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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


Politiche


24 gennaio 2014

Cosa sono le preferenze


Cosa sono le preferenze.

Le preferenze, che tutti ora vogliono immemori delle furibonde battaglie combattute vent’anni fa per abolirle, sono questa cosa qua:

· Ogni partito decide, nelle sue segrete stanze, la lista dei candidati (più o meno lunga a seconda della dimensione della circoscrizione), e l’ordine di presentazione. Quindi non sono gli elettori che decidono chi mandare in parlamento, come si dice semplificando. Gli elettori decidono solo, e parzialmente, chi escludere fra quelli che i partiti hanno deciso di mandare in parlamento.

· Durante la campagna elettorale, i candidati investono montagne di soldi, leciti o illeciti, per essere più visibili e combattere una battaglia rigorosamente interna al proprio stesso partito.

· I cittadini sono “liberi di scegliere” in una lista decisa nelle segrete stanze dei partiti, e quelli più deboli (dove le clientele sono più forti, dove la forza del malaffare è più evidente, dove la cultura politica scarseggia) sono perfetti per costituire i bacini elettorali dei vari “mister preferenze”.

· Al momento delle elezioni, le preferenze espresse sono sempre una piccola quota dei voti di lista, tanto più piccola quanto più si va dal sud al nord (dal 90% della Calabria al 15% della Lombardia), e dai piccoli centri alle grandi città. Quindi gli eletti con le preferenze non sono nemmeno esatti rappresentanti dai voti di lista, ma ne sono un riflesso assai distorto. E chi non guarda il tabellone con i candidati, che non sono sulla scheda, e non esprime la preferenza, non avrà idea di chi elegge votando un certo sibolo.

· Una volta eletti, i candidati devono in qualche modo rientrare dall’investimento fatto e, come dimostrano con grande evidenza gli scandali dei consigli regionali di tutta Italia (dove si vota con le preferenze), il risultato non è propriamente esaltante.

Cosa sono i collegi plurinominali:

· Ogni partito decide, nelle sue segrete stanze, la lista dei candidati (corta o cortissima, al massimo di 6 nomi), e l’ordine di presentazione. I nomi dei candidati saranno presenti nella scheda elettorale e quindi l’elettore non farà fatica a capire chi sta votando davvero.

· Durante la campagna elettorale i candidati si prodigheranno a far votare il proprio partito, e più il candidato è basso in lista, più avrà interesse a darsi da fare per il successo del partito. Niente competizione fratricida, e nessun particolare incentivo a spese pazze in campagna elettorale.

· Una volta eletti, i candidati rappresentano assieme un territorio non troppo vasto, quindi devono rispondere ai cittadini che li hanno eletti.

Cosa sono i collegi uninominali:

· Ogni partito decide, nelle sue segrete stanze, il candidato del collegio. Il nome del candidato è presente nella scheda elettorale e quindi l’elettore non farà fatica a capire chi sta votando davvero. Se il partito “sbaglia” il candidato, rischia di perdere anche un collegio tradizionalmente “sicuro”.

· La campagna elettorale, in ogni collegio, è una sfida diretta fra i vari candidati che rappresentano il partito. Sul modello americano, le spese elettorali possono salire molto ma, se i collegi sono piccoli (perché i parlamentari sono relativamente tanti e non i 100 senatori USA), la tendenza ad eccedere, come accade con le grandi circoscrizioni proporzionali, è più limitata – incidentalmente avere un parlamento apparentemente un po’ troppo numeroso può essere un deterrente all’eccesso di spese di propaganda.

· Una volta eletto, ciascun candidato rappresenta direttamente, e univocamente, il proprio elettorato di collegio.

Commenti.

Ovviamente, nel caso dei collegi plurinominali od uninominali potenzialmente le “segrete stanze” dei partiti possono essere sostituite da primarie, chiuse o aperte. È bene però ricordare che anche le primarie prevedono che i candidati che si presentano siano scelti dal partito, in genere attraverso una raccolta di firme fra gli iscritti o negli organismi dirigenti. Nei fatti, si tratta di “segrete stanze” appena un po’ allargate e un filino più trasparenti.

Evidentemente, qualunque dei tre sistemi ha controindicazioni, ma sembra evidente che quello delle preferenze è decisamente e di gran lunga il peggiore. Ed infatti praticamente tutti quelli che preferiscono lo status quo strillano per riaverlo al più presto.

Ma, ed è la cosa che più mi interessa sottolineare, tutto nasce a un colossale equivoco relativo al concetto di democrazia rappresentativa e al concetto di partito politico. La democrazia rappresentativa è un mezzo per selezionare dei rappresentanti che richiede per forza di cose, per motivi pratici, che qualcuno prima o poi si aggreghi su un insieme di idee condivise e scelga chi candidare, prima del giorno delle elezioni. Quel qualcuno è, per forza, qualcosa che assomiglia a un partito politico.

Tutta la retorica secondo cui “bisogna ridare agli elettori il potere di decidere gli eletti”, pur se ampiamente giustificata dal Porcellum (che univa la lista bloccata alle circoscrizioni enormi che impediscono di individuare le persone che voti), è in realtà uno dei tanti modi per chiedere la luna o, forse, per manifestare una ormai totale sfiducia nel concetto stesso di rappresentanza. Perché l’utopia degli elettori che scelgono liberamente i propri eletti presuppone, semplicemente, che non esistano i partiti. Pensate, come esperimento mentale, che tutti gli elettori siano automaticamente candidati in una bella lista con le preferenze. Sarebbe la perfezione secondo la logica che sta dietro all’idea delle preferenze e della “libera scelta” dell’elettore. Ma ne deriverebbe una vera democrazia perfetta o una semplice idiozia?

La verità è che se la maggior parte degli italiani non si fidano, ormai quasi istericamente, dei partiti e della politica, non c’è sistema elettorale che tenga.



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permalink | inviato da corradoinblog il 24/1/2014 alle 20:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


20 novembre 2013

Appello


Quello che segue è un accorato appello ad andare a votare alle “primarie” del Partito Democratico domenica 8 dicembre, e a votare per Matteo Renzi.

Vorrei provare a convincere chi avrà la cortesia di leggere queste note che questa occasione, davvero, non va sprecata perché rischia di essere l’ultima chiamata per invertire la ventennale tendenza al declino del nostro Paese.

Non certo perché Renzi sia un taumaturgo e abbia in tasca le soluzioni perfette per il futuro, e non certo perché io creda che non sia anche pieno di difetti.

Ma perché siamo di fronte a punto di svolta nel quale i possibili scenari sono uno più preoccupante dell’altro, e solo una grandissima affermazione di Matteo Renzi in primarie partecipate da milioni di cittadini, avrebbe la possibilità di cambiare, verso una speranza di rinnovamento.

***

Comincio dalla politica, per poi dire qualcosa sul governo.

Da una parte abbiamo la manovra di Berlusconi che si appresta a costruire un fronte comune acchiappa consensi, grazie al dividi ed impera garantito dall’utile Nuovo Centro Destra di Alfano, dai diversi cespugli di destra e dalla Lega (su questo punto, questo articolo dice tutto).

Poi, abbiamo la triste storia di Scelta Civica, divisa in una parte già pronta ad aggregarsi nuovamente a Berlusconi e un’altra destinata, come avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio, alla totale irrilevanza politica. La stessa irrilevanza di tutti i supposti riformatori liberali che pretendono di abolire la necessità di una sinistra riformista.

Ancora, abbiamo un altro triste gruppo di irrilevanti della politica: quelli che di volta in volta, in nome di un vecchio radicalismo immaginario, si affidano all’Ingroia o al Di Pietro di turno, o si accontentano della testimonianza nell’ultra sinistra del bel tempo che fu.

Infine, naturalmente, il Movimento 5 stelle di Grillo & Casaleggio, ossia la pura protesta, il grido di dolore di rabbia e di impotenza del Paese. Che, se lo sommi alla marea montante dei non votanti, rappresenta forse una maggioranza dei cittadini.

Il Partito Democratico in questo quadro resta l’unica forza che ha qualche possibilità, capacità e competenza per guidare il Paese fuori dal suo declino. Ma anche il partito democratico è molte cose assieme:

· Un ostinato e forse nobile tentativo di ritornare al passato, di ricostruire il partito del popolo della sinistra, di combattere per la via classica del socialismo d’annata i mali della globalizzazione. È la prospettiva di Gianni Cuperlo e, per molti versi, è diventata anche la prospettiva di Pippo Civati che, in più, ci aggiunge un tocco di moralismo (contro i 101 traditori di Prodi) e un pizzico di movimentismo. Due sguardi rivolti al passato.

· Un insieme di piccoli poteri e cordate di militanti, amministratori, eletti ai vari livelli, interessati più a muovere le tessere o a gestire i posti di comando che a immaginare le politiche utili al Paese. Si badi, spesso si tratta di gente fondamentalmente onesta, che magari amministra anche bene, ma che ha perso il senso della misura e della realtà, e vive di potere. Uno sguardo schiacciato sul presente.

· Una proposta – quella di Matteo Renzi – di radicale riforma e rinascita dell’Italia. Una proposta magari solo abbozzata, ma di cui emergono chiari i lineamenti di vera e radicale sinistra riformista: un’Europa delle persone prima che dei popoli, sintetizzata nell’idea forza del servizio civile europeo (una cosa serissima, non un fiore all’occhiello); la liberazione dalle corporazioni, dagli interessi costituiti dei poteri forti, dai conservatorismi di destra e di sinistra; la riforma radicale dello stato e del suo modo di funzionare; l’idea di un welfare basato su una vasta rete di servizi concreti e non tanto su spesso iniqui trasferimenti monetari; un netto riequilibrio della spesa statale fra le generazioni (valga questo grafico per zittire tutti quelli che continuano a difendere l’indifendibile dei diritti acquisiti di certi pensionati); il disegno di un Paese che investa con fiducia sui giovani, sulla cultura, sull’istruzione, sulle sue bellezze ambientali e sulla speranza. Uno sguardo aperto al futuro.

***

Nel frattempo, il governo blindato dall’ossessione per la stabilità, blinda di seguito Alfano e Cancellieri (e sacrifica Josefa Idem ma, si sa, anche fra i ministri ci sono quelli più uguali degli altri), e galleggia rassicurando mercati e l’austero consenso europeo. Realizza una manovra economica regressiva (abolizione dell’IMU e aumento dell’IVA questo sono), avvia qua e là timide riforme (per fortuna ci sono Marco Rossi Doria e Maria Chiara Carrozza, e infatti almeno nell’Istruzione qualcosa si vede) ma, essenzialmente, assicura il passare del tempo e l’immobilismo necessario a fare in modo che il declino prosegua in forma più lieve, e che i poteri costituiti e le corporazioni possano continuare a galleggiare nella consueta melma di sempre.

***

Da questa situazione se ne può uscire in molti modi. Escludendo una totale vittoria di Grillo alle prossime elezioni, ed escludendo pure che Cuperlo vinca le primarie, gli esiti negativi più probabili sono due:

· il primo, è che la coalizione di centro destra, in modo indiretto ancora a guida Berlusconi, con dentro tutti da Casini ad Alfano a Maroni fino a Storace, riesca nell’impresa. Avremmo consegnato il Paese non solo al malaffare, ma anche all’ennesimo immobilismo – forse cosa ancora più pericolosa perché immobilismo oggi coincide con declino.

· Il secondo, è che Renzi divenga un segretario del PD indebolito dal lavoro ai fianchi dei piccoli poteri e delle cordate di cui parlavo prima e dalla durata eccessiva e senza costrutto del governo, mantenuto in vita dall’insieme dei vincoli, dall’incapacità di fare le famose riforme istituzionali in Parlamento, dall’ostinazione comprensibile ma alla fine controproducente di Napolitano. E che quindi magari riesca prima o poi a vincere le elezioni, ma in un quadro ormai privo di spinta propulsiva, incapace di incidere radicalmente sul corpaccione dell’Italia immobile.

***

Perché né l’uno né l’altro di questi due disgraziati scenari si realizzi, una condizione è essenziale: che Matteo Renzi vinca le primarie con moltissimo vantaggio, per avere un mandato pieno e indiscutibile. E soprattutto che gli elettori che si recheranno ai seggi domenica 8 dicembre siano davvero molti, non meno ma possibilmente di più dell’ultima volta, per dare a Renzi la forza di smontare quelle cordate. Di rivoluzionare struttura e vita interna del PD e, subito dopo, di incidere davvero sul governo.

Per questo, per tutto questo, andare a votare per Matteo Renzi alle primarie è un atto fondamentale per dare una speranza a questo Paese. E, in subordine, se proprio continuate a nutrire irragionevoli dubbi sulla sua proposta politica, andare comunque a votare alle primarie è comunque importante, perché aiuta il Partito Democratico ad avere la forza che oggi non ha e a liberarsi delle brutture che oggi lo percorrono.

PS: e a tutti quelli che nutrono irragionevoli dubbi consiglio la lettura di questa bellissima intervista di Giovanni Di Lorenzo, il direttore di Die Zeit. Un piccolo assaggio:

“I politici devono sapere che non sono in missione per conto di Dio. Che sono persone normali, come tutti, e a un certo punto devono anche lasciare. E quando ci stanno devono dare il massimo, perché ci butti il cuore, perché l’Italia ne ha bisogno, perché tu vuoi bene a questo Paese, a questa città, alla comunità che rappresenti. Invece ci sono politici che dicono: “Lo facciamo perché è un servizio…”. Ma dite la verità, per favore! Dite che è bello, che è entusiasmante, che è appassionante. Quando non è più bello, andate a fare un’altra cosa”.



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permalink | inviato da corradoinblog il 20/11/2013 alle 22:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


19 febbraio 2013

I programmi di chi non si presenta alle elezioni


Come giustamente si nota qui, non è questione di programmi, ma di credibilità.

L'elemento principale è, se ci pensiamo anche solo un attimo, la credibilità. Affidarsi a qualcuno che su quel problema sembra avere competenza e possibilmente anche una comprovata esperienza positiva. E che non stia mentendo spudoratamente, è ovvio.Come quando scegliamo un medico per una operazione. Non ci mettiamo a decidere noi se l'operazione al menisco o al setto nasale che rimandiamo da tempo è meglio farla con la tecnica A o con la tecnica B. Da ignoranti in materia non sapremmo decidere quale sia la migliore. Ci affidiamo invece alle referenze e possibilmente alle statistiche per scegliere il team migliore, se abbiamo la possibilità di farlo.

Questo è sicuramente vero nel caso dei programmi elettorali dei partiti che si presentano alle elezioni.

Tuttavia, che dire dei programmi elettorali di chi non si presenta alla elezioni? Perché ci sono anche questi. C’è il programma di Confindustria e quello della CGIL, ed entrambi hanno avuto ampia copertura mediatica. C’è il programma di Rete Imprese, e anche di esso i giornali hanno parlato abbastanza. E poi ci sono programmi “minori”, che non godono di altrettanta ampia stampa ma, forse, sono anche più interessanti.

Vediamo di capire il fenomeno. Le proposte di Confindustria e CGIL, così come quelle di Rete Imprese, possono facilmente essere classificate: sono il legittimo posizionamento di ciascuna “lobby”, di ciascun portatore di interessi, durante la campagna elettorale. Da questo punto di vista, anch’essi vanno considerati come i programmi dei partiti, nel senso che il loro valore è direttamente proporzionale più alla credibilità di chi li propone che al contenuto specifico delle proposte.

Ma ci sono anche altri casi, su due dei quali, molto diversi fra loro, vorrei soffermarmi in questo articolo.

***

Il primo caso potrebbe essere paragonato ai precedenti. Anche qui si tratta di una “lobby”, quella delle associazioni ambientaliste che, assieme, hanno prodotto un programma che parte proprio dalla constatazione che i temi ambientali hanno ben poco spazio nelle proposte dei partiti e nel dibattito elettorale.

La differenza, rispetto ai casi precedenti, è proprio nel fatto che ormai questa è una lobby davvero sconfitta e marginale in Italia. Perché l’argomento ambiente è stato come digerito, banalizzato, reso innocuo e inserito come una specie di ovvietà in praticamente tutti i programmi elettorali. Monti è per la green economy, il PD non ne parliamo. Grillo sognava addirittura auto a idrogeno e Ingroia ha con se ciò che resta del partito dei verdi con il suo leader (leader?) Bonelli. Ma, sostanzialmente, si tratta sempre in un modo o nell’altro di una foglia di fico, di un atto dovuto. Chi può dirsi per la distruzione dell’ambiente?

Perché poi, quando si parla di “cose serie”, si dice sviluppo sostenibile per dire che sia sviluppo sostenibile dal punto di vista delle finanze pubbliche, molto meno dal punto di vista dell’ambiente.

Dunque, le nostre eroiche associazioni hanno compilato un programma molto completo su tutti i temi ambientali, spiegando ciò che si dovrebbe fare per uno sviluppo davvero sostenibile, ipotizzando politiche energetiche, del territorio, dell’agricoltura, del turismo e dei beni culturali radicalmente diverse dalle attuali. E facendo vedere con grande chiarezza al lettore per quale motivo sono ridotte all’angolo, sostanzialmente ininfluenti nel dibattito politico.

Infatti tutte le proposte, ciascuna in se magari giustissima, mancano complessivamente di credibilità. Alla fine, somigliano molto a un cahier de doléance che ci dice di quanto il mondo sia brutto e cattivo. E ad un infinito elenco di buone intenzioni che, purtroppo, per essere realizzate richiedono una infinità di risorse economiche che ci si guarda bene dal dire dove potrebbero essere trovate. E, soprattutto, non si vede con quali forze, quali convinzioni, quali processi politici e quale consenso certe trasformazioni possono essere perseguite. Mentre, davvero, ce ne sarebbe molto bisogno.

***

Forse l’altro esempio, di cui dicevo, fornisce una traccia di come si dovrebbe fare. Anche in questo caso con molti limiti ma, questa volta, più che altro di ingenuità, come avviene spesso con prodotti troppo “acerbi”.

Si tratta dell’ambizioso programma dei Viaggiatori in movimento, associazione animata da Gustavo Piga. Leggendo il documento, si vede subito un approccio molto diverso. Da un lato, un tentativo di costruire un messaggio forte, orientato alla speranza e articolato su poche parole chiave (non sto discutendo cui se il messaggio sia efficace e facilmente leggibile, sto dicendo solo che chiaramente il tentativo è stato quello di costruire un messaggio forte e ottimista). Dall’altro, la cocciutaggine nel circostanziare le proposte, nel mettere numeri e costruire bilanci e definire le risorse necessarie. Un po’, forse, secondo la scuola di Sbilanciamoci, un’altra esperienza di costruzione di programmi da parte di chi non si presenta alle elezioni. Ma con un livello di realismo ben maggiore di quello utilizzato da quella pur meritoria associazione che ogni volta, nel suo bilancio alternativo, finisce per ridursi a dire l’ovvio (e irrealizzabile): basterebbe tagliare istantaneamente del tot percento le spese militari, ed ecco magicamente disponibili le risorse per lo stato sociale, la scuola, il lavoro, la riconversione ecologica dell’economia.

Molto più concretamente, i Viaggiatori provano a dire come fare alcune cose che davvero servirebbero all’Italia, azzardando anche soluzioni decisamente poco ortodosse ma, in compenso, ben argomentate e sostenute da elementi di fattibilità. Due esempi possono essere utili a capire l’approccio.

Il primo esempio è la riforma degli appalti pubblici, proposta come un insieme coordinato di azioni che vanno dalla riduzione drastica del numero delle stazioni appaltanti (causa non ultima di bassa qualità delle forniture, corruzione, lentezza, crescita dei costi), alla formazione di un “corpo scelto” di specialisti degli appalti nella pubblica amministrazione, alla adozione di meccanismi che assicurino il giusto spazio alle PMI negli appalti pubblici. E interpretata, a mio giudizio giustamente, come uno dei cardini attraverso cui far passare una spending review finalmente vera e realistica e non basata sui soliti tagli lineari. Perché l’assunto è che occorre tagliare lo spreco, quello che non produce reddito futuro, per liberare risorse per fare spesa utile.

Il secondo esempio è una versione realistica di quel che propongono in questi giorni, a vario titolo e con vario livello di approssimazione, tanto la CGIL quanto Grillo: la creazione diretta di lavoro per i giovani da parte dello Stato. Una bestemmia per qualunque liberale, figurarsi per un liberista. Eppure, una proposta che declinata all’interno di questo programma, per altri versi molto liberale, assume senso e credibilità (pur con tutti i dubbi che personalmente conservo sulla sua effettiva utilità), mentre altrove è pura demagogia o illusione. E infatti, Grillo genericamente promette mille euro al mese per tre anni a tutti i disoccupati (salvo aggiungere confusamente e rapidamente che la cosa sarebbe vincolata alla disponibilità ad accettare un lavoro qualora venga proposto, insomma si tratta semplicemente della versione grillina del workfare alla danese. Avendo i soldi, piacerebbe anche ad Ichino. Ma l’importante è che resti appiccicata chiara nelle menti la storia dei mille euro al mese…). La CGIL è più drastica, proponendo direttamente assunzioni a pioggia nella Pubblica Amministrazione, e pazienza se non è molto chiaro per fare cosa e soprattutto come sia possibile ricominciare a ingrassare un settore che – tutti lo sanno – ha una produttività bassissima e un numero di persone sottoutilizzate impressionante.

I Viaggiatori, invece, individuano la necessità di una manovra congiunturale, motivata dalla violenta recessione in atto e dai livelli insopportabili e pericolosi di disoccupazione giovanile. E propongono anche loro l’assunzione di giovani a mille euro al mese, ma in numero più limitato (devono aver fatto qualche conto) e soprattutto per un periodo per definizione a tempo e sapendo bene che lo Stato imprenditore non è la soluzione:

destinare lo 0,6% del PIL di ogni anno finanziario del prossimo triennio ad un Piano per il Rinascimento delle Infrastrutture Italiane che veda occupati ogni anno 700.000 di giovani, ad uno stipendio di 1000 euro mensili, con contratto non rinnovabile di 2 anni, al servizio del nostro Patrimonio artistico, ambientale, culturale e a iniziative volte a rafforzare il sistema produttivo riducendo le barriere allo sviluppo di idee, progetti e di imprenditorialità. La selezione dovrà assicurare, nella sua graduatoria, caratteristiche di monitoraggio anti-frode e d’imparzialità. L’azione straordinaria terminerà quando saremo fuori dalla recessione o con un tasso di disoccupazione inferiore a quello medio europeo.

Tutto bene, dunque? Ho trovato il programma ideale, quello che vorrei per il mio partito? Non proprio. È bene chiarire che l’ambizione e la furia quasi enciclopedica dei Viaggiatori tradisce inevitabili approssimazioni in non pochi settori. Perché nei fatti è impensabile che una piccola associazione riesca ad avere soluzioni per tutti i problemi. Quel che mi sembra interessante, tuttavia, è la dimostrazione che con un po’ di intelligenza si può provare ad offrire contributi non ovvi e di puro posizionamento, come quelli elaborati ahimè dalle associazioni ambientaliste.

Sempre che poi, nei partiti, ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.



8 gennaio 2013

Come nel 1994

Ho pppauraaaaaa, come direbbe Conte.

Tutti continuano a dare per scontato che il PD e i progressisti vincano – almeno alla Camera – queste elezioni. Io vedo però questi fatti.

Primo, la sicurezza di non avere avversari credibili a destra ha indotto i centristi a raccogliersi attorno a Monti per fare un terzo polo che diventi indispensabile come ago della bilancia. Esattamente come nel 1994, quando il Partito Popolare andò alle elezioni da solo, senza tenere conto di come funzionasse la legge elettorale di allora.

Secondo, la sicurezza di vincere, galvanizzati dall’effetto primarie, ha indotto in PD e la sua coalizione a lasciarsi classificare come “troppo a sinistra”. Del resto in qualche modo, è la sicurezza di vincere che ha fatto rifiutare in toto a un certo pezzo di militanti la proposta innovativa di Renzi. Esattamente come ai tempi della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, e si sa come è finita.

Terzo, Berlusconi, che invece capisce sempre benissimo come funziona una legge elettorale (e infatti fu sconfitto solo l’unica volta nella quale per motivi oggettivi non poté fare alleanze “utili”), ha immediatamente raggiunto l’accordo con Grande Sud nel meridione, e con la Lega al Nord (includendo ovviamente anche tutti i piccoli o grandi spezzoni di fascismo che permangono in questo paese). Un accordo, tra l’altro, assai capace di recuperare voti e di sovvertire i sondaggi che, in tutto questo periodo lo davano in caduta libera per il semplice motivo che i suoi elettori non si dichiaravano disposti a votare.

Esattamente come nel 1994, con AN al Sud e la Lega al nord. Con l’aggravante che questa volta l’appello al voto “utile” è ancora più chiaro: il voto degli amici dei mafiosi al sud, il voto degli evasori fiscali (che sono tanti) al nord. E il solito voto delle casalinghe di Rete 4 dovunque.

Quarto, ci sono ben due nemici a sinistra, Ingroia e Grillo (e pensare che l’alleanza con Vendola doveva servire a non averne…). Voti sprecati al Senato, probabilmente. Ma l’esperienza insegna che l’elettore di sinistra italiano ha una gran passione a spaccare il capello in quattro e a non votare “utile” (mentre quegli altri, gli evasori e i mafiosi, votano sempre “utile”) e, quanti più partiti ci sono, tanto più il voto sarà disperso.

Morale: i miei amici illuministi riformisti che si sono imbarcati con Monti contribuiranno, assieme al conservatorismo un po’ arrogante della sinistra del PD e all’eterna teoria dei due forni praticata dal vecchio democristiano Casini, nella migliore delle ipotesi ad ottenere un risultato elettorale complicato e poco chiaro, foriero di probabile nuova instabilità. Nella peggiore, a una improbabile ma ormai non più impossibile ennesima vittoria della destra berlusconiana e leghista.

****

Per fortuna in politica nulla è deterministico, e molte cose possono succedere. Il mio accorato appello a tutti i miei compagni del PD è di tornare rapidamente al principio di realtà, smetterla con ridicole polemiche interne (le candidature, il listino e amenità varie) e, come ci stanno insegnando per fortuna Renzi e Bersani, darsi da fare in tutti i modi per scongiurare questo possibile orrendo film.

Con i terzisti in buona fede, con Ichino, con i miei amici de iMille di scuola montezemoliana, sono disperato. Ignorando la logica di una legge elettorale allucinante, per arroganza e incapacità di leggere il Paese reale, state rischiando di regalarlo alla destra. Che vi posso dire, speriamo che subiate una sonora sconfitta e ragioniate, finalmente, sul fatto che l’idea del PD come partito di sinistra plurale ed aperta, era l’unica idea possibile per fare vero riformismo in Italia. Da perseguire pur conoscendone gli immensi limiti, come ha fatto e sta facendo Matteo Renzi.


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24 dicembre 2012

Politicamente ed umanamente

Ieri sera, avuta la notizia che Pietro Ichino ha deciso di candidarsi nella lista Monti e quindi abbandonare il Partito Democratico, gli ho scritto di getto questa lettera:


Caro professore, questa volta ritengo che lei stia facendo un grave errore politico ed anche un danno alla causa cui sta lavorando di una seria riforma del lavoro. Capisco che non sia facile sopportare il trattamento che ultimamente le ha fatto il PD e capisco che possa sperare (io dico illudersi) che un governo centrista ispirato all'agenda Monti sia in grado di fare quella riforma. Ma la verità è che il suo gesto contribuirà a mettere all'angolo i riformisti del PD, a schiacciarlo ancor più sulle posizioni della FIOM, con la conseguenza che una vittoria del PD sarà una sua sconfitta. Mentre un (improbabile) vittoria dei centristi non sarà una sua vittoria perché Casini, Montezemolo e compagni, rappresentando anche e sopratutto il padronato italiano, si guarderanno bene dal fare tutta la riforma che lei ha ideato perché, come lei ben sa, le sue sono proposte assai di sinistra, per la responsabilità che danno alle imprese e i costi finanziari necessari per lo Stato. Infine, la prego di leggere cosa molto giustamente scrive Ivan Scalfarotto sul suo blog, e, se possibile, di ripensare a una scelta troppo precipitosa.
Oggi scopro che Ichino in realtà ha lavorato direttamente alla stesura dell'Agenda Monti, che del resto a una prima lettura ha notevoli assonanze (ma non le essenziali, ahimè) con il programma di Renzi cui pure Ichino aveva lavorato.

Umanamente, capisco il Prof. Ichino. Lo capisco perché durante la campagna delle primarie per il candidato alla presidenza del consiglio del centrosinistra, Ichino forse più dello stesso Renzi è stato sistematicamente e violentemente insultato, trattato come traditore e come uomo di destra. Con una violenza verbale che chi frequenta i social network non fa fatica a riconoscere come diretta filiazione di certi comportamenti orrendi del vecchio comunismo frazionista. Quello che portava ogni gruppuscolo a decidere qual'era l'unica linea consentita e ad espellere da se chiunque osasse differenziarsi anche pochissimo. E del resto anche in queste ore pre-natalizie ho già visto in giro numerosi commenti molto soddisfatti dell'uscita di Ichino, e ancora una volta piuttosto volgari nei suoi riguardi. La sindrome del "pochi ma buoni" che ormai caratterizza una vasta parte dei militanti del PD ha reso davvero difficile la permanenza nel PD di una persona libera come Ichino.

Politicamente, tuttavia, continuo a credere che Pietro Ichino - e tutti quelli che lo seguiranno - stia facendo un grosso errore. Come ha scritto benissimo Ivan Scalfarotto. Anche perché oggettivamente la sua iniziativa mette in grande difficoltà tutti noi che abbiamo sostenuto Renzi e che vorremmo continuare ad avere uno spazio possibile nel Partito Democratico. Perché riteniamo che solo da sinistra - una sinistra moderna e riformatrice, non l'insopportabile demagogica mappazza che ogni tanto emerge - sia possibile salvare l'Europa. 

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Mi fermo qui che è Natale. La prossima puntata, che sarà un'analisi attenta dell'Agenda Monti, spiegherà perché quell'Agenda, pur avendo moltissimi aspetti molto positivi (e anche piuttosto sorprendentemente "di sinistra", mi sia consentito dire) manca dell'essenziale, sull'Europa, sui diritti, sulla crescita. Un essenziale che in buona parte c'era nel programma di Renzi. E che può essere realizzato solo se a guidare il governo c'è la sinistra e non uno strano centro che imbarca personaggi ambigui come Frattini o Cazzola, per non dir dell'inossidabile Casini.

a presto....


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30 novembre 2012

Matteo Renzi e l'uguaglianza

Una delle critiche più diffuse a Renzi è quella di non essere attento ai temi dell'uguaglianza. Si dice che a forza di parlare di merito, Renzi dimentichi l'uguaglianza, rendendo evidente che la sua non è una politica di sinistra.Si dice, al contrario, che Bersani assicura, con il suo approccio, un'attenzione all'uguaglianza di cui oggi, all'epoca della crisi e con l'esplodere della diseguaglianza sociale, c'è gran bisogno.Sarà. Ma ho il sospetto che queste siano opinioni non fondate sui fatti. Perché se andiamo a cercare nel "foglio del come" di Renzi, troviamo una bella sfilza di proposte capaci di aumentare, concretamente, il tasso d'uguaglianza in Italia. Tutte le proposte ispirate al principio della discriminazione positiva, come quelle della fiscalità di vantaggio per le donne, vanno nel senso di aumentare l'eguaglianza fra donne e uomini - che è una delle diseguaglianze più forti nel nostro paese. Gli investimenti nella scuola e negli asili vanno nella stessa direzione. La scuola immaginata da Renzi è una scuola del merito ma anche dell'uguaglianza perché, proprio come prevede la costituzione, immagina di aumentare gli strumenti che aiutino i "capaci e meritevoli ma privi di mezzi". Magari facendo pagare qualcosa di più ai capaci e meritevoli dotati di mezzi, per non dire degli incapaci...La politica del lavoro immaginata nel programma di Renzi è una politica fortemente egualitaria, molto più egualitaria delle titubanti proposte di Bersani e del resto del PD. Renzi infatti propone di unificare finalmente il mercato del lavoro, superando l'orribile dualismo che continua a permanere dopo la timida riforma Fornero. Un solo contratto a tempo indeterminato per tutti, divieto assoluto di licenziamento discriminatorio, possibilità di licenziamento per motivi economici ma con compensazione economica crescente in funzione dell'anzianità e, sopratutto, con l'obbligo - economico ed organizzativo - per le imprese di farsi carico di una parte dei costi per il ricollocamento del lavoratore licenziato. E obbligo del lavoratore di prendere sul serio i tentativi di ricollocazione. Superamento della cassa integrazione - strumento utile di fatto per mantenere inutilmente in vita aziende decotte e illudere i lavoratori, lasciandoli per anni in un limbo nel quale perdono professionalità e non hanno di fatto prospettive - e sua sostituzione con un reddito minimo di disoccupazione valido per tutti, e legato ai servizi di ricollocamento. E, ovviamente e senza paura, affidamento di parte di questi servizi anche ad agenzie private, Perché chiunque sia stato in un Ufficio provinciale del lavoro sa benissimo quanto il sistema pubblico dell'impiego sia pura, inutile ed irriformabile burocrazia e, per di più, ipocrita finzione.So benissimo che queste proposte sono considerate, da chi non vuole avere occhi per vedere, la quintessenza della destra, anche se sono esattamente il modello adottato in paesi socialdemocratici, esempio di stato sociale funzionante, come la Danimarca. Nella migliore delle ipotesi le si critica perché "in Italia non si può, non funzionerebbero". Nella peggiore, dato che ci si legge in filigrana la penna di Pietro Ichino, si passa direttamente all'insulto perché ormai Ichino per certi pasdaran è come l'aglio per un vampiro, il maligno per un esorcista. Ma nei fatti, il "foglio del come" di Renzi fornisce delle soluzioni che aumenterebbero l'uguaglianza, migliorando la condizione di vita di moltissimi, e non peggiorando affatto (checché se ne dica) quella di chi oggi ha garanzia spesso ormai più di facciata che davvero esigibili - ed anzi controproducenti. Che servono solo a bloccare chi è fuori.In breve, la proposta di Renzi è di sinistra. Molto di sinistra.


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18 novembre 2012

Matteo Renzi e i comunisti

Devo partire dal personale per provare a fare un discorso politico, altrimenti non riesco a spiegarmi. E' la terza volta che provo a scrivere questo pezzo, e solo partendo dal mio vissuto personale credo di riuscirci. Del resto, come dicevano ai miei tempi le compagne e i compagni che hanno fatto il '68 e poi il '77, "il personale è politico".

Ecco, molti di quegli stessi miei compagni di lotte giovanili oggi, punti sul vivo delle loro nostalgie e delle loro convinzioni, si aggrappano a Bersani (o a Vendola) e odiano - letteralmente odiano, non c'è altro termine - Matteo Renzi. La violenza di certi attacchi supera di gran lunga per cattiveria quel tanto di cattiveria insita nello slogan della rottamazione e, del resto, la caratteristica principale dell'odiatore di Renzi non è l'essere contro la rottamazione, ma l'essere profondamente e pregiudizialmente convinto che Renzi sia "di destra", "reazionario", addirittura "il nuovo Berlusconi". Per costoro, a nulla valgono gli argomenti, i contenuti effettivi del programma di Renzi, né le storie personali di chi lo sostiene.

Le storie personali, appunto.

Io sono nato comunista. A parte l'ambientazione romana, potrei riconoscermi nei personaggi del film "Cosmonauta" e, infatti, un vecchio poster di Gagarin stampato da Vie Nuove fa ancora bella mostra di se nella mia casa di montagna. Io sono nato comunista, perché mio nonno si è iscritto al PCI nel 1921, perché mia madre ha fatto la staffetta partigiana, mio padre è stato dirigente del PCI e poi della CGIL per una vita intera, perché mia madre e mio padre andarono nel 1948 a Novara a fare apostolato comunista in una provincia "bianca". Io sono nato comunista perché, ovviamente, non mi hanno battezzato e son cresciuto con l'esonero da religione quando a essere esonerati, qui a Roma, c'erano solo gli ebrei. Io sono cresciuto comunista, perché a 10 anni facevo lunghissime discussioni con il mio compagno di scuola, litigando sulla supremazia tecnologica e assieme morale dell'URSS rispetto agli USA. Sono cresciuto comunista perché mi leggevano Rodari e Chiodino e "Il Pioniere". E sono cresciuto comunista perché ho preso la mia prima tessera della Federazione Giovanile Comunista Italiana a 15 anni e da allora non ho mai smesso di essere iscritto al partito, fino ad oggi che si chiama PD. E perché al liceo, negli annoi '70, ho fatto politica con l'intensità dell'epoca, e ritengo quegli anni anni meravigliosi e non anni di piombo, anni nei quali sono state poste le basi di un'Italia più moderna e un poco più giusta.

Eppure, a differenza di molti che hanno probabilmente una storia simile alla mia e che oggi - appunto - odiano Renzi, io a queste primarie sostengo Matteo Renzi e, più passano i giorni, più mi convinco che la vittoria di Renzi sarebbe un gran bene per la sinistra - e anche e forse sopratutto per noi che siamo stati comunisti.

Perché a un certo punto della nostra gloriosa storia qualcosa dovremo pur aver sbagliato, visto dove siamo arrivati: il declino produttivo, la poca speranza, la precarietà, l'odio per la politica da parte della maggioranza dei nostri concittadini, l'immoralità di tanti....

Ora, io un'idea su dove abbiamo sbagliato - dove hanno sbagliato i nostri dirigenti - ce l'avrei, ed è un'idea che mi conferma nella necessità di puntare su qualcuno che lo possa fare davvero, il grande partito maggioritario della sinistra riformista.

Il primo grande errore è aver perso, a un certo punto, la capacità di leggere i mutamenti del mondo del lavoro (e, per la verità, anche della vita e delle aspirazioni delle persone), mettendosi sistematicamente in difesa. In difesa dei posti di lavoro tradizionali, mentre se ne creavano (e distruggevano) di nuovi e imprevisti. In difesa di chi era dentro, senza accorgersi che era fuori che c'erano quelli da difendere. In difesa di un'eguaglianza diseguale, immemori del Don Milani che ricordava che l'ingiustizia è fare parti uguali fra diseguali. E infatti l'Italia è un paese con un livello di diseguaglianza altissimo, pur avendo un modello sociale per nulla liberista: il ché spiega perché siamo contemporaneamente ingessati da rigidità e scarsa produttività e nulla crescita e troppe tasse e troppa spesa pubblica inefficiente, eppure privi di uno stato sociale moderno e di quei servizi che tanta tassazione potrebbe garantirci. Insomma, l'errore è stato quello di essere diventati conservatori, finendo per difendere più piccoli privilegi che grandi diritti.

Un errore, mi sia consentito di dire, sommamente ideologico, frutto del continuare a guardare la società con occhi manichei - i ricchi e i poveri, le classi sociali statiche e immutabili, il mondo fatto sempre e solo di grandi imprese, come se poi, nella spesso efficace pratica amministrativa delle regioni rosse, non sapessimo che la realtà era sempre più fatta di ex operai ed artigiani fattisi piccoli imprenditori....

Il secondo grande errore è ovvio: i dirigenti del PD hanno finito anche loro per essere percepiti come casta, quasi indistinguibili agli altri. Spesso a torto, a volte a ragione, la gente non si fida più di politici che -letteralmente - non capiscono il livello di non sopportazione cui è giunto un paese sull'orlo di una crisi di nervi. E aver rubacchiato qua e là, aver fatto mille distinguo in certi casi assai tristi (vedi Penati), non ha proprio aiutato....

So bene che non si può imputare alla sinistra tutta la responsabilità del declino degli ultimi vent'anni, che le colpe maggiori sono a destra, nel berlusconismo e in una classe imprenditoriale per lo meno poco coraggiosa. E che la crisi mondiale dal 2007 in poi è qualcosa ben al di la della possibilità di azione e reazione della sinistra italiana. Eppure, resta una responsabilità storica che tutto l'inamovibile gruppo dirigente della sinistra di questi anni dovrebbe assumere su di se. La responsabilità di essersi adagiati sul conservatorismo di una politica perennemente "in difesa", mai proiettata verso il futuro. Perfino quando D'Alema era diventato seguace di Blair e della Terza via, alla fine si trattava più di parole che di fatti - o, al più, i fatti si riducevano all'endorsement ai "capitani coraggiosi" di Telecom, non a riorganizzazione della società, del welfare e del lavoro. E forse, non sarebbe male chiedersi per quale motivo oggi i dalemiani si sono scoperti improvvisamente gran critici di Blair. Magari perché Renzi lo cita?

Dunque, di fronte a questo fallimento, è difficile non pensare che affidarsi ancora all'usato sicuro del pur degnissimo Bersani sia una cosa utile e vincente per la sinistra e per il paese.

Si potrebbe però dire che l'alternativa è peggio, perché - come racconta la vulgata dei militanti anti Renzi che pullula in rete - è in realtà una destra camuffata. Peccato che non sia vero, perché il disegno politico e programmatico di Renzi, come è leggibile in modo sempre più chiaro dai suoi discorsi e da quanto scritto nei documenti programmatici, è proprio indirizzato a recuperare - da sinistra riformista - quell'uguaglianza delle opportunità e quel riequilibrio sociale che tanto servirebbe anche per ridar fiato alla famosa crescita: gli asili nido e le politiche di aiuto al lavoro delle donne; la riforma del lavoro basata sul contratto unico di Ichino; le politiche urbane dei volumi zero, della densificazione e del riuso; il riorientamento delle politiche energetiche e degli incentivi alle rinnovabili al fine di finanziare il miglioramento ecologico delle città e del costruito; l'idea che l'investimento in infrastrutture debba essere sopratutto nella manutenzione delle scuole, nel miglioramento del territorio, nel trasporto locale e molto meno in faraoniche grandi opere che non arrivano mai in porto; l'enfasi sulla cultura e l'arte come volano di crescita, che passa anche per il superamento di certe paure verso la valorizzazione economica e turistica del patrimonio che, nei fatti, a forza di vincoli illusori non è stato affatto protetto ma, piuttosto, solo deteriorato; il disegno di una fiscalità più orientata ad aiutare la creazione di lavoro e di impresa. Nel complesso, la volontà di realizzare tanti piccoli shock positivi che sblocchino un paese ingessato.

Sul secondo grande errore - l'identificazione con la casta - la faccenda è chiara e banale: Renzi è nei fatti l'unico politico del centro sinistra percepito chiaramente come "faccia nuova", diverso dai soliti politici. E per questo solo motivo ha una possibilità di convincere, di far tornare alla politica (o almeno a una fiducia condizionata) moltissime persone. Sia chiaro, da vecchio politico, da nato comunista come sono, questo retrogusto di nuovismo e di antipolitica che Renzi coltiva ad arte mi da molto fastidio, direi che mi fa soffrire per quanto di inevitabilmente ingiusto c'è nel far di tutta l'erba un fascio. Perché so benissimo che gran parte dei militanti che oggi stanno odiando intensamente Renzi sono persone oneste, in buona fede e di gran passione politica e civile.

Ma la mia impressione è che questa rottura sia inevitabile al punto in cui siamo. La sfiducia nella politica e nei partiti, come sappiamo bene, rischia di travolgere tutto. L'immemore popolo italiano è già pronto a passare dal caudillo Berlusconi al duo Grillo-Casaleggio, e Renzi è forse ormai l'unico argine realistico contro questa deriva. Arrivo a dire che Bersani, Vendola, D'Alema e tutto il vecchio gruppo dirigente dovrebbero fare un monumento a Renzi che, strappando a forza le primarie e rendendo contendibile la leadership del centro sinistra, ha ridato fiato e anima al PD, lo ha rimesso al centro della scena. Bersani, su questo, ha visto giusto accettando la sfida anche contro le chiusure dei maggiorenti suoi sostenitori e, se alla fine vincerà, non vincerà sulle macerie di un partito piccolo piccolo e invecchiato, ma su un PD almeno in parte rivitalizzato e competitivo, proprio grazie a Renzi.

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In un dibatto nella redazione de iMille, ci si chiedeva se, arrivati al livello di contumelie ed attacchi personali cui si sta giungendo durante la campagna per le primarie, chi la pensa come Renzi e chi la pensa come Bersani possa continuare a stare nello stesso partito. Insomma, il PD ha un futuro unitario?

Io, da nato comunista, faccio fatica a sopportare che mi si accusi di tradimento, mi ferisce personalmente la cattiveria gratuita di quelli che su Facebook arrivano ad accusarmi di tingermi i capelli, per sembrare giovane. Ci leggo l'eterna tendenza al frazionismo della sinistra italiana, che si spacca in quattro, poi in dieci, perché ciascuno vuole riconoscersi esattamente in un convento dove tutti la pensino rigorosamente nello stesso modo. Ma mi ostino a pensare che l'intuizione di Veltroni del Partito Democratico come partito aperto e inclusivo, che sopporta e integra opinioni anche molto diverse entro un quadro di valori generali comuni, sia ancora possibile. La vittoria di Renzi alle primarie sancirebbe - io credo - definitivamente questa evoluzione, perché sono convinto che il PD non si spaccherebbe affatto (al netto di qualche piccolo caso personale). Perché, come nei grandi partiti europei che D'Alema e Bersani amano tanto citare, possiamo e dobbiamo imparare l'arte della convivenza fra "destra" e sinistra interna o, ancor meglio, smetterla di pensare che ciascuno di noi è sempre tutto intero di "destra" o di "sinistra" (io, per dire, sarei classificato di "destra" nelle politiche del lavoro o sulla scuola, e di "sinistra" in quelle macroeconomiche e ambientali - come la mettiamo?)



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10 ottobre 2012

Perché sostengo Matteo Renzi

Insomma, è arrivato il momento di rispondere estesamente a chi mi chiede per quale motivo io sostenga Matteo Renzi alle primarie. Paolo Calisse su FB insiste a dire che, al di là di generici motivi come "il nuovo" o la simpatia, non si vede come si possa sostenere Renzi visto che non ha un programma. Su che basi, dice, si può scegliere fra Renzi, Bersani e Vendola? Dice, almeno Vendola un programma ce l'ha, anche se ben poco leggibile. Paolo ha linkato il programma di Obama, e dice che dovremmo imparare da lui.

Altri miei amici e compagni contestano in radice la scelta, quasi sempre sulla base dell'argomentazione che Renzi è un cavallo di troia della destra, o comunque uno che "spaccherà il partito".

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Provo a rispondere a tutti, cominciando da Paolo che, almeno su un punto, ha sicuramente ragione: Obama e il suo staff sono più bravi di Renzi (e di Bersani, e di Vendola….) a presentare il programma. Peraltro, Renzi (e Bersani, e Vendola) ha a disposizione credo un millesimo dei soldi di cui dispone Obama per la sua campagna e questo, forse, comporta qualche difficoltà in più. Ma non è questo il punto.

Il punto è che non riesco proprio a capire perché Paolo (e con lui moltissimi altri, poiché questa della mancanza del programma è una delle critiche più ricorrenti) continui a sostenere che Renzi non ha un programma. Da quel che capisco, l'argomentazione si basa sulle frasi iniziali e finali del programma pubblicato sul sito: all'inizio, si dice "questo non è un programma", e alla fine si dice che le proposte presentate nel sito sono aperte al contributo di tutti e il programma definitivo sarà presentato 15 giorni prima delle primarie. Ora, visto che "in mezzo" fra la prima frase e le frasi finali ci sono 12 proposte piuttosto dettagliate e sostanziose, e che proprio in basso sulla prima pagina c'è un rilevatore (e perfino ingenuo) "scarica il programma in pdf", è palese che la frase iniziale è lì per marcare la differenza con gli indigeribili programmi à la Vendola, e non per sostenere che non si propongano idee e soluzioni. E la frase finale è un omaggio - magari un po' demagogico - all'ansia di partecipazione dal basso che caratterizza i nostri tempi.

Ma, appunto, veniamo a cosa c'è in mezzo, le 12 proposte. Onestamente, molte di queste proposte sono assai circostanziate, dotate perfino di numeri e di simulazioni e indicazioni di fattibilità e di modalità di finanziamento. Cose spesso più precise e meno vaghe di quelle, ad esempio, proposte dalle elaborazioni ufficiali del PD (quelle presentate nelle 3 assemblee programmatiche di circa un anno fa). Ad esempio, le proposte 04 e 03 quantificano gli interventi rispettivamente su asili e su redistribuzione del carico fiscale e degli incentivi. E si potrebbe continuare con altri esempi...

E tuttavia, non è l'esame della singola proposta o il suo dettaglio fino alla realizzabilità "legislativa" che è importante in un programma. Paolo dice che la discussione su Obama si basava sulle sue priorità programmatiche ed è da quelle priorità che si deduceva che Obama è anche "nuovo", mentre nel nostro caso italiano si presume che Renzi sia "nuovo" a priori, a prescindere. Ecco, io contesto proprio questa affermazione. Certamente, i giornali e la deprimente semplificazione comunicativa - in un primo tempo, per l'evidente motivo di conquistare visibilità mediatica, solleticata e usata dallo stesso Renzi - hanno parlato per molto tempo solo della famosa rottamazione. Però, la lettura del programma, e l'ascolto dei discorsi di Renzi e, in parte, anche l'esame della sua pratica di governo a Firenze, forniscono un quadro ben più convincente. Il quadro, per l'appunto, che mi porta a dire che Renzi è "nuovo" perché ha priorità nuove e contemporanee, e le esprime molto chiaramente e in modo quasi sempre convincente.

Sgombrato il campo dall'osservazione ovvia che, al punto in cui siamo di degrado della politica, anche la necessità di rottamare buona parte della classe dirigente attuale è un dato di fatto, e Renzi è quello che garantisce di più il raggiungimento di questo obiettivo, vediamo le priorità chiave delle idee di Renzi.

Futuro, ossia politiche per i bambini, le donne, i giovani molto ben piantate nel reale: asili nido e politiche per l'infanzia e le donne (fiscalità di vantaggio), politiche del lavoro che combattano in radice l'attuale dualismo fra garantiti e precari (le proposte di Ichino assunte pienamente da Renzi sono fra le cose migliori del suo programma). Guardate che non è una cosa da poco, è proprio la chiave per capire la differenza dell’approccio di un politico finalmente contemporaneo, rispetto a quelli che, con grande onestà ma poca fantasia, continuano a ragionare in termini di categorie da rappresentare, dove per ogni categoria sociale o produttiva ci vuole la politica di settore, in modo da non scontentare nessuno (e non cambiare nulla, temo). Ecco, una caratteristica dei completissimi programmi di Bersani o di Vendola è proprio questa: una specie di “ma anche” veltroniano applicato a ciascun gruppo di interesse, cosicché deve esserci la politica per i pensionati, quella per i commercianti, quella per i piccoli imprenditori, quella per gli operai. Ciascuna diversa, e magari in contraddizione. Renzi invece chiarisce le proprie priorità. Dice prima le donne e i bambini, perché ritiene che è in questo modo che anche gli altri si possono salvare. Immagina un Paese proiettato nel futuro e non chiuso ad arrovellarsi nel passato. E sapendo che, proprio perché il futuro non sarà facile e l’Italia e l’Europa non saranno più il centro del mondo, occorre saper scegliere cosa fare prima.

Efficienza prima di tagli: nei suoi discorsi, Renzi ricorda sempre che la spesa pubblica italiana (e così la spesa per gli stipendi pubblici), in rapporto al PIL - tolte le pensioni - è più bassa di quella di altri Paesi più virtuosi, come la Francia o l’Olanda. Su questa base, individua correttamente il problema che non è quello di tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici, o di tagliare i dipendenti pubblici, ma quello di riorganizzare tutta la macchina della pubblica amministrazione e far lavorare i dipendenti pubblici per produrre finalmente servizi degni di questo nome. E’ sulla base di questo ragionamento, decisamente di sinistra in quanto assume come fondamentale il ruolo del pubblico, che sono poi articolate proposte di dettaglio per l’efficienza, il merito, la responsabilità dei dirigenti e, giustamente, anche la possibilità di licenziare e sfoltire dove non si produce.

Il modello italiano, con l’idea di puntare sui suoi asset di lunga durata, la qualità dei prodotti di eccellenza, la bellezza, il tessuto inventivo delle piccole e medie imprese. E soprattutto, con l’idea che per puntare su questi asset sia necessario farla finita con la mistica delle grandi opere, le solite autostrade – che costano tanto, hanno un moltiplicatore della domanda ridicolo, e peggiorano lo stato degli asset che davvero contano - e invece spendere per la manutenzione e le piccole opere (le scuole, il territorio, il trasporto locale, …..).

L’Europa. Su un’Europa democratica e federale noi a sinistra siamo d’accordo tutti e, certo, su questo aspetto non ci sono grandi differenze – non ci possono essere – fra quel che dice Bersani e quel che dice Renzi. Del resto, sono nello stesso partito… Però mi piace notare che anche in questo caso, la proposta di Matteo Renzi mette al centro le due idee dell’incremento dello scambio fra studenti e del servizio civile europeo. Due idee per “fare” gli europei di cui, mi sembra, c’è un gran bisogno.

*****

Veniamo alle altre questioni, quelle politiche politicanti. Renzi spacca il partito, si dice. Sommessamente, a me sembra più che altro che siano molti miei compagni a non accettare Renzi con una virulenza e quasi un odio degno di miglior causa. Un quadro del Partito Democratico, militante di quel partito dalla sua fondazione, eletto prima presidente di Provincia e poi al comune di Firenze, che governa il comune con un monocolore PD, è considerato un corpo estraneo da molti militanti del PD. C’è qualcosa che non va, mi sembra.

Qui, indubbiamente, Renzi ha un problema, perché la rottamazione dei dirigenti che hanno perso è stata interpretata da molti come rottamazione dell’intero partito. E, tuttavia, come ho già scritto, trovo che il livello di astio profuso contro Renzi sia anche il segnale di una profonda frattura fra la percezione della realtà di molti militanti e la situazione concreta del Paese.

Per spiegarmi, premetto una cosa, necessaria. Io non mi fido del tutto di Renzi, ho alcune riserve sul suo modo di essere e di fare, lo trovo sicuramente egocentrico e probabilmente accentratore. Penso perfino che parte delle idee che propugna siano scelte con cura al fine di costruire il consenso, non siano insomma cose che lui pensa davvero fino in fondo. Credo però che la sincerità delle sue intenzioni prevalga sul calcolo, e il coraggio politico che sta avendo abbia un grande valore nel momento presente. E penso che anche gli altri competitori non siano esenti da bei difetti – Vendola è affetto dal medesimo egocentrismo, Bersani tentenna fra voglia di liberarsi dei maggiorenti del partito e necessità di tenerseli cari e, soprattutto, resta ambiguo fra Fassina e Letta (polemica ridicola, peraltro, ma è un’altra storia).

Insomma, non è che il mio sostegno a Renzi sia incondizionato. Non l’ho sposato, e se non farà bene, gliene chiederemo conto.

Però, sono quasi certo che se il PD presenta Bersani candidato presidente del consiglio o – sorte non voglia – se le primarie le vincesse Vendola, ci ritroveremo con un PD piccolo piccolo e, nella migliore delle ipotesi, un governo Monti sostenuto da PD e UDC. Nella peggiore, un governo Monti con la grande coalizione o, peggio, con UDC e PDL (o quel che sarà). Se il candidato fosse Renzi, invece, ci ritroveremo con un grande PD – e per nulla spaccato – e un governo di centro sinistra guidato da un giovane ed inesperto leader che – io credo – saprà farsi aiutare anche da qualche sperimentato politico della vecchia guardia.

E sono convinto che i miei compagni sinceramente bersaniani e odiatori di Renzi non si rendono conto di ciò perché davvero – a forza di parlare tra loro – non si sono accorti che non c’è più tempo, se il PD si presenta nel solito modo non potrà che affondare con tutta la “vecchia” politica. La misura è colma, nessuno più fa distinzione alcuna fra politici di destra e sinistra, onesti o mascalzoni, e Renzi è forse l’unico che ha ancora qualche credibilità “là fuori”, fuori dal nostro circo di insider della politica. Certo, può anche essere che se continuerà il tiro al piccione Renzi, fatto di illazioni e attacchi feroci a ogni sua mossa, finiremo per bruciare anche lui. E allora, peggio per noi e meglio per Grillo e Storace.


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30 settembre 2012

Alla fine, anche i migliori sbagliano

Oggi Scalfari mi ha fatto davvero arrabbiare. Tanto che ho scritto di getto questa lettera alla Repubblica (e vediamo se me la pubblicano, seeee...):

Avendo avuto sempre grande stima di Eugenio Scalfari tanto come giornalista quanto come pensatore, e avendolo sempre ritenuto persona seria e professionalmente onesta, mi rincresce davvero dover constatare che questa volta, probabilmente accecato dal pregiudizio - che è il contrario del buon giornalismo - si lascia andare a una tirata di accuse contro Matteo Renzi basate in parte sul nulla e, in parte, sul semplice falso.
Il nulla: la solita accusa di berlusconismo, il solito richiamo a Giorgio Gori. Una cosa che equivale alle vecchie accuse di inciucio a D'Alema. Se son vere le accuse a Renzi, son vere anche quelle a D'Alema. Eppure, nessuno mette in dubbio che D'Alema sia parte della sinistra e del PD.
I falsi: 
1) il programma che enuncia i temi senza svolgerli. E' sufficiente, mi sembra, andare sul sito della campagna di Renzi per avere la dimostrazione del contrario. 
2) Renzi sarebbe di centrodestra. Mi permetto di citare un piccolo riassunto trovato in rete:
  • Ripensare la legge Fini-Giovanardi sui tossicodipendenti, introducendo forme dedepenalizzazione.
  • Chi nasce e cresce in Italia e` italiano.
  • La detenzione in carcere dev’essere limitata ai reati piu` gravi. Saranno incrementate le pene pecuniarie, le sanzioni interdittive, la detenzione domiciliare e gli strumenti risarcitori, riparatori e conciliativi come istituti estintivi.
  • Bisogna invertire la tendenza a ridurre l’investimento pubblico in cultura. L’obiettivo tendenziale di medio periodo dovrebbe essere quello di arrivare all’1% del PIL.
  • Creazione di un istituto che riconosca giuridicamente il legame d’amore ed il progetto di vita delle coppie dello stesso sesso garantendo da questo impegno pubblico diritti e doveri assimilabili a quelli discendenti da matrimonio: di cittadinanza, di assistenza, di successione e di equiparazione a livello fiscale e pensionistico.
  • Sperimentazione, in tutte le imprese disponibili, per i nuovi insediamenti e/o le nuove assunzioni, di un regime ispirato al modello scandinavo: tutti assunti a tempo indeterminato (tranne i casi classici di contratto a termine), a tutti una protezione forte dei diritti fondamentali e in particolare contro le discriminazioni, nessuno inamovibile; a chi perde il posto per motivi economici od organizzativi un robusto sostegno del reddito e servizi di outplacement per la ricollocazione
  • Dare al 40% dei bambini sotto i tre anni un posto in un asilo pubblico entro il 2018.
Questo sarebbe un programma di destra?
3) Renzi che dice che destra e sinistra non esistono. Mi spiace, ma  non l'ha mai detto, e nei suoi comizi parla sempre della nostra parte, la sinistra. Che poi speri di allargare il campo e far votare per noi anche i delusi del centrodestra, mi sembra perfino banale.

La cosa davvero bizzarra è che l'innovazione possibile rappresentata da Renzi, nel deserto di una politica vecchia e bollita, è l'unica garanzia che potrebbe assicurarci la vittoria della sinistra e, assieme, una seria continuazione dell'"agenda Monti" che, giustamente, sta tanto a cuore proprio a Scalfari. In caso contrario, rischiamo di trovarci con un Monti bis interpretato dalla destra (Montezemolo, Casini e il PDL di complemento), con il PD ridotto a briciole e all'opposizione. O Scalfari pensa che un governo di grande coalizione di 5 anni reggerebbe con Fassina, Damiano e Gasparri nella stessa compagine?

PS: Renzi non mi è molto simpatico, trovo che alcune sue posizioni siano opportuniste, e altre siano discutibili. Ma al punto in cui siamo, Renzi - sia per sue doti politiche, sia per una serie di fattori contingenti - è l'unico veicolo possibile per portarci fuori dal pantano del discredito della politica e dei partiti. Senza finire nel gorgo di Grillo, o nel ritorno di un qualche uomo della provvidenza a destra.


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25 settembre 2012

L'astio e l'occasione

Gli asili nido sono una delle chiavi del futuro, un dovere per un Paese che voglia costruirsi un futuro più giusto e aperto alla vita attiva delle donne.
La spesa per infrastrutture pesanti - strade, autostrade, aeroporti - in Italia è più alta che in altri Paesi sviluppati, in rapporto al PIL. Perché è spesa sprecata, perché un chilometro di autostrada italiana costa il doppio di un chilometro di autostrada francese, e un chilometro di ferrovia italiana il triplo di una francese. Non serve aumentare la spesa in infrastrutture faraoniche. Molto meglio la piccola manutenzione, rifare le scuole, gli asili, i musei, mettere a posto il territorio. E selezionare poche grandi opere indispensabili davvero.
I dipendenti pubblici italiani costano un po' di meno (in rapporto al PIL) di quelli francesi o inglesi. Anche qui, la retorica del taglio alla spesa pubblica tagliando "gli statali", è mal fondata. Il problema è farli lavorare, questi statali. Premiarli quando fanno. Sburocratizzare e se necessario licenziare, finalmente, i lavativi. Per la felicità dei lavoratori pubblici seri, che ci sono e non sono pochissimi.

Queste sono alcune delle idee chiave che Matteo Renzi diffonde nei suoi discorsi durante la campagna per le primarie e che, del resto, si possono agevolmente trovare sul suo sito. Sfido chiunque a dire che sono idee di destra o berlusconiane. Berlusconi che parla di asili nido? Sapendo di che si tratta? Che mette in dubbio le grandi opere?

Eppure, l'astio diffuso in questi giorni verso Renzi da parte di un buon pezzo di dirigenti e militanti del PD è tutto costruito attorno a questa accusa: è di destra, è un nuovo Berlusconi.

Ora, che le primarie siano e possano essere una battaglia dura, che non ci si facciano particolari cortesie, va benissimo e, del resto anche Renzi non risparmia le parole dure verso i suoi competitori. Però ho sentito e letto cose davvero pesanti, e pesanti in modo apparentemente immotivato. O meglio, motivato solo dalla terribile paura che, questa volta, i nostri eroi dell'establishment democrat potrebbero perdere le primarie. Infatti ho il sospetto che nelle altre occasioni - da Scalfarotto alle primarie di Prodi, a Marino alle primarie di Bersani, fino alle recenti primarie laziali segnate dalla cocente sconfitta di Bachelet, la "maggioranza" fosse talmente tranquilla del risultato da ritenere l'esistenza della minoranza poco più che un piccolo fastidio. Cui si può reagire con un certo aplomb.
Questa volta, dalle dichiarazioni irresponsabili di D'Alema (se vince Renzi il PD non regge), a quelle stizzite di Bindi, fino ai veri e propri insulti in rete, primo fra tutti l'accusa ripetuta e insistita di intelligenza col nemico e di posizioni berlusconiane, è un vero e proprio fuoco di sbarramento che, mi sembra segnali un gran paura.

Eppure, basta pensarci un attimo, con un poco di capacità di ascoltare in giro, di sentire cosa pensano e sentono le persone che non si occupano di politica come noi malati, per capire che Renzi rappresenta ormai una forse irripetibile occasione proprio per il PD. Probabilmente, l'ultima occasione per tornare a quella "vocazione maggioritaria" che ne fece, per un breve momento, una grande speranza.
Pensateci, facendo un banale esercizio di scenario.
Primo scenario: Bersani vince le primarie, inevitabilmente con una maggioranza non grandissima. L'effetto trascinamento è minimo, perché tutti saranno lì a dire che comunque non ha vinto benissimo. Inoltre, è inevitabile che l'usato sicuro non scaldi molto i cuori, se non dei già convinti. Insomma, la vocazione minoritaria di cui scrissi a suo tempo sarà ancora all'opera. Risultato: nella migliore delle ipotesi, il PD vince male le elezioni ed è costretto ad alleanze più o meno complicate e fragili. Auguri a Bersani, e al duro lavoro che lo aspetta.
Secondo scenario: vince Renzi, magari anche con una maggioranza risicata. L'effetto trascinamento è immenso, perché è Davide contro Golia, mediaticamente è la gran novità. E' quello che spariglia le carte, che assicura il cambiamento. Scalda i cuori, recupera a destra e a manca, e porta - in una situazione in cui l'altro schieramento è comunque allo sbando e Grillo è meno "nuovo" di Renzi stesso - il PD ad un grandissimo risultato elettorale (Cosa che non può riuscire a Bersani che sconterebbe in pieno  sia Grillo che l'astensione). Un risultato elettorale così grande, secondo me, da trovarsi nella condizione di contrattare il governo e le scelte successive da una posizione di assoluta forza.

Pensateci, cari astiosi è miopi compagni del mio partito. Con l'usato sicuro di Bersani, peraltro ottima persona, saremo nella migliore delle ipotesi nella solita famosa palude italiana. Con Renzi, con tutti i suoi difetti e il suo egocentrismo, abbiamo l'occasione di avere un PD davvero grande, e di cambiare finalmente questo Paese. Ci sono momenti nei quali è più importante capire la situazione, puntare all'essenziale, invece di cercare in tutti il pelo nell'uovo. Ivan l'ha scritto benissimo, e io mi associo.



3 settembre 2012

Incomunicabilità ideologiche

In fondo, è da anni che continuo a cozzare contro quella che sta diventando una sostanziale incomunicabilità a sinistra. Sono anni che tento di trovare il punto di equilibrio – che secondo me esiste, che mi sforzo ogni volta di spiegare – fra una decisa politica liberale (e anche, in molti casi, decisamente liberista) in Italia, e un’altrettanto decisa scelta politica per il mantenimento di alcuni fondamentali beni pubblici e la lotta alla diseguaglianza e per la redistribuzione del reddito.
In fondo, è da anni che provo a dar conto del fatto che le “politiche neoliberiste” a livello mondiale, quelle che hanno concentrato il reddito in modo eccessivo e soprattutto hanno decuplicato senza freni la ricchezza finanziaria, sono strettamente correlate ad altrettanto sciagurate politiche di crescita “insostenibile” dal lato dell’ambiente. Ed è da altrettanti anni che mi scontro con chi semplifica questa constatazione appiattendola sull’idea – falsa – che la soluzione sia che tutto deve restare o tornare pubblico, mentre qualsiasi cosa, qualsiasi settore dell'economia viene classificato come “bene comune”. Da gestire, ovviamente, in modo rigorosamente statalistico.
Ed è pure da anni che mi è chiaro che – a meno di perseguire ancora l’utopia comunista – l’attuale assetto dei mercati in Italia, incluso quello del lavoro, è la negazione non solo dei principi liberisti (il ché chiude la questione circa i danni che il liberismo ha fatto nello specifico in Italia), ma anche del semplice buon senso. 
Insomma, se non fosse che dubito legga questo blog o i miei pezzi su iMille, oserei dire che Pippo Civati mi ha copiato di sana pianta quando a scritto della doppia mossa.
Proprio per questo, un post come quello di Marattin su iMille mi fa molto, molto arrabbiare. Perché propone un’argomentazione polemica fatta appositamente per dividere, senza possibilità di dialogo e comprensione, tagliando polemicamente il mondo con l’accetta e per questa via esponendosi alla facilissima polemica degli altri – quelli abituati a tagliare il mondo con l’accetta dall’altro lato.
E mi fa arrabbiare proprio perché è intelligente e sa quel che dice, e avrebbe molte ragioni ma, per puro spirito polemico, finisce per spararle grosse. 
Il problema è che, per vincere la battaglia del liberismo di sinistra in Italia c’è bisogno di dialogo e unione, di capirsi e ragionare. Che non significa cercare un’impossibile melassa in cui tutti concordano, ma significa selezionare le battaglie giuste, nelle quali essere anche duri e convinti contro chi la pensa diversamente, ma ascoltare anche l’altro punto di vista perché, in molti casi, è l’altro ad avere la vista lunga, e il liberismo ad avere la vista corta.
Analizziamo, a titolo di esempio, il brano chiave del post di Marattin:
possiamo accettare di definire “neoliberismo” come un’impostazione politico-economica che predica la riduzione della spesa pubblica, del debito e delle tasse; l’apertura al mercato e alla concorrenza di tutti i settori economici, compresi i servizi pubblici locali. Una marcata deregolamentazione del sistema bancario, una riduzione del perimetro e delle tutele della pubblica amministrazione, il deciso abbattimento del numero di leggi, atti amministrativi, regolamenti. Un mercato del lavoro di tipo anglosassone, in cui all’universalità del sistema di ammortizzatori sociali si accompagni la pressoché completa libertà di risoluzione del rapporto di lavoro. Un sistema formativo tendenzialmente a carattere privatistico (quando non espressamente privato). Un’economia in cui sia possibile in una settimana (come in Inghilterra e negli USA) aprire una nuova attività produttiva.
Se è indubbio che l’Italia non è un paese neoliberista alla luce di queste definizioni, quel che è dubbio è che sia auspicabile che lo diventi seguendo integralmente quel modello. Meglio sarebbe scegliere "fior da fiore", per costruire un modello di liberismo temperato (liberalsocialismo?), che è ciò di cui avrebbe bisogno l'Italia. Vediamo passo passo:
  • Riduzione della spesa pubblica, del debito e delle tasse. Visto il livello attuale in Italia, è un obiettivo di medio periodo giustissimo, che nessuno può discutere (soprattutto il debito). Che debba essere perseguito senza se e senza ma nel breve periodo, con la crisi mondiale che morde, è un poco più dubbio. Magari, come ci spiega sempre Gustavo Piga, gli eccessi della stupida austerità andranno evitati.
  • L’apertura al mercato e alla concorrenza di tutti i settori economici, compresi i servizi pubblici locali. In linea di massima è necessario, ma in realtà si tratta di decidere come e quanto. Il mercato non è la panacea, forse in certi casi (ad esempio l’acqua per la quale il risultato del referendum tanto disturba Marattin), sarebbe bene trovare meccanismi un po’ diversi, possibilmente innovativi rispetto alla solita dicotomia stato/mercato (ne scrivevo proprio su iMille).
  • Una marcata deregolamentazione del sistema bancario: lo so, lo so che Marattin ce l’ha col pastrocchio delle Fondazioni bancarie e su questo lo seguo. Ma vivaddio, dopo le vicende di Lemhan Brothers e quelle di  Barclays e dei trucchi sul libor, dopo le polemiche sui bonus dei banchieri, parlare di deregolamentazione del sistema bancario è davvero quasi una bestemmia. Direi proprio che da quel lato qualcosa sia andato storto, e non poco. E che serva non deregolamentazione, ma nuova regolazione. Sulle banche, consiglierei l’approccio suggerito fra le righe del recente libro di un altro millino di scuola “liberista” come Marco Simoni, che giustamente loda le virtù potenziali di un sistema bancario radicato sul territorio e coordinato con le esigenze delle imprese.
  • Una riduzione del perimetro e delle tutele della pubblica amministrazione: sicuramente si, visto l'aspetto fra il kafkiano e il brezneviano della nostra amministrazione. Anche se le tutele sono importanti e, più che di riduzione, forse sarebbe meglio parlare di sostituzione, revisione, cambiamento e ridiscussione dei sistemi di tutela.
  • Il deciso abbattimento del numero di leggi, atti amministrativi, regolamenti. Questa è cosa evidente e, direi, non dovrebbe servire essere liberisti per concordare. E tuttavia, concordo profondamente che l'approccio liberista aiuta ad avere il coraggio necessario per farla su serio, questa benedetta semplificazione. L'ho vista troppo stesso, la nostra burocrazia di sinistra e statalista, trovare un motivo più o meno capzioso per dimostrare l'impossibilità di questa o quella semplificazione. Li ho visti troppo stesso i nostri burocrati fare melina contro qualsiasi timida innovazione, per non sapere che su questo terreno occorrerà, finalmente, non andare troppo per il sottile.
  • Un mercato del lavoro di tipo anglosassone, in cui all’universalità del sistema di ammortizzatori sociali si accompagni la pressoché completa libertà di risoluzione del rapporto di lavoro. Non capisco bene. Non mi risulta che il mercato del lavoro di tipo anglosassone corrisponda ad una situazione dove la libertà di licenziare è bilanciata da un sistema di ammortizzatori universali. Non mi risulta che gli USA le cose vadano così, anche se in parte è vero per il Regno Unito. Ma se il senso è riferirsi, più che agli anglosassoni, ai sistemi nordici, condivido e concordo pienamente. Peraltro, un simile sistema - le note proposte Ichino - è tutto meno che neoliberista ed anzi è il massimo dell'elaborazione teorica e pratica della socialdemocrazia!
  • Un sistema formativo tendenzialmente a carattere privatistico (quando non espressamente privato). La scuola confessionale di Comunione liberazione e le madrasse per gli immigrati? La scuola per i ricchi e quella per i poveri? Questa è davvero una baggianata, certamente neoliberista ma altrettanto certamente deleteria. L'istruzione bene pubblico dovrebbe essere un architrave di qualsiasi approccio liberista di sinistra, perché è liberista un sistema che garantisce veramente uguaglianza di opportunità di partenza, e tale uguaglianza è quasi tutta nelle mani del sistema di istruzione. Che poi il sistema pubblico dell'istruzione possa includere anche iniziative private, e che poi le scuole pubbliche dovrebbero essere ben più autonome e libere di organizzarsi di quanto non siano adesso nel reticolo della solita elefantiasi burocratica nostrana, è ben altro discorso. Ma la scuola pubblica è un fatto assodato anche nei paesi d'Europa che funzionano meglio (e sulla sanità non mi soffermo perché il commento di Sandal al post di Marattin è più che sufficiente).
****
Concludo. Il post ha generato una piccola sequenza di commenti adirati e fuori tono (salvo il pur adirato, ma in tono, commento già citato di Massimo Sandal). Commenti che puntualmente "la buttano in politica", difendendo o attaccando Renzi e accusando, semplicemente, il PD - o almeno Renzi e Marattin - di essere di destra (somma bestemmia per chi lancia quest'accusa, ovviamente). E' logico e inevitabile che sia così, perché sospetto che sia stato scritto in parte proprio a questo fine. Però io le elezioni vorrei vincerle e - dirò di più - gradirei molto che a vincerle fosse Renzi dopo aver vinto le primarie. E vorrei chiedere ai commentatori che accusano Marattin di essere di destra: rileggetevi la mia chiosa alla sua definizione di liberismo. Concorderete che molti punto sono condivisibili e, schiettamente, di sinistra. Altri sono baggianate, messe li - sospetto - per polemica. Non sarebbe meglio provare, come ho fatto io, a entrare nel merito? 
E capire che è venuto il tempo di una doppia mossa, di un'Italia che si libera della gabbia del breznevismo corporativo, in  un'Europa che ricostruisce una solidarietà e uno stato sociale di base che garantisca i beni pubblici essenziali?. 




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28 maggio 2012

Fedeli alla linea

Vorrei riuscire a parlare a tutti quei militanti del Partito Democratico che in questi giorni vedo sbracciarsi in rete, su Facebook e altrove, impegnati nella lodevole impresa di spiegare che il PD è sulla strada giusta, che ha vinto le elezioni amministrative perché ha avviato il giusto rinnovamento, che è un partito vitale e forte sul territorio, che certo bisogna migliorare ancora, ma continuare sulla linea attuale, seria, solida e attenta, non potrà che portare alla vittoria nel 2013.

Vorrei parlare a loro, ai militanti di base che continuano, ostinatamente, a difendere la ditta qualunque cosa accada, a vivere in un loro mondo speciale, nel quale le critiche sono in genere dovute al malanimo della stampa, perché sono loro il motivo per il quale i nostri dirigenti continuano a non accorgersi di quel che - davvero - sta succedendo nell'Italia reale che li circonda.
Vorrei parlare a loro, per raccontargli che anch'io, da vecchio militante nato comunista, ho continuato per anni e anni a difendere la ditta qualunque cosa accadesse, a razionalizzare i miei dubbi sulla base del supremo valore dell'unità e della fiducia nei dirigenti. Fino a tempi recenti, i tempi nei quali razionalizzavo l'incredibile scelta di candidare Rutelli a tornare sindaco di Roma, spiegando che in quanto amministratore era persona valida, e che comunque non si poteva fare altrimenti.Sappiamo com'è finita quella vicenda, e ricordo ancora le parole accorate di un dirigente di grande intelligenza come Walter Tocci che, onestamente, ammetteva che loro, lassù nel mondo ovattato della dirigenza del partito, proprio non si erano accorti di quanto - nel frattempo - Rutelli fosse diventato insopportabile a tantissimi romani, anche e forse sopratutto di sinistra.
Ecco, voi tutti, militanti fedeli e dirigenti sperimentati del partito democratico, non vi state accorgendo di quello che sta succedendo in questo Paese. Abbiamo vinto le amministrative per abbandono del campo da parte dell'avversario, non per nostro merito o capacità. E dove un avversario c'era, fosse pure apparentemente debole come il M5S, siamo stati capaci di perdere.
E' perfino troppo facile prevedere che l'avversario, la prossima volta, troverà il modo di partecipare nuovamente alla tenzone, nelle vesti di Montezemolo (ipotesi migliore, in fondo) o di una qualche reincarnazione del berlusconismo. 
Ed è perfino troppo facile prevedere che in quel caso, con il combinato disposto di un avversario a destra di nuovo vagamente credibile, e una "sinistra" grillina ormai accreditata come reale alternativa, il PD , per come si presenta oggi, sarà stritolato.

Il paradosso è che basterebbe poco, davvero poco, per evitare questo esito per niente esaltante (per niente esaltante per il Paese, che sarà governato nel dopo Monti o dall'eterna destra incapace di questi anni, o da una destra forse più capace ma tragicamente fuori tempo massimo in quanto ossessionata da una ricetta liberista del tutto sorpassata dai tempi). 
Quel che chiedono le persone per crederti non è tanto che tu sia onesto - non ci credono più, all'onestà dei politici. Quel che chiedono è di non vedere più, letteralmente, le stesse facce, in TV, in parlamento, dei TG, dovunque.
Basterebbe che tutti i dirigenti nazionali del PD, tutti i parlamentari con più di tre legislature alle spalle, dichiarassero in una bella conferenza stampa che:
1) alle prossime elezioni non si ripresenteranno
2) alle prossime elezioni solo i parlamentari con al massimo due legislature potranno ripresentarsi nelle file del PD e, comunque,
3) dovranno essere scelti come candidati al parlamento attraverso primarie 
4) i dirigenti noti del PD (la Finocchiaro, D'Alema, tutto il consueto circo di Ballarò) si offrono come supporto e consigliere, si dedicano a fondazioni o quel che si vuole, ma si ritirano dalla vita politica attiva.

Se si facesse una cosa simile, il primo grande passo per smontare il grillismo sarebbe fatto. Il secondo, certo più difficile, sarebbe costruire un partito più trasparente e contendibile, più aperto ed anche un po' più allegro. Ma quel primo passo basterebbe a scongiurare una sicura sconfitta.

Ecco, torno a voi, militanti fedeli. E' venuto il momento di chiedere a gran voce ai nostri davvero troppo sperimentati (usurati?) dirigenti di togliersi di torno elegantemente ed al più presto. Ed è venuto il momento che siate voi, voi che siete stati e sempre sarete fedeli alla linea, a chiederlo e a farlo. Perché se lo diciamo noi eterni eterodossi, saremo come al solito presi per quei simpatici rompiscatole irrilevanti. Voi, solo voi che siete il corpo solido del partito, potete avere la forza - se smetterete di ascoltare il vostro ombelico e ascolterete solo per mezza giornata ciò che si dice sui tram, per strada, in ogni ufficio, in ogni mercato - di convincere il nostro inamovibile ceto dirigente a farsi - finalmente - da parte.


11 maggio 2012

Un Paese sull'orlo di una crisi di nervi

All'unisono, i miei colleghi, qualunquisti (stile "i politici sono tutti uguali"), o "di sinistra" che siano, ritengono nell'ordine che:
  • comunque Grillo e i grillini sono meglio della merda attuale
  • meglio provare uno nuovo, almeno non si sa se farà bene o male, mentre i partiti attuali non possono che fare male - tutti, ovviamente
  • i governi degli ultimi vent'anni, destra o sinistra che siano, non hanno risolto nulla e hanno solo rubato

La chiosa dei colleghi "di sinistra": comunque anche se vince la sinistra non è una soluzione, perché Bersani non ha la soluzione.

*****
In breve, niente riflessione, niente capacità di distinguere almeno un po', di usare una qualche tonalità di grigio nella valutazione in totale bianco e nero, buono o cattivo, del mondo. Nessuna capacità di dare una valutazione storica appena più complessa di un totale rifiuto.
E non è gente priva di informazioni e di cultura.

La possibilità che gli italiani si affidino all'ennesimo uomo della provvidenza è altissima, anche se questa nuova versione dell'uomo della provvidenza ha in se alcuni anticorpi che potrebbero evitarci la triste deriva. Ma, quel che è certo, ormai tutta la classe dirigente del PD visibile oggi in televisione non è e non sarà più credibile. Se il PD lo capisce e, con gran pompa mediatica (un congresso o qualcosa di simile), sostituisce tutta la prima fila con una bella schiera di quarantenni e trentenni, allora c'è qualche speranza.


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permalink | inviato da corradoinblog il 11/5/2012 alle 9:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 settembre 2011

Il mondo capovolto

In questi giorni di manovre per far fronte alla crisi globale, viviamo in un mondo e in un’Italia capovolti. E, in genere, non ce ne rendiamo conto.
Voglio provare a raddrizzare almeno un po’ le idee capovolte con le quali stanno tentando di confonderci. Sarò presuntuoso, ma veramente di fronte alla confusione imperante e alla palese incapacità delle classi dirigenti (politici, imprenditori, quasi tutti gli economisti che contano – poiché quelli bravi ci sono, ma in genere non contano per niente), mi sento in diritto di dire anche la mia.
 
 
Primo, la crescita. Mentre sto scrivendo, l’home page di Repubblica riporta “UE: servono misure per la crescita”, Pochi giorni fa la Banca d’Italia, nell’audizione al Parlamento, ribadiva che la manovra era restrittiva e andava accompagnata a misure per la crescita. E potrei continuare all’infinto con gli esempi.
Però nessuno di questi “esortatori della crescita” mi ha ancora fatto capire quali siano davvero queste misure per la crescita. La lista esibita in genere si limita alla riforma del mercato del lavoro, alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, in versione più o meno intensiva. I più avveduti aggiungono magari una manovra fiscale che sposti la tassazione dal lavoro alla rendita o, almeno, usi l’aumento dell’IVA per ridurre il costo del lavoro.
La lista standard, insomma, è fatta quasi solo di politiche dell’offerta. Quelle politiche che, in tutti questi anni, hanno dimostrato ormai ampiamente la loro sostanziale inefficacia se la domanda non tira.
Secondo, il debito e il pareggio di bilancio. Per le note e apparentemente ragionevoli ragioni, tutti dicono che è necessario ridurre il nostro mostruoso debito pubblico. Ciò implica, appunto, ridurre le spese (ossia ridurre il reddito prodotto dalla Pubblica amministrazione – ricordate dai corsi di economia, Y = C + I + S dove S è la spesa pubblica. C il consumo, I l’investimento e Y il reddito?), oppure aumentare le entrate (S resta com’è, ma C e/o I si riducono). Quindi, riducendo il deficit si riduce la domanda, ossia agisce il famoso effetto depressivo della manovra. Effetto che rende le politiche dell’offerta poco più che pannicelli caldi per la famosa crescita.
Salvo che si creda possibile imitare il modello di crescita basato sulle esportazioni adottato dalla Cina e, in misura minore, dalla Germania odierna. Quello stesso modello che abbiamo usato con successo negli anni del miracolo economico ma che ora ci è sostanzialmente precluso da molti fattori. Per dire: esportare di più grazie ai costi bassi, è ormai impossibile (ci sono i cinesi e i paesi emergenti, e abbiamo una valuta forte e non svalutabile). Ma nel frattempo le nostre imprese sottodimensionate e poco innovative (salvo le solite lodevoli eccezioni) non sono nemmeno in grado di esportare per maggiore qualità o tecnologia, che è invece ciò che fanno i tedeschi.
Insomma, è davvero ragionevole l’obiettivo del pareggio di bilancio forzato? All’interno dei vincoli dati dall’attuale governance europea, ovviamente sì. Se non lo facessimo, ci massacrerebbero di spread. E tuttavia è il vincolo stesso ad essere sommamente opinabile e probabilmente non necessario o non necessario in questa forma [1]. Infatti:
  1. Raggiungere il pareggio rapidamente significa deprimere l’economia e generare una perfetta spirale: decrescita dell’economia, meno entrate, nuovo deficit, nuova crescita dello spread, nuova manovra depressiva. Quel che sta succedendo in Grecia.
  2.  Esiste la ragionevole alternativa, ormai invocata in vario modo un po’ da tutti: quella degli eurobond, ossia dello spostamento di parte del debito sovrano in modo da aumentarne il livello di garanzia. Una soluzione che rende meno cogente il rientro immediato e possibile una gestione meno crudele della pur necessaria riduzione del debito. Nella versione Prodi-Quadro Curzio, peraltro, tale alternativa include anche una ricetta espansiva, visto che parte dei bond sarebbe utilizzata per progetti di sviluppo (S cresce e, via moltiplicatore keynesiano, crescono C ed I, quindi cresce Y).
  3. Terzo. Senza Europa o senza Germania? Com’è noto, l’ortodossia tedesca e della BCE ritiene tale alternativa impraticabile. Francesco Molica ci ricorda opportunamente che forse il “ricatto” della Germania potrebbe essere rivoltato nel suo contrario – capovolgere il mondo capovolto, appunto, e che gli eurobond, e l’Euro stesso, potrebbero forse vivere una nuova vita senza la Germania (o, anche, che la Germania potrebbe essere per questa via costretta ad accettare il nuovo mondo).
Quarto. Il pareggio di bilancio in Costituzione. Questo è davvero il mondo capovolto: sebbene la finanza privata viva di debiti e crediti sempre più illimitati, di economia di carta e d’irrealtà, si pretende che gli stati, invece, si autolimitino nella possibilità di gestire l’economia reale con la politica fiscale. A parte il povero Keynes che si rivolta nella tomba, e a parte il facile memento che dovrebbe venirci da quel che ha dovuto passare il povero Obama sotto il ricatto dei pasdaran fondamentalisti del Tea Party, è pazzesco che si pensi che la politica economica, semplicemente, non debba esistere. Raramente ho visto un simile furore ideologico antipolitico essere preso per cosa seria da illustri riformisti. Evidentemente, anche loro vivono nel mondo capovolto che stanno provando a farci digerire.
Quinto. La distribuzione del reddito e il contenuto della manovra. Se è vero quanto detto sopra circa gli effetti inevitabilmente depressivi di qualunque manovra per ridurre drasticamente e a tappe forzate il debito pubblico, è tuttavia certo che il modo con cui i tagli o le tasse possono essere imposti non è indifferente non solo dal punto di vista della giustizia o della morale, ma anche – quel che qui importa – per il diverso livello di “depressione” che imprimerà all’economia. È ben nota la diversa propensione al consumo delle diverse classi di reddito. È ben noto che tassare il lavoro o il reddito diretto d’impresa riduce la domanda di consumo e d’investimento, mentre tassare la ricchezza patrimoniale, mobile o immobile, ha effetti depressivi molto minori – sempre ammesso che li abbia. Insomma, tassare i ricchi è meglio che tassare i poveri anche dal punto di vista degli effetti economici della manovra. E del resto abbondano le evidenze empiriche che una più egualitaria distribuzione del reddito aiuti la crescita, come dimostrano ad esempio l’andamento dell’economia sotto Clinton in confronto ai disastri dell’era del Bush che stimolava l’economia con gli sconti fiscali ai super ricchi, per non dire delle performance sempre lusinghiere delle economie scandinave.
Ma, ovviamente, dopo che almeno a parole di patrimoniale si è iniziato a discutere, dalla manovra sta scomparendo perfino la sua pallida e storta imitazione, il contributo di solidarietà sui redditi alti. Mentre ormai anche i ricchi più avveduti stanno chiedendo a gran voce di contribuire in proporzione alla propria ricchezza, come del resto è scritto nella Costituzione, il nostro governo di Tea Party de noantri si guarda bene dal farlo.  
Sesto. La decrescita strutturale e la ragione sottostante della crisi. Questa l’ho scritta tante volte da annoiare perfino me stesso. Ma ahimè è la questione cruciale: il mondo occidentale è entrato in un periodo di decrescita strutturale a causa dell’esaurimento delle risorse “facili” – che è il vero motivo sottostante la crisi finanziaria ed economica. E presto anche il resto del mondo si troverà nella stessa situazione, pur non avendo fatto in tempo a godere dei nostri fortunati anni del carbone e del petrolio, perché con le risorse fisiche non si scherza. Si tratterebbe di trasformare una possibile e tragica decrescita infelice in una decrescita morbida e che migliori la qualità delle nostre vite ma, con tutta evidenza, ciò sarà impossibile se si continua pervicacemente con le stesse ricette che ci hanno portato fino a qui. E i politici e gli economisti prevalentemente maschi anzianotti e occidentali che guidano le danze non sembrano in grado di capirlo.
*****
Insomma, ci stanno dicendo che dobbiamo essere castigati – tagliare, risparmiare, rinunciare - non per buoni motivi (la crisi delle risorse), ma per cattivi motivi (lasciare le cose come stanno, salvare la finanza e i ricchi, perpetuare questo modello). Ci stanno facendo avvitare in una spirale di debiti che non possono ripagarsi per continuare a salvare i creditori. Mentre l’unica cosa sensata da fare, visto che è vero che le risorse disponibili nel medio periodo saranno per definizione di meno, è quella di ridistribuire massicciamente e forzosamente la ricchezza dai ricchi ai poveri, dalla finanza al lavoro, dai consumi energivori a quelli efficienti dal punto di vista energetico. C’è un gran lavoro da fare per pilotare il nostro mondo, l’Europa e l’Italia nella tempesta che ci attende con la fine delle risorse facili. Un lavoro che richiede equità, sobrietà, uso sapiente delle tecnologie, collaborazione e solidarietà più che competizione, e tanto uso efficiente dei beni comuni – e tanti beni comuni materiali e immateriali.
Qualcuno, fra i riformisti e non fra gli inutili massimalisti di cui questo paese abbonda, è disposto a proporlo?



[1] Per carità: sono il primo a dire che il debito deve essere sostenibile nel lungo periodo e quindi va progressivamente ridotto, che la pubblica amministrazione spreca ed è inefficiente al massimo grado, e che abbiamo una burocrazia e delle regole folli. C’è da fare efficienza per miliardi di euro, e va fatto assolutamente, tramite attente spending review e vere semplificazioni normative. Ma non è questo il punto.

 




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12 agosto 2011

Guai a toccare il mattone (e i patrimoni)

Riepiloghiamo.
Il popolo tutto è ormai quasi istericamente lanciato nella rivolta contro la casta dei politici. Faccende come il menu del Senato sembrano fatte apposta per attirare la riprovazione generale. Giustissimo e sacrosanto sarebbe intervenire, come spiega da par suo Gramellini.
Nel frattempo, pare che la manovra che questi qua vareranno stasera preveda un contributo di solidarietà sui redditi sopra i 90.000 euro (o 75.000, boh), mentre è esclusa ogni patrimoniale e ogni tassazione sulle case. Come ho già scritto, guai a toccare il mattone. E, come è evidente, il contributo sui redditi sarà pagato dai lavoratori dipendenti e non da chi ha grandi patrimoni.
Nel frattempo, l'ira per la casta dei politici, inspiegabilmente, non si allarga alla casta, ben più potente e ricca, dei grandi manager, dei grandi finanzieri o, semplicemente, dei ricchi che vedi ogni giorno circolare su auto costosissime, ostentare lusso, ecc. Ci si scandalizza poco tanto dei 20 milioni all'anno per Eto, quanto delle centinaia di milioni di Marchionne. Ma si sa, il diritto al lusso è sui cartelloni pubblicitari (e magari qualcuno finisce per pensare che sia davvero un diritto, e sfascia negozio come in Inghilterra...).
Anzi, la ricetta proposta per uscire dalla crisi è, appunto, tosare lo Stato per lasciare la ricchezza privata intatta, senza tentare nemmeno un poco di distribuirla meglio, questa ricchezza privata.

Forse, tutto questo odio anti casta dei politici, per l'ennesima volta, è un bel modo per fregare il popolo bue. Senza distinguere, semplificando, trovando un capro espiatorio indifferenziato, alla fine resta il lamento, il "sono tutti uguali". E il non vedere alcuna strada per cambiare.

PS. Ultimo post prima di due settimane di vacanze senza connessione Internet.


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8 agosto 2011

Rivolta e rivoluzione


Cosa distingue una rivolta da una rivoluzione? Perché i ragazzi poveri, disperati e violenti che in queste ore stanno bruciando Londra e saccheggiando negozi sono considerati facinorosi e accusati di essere parte di bande criminali giovanili, mentre i ragazzi di piazza Tahrir e quelli che si rivoltano in Siria sono considerati giovani rivoluzionari che lottano per il futuro e la democrazia?

Se ascolti il commento dei due giornalisti di Sky 24 alle impressionanti immagini in diretta della guerriglia londinese, ti accorgi come sia contraddittorio quel loro stigmatizzare i facinorosi e violenti, gli ingiustificabili atti di una minoranza di teppisti e, nel frattempo, quel finire per paragonarli (per l’uso di twitter e Facebook, per la disperazione sottostante), ai ragazzi della rivoluzione araba.

E del resto, sono certo che chi ascoltasse la televisione siriana, si sentirebbe raccontare che i ragazzi che si rivoltano contro Assad sono dei facinorosi terroristi nemici del popolo.

Sì, lo so bene che noi qua siamo ancora democrazie – e infatti siamo qui a discuterne, e infatti le immagini di Sky documentano tutto e la polizia londinese è sotto inchiesta indipendente per l’uccisione del ragazzo che ha scatenato tutto questo putiferio. Lo so bene che meglio sarebbe, a Londra, un movimento come quello degli Indignatos spagnoli, piuttosto che questa ribellione ovviamente senza sbocchi.

Ma, ad esempio, che ne pensate della disobbedienza civile che si sta diffondendo in Grecia, del “noi non paghiamo”? In qualche modo, una via di mezzo fra un movimento classico di protesta politica e una rivolta violenta e senza scopo.

****

Perché, almeno così mi sembra, il problema è che non si può pensare di continuare a comprimere intere generazioni sotto il tallone di una crisi finanziaria incomprensibile che lascia solo i poveri più poveri, i ricchi più ricchi, le ingiustizie più ingiuste. Mentre continuano a raccontarci che l’unica ricetta per uscirne è meno Stato sociale, meno aiuti alle persone, meno solidarietà, più competitività (più aggressività?), in definitiva più ferocia.

E visto che feroci bisogna essere, perché non esserlo fino in fondo, finiscono per dirsi quelli che hanno poco da perdere….

Oggi, svalutare il valore dei debiti e spostare la ricchezza dai creditori ai debitori sta diventando una questione di giustizia basilare e, più ancora, di semplice sopravvivenza di una società europea minimamente vivibile.

Ma, a quel che sembra, siamo governati da una classe dirigente di politici irresponsabili e di capitalisti e manager di un egoismo stratosferico i quali, incapaci di rivedere le proprie convinzioni e di guardare un po’ più in là del proprio naso, finiranno per portare ulteriore rovina.


12 giugno 2011

Perché Tremonti non può fare la riforma del fisco (oppure, perché non fidarsi di Tremonti)



Tremonti non può fare la riforma del fisco, né può "rilanciare la crescita", secondo il mantra globale attuale, perché Tremonti, come tutti i ministri dell'economia dell'Europa tranne quello tedesco, non dispone delle leve della politica economica e della politica monetaria. La sovranità monetaria degli stati è stata ceduta alla Banca Centrale Europea, che ha per statuto l'obiettivo idiota della stabilità dei prezzi (idiota perché unico e indipendente dagli altri, non idiota di per sè), e l'autonomia perfino arrogante dai governi. La sovranità economica è stata ceduta ai "mercati" e in particolare ai mercati finanziari che comprano i debiti sovrani e vogliono in cambio tassi di interesse che coprano dai rischi. E che non vedono loro, quando i rischi di un Paese aumentano, di approfittare chiedendo tassi più alti.


Questo, tuttavia, è solo il primo livello. Al secondo livello, bisogna anche ricordare che, pur all'interno di questi vincoli davvero deprimenti e che sarebbero da stravolgere al più presto, ci sarebbero dei margini di manovra per fare qualcosa. Ma in quel caso di Tremonti non ci si può fidare per almeno due motivi. Il primo, è che non è capace di fare le cose che servirebbero e che sta perfino cominciando a dire di voler fare. Sono anni che ogni tanto ne dice di apparentemente giuste ma il massimo che è riuscito a praticare è: condoni e tagli lineari. Il secondo, è che anche se improvvisamente rinsavisse, i suoi riferimenti politici e sociali sono quelli che non hanno interesse alcuno a cambiare le regole del gioco attuale. L'unico modo di rilanciare la "crescita" (un'altra volta tornerò sul senso vero che dovrebbe avere questo obiettivo, pazientate) è quello di avviare una bella cura di liberalizzazioni vere, una vera rivoluzione fiscale dal lavoro alla rendita e al patrimonio e ai consumi energetici, una feroce lotta all'evasione fiscale di grande dimensione e alla criminalità, un contratto unico del lavoro assieme a nuovi ammortizzatori sociali, e dare fondi fiducia e allegria a scuola ricerca e giovani. Tutte cose lontane mille miglia dagli interessi e perfino alla comprensione di chi ha votato il centrodestra.

Perché, ne sono certo, con il declino di Berlusconi entro pochi mesi tutti quelli che erano la sua corte - Tremonti e la Lega per primi - saranno velocissimi a riciclarsi, ad avere l'aria di dire che loro, con il disastro raccontato dall'Economist, non c'entravano niente, che passavano dalle parte di Berlusconi un po' per caso.

E no, cara Italia Futura, non è che perché Tremonti adesso fa il guardiano dei conti contro l'assalto alla diligenza, che è diventato bravo. Lo fa solo perché, visti i mercati e la BCE, non è capace di fare altro. Vediamo di non dimenticarcelo.


10 giugno 2011

Dichiarazione di voto

Prima di tutto, una cosa semplice sul referendum. Sebbene senta sempre più spesso dire in giro che è lecito non votare per dire NO (ossia far perdere i SI sommando furbescamente i NO virtuali agli astensionisti a priori), credo che questo trucchetto resti scandaloso per un motivo specifico: sopratutto nei posti piccoli, dove si conoscono tutti e il voto ahimé non è così libero come si crede, un simile meccanismo rende il voto nei fatti un voto palese e non segreto. Se sai a priori che chi va a votare vota SI, si è perso un elemento fondamentale della democrazia.
Quindi, onore al merito di quelli che stanno facendo campagna per andare a votare votando NO. Peraltro, qui c'è una condivisibile proposta per risolvere il problema del quorum.

Ciò detto, una breve nota sul mio voto.

Ho fatto un complesso viaggio attorno alle energie alternative e al nucleare, e quindi posso dire a ragion veduta che la scelta nucelare non è utile, e che possiamo provare davvero a seguire la strada della Germania. Consapevoli, però, che è una strada difficile e che la ricerca nucleare resta una cosa importante per il nostro futuro. Votare SI al referendum significa, per me, sottolineare che questo pseudo piano nucleare è semplicemente ridicolo, non che dopo non ci saranno più problemi energetici. Anzi, significa dire che, dopo, bisogna davvero ragionarci su un vero nuovo piano energetico nazionale credibile e praticabile.

Sull'acqua, il mio SI al quesito sulla privatizzazione e il mio perplesso NO (magari all'ultimo momento voto SI anche a quello) sul quesito sulla remunerazione del capitale derivano da poche considerazioni pratiche e molte teoriche. Le considerazioni pratiche sono che la norma che si prova ad abrogare con il primo quesito è davvero indecente non solo per l'obbligatorietà della privatizzazione e la negazione dell'autonoma (federale?) degli enti locali, ma sopratutto per la possibilità di vendere le quote azionarie delle multiultility comunali già quotate in borsa a trattativa privata, in modo non trasparente, ai soliti noti del capitalismo protetto italico o, nella migliore delle ipotesi (!), alle solite multinazionali. Mentre abrogare la frasetta sulla remunerazione del capitale in tariffa, sebbene probabilmente non comporterebbe gli sfracelli "economici" nella formazione della tariffa che i liberisti ad oltranza paventano, comporta comunque un certo rischio che - dopo - risulti difficile praticare tariffe sensate ed economicamente efficienti.
Le considerazioni teoriche sono tutte, estesamente, scritte qui. Sottolineo solo ancora una volta che la gestione industriale del ciclo dell'acqua richiede ovviamente professionalità e quindi aziende funzionanti e attente ai costi e all'efficienza. Ma che il punto cruciale, nella gestione di un bene comune (o almeno in parte comune e in parte economico), è la partecipazione e la trasparenza. Azionariato popolare? Comitati di controllo? Bilancio sociale? Pfrobabilmente molte di queste cose assieme, e assieme ad aziende affidate a manager indipendenti e autority di controllo forti e serie.

Sul legittimo impedimento, le cose son facili. E' un referendum che non serve quasi a nulla, ma fa davvero un piacere morale votare felicemente un bel SI.


1 giugno 2011

Back Office PD

Ogni tanto Luca Ricolfi si trasforma da commentatore intelligente che basa le sue analisi sui dati, a venditore di tesi a priori precostituite. Ancor prima dei ballottaggi aveva deciso che la vittoria di Pisapia e De Magistris era la vittoria della sinistra radicale e indeboliva il PD, ed oggi ritorna su questa tesi arrivando addirittura a dire che l'Italia dei Valori è andata meglio del PD alle urne, quando - come nota questa bella analisi di Termometro Politico, il risultato delle amministrative a sinistra premia assieme i candidati "radicali" e il partito riformista, il PD, penalizzando (sia nei fatti sia rispetto le attese) proprio SEL e IdV (e comunque qualcuno dovrebbe ricordarsi pure di Fassino...).

Credo proprio che il Ricolfi non sarà il solo, nei prossimi giorni, a battere su questo tasto, perché è un tasto utile a tutti i terzisti di ritorno per far tornare in gioco, in qualche modo, le patetiche speranze del terzo polo. L'importante, però, è che non ci caschi il PD.

Perché il PD ha dimostrato, grazie al circuito certamente faticoso delle primarie, di saper essere il "back office" della sinistra. Un back office messo a disposizione di nuovi leader, nuove facce, provenienti da altri partiti o dallo stesso PD (perché ci sono anche quelli). Senza back office il front office non esiste, produce solo rumore. Senza front office il back office non serve, non arriva alle persone.

Direi che è proprio il caso di continuare così, con tranquillità perseveranza e un po' di fiducia.


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20 aprile 2011

Ma è una vittoria o una sconfitta?

Ma la rinuncia al piano nucleare è una vittoria o una sconfitta?

E’ una vittoria per gli antinuclearisti convinti, quelli senza se e senza ma.

E’ una vittoria pure per chi è contro al nucleare in Italia e al piano un po’ avventuroso del governo, senza essere contrario a priori a quella tecnologia.

E’ una potenziale vittoria per la Westinghouse e i suoi amici dell’Ansaldo, una sconfitta per EDF ed Areva, se si vuole dare ascolto alle dietrologie secondo le quali lo stop nasconde un cambio di cavallo.

E’ una sconfitta per i nuclearisti senza se e senza ma, che del resto già non si sentivano tanto bene dopo Fukushima.

E’ una sconfitta per chi contava di usare la paura del nucleare come arma per arrivare al quorum nei referendum sull’acqua e soprattutto sul legittimo impedimento. Insomma, è una sconfitta per quel cinismo politico “di sinistra”, felice di approfittare delle disgrazie giapponesi ad uso interno:  la prospettiva di liberarsi di Berlusconi per via referendario-giudiziaria arrivando al quorum sul legittimo impedimento grazie alle paure più o meno irrazionali sull’atomo, del resto, è perfettamente simmetrica all’idea di Berlusconi di liberarsi del rischio referendum rinunciando al piano nucleare.

Se ci fosse una logica in Italia, sarebbe una sconfitta per la credibilità del governo, ma questo è un esito non automatico, perché molte volte le piroette politiche del nostro amato premier sono state abilmente rivendute. Non è detto che il probabile risultato immediato - niente quorum sul legittimo impedimento - comporti rilevanti costi politici in seguito. Dipenderà da ciò che fa l’opposizione.

Già, l’opposizione. Mentre la battaglia fondamentale resta quella delle elezioni comunali, in particolare a Milano, che fare dei referendum? La verità è che l’opposizione dovrebbe semplicemente continuare a fare la sua battaglia politica per portare a votare la gente, per spiegare le ragioni dei si (e del no?), a prescindere dai trucchi del governo per evitare il referendum nucleare e depotenziare gli altri tre. Insomma, non è che si può dare la colpa al governo se non riusciremo a convincere gli italiani a votare. E questo, i geniali raccoglitori di firme lo sapevano benissimo.


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5 aprile 2011

Mi vengono in mente idee che non condivido (*)

Certo, siamo tutti per le energie rinnovabili e contro il nucleare. Li abbiamo sentiti e detti tutti, in ordine sparso o meno, gli argomenti contro il nucleare. E passi che alcuni di questi argomenti, come quelli scritti ieri da Pirani, siano ben poco fondati.

Però perdonatemi, ma comincio a non sopportare più quelli che dicono no al nucleare e gli contrappongono un fantastico mondo di rinnovabili per tutti, senza fare i conti con la realtà, semplificando tutto a un problema di volontà politica e di spostamento degli investimenti.


Non li sopporto più non tanto perché non considerano che le rinnovabili attuali costano ancora troppo - che è un problema ma non è irrisolvibile - quanto perché spesso sono le stesse persone che strillano perché i campi solari “tolgono spazio” all’agricoltura e i campi eolici, signora mia, quanto distruggono il paesaggio. Secondo loro bastano i pannellucci sui tetti, e magari magari il mini eolico da giardino, meglio se disegnato da un bravo designer.

E sono gli stessi che non si preoccupano di spegnere il riscaldamento invece di aprire la finestra quando arriva la primavera.


Debora, giustamente esasperata, dice che gli italiani se lo meritano il nucleare, vista la loro incapacità di capire. Di capire non solo che se non si vogliono le centrali, bisogna sostituirle con qualcosa oppure (o anche) consumare davvero meno. Ma anche di capire che il picco del petrolio e la crisi energetica mondiale richiedono scelte non proprio indolori.


****

Ci mancherebbe, l’idea che l’acqua del rubinetto venga usata per ingrossare i profitti di antipatiche e ben poco etiche multinazionali ci fa abbastanza schifo. Le abbiamo viste all’opera nel terzo mondo, e la cosa non ci è piaciuta affatto. Quindi per combatterle diciamo giustamente che l’acqua è un bene comune, un bene pubblico. E tentiamo di impedire la privatizzazione obbligatoria dei gestori del servizio.


Tutto bene, però qualcuno mi deve ancora spiegare - davvero, vorrei che qualcuno dei sostenitori del referendum lo facesse - come si farà, una volta abrogata la possibilità di remunerare il capitale investito (quesito 2), a fare in modo che qualche banca presti alle aziende pubbliche di gestione i soldi necessari per i grandi investimenti in infrastrutture che servirebbero (lo dicono tutti, proprio tutti...) a mettere in sicurezza il nostro sistema idrico e a smettere di sprecare acqua potabile in gran quantità. Senza interesse e per beneficenza?


(*) Altan


22 marzo 2011

La destra disperata e la Libia

Si continua, fra i miei amici, a dibattere sulle posizioni della sinistra, a criticare il pacifismo senza se e senza ma, a ragionare, pur fra mille dubbi,di dovere, di male minore.  Insomma, le opinioni di gente come Bernard-Henry Lévy o Danie lCohn-Bendit contrapposte a quelle di Vendola.

Permettetemi di insistere. Io trovo questa discussione stantia e forse persino inessenziale: una guerra giusta è in qualche modo un’ossimoro, eppure sappiamo tutti che le brigate internazionali nella guerra civile spagnola, o la resistenza italiana sono state guerre giuste. Insomma, ogni volta che si presentano situazioni come quella libica ci sono da far convivere principi (e soprattutto fatti concreti ed esigenze, e persone in carne ed ossa) del tutto contrapposti e difficilmente conciliabili. E’ quindi inevitabile che ci sia chi propende per una strada e chi per un’altra, chi preferisca le sanzioni e chi le no fly zone, ecc. –sempre che si ragioni con chiarezza ed onestà intellettuale (ovviamente, con quelli che adottano il partito preso  secondo cui l’occidente ha torto per definizione e la guerra è sempre il male assoluto, è difficile parlare di opzioni politiche alternative e male minore).

Trovo invece molto più importante capire il perché a destra si sia coagulato, dalla Lega a vasta parte della base PDL e ai suoi giornali di riferimento, da Libero al Giornale, un fronte “pacifista” così agguerrito, in un paradossale ribaltamento rispetto ai tempi della guerra in Iraq. E trovo molto importante svelare e criticare con durezza la motivazione sottostante a queste posizioni, a prescindere dalla gradazione nel continuum pacifismo->interventismo che caratterizza il dibattito a sinistra.

Il “pacifismo” di destra, infatti, è motivato essenzialmente da un ragionamento al tempo stesso cinico, difensivo e disperato.

Un ragionamento cinico: preferiamo che il mondo musulmano sia governato da dittatori amici dell’occidente, in barba ai diritti umani e alle nostre dichiarazioni d’amore per la libertà, perché questo ci garantisce la sicurezza a casa nostra e, soprattutto, meno immigrati.

Un ragionamento difensivo: dopo i bei risultati delle guerre in Iraq e Afganistan, abbiamo smesso di credere alla possibilità di esportare la democrazia (cosa che, del resto, non ci interessa in realtà più di tanto). I nostri interessi li difendiamo meglio conservando, ovunque possibile, lo status quo.

Un ragionamento disperato: siamo accerchiati dalle orde dilaganti del fondamentalismo islamico che stanno vincendo in tutto il mondo arabo. Dietro le recenti rivoluzioni ci sono i fratelli musulmani; solo un occidente imbelle che crede alla favola della democrazia (un occidente obamiano) può credere che i giovani egiziani o tunisini che si sono ribellati siano maturi per la democrazia (tradotto: siano capaci di non romperci troppo i coglioni con le loro pretese). Solo rinchiudendoci nel nostro fortino ci salveremo.

Far capire che questa impostazione cinica, difensiva e disperata è prima di tutto perdente per il paese e per le persone, perché ci chiude in un angolo di rancore e paura e mancanza di futuro, mi sembra molto più importante che accapigliarsi sulla capacità di Vendola di prendersi fino in fondo le sue responsabilità.


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10 marzo 2011

Maigret e la riforma della giustizia

Una delle situazioni più ricorrenti nei romanzi di Simenon con Maigret protagonista, è quella nella quale il commissario della polizia giudiziaria si trova in contrasto con il magistrato che, spesso e volentieri, ne ostacola le indagini e pretende che segua o - più spesso - non segua certe piste scomode.

Leggo che uno dei punti della famosa riforma “epocale” della giustizia sia l’indipendenza dalla polizia giudiziaria dal pubblico ministero. Sembrerebbe una scelta che viene incontro ai desideri più riposti di Maigret. Sembrerebbe che, se diamo credito al realismo delle situazioni narrate da Simenon, lasciare i poliziotti agire in libertà, con la loro maggior conoscenza del delinquente di turno, sarebbe davvero una buona cosa.

Però, però....

Però il conflitto quasi sempre scoppia quando il magistrato, uomo appartenente a una classe sociale elevata, si oppone a indagini che rischiano di scoprire i peccati di quella classe, o preferisce proteggere un qualche intoccabile. Il contrasto fra Maigret e il magistrato di turno, insomma, è più che altro un conflitto di classe, sottolineato in tutti i modi dalla caratterizzazione del personaggio del commissario, di origini umili e conoscitore di umili - e di uomini in genere. E sostanziato dalla descrizione di una immutabile realtà nella quale i magistrati sono appunto, classe elevata che esercita la solidarietà di classe.

Fra i tanti cambiamenti della modernità, c’è anche quello che, a partire dagli anni‘70, e certo con gran fatica, ha cambiato provenienza sociale, convinzioni e azione della magistratura. Dai primi “pretori d’assalto” che si occupavano finalmente di salute nei luoghi di lavoro, a quelli che hanno smesso di praticare a priori una “giustizia di classe”, fino all’esplosione (positiva e negativa) di tangentopoli.

E così, paradossalmente, per ripristinare una giustizia “di classe” - nella quale il potere della pubblica accusa è indebolito a favore della difesa privata, e i ermini importanti qui non sono accusa e difesa, ma pubblico e privato, perché la difesa privata è tanto più forte quanto più i lprivato da difendere ha i mezzi economici per farlo - il governo si trova costretto a provare ad attaccare chi, nel passato, era il migliore custode dello status quo.

 

Chi fra i miei 24 lettori (*) desse un’occhiata al badge Anobii,si accorgerebbe della costante presenza dei romanzi gialli di Simenon.

(*) copyriìght Champ




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8 marzo 2011

Spocchia

Ovviamente il fatto che il Giornale e Libero sparino ad alzo zero contro l’8 marzo “strumentalizzato” in chiave anti Berlusconi è irrilevante. Piùsottile, perché coglie uno spocchioso sentimento che aleggia anche nella sinistra liberal con la quale spesso mi accompagno, è il ragionare alla Filippo Facci, secondo il quale le manifestazioni (il 13 febbraio, l’8 marzo, il 12marzo, il 17 marzo....) sarebbero un facile autossolversi, parate autoreferenziali al massimo utili a dar lavoro ai giornalisti.

Quindi: se l’opposizione non scende in piazza, non manifesta, non si oppone“nel paese e in parlamento”, è un’opposizione imbelle e inutile e politicamente irrilevante.

Però se trova forza e voglia di scendere in piazza, se prova a modificare con la mobilitazione i rapporti di forza, a bucare il video e modificare almeno un po’ l’agenda politica del paese, allora è autoreferenziale ed è la solita accozzaglia radical chic che scende in piazza.

 ******

Sommessamente, vorrei ricordare a tutti che le conquiste del secolo passato sono tutte frutto di mobilitazioni di massa, di momenti nei quali le persone si sono trovate e ritrovate, hanno detto la loro. Sommessamente, oso perfino ricordare l’Egitto e la Tunisia odierne.

Poi, certo, non tutte le manifestazioni hanno la stessa portata e lo stesso senso. poi, certo, i movimenti si stancano, la fatica affiora, le divisioni emergono.

Però, per favore, se a destra usano questi argomenti è perché devono attaccarsi a qualcosa per nascondere la loro paura. E quindi, a sinistra, meno spocchia.


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21 febbraio 2011

Real politik?

Because something is happening here

But you don't know what it is

Do you, Mister Jones?


Forse, ossessionati come siamo dal nostro ombelico berlusconiano, non ci rendiamo conto che quel che sta succedendo in tutta la zona del petrolio arabo - certo, la Libia ci riguarda più direttamente - è probabilmente un evento che cambierà il corso della storia, proprio perché è direttamente correlato alla grande crisi mondiale. Grande crisi che, ora si vede anche più bene, è prima di tutto crisi energetica e da fine delle risorse fossili, più che crisi dei mutui subprime.

La miopia politica e strategica dell'occidente si vede proprio da qui: ostinarsi a sostenere dittature "amiche" per assicurarsi presunta stabilità e petrolio, senza fare quasi nulla - o comunque facendo troppo poco - per sviluppare fonti alternative e rinnovabili, e senza provare ad aiutare le popolazioni e la libertà di quei paesi, si sta dimostrando una real politik al contrario. A forza di business as usual, richiamo di trovarci senza petrolio e senza stabilità.


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18 febbraio 2011

Il 14 dicembre



Il 14 dicembre 2010 rischia di essere ricordato come il momento nel quale Berlusconi si sarà avviato al definitivo e duraturo controllo totalitario dell’Italia. La sconfitta delle opposizioni in quella data sta portando rapidamente allo sfaldamento del sogno di una nuova destra liberale e legalitaria, simile a quella degli altri paesi sviluppati, come si dice sempre.

Il fatto è che, anche se Fini non poteva ormai che provare a barattare il domani con il dopodomani, il suo progetto è destinato ad un triste fallimento per almeno due motivi convergenti.

Primo, Berlusconi è il primo politico al mondo che può letteralmente comprare il consenso che gli serve. Un potere dei soldi così concentrato è una novità assoluta e devastante.

Secondo, in Italia non esiste minimamente una opinione pubblica o un blocco sociale che abbia in testa la “destra moderna ed europea” che qualcuno sogna. Le masse di destra nostrane sono semplicemente e stabilmente forcaiole, e le classi dirigenti (industriali, manager, ecc.) che dovrebbero avere interesse a una politica di destra davvero liberista, o sono pavide, o sono squallide, o incapaci.


Affidarsi all’illuminismo di destra per far fuori il caimano è altrettanto illusorio che affidarsi all’illuminismo di sinistra, allo strillare davvero radical-chic stile Giustizia e Libertà.

Resta la speranza a lungo termine della mobilitazione delle donne, e il lavoro altrettanto a lungo termine della ricostruzione di una proposta politica e di una nuova credibilità per il PD.


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17 febbraio 2011

Tecnocrazia

Uno dei tanti segnali della crisi della democrazia è la costante tentazione tecnocratica che assale e spesso pervade anche le menti più benintenzionate. Ad esempio oggi Michele Salvati sul Corriere si lancia nell’ennesima filippica sul Paese bloccato a causa delle mancate riforme, e motiva tali mancate riforme associandole alla forza delle corporazioni ma soprattutto alla inutilità e incapacità della politica, vista come un ostacolo alla trasformazione.

Come sempre, però, quali siano le riforme giuste lo sa, a priori, il tecnocrate illuminato di turno (in questo caso il buon Salvati). Qui, non è importante che quasi sempre si tratti della solita ricetta standard “crescita a tutti i costi + liberismo” che non ha funzionato non perché non supportata da una politica incapace, ma perché non poteva funzionare in ogni caso. Il punto importante è che dire che la politica non è per definizione in grado di interpretare i “veri” bisogni del Paese, significa dire che solo una supposta tecnocrazia illuminata è in grado di fare il bene comune. Del resto, l’irrefrenabile tendenza a moltiplicare le autorità indipendenti soprattutto in economia è un evidente segnale dell’affermarsi di questa ideologia dell’incapacità della democrazia di funzionare.

Ovviamente, il sospetto è che questa ideologia sia funzionale a dare spazio e libertà d’azione alle lobby, visto che le autorità indipendenti lo sono probabilmente verso la politica, certamente verso i cittadini comuni, molto raramente verso gli interessi organizzati. Gli stuoli di esperti che operano nelle cosiddette autorità indipendenti, del resto, di norma sono stati formati proprio da scuole profondamente intrecciate con tali interessi.


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10 febbraio 2011

Numeri, fatti e mantra

Mantra numero uno: il consenso per Berlusconi non scende, qualunque cosa accada dal lato dei suoi guai giudiziari e sessuali.

Mantra numero due: l’opposizione è debole perché il PD non ha un programma e non parla dei problemi del paese ma si fa trascinare solo dall’antiberlusconismo giustizialista.



Oggi ho dato un’occhiata al sito che raccoglie i sondaggi politico elettorali. Ovviamente non ci sono dati univoci e facilmente interpretabili, ma una tendenza alla riduzione dei voti al centrodestra mi sembra evidente, ed anche evidente mi sembra la sia pur lenta riduzione della credibilità di Berlusconi (peraltro, non mi fido molto dei sondaggi sulla “fiducia e popolarità” dei leader, che in genere finiscono per tracciare quasi solo il fatto che chi risponde ha sentito nominare un certo politico. Ma questo è un altro discorso).

Mi ha colpito in particolare questo sondaggio di Piepoli del 2 febbraio. La risposta alla domanda “Qualora si andasse a elezioni anticipate quale delle seguenti coalizioni Lei preferirebbe che vincesse per il bene del Paese?” la risposta è 44% centro sinistra e 42% centrodestra. Alla domanda “Quale delle seguenti coalizioni vincerebbe secondo Lei se si andasse alle elezioni anticipate?” la risposta è 60% centrodestra e 31% centrosinistra. Una plastica dimostrazione che a forza di ripetere che Berlsuconi non perde consensi e che se si vota adesso il centro destra vince, il mantra agisce e la profezia si avvera.


Ieri Bersani ha presentato 41 iniziative di liberalizzazione (e molte sono già proposte di legge depositate). Le ultime tre assemblee del PD hanno licenziato un programma sostanzialmente completo su tutti i principali problemi del paese, con idee spesso assai innovative. Ovviamente si può discutere sul merito di quelle proposte (come ho fatto ad esempio qui), ma il mantra dice che il PD non ha proposte e programma, e quindi tutto ciò deve essere occultato. Per fare in modo che i nostri pigri commentatori politici più o meno terzisti possano continuare a dire che l’opposizione non c’è e non è credibile. Come sempre, profezie che si autoadempiono.


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30 gennaio 2011

Guai a toccare il mattone

Ieri Alessandro Penati, nella sua rubrica sui mercati su Repubblica, attacca con notevole ferocia qualsiasi idea di patrimoniale, prendendosela con Giuliano Amato, che ne aveva parlato tempo fa, con il Veltroni del Ligotto 2 e con Pellegrino Capaldo che ne ha parlato sul Corriere. La ferocia dell’attacco nasconde però un’inconsistenza nel merito economico e, soprattutto, un’idea di fondo piuttosto deprimente del mondo e della politica.

Nel merito dell’argomentazione:

1) Si usa la tecnica di fare la caricatura delle proposte altrui.  Ad esempio, la patrimoniale ipotizzata da Veltroni è una imposizione straordinaria e provvisoria per i più abbienti e, soprattutto, non è proposta come la soluzione che da sola sia in grado di ridurre il debito, come vuole far credere il buon Penati. Ed anzi, la proposta di Veltroni punta molto all’efficienza dal lato della spesa (spending review su ogni capitolo ed ogni ente, ecc.).

2) Si sostiene con molta approssimazione che tassando la ricchezza dei molto ricchi si riduce direttamente il consumo e quindi la crescita, ignorando che una riduzione di una ricchezza molto concentrata non necessariamente si traduce immediatamente in una riduzione di reddito, e in particolare ignorando la diversa propensione al consumo di ricchi e poveri.

3) Non si prende nemmeno in considerazione la realtà complessiva di queste proposte. Se si guarda in particolare all’insieme di proposte fiscali del PD (e quelle veltroniane sono molto coerenti con quelle ufficiali per questi aspetti), si vedrà che esse ipotizzano in gran parte non un aumento ma una sostituzione di base imponibile, da spostare dal reddito da lavoro alla rendita (e al consumo energetico, ma questo è un altro discorso), e dai redditi/ricchezze più bassi a quelli più alti.


Ma sopratutto, c’è una questione di metodo e filosofia. Il ragionamento di Penati è da BAU e da mainstraem economico più trito per almeno due grandi motivi:

1) Guai a toccare il mattone in Italia. L’idea di tassare un po’ di più di quanto non si faccia la proprietà immobiliare è vista come una vera bestemmia “a prescindere”. L’idiosincrasia degli italiani verso chi gli tocca la casa, evidentemente condivisa dal Penati, è solo di poco inferiore a quella espressa quando gli tocchi la macchina, l’altro bene intoccabile e, come la casa, causa di gravi guai per il nostro bel paese. Eppure, come dimostra ad esempio questo studio, il settore immobiliare è proprio uno dei pochi nei quali i livelli di tassazione nostrani non sono così elevati....

2) in pratica, la tesi è che non si può fare niente perché la vera ricchezza patrimoniale (quella non immobiliare) non è tassabile perché è all’estero o chissà dove e troppo liquida. Ossia, la tesi è che la famosa globalizzazione è immodificabile, non governabile, non affrontabile. E’ così e basta, e l’unica cosa che si può fare è fare lo stato minimo e ridurre il welfare ecc. perché così vogliono “i mercati”.


3) Ossia, il pensiero profondo, certamente non detto, forse nemmeno chiaro all’autore che è sicuramente un riformista moderato pieno di buone intenzioni, è che il mondo farà pure schifo, ma non c’è alcun modo per renderlo un posto più vivibile: che la rendita del mattone continui pure ad essere la cosa migliore da fare, cosicché finalmente possiamo trovarci in una bella Italia tutta asfaltata, un deserto per i turisti. E che l’ingiustizia distributiva crescente continui pure allegramente a stroncare le nostre economie occidentali, che tanto - forse - prima o poi ci penseranno i cinesi a toglierci dai guai comprandoci. Se avranno motivo di comprarci, perché se nel frattempo l’Italia sarà un unico cementificio, avrei qualche dubbio in proposito.


24 dicembre 2010

Letterina di natale

Cara Susanna Camusso,
vorrei farti qualche domanda sulla FIOM. E chiederti se puoi fare qualcosa per evitare che quel sindacato (cui sono iscritto) non ci porti alla più storica e definitiva sconfitta dei diritti dei lavoratori, e non porti l’intera CGIL alla irrilevanza.

Parto da due premesse essenziali per spiegare quel che penso.
Primo, per me Marchionne sarà credibile, nel suo diffondere ideologia modernista, solo quando assieme ai sacrifici che chiede ai lavoratori, dichiarerà che si è autoridotto lo stipendio del 20% o giù di lì. Tanto per dare un piccolo segnale di equità.
Secondo, l’ipotesi di una Fiat “americana” mi sembra una castroneria anche dal punto di vista strategico. Quel che servirebbe, sia nelle relazioni industriali sia nella strategia di modelli, sarebbe copiare la Germania, non gli USA delle auto più inutili e invendibili del momento.

Ciò detto, però, mi chiedo se la FIOM, difendendo a priori l’indifendibile fin da Pomigliano (le assenze allegre, il rifiuto a impegnarsi a rispettare l’accordo almeno per un certo periodo per dare certezza all’azienda, impegnandosi a non scioperare, e altri “no” più o meno pretestuosi), non abbia aperto praterie di consenso a Marchionne e alle sue idee, e non abbia consentito agli altri sindacati di fare il gioco fin troppo facile dei “responsabili”.
Non sarebbe stato meglio evitare di mettersi di punta, sapendo che si sarebbe perso, è trovare invece il modo di costringere CISL e UIL a tenere almeno su qualche punto? Non sarebbe stato meglio capire che era il momento di fare almeno un po’ di autocritica su un atteggiamento irresponsabilmente garantista verso i “lavativi”, in un momento storico in cui l’odio verso i “lavativi” - giusto o sbagliato, esagerato e motivato che sia- trova un consenso davvero globale?

Il fatto è che ora ci troviamo solo peggio. E la durezza delle posizioni della FIOM sa più di irresponsabilità e, nel migliore dei casi, di inutile testimonianza, che di capacità di fare trattativa sindacale


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permalink | inviato da corradoinblog il 24/12/2010 alle 16:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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