrofi, dimenticate a Parigi in pochi mesi, sono presto sommerse dalla marea della grande città. Le ricchezze colossali dei Jacques Coeur, dei Medici, degli Ango di Dieppe, degli Auffredi di La Rochelle, dei Fugger, dei Tiepolo, dei Corner furono un tempo conquistate onestamente mediante privilegi dovuti all’ignoranza circa il luogo d’origine delle merci preziose; ma oggi le conoscenze geografiche sono penetrate nelle masse, la concorrenza ha limitato i profitti, sicché qualsiasi ricchezza troppo rapidamente acquisita o è l’effetto di un caso e di una scoperta, o il risultato di un furto legale. Pervertito da esempi scandalosi, il basso commercio ha risposto, soprattutto da dieci anni a questa parte, alla malafede delle concezioni dell’alto commercio con odiosi attentati sulle materie prime. Dove si pratica la chimica non si beve più vino, e l’industria vinicola muore. Si vende sale adulterato per sfuggire al fisco. I tribunali sono spaventati da questa generale disonestà. Il commercio francese, infine, è sospetto al mondo intero; e anche l’Inghilterra va corrompendosi. Da noi il male deriva dalle leggi politiche. La Carta ha proclamato il regno del denaro, il successo diventa pertanto la ragione suprema di un’epoca atea. La corruzione delle alte sfere, malgrado gli splendidi risultati e le ragioni speciose, è infinitamente più laida delle corruzioni ignobili e quasi personali degli strati inferiori, di cui alcuni particolari servono da nota comica, un comico terribile se volete, in questa «scena ».

 

PS: consiglio vivamente il link che ho messo sopra, e anche quest’altro.




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30 giugno 2006

George Simenon - L'horloger d'Everton

Ci sono due storie dentro questo romanzo. La prima storia è una rappresentazione magistrale della commedia della vita, nella forma del racconto minuzioso, pacato e trattenuto dei più minuti dettagli del rapporto fra un padre e un figlio. Il padre orologiaio, dalle abitudini regolate, dalla vita normale e sorvegliata, abbandonato da anni dalla moglie, che si dedica al figlio con dedizione e silenzio. Ed è convinto che fra lui e il figlio scorra - senza bisogno di parole - una completa comprensione. Il figlio sedicenne, sempre normale, vagamente debole di fronte ai prepotenti, che improvvisamente fugge per amore con l'obiettivo di sposare la sua giovanissima partner, e si mette nei guai. E si comporta come un adulto determinato ma senza vero scopo.
La seconda storia è identica, per ispirazione, a Siamo uomini o caporali di Camillo Mastrocinque con Totò: quando l'orologiaio Galloway riconosce nel suo avvocato i tratti del secondo marito di sua madre, un uomo di successo, avviene il cortocircuito: Galloway accetta con fatalismo la ribellione di suo figlio, perché è sotto altra forma la sua ribellione, e prima di lui quella di suo padre. Ribellioni inutili di uomini contro lo strapotere dei caporali...
****
Sebbene sia la seconda storia quella che dà corpo e sostanza al racconto, io sono stato preso, compreso e quasi travolto dalla prima. Noi padri ci figuriamo che il non detto fra padri e figli abbia sempre senso, e sempre il senso che a noi piace e rassicura. Ma spesso, purtroppo, non è affatto vero. E questo libro aiuta a ricordarcelo e ci obbliga ad essere più decisi e più trasparenti.
****
Un libro terribile nella sua tranquilla normalità delle piccole cose, da leggere come e più molti altri Simenon.




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12 gennaio 2006

Victor Hugo, I miserabili

Sognare di prolungare indefinitamente le cose defunte e di governare gli uomini con l’imbalsamazione, restaurare i dogmi in cattivo stato, rindorare le teche, rintonacare i chiostri, ribenedire i reliquari, riammobiliare le superstizioni, vettovagliare i fanatismi, rifare il manico all’aspersorio e l’impugnatura alla spada, ricostituire il monachesimo e il militarismo, credere alla salvezza della società con il moltiplicarsi dei parassiti, imporre il passato al presente, tutto ciò sembra strano. Eppure si trovano teorici anche per simili teorie; costoro, intelligenti d’altronde, seguono un procedimento semplicissimo: applicano sul passato una vernice che chiamano ordine sociale, diritto divino, morale, famiglia, rispetto degli antenati, autorità antica, santa tradizione, legittimità, religione...


Questo brano è stato pubblicato nel 1862. Sembra scritto oggi. Sembra dedicato a tutti i corifei delle guerre di civiltà e a tutti i nuovi fondamentalisti – l’aspersorio e la spada.

Victor Hugo è stato davvero un grandissimo scrittore, e i nostri sono davvero tempi percorsi da un poderoso e triste tentativo di ritorno al passato.





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28 ottobre 2005

Oreste del Buono - Niente per amore - Feltrinelli, 1962

Recentemente, abbiamo avuto due lasciti di vecchi libri, prevalentemente in inglese. Per l'ennesima volta, lo spazio in casa è finito, e questi vecchi libri profumati di muffa cartaria si sovrappongono ai precedenti. Per l'ennesima volta, è difficile buttare qualcosa di questi recuperi, di questi libri che i proprietari, per un motivo o per l'altro, avrebbero mandato al macero.

La funzionaria della FAO da cui proviene l'ultimo lascito deve avere gusti eclettici ma sicuri. Fra i suoi libri, ecco comparire un'operina teatrale di OdB – per me, prima di tutto, lo storico direttore di Linus ma, anche, l'autore di un romanzo fondamentale per la mia formazione giovanile (Oreste del Buono, I peggiori anni della nostra vita, Einaudi).



Mi sono buttato nella lettura con voracità, attirato da copertina e sovracopertina, la prima elegantissima elaborata dal mito della grafica anni '50 e '60 (Albe Steiner), la seconda affascinante foto in bianco e nero di Valeria Moriconi, interprete a teatro delle due parti femminili, Sandra e Valeria.

Una storia cattivissima, dolente e spietata, che trasuda primi anni '60 e s'ispira nemmeno troppo di nascosto al rapporto fra Antonioni e Monica Vitti, raccontando l'ambigua moralità e i compromessi di chi cerca la carriera e il successo ma vorrebbe mantenere alti ideali. Inoltre, un meccanismo narrativo che duplica, nel soggetto cinematografico attorno a cui ruota la trama, e nella duplice parte svolta dalla stessa attrice, il nucleo narrativo sentimentale: niente per amore, appunto. Nessuno fa niente per amore, e le donne, agli occhi di un uomo che la pensa così per imposto cinismo, sono tutte la stessa donna.



A leggere adesso una simile opera minore di un autore minore (per quanto sia affezionato a OdB, il suo lato migliore è stato sempre quello di organizzatore culturale e direttore, non quello di scrittore) ho provato insieme soddisfazione e stupore. Soddisfazione di aver scovato nelle pieghe del caso qualcosa di comunque prezioso e certamente scomparso. Come se avessi partecipato ad una fortunata ricerca archeologica. Stupore, sia perché davvero certe cose e certi temi sono eterni e di lunga durata, sia perché, al tempo stesso, il tempo passa in fretta e cambia davvero tutto: l'insieme di vecchio e di nuovo in questo testo è davvero inestricabile...




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16 giugno 2005

Abraham Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane, Einaudi

Più che un romanzo, una sceneggiatura di un film, che mi piacerebbe vedere. Certamente meno ambizioso di libri come “La sposa liberata” o “Viaggio alla fine del millennio”, ma non per questo meno appassionante. Una storia semplice e compatta, con momenti visionari legati al picaresco viaggio nel paese dell'est (Russia?) in cui dovrà essere sepolta l'immigrata uccisa nell'attentato suicida a Gerusalemme, spunto iniziale del libro. Il viaggio sul blindato riconvertito a mezzo civile, l'intossicazione alimentare nel rifugio atomico abbandonato e diventato attrazione turistica, i vecchi militari sbandati e i contadini sempre uguali ricordano da vicino il bellissimo Luna Papa.
Un libro da leggere e meditare anche per quelli – e sono molti – che continuano a semplificare e a tagliare con l'accetta tutta la questione Israele-Palestina.




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25 febbraio 2005

Georges Simenon, La camera Azzurra, Adelphi

La camera azzurra è la camera d’albergo dove si svolgono gli incontri clandestini di due amanti, in questo romanzo senza Maigret di una potenza narrativa impressionante.

Come diavolo faceva Simenon a costruire contemporaneamente una macchina narrativa perfetta (inevitabile la lettura tutta d’un fiato perché devi sapere come va a finire) e una serie di personaggi, notazioni, paesaggi, ricostruzioni sociali così vere, vive, realistiche, ineluttabili? La femme fatale contrapposta al totale fatalismo del marito traditore eppure in sostanza fedele alla moglie farebbero di questo romanzo un capolavoro di misoginia e antifemminismo. Eppure, la realtà dei personaggi è tale che supera qualsiasi considerazione morale o moralistica.

Proporrei questa storia come paradigma perfetto del romanzo breve, da leggere assolutamente.




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1 febbraio 2005

Teresa Vergalli, Storie di una staffetta partigiana, Editori Riuniti

Mia madre ha scritto un libro, che gli Editori riuniti hanno pubblicato a novembre. L'ho pubblicizzato qua e la, ma ho sempre dimenticato di metterlo sul blog.
Lo faccio ora.
E' proprio un bel libro, tra l'altro, e se ne trovano ancora alcune copie in libreria.

Dall'introduzione di Alessandro Portelli:
"Teresa Vergalli è una staffetta partigiana. Una staffetta è una che porta comunicazioni, che mette realtà diverse in contatto. Con questo libro, Teresa Vergalli continua a fare la staffetta, un lavoro che non ha mai smesso da allora: ancora in queste pagine, ci consegna il messaggio della resistenza, e, staffetta fra le generazioni, mette in contatto noi di oggi e di domani con la realtà di quegli anni decisivi e delle stagioni che li hanno preparati. Perciò, anche se nel libro c'è molto altro, è giusto che la sua identità sia segnata da questa funzione fin dal titolo: Teresa Vergalli è una staffetta, e il comunicato che porta è il libro"




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10 gennaio 2005

Michele Mari, Euridice aveva un cane, Einaudi

Michele Mari è uno dei pochi autori italiani di oggi che sa scrivere. Perfino troppo, visto che sconfina nel manierismo e ad ogni libro cambia stile e gioca in modo forse eccessivo con il linguaggio.

Però, oltre al manierismo, c’è la sostanza e l’emozione di libri con idee e sorprese. Come in Tutto il ferro della Torre Eiffel c’era una erudito ma quanto appassionante ed appassionato viaggio attraverso Parigi, il terrore nazista e il fondamento della libertà del pensiero, nei racconti di Euridice aveva un cane ci sono i grandi misteri dell’infanzia e dell’adolescenza. Soprattutto il racconto che dà il titolo al libro è veramente eccezionale. E poi, mi è sembrato di essere io, quel ragazzino silenzioso e chiuso, lontano dal rumoreggiare e comunicare e giocare e correre del resto del paesino delle vacanze e dei nonni…




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4 gennaio 2005

Una delle tante possibili fini del comunismo





(Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, TEA)




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30 dicembre 2004

Georges Simenon, Le pendu de Saint-Pholien, Pocket

Ciò che colpisce in questo romanzo è il totale irrealismo della situazione. Maigret insegue un uomo e gli sottrae una valigia per pura curiosità, e a causa di ciò provoca un suicidio. Dopodichè continua ad indagare tranquillamente all’estero, senza chiedere autorizzazioni a magistrati o al suo capo, fino a risolvere il caso. E con tutto ciò, il racconto è affascinante come sempre. Il personaggio del viaggiatore di commercio di Liegi, e quello del fotografo/pittore che disegna gli impiccati, sono memorabili.




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3 novembre 2004

Laura Pennacchi, L'eguaglianza e le tasse, Donzelli

Ora che Bush ha (quasi) certamente vinto le elezioni,  e che si può facilmente predire che fra quattro anni salirà sul trono il fratello Jeb, inaugurando una vera dinastia, è ancora più triste notare quanto sia disperatamente giusta l’osservazione di Laura Pennacchi circa la cruciale importanza della crociata antitasse nel bagaglio ideologico della destra moderna, quella che sta scassando lo stato democratico e il compromesso socialdemocratico del secondo dopoguerra.

Le tasse sono un esproprio al diritto “naturale” alla proprietà privata. Un esproprio sopportabile solo se si limitano al minimo necessario per garantire la protezione della proprietà privata stessa. Quindi è lecito solo finanziare uno stato minimo. E quindi – conseguentemente – la strategia è quella di affamare lo stato aumentando la spesa pubblica per le armi e riducendo le tasse. Così, nella malaugurata ipotesi che gli elettori americani, per quanto confusi, sprovveduti e preda di fanatismi religiosi, possano per errore mandare alla casa bianca un democratico, costui non potrà che risanare il bilancio, e non certo rimettere in piedi lo stato sociale.

Un film identico – in versione farsa, naturalmente – a quello messo in scena dal governo Berlusconi.

Che poi, in realtà, non ci sia alcun diritto naturale alla proprietà privata; che il mitico mercato non sia, in realtà, che una istituzione creata dagli uomini e che per di più funziona bene solo se regolata da quell’altra invenzione umana che è lo stato; che l’individuo strettamente autointeressato alla pura acquisizione di beni materiali sia un’invenzione degli economisti, perché vivere è vivere in società, in relazione, e non solo per i beni – tutto ciò, a questi folli ideologi che stanno accecando la metà del popolo americano mischiando soldi, petrolio e bibbia, non interessa affatto. A loro, preme solo mantenere saldo l’impero, finché dura…




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28 ottobre 2004

Jaques Le Goff, La naissance du Purgatoire, Folio/Historie

Un appassionante capolavoro di indagine storica. Eccezionale la capacità di spiegare la mentalità profonda degli uomini del medioevo, le sottigliezze della scolastica, le distinzioni e il lungo dibattito che ha portato i cattolici a inventare il purgatorio, un elemento intermediario assolutamente necessario per rendere dinamica una società altrimenti bloccata dal manicheismo, per rendere accettabili professioni e classi sociali nuove che, attraverso la possibilità di “purgarsi” dopo la morte, potevano peccare in vita – a patto di non peccare troppo.

Come dice Le Goff, la nuance è la caratteristica fondamentale di questo luogo, che consente agli uomini del medioevo di nutrire speranze e, al tempo stesso, di definire un sistema di giustizia e di proporzionalità delle pene.

E. ovviamente e implicitamente, questa indagine storica rende evidente quanto le istituzioni e le credenze di ogni religione siano create, disegnate e costruite dagli uomini per le loro esigenze terrene.

 

PS: c’è anche una edizione italiana da Einaudi




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