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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


Marx


12 aprile 2012

Il moralismo economico

Sono decisamente stufo. Mentre stavo provando a scrivere, con i miei scarsi mezzi, qualche riflessione su quelle che a me sembrerebbero ragionevoli politiche per la crescita - in breve, basta con l'ossessione dei tagli - mi ritrovo oggi a leggere un concentrato di prediche moraliste. Bisin su Repubblica fustiga i costumi italiani e, manco a dirlo, sostiene che l'unica ricetta è tagliare la spesa per tagliare le tasse (tertium non datur, addirittura). Marattin su iMille scrive un lungo pezzo per dire che solo il castigo esterno (un tempo l'ingresso in Europa, ora il dio spread e gli obiettivi sull'azzeramento del deficit di bilancio) ci salverà dai nostri peccati economici e della nostra pervicace incapacità di rinunciare alla nostra dotazione di "privilegi". Di noi che in tutti questi anni abbiamo vissuto, ovviamente, sopra i nostri mezzi.
E intanto, mentre tutti si esercitano a chiosare le mosse di Rosi Mauro di Maroni e di Bossi come fossero il centro del mondo, il Parlamento si appresta ad approvare con una maggioranza che non consente il referendum, una modifica della Costituzione per inserirci il pareggio di bilancio. In altre parole, per impedire a governo e parlamento, d'ora in poi, di fare politica economica anticiclica. Per suicidarsi definitivamente e abolire definitivamente la politica.
Nell'indifferenza generale, l'antipolitica sta vincendo, ma non perché vince Bossi o qualche populista, ma proprio perché vince il pensiero unico secondo cui la spesa pubblica è il male, la spesa privata è il bene, la spesa pubblica spiazza la spesa privata, e meno stato c'è meglio è. Se penso che questi teorici dello spiazzamento della spesa privata per colpa della spesa pubblica sono gli stessi che, su Nfa, pontificano - giustamente - contro il "modello superfisso", mi monta ancora di più la bile. Perché non si possono fare due pesi e due misure: quando si tratta di dimostrare che aumentando l'età pensionabile non necessariamente si rubano posti ai giovani, perché il lavoro disponibile non è a somma zero, allora tutto bene. Ma, misteriosamente, una aumento di spesa pubblica necessariamente spiazza quella privata: il reddito nazionale è quindi a somma zero, cari Bisin e compagni? Eppure anche i più recenti studi del FMI dicono che il moltiplicatore della spesa pubblica, a certe condizioni, è vivo e lotta insieme a noi.

Tutte queste scelte economiche presentate come oggettive e inevitabili, oltre a essere tragicamente recessive e quindi controproducenti, mi sembrano in fondo dettate da un allucinante moralismo economico. Questi si dicono economisti, e invece sono moralisti, ma non filosofi morali come il vecchio Adam Smith, proprio moralisti nel senso di ideologi di una morale di (proprio) comodo. 
E' puro moralismo dire che la svalutazione della moneta è truccare le carte della competizione economica. E perché mai? Offerta e domanda regolano anche il valore della moneta. Ma il valore della moneta è fissato da una istituzione(chi emette la moneta) che IN OGNI CASO interferisce sul mercato. E quindi dove sta l'immoralità di intervenire per migliorare le proprie ragioni di scambio?
E' puro moralismo dire che abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi. Chi ha vissuto sopra i suoi mezzi? La parte di popolazione che ha lucrato sull'evasione fiscale, certamente. La parte di classe dirigente e di imprenditoria e di rendita che ha concentrato sempre più il reddito e la ricchezza nelle proprie mani. Ma gli italiani - gli italiani tutti, perché questa è l'accusa - hanno davvero vissuto tutti sopra i propri mezzi? Non sarà ora di tornare a distinguere un po', almeno un po', fra le classi sociali?
E' puro moralismo dire che lo Stato deve essere in pareggio di bilancio. Uno Stato NON E' una famiglia, uno stato batte (batteva) moneta, è appunto SOVRANO. E per fortuna lo è. L'Europa, il nuovo Stato in cui vorrei riconoscermi se volesse esistere invece di suicidarsi come sta facendo, potrebbe e dovrebbe tranquillamente indebitarsi, in modo autosostenibile. Perché è una fola per gonzi l'idea che il debito ipoteca le generazioni future, è una semplificazione che ignora la dinamica economica, che ignora che la storia dell'economia mondiale è stata sempre trainata dagli impulsi potenti della domanda degli stati, fosse per costruire piramidi, per guerre o per costruire scuole pubbliche e ferrovie. Una semplificazione per gonzi che ancora una volta ipotizza il modello superfisso, applicato nel tempo.

E son tutti moralismi che ci portano a vedere il dito che indica la luna e non la luna. Il dito del tagliare la spesa e dell'introiettare in noi stessi qualsiasi COLPA, vera o presunta. Invece della luna del riqualificare davvero la spesa, del provare a utilizzare la spesa pubblica per qualcosa di utile, per alleviare un poco la sofferenza del mondo.

Basta, basta per favore con questo inutile moralismo economico. Affrontiamo a viso aperto i problemi e il futuro, lavoriamo per riformare davvero lo Stato e il suo funzionamento, ma smettiamola di pensare che pubblico è cacca e privato e bello. Non se ne può proprio più.

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Disclaimer: Bisin nell'articolo di oggi elenca una serie di cose da fare per migliorare l'efficienza della pubblica amministrazione che trovo perfette, giuste e pure ben spiegate. Come inappuntabile è la sua descrizione dei problemi strutturali dell'economia e dell'amministrazione pubblica italiana. Marattin è preciso e del tutto corretto nell'individuare i problemi della "dotazione" eccessiva di privilegi, di cui la recente abolizione dell'ICI di berlusconiana memoria è l'esempio più fulgido. Entrambi, insomma, hanno da insegnarci molto su molte cose concrete che andrebbero fatte, perché lo so bene che le famose "riforme strutturali", anche quelle, vanno certamente fatte. Quello che non mi va giù nel loro approccio è l'ostinata negazione della possibilità di pensare soluzioni diverse dalla crisi rispetto a quelle che ci ha consegnato lo sciagurato fiscal compact e tutte le sciagurate decisioni autolesioniste che hanno portato l'Europa in recessione. E non mi va giù che questa ostinata negazione derivi da un moralismo economico che è un perfetto esempio di ideologia come falsa coscienza, come diceva il filosofo barbuto.  


5 agosto 2011

Link sulla crisi

Qualche consiglio di lettura tendenzialmente eterodosso per capire la crisi. Letture consigliate sopratutto ai miei amici variamente "liberisti":
  • Cominciamo con il più scontato, l'approccio quasi no global di Guido Viale. Al di là di un certo eccesso propagandistico anti multinazionali, è comunque difficile non vedere che, sulla scomparsa della sovranità statale a favore dei "mercati", e sulle ormai quasi patetiche posizioni di Giavazzi, coglie nel segno.
  • Sulla stessa lunghezza d'onda, l'esortazione di Luciano Gallino a non gettare via lo stato sociale e i diritti dei lavoratori per malinteso terrore del debito.
  • Molto più stimolanti le osservazioni di Paolo Leon ed altri sul ruolo che dovrebbe avere e non ha la BCE: in breve, abbiamo una Banca Centrale Europea irresponsabilmente indipendente e dotata per legge di obiettivi idioti e autolesionisti.
  • Queste osservazioni sono in qualche modo completate ed affinate da Sergio Cesaratto, il quale tra l'altro offre una interessante spiegazione non convenzionale dell'origine dell'accumularsi del debito italiano. Su questo specifico aspetto mi piacerebbe dibattere con chi ha opinioni diverse, per capire meglio la questione. Cesaratto probabilmente esagera le magnifiche doti della svalutazione come soluzione ai problemi italiani e come metodo per recuperare sovranità. Però è assai convincente la sua analisi sul mercantilismo tedesco e sull'insostenibilità di così forti sbilanci commerciali intra-UE.
  • Pure da segnalare le osservazioni di Silvano Andriani sulle caratteristiche di lungo periodo dell'indebitamento mondiale. Andriani - come altri in questi giorni, anche di fonte più mainstream - propone di avviare una moderata politica inflazionistica e contesta la proposta di patrimoniale di Amato: quindi lo segnalo sopratutto a me stesso e al mio amico Michele Ballerin, entrambi sostenitori di una qualche tassazione patrimoniale. Resto convinto che tale tassazione dovrebbe essere introdotta per mere ragioni di equità, giustizia e "segnale politico". E tuttavia, credere che possa risolvere i nostri guai mi sembra poco plausibile.
  • Infine, ho trovato davvero interessante e per nulla scontato questo intervento di Stefano Fassina. Anch'egli è sulla linea degli altri circa l'interpretazione della crisi. Ma quel che è più interessante è l'osservazione di fondo sulla politica economica ormai deprivata della sua complessità, e sul fatto che le politiche settoriali (ambiente, energia, welfare) sono ormai vissute solo come vincoli da una politica economica che funziona solo come gestione finanziaria del debito pubblico. Peraltro, Fassina propone anche vie di uscita concrete, enumerando le ben note proposte elaborate dal PSE su eurobonds, tassazione finanziaria ed ambientale, ecc.
Ancora una volta, le analisi e perfino le proposte non mancano. Ciò che manca sono le gambe politiche per farle arrivare in porto.




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19 aprile 2011

Lo Stato è privato

Il ruolo debordante delle agenzie di rating nel determinare l'andamento della finanza pubblica di tutti i paesi, ormai compresi gli USA, è la migliore indicazione che lo Stato è ormai una istituzione con potere declinante. Direi che lo Stato è ormai privato. Privato di potere, di competenze, di possibilità di agire. E il privato si fa Stato.

Non propriamente il massimo, se si pensa che questi signori che oggi "si preocupano" per il debito USA, sono gli stessi che non si sono accorti - o hanno fatto finta di non accorgersi - dei debiti delle grandi banche d'affari private e dei titoli tossici.


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6 aprile 2011

Idee ricevute - 2



Riprendo ad elencare idee ricevute, quelle di cui parlavo qualche tempo fa. Oggi tocca a Incentivi  e a Merito.


Incentivi. L’idea ricevuta dice che nessuno fa nulla per nulla. Il mercato concorrenziale è il miglior allocatore di risorse, quindi se vuoi regolarlo devi dare incentivi economici ai comportamenti utili alla società. Le persone, che non fanno nulla per nulla, per comportarsi “bene” devono averne un ritorno, e se si comportano “male”, una punizione.


Lungi da me pensare che gli incentivi non servano in assoluto. Ad esempio, sono orripilato da quel che stava facendo il governo sugli incentivi al fotovoltaico. E tuttavia, dovremmo sapere che le cose sono più complesse e che gli incentivi economici sono meccanismi che premiano le motivazioni estrinseche - il vantaggio monetario - ma spesso spiazzano le motivazioni più importanti, quelle intrinseche - lo faccio perché è giusto, perché è morale, perché mi dà soddisfazione.

Due esempi.

Non ha valore statistico, ma le poche persone che conosco ad aver montato pannelli solari sui propri tetti lo hanno fatto perché erano sensibili all’ambiente, e si sentivano meglio per averlo fatto. Il vantaggio economico del conto energia è solo ciò che gli ha consentito di farlo diciamo più “a cuor leggero”. Fossero stati convinti che il riscaldamento globale è una bufala, non ci avrebbero nemmeno pensato.

L’automobilista romano sconta direttamente un costo aggiuntivo in multe per divieto di sosta ed altro, e non per questo smette di fare cose che non dovrebbe fare. Il disincentivo economico ha completamente perso valore e non impedisce che le motivazioni intrinseche (assai immorali, in questo caso) a parcheggiare sui marciapiedi, in seconda fila o peggio, siano prevalenti. In una certa misura “scontare” la multa significa proprio che - appunto - la multa ottiene l’effetto contrario. Il ciclista urbano medio di Roma - specie rara ma fortunatamente in rapida crescita - invece, non usa la bici per risparmiare benzina e multe, ma perché si sente parte di una battaglia per il vivere bene, e, con il suo piccolo contributo, vive meglio e meno stressato le sue giornate.

Insomma, meglio sarebbe parlare di motivazioni.


Merito

L’incentivo è anche la mercede tipica del bravo lavoratore, secondo la vulgata secondo cui andrebbe premiato il merito (e non l’anzianità, la fedeltà, l’appartenenza, ecc.).  Premiare il merito significa quindi che, una volta stabilito che il lavoratore merita, gli si da uno stipendio maggiore. Peccato che, anche in questo caso, possono sorgere almeno due tipi di difficoltà.


Il primo è l’effetto di sostituzione dell’incentivo economico sulla motivazione intrinseca, appena visto sopra. Se l’unico scopo del lavorare bene sono i soldi, non ci metto più l’anima e la passione, ma mi do da fare soprattutto per fare le cose giuste ed attese per prendere l’incentivo. Incluso fare il leccapiedi, incluso adottare comportamenti opportunisti, incluso fare sgambetti ai miei concorrenti nella gara. Cosicché fedeltà ed appartenenza, cacciati dalla porta, rientrano dalla finestra.

Il secondo è che il meccanismo del premiare il merito funziona se c’è un sistema di responsabilità (accountability) serio e davvero funzionante. In breve, solo se chi assegna i premi è a sua volta sanzionabile se li assegna in modo distorto, non conforme al merito. Insomma, se gli effetti dei suoi premi (e punizioni) si riverberano su di lui. E questa è una cosa che non succede fino in fondo nemmeno nei mitici paesi anglosassoni. E che da noi, allo stato dei fatti, è una pia illusione.


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5 marzo 2011

Idee ricevute

Siamo assaliti da idee ricevute. Parole e concetti che sentiamo ripetere da tutti come verità, come dati di fatto. E che sembrano anche a noi, anche per quelli con le migliori intenzioni, anche per molte delle persone che stimo, verità e dati di fatto.


E invece bisogna riflettere, sorvegliarsi, chiedersi sempre se non ci sia un altro modo di pensarle, queste idee e queste parole.


Competitività. Davvero è una parola giusta? Davvero il problema dell’Italia è essere più competitiva? Competere vuol dire partecipare ad una gara nella quale, per definizione, qualcuno vince e qualcuno perde. L’Italia diventa più competitiva e vince. E qualcun altro perde, e sta peggio e vive male. Una impresa e i suoi dipendenti diventano più competitivi e vincono. E un’altra impresa fallisce....


Dietro l’idea di competitività c’è un non detto da selezione darwiniana del più forte, che è proprio il contrario degli obiettivi di sinistra della solidarietà e dell’uguaglianza. sarebbe molto meglio sorvegliarci, quando ossessivamente richiamiamo questa parola come parola buona, magari associandola ai mitici investimenti in ricerca ed innovazione. Diranno che essere competitivi significa migliorare il contesto, diranno che la gara alla competitività apre nuovi spazi - insomma, non è un processo a somma zero. Ma allora perché non utilizzare i termini giusti e corretti per dire questa cosa? Perché non abolire dal nostro vocabolario la sospetta “competitività” e parlare di produttività e di efficienza? E soprattutto, perché non ricordare che produttività ed efficienza quasi sempre non richiedono competizione feroce, ma al contrario collaborazione e lavoro comune?

Crescita. L’incapacità di questa parola di dar conto della sua ambivalenza è pericolosissima. La crescita di una persona, di una pianta, di un animale è per noi associata a un processo positivo. Eppure ogni crescita finisce fatalmente con una morte. E la crescita, per dire, dell’inquinamento dell’aria non è una cosa buona. Ormai perfino nell’economia mainstream si ammette che la misura del PIL è una misura parziale e forse addirittura menzognera. Perché il PIL dà valore positivo a cose come gli incidenti stradali e i loro costi, la spesa per la salute - che cresce perché crescono le malattie... Ma noi non riusciamo a uscirne, perché alla fine ci diciamo - ci hanno detto e ridetto, fino a non riuscire a immaginare una diversa visione - che comunque se questa benedetta torta di soldi non cresce, non ci sarà abbastanza da spartire e, quindi, nemmeno i nostri begli e buoni obiettivi sociali potranno essere perseguiti.


Eppure, dato che la crescita infinita non esiste, e il secondo principio della termodinamica è lì ben fermo a ricordarcelo, dovremmo provare a cambiare approccio e parola. Niente decrescita, idea specularmente deprimente. Piuttosto, crescita positiva e crescita negativa - q uest’ultima da combattere impedendo il debordare degli agenti della crescita - il consumo per il consumo, l’ossessione dell’acquisizione privata di beni.

Meglio parlare, pensare, sperare nello sviluppo umano.


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26 gennaio 2011

BAU

Ieri due autorevoli politici di sinistra, il presidente Obama e il presidente Napolitano, hanno parlato, in contesti ovviamente diversi, di competitività e crescita. Obama ha parlato anche di tagli alla spesa.


Si tratta di due fra i migliori politici in circolazione. Persone serie ed affidabili, e credibili. Entrambi hanno probabilmente molte ragioni, di consenso, di empatia con le speranze della gente, con il senso comune secondo cui se la torta da spartire non cresce, non ce n’è per nessuno.

Eppure, il mio sospetto è che l’inevitabile e comprensibile ripetizione di un mantra BAU come quello della crescita e della competitività sia una sconfitta grave. Perché competere significa vincere a scapito di altri. Perché crescere solo in beni materiali significa - e non è una impressione, sono dati statistici - perdere beni relazionali. Crescere solo in beni privati significa perdere beni pubblici.


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31 dicembre 2010

The Great Training Robbery

Studiare serve? In fondo, dietro ogni discorso pubblico di destra o di sinistra sull’istruzione e la ricerca, c’è sempre questa domanda.
Coerentemente con la politica di taglio della spesa per l’istruzione e la ricerca, il ministro Sacconi teorizza le virtù del lavoro manuale, dice che cattivi genitori spingono i figli a seguire percorsi educativi sovradimensionati rispetto alle richieste del mercato del lavoro. E così - è il sottinteso - ci troviamo con disoccupati intellettuali e importazione di manodopera dall’estero.
Il mantra di sinistra, al contrario, è che per competere nel mondo globale sia necessario investire massicciamente in istruzione e ricerca, e modificare il nostro mix produttivo verso l’economia della conoscenza. E così - è il sottinteso - si supererebbe quell’assurda situazione per la quale l’Italia è fra i paesi sviluppati quello con meno laureati eppure quello con più disoccupati intellettuali.

Ecco, io vorrei che si cambiasse radicalmente il piano del discorso, perché se si continua ad vedere l’istruzione e la ricerca solo per il loro vero o presunto “servire” l’economia, non si capirà il vero valore di queste due mitiche paroline.
Perché istruzione è essenzialmente il presupposto della democrazia e della consapevolezza e della possibilità di autodeterminazione degli uomini, e ricerca è ciò che fa l’uomo qualcosa di utile a se stesso.
E perché, quindi, una popolazione istruita e capace di ricercare sarà anche in grado di non offendersi a fare anche lavori manuali. E perché certe sapienze manuali e artigianali non sono affatto in contraddizione con la conoscenza e la cultura “libresca”.

E’ per questo, sopratutto per questo che la sinistra fa bene a ribadire il suo mantra. Che poi più istruzione e conoscenza possano anche essere utili per lo sviluppo, è vero solo a certe condizioni: mentre scrivevo la mia tesi di economia dell’istruzione, nel lontano 1983, mi capitò di leggere questo libro, che sostiene, con molte ragioni, che non vi è correlazione fra training e successo nel lavoro, perché è la domanda di lavoro che guida, non l’offerta. In fondo, si tratta di una tesi “keynesiana”: non bastano politiche dal lato dell’offerta per determinare un certo risultato in economia. Sarebbe bene ricordarsene.


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29 giugno 2010

Economia senza storia

L’austerità non può essere a senso unico. Si possono chiedere sacrifici ai lavoratori. Ma i lavoratori hanno tutti i diritti di chiedere che cosa sono disposti a fare gli altri, coloro che più hanno, per salvare l’avvenire economico del paese. Se gli si risponde [. . .] che bisogna accantonare le riforme, rassegnarsi alla ingiustizia fiscale, mantenere intatti i vecchi rapporti di potere, è come se si dicesse che da questa parte non si vuole pagare letteralmente niente.

 

Quando sono state scritte queste parole? Nel 1964, da Enzo Forcella in un articolo su Il Giorno. Era la "congiuntura", la prima crisi dopo il miracolo economico, con conseguente ristrutturazione, disoccupazione, ecc.
Ricorda qualcosa?
Ricorda che ogni volta che il capitalismo va in crisi, il modo di uscirne è sempre lo stesso: far pagare ai lavoratori. Perché, anche quella volta, non vi fu giustizia fiscale, né riforme, né pagarono anche i "ricchi".

Ora, questa constatazione banale dal punto di vista dell'esame oggettivo dei fatti storici, è sistematicamente occultata da una cortina fumogena di giustificazioni tecniche ed economiche offerte dall'economia mainstream. Ogni volta ci sono apparenti buoni motivi per convincerci che "i sacrifici" sono inevitabili, e che in fondo in fondo ce li siamo pure meritati perché la colpa, come sempre, è dell'inefficienza pubblica, e non della rapina privata.

Il fatto è che l'economia è diventata, sopratutto per una legione di economisti giovani, brillanti, intelligentissimi, tecnicamente preparati, una pura tecnica senza storia, un esercizio di modelli matematici e un gioco di equilibri più o meno perfetti. Eppure, basterebbe provare a fare economia con  la storia, provare a smetterla con la pretesa di vedere il gioco economico nel vuoto pneumatico della tecnica economica o, al massimo, nel contesto della politica del breve periodo, per scoprire che - appunto - la storia avrebbe davvero tanto da insegnare all'economia, per provare a non ripetere pervicacemente gli stessi errori. Esemplare, in questo senso, questo articolo che invito a leggere.

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Dal 1963 al 1968 la percentuale del reddito spettante al lavoro salariato scende dal 63% al 57% (al livello cioè del 1961).

All’aumento della produzione si aggiunge una forte ripresa delle esportazioni. Eppure - a differenza di quel che avviene negli altri paesi europei - gli investimenti industriali riprendono solo con molta lentezza, mentre cresce a dismisura la fuga di capitali all’estero. Continuano inoltre i flussi migratori, e Michele Salvati ha segnalato «l’assurdo quadro complessivo di un paese che esporta, insieme, capitali e lavoro invece di farli lavorare entrambi sul territorio nazionale». Si apre qui il secondo versante della contraddizione alla base del rilancio produttivo vi è una ristrutturazione aziendale basata largamente sull’utilizzo intensivo della forza lavoro, sull’aumento dei ritmi, sulla parcellizzazione ulteriore delle operazioni. Si accentuano per questa via i processi precedenti: alla Fiat gli operai comuni sono il 44% nel 1957 e più del 65% dieci anni dopo. I passaggi alle categorie superiori avvengono spesso secondo procedure arbitrarie, volte a privilegiare la «fedeltà» e l’obbedienza» del lavoratore all’azienda, mentre crescono ovunque le forme di lavoro ripetitive e assillanti.

Quando uno proprio non ce la faceva più per i ritmi troppo veloci, si imbarcava. Era una forma di lotta individuale, che a volte avevi i mezzi e la possibilità di fare. Imbarcarsi vuol dire, in catena di montaggio, perdere il tuo posto di lavoro e andare sempre più avanti sulla linea in movimento dietro ai pezzi su cui devi lavorare. Vuol dire che pianti un casino tale che gli altri non riescono più a lavorare [...]. Quando però si arrivava all’esasperazione, succedeva che la maggior parte piangevano. Ho visto gli operai piangere, battere la testa e i pugni, buttarsi per terra, proprio crisi isteriche.


È difficile stupirsi se negli anni della «modernizzazione» gli incidenti sul lavoro aumentano anziché diminuire e si diffondono al tempo stesso patologie nuove.

Agli inizi del 1967 Giorgio Bocca prendeva a bersaglio i luoghi comuni sul miglioramento delle condizioni di fabbrica, riferendosi agli operai più giovani «in quattro o cinque anni — osservava — l’organizzazione li svuota, li invecchia». «Secondo i medici e gli psicologi delle aziende di fronte a un giovane operaio che non ce la fa più, anche se ha solo 18 o 20 anni, esiste questo unico dilemma: o è un malato malato o è un lavativo, e allora gli diamo un po’ di sulfamidici o lo licenziamo. Ma i sulfamidici e i licenziamenti, valli un po’ a capire questi operai della nuova generazione, né guariscono le ulcere né fanno cessare i tremori né sciolgono le tristezze. Valli a capire questi operai yé yé: sono migliorate le cure mediche, della medicina normale, eppure le loro «assenze per malattia» sono più numerose che in passato. Che cosa significa signor medico fiscale? Che cosa significa signor psicologo fiscale?»

Come le statistiche confermano, le assenze per malattia nelle fabbriche metalmeccaniche aumentano fortemente già in questa fase: quando cioè l’assenza di un giorno significa per un operaio - a differenza di quel che avviene per un impiegato - perdita secca di salario e controlli fiscali severi, soprattutto se il lavoratore è iscritto al sindacato o comunque «indocile». […]

Il padronato che imponeva questa intensificazione del lavoro e questa «austerità» ai propri dipendenti non dava nel contempo prova di grande moralità e spirito di sacrificio.

Secondo stime approssimati della Banca d’Italia l’esportazione di capitali all’estero passa dai 336 milioni di dollari del 1963 ai 3427 del 1969. Sull’evasione fiscale si possono ipotizzare cifre ancor più incerte, ma di dimensioni molto superiori. «Evadere il fisco e portare i soldi in Svizzera: questo fu il comportamento di gran parte della borghesia italiana una vera e propria diserzione». il duro giudizio è di parte non sospetta, Guido Carli, il quale però giustifica subito la «diserzione» con la «minaccia comunista» e con l'«estremismo» sindacale.

Dal canto suo, un presidente veneto dell’Associazione industriali difendeva così evasori fiscali ed esportatori di capitali:

Lei mi capisce, se mi trovo su una strada deserta e sento uno che dice: «Guarda che c’è un brigante che ti porta via il portafoglio», io lo nascondo. Traditore della patria? No, caro lei, i traditori sono quelli che minacciano di portarmelo via. Dico giusto?


Sciopero degli investimenti, ristrutturazione aziendale basata sull'intensificazione del lavoro, evasione fiscale ed esportazione di capitali: se questa è la norma, come confermano molti studi, c’è anche chi fa peggio. Ce lo ricorda la vicenda del Cotonificio Valle Susa, che mescola il dramma del licenziamento per migliaia di operai con una «storia padronale» che vale la pena di raccontare.

Per gli 8000 dipendenti delle fabbriche del Cotonificio la crisi si annuncia nel corso del 1964 e precipita nel 1965. Si susseguono riduzioni d’orario, sospensioni mancato pagamento dei salari, mentre la chiusura definitiva dell’azienda è una prospettiva sempre più concreta e l’allarme coinvolge interi paesi. Intanto Felice Riva, principale proprietario e amministratore delegato del Cotonificio, si occupa d’altro. Scrive nel luglio del 1965 il prefetto di Torino:

l’atteggiamento assenteista ed irresponsabile di Felice Riva è stato apertamente stigmatizzato dai sindacalisti e dai dipendenti del Cotonificio Valle Susa, dichiaratisi sdegnati che il Riva, come riportato anche dalla stampa, preferisca interessarsi della compravendita dei calciatori del Milan [di cui è presidente] anziché degli oltre 7000 dipendenti del C.V.S. e delle loro famiglie

Mi fermo qui, con la lunga citazione dal libro di Crainz che certi giovini economisti farebbero bene a leggere. Che farebbero bene a leggere anche certi pasdaran del merito - il merito, il talento, continuo a dire, e lo so benissimo, sono l'unica assicurazione e l'unica speranza contro il declino italico. Ma, accidenti, ricordarsi anche della giustizia e dell'uguaglianza, oggi, è davvero essenziale.

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Quel che davvero, profondamente, mi deprime, forse per il mio passato di appassionati studi economici, è constatare come persone intelligenti e colte, innovative e niente affatto a priori "di destra", siano talmente impastoiate nella razionalità limitata della scienza economica mainstream, da giustificare qualunque ricetta che proponga tagli di spesa pubblica e tasse, in nome di un'efficienza e una futura crescita che da un lato è economicamente impossibile e, dall'altro, è e sarà causa di ulteriori terribili ingiustizie e povertà.

Ce l'ho - di nuovo - con quelli di nfA, e con il loro furore ideologico usato a piene mani contro quello che loro certamente vedono come un furore ideologico uguale e contrario usato dagli economisti della lettera.

I primi, pur di dimostrare le loro tesi liberiste (non neoliberiste, per carità che se no si inalberano), arrivano a sostenere che sempre e a priori la domanda e l'offerta sono in equilibrio, quale che sia la distribuzione del reddito, che la crisi di sovrapprduzione non può esistere, che l'insufficienza della domanda di keynesiana memoria è una baggianata (consiglierei loro di leggersi questi due articoli...). I secondi usano una terminologia ideologica e datata per sostenere tesi economiche corrette, sembra quasi vogliano farsi impallinare dai "moderni" grazie al loro frasario più che ai loro argomenti - che sono solidissimi. Si lasciano però andare a ricette protezioniste che finiscono per somigliare al finto antimercatismo di Tremonti, mentre il problema vero di oggi non è la chiusura ma l'apertura, non è difendersi, ma attaccare. Non è ridurre gli stipendi a Pomigliano, ma aumentarli a Pechino. 


Ecco, credo che un bagno nella storia, che gli economisti della lettera hanno ben presente, farebbe bene ai giovinotti di nfA. E credo che gli economisti della lettera farebbero bene a prendere sul serio il peso del diffondersi, fra i più giovani studiosi, di un modo di pensare così lontano da quello cui è abituata la sinistra tradizionale.


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In questo modo di pensare, del resto, vi sono due elementi di fondo, filosofici e morali, che  sarebbe bene indagare. 

Il primo elemento è costituivo dell'economia mainstream, anzi è il suo unico fondamento: l'opinione che il mondo sia governato dall'interesse individuale dell'individuo autointeressato, e che la composizione di tali interessi sia tutto ciò che si può fare. In breve, l'uomo è naturaliter individualista ed interessato al suo proprio bene, e l'altruismo è una chimera. L'uomo, in definitiva, secondo questa visione non è un animale sociale.

Il secondo elemento costituisce un'aggravante specifica dell'esperienza politica dell'Italia degli ultimi anni, che conferma ed approfondisce questa impostazione filosofica di base: il livello di corruzione e di scarsa moralità dell'amministrazione pubblica italiana - e dell'Italia nel suo complesso - sembrano fatti apposta per confermare l'idea che, dato che l'uomo è per definizione egoista, è sbagliato affidare troppe cose allo Stato e alla politica, che sopratutto in Italia, e del resto "per definizione", non saranno in grado di fare l'interesse generale. Molto meglio affidarsi a meccanismo automatici di mercato, che portano (magari fosse vero, dico io) a comporre gli interessi individuali grazie al bialnciarsi delle utilità marginali.


Ecco, sul primo elemento esiste una enorme bibliografia che contesta, dal punto di vista morale, filosofico, antropologico, storico, l'esistenza di questo immaginario uomo economico. Ma quando questa "invenzione" si rafforza grazie alla specifica realtà del familismo amorale, della corruzione dilagante, della sfiducia cinica nelle istituzioni del nostro bel paese, è davvero difficile controbattere e continuare ad articolare ragionamenti positivi.


Forse, è più questa sfiducia globale nel prossimo che la convinzione scientifica che muove i giovini di nfA. E questo è davvero triste.

 


4 maggio 2010

Liberisti di sinistra?

Mi è capitato di leggere un post di nFA che contestava la contraddizione fra due successive interviste di Stefano Fassina, la prima contro il neoliberismo, la seconda favorevole a una rivoluzione fiscale che riduca la pressione fiscale in italia. Ho scorso i commenti al post - che già mi aveva abbastanza urtato, ma che in fondo poneva dubbi ragionevoli - e mi è saltata la mosca al naso. Lo studio dell'economia è diventato veramente un affare in mano a ideologi che interpretano la realtà solo con il filtro dell'utilitarismo e del cinismo. E che non si fidano in alcun modo della democrazia, dall'alto della loro supposta competenza tecnica.


Questo il mio commento. Il post e gli altri commenti li trovate al link sopra.

Ma nel merito, non vi viene manco lontanamente in mente che davvero è più importante costruire asili nido che ridurre le aliquote? (ossia dare servizi - di per sé redistributivi - invece che soldi? consentire alle donne di lavorare in un paese con il tasso di attività femminile più basso dell'occidente, invece di ridurre di 100 euro l'anno le tasse di qualche milione di contribuenti che manco se ne accorgerebbero?). E non vi viene nemmeno il dubbio che Fassina pensi in perfetta buona fede e coerenza che:

1) il neoliberismo è l'ideologia che ha sostenuto e "venduto" la versione del capitalismo che ha portato alla crisi mondiale attuale - o credete che questa crisi è solo colpa di alcune mele marce in qualche banca d'affari?

2) la sinistra è stata succube, in vario modo, di questa ideologia

3) la vecchia ricetta del deficit spending "ecchissenefrega del debito" comunque non funziona più, e oltre a tutto non è manco "giusta" in un'ottica di sinistra egualitaria

4) la pressione fiscale italiana, combinandosi con la mostruosa evasione, rende il sistema oltre che inefficiente anche e sopratutto sostanzialmente regressivo ed ingiusto e, quindi, da cambiare PROPRIO da un punto di vista di sinistra?

5) per farlo mica si possono strangolare là per là le milioni di impresette marginali che mandano avanti malamente un pezzo di questo disgraziato paese, e tuttavia bisognerà pur trovare il modo di farne uscire alcune da questa marginalità, e magari segare le altre (ma questo, comprensibilmente, non si può dire troppo in chiaro).

Insomma, per farla breve, mi sembra che il Fassina 1 non sia necessariamente così in contraddizione dal Fassina 2. La contraddizione - perdonatemi - la vedete voi che vedete le posizioni di questo tipo (le posizioni di chi cerca di costruire una sinistra riformista non appiattita sul mainstream economico standard) con un pregiudizio a priori. Un pregiudizio che appare anche nella spocchia - scusatemi eh - con la quale molti commenti qui sopra tranciano giudizi sul dibattito interno del PD, sui cacicchi e i potentati e tutte 'ste menate.

Un'ultima cosa: l'aspetto più deprimente dei molti commenti che mi è capitato di leggere su nFR - non solo in questa occasione - è la prevalenza di una totale sfiducia da tecnocrati nella democrazia rappresentativa. Voi, solo voi sapete ciò che è giusto. I politici forse lo sanno (nella migliore delle ipotesi) ma non lo fanno perché altrimenti perderanno le elezioni successive. Ergo, la democrazia non funziona. Mi dite, per favore, con quale sistema pensate sarebbe opportuno sostituirla? Devo scoprire che siete d'accordo con chi si sta appassionando del capi-comunismo cinese, che non ha questi problemi (e infatti sta -pare - soffrendo meno la crisi)??



5 febbraio 2010

Per fortuna che c'è Stiglitz

governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato.
permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione la società. La presunta merce "forza-lavoro" non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva d’impiego, senza influire nche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. Nel disporre della forza-lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale "uomo" che si collega a quest’etichetta… La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati, la capacità di produrre cibo e materie prime distrutta. Infine, l’amministrazione da parte del mercato del potere d’acquisto liquiderebbe periodicamente le imprese commerciali poiché le carenze e gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e la siccità nelle società primitive.
Karl Polanyi, 1944

In fondo, il problema di oggi è assai semplice: i "mercati" - quella immaginaria entità sovranazionale che secondo alcuni farebbe il bene del mondo - governano e i governi non hanno più alcun potere sostanziale. La democrazia è quindi svuotata dall'economia.
Non solo: nel discorso pubblico, anche nel discorso di molti governanti, perfino nel discorso di molti governanti "di sinistra", l'andamento delle borse continua ad essere interpretato come l'indicatore essenziale, anche dopo che la grande crisi mondiale dovrebbe aver scalzato finalmente l'ideologia neolibersita rampante.
E del resto, ancora oggi nessuno è stato capace di dire, ad esempio, che le agenzie di rating private, dopo quel che hanno combinato, non dovrebbero più permettersi di valutare il debito degli stati. O se lo fanno, non dovrebbero essere considerate minimamente come fonte autorevole.


23 dicembre 2009

Ideologia

Se c'è una cosa che mi irrita è il luogo comune imperante secondo cui questa è l'epoca della fine delle ideologie. E' fin troppo evidente che questa è stata invece l'epoca della fine di una sola ideologia, quella comunista, e del feroce ridimensionamento dell'ideologia socialdemocratica. Mentre l'ideologia del neoliberismo è diventata senso comune prevalente, e non a caso tutti i tentativi di governare davvero sono stati depotenziali o sconfitti: si pensi alla Costituzione europea, o al tentativo di accordo sul clima. 

Anche la fatica con la quale Obama sta riuscendo a far passare la riforma sanitaria, al prezzo di rinunciare alla public option, ci dice molto dei tempi tremendamente ideologici che continuiamo a vivere.
In fondo, la difficoltà a far passare la public option non sta nel contenuto, nel merito di quella proposta: da quanto leggo, nei fatti la soluzione senza public option raggiunge praticamente gli stessi risultati. La difficoltà è tutta nell'orribile nome di "pubblico". Praticamente una bestemmia per il senso comune neoliberista. Come una bestemmia sono le tasse ("le tasse sono un furto, evaderle è legittima difesa", recitava un cartello alla manifestazione anti Prodi del 2 dicembre 2006 organizzata dall'odierno "fronte dell'amore"...).

Ora, io sono profondamente convinto che fino a che non saranno smontati completamente, e sconfitti, i presupposti ideologici di queste due affermazioni (il pubblico e le tasse sono il male, il privato è il bene), non ci sarà possibilità di vittoria duratura e di risultati seri per la sinistra.

Proviamo dunque a dare un piccolissimo contributo di ragionamento. 
Primo. La proprietà privata, il privato, non è un diritto naturale del singolo, perché il singolo non esiste senza gli altri. L'uomo è un animale sociale. 
Secondo. Il mercato, lo scambio commerciale, esiste solo se è possibile fare contratti in condizioni di fiducia reciproca. Ma la fiducia reciproca richiede l'esistenza di un terzo - una istituzione - che garantisce la validità dei contratti. In genere, questa istituzione si chiama Stato, ed è pubblica perché deve garantire tutti i privati. Ed emana norme che devono valere per tutti.
Terzo. Il mercato non è un'istituzione naturale, e la ricerca delle utilità sul mercato non precede, nell'esperienza umana, altre necessità ed esigenze. Quindi non è vero che lo Stato (e in generale il pubblico) sono creati "dopo" il privato e il mercato, e lo usurpano. E' vero invece che la società è fatta di interazioni fra persone, e fra pubblico e privato.
Quarto. Non esiste un mercato perfetto. Nemmeno nella teoria, perché le teorie neoclassiche del mercato perfetto sono state tutte abbondantemente falsificate. Non esiste principalmente perché ci sono asimmetrie informative sistematiche, e perché alcuni merci hanno per definizione mercati i cui partecipanti hanno livelli di potere incomparabili, primo fra tutti il mercato del lavoro.
Quinto. Esistono beni pubblici indivisibili, monopoli naturali e, in breve, cose che il mercato non può fare e che richiedono la mediazione istituzionale.
Sesto. La storia dello sviluppo del welfare state e dei sistemi di tassazione progressiva è la storia dello sviluppo della ricchezza in Europa. La verità storica non è che lo Stato sociale ha ridotto la crescita potenziale in Europa, ma al contrario che la capacità redistribuiva del welfare e della tassazione hanno sistematicamente sostenuto la domanda e consentito crescita e sviluppo, evitando le crisi di sovrapproduzione che, invece, si sono regolarmente verificate ogni volta che la distribuzione del reddito è ritornata troppo diseguale - ogni volta che il liberismo è tornato egemone. La comparazione fra i paesi scandinavi e gli altri potrebbe bastare, ma ci sono anche altre solide evidenze.
Settimo. Le tasse non sono una espropriazione o una diminuzione del reddito personale. Non è vero che abbiamo un diritto naturale al reddito lordo prima delle tasse, perché vivere in una società decente ed organizzata richiede il contributo di tutti alla sua decenza ed organizzazione. Abbiamo diritto al reddito netto, dopo le tasse (non è qui in discussione, ovviamente, la giustizia o ingiustizia del singolo sistema di tassazione, l'evasione fiscale, la qualità dei servizi, ecc.: stiamo parlando di principi. Che la loro applicazione italiana sia deprimente è un altro discorso...)
Ottavo. L'uomo in società non è monodimensionale, non ha solo l'obiettivo egoistico della massimizzazione delle proprie utilità. E la libertà dell'uomo non si riduce affatto alla libertà di appropriarsi e possedere, ma anzi è sopratutto la capacità di essere e relazionarsi con gli altri. Per questo una società equilibrata ha bisogno di libertà ed uguaglianza insieme.
Nono ed ultimo. Pubblico e privato non sono né belli né brutti, né male né bene. Sono due modalità entrambe indispensabili e totalmente ed inevitabilmente correlate di organizzare il vivere civile in una società. Più la società è complessa, più le esigenze pubbliche diventano rilevanti, più la favola secondo cui i comportamenti individuali egoistici si tramuterebbero automaticamente nel bene comune (la favola alla base del neoliberismo) diventa pateticamente falsa. 


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23 novembre 2009

La guerra del clima

Dato che si avvicina Copenhagen, si scatena il climate-gate. I negazionisti climatici stanno davvero facendo di tutto per spargere fumo e confusione nell'opinione pubblica mondiale e mandare il rassicurante messaggio che possiamo continuare ad affidare al carbone e al petrolio la sorte della terra. Complimenti. I soldi e il potere nel breve periodo sono davvero una spinta iiresistibile per gli uomini, a costo di rischiare davvero grosso.
Qui il post di realclimate, qui una discussione italiana. Ieri Luca Mercalli ne ha, per fortuna, parlato in modo chiaro da Fazio.


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17 agosto 2009

La nuova ecologia politica


More about La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano

Un primo tentativo, ancora parziale e purtroppo con molti buchi logici, di uscire dalle secche della contrapposizione fra l'impossibile teoria della decrescita e l'illogica tendenza all'autodistruzione tecnologico/capitalista.

In qualche modo, mi sembra il primo tentativo di fondare un ambientalismo economico riformista, (do you remember l'"ambientalismo del si" di veltroniana memoria?) attraverso la ricerca di una sintesi fra il Georgescu Roegen teorico dell'entropia in economia, e l'Amartya Sen teorico della democrazia come chiave dello sviluppo umano.

Però, sebbene il discorso sul nesso fra democrazia e qualità dell'ambiente risulti assai convincente, resta non dimostrata la ragione per la quale basterebbero dosi maggiori di democrazia, di sviluppo umano e di migliore distribuzione del reddito, che porterebbero maggiori dosi di conoscenza e tecnica "buone", per risolvere il duro problema dell'entropia.

L'idea delle due frecce del tempo (una orientata alla distruzione delle risorse - la freccia dell'entropia), l'altra orientata alla ricostruzione del capitale fisico ed ambientale - la freccia della conoscenza umana) è certamente affascinante ma, appunto, è poco più di un'intuizione o una speranza.

Le parti migliori del libro sono la prima, in cui gli autori ricostruiscono pezzi della dottrina economica e dimostrano come solo la scuola neoclassica e neoliberista imperante ha ignorato di fatto il problema della finitezza delle risorse, e l'ultima, con un'appendice illuminante su certe manipolazioni statistiche ed una serie di scomode domande su Cina, India e democrazia.

Comunque, un libro che va letto, e sul quale bisognerebbe ragionare, perché mi sembra indichi una strada da percorrere


9 maggio 2009

Krugman, Stiglitz e la chimera della crescita

Oggi sulla Repubblica di carta i due valenti economisti attaccano la politica che Obama sta attuando nei confronti delle banche. Il merito della critica mi sembra assai ben fondato, e del resto i due sono davvero dei grandi nel loro campo. La via per allontanarsi dal business as usual è lastricata da buone intenzioni elettorali ma, poi, è molto difficile da praticare anche per uno che credo davvero sincero come Obama. La forza dell'establishment economico finanziario è davvero grande, e non è facile resistergli...

Ma quel che mi ha colpito, ancora una volta, degli articoli gemelli di questi due guru del neokeynesismo, è l'assenza di una vera risposta alternativa. La critica è fondata, la proposta alternativa è altrettanto chiara finché ci si limita all'ambito finanziario ed economico. Ma, perfino nelle loro parole, si sente incertezza e dubbio nell'eterna proposta di affidare il "ritorno della crescita" alla politica di stimolo della domanda.
Il fatto è che, come dice Stiglitz, questa volta la globalità della crisi impedisce a chiunque di uscirne con le esportazioni. Il mondo è finito.
Ossia, c'è un limite alla crescita, dato dalla disponibilità di risorse. C'è un limite alla crescita della produttività, dato dai rendimenti decrescenti dell'energia fossile. Ma questo lo dico io, lo dicono le solite cassandre aspiste, ma non lo dicono loro che continuano, come tutti gli economisti di destra o di sinistra, bravi o felloni, interessati o onesti, a ragionare nel chiuso del loro modello economico senza materia ed energia.

Il paradosso è che l'economia è, ci insegnano i manuali, la scienza della scarsità. Ma gli economisti se ne sono dimenticati.


3 marzo 2009

Il silenzio sulla crisi

Insieme a Filippo Zuliani, ho scritto una cosa che ritengo non banale sul ruolo dell'energia nella crisi globale.
Filippo aveva commentato un mio post un po' criptico. Poi avevamo continuato a discuterne via email, e inquella sede mi aveva proposto una decrittazione del mio pensiero che mi ha stupito perché andava oltre e migliorava quello che intuitivamente pensavo. Così abbiamo deciso di scrivere a quattro mani su GoogleDoc,lui da Amsterdam, io da Roma.
Il risultato lo potete leggere qui, ed una volta tanto sono davvero soddisfatto.

Buona lettura, per chi vuole.


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23 febbraio 2009

Paura? Terrore!

Civati osserva che nei politici di lungo corso del PD dilaga il dileggio (e in realtà la paura) del "popolo di internet" che si è ribellato in massa alla soluzione a dir poco difensiva di Franceschini segretario. Io credo, concordando perfettamente con l_antonio che pure continua ad esercitarsi in un'operazione che comincia perfino ad essere stucchevole (l'attacco a Marco Simoni), che il "popolo di internet" in se e per se non conti un tubo, e che ciò che conta siano le persone reali.

Però le persone reali sono sia in internet che fuori, e i nostri grandi dirigenti, così sicuri di avere il polso della situazione, di sapere loro cos'è giusto fare, di avere dalla loro parte la base - quella vera, non questi fighetti di blogger - farebbero bene a ricordarsi di quanto hanno dimostrato di saper comprendere gli umori della base quando hanno scelto Francesco Rutelli come candidato sindaco a Roma, e si sono ritrovati con Zingaretti eletto facile facile in provincia e Rutellone felicemente silurato dalla nullità Alemanno.


20 gennaio 2009

BAU

... che significa, per chi non lo sapesse, Business As Usual. La sindrome che continua a caratterizzare quasi tutti i commentatori di formazione economica, di destra o di sinistra. Tanto per fare un esempio, oggi è colto dalla sindrome il buon Michele Salvati, che si lancia nella previsione che la politica di Obama non sarà così rivoluzionaria, per la buona ragione che basterà una ripresina per tornare alla prevalenza del liberismo, sia pur temperato.
Ora io non so se Obama sarà davvero l'innovatore che speriamo, ma so che questa crisi non è una crisi economica, non è il '29. E' una crisi energetica, una crisi di EROEI, e quindi non si può uscirne solo con un breve periodo di politiche pseudo keynesiane, per poi tornare al liberismo. Ma gli affetti da BAU continuano a cullarsi nell'illusione. E sì che Salvati si dice grande estimatore di Pasinetti. Forse, dovrebbe leggerlo meglio...


13 dicembre 2008

Liberarsi dal liberismo

Chi, a sinistra, continua a baloccarsi con l'efficienza superiore del privato nell'erogare qualsiasi tipo di servizio e con l'insostenibilità economica dello stato sociale, farebbe molto bene a leggersi questo articolo.

Anche per ricordarsi con quale governo di liberisti fuori tempo massimo ci troviamo a che fare. Gente che è contro il "mercatismo" a parole (quando Tremonti deve fare il non global in versione leghista), ma continua ad impostare tutte le politiche sociali sull'idea della privatizzazione, come fa il libro verde di Sacconi, insieme alla Prestigiacomo il peggior ministro di questo governo.



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7 ottobre 2008

Risorse per capire la crisi

Mi è stato chiesto di fare un quadro, a beneficio del circolo PD Obama, delle cose che si dicono sulla grande crisi. In realtà bisognerebbe partire da molto lontano, e rimettersi a studiare libri fondamentali. Ma intanto è certamente utile guardarsi intorno in rete. Per ora mi limito quasi solo a fonti in italiano, anche se ovviamente ci sarebbe molto altro. E faccio una selezione inevitabilmente arbitraria e per di più tendenziosa. Ma l'idea è che oltre a me, altri partecipino al lavoro di ricerca.
Ecco la mia personale lista:

Riformisti di sinistra (tendenzialmente neokeynesiani, diciamo), ossia quelli che propongono in modi nuovi più stato e più welfare, in un quadro di maggiore concorrenza regolata dei mercati:

Cani sciolti :


Liberisti di sinistra, ossia quelli che vogliono ben regolare il libero mercato, e fare buone politiche pubbliche spendendo il meno possibile:

Dalemiani, ossia:
Apocalittici economici, ossia quelli che menavano gramo già da tempo e che, ahimè, avevano ragione. Certamente nella previsione, non necessariamente nella interpretazione dei fatti:
  • Questo post di Beppe Caravita riepiloga tutto ciò che si può dire della crisi come causata da una amministrazione USA irresponsabile: http://blogs.it/0100206/2008/09/30.html#a8321. E' il caso di seguire anche i numerosissimi link, e in particolare questo: http://blogs.it/0100206/2005/06/17.html#a4434 che è del 2005 e già prevedeva la bolla immobiliare...E' un post contestatissimo da Raoul Minetti, con battibecco incorporato fra Raoul e Beppe, per mio tramite...
  • Segnalo anche queste proposte politiche precedenti alla crisi, ma di essa ben consapevoli: http://www.neweconomics.org/gen/z_sys_publicationdetail.aspx?pid=258
  • Il blog Crisis prevedeva sia la crisi finanziaria che quella energetica già due/tre annetti fa. Qui una antologia di link, ma per capire il tutto vale la pena di dare una scorsa un po' a tutto il blog:
  • cos'è la crisi: http://crisis.blogosfere.it/2008/10/benvenuti-nel-xxi-secolo.html
  • mutui e petrolio: http://crisis.blogosfere.it/2008/09/crisi-dei-mutui-e-prezzo-del-petrolio-tutto-si-lega.html
  • un post di riepilogo che linka i post essenziali per capire la tesi delle due cassandre del blog: http://crisis.blogosfere.it/2008/09/meteorologia-finanziaria-tanto-tuono-che-piovve.html

Apocalittici energetici, ossia quelli che ci ricordano come l'attuale crisi finanziaria non nasca nel nulla, ma in un contesto di guerra globale per risorse che sono diventate scarse (acqua, petrolio, gas) rispetto alla domanda crescente:
  • Cominciamo con una cosa "leggera": cosa ci faresti con 700 miliardi di dollari? http://petrolio.blogosfere.it/2008/09/giochino-del-giorno-che-ci-faresti-con-il-bailout.html
  • Un altra riflessione che lega energia, risorse ed economia, in una forma un po' particolare: http://aspoitalia.blogspot.com/2008/08/il-petrolio-uno-di-noi.html
  • Infine, tutta la serie "Un picco la giorno" andrebbe letta, ma questa è particolarmente interessante: http://aspoitalia.blogspot.com/2008/08/un-picco-al-giorno-la-storia-deuropa-in.html
  • Modestamente, il mio punto di vista che tenta di sintetizzare gli apocalittici energetici, trasfornmandoli in azione politica riformista positiva: http://www.imille.org/2008/09/abbiamo_bisogno_di_eroei.html
Update: Questo post da inizio a un forum sul Ning di PDObama, dove ci sono aggiornamenti a nuovi link.


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2 ottobre 2008

Leggende sulla grande crisi. E magari anche qualche buona spiegazione...

Questo post di Raoul Minetti è importante per molte ragioni.
Primo, perché dice cose molto precise su certe semplificazioni giornalistiche e politiche e su certe leggende che facilmente si diffondono quando si scatena una crisi finanziaria globale come quella cui stiamo assistendo in questi giorni.
Secondo, perché rappresenta molto bene la posizione di chi, nella sinistra riformista, si è convinto di una visione del mondo nella quale il libero mercato, sia pur regolato, è comunque e sempre l'unica garanzia di sviluppo economico e, quindi, è sempre e comunque il presupposto intoccabile ed indiscutibile di qualsiasi politica.
Terzo, perché rappresenta perfettamente quanto la razionalità ristretta che caratterizza gli economisti dell'ultima generazione, rischia spesso di generare errori di prospettiva politica.
Quarto, perché mette in evidenza come la difesa "da sinistra" del libero mercato sia politicamente davvero un compito difficile, al limite del suicidio politico.


Provo a spiegarmi, prima entrando nel merito delle cose che dice Raoul, poi affrontando ciò che c'è dietro a questo merito, ossia le conseguenze politiche e di interpretazione del mondo. Abbiate pazienza, sarà una cosa un po' lunga, ma credo sia importante.

Raoul dice prima di tutto che non è colpa del modello USA di libero mercato, ma di una mancanza di regolazione. A supporto della sua tesi, fa un paragone con analoghe crisi bancarie occorse a paesi dotati di un ben diverso modello, come quelli scandinavi, campioni del welfare state socialdemocratico. Sarà anche vero, ma prima di tutto c'è una questione di dimensione e, secondo, non è affatto ideologico sostenere che il modello di libero mercato USA è stato governato in modo ideologico dall'era Reagn in poi - con brevi momenti in controtendenza. E' questo governo ideologico del libero mercato, che teorizzava ideologicamente e non sulla base di solide teorie scientifiche la totale deregolamentazione dei mercati, la correttezza scientifica di castronerie come la curva di Laffer, la riduzione delle tasse ai ricchi come mezzo per arricchire i poveri, che ha portato a indebolire i controlli e a gestire la finanza con quella disattenzione che Raoul considera la causa della crisi.
E, quindi, certo che non è colpa del libero mercato in sé, ma è colpa delle concrete scelte politiche e di potere che sono state fatte nella gestione del libero mercato. E questo è bene dirlo forte, mi sembra.

Poi, Raoul contesta chi trova il colpevole nella globalizzazione. Qui concordo praticamente con tutta la sua argomentazione, convinto come sono che la globalizzazione porti alla fine più vantaggi che danni. Salvo, di nuovo, osservare che la cattiva gestione delle crisi globali non può essere considerata un caso, ma il frutto di scelte politiche in cui c'è chi guadagna - e detiene saldamente il potere - e chi perde.

Infine, per Raoul non è nemmeno colpa dell'avidità dei rampanti uomini di finanza. Insomma, non è un problema morale. Anche qui, Raoul formalmente ha ragione. Figurarsi se basta l'avida cattiveria di un manipolo di giovani rampanti manager per mandare all'aria l'economia mondiale. Però, significherà pure qualcosa che fino a una trentina di anni fa, prima dell'attuale fase di globalizzazione, gli stipendi dei manager erano al massimo 50 volte quelli dei dipendenti, mentre ora stanno in un fattore che può arrivare fino a 500 a 1.
Anche qui, non è difficile trovare la spiegazione nel furore ideologico neoliberista che ha consentito di costruire un consenso enorme su questo assetto distributivo, ben nascosto dietro la cortina fumogena della ricchezza per tutti. I repubblicani che in questi giorni, sulla base di un facile populismo, lanciano strali sulla ricchezza eccessiva dei manager, e ricordano il nostro Tremonti che lancia strali contro il "mercatismo", forse farebbero bene a fare qualche piccola autocritica in proposito...

Affrontiamo dunque il secondo punto segnalato qui sopra, il mercato come presupposto indiscutibile dell'organizzazione del mondo e il terzo, molto legato, della razionalità ristretta degli economisti.

Adottare una razionalità ristretta significa, per me, selezionare un certo numero di assunti e di assiomi, e generare su tale base una serie di modelli tutti formalmente corretti, ma solo all'interno di quegli assiomi. E' il tipico modo di fare di molti economisti moderni. Molto utile per analizzare i dettagli, per capire il funzionamento di breve periodo dei mercati, per fare fine tuning di grandezze economiche, ma ben poco utile, ed anzi fuorviante, per capire la sostanza di fondo e di lungo periodo dei fenomeni.
E infatti, le osservazioni di Raoul mancano il bersaglio, restano in superficie e alludono ad una spiegazione immediata - la "disattenzione" delle autorità e degli operatori - perché si modellano sulla sola visione dei fenomeni economici immediati. E dimenticano:
  1. Che la crisi è economicamente figlia di una disgraziata concentrazione del reddito, che ha reso impossibile alla classe media USA conservare i propri standard di vita se non accedendo al credito facile. Su questo meccanismo, che è il meccanismo di fondo della presente crisi e ha ben poco a che fare con la finanza - la finanza è solo uno strumento, da questo punto di vista - rimando per brevità all'articolo che ho già citato di un economista che non ha usato la razionalità ristretta, e che spiega il tutto ben meglio di me.
  2. Che questa abnorme concentrazione del reddito è sostanzialmente identica a quella che ha preceduto la crisi del 1929.
  3. Che l'economia è immersa nel gioco delle relazioni sociali e di potere e nelle istituzioni, il ché rende di per sé l'eccessiva fiducia nel funzionamento teorico ed asettico del mercato una pia illusione - quando non una dolosa bugia.
  4. Che i fenomeni economici non avvengono nel vuoto di un mondo nel quale le risorse sono oggetti comunque plasmabili e indifferenti, perché ciò che conta è il gioco delle utilità e del mercato. Al contrario, l'economia presuppone l'esistenza di risorse fisiche da trasformare, in un processo che richiede energia e produce contemporanemente valore d'uso e di scambio e rifiuti ed entropia. E' per lo meno ironico che l'economia, che si autodefiniva scienza della scarsità, abbia totalmente dimenticato la reale, fisicissima scarsità delle risorse che deve trasfomare per produrre valore. Ora, continuare a pretendere di ignorare il vincolo delle risorse (è noioso che lo ripeta, ma ahimè è sempre una questione di EROEI) è a mio avviso l'altro elemento che ha portato alla crisi attuale, e che ne fa una crisi di qualità diversa da quella dle 1929. Quella, poteva essere vista come una crisi si crescita. Questa, temo o spero, proprio no.

Eccoci al punto finale. Difendiamo, da sinistra, il libero mercato. E' giusto, come erano giuste le politiche a favore dei consumatori e della concorrenza del buon Bersani. Ma non vediamo, per favore, il libero mercato - un modello da usare e al quale tendere per far funzionare certi e non tutti i meccanismi di produzione - come l'unico obiettivo della politica.
Sopratutto, cominciamo a proporre una politica diversa, ad affrontare il toro della distribuzione del reddito per le corna. Ritorniamo a parlare di giustizia sociale e uguaglianza, non solo perché moralmente lo troviamo giusto, ma perché economicamente una equilibrata distribuzione del reddito, meno persone che non possono onorare i loro debiti, rende più stabile e solido il sistema capitalista. Dopo l'ubriacatura del liberismo rampante non è proprio il caso di lasciare che la destra riesca ad ubriacarci con un novello populismo autarchico rampante. Molto meglio far capire prima di tutto di chi è davvero la colpa (non la "disattenzione", ma l'eccesso di concentrazione della ricchezza voluta dalle destre mondiali), e soprattutto, offrire una alternativa di speranza non basata sui muri ma sull'apertura al mondo e alla sua salvezza.

PS: sono certo che Raoul, in realtà, è almeno in parte d'accordo con quel che ho scritto qui sopra, come io sono in parte d'accordo con le cose che ha scritto. Solo che lui tende ad arrabbiarsi quando i non economisti fanno discorsi un po' troppo generici sull'economia, forse perché è troppo dentro a quel mondo, e così, nel mettere i puntini sulle i, a mio giudizio esagera. Io mi arrabbio quando gli economisti tendono a fare discorsi troppo chiusi nella loro tecnicalità, forse perché avrei voluto fare l'economista ma non ci sono riuscito, ma sopratutto perché mi piacerebbe che gli economisti di oggi ricordassero che i loro padri avevano ben altro approccio alla "scienza triste". Un approccio "sistemico", tanto che, per dire, Adam Smith scriveva di morale, e mi risparmio di citare Marx...


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2 ottobre 2008

Per capire la crisi

.. è importante leggere questo acuto articolo di Stefano Fassina. Una spiegazione dei motivi di fondo della crisi, che non sono finanziari.


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28 agosto 2008

Dovrebbe

La domanda è: finirà prima l'energia o cambierà prima il clima? Ossia, la terra sarà salva ma a prezzo della fine della civiltà industriale, oppure la civiltà industriale ha ancora abbastanza risorse energetiche da sfruttare al punto di far collassare il sistema terra?


Un partito politico che si rispetti dovrebbe offrire una risposta di speranza a questa drammatica domanda. Dovrebbe proporre soluzioni (una terza via fra medioevo di ritorno e distruzione del pianeta) e chiamare all'impegno. Dovrebbe reinterpretare tutta la sua politica alla luce di questo dilemma, dimostrando che, se si fa buona, rivoluzionaria e coraggiosa politica ambientale, a livello locale e a livello globale, quel dilemma diventa un falso dilemma. Dovrebbe lavorare per imporre il tema nell'agenda politica, invece di continuare a triturasi e a triturarci rincorrendo i temi della falsa riforma della giustizia, della sicurezza in chiave militare, del 5 in condotta... Dovrebbe.

*****

Il 4 settembre, alle 18, alla Festa Nazionale per l'Ambiente del Partito Democratico, a Ferrara, parteciperò ad una tavola rotonda con gente ben più competente di me. Chi si trova da quelle parti, farà una cosa bella a venire a trovarci.

Qui il programma dell'intera festa, qui la discussione sul tema sul ning del Circolo PD Obama, qui sotto il programma della Tavola rotonda.

NOTIZIE CHE NON LO SONO:

L' INFORMAZIONE AMBIENTALE AI TEMPI DEL WEB 2.0

Le tematiche ambientali sono affrontate sui principali media oscillando fra il terrorismo climatico e la totale sottovalutazione dei problemi. Spesso notizie o interi argomenti vengono completamente ignorati da televisioni e giornali. Su Internet, invece, anche in Italia, chi vuole può trovare informazioni complete ed aggiornate, ma bisogna sapere scremare.
Come può il PD portare alla luce queste tematiche e farle diventare materia di confronto politico?
a cura del circolo PD Obama e iMille
partecipano
Giuseppe Civati, consigliere regionale PD in Lombardia
Beppe Caravita, giornalista scientifico del Sole 24 Ore.
Terenzio Longobardi, ASPO Italia e Ecodem PD Pisa
Stefano Caserini, Politecnico di Milano
Corrado Truffi, blogger, Circolo Barack Obama e iMille
Lucio Scarpa, Circolo Barack Obama


18 giugno 2008

Intellettuali organici

Ricordo i ponderosi articoli di Enrico Berlinguer su Rinascita. Ricordo, soprattutto, che su quella rivista, e anche altrove, la discussione politica si intrecciava con quella economica e culturale in ampi dibattiti in cui intervenivano tanto i politici di professione, quanto gli intellettuali più o meno organici e i tecnici di area.

Oggi, ci sono gli staff dei segretari, ci sono i think tank e le fondazioni. Ma tutti costoro lavorano in modo separato. I politici di professione si limitano a discorsi generici, non osano nemmeno entrare nel merito dell'elaborazione tecnica dei loro supposti intellettuali organici. Sono o pensano di essere professionisti della comunicazione e dell'immagine, e della gestione del potere. Non è più loro compito pensare, indicare la strada, immaginare il futuro ed esprimere una solida visione. Un'ideologia.

Gli intellettuali, da parte loro, producono proposte tecniche, senza speranza né volontà di incidere nel messaggio e nei valori che dovrebbero essere la sostanza della politica. E così, è difficile stupirsi se il PD appaia un partito non solo sconfitto ma, sopratutto, freddo.

Ancora di più, molti continuano ostinatamente a inseguire la favola del partito pragmatico, postideologico. Quella favola secondo cui per conquistare la maggioranza (ovviamente sfondando al "centro", il luogo della politica più inesistente al mondo), basta un programma ben fatto e la credibilità di chi lo propone, conquistata grazie al "merito".
E non si accorgono che la destra, in tutto il mondo e qui sopratutto, sta vincendo a mani basse proprio perché è schiettamente, coerentemente ideologica, e dà risposte e messaggi chiari e forti in termini di (dis)valori.

Karl Marx è stato ciò che è stato non perché ha scritto il Capitale o L'ideologia tedesca, ma perché mentre scriveva quei tomi li "vendeva" anche, facendo politica in prima persona. Non era un filosofo, era prima di tutto un politico.

Quanto a spessore e capacità di elaborazione culturale, oggi Walter Veltroni e Nichi Vendola sono sicuramente una spanna sopra i loro competitori nei rispettivi partiti. E, quindi, non c'è proprio da stare allegri.


21 marzo 2008

Noi garantiti

Le cose che accadono:
Oggi sono ancora in sciopero, per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro del Commercio. Quindici mesi di ritardo, e la Confcommercio intenzionata a non concedere nulla ed, anzi, a chiedere ancora meno tutele e diritti, in cambio di un aumento salariale ridicolo, che non copre nemmeno lontanamente l'inflazione.
Nel frattempo, la mia azienda, che non ha mai firmato un contratto integrativo aziendale, continua a traccheggiare nella trattativa finalmente avviata con la RSU.
Proprio ieri La Stampa e il sito de La Voce hanno pubblicato un interessante articolo di Boeri e Garibaldi sulla riforma dei modelli di contrattazione e dei famosi due livelli contrattuali
Oggi il sondaggio di Repubblica sulle intenzioni di voto ha per titolo "Operai sempre più poveri e a destra"
Ho scritto un post per il blog de iMille , in cui rifletto di massimi sistemi e di "nuovo protezionismo". Il quale, nella mente semplificante di chi lo propone, dovrebbe servire proprio a salvare i "capannoni" e chi ci lavora.

Le cose che penso:
Noi, lavoratori a tempo indeterminato delle medie e grandi aziende, siamo davvero dei garantiti. Il livello delle nostre garanzie - per non dire di quello, ancora più impressionante, dei dipendenti pubblici - è tale da aver ingessato il sistema Italia e la sua produttività. L'invenzione della flessibilità da Treu in poi ha reinventato i posti di lavoro per i giovani e ridotto la disoccupazione, ma ha istituzionalizzato un mercato totalmente dualistico: ad una parte tutte le garanzie, dall'altra praticamente nessuna. Da una parte la pensione giovane e ricca, dall'altra nessuna pensione in vista. E ha prodotto anche il pessimo risultato di una strutturale perdita di produttività del sistema Italia. I sindacati che hanno ostinatamente difeso gli insider senza curarsi dei precari, sopratutto in comparti pubblici o in luoghi scandalosi come Alitalia, non sono affatto innocenti.
Ma la cosa ironica è che questo dualismo si sta dimostrando impossibile anche per noi garantiti. La vicenda del contratto del commercio mette in bella evidenza questo effetto plastico da esercito industriale di riserva di marxiana memoria: i precari esistono, si mischiano a noi garantiti come zombie nel territorio dei vivi, e ci sbranano progressivamente togliendoci spazio. E noi, forse per la prima volta, ci rendiamo conto che se non difendiamo anche loro, se non riusciamo a farli tornare vivi, diventeremo zombie anche noi.

Non c'è dubbio che sia necessario rivedere il modello di contrattazione, e dare più spazio a quella aziendale. Ma senza ipocrisie e con clausole di salvaguardia, come quelle suggerite da Boeri e Garibaldi. Perché le imprese nostrane giocano su tavoli truccati. Danno lezioni sulla necessità di aumentare l'età pensionabile, e poi tentano di liberarsi di chiunque abbia superato i cinquanta. Teorizzano l'abolizione o lo svuotamento del contratto nazionale in favore dei contratti aziendali, ma poi si rifiutano di firmare alcun contratto integrativo aziendale.

Uòlter dichiara che risolvere il problema della precarietà sarà la sua ossessione. Qui sopra c'è qualche piccola traccia, nella direzione di chiedere uno sforzo a noi garantiti, ma anche alle imprese.


3 settembre 2007

Le tasse di Veltroni

Ci sono molti motivi per sostenere Veltroni come segretario del PD, che vanno da tratti caratteriali alla sua capacità di unire, da idee belle come il patto generazionale, alla percepibile nuova attenzione all'ambiente, alla capacità di vedere le cose senza barriere ideologiche precostituite.
Ma c'è un tema, ahimè davvero importante, in cui Veltroni si sta dimostrando succube del pensiero unico pseudo riformista che impedisce alla sinistra riformista di essere davvero tale: le tasse.
Un tema in cui il tatticismo che spinge i nostri politici a seguire gli argomenti dell'avversario per acquisire consenso popolare può fare danni davvero totali, fino a perdere il senso stesso della differenza fra destra e sinistra, probabilmente in modo anche più grave di certe tendenze law and order che, in fondo, hanno un loro ben più solido motivo. Consiglierei comunque, a chi insegue con troppa foga i temi dell'avversario, credendo di conquistare consensi nell'area avversa, di ricordare la storia di Björn Engholm, e farne tesoro.
Non che Uòlter non si trovi in buona compagnia in questa deriva: Letta e Adinolfi, ad esempio, non sono certo da meno nell'avere in testa un qualche tipo di "stato minimo" ed, anzi, per cultura e pensiero probabilmente ci credono molto di più di quanto non ci creda Veltroni. Ma ciò, ovviamente, non è una gran consolazione...

Vediamo un po' meglio dentro questa questione.
Le proposte fiscali di Veltroni oggi vengono contrapposte alla condivisibile prudenza di Padoa Schioppa. Secondo quanto si dice, la differenza sostanziale fra i due è nel fatto che Veltroni dica che si possono ridurre le tasse subito e TPS che prima bisogna ridurre la spesa e poi le tasse, per motivi di equilibrio finanziario. Ma questo, perdonatemi, non è affatto rilevante: semplicemente, Veltroni può permettersi di fare il politico che blandisce le masse, e TPS è costretto a fare il solito prudente cerbero, richiamando con inevitabile realismo le difficoltà operative nella riduzione della spesa.
Tutti e due, però, danno per scontato - ed anzi Veltroni ne fa la premessa base dei sui dieci punti fiscali - che la pressione fiscale debba essere diminuita in Italia.
Ora, i dieci punti fiscali di Veltroni sono, ciascuno la sua parte, pure giusti e condivisibili, ma questa idea della riduzione della pressione fiscale è la rappresentazione plastica della sconfitta culturale della sinistra riformista in Italia, sotto l'attacco concentrico dei qualunquismi antistato di sinistra e di destra e dell'allucinante perdita di efficienza e tendenza all'irresponsabilità e al furto delle amministrazioni pubbliche.
La sinistra riformista dovrebbe infatti saper dire in modo chiaro e distinto quali sono i problemi dell'Italia, dal lato fiscale.
Primo: definire a quale livello di servizi statali (dalle buche nelle strade al welfare state) vuole posizionarsi l'Italia:
  • vogliamo evolvere verso il modello prevalente in Europa centrale (Francia, Germania, ...), dove a una pressione fiscale poco sotto al 45% corrispondono servizi sociali e stato abbastanza efficienti?
  • o vogliamo rinunciare anche agli scarsi servizi attuali, per ridurre le tasse ai livelli USA (poco più del 30%)?
  • o addirittura (utopia, utopia!) crediamo sarebbe magari utile aumentare il carico fiscale per avvicinarsi ai modelli scandinavi?
Dare per assodato, scontato e indiscutibile l'assioma secondo cui la pressione fiscale in Italia è eccessiva, è abdicare al ruolo stesso della sinistra, per il banale motivo che la pressione fiscale in Italia non è eccessiva, essendo in linea con la media europea e comunque inferiore ai paesi dotati di miglior welfare. E perché la sinistra si dovrebbe distinguere dalla destra, oggi, sopratutto in quanto pensa che la felicità di una popolazione sia correlata alla ricchezza di beni pubblici, di servizi sociali universali, di integrazione sociale e quindi di relativa uguaglianza distributiva, che solo uno stato sociale ricco ed efficiente può consentire. Ma se accettiamo l'idea della riduzione della pressione fiscale come totem, come facciamo a dire credibilmente che vogliamo pure uno stato sociale ricco e inclusivo?
Secondo: ed infatti, il secondo problema fiscale dell'Italia, come ben noto, è proprio che la pressione fiscale concentrata sui soliti noti, e l'enormità dell'evasione fiscale, comporta una colossale e del tutto involontaria redistribuzione del reddito che - probabilmente - va dai poveri ai ricchi o, nella migliore delle ipotesi, rende erratica e casuale qualsiasi politica volontaria di redistribuzione del reddito per via fiscale.
E quindi, piuttosto che concentrarsi sulla riduzione delle tasse, sarebbe stato più serio proporre una riduzione relativa a parità di pressione fiscale complessiva: tanta evasione recuperata, tanta riduzione corrispondente delle aliquote.

Quanto alle proposte specifiche del decalogo fiscale, anche qui purtroppo si vede una certa tendenza ad eludere il problema più duro, quello che è stato come al solito proposto in modo intempestivo, goffo e superficiale dalla nostra mitica sinistra "radicale", ma che è davvero sostanza: la difformità del trattamento fiscale della ricchezza finanziaria rispetto al reddito da lavoro, che è la controparte fiscale del mutamento dei rapporti di forza fra capitale e lavoro avvenuto negli ultimi venticinque anni.

Su questo, mi piace riportare un brano dall'ultimo illuminante libro di Silvano Andriani:

Un quarto di secolo di esperienze ci parla del fallimento della rivoluzione fiscale, cavallo di battaglia del neoliberismo. Le lunghe fasi di governi di destra in Usa coincidono con un’enorme crescita del deficit del bilancio pubblico e dell’indebitamento netto del paese sull’estero. D’altro canto, [..] non c’è nulla che dimostri la tesi sostenuta anche da istituzioni economiche internazionali, secondo cui una più bassa pressione fiscale di per sé aumenti la crescita. La verità è che in un paese civile le funzioni dello Stato non sono comprimibili oltre un certo livello, per cui una riduzione strutturale della pressione fiscale tende a tradursi in n aumento del deficit pubblico. Questo è evidente negli Usa dove una politica di bilancio particolarmente lassista si è sposata con le ambizioni imperiali; ma risulta anche nel caso inglese, anche se in una prima fase la riduzione della pressione fiscale fu bilanciata da un massiccio trasferimento di funzioni ai privati. Dopo di che, in seguito al grave deterioramento di alcuni servizi, dalla sanità ai trasporti, è iniziata una fase di rilancio della spesa pubblica che comporta una crescita sia della pressione fiscale che del deficit pubblico.
In molti paesi tuttavia, fra i quali anche l’Italia, si sono aperte brecce nel modello fiscale di ispirazione socialdemocratica; la breccia principale consiste nel trattamento sostanzialmente diverso per redditi da lavoro rispetto a quello per i redditi da capitale, differenza che rafforza situazione di vantaggio che il capitale ha sui lavoro in questa fase di globalizzazione. L’adozione di politiche fiscali d questo tipo rafforza la tendenza all’acuirsi delle disuguaglianze, già presente a livello di mercato, e pone non solo un problema di giustizia sociale, ma anche di efficienza dei sistema. Vale la pena ricordare che la critica più seria avanzata dal versante supply-side al modello fiscale socialdemocratico non riguardava, come ha dato a intendere la vulgata neoliberista, il livello globale della pressione fiscale, ma la conformazione del sistema fiscale e il suo impatto sull’attività produttiva e si riferiva soprattutto all’eccesso di progressività sui redditi da lavoro che può avere effetti demotivanti.
In molti paesi i redditi da capitale sono sottratti al criterio di progressività e sono in larga parte soggetti a una doppia tassazione in quanto sono tassati prima come utili delle imprese e poi come reddito delle persone; inoltre, in genere, le aliquote della tassazione sugli utili sono più pesanti di quelle sui redditi delle persone. L’impatto negativo sull’attività produttiva è dunque doppio perché tale sistema scarica il peso della progressività esclusivamente sui redditi da lavoro rendendola eccessiva e favorisce la rendita a scapito del profitto. Tale impatto negativo è aggravato nelle situazioni in cui, come accade in Italia, una parte conistente delle spese per l’assistenza è a carico non della fiscalità generale, ma della contribuzione sulle retribuzioni. Tassare gli utili delle imprese e una strada facile per i politici in quanto i cittadini, di solito, ritengono che quelle imposte non sono pagate da loro; ma i tratta, ovviamente, di  un’illusione ottica. La tassazione degli utili, diversamente da quanto si ritiene, anche a sinistra, non ha nulla a che fare con la giustizia sociale che ha senso solo se riferita ai redditi delle persone Gli utili, in un mercato efficiente, rappresentano il premio per l’innovazione e l’efficienza, la loro tassazione colpisce in misura maggiore proprio le imprese migliori. Una pesante tassazione sugli utili può inoltre scoraggiare investimenti dall’estero e favorire il dumping fiscale di altri paesi.
Un’ipotesi per uscire da tale stato di cose sarebbe abolire la doppia tassazione dei redditi da capitale eliminando, non come ha fatto Bush jr., l’imposta sui dividendi, ma eliminando l’imposta sugli utili delle imprese e stabilendo, nello stesso tempo, di includere nella dichiarazione dei redditi tutti i redditi da capitale in modo da ristabilire il principio di un trattamento fiscale uguale per tutti i redditi. Una tale misura può creare spazio per un aumento dei redditi dei lavoratori senza ridurre il ritorno sui redditi dei capitali investiti nelle imprese. Inoltre differenzierebbe sostanzialmente il trattamento dei redditi tra i piccoli risparmiatori e coloro nei quali si concentra la ricchezza finanziaria.
Un’altra linea di ragionamento potrebbe essere la seguente: i sistemi fiscali svolgono due funzioni, fornire i mezzi finanziari per il funzionamento dello Stato e redistribuire una parte del reddito tra i meno abbienti. La redistribuzione può essere calcolata e anche dove le politiche redistributive sono particolarmente spinte non supererà una certa quota del reddito nazionale. Queste due funzioni non possono essere totalmente separate, ma si può può pensare a una più netta specializzazione dei diversi tipi di imposta. Le imposte indirette potrebbero essere specificamente deputate a procurare la massa di entrate necessarie al funzionamento dello Stato. Questo, naturalmente comporterebbe che tutti contribuiscano nella stessa misura al funzionamento dello Stato: chi più consumerebbe più pagherebbe e comunque dalla proporzionalità dell’imposta deriverebbe un effetto redistributivo che potrebbe essere accentuato con la distinzione di due o tre aliquote sui i diversi tipi di beni [o dalla creazione di una tassazione specifica per il consumo di carbonio – aggiunta mia]. A una funzione essenzialmente redistributiva potrebbero essere invece deputate le imposte sul reddito e sui patrimonio.
Una tale scelta renderebbe selettive le imposte dirette quindi più facili da gestire politicamente e da controllare, riguarderebbero infatti le fasce di reddito medio-alto e alti, in quanto si può supporre che la massa dei cittadini che trova nella lascia di reddito mediana non dovrebbe né dare né ricevere dal meccanismo redistributivo. Le imposte su reddito dovrebbero trasferire reddito dai più abbienti meno abbienti e quelle sul patrimonio, imposta di successione ed eventuale imposta ordinaria su1 patrimonio, dovrebbero porre limiti alla concentrazione della ricchezza, trasferendola in parte dai più ricchi verso i meno abbienti.

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29 agosto 2007

Cosa ci possono insegnare gli anni '80

Attenzione: post molto lungo. Al cui contenuto, scritto di getto, tengo però molto.

All'inizio degli anni '80, la rivoluzione liberista di Reagan e Thatcher è riuscita a dare un nuovo assetto all'economia mondiale.
Rimettendo sotto controllo i costi delle materie prime e dell'energia, e le pretese espansioniste dei paesi produttori, ha preservato il dominio occidentale sul mondo, e ha inoltre tolto fiato e risorse finanziarie al blocco sovietico, anch'esso produttore di materie prime.
Liberalizzando i movimenti di capitale, in un contesto di signoraggio del dollaro come moneta degli scambi internazionali, ha progressivamente creato quella potente idrovora che da allora ha consentito agli USA (e alla Gran Bretagna) di diventare importatori netti di capitali e di sostenere deficit (prima pubblici, poi privati, poi gemelli) e un livello di indebitamento impensabili per qualsiasi altro paese.
In pratica, di vivere largamente al di sopra dei propri mezzi e di far finanziare il proprio livello di consumi e la propria spesa militare - e quindi il proprio dominio sul mondo - dai risparmi dei paesi in via di sviluppo.
Nel frattempo, anche grazie alla rivoluzione dell'informazione e della velocità degli scambi, si avviava quel processo di nuova globalizzazione (dopo la precedente fase finita tragicamente con la crisi del '29 e l'epoca dei totalitarismi) che trasformava profondamente i rapporti di forza fra capitale e lavoro.
Aumentano a dismisura i valori degli asset finanizari (prima mobiliari - le azioni, i titoli, i derivati - poi anche immobiliari) rispetto ai redditi.
Aumenta la quota di ricchezza derivante da rendita rispetto a quella da lavoro e da profitto.
Aumenta in modo clamoroso la concentrazione della distribuzione del reddito.
Il compromesso keynesiano e socialdemocratico, basato sulla distribuzione anche ai lavoratori dei guadagni di produttività, in modo da alimentare il consumo di massa, e sulle politiche dei redditti atte a governare i processi inflazionistici, veniva sostituito da un nuovo compromesso fra il capitale industriale, rappresentato dai CEO delle grandi imprese con le loro stock option, e il capitale finanziario.
Gli organismi internazionali prima preposti allo sviluppo, diventavano agenzie per piegare, tramite opportuna guida ideologica, le politiche dei paesi in via di sviluppo agli interessi di quelli già sviluppati.
Tutte queste cose avvenivano non certo nel vuoto politico o in assenza di risposte e controspinte.
Non nel vuoto politico, perché l'indebolimento e poi il crollo del blocco sovietico liberava energie e apriva alla libertà politica, con un effetto domino, i paesi dell'est.
Con alcune clamorose differenze di esito che, tuttavia, non sono in genere molto considerate.
Dopo il crollo del muro di Berlino, la riunificazione della Germania è stata pilotata dai governanti di quel paese - democristiani come socialdemocratici - con politiche industriali, iniezione di risorse finanziarie, attenzione a realizzare una transizione sociale per quanto possibile morbida, mantenimento dell'essenziale dello stato sociale dell'est. In pratica, di fronte alla necessità di accollarsi un'enorme area depressa, ci si è fatti carico di colossali politiche di sviluppo.
In ciò, anche aiutati dalla possibilità di acquisire vantaggi commerciali comparati facendo entrare nella propria area economica paesi relativamente ben dotati di infrastrutture materiali e immateriali come la Repubblica Ceca, l'Ungheria o la Croazia.
Non tutto è andato bene, anche se ora si vedono i frutti complessivi di quella politica, ma certamente questa storia non ha nulla di confrontabile con il disastro russo, l'impoverimento netto, la riduzione della durata media della vita, il disastro sociale, le mafie, insomma con tutto lo spaventoso portato di un folle esperimento ultraliberista di passaggio a tappe forzate da un'economia (pseudo) pianificata ad una capitalista senza capitalisti né imprenditori.
In questo trionfante liberismo anni '80, i paesi scandinavi riuscivano a mantenere il proprio modello senza perdere competitività. Anzi, la Finlandia (paese in origine povero e assai diverso dalla solida Svezia o dalla ricca e piccola Danimarca) proprio in quegli anni avviava il suo formidabile sviluppo che l'avrebbe portata alla leadership industriale e sociale attuale. Grazie ad una originale miscela di forte stato sociale, credibilità del governo, un vero patto nazionale fra i finlandesi, nazionalismo, investimento pubblico in istruzione, spirito hacker e imprenditoriale e lunghissima storia di competenza nel campo delle telecomunicazioni.
I paesi del lontano est, la Cina e l'India avevano in realtà posto le basi per il loro sviluppo con una fase di risparmio e investimento "originario", realizzato proprio tramite un severo controllo sui movimenti di capitale. Esattamente lo stesso modello "mercantilista" che ha consentito lo sviluppo di tutte le nazioni europee, a partire dal Regno Unito, dal '700 in poi. La successiva apertura dei movimenti di capitale, se ha portato anche a flussi di investimenti poderosi verso quei paesi, ha nel medio periodo più che altro generato feroci e improvvise crisi finanziarie, con conseguente periodica distruzione di ricchezza.

In Italia, il PCI era isolato ed impotente, a dispetto di quello che si racconta ora, salvo conservare una rilevante influenza negli assetti economici delle regioni rosse.
Craxi, convinto a ragione che il modello sovietico fosse "alla frutta", e che il suo PSI, come unico rappresentante possibile del socialismo europeo, avrebbe finito per essere l'unica possibile sinistra anche in Italia, si baloccava con la sua arroganza ed il suo machiavellismo, agevolando la corrente che dalla Milano da bere avrebbe portato ad un debito pubblico e ad una irresponsabilità privata del tutto analoga a quella in voga fra i liberisti USA, con la sola "piccola" differenza che quelli avevano il dollaro e l'impero, noi i furti sistematici e la liretta.
Il PCI, con l'onesto Berlinguer, tardava troppo a sganciarsi davvero da Mosca, per paura di perdere pezzi, per il troppo peso della storia, per troppa presunzione che la "diversità" morale sarebbe bastata per sempre....

Tutte queste cose avvenivano a molti anni dal primo rapporto sui limiti dello sviluppo, che è del 1972.
Pure degli anni '70 è Energia e miti economici di Georgescu-Roegen, che poneva le basi teoriche dell'economia ecologica: non si può ignorare l'entropia, il vincolo energetico e perfino quello del puro esaurirsi della materia.
Negli anni successivi, si può dire fino ad oggi, tutti questi processi si assestavano e venivano a compimento, attraverso crisi successive e ripetute nascoste da una ideologia da pensiero unico dominante che blaterava perfino di fine della storia e, anche da sinistra, si illudeva che la rivoluzione tecnologica e dell'informazione avesse definitivamente abolito il ciclo economico.
Con alcuni ulteriori eventi cruciali:

  • lo scoppio della nuova crisi energetica e delle risorse, ossia del definitivo peak oil, camuffato da guerra globale al terrorismo islamico
  • la completa socializzazione del capitale e la separazione della gestione dalla proprietà delle imprese, prevista da Marx, avvenuta però in modo assai imprevedibili: la borsa come massimo luogo dell'ingiustizia attraverso la apparente socializzazione e distribuzione del capitale, la public company come massimo luogo della trasformazione del capitalismo in pura grassazione e truffa, ossia dell'impresa irresponsabile
  • l'esplodere della crisi climatica, che è il modo, fino a qualche anno fa imprevedibile, con cui le previsioni ecologiche del Club di Roma e di Georgescu-Roegen si sono avverate confermando al tempo stesso - a modo loro - le previsioni di fine delle condizioni di riproduzione del capitalismo del buon vecchio Marx.
  • in Italia, l'avviarsi di una transizione infinita fatta di stop and go fra l'illusione di continuare con il business as usual della furbizia debitoria e della predazione berlusconiana, e il tentativo di rendere virtuosi gli italiani con cure di sacrifici inevitabili, giusti, corretti, ma in fondo privi di speranza, di ambizione e di visione del futuro.



Il dibattito sugli anni '80 fra Letta e Bindi, cui almeno Uòlter si è fino ad ora sottratto, è davvero molto superficiale se considerato appena appena alla luce di quanto malamente ricordato qua sopra.
Lo so, che non si può pretendere troppo, però quando è - se non all'atto della formazione di un partito che dovrebbe durare almeno cent'anni e non una legislatura - che si dovrebbe discutere davvero dei fondamenti?

Nessuno dei candidati - incluso qui anche il nostro Veltroni - offre una risposta che, a partire dall'analisi della nostra storia recente, proponga una missione, un modello di società, una via d'uscita, un'idea di sviluppo sostenibile. Un motivo per militare.
Perché nessuno si sporca le mani più con la teoria (come facevano, ed anche bene, i segretari del vecchio PCI fino al primissimo Occhetto: ricordate le chilometriche e dotte relazioni ai congressi?), ma al contempo nessuno propone nemmeno prospettive e soluzioni pratiche, obiettivi davvero concreti, capaci di mobilitare energie, dare direzione alle politiche industriali del paese. Ed entusiasmare un po' almeno una piccola parte della nostra amorfa gioventù.

Insomma, possibile che nessuno di questi nostri futuri leader sia in grado di immaginare o di prendere sul serio almeno un po' quello che è stato in grado di immaginare magistralmente Beppe?
O almeno di capire cosa c'è dietro in potenza alla OneNetwork di Quintarelli?
O di dire chiaramente che abbiamo di fronte una sfida che potrebbe essere vinta (la sfida della sopravvivenza), ma solo se cambiamo davvero tutto?

Certo, senza una vera nuova narrazione di una economia della felicità, senza una nuova ideologia (l'ho detto!, l'ho detto:-)), senza che nei cieli d'Europa si sviluppi qualcosa di più solido dei tentativi un po' confusi di Sarkozy di realizzare un sincretismo fra il socialismo liberale di Attali e il suo conservatorismo modernista (a proposito: questo post è davvero bello), è sicuramente illusorio pretendere che a risolvere i nostri problemi siano Rosy Bindi, Enrico Letta o Walter Veltroni - che comunque, almeno ogni tanto ci prova, a volare alto...

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Precedenti puntate:
Entropia
Feticcio
Attali-Marx



19 febbraio 2007

Le due entropie

Qui si proverà a vedere che il finalismo ottocentesco ha ottime ragioni, e che il nostro futuro è fondato sulla possibilità di capirlo e trarne un modo di vita. Per mettere questo discorso su solide gambe, inizio con tre citazioni:

da Attali
"E tuttavia, quanti punti in comune tra la teoria della selezione naturale (che sfocia nella mutazione delle specie viventi), la teoria della lotta di classe (che sfocia nella mutazione delle specie sociali), e l’altra grande teoria del xix secolo, quella della termodinamica (che sfocia nella mutazione degli stati della materia). Tutte e tre parlano di variazioni infinitesimali e di salti fondamentali, tutte e tre parlano anche di un tempo che scorre inesorabilmente: verso il disordine, dice Carnot, verso la libertà, dice Marx, verso chi saprà adattarsi meglio, dice Darwin. Adattarsi ai disordini della libertà: ecco cosa unisce Carnot, Marx e Darwin, i tre giganti di questo secolo. "
"Qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci e cose materiali."

da Wikipedia: Entropia

"Assumendo che l'intero universo sia un sistema isolato - ovvero un sistema per il quale è impossibile scambiare materia ed energia con l'esterno - il primo ed il secondo principio della termodinamica possono essere riassunti da un'unica frase:

l'energia totale dell'universo è costante e l'entropia totale è in continuo aumento.

valida per qualsiasi sistema isolato. In altre parole ciò significa che non solo non si può né creare né distruggere l'energia, ma nemmeno la si può completamente trasformare da una forma in un'altra senza che una parte venga dissipata sotto forma di calore."

Adattarsi ai disordini della libertà. In molti sensi, è questo che dovrebbe riuscire a fare il mondo globalizzato del ventunesimo secolo. E' come se la prima globalizzazione della seconda metà dell'ottocento fosse stata nascosta da un lungo ventesimo secolo nazionalista, e ora ci fossimo risvegliati di nuovo impauriti da questa seconda globalizzazione, ben più estesa dell'altra. Perché comunque, anche nel ventesimo secolo nazionalista gli effetti della crescita della produzione sul sistema mondo e sul suo bilancio energetico sono stati continui, anche se sono stati visti da ben pochi.
Il fatto è che nell'ottocento i tempi non erano certo maturi perché Marx potesse collegare la sua riflessione sulla caduta tendenziale del saggio del profitto a quella sulla termodinamica. E il fatto è che oggi sono troppo rari gli intellettuali capaci di uscire dal proprio specialismo. Georgescu-Roegen è restato un isolato, come sono isolati dal mainstream economico tutti i suoi seguaci.
Il finalismo di Marx ci dice di un mondo che inevitabilmente  si globalizza tramite lo  sviluppo estremo delle forze produttive,  un mondo nel quale il capitale assume il controllo globale e arriva a un punto di non ritorno che consente alle forze antagoniste di rovesciare lo stato presente delle cose. Quello che non sapeva Marx, è che gli esperimenti fatti in suo nome (nome quantomai usurpato, peraltro) in Unione Sovietica, in Cina ed altrove, avrebbero ripercorso la stessa strada dal punto di vista del consumo del mondo. Anzi, se possibile la violenza distruttrice dell'ecosistema praticata in nome del "socialismo reale" e del suo sviluppo come potenza produttiva, è stata anche più  terribile di quella caratteristica dell'occidente capitalista. Proprio perché non metteva davvero in discussione il modello energetico, ma solo - e solo in teoria, ahime - quello sociale.
Il finalismo implicito nell'idea di entropia è infinitamente più terribile per chi ne comprenda il senso. Alla caduta tendenziale del saggio del profitto si può non credere, alla finitezza dell'energia disponibile, invece, è più difficile non credere, salvo sperare nella conquista di altri mondi. Eppure, forse proprio per questo l'uomo fino a pochissimo tempo fa ne ha negato sostanzialmente l'esistenza, soggiogato dal feticismo delle merci.
Ora, questi due finalismi - queste due interpretazioni del mondo come inesorabile corsa verso una fine infausta, a cui però l'uomo può dare un senso e una direzione diversa - possono ritrovare in pieno il loro valore:
  • perché si sono dimostrati entrambi molto veri e molto profetici, nell'individuare l'uno il fatto che il modo di produzione attuale non è sostenibile socialmente, l'altro che esso non è sostenibile in termini energetici;
  • e perché, interpretati come si può fare col senno di poi che ci consente l'essere nel ventunesimo secolo, possono essere una solida base per una proposta politica moderna, un programma fondamentale di trasformazione del mondo, proprio quello che manca agli esangui partiti e partitini di oggigiorno, e ai loro pallidi seppur volonterosi manifesti: appunto, un programma di adattamento al disordine grazie alla libertà.

Le precedenti puntate sono:
Il carattere di feticcio delle merci e il suo arcano
Marx: appunti per il futuro

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6 febbraio 2007

Il carattere di feticcio delle merci e il suo arcano

Questa è una storia che passa per Caterpillar, Karl Marx, un pre-amplificatore phono, l'Apple iPhone, il significato di bene relazionale.

Ieri sera, ironizzando sulla notiziola dell'insuccesso dell'apertura 24 ore su 24 dei negozi nei lander nordici della Germania, i conduttori di Caterpillar hanno detto, con estrema semplicità ma anche con insospettabile durezza, qualcosa sul ruolo della merce: "noi abbiamo il compito di avvicinare il più possibile l'uomo alle merci, che poi vuol dire avvicinare l'uomo a se stesso, perché ormai altro non è che merce. Io sono quello che compro e sono quello che può essere comprato".
Una breve ricerca in rete (per di più limitata alla lingua italiana) consente di trovare molte e dotte analisi sulla mercificazione del mondo: ecco un esempio a caso.
Eppure, la comprensione intellettuale profonda dei meccanismi dell'alienazione e del feticismo delle merci, che dobbiamo al Marx dell'Ideologia tedesca e del primo libro del Capitale (e sulla quale poi si sono scritte migliaia di pagine senza aggiungere in fondo moltissimo all'analisi originale), sembra non riuscire a cambiare nulla nei comportamenti umani. Sappiamo in molti di finire per essere eterodiretti dalla ossessione della merce. Sappiamo che il consumismo compulsivo che ci prende nasconde, trucca e distrugge i rapporti sociali reali. Sappiamo che si finisce per essere merce noi stessi, che il valore di scambio diventa l'unica misura delle cose. Sappiamo perfino, ormai, che questo eccesso sta portando al disastro climatico. Eppure, di fronte ad un giocattolo nuovo, a un nuovo feticcio che ci consenta di riempire qualche nostro vuoto, non siamo capaci di resistere.
Ma è da lì - da quella vecchia analisi di Marx - che bisogna ripartire alla ricerca di un nuovo equilibrio. E' sano e giusto che l'uomo abbia rapporti con le cose. Le cose, i prodotti dell'uomo, sono appunto prodotti dell'uomo, precipitati di sapienza, intelligenza, capacità. In quanto merci scambiate sul mercato (e su un mercato saturo di oggetti come quello moderno), perdono questa caratteristica, e diventano oggetti di potere: più costo, più rappresento potere per chi mi può acquistare. Più acquisto, più sono potente. Il valore d'uso scompare sotto il valore di scambio. Il SUV in città ha certamente un valore d'uso minore di una comoda utilitaria, magari a gpl o ibrida. Ma ha un valore di scambio molto più alto, che corrisponde al messaggio di potere che trasmette (dunque, a un messaggio squisitamente sociale).
Ho scaricato e visto con attenzione il podcast della presentazione da parte di Steve Jobs dell'iPhone al Moscone di S. Francisco. Un capolavoro tanto il prodotto quanto - forse ancora di più - la sua presentazione. Luca ha scritto su Nova 24 che i nuovi prodotti innovativi funzionano se contengono una storia, una narrazione, e che la capacità di trasmettere storia, narrazione e identificazione sono elementi essenziali nel successo di Apple. Concordo, e aggiungo che questa necessità - a prima vista di marketing - segnala che, per fortuna, qualcosa scricchiola. Per vendere, devo vendere anche una ideologia del prodotto che vendo, devo far sentire il consumatore legittimato ad un acquisto non negativo. E' come se parte dei prodotti - parte delle aziende - stessero cercando il modo di giustificare se stesse, come se avessero un senso di colpa. Come se le merci stessero per dividersi in merci "di destra" e merci "di sinistra". Ovviamente una assurdità, però come spiegare altrimenti la scelta di Jobs di usare i Beatles e Bob Dylan nella demo? Una scelta generazionale, certo, ma anche un messaggio ben individuabile. E del resto, tutta la dicotomia Apple - Microsoft allude a qualcosa del genere...
Si tratta, come è ben evidente se solo si sottopongono questi esempi agli strumenti di analisi messi a punto dal vecchio filosofo con la barba, di pura ideologia (= falsa coscienza).
Eppure, si tratta anche di una evidente evoluzione ideologica, che segnala l'esistenza di spazi di azione per costruire, finalmente, un modo più equilibrato e meno compulsivo di consumare. Appunto, non consumare, ma usare e condividere.
Perché costruire una storia attorno ai prodotti significa dargli anche una dimensione sociale, in qualche modo svelare, rendere evidente e quindi smontare il loro carattere di feticcio: se il prodotto funziona nella misura in cui ti fornisce anche identificazione sociale, voglia di fare comunità, di produrre relazioni, vuol dire che anche per quel tramite stai cercando l'uomo, e non la cosa.
Non basta, certo. Il passo squisitamente politico necessario è un mutamento deciso di pesi, a partire dal modo di misurare il valore della produzione, che porti ad assegnare un peso infinitamente maggiore ai beni relazionali, e all'interno di essi ai beni pubblici, ed un infinitamente minore ai beni privati. Se non altro perché "privato" deriva da "privare", togliere.


La precedente puntata è qui.
Il testo del capitolo del Capitale sul feticismo delle merci è in un sito ovviamente comunista nostalgico, che esprime l'esatto contrario di ciò che sto tentando di dire.


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1 febbraio 2007

Marx: appunti per il futuro

Nel 1883, il mondo era pieno di promesse: si annunciava la democrazia, si disegnava la mondializzazione, esplodeva il progresso tecnico. Poi gli uomini hanno avuto paura dell’avvenire. Alcuni si sono allora serviti dell’opera del pensatore più universalista, dello spirito del mondo, come di un alibi per edificare barbare fortezze. Oggi, non solo l’esperienza dell’URSS, della Cambogia, della Cina, di Cuba e di molti altri l’ha screditato, ma i fondamenti stessi della sua teoria sembrano superati.

Non è più possibile definire le classi sociali, borghesia e proletariato non sono più due gruppi sociali contrapposti in modo assoluto, gli stessi lavoratori salariati sono divisi in gruppi con mille sfumature, e alcuni tra loro sono divenuti ormai azionisti. Le imprese sono gestite da quadri, che non ne sono i proprietari ma si appropriano di una parte del profitto. Gli innovatori e gli artisti assumono importanza economica. Accanto al denaro, diventa un capitale determinante anche il sapere, attraverso il quale passa una parte fondamentale del profitto. E impossibile misurare i costi di produzione di un oggetto con le ore di lavoro necessarie per produrlo. E, per finire, la misura del plusvalore è sempre più incerta.

Malgrado tutto, la teoria di Marx riacquista interamente il suo significato nel quadro della globalizzazione di oggi, che lui aveva previsto. Assistiamo all’esplosione del capitalismo, al rovesciamento delle società tradizionali, alla crescita dell’individualismo, alla pauperizzazione assoluta di un terzo del mondo, alla concentrazione del capitale, alla decolonizzazione, alla mercificazione, allo sviluppo della precarietà, al feticismo delle merci, alla creazione di ricchezza da parte della sola industria, alla proliferazione dell’industria finanziaria, che punta a premunirsi contro i rischi della precarietà. Tutto questo, Marx l’aveva previsto. Il costo del lavoro resta, come lui aveva indicato, la variabile chiave dell’economia. E il tasso di rendimento resta l’obiettivo principale. Per preservarlo e farlo crescere, i salari continuano ad aumentare meno velocemente della produttività, e lo Stato continua a farsi carico di una parte crescente del1 spese sociali e della ricerca.

Domani se la globalizzazione non sarà messa di nuovo in discussione la garanzia della redditività del capitale non potrà passare attraverso una socializzazione mondiale delle perdite, mancando uno Stato mondiale. Passerà dunque per la riduzione del costo del lavoro, cioè per la delocalizzazione, lo smantellamento della protezione sociale e la sostituzione accelerata di alcuni servizi con dei prodotti industriali, al fine di ridurre il costo della riproduzione della forza lavoro. In altre parole, per l’automatizzazione dei servizi per il tempo libero, la salute e l’istruzione. Se in questo modo l’uomo diventa merce, alla fine come tale verrà clonato, nonostante gli illusori argini giuridici che qualche paese si sforza di ergere. Nessuno potrà più voler essere altro che una merce. La tirannia del nuovo, il feticismo del consumo di cui Marx ha tanto parlato, ritarderà allora forse per sempre, grazie al fascino dello spettacolo indefinitamente rinnovato delle merci l’avvento della rivoluzione, anch’essa diventata uno spettacolo, offerto da qualche terrorista al resto del mondo.

Quando avremo così esaurito la mercificazione dei rapporti sociali e utilizzato tutte le sue risorse, il capitalismo, se non avrà distrutto l’umanità, potrebbe aprire le porte a un socialismo mondiale. Per dirlo altrimenti, il mercato potrebbe lasciare il posto alla fraternità. Per immaginarlo, sarebbe necessario tornare ai principi che Marx già evocava quando auspicava un socialismo universale. La gratuità, l’arte del “fare” e non del “produrre”, il mettere in comune e gratuitamente a disposizione i beni necessari all’esercizio delle libertà e delle responsabilità (“beni essenziali”). Siccome non esiste uno Stato mondiale da conquistare, ciò potrebbe avvenire con l’esercizio di un potere su scala planetaria, con una transizione nello spirito del mondo, quell’“evoluzione rivoluzionaria” tanto cara a Marx. Attraverso il passaggio alla responsabilità e alla gratuità. Ogni uomo diverrebbe cittadino del mondo e il mondo sarebbe infine fatto per l’uomo”.

Bisognerà allora rileggere Karl Marx. Vi potremo attingere ragioni per non reiterare gli errori del secolo trascorso, per non cedere alle false certezze, per ammettere che qualsiasi potere deve essere reversibile, che tutte le teorie sono fatte per essere contraddette, che ogni verità è destinata a essere superata, che l’arbitrio è morte sicura, che il bene assoluto è la fonte del male assoluto, che il pensiero deve restare aperto, non deve spiegare tutto ma ammettere punti di vista contrari, non confondere la causa con i responsabili, i meccanismi con gli attori, le classi con le persone. Lasciare l’uomo al centro di tutto.

Per riuscirci, le generazioni future si ricorderanno del proscritto Karl Marx che, nella sua miseria londinese, piangendo i figli morti, sognava un’umanità migliore. Torneranno allora verso lo spirito del mondo e il suo messaggio principale: l’uomo merita che si speri in lui.

Quelle riportate sopra sono le due bellissime pagine finali di Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo, di Jacques Attali. In Italia citare Marx è una cosa di cattivo gusto, perfino a sinistra. Un socialista liberale come Attali (uno i cui detrattori accusano di essere più liberale che socialista) ci scrive sopra una biografia dichiaratamente per farlo uscire dall'oblio e per recuperare la parte viva del messaggio e dell'elaborazione intellettuale di Marx.
Questo solo fatto dimostra, se ce ne fosse bisogno, come il dibattito politico economico della sinistra in Italia sia asfittico, chiuso in un provincialismo che ripete in modo caricaturale le grandi correnti di pensiero dell'Europa e del mondo. Da una parte, i riformisti deboli che non si fanno domande, accettano il pensiero unico liberale e lo semplificano al punto da farne una caricatura. Dall'altra il ripetersi di una specie di sindacalismo di partito, chiuso nella pura difesa del lavoro e dei lavoratori (che non si riescono nemmeno bene a identificare), che dice di ingiustizie e sfruttamento, ma non sa proporre altro che protezioni, argini e confini alla marea montante della globalizzazione.

Complessivamente, un pensiero corto, afflitto da quella stessa sindrome del "breveperiodismo" che affligge le strategie delle imprese globalizzate, ossessionate dalla ricerca del valore per gli azionisti, qui e subito. Come i politici sono ossessionati dalla ricerca della vittoria elettorale, qui e subito.
Come dice Attali in una conversazione con Hobsbwam riportata alla fine del libro "Odio quei politici che si limitano ad utilizzare le idee altrui come burattini".

E' questo che rende deprimente il dibattito sul partito democratico, perché in quel dibattito manca sempre un quadro interpretativo di fondo, un pensiero critico, un qualche tentativo di interpretazione del mondo. Ci si accontenta di una sorta di bricolage, o del richiamo al socialismo (senza spiegare davvero di cosa si tratta), o di esortazioni a costruirlo, questo pensiero (come fa il pur lodevole Reichlin). Perché abbiamo politici di levatura modesta, che pensano tramite pensieri altrui, e intellettuali troppo provinciali, molto lontani dallo spirito del mondo.

Eppure, nel grande baule di idee, spunti e pratica politica che ci ha lasciato il vecchio filosofo con la barba, ci sarebbe da prendere più di uno spunto per ricostruire una interpretazione del mondo che ne possa orientare la trasformazione. Ad esempio io ci vedo almeno:

quattro grandi spunti squisitamente politici:

  1. l'analisi profetica della globalizzazione, e una possibile evoluzione di questa analisi per capire come affrontare il limite vero che ha incontrato lo sviluppo globale del capitalismo, ossia l'esaurimento delle risorse naturali.
  2. una interpretare di globalizzazione, modernità e sviluppo tecnologico sia nei suoi aspetti positivi sia in quelli negativi, che permetterebbe di trarne indicazioni su come governare questi processi e su cosa dovremmo aspettarci
  3. la comprensione profonda del ruolo essenziale della libertà di pensiero e della democrazia sostanziale, l'esatto contrario di qualsiasi deriva leninista e totalitaria
  4. la spiegazione del carattere di feticcio delle merci e dell'alienazione del lavoro, che si dimostra sempre più capace di spiegare il mondo moderno e perfino i nostri contraddittori e faticosi comportamenti individuali, e che potrebbe essere una delle basi per ben fondare l'idea un po' troppo vaga di "sviluppo sostenibile" e forse, dovrebbe essere ripresa in seria considerazione da chi sta meritoriamente provando ad elaborare una economia della felicità

e due insegnamenti che provengono dalla sua esperienza di vita e da quella della storia della sinistra socialista:

  1. come evitare gli errori del passato, che sono essenzialmente errori di frazionismo, e dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno di questi tempi
  2. solo una prospettiva cosmopolita (o per lo meno europea) ha senso e può costruire un futuro, a dispetto di qualunque ossessione identitaria.

Mi fermo qui, ma mi riprometto di approfondire ciascuno di questi punti, in uno dei miei classici deliri di onnipotenza analitica, forse dovuto alla tosse e al raffreddore che mi costringono a letto, con tutto il tempo per pensare ed elucubrare.


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15 gennaio 2007

Il riformismo di Marx e i falsi riformisti

Ci sono due grandi riscoperte nel libro di Attali su Marx. Dico riscoperte perché sono cose ben note a chi è abbastanza vecchio da avere studiato in un'epoca in cui studiare Marx non era considerata una bestemmia. La prima riscoperta è che Marx è un teorico della globalizzazione, ed è convinto, con quel suo determinismo che è forse l'unico suo tratto davvero invecchiato, ma che, per altri versi, si è dimostrato e si sta dimostrando sempre più vero, che solo l'espansione del capitalismo in tutto il mondo ne potrà consentire, poi, il superamento. Come dice Attali, Marx è anche un entusiasta del capitalismo e della borghesia, vista come forza terribile ma innovatrice che sradica e sostituisce la società feudale.

La seconda e fondamentale riscoperta è che Marx, con tutta la sua arroganza caratteriale e la sua terminologia rivoluzionaria, è un riformatore. Uno che aveva chiarissimo che non ci sono scorciatoie, che la trasformazione avviene solo se vi sono le condizioni storiche, se le forze sociali sono pronte, se chi vuole trasformare il mondo (la classe operaia, per lui), è in grado di sviluppare le giuste alleanze, di costruire il consenso...

Ciò che hanno fatto di Marx i marxisti e gli stalinisti è un'altra cosa. Una cosa che somiglia molto a ciò che stanno facendo del riformismo i falsi riformisti (o rivoluzionari cool), di cui mirabilmente ha scritto Barbara Spinelli domenica, mettendo una pietra tombale su gran parte della vasta schiera degli “economisti indipendenti”. I quali ci stanno rimanendo un poco male, a giudicare dalla reazione di Giavazzi che, in un articolo in cui peraltro dice anche cose giuste:-), la cita a sproposito e sembra non aver capito un tubo di quanto ha scritto.
PS: un'interessante disamina del libro, non del tutto convincente ma stimolante, si trova qui.


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