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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


Europa


1 febbraio 2013

L'Europa fa schifo

L’Europa, quella della Carta dei diritti, quella che dovrebbe comminare sanzioni pesanti ai paesi membri che non rispettano standard minimi di democrazia, libertà d’opinione e non discriminazione, quella che fa tante storie (anche giustamente) per l’ingresso della Turchia, è perfettamente silente nei riguardi di Viktor Orbán e del governo ungherese che sta trasformando quel paese in una dittatura ai limiti del nazismo, dove si nega il diritto di parola e si discriminano ebrei, zingari e etnie diverse dall’ungherese puro.

Solo pochi anni fa l’Europa reagì con una certa durezza all’ingresso di Jörg Haider nel governo austriaco, e nemmeno come prim’attore. Ora, pare che gli standard democratici di questo disgraziato continente in declino stiano rapidamente scemando. Ma, già, ormai conta solo la moneta e l’economia, dei diritti e della democrazia non sappiamo che farcene. Anzi, si comincia a leggere che la democrazia sia un intralcio alla crescita…



20 luglio 2012

La faccio semplice

Sicuramente la faccio troppo semplice. Però mi sembra che ormai ci siano due soli modi di interpretare questa deprimente telenovela dello spread:
  • O i governanti europei sono dei totali incapaci, e la Merkel e i "virtuosi" nordici sono davvero convinti che bisogna far pagare ai PIIGS i loro peccati morali di spendaccioni e, quindi, ben venga lo spread se costringe alla penitenza finanziaria, fino alla distruzione di intere economie, mentre Hollande, Monti e Rajoy continuano a incassare pesci in faccia;
  • Oppure sono complici degli speculatori che stanno facendo i loro bei soldi con questa agitazione sui mercati.
Perché ormai è talmente chiaro che puoi fare le spending review più eccezionali, le riforme strutturali migliori, e magari pure una sana e ben fatta lotta all'evasione, e perfino ridurre un po' le tasse per i poveri mantenendo il pareggio o anche l'avanzo primario, e pure sostenibili politiche per la crescita, e financo le belle cose che sta facendo il buon ministro Barca, ma lo spread resterà lo stesso alto. Qualunque cosa fai, dovunque te ne va, tu sempre pietre in faccia prenderai...

Del resto, gli speculatori stanno felicemente aspettando agosto, quando il volume delle transazioni è molto basso e quindi bastano pochi soldi per far scattare corse al ribasso furibonde (e quel che conta sui media è la variazione relativa, nessuno fa caso che magari si sono mossi pochi milioni di euro). E invece questi governanti europei continuano a riunirsi per non decidere nulla. L'idea di regolare per decreto certi mercati, di vietare alcune porcate, non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello.
La famosa Tobin tax? Boh, forse fra dieci anni, anche se son tutti d'accordo. Il fondo anti spread? Anche lui, con calma e per favore, tanto chissene.

E mi è del tutto oscuro cosa (non) fa la sinistra riformista europea, chiusa anche lei nel proprio particulare nazionale e quindi incapace di guidare qualche cambiamento. Per esempio cominciando ad alzare davvero la voce contro l'ortodossia finanziaria. 



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19 marzo 2012

Contro Ricolfi

Il discorso a pera fatto oggi su La Stampa da Luca Ricolfi mi stimola a mettere in fila un po' di ovvietà didattiche. Una specie di corso di economia del buon senso per principianti.
Il nostro scrive in sostanza che la crescita si ottiene o riducendo le tasse ai produttori, o migliorando il capitale umano, o avendo una amministrazione più efficiente. Aggiunge che la seconda e la terza ricetta sono lente, la prima rapida. E che il problema specifico dell'Italia sono le troppe tasse, non il poco capitale umano o la scarsa efficienza della pubblica amministrazione.

Cominciamo dalle tasse. Dice il nostro che i confronti coi paesi OCSE dimostrano la sua tesi. Infatti, Danimarca, Svezia e Finlandia, che resistono relativamente bene alla crisi, hanno notoriamente una bassa pressione fiscale....

Invece, sostiene il nostro, non siamo (ancora, aggiunge bontà sua) un popolo di ignoranti. Però il calo verticale di iscrizione all'università in un contesto nel quale comunque l'Italia è il fanalino di coda dei paesi OCSE, fornisce un segnale contrario. Riduciamo le tasse ai "produttori" e quelli useranno il maggior denaro per comprare gadget tecnologici dall'estero, che qui non sappiamo produrre....

L'efficienza della pubblica amministrazione, si sa, è un obiettivo difficile. Ma Ricolfi ci sta dicendo, sotto sotto, che è impossibile e che l'unico modo di ottenerla è ridurre ruolo e peso dello stato. Insomma, la solita eterna ricetta.

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Come si esce dalla crisi, allora?

In un'Europa ideale, sarebbe semplice:
Tassazione europea sulle rendite finanziarie e sul carbonio, che assieme ad emissioni di debito europeo finanzi un grande piano di investimenti in deficit spending europeo. 
Politiche retributive espansive nei paesi con bilanci pubblici sani e surplus con l'estero (Germania, Olanda) e politiche di controllo della spesa pubblica statale nei paesi con troppo debito sovrano (ma compensate dagli investimenti europei). Rapido rientro dal debito sovrano grazie all'aiuto e alla solidarietà europea.
Decise politiche di "riforma strutturale", ossia per la concorrenza la competitività, l'aumento dei livelli di istruzione e la ricerca e la sconfitta delle corporazioni, una riforma seria per superare il dualismo nel mercato del lavoro, per tutti quei paesi bloccati come l'Italia, per fare in modo che l'effetto dello stimolo alla domanda realizzato con il deficit spending europeo non vada sprecato nell'immobilismo e nell'inefficienza.

Tassare meno i produttori, anche? Certo, ma non per ridurre in assoluto l'introito fiscale, quanto per spostarlo. E anche questo è banale, lo sanno tutti: la pressione deve spostarsi dal lavoro e dalla produzione alla rendita e alle esternalità ambientali negative. Le entrate devono essere in capo più ai comuni - da un lato - e all'Europa - dall'altro - che agli stati nazionali, per consentire politiche economiche a livello europeo e spesa sociale sussidiaria a livello locale. La tassazione deve servire anche alla redistribuzione perché, come ci insegnano ormai studi consolidati che si preferisce ignorare, una relativa eguaglianza fa bene ad una crescita stabile.

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Schematizzando, l'Italia dovrebbe fare le politiche dell'offerta che sta - timidamente - perseguendo il governo Monti solo a patto che l'Europa facesse le politiche della domanda che servono alla crescita, assieme a una nuova e seria regolazione della finanza. Le sole politiche dell'offerta ci portano dritti alla recessione perenne, le politiche della domanda "in un paese solo" sarebbero forse possibili senza l'euro, come qualcuno comincia a sognare senza rendersi conto che perdere l'euro è perdere l'Europa, e perdere l'Europa significa condannarsi per sempre a un più o meno dolce declino.
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Rileggo quel che ho appena scritto. Mi sembra talmente banale che mi chiedo se valga la pena pubblicarlo. Poi penso che tutto ciò che leggo sui giornali è sempre - o quasi sempre - a senso unico. Da un lato l'approccio - minoritario ma rumoroso - secondo cui l'unico modo per uscire dalla crisi è la spesa pubblica la più vasta possibile, con corollario di retorica dei beni pubblici e quant'altro. Dall'altro lato, la fissazione monotematica della riduzione delle tasse e delle "riforme strutturali" (le politiche dell'offerta) come unica e bastevole ricetta. Ma perché non provano ad ascoltarsi?

  


1 novembre 2011

Meno stato e meno mercato - una riflessione a forma di lettera

Caro Ivan, caro Raoul, caro Marco, Cara Irene e cari tutti voi che ho cominciato a conoscere ed apprezzare fin dall’inizio dell’avventura de iMille nella sua versione “movimento politico”,

Proprio perché vi stimo, e vi voglio bene, e proprio perché grazie ai vostri ragionamenti, alle vostre analisi e alla vostra pratica politica ho potuto aprire la mia mente di ex comunista di mezza età verso un modo più liberale di vedere le cose, più attento alla libertà individuale e alle possibilità di realizzazione delle persone – proprio per questo mi chiedo e vi chiedo per quale motivo ultimamente ho il sospetto che tutti voi (e con voi tutto un certo mondo di sinistra liberale) stiate diventando improvvisamente vecchi di fronte ai mutamenti del mondo. Senza accorgervene.

Voi siete stati capaci di chieder conto al corpaccione del vecchio partito e della vecchia politica di tutte le sue inadeguatezze e di tutta l’incapacità di stare al passo coi tempi. Come giustamente dice Ivan, nel nostro mondo che va veloce c’è bisogno di una politica contemporanea, e la politica espressa dalle nostre classi dirigenti negli ultimi anni non è certo stato un esempio in questo senso, sia nel merito, sia perché a incarnarla stavano persone ben poco “contemporanee”.

Però adesso, di fronte alla grande crisi globale e alla sua incarnazione italiana, vi vedo come presi da una certa afasia e – come dire – da una certa coazione a ripetere. A ripeterele ricette che nel recente passato sembravano le più adatte a svecchiare il nostro paese e che invece ora, alla luce dei fatti, sembrano più adatte ad affossarlo del tutto.

Quel che mi stupisce è che proprio voi, che mi avete insegnato la capacità di leggere il presente, abbiate smesso di farlo, rifiutandovi di vedere quanto il percorso della storia dovrebbe rendere molto evidente. Il percorso della storia ci dice che la liberazione di ricchezza, di libertà e capacità umana, assicurato dalla globalizzazione, si è scontrata con due enormi ostacoli che ne hanno frantumato la forza.

Il primo ostacolo è l’instabilità strutturale e sistemica del capitalismo, quella caratteristica che in tutte le fasi di crescita si tende a dimenticare fino al punto che la teoria economica inizia a parlare di fine dell’esistenza del ciclo economico. Raoul, il fatto che oggi siamo palesemente in un “Minsky moment” dovrebbe chiarirci finalmente che non basta pensare ad una qualche più o meno blanda regolazione del capitalismo per realizzare un mondo un po’ meno ingiusto. Quelche serve è ben di più di una semplice regolazione, è una politica che stabilizzi l’instabilità strutturale attraverso una parziale socializzazione dell’investimento, ossia della componente volatile e strutturalmente instabile del ciclo. Del resto, l’evidenza con cui tutte le iniezioni di liquidità, tutti i fondi salva stati s’infrangono nella sfiducia dei mercati, non sta lì a segnalarci che un sistema strutturalmente in mano alle aspettative e agli animal spirits non è una soluzione?

Il secondo ostacolo è, con tutta evidenza, lo scoglio energetico, climatico e della crescita della popolazione. Il vostro – e il mio – progressismo, la vostra fiducia nella scienza e nella tecnologia vi portano a pensare che uno sviluppo sostenibile sia possibile. Sappiamo bene che è certamente possibile una crescita immateriale, una crescita nella quale l’intensità tecnologica del prodotto sia tale da compensare (più che compensare) l’impatto ambientale della crescita fisica di prodotto e popolazione. Insomma, siamo o dovremmo essere tutti d’accordo per una decrescita riformista. Però non vi vedo molto consapevoli di cosa ciò significhi peril modello di sviluppo da adottare, per il sistema di regole di cui dotarsi. Mi sembra che, sulla scorta della vostra illusione liberale, siate convinti anche in questo caso che la soluzione sia una vasta libertà regolata, associata ad un ben congegnato sistema di incentivi, mentre lo sforzo necessario a riorientare la produzione in senso sostenibile si scontra contro vantaggi del business as usual talmente forti che nessuna blanda regolazione sarà mai in grado di contrastare. Detto in altri termini, anche in questo caso il modello che servirebbe implica governo e socializzazione di parte degli investimenti.

Ecco, mi rendo conto che una simile prospettiva sia quanto di più lontano dalla vostra forma mentis. E richiami immagini di un passato statalista o, peggio, da socialismo reale, che ritenete giustamente una iattura da allontanare con tutte le forze.

Tuttavia, i dati di fatto della grande crisi ci dicono proprio che di una simile prospettiva c’è gran bisogno, salvo pensare che il destino delle grandi crisi cicliche sia in fondo un destino accettabile a fronte dei vantaggi del metodo di produzione capitalista e di mercato. E salvo sperare – davvero in modo irragionevole – che si troverà sempre il modo di rendere infinite risorse finite. Salvo, insomma, pensare che da questa crisi si possa uscire con ricette “normali”, che sia solo questione di fine tuning, di capacità e credibilità delle classi dirigenti, di onestà e decisione, e nella migliore delle ipotesi di una certa attenzione alla giustizia sociale.

Vorrei vedervi reattivi di fronte a questi problemi, meno affaccendati e limitati nell’ostinato attacco alle rigidità stataliste del sistema Italia e al conservatorismo di sinistra. Vorrei vedervi capaci di usare questa vostra forza – la vostra sacrosanta polemica “contemporanea” contro la vecchia Italia, per la liberazione dei talenti e del merito, per lo scatto generazionale e l’apertura mentale – non per riproporre semplicemente di fare in Italia ciò che si è fatto in Inghilterra o in Spagna qualche hanno fa, ma per ragionare su una risposta nuova alle mutate condizioni del mondo nuovo.

Una risposta che io sintetizzerei prima di tutto in un’idea molto semplice: il mondo (e soprattutto l’Italia), ha bisogno di meno Stato e meno mercato. Meno Stato, per tutte le ragioni su cui avete scritto edetto, perché c’è bisogno di libertà, efficienza e leggerezza e non di costose ed inefficienti burocrazie. Meno mercato, perché alcuni grandi investimenti strategici, certi “beni comuni” (lo dico fra virgolette perché concordo con voiche bisogna rifuggire da certe semplificazioni ideologiche), alcune scelte produttive necessarie a salvare l’ecosistema, devono essere resi pubblici (non necessariamente statali) e rigorosamente sottratti ai fallimenti del mercato.

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Carissimi, ho scritto quanto sopra mentre ero off-line, nel silenzio dei Monti Sibillini, e non potevo leggere le vostre discussioni sulla diatriba Ichino/Fassina o su Renzi,del quale mi arrivavano echi televisivi e giornalistici più o meno precisi. Mi spiace, ma non sono affatto d’accordo con l’articolo/appello pubblicato su iMille. Sulla questione della politica del lavoro, tendo a credere che l’architettura pensata da Ichino sia quella più ragionevole e giusta. O per meglio dire, credo che sia stata quella più ragionevole e giusta nel quadro economico dato fino alla grande crisi attuale. Però non si può pretendere che, nel momento in cui Ichino “abbocca” alle idiozie di Sacconi, il buon Fassina non sia praticamente costretto a dire quel che ha detto.  E poi,davvero, credete che i tempi di ferro che si annunciano siano adatti a una raffinata riforma del welfare in senso liberale?

Infine, vi chiedo: ma di fronte a quel che sta succedendo, siete davvero sicuri che le vostre risposte siano – ancora – quelle giuste? Oppure non vi viene il sospetto che le ingenuità di chi dice “questo debito non lo paghiamo” siano meno folli della realtà della finanza mondiale? E che quindi chi cerca di vedere le cose in modo diverso dal solito, dovrebbe essere almeno un po’ ascoltato?


3 agosto 2011

Riforme o rivoluzione/Oppure/Il senso della vita/O ancora/Perché questo silenzio

Abbandonare il blog a se stesso vuol dire che quei già sparuti lettori non ti seguiranno più. Pazienza. Come dice il sottotitolo, qui ci sono appunti utili prima di tutto per me.

Comunque sia, l’abbandono è non solo per il troppo lavoro e i troppi impegni, ma soprattutto per il dubbio che mi pervade e mi sconsiglia di scrivere. Troppa confusione sotto il cielo, e la situazione non è affatto eccellente. Riforme o rivoluzione? Riforme e rivoluzione, direi. Ma chi le fa?


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Mettiamo in fila alcuni fatti di questi giorni. Cose ovvie, sotto gli occhi di tutti.

La carestia in Somalia e in Africa. In breve, una crisi alimentare globale alle porte.

Gli indignados in Spagna, in Israele e, prima, la primavera araba. In breve, gente che non ne può più delle condizioni nelle quali è costretta a vivere, e non vede futuro.

La ridicola e orrida storia del default del debito americano. Ridicola perché è un default formale, orrida perché la sostanza è che i repubblicani hanno voluto fare tutto, ma proprio di tutto pur di non toccare i loro miliardari.

La finta e debole soluzione offerta dai governi europei alla crisi del debito pubblico greco, proprio in queste ore convertita nell’attacco ai debiti italiani e spagnoli. Con il rischio ormai concreto del peggio. In breve, l’insipienza di governanti piccini e nazionalisti, incapaci perfino di prendere i provvedimenti consigliati da politici ed economisti mainstream, liberali e liberisti, ma appena dotati di un poco di buon senso.

Sull’Italia in sé, sulla sua ingovernabilità morale prima che politica e materiale, nemmeno vale la pena di insistere.

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Su tutto, il velo soffocante del solito Business As Usual. Immemori della crisi finanziaria globale, e ancora più delle motivazioni strutturali che la spiegano – la crisi delle risorse da un lato, l’esplodere delle diseguaglianze dall’altro -, altrettanto immemori della crisi climatica, tutti si sbracciano a suggerire la medesima ricetta irragionevole, contraddittoria e pure irrealizzabile: più crescita economica grazie al taglio della spesa pubblica, delle tasse e dello stato sociale. Verrebbe da dire, per fortuna che questi hanno in mente un teorema impossibile perché sono accecati dall’idiozia economica. I tagli daranno, ovviamente, meno e non più crescita, e quindi magari ci potrebbero salvare dal disastro climatico.

Peccato che questa decrescita infelice sarà un massacro sociale senza salvare il clima, perché nessun processo non governato funziona davvero, ed è perfettamente possibile decrescere inquinando di più, non di meno.

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La vita quotidiana sembra dire altro, però.  Certo, si vedono scricchioli, certo il numero di barboni e senza casa, e di vecchi malmessi, è in rapida crescita. Certo, di quando in quando ti sembra di avvertire l’intero edificio crollare, come quando noti che nel giro di tre strade e tre mesi sono state aperte tre sale giochi al posto di un blockbuster, una banca e un supermercato. E tuttavia, le auto continuano a circolare numerose, le persone vanno ancora in vacanza, escono la sera, trovi pizzerie e ristoranti ancora stracolmi nelle nostre calde sere estive. I posti belli restano belli, i musei e i monumenti risplendono e ci sono perfino ancora soldi per il cinema, il teatro, il divertimento. Per non dire di tutte quelle persone che continuano a fare e produrre bellezza e intelligenza, in un modo o nell’altro e a dispetto di tutto.

Io stesso, dopo difficoltà lavorative piuttosto grandi, sono tuttavia ora in una situazione più che promettente, pieno di lavoro, perfino interessante, con Indra che dopo lo shopping italiano continua ad espandersi  nel mondo, come se la crisi spagnola fosse nulla.

Passare con la bici, la mattina abbastanza presto, a Piazza Navona splendente di sole ma ancora fresca e un po’ vuota, con qualche camion che scarica merci, resta sempre un’esperienza sufficiente a dare senso alla vita. E prima che Piazza Navona crolli perché non c’è più petrolio, o perché il clima sarà cambiato, di tempo ne passerà.

Sandra Savaglio, a Changes, si è divertita un mondo una sera a terrorizzarci con la certezza che il sole si spegnerà certamente ma che, molto molto prima, quasi certamente un grosso asteroide colpirà la terra generando sconvolgimenti pari a quelli che hanno estinto i dinosauri. Ma si divertiva appunto perché questo “molto molto prima” è talmente lontano da noi da essere irrilevante.

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Ecco, ci vorrebbe una rivoluzione perché davvero questa Europa è preda di un’idiozia distruttiva veramente epocale. Eppure lo so bene che sono più credibili i ragazzi laburisti norvegesi col loro fattivo riformismo pragmatico e sognatore. E, del resto, è meglio non violentare la dolcezza del mondo, quando c’è.




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20 giugno 2011

Muoia Atene con tutta l'Europa

Ho pensato che se fossi il primo ministro greco, a questo punto deciderei di sfasciare l'Euro e l'Europa.



La Grecia, distrutta dalla crisi mondiale e dai trucchi contabili del suo governo di destra, è oggi sotto ricatto. La ricetta che gli si propone è tagli, lacrime e sangue e svendita del patrimonio pubblico ai privati (ossia agli stranieri). Di fatto senza alcuna garanzia che alla fine ci possa essere qualche ripresa. Alla fine, ci sarà solo più povertà, più disoccupazione, e ancor meno controllo della politica sull'economia.
E allora mi sono chiesto. Ma è proprio vero che il governo greco non può che accettare il ricatto? E ho pensato che potrebbe tranquillamente ricattare a sua volta. Disastro per disatro, sarei proprio curioso di vedere cosa direbbero i Trichet, i Bini Smaghi e i Draghi se il governo greco decidesse unilateralmente di uscire dall'Euro e di dire, tranquillamente, che ristruttura d'imperio il proprio debito e ricomincia a stampare dracme. Disastro in Grecia, ma anche disatro in Europa, contagio in Portogallo, Spagna, Italia....

Poi ho pensato che è davvero idiota la pervicacia con la quale i padroni dell'economia europea, e i governi di destra che li rappresentano, continuano a perseguire la medesima ricetta qualunque cosa accada. Se il sistema finanziario va a fondo, bisogna salvarlo perché le banche sono "troppo grosse per fallire". Ma se il sistema pubblico, lo stato sociale, la vita della gente vanno a fondo, che si arrangino, che facciano sacrifici. Invece, si sa, i bonus per i banchieri e i manager servono perché altrimenti il merito non è premiato.... Ma ho pensato anche che è inutile prendersela con la miseria morale di questo modo di pensare. E' l'idea pseudo-razionale che c'è sotto a questa miseria morale che va messa in discussione.

A questo punto, pensandoci meglio, ho riflettuto sul fatto che - come spesso accade - ci sono due modi per uscire da questo pantano. In avanti o indietro. Verso gli Stati Uniti d'Europa, con un governo unico dell'economia e non solo, o verso l'irrilevanza perdente del vecchio continente delle nazioni, cui ci stanno portando a rapida velocità gli egoismi dei governi nazionali.

E mi sono accorto che le idee e gli strumenti per uscirne in avanti ci sono tutti, sono stati ampiamente discussi ed elaborati, dalla proposta dell'agenzia europea per il debito, che vuol dire spostare parte del debito pubblico accumulato dall'inizio dalla crisi in un fondo europeo e non più nazionale, e su tale base fondare l'emissione degli eurobond, a quelle proprio in questi giorni ribadite dal PD, come l'idea di eurobond per il lavoro e quella della tassazione delle transazioni finanziarie. Si può discutere nel dettaglio di queste soluzioni, vederne i problemi e i limiti ma, comunque sia, si tratta complessivamente di un solido punto di partenza che nasce da un presupposto di base: la politica deve tornare a governare, l'economia è strumento, non padrone del nostro mondo.

La questione è, però, che queste proposte non hanno credibilità se sono fatte a livello nazionale, non hanno voce in un'Europa governata da governi di destra e da due governi di sinistra sotto ricatto (Grecia e Spagna). E allora mi viene da chiedermi cosa aspetta la sinistra europea per provare a parlare con una sola voce. E mi chiedo per quale motivo Bersani, se ha davvero capito che il cappio al collo che il governo ci sta confezionando è un cappio al collo europeo, non si occupa solo di proporre le sue idee di riforma ai socialisti europei, invece di perdere tempo a polemizzare con Vendola o di pendere dalle labbra del Bossi di Pontida.
Perché mi sembra che la possibilità di uscire dal pantano sia appesa al filo di una grande mobilitazione politica unitaria di tutti i partiti progressisti europei. Che, proprio perché ahimé non sono al governo, possono però provare a smuovere le acque. Se solo la smettessero di guardare al proprio ombelico nazionale.

Oppure i riformisti europei perferiscono che gli indignati di ogni nazione, privi di sponda e sbocchi credibili, non trovino di meglio che accusare di tutti i malanni Europa ed Euro?


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6 giugno 2011

I non cicli elettorali europei

Anche se dopo i risultati portoghesi sembra che l'Europa vada tutta a destra, in prospettiva a breve (2013) in almeno due paesi, Francia e Germania - e dell'Italia non parlo per scaramanzia - è molto probabile una vittoria della sinistra.
Ovviamente, se questa previsione si avvererà, ne sarò contento.

E tuttavia, la realtà è che la sistematica mancanza di un vero ciclo elettorale europeo è uno dei molti motivi che impediscono la nascita di un'Europa federale. La destra è ormai tendenzialmente nazionalista, la sinistra - non tutta, ma insomma - più orientata all'unione.

E così, non ci sono mai contemporaneamente abbastanza governi nazionali con intenzioni unitarie. E l'Europa arranca.


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26 maggio 2011

I problemi europei e i falsari italiani dell'economia

L'Europa non sta affatto bene. Non sta bene in termini di politiche economiche condivise, non sta bene perché continua ostinatamente a perseguire l'assurda politica dei tagli e dell'attacco al modello sociale europeo come se questa potesse essere una soluzione che porta alla crescita. Non sta bene perché le buone performance della Germania, di cui tutti possiamo essere magari contenti o invidiosi, sono in buona misura sostenute da uno scambio ineguale con i paesi più deboli dell'area Euro. Non sta bene perché popolazioni sempre più impaurite e governi di destra sempre più pavidi tendono a rinchiudersi nel proprio orticello, sperando così di difendersi dal resto del mondo che avanza.
Nel frattempo, in Italia quel vero e proprio falsario dell'Economia che è Tremonti si permette di attaccare - in modo perfino patetico - l'Istat e i suoi studi. Continuando nella perniciosa linea del negare l'evidenza di una crisi che qui da noi è la versione aggravata della generale crisi di futuro che attanaglia l'Europa.
Di tutto questo, in vario modo, si è parlato in questo periodo sul magazine de iMille e altrove. Per chi vuole approfondire, consiglio queste letture:


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20 maggio 2011

La Puerta del Sol


Abbiamo un problema con la democrazia. Abbiamo un problema con il voto. Chi non può votare liberamente chiede di farlo, come si è visto e si vede in Tunisia, in Egitto, in Siria e altrove. Chi può votare contesta il senso stesso del voto, sostenendo che in ogni caso chi sarà eletto non ci rappresenta. È il cuore della protesta spagnola di questi giorni: se il tuo voto non conta niente, non votarli. È il segnale dato dai voti al MoVmento 5 stelle: un voto che si auto dichiara inutile in quanto volutamente fuori dal gioco.

Sarebbe bene che i partiti della sinistra riformista in Europa (e a maggior ragione qui da noi in Italia) si facessero qualche domanda sul futuro e sul senso della democrazia. Il grado zero della democrazia è certamente il diritto di voto. Ma una vera democrazia non è affatto votare ogni 5 anni per valutare l’operato di chi hai eletto. È partecipazione e deliberazione e verifica e confronto durante quei cinque anni. È intreccio fra democrazia deliberativa da un lato, e delega agli amministratori dall’altro. In una società afflitta dalla corruzione e dal precipitare della credibilità di tutti i politici agli occhi delle persone, offrire trasparenza e vera partecipazione è più importante che avere un magnifico programma di cose da fare o un leader affabulatore.


18 aprile 2011

Due domande per la Finlandia

Mi piacerebbe tanto chiedere ai veri finnici a chi pensano di vendere i loro bei telefonini Nokia, quando, impedendo gli aiuti UE, avranno fatto fallire il Portogallo, la Grecia e magari la Spagna e, perché no, l'Italia. A forza di cieco egoismo, non ci vorrà molto per frantumare l'Europa, furura zona di triste declino economico e sociale.

Ma ho una domanda anche per noi, che ci siamo appassionati alle fantastiche performance del sistema scolastico finlandese, al suo modello a detta di tutti eccezionalmente efficace nella formazione di elevate competenze, chiave di volta del successo di quel paese. Non sarà che l'idea che la buona scuola sia maestra di cittadinanza e coesione sociale, forse è un'idea discutibiile, o comunque parziale? Non sarà che la scuola che forma grandi competenze non necessariamente forma cittadini consapevoli?


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25 febbraio 2011

Il terribile esodo biblico


Oggi Belpietro si supera e, purtroppo, mette bene in evidenza ciò che pensano - nel fondo nero del loro cuore - molti leghisti e destri vari. Il ragionamento a pera è il seguente: Oriana Fallaci aveva ragione a paventare l’invasione degli islamici in Europa, e quindi a lottare contro le politiche di integrazione, la costruzione di moschee ecc. Ora l’invasione, il terribile esodo biblico ci sarà, e l’Europa non sa cosa fare, perché non ha messo un argine prima, quando era tempo. Il cortocircuito paradossale, ovviamente non detto, è che il nostro grande giornalista usa lo stesso argomento di Gheddafi: è Al Qaeda ad armare le rivolte, è il fondamentalismo arabo che ci invaderà.


Nel fondo nero del popolo italiano impaurito da tutto, attaccato ai suoi dané residui e alle sue piccole meschine proprietà, c’è posto solo per il terrore dell’invasione degli altri, per la percezione confusa che siamo vecchi e perdenti, mentre quelli sono giovani e tanti.

Mentre ci sarebbe bisogno di una cultura dell’ascolto e dell’apertura, per dare spazio e possibilità di successo a chi vuole liberarsi dai satrapi per non cadere sotto il potere di altri satrapi, questa volta religiosi. I quali sono stati spiazzati e sorpresi da rivolte largamente laiche e “moderne”.


Mica che non ci siano pericoli e rischi. Ma tanto più ce ne saranno, quanto più lasceremo soli quelli che vogliono cambiare davvero, e non cambieremo approccio nelle nostre politiche. Probabilmente, sarebbe importante ragionare di politica e politiche come ha fatto miarabilmente a suo tempo Gabriele Bocaccini. Aggiungendovi la giustissima considerazione di Cristiana secondo la quale la cartina di tornasole di ciò che succederà nel futuro è tutta nella situazione concreta e nei diritti prima di tutto delle donne e poi degli omosessuali. Diritti questi, davvero, non negoziabili


21 gennaio 2011

Le donne

Lavoro in un open space. Mediamente ci sono poco più di 20 persone. Solo tre sono donne.
Partecipo a riunioni di lavoro, in azienda o con il cliente. Quasi sempre, nella migliore delle ipotesi c’è una sola o al massimo due donne.
Faccio politica al mio circolo territoriale PD o in rete. Qui le donne sono appena un po’ più numerose, ma sempre in netta minoranza.
Mi occupo di energia e ambiente e quindi partecipo a numerosi forum e liste di discussione on line, o consulto blog di settore. Quando si parla di energia e petrolio, il maschilismo regna davvero sovrano: con l’esclusione di Debora Billi e di Anna Ryden (che tra l’altro è la più brava), a occuparci di picco, energia e clima siamo tutti uomini.

Dice l’Istat

Il tasso di inattività della popolazione tra i 15 e i 64 anni è pari a 37,6 per cento, valore tra i più elevati d’Europa. Particolarmente elevata l’inattività femminile (48,9 per cento).


E la situazione sta peggiorando nel tempo. E se si confronta la situazione italiana con quella europea, solo Malta sta peggio di noi, come mostra questo grafico.



Quando, come spesso accade, sul lavoro ci sono solo maschi, il livello dell’educazione scende immediatamente, le battute a sfondo sessuale si moltiplicano, incluse quasi sempre quelle anti gay. Insomma, il maschio italiano medio al lavoro assomiglia pericolosamente alla caricatrura della caricatura del nostro presidente del consiglio.

Ecco, forse la più grande ed urgente riforma per questo paese sarebbe aiutare il lavoro delle donne.

(a proposito, guardatevi questo bellissimo nuovo minisito dell’Istat. Per fortuna che, come mi diceva tempo fa qualcuno, all’Istat continuano a lavorare dei sinceri democratici. Che sanno dirci, coi numeri, come stanno le cose)


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14 novembre 2010

Occidente

La memoria istantanea regalataci dall’overload informativo dei media ci ha già fatto dimenticare le elezioni di midterm americane. Eppure quelle elezioni dovrebbero dire qualcosa, pur nelle differenze, anche a noi qui in Italia.
Qui, il sortilegio berlusconiano continua a tenerci attaccati a un mondo impossibile ed irreale, che non esiste più, dove si crede che basta essere “padroni in casa nostra” per restare ricchi e privilegiati, per restare il centro del mondo. Là, dopo il breve sussulto Obamiano di logica e speranza, di fronte all’evidenza che gli USA non sono più e non potranno più essere l’unico centro del mondo, l’angry withe american ha votato in massa per i tea party e dintorni, mandando un messaggio chiarissimo: a qualunque costo, in qualunque modo, non possiamo e non vogliamo accettare la realtà che ci dice che è finito il dominio americano, non possiamo e non vogliamo accettare la realtà che ci dice che non potremo più consumare nello stesso modo dissennato, e vogliamo ritornare al sogno bushista secondo cui “il livello di vita degli americani non è negoziabile”.



La realtà è invece chiarissima. Il centro del mondo si sta spostando altrove. USA ed Europa diventeranno una periferia e Brasile, India e Cina diverrano il centro. Sempre che lo sconvolgimento climatico e/o la fine del petrolio non disegnino scenari ben più tristi.
Perché io in fondo ci metterei la firma per avere un mondo guidato da India Cina e Brasile, con noi del vecchio mondo occidentale che ci prendiamo una pausa e lavoriamo sulla nostra cultura, le nostre memorie, le nostre bellezze. E magari ci divertiamo pure e impariamo a vivere con maggiore scioltezza, decenza e allegria.

(la foto l'ho trovata qui)


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20 settembre 2010

L'Europa ci copia?

Il mio amico Filippo, che vive in Olanda, a suo tempo mi rassicurava circa la vittoria elettorale e l’ingresso al governo dei leghisti xenofobi locali. Diceva più o meno che gli olandesi sono pragmatici, stanno solo provando a vedere l’effetto che fa, e in ogni caso nessuno da quelle parti mette in discussione il solido e articolato stato sociale che caratterizza quel paese. Con le elezioni di ieri i leghisti xenofobi svedesi entrano per la prima volta in parlamento (a proposito, non trovo traccia, ma che fine ha fatto il partito dei pirati?), mentre sempre per la prima volta i conservatori si confermano per il secondo mandato, nel paese patria della socialdemocrazia. Anche questa volta, leggo commenti tranquillizzanti. Anche gli svedesi, mi si dice, non sono disposti ad abolire il loro fantastico stato sociale.

Però, visto da qui, dal paese che quasi novant’anni fa ha inventato il fascismo - e poi si è visto come quell’invenzione si è diffusa in Europa, in una versione molto “migliorata” - e una ventina di anni fa ha inventato il leghismo, viene il dubbio che l’Europa stia rapidamente tornando a copiarci, proprio in quel che sappiamo fare peggio.


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10 agosto 2010

Le cose importanti

Dopo aver un po' vanamente discettato di fantapolitica, oggi preferisco dedicarmi alle cose davvero importanti. Che oggi mi sembrano essenzialmente due.


La prima, è l'evidenza di una sorta di strisciante disastro ambientale mondiale (incendi russi, ghiacci polari, piogge europee, monsoni asiatici...). Un disastro che, nella calma vacanziera d'agosto, per molti giorni è stato venduto dall'informazione senza fare alcun collegamento col riscaldamento climatico (mentre ad ogni gelata non manca mai l'articoletto "di colore" che mette in dubbio i risultati scientifici sul climate change). Ma che ora comincia ad essere descritto per quello che è.


La seconda cosa importante è che intravedo timidi segnali di un movimento verso una ripresa di iniziativa europea, verso un possibile ruolo dell'Europa per rinnovare e riformare l'economia mondiale. Solo timidi segnali, che magari non avranno frutti, ma almeno qualcosa si muove.


Dopo la dichiarata volontà tedesca di tassare in qualche modo banche e/o transazioni internazionali di capitali (non è affatto la stessa cosa, peraltro), mi ha abbastanza stupito che la proposta di attribuzione di parte dei debiti sovrani dei paesi UE a un fondo europeo da finanziare con una Tobin tax, fatta da Vincenzo Visco prima sul Corriere e poi su l'Unità, non abbia generato praticamente alcun dibattito. A me, infatti, è sembrata davvero una buonissima idea, per la sua capacità di rimettere i governi in grado di fare politiche economiche non strangolati da vincoli di bilancio esterni - il che non vuol dire finanza allegra, sia chiaro. E per la sua potenzialità redistributiva vista la fonte di finanziamento. Insomma, una di quelle idee che, sebbene sembri complicata, se spiegata in modo semplice può essere perfino tradotta in mobilitazione popolare (come del resto è stato per la Tobin tax).


Bene, oggi leggo sul Financial Times che il commissario Ue al bilancio Janusz Lewandowski starebbe per proporre una tassazione diretta per finanziare la UE, appunto basata sulle transazioni finanziarie, e/o sulle tasse areoportuali, o ancora su una parte del sistema di tassazione cap and trade europeo. In compenso, sarebbero ridotti i contributi finanziari diretti da parte degli stati. Insomma, così come si chiede a gran voce in Italia autonomia fiscale per i comuni e le regioni (il federalismo fiscale), ci si starebbe muovendo nella stessa direzione di un po' di autonomia fiscale anche per la UE, scegliendo per di più una base imponibile (le transazioni finanziarie) molto promettente dal punto di vista redistributivo.


E' probabile che i governi saranno contrari, come già si evince dall'articolo citato sopra. Ma, appunto, qualcosa si muove.


E avere un bilancio decente, un fondo europeo significativo, e averlo finanziato non a debito ma tassando gli eccessi di ricchezza, mi sembra una premessa per affrontare i grandi investimenti che serviranno per affrontare il disastro climatico che ci aspetta.  

(incidentalmente, quando sentiremo uno dei nostri futuri leader parlare di queste cose, invece che di posizionamenti?)


28 aprile 2010

Peggio per noi

Qui Fitoussi dice tutto, ma proprio tutto, sullo scandalo delle agenzie di rating che regalano profitti agli speculatori sulla pelle della gente comune, e sul suicidio idiota dell'Europa unita.



La Cina (e forse l'India) sarà presto il centro del mondo, e noi una triste periferia declinante. Peggio per noi, se siamo così fessi da distruggere l'Euro perché abbiamo paura di irrilevanti elezioni regionali in Germania, o di credere di poter fare a meno degli extracomunitari e restare ricchi richiudendoci nelle nostre villette a schiera e nei nostri capannoni di impresette che non sanno più produrre nulla di vendibile sui mercati internazionali.



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12 aprile 2010

Ungheria a Mantova

Si conferma, purtroppo, ciò che scrivevo qualche tempo fa (quando avevo più tempo più voglia e più lucidità per farlo), all'inizio della grande crisi: quando il meccanismo dell'economia capitalista genera una crisi, l'Europa sceglie immediatamente la chiusura e la reazione peggiore. E così, a confronto di quanto succede in Ungheria, la sconfitta a Mantova sembra quasi una cosa normale.


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4 dicembre 2009

EUCOP15 seconda puntata

Ecco qua la seconda puntata del nostro speciale su Copenhagen. Questa volta si parla di risparmio.

Buona lettura


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23 giugno 2009

Sogni europei



Leggo con ritardo un articolo drammaticamente superato dai fatti.
E però, mi ostino a pensare che certe cose bisogna continuare a pensarle, a dirle, a sperarle. Un grande Padoa Schioppa, davvero.


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29 aprile 2009

Cos'è l'Europa

Le domande che questo sito pone ai candidati alle europee del PD sono di per sé un buon inizio di discussione. Non posso che segnalare con piacere e con un po' d'invidia da ex attivista ormai del tutto scacciato dalla politica da un lavoro semplicemente esagerato, l'ennesima lodevolissima iniziativa del Circolo On Line Barak Obama.



Leggete, diffondete e partecipate. 


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26 novembre 2008

Nuova puntata del 20-20-20

Ho scritto una nuova puntata sul 20-20-20, per il blog de iMille.


21 ottobre 2008

Ricapitoliamo

  1. Sarkozy, uno di destra che mi sta pure antipatico, attacca la pretesa italiana di non approvare il piano europeo sull'ambiente: "Il pacchetto è fondato sulla convinzione che il mondo va incontro alla catastrofe se continua a produrre nelle stesse condizione. Non vedo alcuna argomentazione che mi dica che il mondo va meglio dal punto di vista ambientale solo perché c'è la crisi economica" Come dargli torto?
  2. Scajola, un genio dell'industria, non trova meglio che rispolverare le rottamazioni di auto ed elettrodomestici, ossia pompare nuova energia per produrre nuova ferraglia inutile, che forse consumerà e inquinerà un po' di meno di quella in uso, ma al prezzo di nuovo inquinamento indiretto: l'energia per produrre e lo spazio e l'energia per rottamare (i rottami sono rifiuti, ricordate?) non la contabilizza mai nessuno, in questi strani interventi che vorrebbero passare per ecologici, ma il cui bilancio energetico complessivo è per lo meno dubbio.In ogni caso, l'ieda è di aiutare l'industria, mai le persone.
  3. E invece sono le persone che avrebbero bisogno di aiuto. L'OCSE, un'organizzazione sostanzialmente liberista e moderatissima, ma che sa misurare le cose con competenza, ci comunica che l'Italia è ormai uno dei paesi con il livello di diseguaglianza dei redditi più clamoroso al mondo. Oltre a dirci che, in generale, la diseguaglianza sta aumentando dappertutto, anche se meno velocemente che da noi. Però, mi raccomando, continuiamo pure a negare che il trentennio liberista sia la causa di questo disastro. E non interroghiamoci sul perché anche nei pochi anni di governo "dimezzato" del centro sinistra, in Italia, non si sia riusciti nemmeno a scalfire questa tendenza all'ingiustizia sistemica.

Il 25 ottobre c'è una manifestazione a Roma. Mi sa che ci sono un bel po' di motivi per andarci.


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30 settembre 2008

Sempre gli stessi errori

Una decina di anni prima, in una nazione un po' periferica, che per di più aveva raggiunto l'unità nazionale solo di recente, prese il potere un dittatore dall'aspetto e dai modi un po' folcloristici. Le grandi democrazie liberali lo snobbarono o, comunque, non gli diedero soverchia importanza. Certo, non si comportava molto bene in società, e bisognava pur dare asilo a un po' di intellettuali e e quegli scomodi comunisti e socialisti, ma alcuni affari si potevano sempre continuare a fare...

C'era un altro Paese che, sconfitto duramente in una recente guerra, era stato costretto a pagare ingenti danni e, quindi, faceva fatica a risollevarsi e covava un notevole risentimento. Ma lo sviluppo e la ricchezza sempre più diffusa, tutto il ferro, l'acciaio, il carbone e la chimica, tutti i nuovi beni di consumo, stavano lì a dimostrare che anche quelle ferite si sarebbero rimarginate, e che tutto sarebbe continuato per il meglio per i ricchi finanzieri, e così tanto per il meglio da riuscire a contentare anche un po' dei dannati della terra. Qualche briciola era assicurata anche a loro.

Un martedì, però, il cielo cadde sulla terra, la gente corse impazzita a ritirare i propri soldi, improvvisamente privi di valore, da tutte le banche. La banche non si prestavano più soldi a vicenda, le azioni crollavano, l'intero castello di carta che aveva rapidamente moltiplicato la ricchezza dei pochi, che aveva spinto un po' tutti i governi a ridurre le tasse ai ricchi, che aveva illuso molti sulla fine della povertà, era crollato.

Il contagio di quel martedì si diffuse un po' dovunque, e le soluzioni per uscirne furono in fondo simili in economia, ma davvero molto diverse per la vita e la libertà della gente.


I terribili tempi di ferro, fatti di povertà e disoccupazione, di masse di persone che perdevano la casa e vagavano alla ricerca di un lavoro, furono affrontati un po' dovunque con misure pubbliche eccezionali, e gli stati presero, quale più quale meno, direttamente in mano le redini dell'economia e della produzione.

Ma quel paese sconfitto si affidò a un dittatore feroce, perché in lui vedeva la rivincita, l'orgoglio, la rinnovata potenza, la difesa dalla povertà e dal contagio giunto da fuori. E la periferica nazione guidata dal dittatorello folcloristico trovò normale avvicinarsi al nuovo e ben più potente dittatore il quale, del resto, aveva imitato molti dei modi e delle idee di quell'altro, che lo aveva preceduto.

Invece, dopo un periodo di turbolenza, la più grande potenza di allora, l'epicentro del contagio, si affidò a un democratico che aveva una visione, e riuscì pian piano non solo a ricostruire l'economia, ma anche a farlo con un minimo di giustizia e un poco di libertà. Distribuendo meglio quel poco che c'era, e lasciando libere le persone.

Questi due mondi finirono per scontrarsi in una sanguinosa guerra, la peggiore fino ad ora, ma questa è un'altra storia. Che interessa nel nostro racconto solo perché dopo, quando il paese del grande dittatore fu sconfitto per la seconda volta, le grandi democrazie non fecero di nuovo il grande errore di infierire ma, anzi, lanciarono la più grande – e purtroppo finora unica – operazione di dono a guadagno condiviso che la storia di quel pianeta azzurro ricordi.



****

Poco più di dieci anni fa, un ometto che all'estero considerano buffo, e che spesso imbarazza i governanti del mondo intero, ma con il quale quegli stessi governanti non disdegnano di fare affari, ha conquistato stabilmente le menti della maggioranza degli abitanti di quella piccola nazione periferica. Si è associato senza difficoltà agli eredi del dittatorello di un tempo, perché ne condivide le idee profonde ma, poiché i tempi sono cambiati, non usa le maniere forti e non è certo un dittatore. Solo, è lo stesso inamovibile dal potere, sia che stia al governo sia che stia all'opposizione, perché, appunto, ha costruito una solida egemonia gramsciana sulle menti della maggioranza del suo popolo. Governa, quando governa, con la duplice arma della paura e delle veline.

C'era anche un altro paese, sconfitto in una guerra non guerreggiata, una guerra fredda, che si era ritrovato povero e pieno di orrende ingiustizie, rapinato da una casta di ricchi satrapi che dicevano di essere i rappresentanti del mondo libero. Ma quel paese ha poi scoperto di avere, nella sua grandissima pancia pianeggiante, grandi ricchezze da vendere, ora che l'epoca del ferro e del carbone è stata sostituita da quella del petrolio, del gas e del silicio.

E così, ancora una volta, lo sviluppo e la ricchezza sempre più diffusa, tutto il petrolio, la plastica, il silicio e la chimica, tutti i nuovi beni di consumo, stanno lì a dimostrare che tutto sarebbe continuato per il meglio per i ricchi finanzieri, e così tanto per il meglio da riuscire a contentare anche un po' dei dannati della terra. Qualche briciola è assicurata anche a loro.


Un giorno recente, però, il cielo è di nuovo caduto sulla terra, le azioni improvvisamente sono crollate, assieme al valore delle case e dei mutui, e grandissime banche e grandi istituzioni finanziarie, considerate il massimo della solidità e della serietà fino al giorno prima, sono fallite o sono state salvate coi soldi degli stati. La nazione più ricca, poiché era ricca grazie ai mostruosi debiti fatti dai suoi abitanti e dal suo stato, si è ritrovata improvvisamente povera e smarrita. Le banche non si prestano più soldi a vicenda, le azioni crollano, l'intero castello di carta che aveva rapidamente moltiplicato la ricchezza dei pochi, che aveva spinto un po' tutti i governi a ridurre le tasse ai ricchi, che aveva illuso molti sulla fine della povertà, è crollato.

****

Non è chiaro come e se ne stiamo uscendo. Anche questa volta, come è inevitabile, sarà l'azione dello stato, o degli stati, insomma le istituzioni della politica, ad accollarsi il problema generato dalla cecità dell'economia.

Ma anche questa volta, gli effetti sulla vita e sulla libertà delle persone possono essere molto diversi.

La nazione forse ancora per poco più potente potrebbe forse uscirne in un modo simile ad allora, se sceglierà un grande democratico con una visione per guidarla fuori dalla palude. E' abbastanza probabile che lo faccia, perché, in fondo, è quella una delle due nazioni che, ormai tre secoli fa, hanno fatto le due uniche vere rivoluzioni democratiche della storia del piccolo pianeta azzurro.


La piccola nazione periferica e la grande nazione che ebbe il feroce dittatore, potrebbero fare una fine peggiore. Tanto la prima che la seconda, abbacinate dalla paura dell'invasione dei dannati della terra, potrebbero illudersi che rinchiudendosi dietro alte mura armate si possa resistere al contagio. Nella prima, uno dei sodali dell'ometto già mette in pratica questa idea. Alla periferia della seconda, gente che parla la medesima lingua si sta affidando allegramente a inquietanti epigoni del grande dittatore.

Perché davvero sembra che le persone e i popoli rifacciano sempre con pervicacia gli stessi errori. E per quanto si tenti, con la storia, con l'esercizio della memoria, di tramandare ciò che è stato, sembra che bastino poco più di sessant'anni per far dimenticare l'essenziale.


****


Non so quanto questo piccolo racconto sia realistico. Sono certo che le due situazioni sono profondamente diverse per due motivi almeno. Il primo, è che ora esiste una cosa che si chiama Unione Europea, una potente assicurazione contro la guerra. Il secondo, è una questione di EROEI: ora abbiamo un problema in più, e davvero un grosso problema. Ma, forse, proprio l'esistenza di questa altra variabile potrà cambiare il corso degli eventi perfino in modo positivo, rispetto al solito deprimente corso e ricorso storico.







4 luglio 2008

I Pentangle a Bibbiano (ehm...)

Fra poche ore parto per Bibbiano, dove domani si inaugura una strada dedicata a mio nonno Prospero Vergalli, primo sindaco del dopoguerra e partigiano.
Lunedì, invece, mi sono concesso la follia di andare a Londra a sentire i Pentangle che, dopo molti anni, si riuniscono per alcuni concerti.
Quindi, non essendo dotato di raffinati strumenti palmari e connessioni wireless, questo blog torna in servizio da mercoledì prossimo.
Non prima di avere segnalato:
  • la soddisfazione per la piega che sta prendendo la faccenda dell'elezione del nuovo segretario del PD del Lazio;
  • Questo dibattito sul circolo on line PD Obama, su una politica per l'Europa


19 giugno 2008

Pensierini 2 - La tessera per il pane

"Ormai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo", ci dice Latouche proprio nelle prime righe del suo ultimo libro. Fosse vero, i politici farebbero cose diverse, o i popoli voterebbero per altri politici. Non è affatto noto a tutti, e tutt'ora la maggior parte delle persone semplicemente non crede nella gravità della situazione energetico/climatica.

*****

E' lo stesso strabismo che ci fa dire, a noi di sinistra, che la gente sa benissimo che Berlusconi è uno che si fa prima di tutto i suoi interessi, che ha infranto la legge più volte, che ha iniziato la sua fortuna economica in modo  poco pulito. E che lo vota in piena coscienza perché gli sta bene così. Magari fosse. Per 1 elettore del caimano che lo vota cosciente dei suoi "difetti", quindi per coerente interesse, ce ne sono 10 sinceramente convinti che sia un povero perseguitato dai giudici comunisti.

*****

Aspetto con fiducia che le associazioni dei benzinai decidano la solita serrata contro la liberalizzazione delle pompe di benzina nei supermercati. Ma ho il sospetto che, stranamente, questa volta il provvedimento passerà liscio come l'olio, senza alcuna rivolta come quelle anti Bersani.

*****

Irlanda batte Europa Uno a Zero. Gualtieri dice, con qualche logica, che è inutile ostinarsi in impossibili sogni di Europa dei popoli, troppo prematuri, ed è meglio trovare a livello governativo trucchi ed escamotage per andare avanti. Aggiungo io, perché noi sappiamo che l'Europa è l'unico spazio ragionevole per una politica capace di non essere succube dell'economia.
E però, viene il sospetto che a forza di escamotage e di ostinazione a non parlare chiaro e a fare machiavelli, il momento in cui i tempi saranno maturi non arriverà mai. Se l'Europa è quella ridicola che continua ossessivamente a cercare con lanternino "aiuti di stato" da sanzionare, invece di rilanciare una politica economica, sociale, energetica ed ecologica europea, è molto facile per i leghisti difendere Malpensa e per Tremonti venderei il prestito Alitalia come fosse una politica sociale e di sinistra.

*****

Tessera per il pane per i meno abbienti. Esercito nelle strade. Tassa sui ricchi petrolieri, ossia richiesta di oro per la Patria. Vi ricorda qualcosa?


6 maggio 2007

Un po' di invidia

E' di destra, e continua a preoccuparmi. Ma un discorso di investitura come questo, in cui i messaggi fondamentali sono sul clima e la necessità di salvare il pianeta, sulla guerra sbagliata di Bush, sullo sviluppo del mediterraneo su basi nuove, sull'europeismo, e infine sul rispetto profondo per quella metà di francesi che hanno votato Segò, ecco, un discorso di investitura così dai nostri politici di destra ce lo saremmo sognato.

Nicolas Sarkozy : " Je serais le président de tous les Français"
LEMONDE.FR | 06.05.07
© Le Monde.fr

E, forse, anche da quelli di sinistra...
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22 marzo 2007

Conservatori per destino e interesse?

I segnali, nella nostra Europa, sono abbastanza chiari:
  • Le opinioni politiche dell'Europa opulenta si spostano al centro, alla ricerca di una moderazione che salvi la capra dello stato sociale - che fa piacere alle classi medie - e i cavoli della ricchezza e del consumo energivoro per tutti:
    • Sta succedendo in Finlandia e nei paesi scandinavi, dove i socialdemocratici perdono terreno a favore di forze che si guardano bene dal rinnegare il ricco stato sociale locale, ma che comunque vogliono spostare l'asse dell'attenzione sull'individuo e sulla difesa di ciò che c'è, contro l'esterno.
    • Sta succedendo in Francia con Bayerau (leggendo Le Monde, mi sembra che anche quel giornale tradizionalmente vicino ai socialisti sia affascinato da quel "nuovo centro").
    • E' già successo con le grosse koalition di Germania ed Austria.
    • E' del tutto metabolizzato nel Regno Unito dopo anni di Blair.
    • E' intensamente desiderato da vaste forze qui in Italia, con l'aggravante e la complicazione che la costruzione di un centro sinistra illuminato si scontra con una chiesa che spera di tornare al medioevo.
  • Nell'Europa dei nuovi entrati, invece, rischia di vincere l'estremismo nazionalista, antisemita e omofobo, come in Polonia. La situazione è per fortuna più variegata, ma il timore che prevalga l'egoismo nazionale e la paura dell'altro è più che fondato. Del resto, quando in Francia appena due anni fa si discuteva solo dell'idraulico polacco che avrebbe tolto posti di lavoro, come stupirsi che in Polonia la risposta sia stata la chiusura identitaria reazionaria e cattolica?

Il fatto, profondo, che sta dietro a questi movimenti di opinione, mi sembra sia la percezione che non ce ne sia per tutti. L'Europa ricca si sente accerchiata, quella nuova teme di non arrivare in tempo al banchetto, perché tutti, in un modo o nell'altro, di fronte al grande disordine mondiale, percepiscono che non si può continuare così, che questo modello di consumo energetico - e quindi di disponibilità di beni materiali, di godimento feticistico delle merci - sia arrivato al termine.
Salvo sperare di chiudersi nel fortino, e che gli altri nel vasto mondo crepino pure, così forse si ricrea spazio e aria e clima per noi ricchi...

Solo che, temo, richiudersi nel fortino non funziona più.

Nei cinquant'anni del trattato di Roma, servirebbe una speranza, ma vediamo solo tecnocrati freddi e popolazioni impaurite o confuse. Il mio feroce europeismo non demorde, ma faccio sempre più fatica a vederne, a breve, esiti positivi, quando anche le grandi scelte tecnologiche, come il progetto Galileo, per non dir di Quaero, si impantanano negli egoismi negli interessi e nella insipienza.


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3 marzo 2006

Cretini d'Europa

Ieri la BCE ha aumentato i tassi di interesse, strangolando per l’ennesima volta la timida ripresa europea – per non dire degli effetti sull’Italia. Ma ai banchieri europei che gli importa dell’Italia?

C’è da chiedersi se si tratti di cretinismo liberista o di malafede.

Da una montagna di anni gli USA crescono a un ritmo elevato grazie a un mix di spesa pubblica in deficit di tipo keynesiano (di welfare se governano i democratici, di guerra se governano i repubblicani), crescita demografica e nuova immigrazione, enormi investimenti in ricerca e sviluppo pubblici e privati. E a questa crescita tutto contribuisce tranne il liberismo del modello americano e del suo mercato del lavoro. Anzi, la povertà e l’indebitamento di una quota grande delle famiglie sono forse l’unico fattore che limita la crescita USA.

Qui in Europa un’ideologia liberista suicida si è impadronita di politici, industriali e banchieri: abbiamo un patto di stabilità e decrescita, l’ossessione dell’inflazione come unico problema (dimenticando regolarmente l’occupazione), la continua ripetizione maniacale della giaculatoria sulla necessità delle famose “riforme strutturali” (che poi sarebbero i tagli del costo del lavoro e dei diritti). E così appena l’Euro cala un pochino o l’inflazione cresce un’anticchia, ecco che i nostri banchieri alzano i tassi e distruggono la crescita.

O forse, lo fanno perché seguono un’altra logica: perché sono i galoppini di chi lucra sui guadagni finanziari, la dimostrazione che l’economia finanziaria si è mangiata l’economia reale e con essa la politica.

Nel frattempo, le uniche liberalizzazioni che servirebbero – i servizi sopra le reti di comunicazione pubbliche e le libere professioni –  non si fanno con la scusa di improbabili idraulici polacchi. E i politici europei di sinistra (di quelli di destra con magliette disegnate e schizofreniche alternanze fra dazi e liberismo, meglio non parlarne nemmeno…), sono tutti belli chiusi nei loro ridotti nazionali, salvo incontri e solidarietà europee di facciata. Nessuno che abbia o almeno tenti di avere lo spessore per richiamare il socialismo e il riformismo europei  ad un obiettivo nuovo e vero: fare davvero un’unica Europa nazione, con un’unica politica economica di sviluppo. E per farlo, fare un vero partito unico del socialismo europeo, e non l’attuale blanda accozzaglia di egoismi nazionali ben mascherati da solidarietà.

Nemmeno Prodi, che pure europeista lo è davvero, riesce ad allontanarsi da questa triste deriva, ed anzi bofonchia battutine antifrancesi, che sono esattamente ciò che non serve.

Forse noi europei, che siamo stati così capaci di scannarci nei secoli scorsi, ci meritiamo questo triste declino. Diventare tanti parchi divertimento, città d’arte piene di passato e di abitanti-figuranti, come quinte per future invasioni di ricchi turisti cinesi, indiani e sudafricani.




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18 novembre 2005

Rifkin e rivolte metropolitane

Una bella citazione da meditare




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16 novembre 2005

da leggere

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2005/11_Novembre/15/padoa.shtml




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Credits per la testatina: Vittorio Giardino, Igort, Lorenzo Mattotti


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In lettura in questi giorni:
Dalla mia libreria:


Qualche pensiero a cui tengo:
Il consenso e le tasse
La politica della coda lunga
Lizzy
Fiaccole
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Jazz o barocco?
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