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corradoinblog
appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


Heimat e..


11 dicembre 2009

La jetee

Vale la pena di passare 28 minuti a guardare questo capolavoro. Film così non se ne fanno più, foto così belle non ne vedo da tempo.




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21 agosto 2008

La bellezza e la diseguaglianza

Qualche tempo fa sono stato alla Galleria Doria Pamphili. Un concentrato di bellezza, bellezza nel palazzo, nell'architettura della galleria, nei quadri raccolti, bellezza perfino nella voce un po' pastosa del conte Pamphili che, in prima persona, racconta nell'audioguida come e perché una sua illustre antenata abbia raccolto tante ricchezze. Perché era  ricca, cattiva, feroce e ingiusta, ma curiosa del bello.



Se non ci fosse stata diseguaglianza, se non ci fossero stati ricchi che potevano disporre di imponenti surplus di risorse, tanto da dedicarne un po' al culto della bellezza e non solo a quello del potere e delle armi, avremmo ben pochi capolavori d'arte.

Eppure, in questo mondo dove la diseguaglianza sta tornando a livelli moralmente del tutto insopportabili, e dove i ricchi usano il proprio surplus per comprare squadre di calcio piuttosto che per fare i mecenati d'arte, sarebbe bello poter trovare un buon compromesso.

Insomma, la storia dell'arte, dell'invenzione umana ci dice che perseguire un'uguaglianza di stile sovietico è una deprimente idiozia. Ma ci dice anche che la troppa diseguaglianza è una deprimente volgarità, che finisce per distruggere anche la bellezza.


11 luglio 2008

Pentangling

Dopo quarant'anni dal primo disco, il modo di suonare e di porgere i brani di questi cinque vecchi ragazzi, ormai tutti ben oltre la sessantina, è solo lievemente cambiato. E, sebbene si tratti ora, in un certo senso, di accademia e non ci sia più l'esplosione di creatività degli anni fra il '68 e il '72, ascoltare il loro concerto al Lyceum Theatre di Londra è davvero una bella esperienza.

Molti brani sono eseguiti in modo appena più lento e cadenzato, e la sezione ritmica dei fantastici Danny Thompson e Terry Cox assume a volte tratti vagamente ipnotici.
La voce di Bert Jansch, nella prima parte del concerto, non funziona proprio a dovere. Ma ogni volta che cala o che ha un'incertezza, Bert ha un tale mestiere che trova sempre il modo di modificare il tono, cambiare il modo di porgere la canzone. Nella seconda parte, la perfetta ed intensa esecuzione di un capolavoro come The snows basta e avanza per far dimenticare quelle incertezze.

Jacqui McShee dimostra che quarant'anni possono scurire leggermente una voce, ma non impediscono ad una grande cantante di stregare il pubblico con il consueto tono caldo e vellutato e la capacità interpretativa.

Col senno di poi, mi risulta chiaro che l'impasto sonoro del quintetto è davvero diverso e superiore non tanto e non solo per il virtuosismo solista della chitarra di John Renbourn, o per il solido accompagnamento di quella di Bert Jasch, quanto grazie al contrabbasso di Danny Thompson, che guida, sottolinea, chiosa, rafforza, commenta la voce di Jacqui, interrompe il flusso melodico o lo rinnova.



Il Lyceum Theatre è vecchiotto, sedie rosse dall'odore di velluto muffito. Il teatro è pieno e, guardandomi intorno, noto un bel mix di persone. Prevedibilmente, prevale un pubblico di età comparabile ai cinque adorabili vecchietti sul palco, ma non mancano affatto schiere abbastanza nutrite di giovani, alcuni dei quali addobbati in perfetto stile sixties. E' chiaro che qui a Londra esiste una nicchia di appassionati del genere. Inclusi perfino alcuni italiani di Londra...



Il genere. E' un genere? Retrospettivamente, la qualità sonora ed emotiva di questa musica, il mix che oggi si definirebbe quasi da world music, fra jazz, blues, folk, e tanto altro, mi sembra davvero, a distanza di quarant'anni, di molto superiore a tanta altra musica. Retrospettivamente, i Pentangle emergono come un gruppo davvero colossale, un concentrato di creatività, qualità tecnica, passione e poesia.
Eppure, la parabola del gruppo si è svolta tutta nell'arco di quattro anni talmente creativi per la musica pop mondiale, da passare - allora - quasi inosservata. Anche allora, appunto, limitata ad una nicchia. Gli album più importanti del progressive inglese (King Crimson, Van Deer Graaf,...) sono tutti di quegli anni. Lo stesso si può dire del meglio della west coast, dai Jefferson a CSN&Y. E poi i Doors, Jimi Hendrix, Janis Joplin, tutti i possibili mostri sacri, hanno fatto il massimo proprio fra '68 e '72.
Poi, dice che uno finisce per essere nostalgico....




Tento di ricostruire come ho conosciuto i Pentangle, qui in Italia mai trasmessi dalle radio, mai diffusi nei circuiti normali della musica. Le date si confondono, dovrei trovare qualche riscontro che non ho.
A occhio, la mia scoperta di quella mirabile musica è certamente tardiva, di qualche tempo successiva allo scioglimento del gruppo. La mia scoperta dei Pentangle è infatti di almeno due o tre anni successiva alla mia scoperta del jazz, avvenuta più o meno a metà del Liceo, quindi attorno al 1974. E' probabile che la fonte informativa sia stata una qualche recensione su Suono Stereo. Quel che ricordo è che nel gruppo di appassionati di musica folk inglese (e praticanti musica rinascimentale e barocca) che frequentavo all'epoca, andavano per la maggiore i Fairport Convention e l'unico disco gettonato dei Pentangle era Solomon's Seals. Io, invece, folgorato da Basket of Light e, poi, da Reflection, peroravo la causa dei Pentangle e coglievo ogni occasione per farli ascoltare agli amici.

Ricordo anche un concerto dei Pentangle in un teatro tenda a Roma, con la platea semivuota e Danny Thompson che usava un improbabile contrabbasso elettrico. Credo si trattasse già della formazione senza John Renbourn, quella del disco Open the Door, inizio anni '80. Un concerto breve, piuttosto freddo, con cattiva acustica e pubblico poco ricettivo, con noi piccolo gruppetto di appassionati che tentavamo invano di scaldare gli animi, e i Pentangle con l'aria di dire "ma come diavolo ci siamo finiti qui?".

Insomma, una mezza delusione, anche se ricordo benissimo la solita precisione esecutiva e le voci sempre bellissime. Una mezza delusione totalmente compensata dal bellissimo concerto di lunedì. Perché nel 1968 alla Royal Festival Hall non c'ero - ero a Roma, e comunque avevo 11 anni...- Ma lunedì è un po' come se avessi celebrato anch'io quel lontano concerto e quel periodo.



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10 maggio 2005

Heimat 3 - Stanno tutti bene

Cinex ha scritto un pezzo bellissimo e molto appropriato su quello che - fino ad ora - mi è sembrato il miglior episodio di questa terza serie di Heimat.
Quindi questa volta mi risparmio un lungo commento.
Ricordo solo la genialità di alcuni momenti e di alcune frasi. Il vecchio Anton Simon, mentre obbliga la famiglia a posare dietro una antica macchina fotografica, nel decantare la qualità dell'ottica usata (uno dei primissimi prodotti della sua fabbrica di ottiche di precisione) dice più o meno:
"è un obiettivo talmente nitido che si distinguono i pori della pelle. E dietro la pelle si riescono a vedere i pensieri..."
Sembra anche un omaggio al cinema e al fare cinema, alla fotografia e al fare fotografie.




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19 aprile 2005

Se sposi lo spirito dei tempi, diventerai presto vedovo

Questa è la fulminante frase che Anton Simon, vecchio patriarca e abile industriale del settore ottico, dice al suo irrequieto e irrisolto figlio quarantenne, Hartmut, che vorrebbe ingrandire e innovare l’azienda, usando i soldi a credito di un cravattaro del nuovo capitalismo (gli ottimisti parlerebbero di venture capital).

Da sola, è una frase che vale tutto il terzo episodio – Arrivano i russi – di Heimat 3. Non che non ci siano anche altre cose avvincenti o affascinanti, in questo scorrere ondivago di fatti e personaggi che, come sempre in Reitz, si definiscono e acquistano dettaglio e vita giustapponendo in modo apparentemente causale i fatti quotidiani e la storia del mondo. La sorpresa dei russi che sostituiscono gli americani di una base militare dismessa è altrettanto immaginifica della storia della vendita dei pezzi di muro nel secondo episodio.

Ancora, nei precedenti episodi di questa serie Hermann e Clarissa erano sembrati un po’ sfocati, anche se era oggettivamente difficile ripetere l’intensità che i due personaggi avevano in Heimat 2. Sembravano troppo “pacificati”, troppo perfetto ed improvviso il loro ritrovarsi e creare il nido d’amore della Günderrode House. Ora, con il procedere degli episodi, stanno riacquistando spessore. Quell’aria perplessa di Hermann, quel vago stupore ed imbarazzo unito a curiosità verso il mondo, sembrano raccontare del conflitto fra il suo approccio di artista e la concretezza della vita. La difficoltà congenita a conciliarsi con persone come suo fratello Anton, la difficoltà ad avere un rapporto vero con la figlia Lulu.

 

In complesso, arrivati a metà della visione di Heimat 3, resta un vago rimpianto della grandezza insuperabile degli altri due episodi: in un certo senso, troppo colore e troppo poco bianco e nero, secondo la famosa frase di un film di Wim Wenders (“la vita è a colori, ma il bianco e nero è più realistico”). Però, penso che se uno non avesse in testa quei precedenti, direbbe che questi sono davvero grandi film. Nei quali è possibile rintracciare e capire lo spirito dei tempi, senza sposarlo e senza diventare vedovi.




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4 aprile 2005

Heimat 3 - Il muro

Vedendo il secondo dei sei film di Heimat 3, mi sono reso conto che per me la caduta del muro di Berlino non è stata una “svolta epocale” (il titolo della terza serie…). In un certo senso, qui in Italia è come se non ce ne fossimo accorti.

Ne abbiamo parlato, si è fatta molta retorica sulla faccenda. È stato enfatizzato (come ancora accade proprio in questi giorni) il ruolo del papa polacco. C’è stata la svolta della Bolognina del buon Occhetto.

Eppure, almeno a me è mancata la percezione della fisicità dell’evento.

Non nel senso della distruzione del muro, ma proprio nel senso dell’effetto enorme sulla vita delle persone di qua e di là dal muro.

In questo senso, molto più del pur godibile Goodbye Lenin, questo episodio di Heimat dedicato alla Germania unita e campione del mondo di calcio nel ’90, mi ha aperto un mondo e una percezione nuova. Da almeno due punti di vista.

Dal punto di vista del film, della vicenda e dei personaggi. Come spesso gli accade, Reisz riesce a costruire personaggi veri e credibili, credibili perfino in modo struggente, attraverso la successione imprevedibile dei fatti. Il ruolo della sorpresa in questo film è davvero eccezionale. La sorpresa di scoprire Ernst Simon appassionato e collezionista d’arte, in aereo a caccia di capolavori all’est in cambio di videoregistratori e beni di consumo dell’occidente. La sorpresa della base militare dell’est venduta a pezzi dai suoi stessi ex-comandanti. La sorpresa dell’improbabile impresa di realizzare milioni di souvenir del muro impacchettati nelle scatoline delle medaglie di onorificenza Lenin, su commissione della Warner….

Dal punto di vista della comprensione della storia europea degli ultimi anni.  Ci sono tre modi di reagire al repentino cambiamento di orizzonte, da parte dei personaggi “orientali” del film. Gunnar Brehme, che tra l’altro è stato lasciato dalla moglie che si è innamorata di uno dell’ovest (Reinhold, l’assistente di Hermann Simon), torna a Berlino e si scopre piccolo imprenditore (è lui a produrre i souvenir per la Warner). Udo occidentalizza il suo modo di essere (si compra una Ford Fiesta coi primi soldi, spera di andare alla finale del campionato del mondo in Italia), ma resta solidamente semplice. Toby è perplesso. Era un oppositore del regime dell’est ma, a giudicare da molti elementi, da “sinistra”. È affascinato da Ernst, ma non riesce a seguirlo fino in fondo nel suo delirio affaristico/artistico. Si ritrova con il camion e la improbabile statua di Lenin, e non sa bene cosa farne. Assieme alla sua donna, si dicono qualcosa come “ora siamo liberi di sbagliare, e se saremo sconfitti sarà solo colpa nostra”.

Ecco, come fai a diventare un solo paese quando eri una realtà divisa? Diventi come la parte vincente, la copi e scimmiotti? Lasci che le cose accadano? Ti tieni fuori da tutto? Aspetti?

Anche essere Europa unita significa riuscire a trovare costantemente il modo di cambiare identità e mantenere identità. Forse per questo è così difficile digerire le unioni, qualunque unione.

E un cambiamento così grosso ci dice che chi blatera sulla crisi del capitalismo renano non ha capito un tubo. È come se l’Italia avesse, che so, annesso l’Albania e il Montenegro: vorrei vedere l’andamento del nostro PIL!.




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29 marzo 2005

Helga

Perchè i personaggi di un film di “entrano dentro”, perché ti sembrano veri? Perché in altri film riconosci subito lo schema, la costruzione che sta dietro ai personaggi? Qual è l’alchimia dei primi, qual è il difetto dei secondi?

In Heimat 2 il personaggio di Helga Aufschrey (l’attrice Noemi Steuer)  cresce piano piano, mentre accadono le cose cominci a conoscerla, ti sembra di averla frequentata in gioventù… Progressivamente, il personaggio accumula contraddizioni e coerenze, proprio come succede alle persone reali. Scopri i suoi drammi con la famiglia e il chiuso paesino di provincia, scopri la sua fantasia poetica e la passione per i bimbi, assisti al suo progressivo scivolare nel dogma ideologico. Quando la vedi terrorista della Baader Meinhof, in qualche modo te lo aspettavi, ma allo stesso tempo ti dispiace davvero. Hai la stessa reazione del suo storico innamorato senza speranze, il regista Stefan Aufhäuser alter ego di Reisz.

Ne La meglio gioventù ti fanno vedere una futura terrorista esattamente come te la aspetti, senza nessuno scarto, nessuna imprevedibilità. Anche se è chiaro che lo sceneggiatore ha visto Heimat (Giulia Monfalco, la moglie di Nicola Carati - Lo Cascio, futura terrorista, sembra una filiazione diretta del personaggio di Helga), costruisce i suoi personaggi sempre in modo esemplificativo, a tesi. Se uno è psichiatra, non può che essere basagliano tutto d’un pezzo. Se uno è economista, diventerà per forza riformista… Il ’68 non è quella confusa epoca di cose e contraddizioni, ma un monolite di fatti, non è “L’epoca delle molte parole”, come in Heimat 2.

 

(per info: Heimat 1; Heimat 2; Heimat 3)




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4 marzo 2005

Heimat 3

Oggi è il gran giorno. Heimat 3 esce al Nuovo Sacher




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28 febbraio 2005

Heimat 3: il link

al sito del film: http://www.heimat3.de/english/frame.html




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28 febbraio 2005

Heimat 3

Stasera alla libreria Feltrinelli alla Galleria Colonna (ore 18.00) c'è Egar Reitz a presentare Heimat 3, che esce fra pochi giorni nei cinema. Il mio spirito elitario quasi si dispiace, perchè ho il sospetto che fra poco dovrò condividere con troppi la passione divorante per questo capolavoro (secondo me, Heimat e Heimat 2 sono fra le cose più importanti della cultura del '900). Pure, consiglio chi si è persi gli altri 11 e 13 film delle precedenti serie di comprarsi in tutta fretta i DVD!




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23 febbraio 2005

Heimat

Luogo: Monaco di Baviera.
Tempo: 1967
Cito a memoria:
Hermann: "e le tue poesie? volevo sempre metterne in musica qualcuna..."
Helga: "ci sono cose più importanti delle poesie. Gli intellettuali hanno il dovere di difendere la democrazia. Non possiamo permetterci di restare a guardare come fecero molti nel 1933..."

(per chi ha visto Heimat 2, Helga qui dice il giusto, anche se è insopportabile e si accompagna con due odiosi stronzetti...)

Luogo: Roma
Tempo: 2005
Cito da La scuola non è un problema scolastico, di Marina Boscaino, su l'Unità di oggi
"Negli anni Venti e Trenta la non partecipazione o addirittura l'assenza di molti intellettuali hanno avuto per il nostro Paese conseguenze addirittura catastrofiche. ... E' agli intellettuali ... tentati di dire "non mi riguarda" che l'appello del CIDI si rivolge"





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