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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


Tecniche


18 settembre 2013

Semplificazioni

Quando si parla di semplificazione, o di fisco amico del cittadino, sarebbe utile scendere coi piedi sulla terra. Perché arrivare a un fisco semplice non è tecnicamente impossibile, anzi è relativamente facile. Ma è difficilissimo dal punto di vista organizzativo e, soprattutto, dal punto di vista della difficoltà di far retroagire le soluzioni tecniche verso soluzioni giuridiche coerenti ed efficaci.

In altri termini, se il legislatore continuerà a disegnare norme bizzarre senza preoccuparsi minimamente della loro possibile implementazione tecnica, saremo sempre costretti alternativamente a investimenti informatico-organizzativi degni di miglior causa, o a restare nel pantano dell’ufficio complicazione affari semplici.

Mi spiego con un esempio concreto, sulla mia pelle. Un esempio minuto e irrilevante rispetto a problemi di disegno del sistema fiscale ben più grandi, ma che ritengo lo stesso molto significativo in chiave di logica di sistema.

Nel 2009 ho cambiato lavoro e, quindi, ho ricevuto dalla mia vecchia azienda il pagamento del TFR. Il TFR è soggetto a tassazione separata in modo da non cumularsi con il reddito corrente dell’anno. Si tratta di una condizione di favore, coerente con la logica di questo istituto. La tassazione, come al solito, viene effettuata alla fonte dal datore di lavoro, che ti liquida l’importo e ti trattiene l’imposta che poi versa all’erario.

Tutto bene, quindi?

No, perché l’aliquota per tassare il TFR è calcolata sulla media dei tuoi redditi imponibili degli ultimi quattro anni, che il datore di lavoro non conosce. Il datore di lavoro infatti conosce solo il tuo reddito da lavoro, e solo quello maturato con lui. Quindi se hai una casa, o se hai qualche altra fonte di guadagno anche piccola, o se negli ultimi quattro anni hai avuto due datori di lavoro, ti tasserà il TFR per un importo inferiore da dovuto.

Dopo un periodo ignoto (dopo circa quattro anni, qualche giorno fa, nel mio caso), arriva la comunicazione dell’agenzia delle entrate dell’importo aggiuntivo dovuto come tassazione del TFR, con allegato bollettino, prospetto (complicatissimo e misterioso, ça va sans dire) e spiegazioni, e il termine di pagamento oltre al quale arriverebbe la cartella esattoriale Equitalia con interessi di mora ecc.

L’importo aggiuntivo da pagare, nel mio caso, non è gran cosa (anche se in periodo di tasse universitarie e corsi di lingua dei figli non è il massimo della felicità). Ma questo modo di procedere è, secondo me, il perfetto esempio di un fisco oggettivamente nemico del contribuente. Questo metodo infatti impedisce qualsiasi pianificazione, dà la sensazione che, in momenti del tempo del tutto imprevedibili, ti possano arrivare cartelle esattoriali o richieste di pagamento dal fisco, senza che tu possa minimamente prevederle (non c’è solo il caso del TFR nel quale il fisco funziona così).

E invece, è proprio la prevedibilità dei comportamenti che servirebbe, un quadro certo nel quale muoversi.

***

Facciamo un passo avanti, per vedere dove sta il problema e come risolverlo.

Il problema

Il problema sta nel fatto che il legislatore che ha stabilito la modalità di tassazione del TFR non si è minimamente posta la questione dell’implementazione del processo. Anzi, si è inventato un metodo che, inevitabilmente, impone un intervento ex-post dell’Agenzia delle entrate. Risultati evidenti: per il cittadino, imprevedibilità, mancanza di chiarezza, fisco “nemico”. Per l’amministrazione: necessità di implementare l’ennesima procedura, di inviare lettere, eventualmente di procedere alla riscossione coatta con Equitalia, ecc.[1].

Le soluzioni

La soluzione ovvia sarebbe, in questo come in altri casi, cambiare la legge semplificandola, pensando anche al modo migliore per calcolare velocemente, immediatamente e con sicurezza il dovuto. A occhio, se tassazione separata deve restare, e se il datore di lavoro è sostituto d’imposta, bisogna tornare a un metodo di calcolo i cui componenti siano per definizione tutti noti al datore di lavoro. Non credo proprio che sia impossibile.

La seconda soluzione è nella categoria “investimenti informatico-organizzativi degni di miglior causa” di cui dicevo all’inizio. A norma invariata, visto che i dati sui redditi e le aliquote medie degli anni passati sono in possesso dell’Agenzia, sarebbe sufficiente un bel web service messo a disposizione del datore di lavoro da parte dell’Agenzia. Il datore accede al sito dell’Agenzia, inserisce i dati del lavoratore (il codice fiscale) e l’importo del TFR lordo da liquidare, e l’Agenzia calcola il dovuto e comunica il valore dell’imposta da detrarre.

***

Mi fermo. Perché non voglio infierire. Per esempio, avete mai capito fino in fondo la faccenda dell’anticipo Irpef? Lo so, in pratica devi pagare tutto (il 90%) già l’anno prima e, lo so, non sarà facile uscirne vista la fame di liquidità dello Stato. Ma anche questo non è un altro esempio di scarsa chiarezza?



[1] a proposito, visto che io ho una casella di posta certificata appositamente per comunicare con la pubblica amministrazione, e la pubblica amministrazione lo sa (la PEC gratuita del cittadino è emessa dalla PA), perché l’Agenzia delle entrate mi ha mandato la solita raccomandata di carta e non mi ha scritto via posta elettronica?



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4 febbraio 2013

L'arcivernice del professor Giavazzi


Ieri, sul Corriere della Sera, la premiata ditta Alesina&Giavazzi ha preso uno svarione epocale. I nostri infatti hanno scritto:

“Oggi l'energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent'anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione”.

L’esistenza di questa arcivernice è affermata peraltro come cosa ovvia, quasi un inciso nel discorso. Perché lo scopo dei nostri è esemplificare quanto siano stati dannosi gli incentivi al fotovoltaico, che avrebbero finanziato una tecnologia ormai obsoleta. E, per questa via, dimostrare quanto siano dannosi sempre gli incentivi. In altre parole, quanto sia dannosa e da evitarsi qualsiasi politica industriale. Perché, come è ovvio, basta lasciar libero il mercato e avremo il miglior mondo possibile.

Sarà bene provare a rimettere coi piedi per terra della realtà i due nostri eroi, provando a farli scendere dall’empireo delle idee astratte e dei modelli economici formali nei quali evidentemente vivono.

1) Purtroppo, l’arcivernice fotovoltaica non esiste e non è mai esistita. Esistono da lungo tempo sperimentazioni, tentativi di produrre film sottili che rendano sensibili le superfici, con l’obiettivo di ridurre i costi dei pannelli e semplificarne l’uso. E naturalmente in rete abbondano gli articoli che promettono che questa tecnologia è già “quasi” disponibile, o lo sarà fra pochissimo tempo. Si chiamano hype, e Alesina&Giavazzi, che si occupano di economia e non di fisica e chimica dei materiali, forse farebbero bene a starne alla larga[1].

2)Anche esistessero, la riduzione di costo non sarebbe probabilmente quella favoleggiata, perché un impianto solare non è fatto solo di pannelli, ma anche di inverter, connessioni, sistemi di controllo, per non dire del costo di gestione della rete intelligente. Purtroppo, non ci sono pasti gratis.

3) Infine, ed è la cosa decisamente più importante, il possibile sviluppo dei film sottili fotovoltaici, se e quando arriverà, è esattamente uno dei possibili risultati delle politiche di incentivi che molti paesi hanno adottato in questi anni. Senza politiche attive, il business ad usual dell’uso del petrolio e del gas – che ha tuttora vantaggi competitivi evidenti rispetto alle fonti rinnovabili – avrebbe inevitabilmente trionfato, e quelle stesse imprese, quegli stessi ricercatori universitari che oggi fantasticano di arcivernici, magari starebbero studiando la prossima tecnologia per spremere petrolio dalle viscere più profonde della terra. Con tutte le splendide conseguenze sul nostro clima e la nostra salute che ben conosciamo.

(Chiarimento preventivo a possibili critiche: anch’io penso che le politiche di incentivo al fotovoltaico in Italia siano state troppo generose e in parte mal gestite. Sarebbe stato meglio adottare politiche più diversificate, ed errori ne sono stati fatti. E naturalmente accanto agli incentivi la spesa diretta in ricerca di base e in ricerca e sviluppo è l’altra gamba necessaria che, in Italia, non gode certamente di grandissima attenzione. Ma questo non muta la sostanza del ragionamento fatto sopra)

4) Ma se l’esempio per dimostrala è sbagliato, anche la tesi di fondo – l’effetto dannoso di qualsiasi politica industriale – è sbagliata in radice. Ed infatti i nostri in qualche modo sembrano quasi rendersene conto, quando ammettono che lo sviluppo italiano del dopoguerra, largamente dovuto all’intervento statale, all’IRI, ecc., è un fatto innegabile. Ma, sostengono, ora siamo in un altro mondo, dove quella strada non può più essere seguita, perché non siamo più un paese di nuova industrializzazione che può crescere per imitazione dirigista, ma un paese che deve stare sulla frontiera dell’innovazione e, quindi, deva basarsi su flessibilità e mercato. Peccato che il paese che in questi anni è certamente stato sempre sulla frontiera dell’innovazione, gli Stati Uniti, abbia una consolidata tradizione di politiche industriali molto attive e molto dirigiste, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo. Senza scomodare le recenti politiche di salvataggio del settore auto[2], perché qualcuno potrebbe dire che la colpa è di quel socialista di Obama, basta ricordare che gli Stati Uniti da sempre praticano allegramente – e giustamente – l’aiuto di Stato alle imprese. Ad esempio riservando quote di appalti pubblici alle PMI locali. Oppure, come è ben noto, finanziando con grandi commesse (soprattutto militari) i propri campioni dell’industria tecnologica. O, ancora, praticando politiche di intervento e collaborazione con i paesi del “giardino di casa” (il Sudamerica) o del petrolio. Ed anche l’altro paese che, in vario modo, spesso ci viene portato ad esempio, quella Germania campione dell’economia sociale di mercato, non può certo essere considerata un posto dove non ci sia un attento coordinamento delle scelte strategiche industriali da parte del governo…

(Secondo chiarimento preventivo a possibili critiche: gli Stati Uniti sono anche il paese della grande flessibilità, della distruzione creatrice schumpeteriana che ha consentito a singoli innovatori di cambiare il panorama industriale - i famosi esempi di Apple, Google ecc.. In un certo senso, possono permettersi e fare con successo politiche industriali dirigiste proprio perché le fanno in un contesto di massima flessibilità e libertà d’impresa, e di massima concorrenza in certi settori chiave. Non rischiano di distorcere troppo gli incentivi, ma anzi possono davvero riorientarli in modo positivo. Noi abbiamo un mercato ingessato da corporazioni e corporativismi di ogni tipo e, quindi, politiche troppo dirigiste rischiano di far danni perché finiscono per fornire incentivi sbagliati. Da noi quindi – ribaltando il concetto espresso nel documento del PD citato nell’articolo -, “non bastano” le politiche industriali, servono anche, finalmente, ampie dosi di liberalizzazione. Non bastano ma, se fatte con cautela ed acume, servono eccome).

5) Per capire a fondo l’errore concettuale di Alesina&Giavazzi, però, dobbiamo entrare nella logica economica che ne costituisce il fondamento. La logica economica tipica dell’economia standard di questi tempi di cui i due professori sono fra i migliori e più coerenti esponenti, che si può sintetizzare nella duplice idea che il libero mercato coincide con il capitalismo, e che la storia (la società, la politica, le religioni, il potere, le idee) in fondo non esiste. Il mondo è piatto, e funziona tramite automatismi oggettivi, e tanto più gli uomini si ostinano a provare a contrastare questi automatismi, tanto più faranno danni. Ora, il problema è che la storia conta, la politica conta, e la potenza conta. Soprattutto, il libero mercato e la libera concorrenza sono la condizione per lo sviluppo dell’accumulazione capitalista, ma l’accumulazione capitalista e il conseguente eccezionale miglioramento delle nostre vite grazie al suo sviluppo, nella concreta storia umana (fin dalle prime forme di capitalismo mercantile medioevale), è stata possibile grazie a una costante negazione conflittuale della libera concorrenza, realizzata attraverso forme diverse ma convergenti nello scopo di concentrare le forze produttive e la loro potenza: ad esempio, l’emergere dei monopoli commerciali e del controllo delle rotte praticato prima dalle potenze di Venezia o Genova, poi dagli olandesi e dalla Compagnia delle Indie. Oppure il capitalismo di rapina dell’imperialismo ottocentesco, o ancora il ruolo innegabile della spesa pubblica nel secolo passato. O tutti i periodici protezionismi mercantilistici che, nei fatti, non sono stati affatto disfunzionali alla crescita del capitalismo e della ricchezza delle nazioni. In qualche modo, è proprio questa tensione fra libera concorrenza – che consente innovazione e migliore distribuzione – e concentrazione, che consente “grandi balzi in avanti” di zone specifiche del mondo che, in un certo periodo, diventano dominanti, a dare il segno alla storia del capitalismo. In qualche modo, quindi, le “politiche industriali” sono la prosecuzione di questa storia e, perciò, sono del tutto coerenti con la realtà del capitalismo. Mentre affidarsi alla sola concorrenza e al solo libero mercato è, più che cattiva ideologia, illusione.

L’economia politica è stata sempre la mia passione. E ho amato anche l’eleganza dei modelli matematici, la perfezione con cui i migliori economisti provano a spiegare la meccanica del gioco economico. Quel che mi dispiace, è che l’eccessiva specializzazione odierna possa portare ad esiti così deprimenti. Forse gioverebbe agli economisti ricordarsi che i problemi sono sistemici, e che bisogna sempre inserire l’economia nella storia, e che magari è meglio non avventurarsi in deduzioni azzardate sulla base di una incerta conoscenza della tecnologia e delle scienze dure. Un po’ più di Fernand Braudel, e un po’ più di Albert Einstein.

PS; qui notizie sull’arcivernice del professor Lambicchi.



[1] Incidentalmente, anche l’accenno al terribile costo di smaltimento dei pannelli attuali è un altro classico di chi non conosce la materia e deve dimostrare la sua tesi precostituita. Lo smaltimento dei pannelli è un problema del tutto gestibile, anche perché molto può essere riciclato.

[2] (a proposito, chissà che ne pensano Alesina&Giavazzi del Marchionne double face statalista in USA e liberista in Italia – per quel che conta, io credo che sia lo stesso Marchionne che giustamente e con successo si adatta a contesti diversi)


12 aprile 2011

Gagarin



Oggi gli argomenti non mancherebbero. Ad esempio ci sarebbe da urlare una depressa indignazione per la squallida figura di Maroni in Europa.
Tuttavia, lasciatemi dedicare qualche parola a Gagarin e al vecchio sogno della conquista dello spazio. Io, nato nell'anno dello Sputnik, non ricordo il viaggio, quando avevo solo quattro anni. ma sono cresciuto col poster di Gagarin appeso nella stanza, quel poster che tuttora fa bella mostra di se nella mia casetta di montagna.

Il fatto è che quelle storie di conquista e progresso, americane o russe che fossero, erano storie di speranza. Con il mio amichetto di famiglia democristiana o peggio (che infatti sarebbe diventato, da grande, un militante neofascista...) litigavamo su chi era meglio, fra Soyuz e Apollo. Ma non sul fatto che là, nello spazio, fosse giusto e perfino urgente andare.

Ha ragione questo buffo commento a un post de ilPost. Invidiateci per quel che abbiamo potuto sperare.


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7 ottobre 2010

Bloglines chiude, e forse la cosa dovrebbe preoccuparci

The Bloglines service will officially close November 1, 2010.

Questo è l’annuncio che compare sulla home page del servizio RSS di Bloglines. Ora, è da un po’ di tempo che uso anche Googel Reader come feeder per seguire i blog che preferisco.

Però a ero affezionato Bologlines, uno dei primissimi servizi del genere, ben precedente alla googlizzazione totale del web ormai in atto. E’ lì che ho imparato a organizzare i miei feed, è quella la piattaforma che mi ha permesso di seguire molte cose interessanti. E’ il suo badge quello che qui a destra riporta l’elenco dei miei blog preferiti (e ora dovrò sostituirlo con qualcosa d’altro).



Il processo di concentrazione nei servizi web gratuiti mi sembra sempre più pervasivo. Il modello di business basato sulla pubblicità e non sull’acquisito del servizio funziona solo per grandissimi player (Google, Facebook, forse Yahoo...). Gli altri alla lunga non ce la fanno, non ce la possono fare. Bloglines chiude, Ning prova a continuare, ma a pagamento.

E’ un processo che ricorda troppo ciò che è successo in Italia con la televisione generalista gratuita (ossia finanziata dalla pubblicità). Con le nefaste conseguenze che tutti ben conosciamo.


23 maggio 2010

Tecnocrazia e democrazia

Con molto ritardo, sono tornato a occuparmi di NfA. E ho provato a rispondere a chi mi accusava di avere una visione ingenua della democrazia e di rifiutare il ruolo delle competenze tecniche. Riporto qui quasi per esteso la mia risposta.


Dunque, Marco Boninu mi impartisce una dotta lezione sulla mia incapacità di capire che la competenza tecnica non è in contraddizione con il significato normativo della democrazia, ed anzi mi fa notare che una democrazia sensata deve accettare il ruolo della tecnica e dei "competenti" in una certa materia.

Ora, ammetto volentieri che nel riportare la mia polemichetta sul mio blog io sia stato un po' tranchant. Peccato che Marco abbia dedotto da ciò una montagna di conseguenze che sono molto molto lontane dal mio pensiero, direi un bel processo alle intenzioni.

Provo a mettere in ordine la faccenda. Dice Marco che i partirei dal seguente assunto:

"a) messa in discussione del valore epistemico della disciplina che contesti (in questo caso l'economia) che non amplierebbe la conoscenza delle cose, ma realizzarebbe solo "condizioni di dominio"

Avendo fatto anch'io, ahimè in anni lontani, studi di economia, non metto affatto in discussione il valore epistemico della disciplina in quanto tale, né penso che la conoscenza scientifica sia solo un modo per realizzare condizioni di dominio. Penso però che: (a) le teorie scientifiche non siano immutabili e non esista una verità rivelata una volta per tutte - è una banalità, mi sembra, da Kuhn in poi (b) ciò è vero in particolare nelle scienze "umane", inclusa l'economia, per le notissime ragioni della difficoltà di distinguere i giudizi di valore e le credenze (ideologie??) incorporate in ciascuna visione teorica - incluse le visioni teoriche che mi stanno più "simpatiche", ovviamente. Ed infatti io mi limito a contestare il modo di vedere le cose della teoria standard "mainstream" in questo momento dominante nella scienza economica. Ma non è che non veda che quella teoria ha un forte livello di coerenza interna, o che i suoi modelli in molte circostanze funzionino benissimo (ossia all'interno di un quadro a "razionalità limitata") o ancora, che possono insegnare molto di utile per politiche economiche efficaci. Ma su questo - e sull'utilitarismo - ci torno dopo, rimarcando però che non è vero che la scienza economica è solo mainstream, e che ci sono fior di economisti che pensano e praticano altri modelli. Qui faccio solo notare che non occorre avere un approccio da "Scuola di Francoforte" per poter contestare nel merito una posizione di politica economica.

b) messa in causa dell'esistenza di standard obbiettivi che consentano la valutazione in re (cioè sapendo ciò di cui si parla, non orecchiando le volgarizzazioni) delle cose che discuti; 

Vedi sopra: non metto in discussione l'esistenza di standard obiettivi. Dico che sulla base di standard obiettivi, il mainstream economico non funziona. Ovviamente chi scrive su NfA non la pensa come me, legittimamente. Ma - ripeto - altri economisti non la pensano come chi scrive su NfA. O NfA ha il monopolio della scienza economica "giusta"?

c) rivendicazione di una isegoria spinta e senza limiti dal momento che il tecnico che parla non è in una condizione di competenza realmente superiore ad un profano in quanto comunque il profano ha il merito di individuare istanze morali o di qualunque altro genere, che il tecnico, nella parzialità delle sue competenze, trascurerebbe in maniera colpevole, come tu sembri insinuare, o perchè troppo ingenuo. 

Veniamo finalmente al punto del ruolo della tecnica nel processo democratico, e nell'assunzione delle decisioni. Contrariamente a quanto Marco ha dedotto sulle mie supposte idee in merito, io, da appassionato della democrazia partecipativa e di cosette come il metodo del consenso e le procedure per il consenso informato, penso proprio che le competenze tecniche debbano essere il più possibile incluse dentro i processi democratici. Marco, forse al fine di polemizzare in modo più efficace col sottoscritto, pone in totale antinomia la competenza tecnica e la possibilità di tutti di parlare senza sapere di che si parla (l'isegoria). Io invece credo quanto segue:

 

  • Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni - quando queste siano decisioni con rilevanza politica o sociale o ambientale, ad esempio - comporta dei rischi non per la democrazia in se, ma per la bontà delle decisioni. Non perché i tecnici siano "cattivi" o "ingenui" (magari a volte lo sono, ma questo vale anche per i non tecnici, quindi è irrilevante), ma perché una scelta non lasciata solo ai tecnici ha più probabilità di funzionare perché capita e condivisa da chi la subisce.
  • Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni è anche rischioso quando lo specifico tecnico - come nella tecnica e nella scienza moderne - sia talmente segmentato da rendere assai probabile che una scelta "tecnica" in un settore generi effetti non previsti in altri ambiti (controllati da altre "tecniche"). Ma difficilmente le scelte tecniche sono pienamente transdisciplinari, e riescono a tener conto di tutte le possibili esternalità positive o negative. E quando lo sono, i "tecnici" delle varie discipline si trovano fra di loro esattamente nella stessa condizione dei "profani" che parlano senza sapere di ciò che parlano: debbono quindi adottare fra loro una sorta di processo democratico, ovviamente sotto il vaglio di standard obiettivi.
  • Lasciare le decisioni complesse agli "incompetenti", ossia adottare la visione ingenua della democrazia che Marco mi accusa di avere, è ovviamente altrettanto rischioso e per nulla intelligente. E - concordo con Marco - non ha molto a che fare con un concetto sensato di democrazia. E tuttavia, eviterei di sottovalutare la forza della competenza collettiva, della capacità di gruppi vasti di persone non competenti di esprimere giudizi che, quando aggregati, si dimostrano ex post perfino migliori di quelli espressi da piccoli gruppi di "esperti". Gli esempi di questo libro dovrebbero suggerire qualche dubbio in proposito.
  • In conclusione, più che contrapporre tecnica e democrazia intesa come "parlare per dare aria ai denti", io credo che bisogna sforzarsi di adottare il più spesso possibile, con tutta la fatica e anche la perdita di "velocità" che ciò comporta, procedimenti di decisione che includano in vario modo sia la competenza tecnica sia l'opinione dei non competenti. L'idea migliore, in questo senso, è sicuramente quella del consenso informato, nella quale si tenta appunto di trasferire almeno in parte sugli stakeholder - in partenza non competenti - le basi dell'informazione tecnica necessaria per assumere decisioni consapevoli.

Ancora due cose, sul liberismo (non liberalismo, come scrive Marco travisandomi) e sull'utilitarismo base dell'economia mainstream. Mi ha molto colpito questo commento di DentArthurDent
L'economia moderna (o quantomeno il mainstream) mi sembra una scienza pesantemente model-based e data-based, il cui fine e' fondamentalmente l'ottimizzazione di alcune grandezze quantificabili. Viceversa, quasi tutti quelli che propongono un'idea "altra" rispetto al capitalismo puntano all'ottimizzazione di alcune grandezze non facilmente definibili ne' misurabili: uguaglianza, sicurezza sociale, benessere... in ultima analisi e semplificando un po', la solita felicita'. 

 

A parte che l'uguaglianza economica è perfettamente misurabile, il punto è che il mainstream economico non si basa sull'utilitarismo filosofico, ma su una sua caricatura semplificata secondo la quale sul mercato si affaccia un homo oeconomicus che opera solo per il suo self interest. Con ciò mettendo tra parentesi sia che il mercato per funzionare deve essere inteso come istituzione e deve basarsi su una cosetta piccola piccola che è la fiducia reciproca, sia sopratutto che l'uomo reale non si muove solo per il suo interesse, fa montagne di cose del tutto gratuite - incluso il tempo speso da Marco, da me e da tutti quelli che perdono tempo a scrivere qui...

Evito di farla lunga su questo tema, ma vorrei dire a DentArthurDent che, davvero, non esiste solo il mainstream economico...


3 marzo 2010

Link alle patate

Più che il prevedibile allarmismo del pur bravissimo Carlin Petrini, e anche più della corretta ma forse un po' troppo possibilista rassegna del problema OGM fatta da Pietro Greco, mi sembra che sia Giorgio Calabrese su La Stampa a centrare il problema: il problema è che non abbiamo sul tema un meccanismo di valutazione scientifica davvero terzo ed affidabile, e bisogna costruirlo.


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2 marzo 2010

Sequestri

Il volonteroso Enrico Rossi, candidato del PD a presidente della Toscana, ha un programma nel quale le scelte energetiche a favore delle rinnovabili sono molto enfatizzate e quasi sempre ben argomentate.
Poi scopri che, con il sincretismo tipico della politica che tutto deve tenere e contenere, il nostro propone candidamente di trasformare le centrali a olio di Livorno e Piombino - sommamente inquinanti - in centrali a carbone con cattura stoccaggio geologico della CO2 (CCS) - quindi non inquinanti e a emissioni zero, dice lui.
Peccato che lo stoccaggio geologico della CO2 sia, purtroppo, una tecnologia che ancora non esiste in natura, se non in impianti dimostrativi e sperimentali. E, sopratutto, peccato che sia una tecnologia per ora decisamente troppo costosa: l'energia elettrica prodotta da un impianto con CCS, secondo autorevoli studi, richiede almeno il 20% in più di combustibile e una notevole quantità aggiuntiva di acqua in un processo di produzione molto più complesso e costoso,  e supera quindi il costo di produzione di molte delle fonti rinnovabili, in particolare dell'eolico.


Ora, io capisco benissimo la logica della proposta. Rossi, come chiunque voglia ambire a governare un territorio, ha un pragmatico problema di fattibilità. Da un lato, sa che impianti terribilmente inquinanti come le centrali ad olio combustibile non sono più accettabili per territori già ampiamente compromessi come quelli di Livorno e Piombino. Dall'altra parte, ritiene comprensibilmente che quegli impianti debbano continuare a produrre energia, e che per farlo non sia possibile una trasformazione a rinnovabili, e per di più magari ha anche il problema dei posti di lavoro da preservare. Qualcuno gli parla della CCS, e si accende la speranza...

Il fatto è che un politico non dovrebbe limitarsi a combinare il menu di scelte tecniche che gli propongono, sulla base di una vaga ideologia pro green economy. Un politico dovrebbe provare a verificarlo, questo menu di scelte. Evitando di avventurarsi in terreni scivolosi.

Soluzioni alternative? Per esempio, proporre ad Enel un bell'impianto eolico off-shore al posto della centrale a olio combustibile. O, al massimo, una più ovvia trasformazione a ciclo combinato. E magari una piccola centrale dimostrativa per far avanzare la ricerca della tecnologia del CCS ci potrebbe pure stare, ma sapendo che, appunto, non è la soluzione...

(sul CCS, qui le opinioni di chi punta, mi sembra in perfetta buona fede, su questa tecnologia. In questo articolo una valutazione del prezzo della tecnologia CCS. Qui invece si spiega perché, purtroppo, è illusorio pensare che la cattura e stoccaggio della CO2 potranno essere usate estesamente dove ce ne sarebbe davvero bisogno, in Cina: fare efficienza e risparmio, si nota, costa molto meno. Infine, un divertente smontaggio delle dichiarazioni del nostro governo, di Enel ed ENI, sulla miracolosa soluzione del CCS)


2 settembre 2009

Libri, e-book, editori, autori

Oggi Luca De Biase ha scritto un interessantissimo resoconto commentato di quanto dice il direttore della divisione libri di Mondadori sul mercato futuro dei libri. Anche lui, tra l'altro, torna sull'idea che l'e-book è destinato a crescere prima e sopratutto in campo scolastico. Ne avevo parlato qui e qui molto tempo fa.

Ma quel che mi ha colpito è il geniale ps di un commentatore al post di Luca, che qui riporto integralmente:
Per gli ebook l'unica cosa che mi preoccupa è l'alzheimer digitale. I libri a cui tengo li compro per conservarli, gli altri li prendo in prestito in biblioteca.
Ho libri dei primi del 900 che prendo dallo scaffale e sfoglio al volo. Non potrei fare la stessa cosa con alcuni documenti che ho ritrovato in cantina ed erano scritti con Wordstar e salvati su dei floppy da 5 1/4. Chissà che ci avevo messo?
Sembra banale ma il problema esiste per tutto il nostro bagaglio personale tranne che per i libri. Chi mi dice che tra vent'anni possa leggere una chiavetta USB o un disco SATA trovato in uno scatolone in cantina? Nessuno.
Se voglio conservare devo diventare sistemista di me stesso.


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11 agosto 2009

In difesa della statistica

Fra ieri ed oggi sinistra e destra giornalistica si sono esercitate in superficiali inesattezze sui risultati delle prove Invalsi di quest'anno. Ieri Repubblica attaccava la correzione effettuata dagli statistici dell'Invalsi, volta ad individuare e correggere gli eventuali comportamenti opportunistici nella prova, con l'argomento che piuttosto che nord e sud, il problema poteva essere dato dal diverso numero di studenti stranieri. Oggi Libero (non trovo traccia on line, ma ne ha parlato ampiamente Radio 3 stamattina) fa l'esatto contrario, gridando in prima pagina la sua indignazione (o meglio, la sua soddisfazione) perché gli studenti del sud "truccano" le prove.

Leggendo il rapporto completo e, in particolare, l'Appendice 5, si vede che gli statistici Invalsi hanno lavorato correttamente, con buone metodiche statistiche, e che probabilmente i comportamenti opportunistici (ossia il "copiare" da altri, o il lasciar copiare da parte dei professori) sono davvero con ottima probabilità concentrati in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Cosa niente affatto sorprendente perché è facile immaginare un atteggiamento tendenzialmente poco interessato a considerare la prova una "cosa seria", e uno spirito pubblico non proprio esemplare.

Quanto però ad inferire che gli studenti del sud sono più "somari", come prevedibilmente fa Libero, ce ne corre perché la prova non misura la qualità degli studenti in sé, bensì la qualità del sistema scuola nel suo complesso. Insomma, i risultati scolastici misurati dai test sono i risultati di istituzioni scolastiche più o meno efficienti, e di un ambiente sociale più o meno stimolante. Non - o almeno non solo - i risultati delle qualità innate degli studenti sottoposti al test.

Ecco, queste cose dovrebbero essere ovvie. La sinistra giornalistica farebbe meglio ad essere un po' più realistica, e a non far scattare riflessi condizionati come quello secondo cui per definizione se qualcuno individua una bega nel sud, allora è un leghista razzista. Mentre magari è solo uno statistico volonteroso ed attento.

Alla destra giornalistica è inutile chiedere alcunché, ma insomma, il razzismo ormai nemmeno strisciante con cui farciscono i loro giornali comincia ad essere davvero insopportabile...


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17 aprile 2009

Battaglie di retroguardia

Ci risiamo. Questa volta è la civilissima e moderna Svezia che si segnala per una sentenza ed una legge nata vecchia, per l'ennesima patetica battaglia di retroguardia contro la pirateria nel software, per l'ennesima "condanna esemplare".

Zambardino ne parla qui e io condivido.

Ma tenterei di fare un passo in avanti. Governi degni di questo nome potrebbero adottare due soluzioni (una non esclude l’altra):

1) una piccolissima tassa sul bit, analoga a quella sui supporti magnetici, da distribuire poi come diritto d’autore

2) (e a mio giudizio meglio) una drastica riduzione della durata legale dei diritti d’autore (diciamo 5 anni, max 10): il resto diventa di dominio pubblico, ma in compenso chi pirateggia sulle cose più recenti può essere giustamente sanzionato.

Poi, certo, resta che questi personaggi che continuano ad appellarsi alla pura e patetica repressione di qualcosa che non può che sfuggirgli di mano, sembrano proprio gente che vuole svuotare il mare col cucchiaio, e che vive in un’altra epoca…



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11 dicembre 2008

Blog VS Facebook

Certo, Facebook ha i suoi lati positivi. Sicuro, l'effetto virale delle cose che fai è assicurato o comunque più facile. Pensa ad esempio al successo degli autoconvocati per l'elezione diretta del segretario del PD di Roma. E' comodo linkare cose, è comodo e a volte divertente curiosare su ciò che fanno gli altri (il famoso “stato”). Vedo che anche gente che prima non faceva granché con la rete, con questo strumento inizia a farlo.

Però, se già la proliferazione dei blog, il reticolo dei commenti dei blogroll, stava diventando un generatore di distrazione e deconcentrazione, di frammentazione dell'informazione e di confusione mentale, Facebook moltiplica per mille quell'effetto. Senza, in fondo, avere il vantaggio del blog.

Perché il blog personale è pur sempre tuo, è pur sempre in qualche modo un sito, ti senti responsabile di quello che ci metti dentro in modo diverso da quel che succede in Facebook, anche se teoricamente potrebbe essere la stessa cosa. Alla fine, è su un blog che viene voglia di scrivere pensieri seri, idee complesse, esercizi di stile. E' sui blog di chi conosci che viene voglia di inviare commenti magari chilometrici, lanciarsi in discussioni e litigate feroci e feconde.

Su Facebook, al massimo, cazzeggi un po'.


19 novembre 2008

Cambiare idea, ma continuare a sbagliare

Qualche giorno fa ho ascoltato gli inviati del Ruggito del coniglio intervistare persone a caso che, scherzando e ridendo, dicevano in massa il loro favore al nucleare, pur di pagare meno l'energia. Confermavano così le indagini che ci dicono che il senso comune è cambiato.




Prima, l'Italia ha rifiutato il nucleare per ragioni sbagliate: la paura cieca della tecnologia. Ora, sembra che l'Italia voglia tornare al nucleare per ragioni altrettanto sbagliate: la paura cieca di dover consumare un po' meno energia, di dover cambiare modello di vita, e la sfiducia nelle energie alternative.

In comune, ora come allora, la incapacità del dibattito pubblico di approfondire davvero le questioni.


11 novembre 2008

Carta senza libri, libri senza carta

Più di due anni fa proponevo tre  possibili modi di riformare l'editoria scolastica, immaginando l'ordine diretto da parte delle scuole, il prestito sistematico, o il libro su Internet.
Il decreto Gelmini e la normativa collegata risolvono il problema (si fa per dire) bloccando il cambiamento dei libri per 6 anni, anche se non si capisce perché e in che modo questo dovrebbe ridurre la spesa per le famiglie. In più, dal 2011-12 solo libri scaricabili anche da Internet potranno essere scelti come libri scolastici.
Sull'Unità di qualche giorno fa, una documentata inchiesta sosteneva che questa soluzione porterà con buona probabilità al fallimento molti editori scolastici puri, per la felicità della Mondadori scuola - guarda un po' che caso. E Romano Luperini ci ricordava che, comunque la si voglia raccontare, il manuale scolastico è spesso l'unico libro che entra in molte case di italiani. Abolirlo e sostituirlo con dispense scaricate da Internet è, dunque, anche un modo per far scomparire l'oggetto libro da molte case.



Scaricare da Internet, in realtà, nell'immaginario e nella pratica collettiva di migliaia di giovani e meno giovani, equivale a scaricare gratis qualunque contenuto. Sia che si tratti di contenuti pensati per essere venduti, ma poi messi a disposizione tramite file sharing, sia che si tratti di contenuti nati e cresciti gratuitamente, come wikipedia, o come questo blog che state leggendo.

Sono anni che le major del disco combattono la pirateria in Internet. Sono anni che si discute di come riconoscere il diritto d'autore nell'epoca della rete e del file sharing. Che si discute del concetto stesso di pirateria. Tutte le persone sensate capiscono che la repressione pura e semplice è senza speranza, ed infatti piano piano ci si esercita su nuovi "modelli di business", da iTunes in poi. E stessa cosa, pian piano, sta avvenendo anche per i video e per la parola scritta.

Fino ad ora, sebbene la vendita on line si stia diffondendo, il volume di file scambiati gratuitamente è incomparabilmente maggiore di quello che passa per il mercato ufficiale. E, più della dimensione quantitativa del fenomeno, è la dimensione qualitativa che impressiona: nella cultura assolutamente dominante di chi usa Internet, scambiare file vie eMule e simili non è in alcun modo considerato un "vero" reato. E' piuttosto visto come la assoluta normalità, che non esclude infatti l'utilizzo contemporaneo del commercio elettronico legale. Come un comportamento assolutamente morale, in qualche modo un implicito risarcimento a quello che è visto come una vera rapina, quella che i padroni della musica fanno nei confronti dei consumatori e dei musicisti.

E così sembra che l'unica idea di business alternativa al gratis illegale sia il gratis illusorio dell'incorporare pubblicità: distribuisco musica (o più in generale contenuti) assieme alla pubblicità. Banalmente, è lo stesso modello dell'illusoria gratuità della televisione commerciale. Ma finanziare qualunque contenuto diffuso "gratuitamente" con le entrate pubblicitarie significa pretendere che la pubblicità abbia fatturati enormi, ossia che i prodotti pubblicizzati incorporino costi pubblicitari elevati. In breve: qualcuno può avere qualcosa gratis (la musica, ad esempio), a patto che qualcun altro (non necessariamente la stessa persona) paghi più del dovuto qualcos'altro. E, per di più, diventa molto poco trasparente il rapporto fra i valori reali delle cose. Appunto, così come molti credono che la televisione commerciale sia gratis, ora altrettanti credono che internet sia gratis. Anche a prescindere dalla pirateria.

Ed infatti, la proposta di dmin.it non sembra riesca a fare molta strada. Il problema è sempre quello di riuscire a riconoscere dei diritti d'autore che siano, appunto, diritti d'autore e non diritti di editore, e che non durino uno sproposito di anni.

In sintesi, il nocciolo della questione è sempre lo stesso: la possibilità di distribuzione tramite Internet distrugge potenzialmente il ruolo degli intermediari. Ma gli intermediari, ovviamente, si difendono.



Torniamo ai libri scolastici, allora. Il governo, con le nuove regole, blandisce il modernismo internettaro che aveva affascinato anche me. In fondo, i libri scolastici sono strumenti di lavoro, non "veri" libri. E allude all'idea che
gli editori di libri scolastici siano intermediari parassitari.
L'Unità ci dice che la realtà è più complicata, come al solito. Che gli editori non sono necessariamente intermediari parassitari, ma che svolgono una funzione di direzione ed organizzazione delle scelte, di stimolo degli autori, ecc. E ci ricorda che ci sono editori potenzialmente monopolisti, ed editori piccoli e in difficoltà con le nuove regole.

Luca De Biase, riflettendo sui giornali nell'era di Internet, usa dire che "il giornale non è la sua carta". Il giornale è la credibilità e l'autorevolezza di chi lo fa, è la comunità che gli cresce intorno, è l'insieme di opinioni che di modo di pensare che costruisce.

Forse, anche il libro scolastico "non è la sua carta", mentre credo passerà ancora molto tempo prima che si possa dire che il libro tou court non è anche la sua carta, il suo profumo, la sua fisicità.
E quindi, l'idea che i libri scolastici possano essere scaricati da Internet, magari a pezzi in funzione del percorso didattico deciso dal docente, non sembra in sé e per sé una bestemmia.

Resta però il dubbio che "scaricare" significhi anche stampare su carta. Più brutta, meno durevole, ugualmente costosa, ma con costi nascosti. Ugualmente inquinante. Carta senza libri, invece di libri senza carta.
Certo, anche nei libri, scolastici o meno, l'effetto della disintermediazione della rete prima o poi si farà sentire. I prezzi del vecchio mondo fisico non possono essere accettati nel nuovo mondo virtuale, sparisce tutta la catena fisica dei magazzini, dei distributori, del trasporto.

*****
Come spesso gli capita, questo governo annusa l'aria con notevole fiuto, riflette poco sulle soluzioni, butta là quella che sembra più semplice ed accattivante, meglio se favorisce il capo, e poi si vedrà. Intanto, si è data l'impressione di innovare.
Come è inevitabile, in questo moltiplicarsi di azioni piccole e grandi, qualcosa può perfino essere utile. Forse.


10 giugno 2008

Sono davvero così sprovveduti?


E' un bel dilemma. Se davvero credono ancora alla possibilità di aumentare la produzione di petrolio in epoca di picco conclamato (e anche ignorando i problemi climatici connessi), i nostri governanti mondiali sono degli irresponsabili inetti.
Ma, forse, è un po' tutta una manfrina, perché al di là dei proclami pubblici si stanno attrezzando a gestire la botta. Mentre noi qui in periferia continuiamo a gingillarci con il sogno nucleare...



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9 giugno 2008

Toc, toc, c'è qualcuno?

Oggi, 9 giugno 2008, sul forum sui temi energetici e climatici del Partito democratico il post più recente degli iscritti è del 31 marzo, è ancora in home page (al terzo posto!) un mio post elettorale del 26 marzo, e l'ultimo post "redazionale" di Silvestrini, del 5 maggio, ha avuto ben 1 commento.

Forse il PD non c'è più. O forse non fa più politica, salvo l'accanimento con il quale il suo ceto politico lotta per spartirsi le spoglie del poco potere rimasto, o per affondare i suoi militanti in ignobili polemiche sulla collocazione in Europa.



Dimenticavo, non solo il sito dei DS è vivo e vegeto. Anche quello della Margherita è vivo e lotta insieme a noi...


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1 giugno 2008

Paura, eh?

Non ho bisogno di scrivere l'ennesimo post, perché c'è un sacco di gente che scrive ben meglio di me cose importanti:
  • In giorni in cui impazza il dibattito sulla sicurezza e sulla paura dello straniero clandestino, che pare l'unica cosa importante per l'Italiano medio, io vi invito caldamente ad avere paura di ben altro: qui c'è una documentata descrizione di ciò ci cui dobbiamo avere davvero paura, un avvitamento del cambiamento climatico che si sta facendo molto più rapido del previsto.
  • E qui ci sono informazioni sul fatto che qualcuno, all'estero, comincia a preoccuparsi, mentre dalle nostre parti ci si balocca con patetici sogni nucleari e si chiede, addirittura, di ridurre gli impegni già presi.
  • Seguire il blog Crisis, dove Debora Billi e Pietro Cambi ci raccontano sia gli aspetti psicologici che quelli scientifici della grande crisi che ci ostiniamo a far finta di non vedere, è attività un po' angosciante ma essenziale se non si vuole ficcare la testa sotto la sabbia.
  • Ma, se proprio siete appassionati dell'agenda politica imposta dalla nostra destra vincente, potete chiarirvi le idee con due post, il primo molto pragmatico e il secondo di vasta profondità storica, che spiegano bene cosa c'è sotto all'ossessione della sicurezza.


25 maggio 2008

Il nucleo del nucleare

Sul blog de iMille ho scritto una cosetta, più che altro sugli aspetti di propaganda politica impliciti nell'idea del ritorno al nucleare.
Ben meglio di me, Pietro Cambi spiega tutti i diversi aspetti della faccenda.
Se ne discute vivacemente anche qui.


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2 marzo 2008

Forum del PD: se son rose fioriranno... ma che fioriscano in fretta

L'ottimo Giuseppe A.Veltri, anche lui come me ne iMille, sempre più spesso citato da Zambardino che fa da cassa di risonanza del web politico su Repubblica, critica abbastanza nettamente i forum on line presenti nel sito del PD.
Nei commenti al suo post, molti notano che la confusione di questi forum è dovuta al fatto che funzionano anche come aggregatori dei blog di chi è iscritto, e non si capisce bene quale sia il criterio di aggregazione. Tanto che spesso vengono pubblicati post che con il forum c'entrano davvero poco. Il povero Giuseppe, poi, è incappato in un forum che, palesemente, semplicemente non è ancora partito (quelli sui new media o sullo sviluppo sostenibile o sull'energia, ad esempio, sono piuttosto vivaci e i contributi, sia da blog che da post diretto sul forum, vengono pubblicati piuttosto rapidamente dopo la moderazione).

Mi sembra che in questa faccenda ci siano due diversi problemi che si sovrappongono.
Il primo, è che le regole di funzionamento dei forum on line non sono chiare ed esplicite. Si intuisce che i post - immessi direttamente o via proprio blog - sono moderati, ma sembra che i criteri di moderazione siano diversi da caso a caso. Ad esempio, a giudicare da come i post di questo blog fluiscono dei tre forum a cui sono iscritto, mi sembra che quello new media faccia passare quasi tutto in automatico, mentre gli altri due siano più selettivi (e forse, dico forse, c'è qualche meccanismo per cui un post da blog viene pubblicato in un solo forum). Stranamente, i gruppi del cannocchiale disporrebbero di una tecnica per agevolare il lavoro dei moderatori, già usata per lanuovastagione: è possibile definire un tag che chi scrive sul proprio blog deve indicare per segnalare il gruppo in cui vuole essere pubblicato. Così, almeno, il moderatore del forum sull'energia non dovrebbe sorbirsi inutilmente questo post, che dovrebbe essere esaminato dal moderatore del forum new media.
A questo aspetto si lega anche il fatto che è difficilissimo (anche se teoricamente possibile), fare in modo che i propri post da blog siano pubblicati sul forum se non si ha un blog sul cannocchiale. Il ché è veramente inaccettabile - e lo dice uno che sta su questa piattaforma da anni...

Il secondo problema è la confusione fra questi forum on line, diretta filiazione dei forum di discussione del vecchio sito dell'Ulivo reinterpretata in chiave social software, e l'idea dei Forum tematici previsti dallo Statuto del PD.
Nulla vieta che questa piattaforma, migliorata e provvista di identificazione personale certa (iscrizione all'albo degli elettori, come previsto dallo statuto), possa essere utilizzata allo scopo. Però, per favore, chiariamo le regole e, comunque sia, sfoltiamo un numero di forum davvero eccessivo, con tematiche che si sovrappongono a più non posso.

In conclusione, in questi forum on line ci sono buone idee, ma si rischiano come al solito una totale perdita di credibilità
(era già successo ai tempi del social software de lanuovastagione ) se non vengono messi a punto presto e bene: facendo partire i veri forum tematici ufficiali, e lasciando magari più liberi e meno moderati dei forum/aggregatori per la libera e fluida discussione.

In appendice: l'articolo dello Statuto sui Forum tematici:
1. Le finalità dei Forum tematici sono: la libera discussione, la partecipazione alla vita pubblica, la formazione degli elettori e degli iscritti al partito ed il coinvolgimento dei cittadini nell’elaborazione di proposte programmatiche. I Forum producono materiali utili alle decisioni e all’iniziativa politica del Partito Democratico.
2. La partecipazione ai Forum è aperta a tutti i cittadini e le cittadine. I partecipanti, qualora lo accettino, vengono registrati nell’Albo degli elettori del Partito.
3. I Forum tematici sono attivati dai responsabili delle aree e dei settori tematici del Partito Democratico. Un Forum può altresì essere attivato qualora ne facciano richiesta almeno dieci cittadini e la proposta sia approvata dal Coordinamento nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Forum viene sciolto e non può essere ricostituito nell’anno immediatamente successivo se alle sue attività non abbiano attivamente partecipato, anche per via telematica, almeno cento persone nel corso dell’anno.
4. Il funzionamento dei Forum è disciplinato da un Regolamento approvato dal Coordinamento nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti.
5. Gli organi del Partito Democratico si esprimono sui materiali prodotti dai Forum quando discutono o deliberano su contenuti attinenti, secondo le modalità stabilite dal Regolamento di cui al precedente comma 4.
6. Il materiale audio-video ed i documenti prodotti dai Forum sono pubblici ed accessibili a tutti in forma gratuita e non sono oggetto di diritto d’autore. Il Partito Democratico li può liberamente utilizzare per l’elaborazione del proprio programma elettorale e più in generale delle proprie posizioni politiche.


24 febbraio 2008

Ancora segnali in rete / e fare politica con la rete

Segnali
La conversazione su come riuscire a far pesare le persone concrete (il pubblico attivo, come direbbe Luca) nella politica e nella definizione dell'agenda del paese, continua in modo interessante:
  • da Luca De Biase che, citandomi, propone una sintetica ed efficace tassonomia in cinque punti;
  • da Giuseppe Granieri, che acutamente ricostruisce quattro diverse conversazioni sottostanti la "cosa" (la comunicazione politica, il commento politico, le forme di partecipazione, il cambio di paradigma) ed esprime fondati dubbi sulla effettiva rilevanza della pur interessante wikidemocracy - dubbi che, in qualche modo, abbiamo toccato con mano nel nostro wiki-mille;
  • da Ivo Quartiroli che,alla fine di un lunghissimo post a commento di Luca (mica solo io sono logorroico:-), finisce per proporre un programma politico ecologico e sognante che, sebbene certamente poco realizzabile, vi consiglio vivamente di leggere per il suo indubbio fascino e perché, di sicuro, qualcosa di quel programma bisognerebbe prenderlo davvero sul serio.
Politica


4 febbraio 2008

L'agenda dei cittadini e l'agenda del PD

Come al solito, non c'è tempo . Berlusconi sa che i tempi rapidi giocano a suo favore. Ha ansia da elezioni perché sa che più tempo permetterebbe alle persone di ricostruire un po' di storia, di non votare sulla pura emotività, di ricordare i suoi cinque anni di crescita zero e squallore. I tempi rapidi, poi, si dice rendano impossibili le primarie, e così il porcellum e l'argomento grillesco "si sono eletti da soli" allontanerà dalle urne un bel po' di gente.
Forse, non c'è più tempo perché l'agenda della politica sia, almeno un poco, modificata dall'agenda dei cittadini. Cosa che sarebbe possibile in tempi normali, anche attraverso un lavoro di ascolto e di interazione con la conversazione che si svolge in rete. Un lavoro che preveda un qualche tipo di aggregazione e di organizzazione per priorità dei problemi in agenda e delle soluzioni ipotizzabili.
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Dopo una riflessione lunga sui temi dei media, della cittadinanza e della felicità, Luca de Biase ha lanciato , il giorno stesso della caduta del governo Prodi, una ampia discussione in rete su un possibile lavoro di agenda setting collettivo. L'intenzione sarebbe quella di fare un passo avanti, passando da una conversazione importante per la costruzione di una cultura partecipata, ma frammentata e senza scopo e risultato concreto, a un meccanismo più efficace, in grado - appunto - di far valere una agenda delle priorità dei cittadini in rete.
Il tutto, mi sembra, senza tentare scorciatoie mediatiche alla Grillo.
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In questi ultimi mesi, il lavoro collettivo de iMille ha prodotto una solida elaborazione teorica , alcune idee pratiche , qualche piccolo esperimento software e, infine e soprattutto, un risultato concreto che ha modificato l'agenda del PD. L'elaborazione teorica immagina cosa debba essere un partito aperto, fatto di una porosa relazione, simbiosi ed interscambio fra iscritti/militanti ed elettori. Le idee pratiche prefigurano come dovrebbe funzionare un Sistema Informativo per la Partecipazione (SIPA) messo a disposizione di un Partito politico di sinistra: essenzialmente, un circuito trasparente di definizione di problemi, valutazione delle priorità, proposta e valutazione di soluzioni, verifica delle azioni, accountability di dirigenti ed eletti, che partecipano ad un giocho di rete che, per loro stessi, può essere a somma positiva.
Il risultato concreto è l'introduzione nello Statuto del PD della doppia idea che il Partito debba disporre di un SIPA - e che eletti e dirigenti siano tenuti a usarlo in piena trasparenza - e che la partecipazione dei militanti può anche aggregarsi direttamente in rete e non sul territorio, attraverso circoli on line.
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La discussione avviata da Luca ha avuto, nei suoi interlocutori, un andamento che mi è parso un poco strano. Dimostrando una certa suscettibilità da anarchico della rete, qualcuno lo ha perfino, in qualche modo, accusato di voler fare da moderatore e concentratore dell'agenda - e quindi da leader autoimposto. Più acuto, come spesso gli capita, il contributo di Beppe che segnala come, per trasformare la conversazione in qualcosa di non puramente culturale, la rete ha già inventato, a volte con grande successo, il meccanismo delle campagne.
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Ma, al di là dello specifico della discussione, quello che vorrei notare è che qui è come se si stiano sviluppando due processi paralleli. iMille propongono una soluzione interna ad un partito (ma che, in sé potrebbe essere adottata da chiunque). Luca parla di uno strumento più lasco, a disposizione in generale della partecipazione democratica e della messa a punto dell'agenda dei problemi del Paese. Anzi, meglio sarebbe dire non uno "strumento", ma un ambiente, una serie di soluzioni. E si pone, da buon giornalista, anche il problema del rapporto fra rete e media tradizionali.

Forse è bene che questi processi paralleli continuino a procedere in modo indipendente. Però sarebbe anche utile che ciascuno tenesse conto dell'altro, perché entrambi partono dalla stessa domanda di base: come ridare fiato e credibilità alla democrazia (spazio alla repubblica, come direbbe Luca), aiutandosi con la rete e le sue ricche conversazioni.
Soprattutto, mi azzarderei a dire con una certa soddisfazione che, una volta tanto, c'è un pezzettino di un partito che in un certo senso è  più avanti della rete. Che ciò che si è scritto nello Statuto diventi poi realtà, è ovviamente una scommessa, perché forse molti non ne hanno nemmeno colto le implicazioni . E tuttavia, è un solido inizio.

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Torno al tempo brevissimo che ci è dato. Né l'agenda di Luca, né il Sistema per la Partecipazione de iMille esisteranno il giorno delle prossime elezioni. Ma possiamo, in qualche modo, tentare di far finta che ci siano già, ragionare come se già ci fossero, obbligare tutti i nostri interlocutori politici a fare i conti con le richieste dei cittadini. Ad ascoltare.
E, comunque, possiamo, il giorno dopo le elezioni, continuare a lavorarci.

Qui ci sarebbe un posto dove discuterne


17 dicembre 2007

La festa è finita

Questa volta niente link. Copio integralmente qui.
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L’internazionalizzazione dei mercati ci sta accanto come uno spettro cui non sappiamo ancora dare un nome perché il suo volto è ambiguo e le menti non sono esercitate a pensare in grande: la globalizzazione promette ai poveri l’uscita dalla miseria, e ai ricchi promette ottimi affari di alcuni industriali ma un impoverimento generale delle società. Le cose si fanno più chiare quando si guarda al nostro pianeta malato, alla possibile bancarotta dell’abitare umano sulla terra: 2 gradi di riscaldamento in più sono rovinosi, il livello del mare che si alza pure. 

Se continua lo scioglimento dei ghiacciai antartici e della Groenlandia scompaiono Londra, New York, Miami, Olanda, Bangladesh, Venezia. Qui veramente siamo di fronte a un tutto che rende vana ogni illusione di poter vivere da soli, difendendo il proprio particolare. Qui i più svariati eventi nazionali e mondiali s’intrecciano come mai in passato, e obsoleta è ogni distinzione tra vicino e lontano. La Conferenza che si è conclusa a Bali è un piccolo passo avanti, anche se parziale. Prevale la resistenza di dirigenti intrisi d’inerzia, contrari a obiettivi cifrati di riduzione del gas serra, ed è straordinario come gli Stati Uniti, icona del moderno, appaiano la più inerte, retrograda delle potenze. A Bali hanno però suscitato ira, e alle spalle di Bush c’è un’America che vuole agire sul clima (500 sindaci e la metà degli Stati): l’amministrazione può sprezzarla, non ignorarla. L’Europa non ha strappato obiettivi cifrati ma è percepita come avanguardia e può sperare che la conferenza di Copenaghen nel 2009 riconosca i fallimenti di Kyoto e fissi più severi traguardi. Ha anche ottenuto che i Paesi poveri e in sviluppo partecipino allo sforzo, ma che i ricchi contribuiscano di più e aiutino, avendo ridotto il pianeta a quello che è. Una cosa comunque è chiara: c’è un legame tra l’evento di Bali e quel che viviamo ogni giorno; non sono sconnessi i negoziati sul clima, la collera dei camionisti per l’aumento del gasolio, gli aumenti di pasta, latte, grano, carne. Siamo assuefatti all’energia a buon prezzo che emette anidride carbonica, e toccherà disintossicarsi. Abbiamo alle spalle un trentennio di cibo poco caro (1974-2005), e anch’esso appartiene al passato, come ha scritto l’Economist. «La festa è finita!», afferma l’accademico Richard Heinberg in un libro omonimo (ed. Fazi, 2004). Secondo alcuni il punto critico, di non ritorno, è imminente e forse già passato. È tempo di cessare le dispute e di agire. È tempo di cambiare parole cui eravamo avvezzi, dottrine che sembravano sicure, abitudini. Una delle prime conseguenze è il ritorno della politica, dopo anni di perentoria certezza liberista. I governi sono diventati comitati d’affari di lobby industriali, sulla scia di quest’ideologica certezza: ma sono industrie che dovranno trasformarsi, e sono sindacati che non hanno minimamente pensato il clima mutato. Anche la festa liberista è finita, perché le virtù d’un mercato senza regole né interferenze si son rivelate illusorie. Lasciato a se stesso, esso ha generato catastrofi. «Siamo davanti al più grande fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto», ha detto in una conferenza a Manchester del 29 novembre l’economista Nicholas Stern, che nel 2006 aveva presentato a Blair un rapporto sul clima. E si è spiegato così: «Coloro che danneggiano gli altri emettendo gas serra generalmente non pagano». Nessuna mano invisibile ha permesso che le condotte irresponsabili, sommandosi, producessero vantaggi. Per questo c’è di nuovo bisogno di Stato, di forza della politica. Solo la politica può frenare il precipizio, perché frenarlo vuol dire pagare prezzi ben salati, tassare la gente in nome del pianeta, spendere meno, consumare diversamente, tener conto del mondo e non solo di se stessi. D’un tratto, alla luce del naufragio terrestre, la politica liberista sembra vecchissima, pre-moderna. È prigioniera di lobby che hanno tuttora un potere soverchiante ma destinato all’anacronismo: lobby petrolifere e di vario tipo. È significativo che Obama, candidato democratico alla presidenza Usa, riscuota sempre più successo con un discorso tutto incentrato sull’autonomia del politico da lobby e sondaggi. Smarriti davanti a quel che accade, ci mancano le parole e quelle che usiamo sono false e diseducative. Dovranno sparire parole come manovra, perché dire manovra anziché risanamento rimanda a loschi affari di corridoio, che screditano il governante. Sparirà la certezza di poter ridurre le tasse facilmente. Sparirà anche la retorica sulla libertà (del popolo, dell’individuo) contrapposta allo Stato: i margini di libertà si restringono, non è vero che possiamo produrre, consumare come vogliamo. Sparirà, si spera, lo sguardo solo nazionale sulla politica: la fine del cibo a buon mercato è mondiale. I produttori ci guadagneranno, e non bisogna dimenticare che tre quarti dei poveri sulla terra abitano zone rurali; che il nefasto divario cinese tra campagne e città sarà mitigato. I prezzi alti sono per i poveri una dannazione quando consumano, una manna se producono. Anche la fine del petrolio a buon mercato aiuta a cercare fonti alternative. In fondo lo Stato dovrà organizzare un impoverimento costruttivo, mirato. Solo lo Stato può accingersi a sì ciclopica impresa. Il ritorno della politica è colmo di pericoli autoritari e pur essendo ineluttabile non avverrà senza traumi. Perché sarà difficilissimo per tutti: per gli stati, i sindacati, gli industriali e per ogni cittadino, soprattutto nei Paesi ricchi. È un processo che comporta importanti metamorfosi del modo di pensare la politica. La prima metamorfosi riguarda il rapporto tra politica, mezzi di comunicazione e scienza: rapporto torbido, distorto. La politica sa che esiste ormai una verità scientifica sul destino terrestre, ma per inerzia continua a disputare come se il clima fosse una discriminante fra destra e sinistra: è una cecità condivisa dalla stampa. Nelle riviste scientifiche esiste oggi un consenso pressoché totale sul clima. Non nei giornali generici, dove contano più le lobby e i politici reticenti che gli scienziati. I politici temono di apparire impotenti, impopolari: per questo si concentrano su fatti contingenti (i camionisti, in Italia) pur di non spiegare come il rincaro degli alimentari sia ormai strutturale e duraturo. Perché non dire il vero? Il cibo costa ovunque di più, per precisi motivi. I raccolti in alcune regioni del mondo sono più vulnerabili al clima (Australia, Africa, Brasile, Kazakistan). C’è poi negli Stati Uniti la spregiudicata corsa all’etanolo, unita al solipsistico sogno d’indipendenza energetica. L’etanolo ha ingigantito i prezzi del mais con cui è prodotto, e spinge al rialzo tutti i cereali. La corsa è spregiudicata perché l’America è intervenuta con sovvenzioni pubbliche per coltivare più mais (7 miliardi di dollari l’anno), e questo ha decurtato le scorte cerealicole mondiali, scoraggiato il più pulito etanolo brasiliano (estratto da zucchero), esteso la deforestazione. Nel rapporto con la scienza i politici si comportano come il cardinale Bellarmino con Galileo: non vogliono vedere il reale, invitano gli scienziati a parlare ex suppositione, «per ipotesi», purché sia salva la Sacra Scrittura. Per il politico sono sacri i sondaggi, ma il rifiuto di guardare nel cannocchiale di Galileo è lo stesso. Non stupisce la doppia dipendenza di Bush dalle lobby e dai fondamentalisti cristiani. La seconda metamorfosi, legata alla prima, riguarda i costi di riparazione del pianeta. Anche qui, il politico dovrebbe sapere che essi infinitamente minori rispetto ai benefici futuri. Secondo Stern, urge tagliare l’1 per cento del prodotto lordo nel mondo, ogni anno, per decenni, se si vuol evitare che i costi dell’inazione si quintuplichino. Ma quell’1 per cento resta pur sempre gravoso: 600 miliardi di dollari. Significa più tasse, e posti di lavoro perduti. Le misure dovranno esser «radicali, urgenti e costosissime», scrive John Lanchester sul London Review of Books del 22 marzo scorso. Tutte le invettive contro tasse e stato converrà rimeditarle, davanti all’enormità dei prezzi da pagare per riparare il clima. La terza metamorfosi riguarda ciascuno di noi: produttori o consumatori. Anche il nostro rapporto con la scienza è religioso: ci crediamo ma senza conoscere, dunque crediamo male. Immaginiamo di poter fare a meno della politica, dello Stato, convinti magari che i forti vinceranno. Non è così. I forti di oggi domani s’indeboliranno. Alcune nostre abitudini diverranno talmente costose, a causa del carbonio emesso, che un giorno saranno proibitive. Avremo case meno scaldate, pagheremo alte imposte, saremo un po’ più poveri. Prima o poi smetteremo la costruzione frenetica di aeroporti, visto che gli aerei emettono quantità gigantesche di anidride carbonica. Verrà il giorno in cui si rinuncerà ai Suv, queste auto assassine del clima. La situazione non cambia se dalla benzina si passa all’etanolo e si garantisce un’«energia più efficiente»: secondo la Banca Mondiale, il mais che serve per un Suv può nutrire una persona per un anno. I prezzi alimentari sono la cosa che capiamo di meno, perché è colpito il nostro quotidiano, e per questo è essenziale che la pedagogia occupi il centro della politica e estrometta il voler compiacere sempre. Se i prezzi aumentano è perché il mondo, meno iniquo, ha cominciato a divenire più ricco. Un’ingente parte dell’umanità - Cina, India - mangia carne oltre a cereali. Lamentarsene è insensato oltre che scandaloso moralmente. C’è bisogno di molto più grano per alimentare gli animali che per fabbricare pane: ci vogliono tre chili di cereali per un chilo di carne di maiale, 8 per un chilo di carne di bue. Questo è tutto. La tentazione è grande di parlare di apocalisse. Ma nell’apocalisse sono due le vie. Una è quella del tutto è permesso: festeggiamo, visto che non avremo discendenti. L’altra prepara il futuro, trattiene il disastro con l’azione. Nel secondo capitolo della Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, si parla del katèchon che trattiene la venuta del Male con mezzi terreni, in attesa di interventi divini. Il katèchon per gli stoici è qualcosa di più semplice: è fare il proprio dovere, rispettando l’altro e la natura anche se la terra viaggia verso la conflagrazione.

Barbara Spinelli, 16 dicembre


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9 dicembre 2007

BarCamp e Statuto

Ieri, la preparazione della presentazione. Oggi una giornata al piùBlog Camp a presentare l'idea di partito partecipato de iMille e ad ascolare tante altre idee e passioni da blogger.
Nel frattempo, mattina e sera, un lavoro intenso per elaborare e poi inviare al presidente della Commissione Statuto gli emendamenti alla sua bozza, discussi e proposti da iMille.
Sono stanco ma doppiamente soddisfatto:
  • Il mio primo barcamp è stata un'esperienza davvero interessante, dove ti trovi a scoprire ed imparare molto in poco tempo e dove la sorpresa (la serendipità, ha detto qualcuno) è dietro l'angolo. Personalmente, ho trovato veramente interessante il discorso sulle radio e il web di Antonio Pavolini, che è anche un notevole affabulatore - il ché, in una non conferenza, non guasta. Molto stimolanti anche l'approfondimento da consumato consulente di Nicola Mattina sul Corporate bloggingI microformati e il web semantico  di Piergiorgio Lucidi - troppo tecnico ma utile per capire dove andremo - e, ovviamente, Valter che ci ha parlato con grande convinzione del TurnOffPechino (lodevole iniziativa sulla quale tuttavia nutro qualche dubbio). 
  • Il succo, il centro motore di tutta l'elaborazione sviluppata sulla forma partito e sul sistema per la partecipazione sul wiki de iMille è stato tenacemente proposto da Ivan alla Commissione Statuto (i dettagli li racconta lui stesso qui ). Davvero, questo nostro provare a fare un partito nuovo sta già producendo, nella nostra pratica, quel partito nuovo che vogliamo.


2 dicembre 2007

Principi non negoziabili

Noi laici di sinistra percepiamo con crescente preoccupazione la tendenza di questo papato, che incide così pesantemente nell'assetto politico e istituzionale in Italia, ad invocare ad ogni piè sospinto cosiddetti principi non negoziabili. Principi che deriverebbero dalla legge naturale - una legge però definita nei suoi contorni, unilateralmente, dal magistero della chiesa, e quindi evidentemente opinabile. Come sommamente opinabili sono i contenuti tecnicamente reazionari dell'ultima enciclica papale, una coerente negazione della modernità, più della modernità illuminista - individualista - che di quella comunista - comunitaria. Un evidente passo indietro che, a giudicare da certe anche recenti elaborazioni nelle settimane sociali della chiesa, non mancherà di aumentare (per fortuna) il livello del malumore di parte dei cattolici.
Eppure, noi stessi laici siamo sempre pronti ad invocare i nostri principi non negoziabili. Quelli dei diritti umani individuali, quelli della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, quelli della libertà di stampa e di espressione, quelli della libertà sessuale, quelli del nostro specifico modo di intendere la democrazia. E, sulla base di questi principi, siamo sempre pronti ad invocare boicottaggi, a eleggere a mito - forse al di là dei suoi meriti - personaggi per altri versi ambigui come il Dalai Lama.

Non fraintendetemi, non voglio dire che questi principi siano deboli, o sbagliati, o che non bisogna lottare per essi. Vorrei solo notare che se invochiamo un qualche tipo di relativismo per spiegare perché ci sembra assurdo che qualcuno, che so, voglia impedire che si faccia una legge sulle convivenze o che si studino le staminali o, peggio, che si insegni ad usare il preservativo; ecco, se invochiamo questo, allora dovremmo per simmetria accettare l'idea che qualcuno invochi altri e diversi principi per giustificare le sue scelte. Purtroppo, se non esistono principi non negoziabili accettabili, non esistono per nessuno.


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permalink | inviato da corradoinblog il 2/12/2007 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


19 novembre 2007

Links for 2007-11-19

  • Luca De Biase anticipa ieri il nuovo giocattolo di Amazon, il libro elettronico oggi sulla bocca di tutti, riflettendo in modo non banale sulla natura del libro.
  • Sempre Luca, che sabato doveva essere molto riflessivo, ci regala una riflessione su rivoluzione e rivolta. Che collegherei volentieri con quanto L-antonio ha scritto, forse con un eccesso di pessimismo da "vecchio" che non capisce i giovani, in questo post.
  • Granieri, come sempre attento alle novità, si è recentemente tuffato, con un approccio da studioso, in Second Life. Ne è uscito, mi sembra, abbastanza conquistato non dalla cosa in sè - l'ambiente 3D proprietario - ma dalle potenzialità di un'interfaccia metaforica. Tanto che, con tutti i limiti del ciclo di Hype, ha coinvolto perfino Stafano Rodotà in una conferenza in Second Life. Confesso che ho provato a farmi un avatar e a fare i primi passi, e mi sono annoiato subito. Sarei curioso di partecipare alla conferenza di Granieri, ma proprio non sono in grado. Non capisco ma mi adeguo...
  • Infine, sul petrolio e il clima, ricordate sempre di leggere Beppe e Debora. L'informazione ufficiale continua a dire che l'OPEC non aumenta la produzione solo perché non vuole far scendere il prezzo - e non perché, semplicemente, non ha modo di produrre di più. Continua a sottovalutare il problema climatico, che non riesce a farsi davvero agenda politica del paese. Da Debora e da Beppe, per fortuna, si respira un'altra aria.


13 settembre 2007

La rete, il Partito democratico, le democrazie possibili

Prima di cominciare, un accorato duplice invito:
  • andate subito sul sito del Patto con Walter è segnalate la vostra adesione (ed eventuali e ben accetti commenti)
  • usate il Ciclostile, in modo virtuale e fisico, perché c'è davvero bisogno che il 14 ottobre sia un successo.
Se avete un blog, il logo del patto e quello di ciclostile non dovrebbero mancare.

*************
Terminato lo spot, qualche parola per spiegarne i motivi. Non volevo parlare di ciò di cui tutti parlano in questi giorni. Mi sono limitato a commentare qui e qui.
Non voglio farlo neanche adesso, se non di striscio. Però temo che chi ha sostenuto inizialmente, me compreso, ciò che Kkarl dice benissimo qui non colga tutta la verità. Certo, quel blog non è un blog, e quella comunicazione è del tutto unidirezionale, di tipo broadcast, e nega quindi la logica fra pari della conversazione in rete. Per di più, è una comunicazione insopportabilmente basata sulla fama (precedente alla rete, peraltro) dell'uomo solo al comando.
Però attorno a quel blog la rete è stata usata, con i meet-up ed altro, da migliaia di utenti che hanno fatto conversazione e azione in rete. Ci piaccia o no.
Una cosa che il Partito Democratico non sembra affatto in grado di fare, visto quanto poco riesce tuttora a costruire di sincera comunicazione/conversazione politica partecipata. Vista la pochezza degli strumenti di social software messi in campo dai candidati alla segreteria il 14 ottobre.
E, soprattutto, vista la pochissima consapevolezza del problema di fondo: la crisi della democrazia rappresentativa, il rischio che sia sostituita da una falsa democrazia diretta, dal plebiscito, dalla delega al capo.

Non sento, dai nostri politici, una risposta all'altezza di questi problemi. Né, tanto meno, ascolto proposte concrete per lo sviluppo di quella democrazia partecipativa di cui ci sarebbe bisogno, e che tutti i partiti attuali si sforzano sistematicamente di negare.
L'idea del Partito Nuovo, che bene o male è il senso profondo e sincero della costruzione del PD, non può camminare davvero se non riesce da un lato ad affrontare la crisi di senso dei partiti e, dall'altro, a realizzarsi adottando strumenti e metodi nuovi di partecipazione politica.

Il Patto con Walter chiede a Veltroni di impegnarsi davvero su queste cose (leggete anche i dettagli qui).

Il Ciclostile fornisce strumenti operativi di propagnada per il 14 ottobre e, al tempo steso, può contribuire a creare una comunità di nuovi militanti, a metà fra il reale e il virtuale.


6 agosto 2007

Non Social Software

L'aggregatore di blog inserito nel sito di Veltroni sta scatenando una certa irritazione, a ragione. E ha fatto anche partorire a Granieri una ottima alternativa, che ha il solo difetto che i post, se vuoi vederli devi pubblicarli volontariamente. Mentre l'unica cosa buona dell'aggregatore veltroniano è l'automatismo nella pubblicazione dei post.
L'unica, perché di fatto l'aggregatore funziona solo se hai un blog sul cannocchiale. E infatti, su 208 iscritti (dato di qualche ora fa), solo 11 hanno un blog su piattaforme diverse.
Non solo perché - a quanto sembra - attualmente non funziona la pubblicazione di post extra cannocchiale (un tempo, giuro, funzionava...), ma soprattutto perché la procedura di iscrizione, per questi paria non appartenenti alla nostra amata piattaforma e non già iscritti, è una vera odissea della cattiva interfaccia utente.
Ho provato a iscrivermi con il mio secondo blog, che è su typepad. La prima volta non ci sono proprio riuscito. La seconda ho completato l'iscrizione e sono pure riuscitoa segnalare blog e feed RSS, ma a prezzo di un coraggioso girovagare fra e-mail di conferma e finestre del cannocchiale.
Precisamente, la bizzarra procedura è stata la seguente:
  1. compilare il form di iscrizione (fin qui, tutto normale, è il solito form)
  2. controllare la e-mail di conferma
  3. cliccare sul link nella e-mail di conferma
  4. visualizzare, con un certo sgomento, una pagina del browser che ti dice che la pagina cercata è stata rimossa
  5. tornare sulla posta e, con rinnovata fiducia:-), cliccare nuovamente sul link
  6. vedere finalmente la pagina (vedi figura 1 sotto) la quale ti conferma l'avvenuta registrazione ma ti dice anche che sei un "utente non trovato" (!??)
  7. provare a cliccare sui vari link della suddetta pagina, per scoprire che ciascun link (profilo, contatti, interessi) porta sempre alla stessa pagina
  8. avere finalmente l'intuizione che ti hanno iscritto ma non ti hanno fatto il login e, quindi, digitare utente e password in alto a destra nella pagina
  9. vedere finalmente il menu completo (vedi figura 2 sotto)
  10. scovare, nel sotto menu di ACCOUNT l'opzione aggrega siti e blog
  11. inserire il link all'url e al feed del mio secondo blog
  12. cliccare su convalida
  13. andare sul mio secondo blog e pubblicare un post con il codice di convalida
Ciò fatto, risulto iscritto all'aggregatore veltroniano anche con questo secondo account, ma i post pubblicati su DoppioDiario (ne ho postato un altro per prova già una quindicina di minuti fa) non appaiono!

Figura 1



Figura 2



In conclusione.

Caro staff del cannocchiale, sapete bene quanto apprezzi la vostra piattaforma, e soprattutto quanto consideri migliore la nuova versione. Però, sarà bene fare qualcosa al più presto, altrimenti cannocchio, dol e Veltroni saranno definitivamente impallinati dalla blogosfera...


13 luglio 2007

Da leggere assolutamente

Via Pennarossa,  scopro questo post di Zambardino: tutto  quello che c'è da sapere sull'innovazione in rete e su quello che dovrebbe dire e fare il nostro caro Uòlter: da leggere assolutamente.


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permalink | inviato da corradoinblog il 13/7/2007 alle 23:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 luglio 2007

Perlitalia.gruppi.ilcannocchiale.it: l'aggregatore automatico dei blogger democratici

Da qualche giorno è on line Perlitalia (qui a fianco il banner). Dalla presentazione potete leggere l'idea che c'è sotto: costruire una prima comunità di blogger per il partito democratico.
L'aggregatore crescerà, si spera, in una comunità attiva e, per quanto mi riguarda, assai poco ingessata e propagandistica, ma critica e al tempo stesso propositiva, fatta di gente che crede che questa  avventura del Partito democratico sia la volta buona per l'Italia.
Ma qui mi piace sottolineare l'aspetto tecnico, e ringraziare la piattaforma del Cannocchiale:
  • l'aggregatore è automatico: è sufficiente iscriversi perché tutti i propri post vengano pubblicati in ordine di apparizione nella home page;
  • l'aggregatore aggrega post provenienti da blog di qualunque piattaforma, non solo del Cannocchiale (per la verità, c'è ancora qualche problemino con splinder:-(, ma in via di soluzione...);
  • il geotag, se fate la fatica di posizionarvi in modo preciso, è un bellissimo strumento per passare dal virtuale al reale, e vedere dove siamo, noi democratici blogger.
Quindi, iscrivetevi!

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14 giugno 2007

Segnalazioni in rete

Grande movimento in rete attorno al nascituro PD, e grande movimento anche nella realtà. Se si dovesse giudicare dal numero e dalla varietà di iniziative in rete e di incontri fisici in corso in questi giorni un po' dovunque, si dovrebbe dedurre che il PD non è affatto quella fusione fredda di cui continua a favoleggiare la stampa. Ma già, la stampa ha ormai deciso che il centrosinistra è tracollato alle elezioni, che tutti lo abbandonano, e che i suoi dirigenti sono pure dei gaglioffi un po' immorali...

Quindi, oggi segnalo l'ambizioso e un po' accentratore portale per le primarie, e un blog personale nuovo di zecca e già pieno di osservazioni acute e un po' eterodosse sull'attualità politica.

Entrambi già nel mio blogroll.

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18 aprile 2007

Tutto quello che c'è da sapere su Telecom

lo si può trovare qui:
  1. Quintarelli ci racconta come è andata, e smonta la storiella secondo cui i politici si sono intromessi per bloccare la vendita
  2. Quintarelli fa gli auguri a Pistorio e interviene all'assemblea Telecom, spiegando qual'è il problema vero
  3. Caravita disegna lo scenario tecnologico e industriale del futuro, proponendo la soluzione
  4. De Biase spiega perché se Pistorio non riuscirà ad emozionare, non cambierà molto.

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