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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


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29 novembre 2005

Programmi

Sono stato facile profeta a prevedere che presto qualche terzista si sarebbe alzato per lamentare che l'Unione non ha un programma. Più precisamente, quando DS o Margherita presentano ponderose elaborazioni programmatiche, complesse ed argomentate, si lamenta l'assenza di quattro/cinque idee forti e semplici. Quando qualche politico dell'Unione si lascia andare ad esprimere qualche idea forte - e perciò magari un po' semplificata - ecco gli stessi terzisti gridare di nuovo alla mancanza del programma.
Credo proprio non si debba dare troppo retta a questi signori, anche se programma e idee forza sono cosa seria e merce rara, e anche quando qualche loro specifica idea può essere perfino giusta...




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28 novembre 2005

Memoria - una citazione

"Dimenticare" ha la stessa radice di demente. Chi dimentica perde la mente, diventa stupido. Invece "ri-cor-dare" viene da cuore che per gli antichi era la sede della memoria


Ascanio Celestini




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22 novembre 2005

L'agenda

Non commettere atti che non siano puri, cioè non disperdere il seme. Feconda una donna ogni volta che l’ami, così sarai uomo di fede. Poi la voglia finisce ed il figlio rimane, e tanti ne uccide la fame. Io forse ho confuso il piacere e l’amore, ma non ho creato dolore.

*

Ho sentito per radio un editoriale de L’Avvenire, che, oltre a difendere in modo morbido l’ipotesi dei volontari anti aborto nei consultori, notava che oggi il problema dell’aborto non è più tanto delle “nostre” donne che vogliono affermare il proprio diritto di decidere del proprio corpo, ma più che altro delle donne migranti, delle colf o badanti in nero che non sanno come gestire un figlio.

Mi sembra che questa specie di necrosi della memoria collettiva che ci attanaglia giochi brutti scherzi. Ed offra utili spiegazioni ex post per giustificare la voglia matta di rimettere in discussione la legge 194.

Perché io ricordo benissimo che ai tempi della legge 194 e del successivo referendum, chi difendeva quella legge lo faceva soprattutto ricordando la piaga degli aborti clandestini, delle mammane che, nel segreto e nell’ignoranza, procuravano aborti alle donne più povere ed ignoranti. Le migranti di allora.

Cosa ci sarebbe di tanto diverso, dunque?

*

Ma, quello che anche mi deprime di questa discussione, è il fatto che, come sempre, l’agenda della discussione politica la fa, la continua a fare la destra (o la gerarchia ecclesiastica). Tanto per dire, mentre nell’Unione si cincischia in polemichette sulla velocità del ritiro dall’Irak, Berlusconi tranquillo tranquillo dice che lui ha già deciso il ritiro entro il 2006.

E nel frattempo, i DS pubblicano e presentano un ponderoso programma di governo (scritto nelle chiuse stanze, peraltro…), ma nessuno ne parla. E, vedrete, presto su qualcuno dei nostri quotidiani indipendenti il solito editorialista terzista rampognerà la sinistra perché non ha il programma….

*

…sarà dura, molto dura. Nessuno mi convincerà che le elezioni sono già vinte…




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22 novembre 2005

[Tecniche] il caratteraccio della rete

da leggere assolutamente per capire cosa succede alla rete. 




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18 novembre 2005

[Sommario] Il sommario cultura d'impresa

(aggiornamento al 28 marzo 2006)




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18 novembre 2005

[Sommario] Il sommario della BeDè

 Il sommario della rubrica BeDè

(aggiornamento al 18 novembre 2005)




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18 novembre 2005

[Sommario] Il sommario dell'Europa

 I post della rubrica Europa


(aggiornamento al 28 marzo 2006)




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18 novembre 2005

[Sommario] Il sommario dei libri letti

Zygmunt Bauman, La società sotto assedio, Laterza
Georges Simenon, Il presidente, Adelphi
Emmanuel Todd, Dopo l'impero, Net
Honorè de Balzac, Eugenia Grandet, Garzanti
Silvano Andriani, L'ascesa della finanza, Donzelli
Lev Tolstoj, Guerra e pace, Einaudi
Georges Simenon, Maigret e la giovane morta, Adelphi
M.V. Montalban, La rosa di Alessandria, Feltrinelli
Georges Simenon Il crocevia delle tre vedove, Adelphi
Andrea Vitali Un amore di zitella, Garzanti
Romain Gary Educazione europea, Neri Pozza
Manuel Castells, Pekka Himanen, Società dell'informazione e welfare state, Guerini
Georges Simenon, Il clan dei Mahé Adelphi
Paul Ginsborg, La democrazia che non c'è Einaudi
Honorè de Balzac, Onorina, BUR
Jacques Attali, Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo, Fazi
John Brunner, Grazie di tutto, Urania
Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi (rilettura)
Francesco Magris, Tornaconti, SEI
Honoré de Balzac, Splendori e miserie delle cortigiane, Garzanti
Abraham B. Yehoshua, Il poeta continua a tacere, Leonardo
Honoré de Balzac, Illusioni perdute, Garzanti

Giorgio Ruffolo, Lo specchio del diavolo, Einaudi

Irène Némirovski, Suite francese, Adelphi
Salvatore Rossi, La regina e il cavallo, Laterza
Georges Simenon,
L'horloger d'Everton, Livre de Poche
Mario Bolognani, Bit Generation, Editori Riuniti
Massimo Carlotto, Arriverderci, amore ciao, EO
Paolo Borioni, Cesare Damiano, Tiziano Treu, Il modello sociale scandinavo, NIE
Luciano Gallino, L'impresa irresponsabile, Einaudi
George Steiner, Una certa idea di Europa , Garzanti
Victor Hugo, I miserabili, Oscar Mondadori
Lorenzo Mattotti e Jorge Zentner, Il rumore della brina, Einaudi
Art Spegelmann, All'ombra delle torri, Einaudi
Igort, Baobab n.1, Coconino Press
Sandro Onofri, Registro di classe, Einaudi
Massimo Carlotto - Marco Videtta, Nordest, EO
Giorgina Arian Levi, Tutto un secolo, Giuntina
Amos Oz, Una storia d'amore e di tenebra, Feltrinelli
Oreste Del Buono, Niente per amore , Feltrinelli
Igort, 5 è il numero perfetto, Coconino Press
Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana, Rizzoli
Gustave Flaubert, Tre racconti ( Un cuore semplice San Giuliano ospitaliere, Erodiade), Garzanti
Franz Kafka, Il processo, Mondadori
Abraham Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane , Einaudi
Eileen Power, Vita nel Medioevo , Einaudi
Georges Simenon, L'ombre chinoise, Fayard
Guido Crepax, Valentina in giallo , Milano Libri
Elena Lowenthal, Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini&Castoldi
Lorenzo Mattotti, Claudio Piersanti, Stigmates , Seuil
Marcel Proust, Dalla parte di Swann , Mondadori
Georges Duby-Robert Mandrou, Historie de la civilisation francaise, Agora Pocket
Georges Simenon, La camera azzurra , Adelphi
Tiziano Terzani, Un indovino mi disse , TEA
Michele mari, Euridice aveva un cane , Einaudi
Robert Castel, L'insicurezza sociale , Einaudi
Georges Simenon, Le pendu de Saint-Pholien , Pocket
Jaques Le Goff, La naissance du Purgatoire , Folio/Historie
Laura Pennacchi, L'eguaglianza e le tasse , Donzelli
Georges Simenon , Maigert et son mort, Livre de Poche
Will Hunting, Europa vs America , Fazi
Abraham Yehoshua, Antisemitismo e sionismo , Einaudi
Michele Mari, Tutto il ferro della Tour Eifell , Einaudi


(libri letti da quando esiste questo blog, agosto 2004. ma ormai sta tutto su anobii)




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18 novembre 2005

L'ingerenza su misura

Vedo che non sono solo. Questo pensa Barenghi.




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18 novembre 2005

Rifkin e rivolte metropolitane

Una bella citazione da meditare




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18 novembre 2005

Bollicine

Il grande Furio Colombo ha bacchettato su l'Unità di ieri il sussulto no global del Consiglio comunale di Torino. Dicendo in breve che:

  1. se non gli piaceva la Coca Cola come sponsor alle Olimpiadi invernali, potevano svegliarsi prima
  2. la Coca Cola non è solo e sempre il demonio
  3. uno dei primi boicottaggi della Coca Cola è avvenuto in corrispondenza alla guerra dei sei giorni del 1967, quando definitivamente la sinistra si è appiattita sulla scelta anti israeliana e filo araba dell'URSS. Ma quella guerra, vinta da Israele, fu provocata da una aggressione degli stati arabi.

Come dargli torto?
Eppure, grande scandalo e montagne di lettere al giornale, fra cui spiccano alcune da cui continua a trasparire il vecchio pregiudizio anti-israliano della sinistra. Ma, per fortuna, anche lettere di apprezzamento e approvazione.

Trovo tutto ciò assai positivo, perché a forza di botte e spinte lo spirito veramente laico, quello che impedisce di prendere posizioni a priori solo per preconcetti o motivi ideologici, si fa strada anche fra i miei amati compagni. Avere in testa una interpretazione del mondo di fondo, delle linee guida, una visione politica e storica, perfino una visione ideologica delle cose è cosa buona e giusta. Usarla come una clava e farsene paraocchi, è il guaio di tutti i fondamentalismi
.




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18 novembre 2005

Mi tocca difendere Bossi?

Oggi la CEI ha rivolto i suoi strali contro la riforma costituzionale. Ieri contro la pillola abortiva. Oggi la CEI ha ragione nel merito, ieri no. Per questo oggi possiamo usare gli argomenti della CEI come supporto alle nostre ragioni?
Non direi proprio. Piuttosto, mi sembra sempre più evidente che questi vescovi stanno facendo un vero partito. Il ché va benissimo, basta abolire il concordato e tornare a "libera chiesa in libero stato". In caso contrario, bisogna continuare a dire che questi interventi a gamba tesa non posssono essere accettati da uno stato laico. E poi, da quale pulpito viene la predica contro le "guide spirituali" iraniane?




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16 novembre 2005

da leggere

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2005/11_Novembre/15/padoa.shtml




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16 novembre 2005

banlieues

A qualche giorno dall'esplosione delle banlieues, e mentre l'incendio sembra calmarsi (ma per quanto?), forse è possibile abbozzare un bilancio e un'interpretazione. E proporre, per quanto possibile, una visione propositiva ed “ottimista” della faccenda.

Mettiamo insieme i pezzi.

Prima di tutto, mi sembra emerga come dato evidentissimo il tentativo di addossare al “modello francese” di assimilazione dell'immigrazione tutte le colpe di quanto è successo e sta succedendo. E' colpa, dice la vulgata, dell'impossibile pretesa di considerare gli immigrati cittadini uguali agli altri. E' colpa dell'impossibile pretesa di integrarli nella cittadinanza comune. Meglio in fondo, dice sempre la vulgata, la soluzione “comunitaria”, dove ciascuno conserva la sua identità. Tanto, ghetti sono sia quelli francesi che quelli inglesi.
In molti commenti di provenienza anglosassone, si sente fortissimo l'astio, unito a felicità malata per quanto successo.
Quello riportato da Rampini, tratto dall'Herald Tribune, è uno dei moltissimi, ed è facile vederci in trasparenza la voglia di rivincita contro questi maledetti francesi sempre primi della classe, con i loro valori repubblicani, e contro quel De Villepin che si permise di strapazzare Bush all'ONU sulla guerra di civiltà all'Irak. Castor segnala qualcosa di peggio visto in TV.
Su tutto questo, però, mi sembra sia sufficiente leggere e meditare l'ottima Barbara Spinelli, di cui qui riporto un pezzo (ma che credo vada
letta integralmente):

Attorno alla Francia c'è in questi giorni una strana animazione euforica, che somiglia molto alla Schadenfreude, alla gioia per il male altrui ed è intensa in Inghilterra e Stati Uniti. La Francia era così fiera del suo modello laico-repubblicano, ed ecco che d'un colpo esso sembra sgretolarsi e finire. Già da tempo non era un modello di moda, con la sua ambizione a oltrepassare le identità etniche-religiose, a dare a tutti una medesima appartenenza cittadina, a chiedere al diverso l'assimilazione. Di moda sono il multiculturalismo, le quote per etnie o religioni, il comunitarismo: anche se questa ricetta s'è rivelata non meno disastrosa, gettando nel caos le periferie olandesi, le borgate tedesche, e nell'Inghilterra del 2001 le città di Bradford, Burnley, Oldham. Anche per questo è così miope e inane, celebrare la sepoltura del modello francese. Si fa presto a dire che l'idea d'integrazione-assimilazione è fallita, solo perché oggi è applicata male e perché nella storia fu una trappola per le comunità ebraiche. È uno stupido verdetto demolitore, che accomuna scettici di destra e sinistra. I primi incensano Sarkozy, e non a caso il ministro dell'Interno candidato alla successione di Chirac propone l'introduzione di quote immigrati, quindi la tribalizzazione: nel malessere sociale delle banlieue, egli non vede che ardori identitari. I secondi riconoscono che le nostre società son fatte di molte culture, e vorrebbero preservarle immutate tutte. Anch'essi, in realtà, sognano la tribalizzazione.

Il modello francese non è fatalmente condannato, in questi giorni, e solitamente i modelli riusciti di convivenza non muoiono per un intrinseco vizio. Muoiono perché i mezzi non sono riaggiustati per il fine che ci si propone, proprio come capita all'unità europea. Anche quest'ultima è data oggi per morta, essendo contestata. La tendenza disfattista è il peggio che si possa fare. Vuol dire non s'intende meditare su rimedi che compensino nei quartieri caldi la difesa della legalità. Vuol dire che non ci si propone di parlare a una generazione per cui il futuro è baratro. Che non si vogliono correggere i modi in cui i modelli sono realizzati.

Contro questa tendenza disfattista, quindi, bisogna lavorare. Certo, in questo senso l'apprendista stregone Sarkozy sta facendo di tutto per allevare la rivolta a fini elettorali e per solleticare la eterna voglia di legge e ordine dei piccoli borghesi. Ma se non ci fermiamo a questi aspetti, che in fondo sono di piccola polemica politica spicciola, possiamo provare a vedere oltre. Individuando i punti critici maggiori, e immaginando una politica di lungo periodo.

I punti critici: a livello di massimi sistemi, la mancanza di una risposta credibile di sinistra e sociale al neoliberismo. A livello più concreto e immediato, la creazione di ghetti fisici – quartieri di soli emarginati – qualunque sia il “modello” di integrazione e di sviluppo adottato. Il ritirarsi della buona borghesia nei ridotti dei quartieri bene. La ingiustizia sociale e la crescita della diseguaglianza accompagnata alla mancanza sistematica di lavoro e alla altrettanto sistematica mancanza di cultura e scuola.

Le vie di uscita possibili: a livello di politica internazionale e di “aiuto allo sviluppo” (un termine che quasi non si riesce più ad usare, visti i fallimenti), sarebbe ora di adottare soluzioni originali di integrazione mediterranea, come quelle suggerite da Beppe in un bel post: sedi universitarie europee nel Magreb, Erasmus mediterraneo, microcredito. A livello di gestione urbana in Europa, si possono fare politiche urbanistiche basate sull’idea di policentrismo urbano, incentivando la ridislocazione della popolazione fuori e dentro gli (ex) ghetti (oggi l’Unità pubblica un bell’articolo di Morassut in proposito). E politiche di recupero culturale basate su un oserei dire mostruoso investimento in istruzione di base. È troppo recente la constatazione del livello di analfabetismo qui da noi, e dei fallimenti del sistema di istruzione in Francia, per poter ignorare che è sempre qui, nei mezzi culturali di interpretazione della realtà, che sta il vero problema.

E infine (e con questo, in fondo, si torna ai massimi sistemi della mancanza di risposta al neoliberismo), rendere meno precario il lavoro, fornire servizi e assistenza e aiuto e reti di protezione quando non si ha un lavoro, non smettere mai di provarci, e non lasciarsi affascinare troppo dal workfare di blairiana memoria.

*

Stop. Anche se sul “modello” ci sarebbe davvero ancora molto da dire. Visto che la deriva identitaria affascina sempre di più molti, come si può vedere ad esempio seguendo questa sequenza di commenti.




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11 novembre 2005

Tutto sui curriculum vitae

Leggere qui, prego




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10 novembre 2005

[Classifiche] LP cui sono affezionato e che non ho più

Van der Graaf Generator - The least we can do is wawe to each other
Francesco Guccini – L'isola non trovata
Francesco Guccini – Due anni dopo
Claudio Lolli – Ho visto anche degli zingari felici
Jorma Kaukonen – Quah
Moody Blues – A question of balance
Moody Blues – Days of Future Passed
Van der Graaf Generator – H to He, who am the only one
King Crimson – Larks Toungue in Aspic
Grace Slick – Manhole
David Frieberg, Paul Kantner & Grace Slick – Baron Von Toolboth & The Crom Nun




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10 novembre 2005

Nova

Consiglio la lettura di Nova, il supplemento tecnico scientifico del giovedì sul Sole 24 Ore. A parte che è fatto da un buon numero dei miei blogger preferiti, è davvero molto interessante. Uno stimolo è anche in questa interessante riflessione su rete e futuro dell'Italia




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8 novembre 2005

I roghi di Rennes

L'anno scorso a Rennes, ricordo vasti e ordinati quartieri periferici, davvero ben tenuti, a poca distanza dal centro. In centro, strade piene di locali e ristoranti, e un buon numero di punkabbestia dall'aspetto non pulitissimo bivaccanti davanti la cattedrale. Come in tutta la Francia, magrebini in quantità, all'apparenza perfettamente mischiati ai francesi. Al centro di vaste rotonde piene di verde, ho visto perfino famiglie di scoiattoli, poco distanti dall'inevitabile enorme Auchan. A pochi passi dall'albergo nella estrema periferia commerciale/residenziale, una pista ciclabile ti promette di condurti fino a Saint Malo.

A Saint Denis, la qualità urbana della zona periferica è peggiore, anche se il centro, attorno alla cattedrale dove sono tumulati i re di Francia, dimostra lo sforzo dell'amministrazione comunale di abbellire, rendere vivibile. Il melting pot è più tendente all'Africa nera che la Magreb. Anzi, sembra che i negozi, le attività siano di marocchini e algerini, e i giovani sfaccendati per strada siano tutti neri. Penultima e ultima generazione di immigrati, probabilmente.

Sulla RER di ritorno da Disneyland Paris, due fermate abolite per “disordini”. Quali, non lo sapremo mai.

Più lontano nel tempo, quasi vent'anni fa almeno, il ricordo di Saint Quentin en Yvelines. Un ville nouvelle dei dintorni di Parigi, con qualche vago aspetto di centro commerciale ma veramente bella. Palesemente pensata allo scopo di costruire una cittadina vera per cittadini veri. Già allora, in buona parte dall'aspetto arabo e non biondo francese.

Le foto di questi giorni delle palestre, degli asili, delle scuole bruciate dicono anche di un livello di arredi, di spazi, di architettura, che nessun dico nessun edificio pubblico italiano dalla Toscana in giù si sogna nemmeno lontanamente (e non è che dalla Toscana in su sian tutte rose e fiori).

I roghi di Rennes mi colpiscono più degli altri, perché evidenziano il contagio, mostrano quanto sia facile spezzare e distruggere, quanto la costruzione di qualunque integrazione sia sempre fragile, sempre in bilico.

*

Ho letto commenti di ogni tipo su giornali e su blog. Il tratto comune a quasi a tutti è la mancanza di tracce e interpretazioni comuni. Marcelle Padovani dice che è tutta colpa di Sarkozy, con una interpretazione tutta politica della faccenda: un apprendista stregone che cerca di fomentare disordini per lucrare su legge e ordine. Max Gallo vede una rivolta identitaria, contro l'occidente: il rifiuto dell'integrazione repubblicana e il reclamare un legame con l'Islam. Castor dice che “quello che vogliono i giovani è essere cittadini a parte intera, potere partecipare dei valori repubblicani, dell'uguaglianza...” Dice anche: “La negazione costante della possibilità di condividere due culture, due nazionalità: se sei francese, sei francese e basta, non è possibile considerarsi anche marocchino, algerino o altro”. Che è un modo mi sembra molto diverso ma convergente con quello che ha Beppe di invocare assieme la tolleranza e lo sviluppo di identità.

Su l'Unità di domenica l'articolo di Furio Colombo mi è sembrato il più stimolante, perché costruisce un utile parallelo con la tradizione di rivolte nere negli USA. E dà qualche elemento di buon senso per uscirne.

Poi, c'è la ricaduta italiana, a cominciare dal giustissimo richiamo di Prodi alle nostre periferie disastrate, fino a molti link fra Parigi e Bologna.

*

Cosa ne penso io....  Non sono meno confuso degli altri, temo. Però, mi sembra che sia Castor che InsolitaCommedia abbiano ragione a dire che l'aspetto essenziale è l'uguaglianza, la giustizia sociale. Non puoi fare qualcuno cittadino solo per diritti formali e passaporto, e scordarti della possibilità di trovare un lavoro decente e vivere in un posto degno. E chiuderlo di fatto in un ghetto. Amartya Sen ci ha scritto un libro intero, fondamentale, sul concetto di libertà effettiva, di “capacitazioni”: la libertà come capacità di fare, e non come vuota formalità.

Se è così, ciò che serve (facile a dirlo e non a farlo, ovviamente) è agire su almeno due fronti:

Primo, lotta feroce alla formazione di ghetti urbani: la gente deve essere il più possibile mischiata nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi che frequenta. Ciò non impedisce a ciascuno di coltivare la propria identità, se proprio lo vuole (io, a differenza di Beppe, non ne sento alcuna necessità. Anzi, mi sento sempre più apolide nel cervello...).

Secondo, tanto stato sociale e vera lotta alla diseguaglianza. E' davvero ora di dire di nuovo che i ricchi d'Europa sono davvero sempre più scandalosamente e ingiustamente ricchi, e che questa ricchezza va redistribuita di nuovo.




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5 novembre 2005

Lizzy

Oggi è morta la nostra gatta Lizzy. Aveva solo sei anni, e fino all’altro giorno era sempre stata in perfetta salute. Da due giorni, si nascondeva nella cuccia del cane, sempre più ferma.

L’ha portata via un avvelenamento, non si sa se dovuto ad una insufficienza renale grave, o a qualcosa che ha mangiato, girovagando per le strade e i giardini qui attorno.

*

Manca qualche mese, e saranno vent’anni che è morto mio padre. Lo ricordo ora perché quando ci vedeva, noi figli adolescenti, col muso lungo per qualche tristezza contrarietà o sofferenza amorosa, ci diceva invariabilmente. “ti è morto il gatto?”.

Allora, non avevamo gatti.

*

Gatti in famiglia Truffi ne ricordo molti, di nome. Meno ne ricordo di fattezze. Erano i gatti che tenevano i miei zii ai tempi del negozio di alimentari a Mancasale, a Reggio Emilia. Gatti dai nomi immaginosi imposti da zio Guido. La famosa Angelica Balabanoff, il celebre e conquistatore Romeo Truffi, fino all’ultima, di cui ricordo la fierezza e il brillante colore nero: la gatta Elvira.

*

Io, non li frequentavo molto, quei gatti. Sono sempre stato diffidente con gli animali a quattro zampe e molte unghie. Fino a quando ho avuto a che fare con la ferocissima gatta di quella che sarebbe diventata mia moglie. Lucrezia, una gatta completamente intrattabile per tutti, fino al punto da assalire qualunque estraneo. Eppure in breve tempo disposta a salirmi sulle ginocchia e farmi lunghe fusa.


Lizzy era la gatta perfetta. Madre esemplare della sua cucciolata, amica di gatti e cani vicini ma fiera a difendere il suo territorio. Implacabile cacciatrice capace di sbranare topi e piccioni. Affettuosa e casalinga con noi. Bella ed elegante.

*

Stasera lascio che Enrico e Michele non sappiano che è morta. Anche se credo ceh Michele abbia mangiato la foglia. Meglio che dormano in pace. Meglio dire queste cose la mattina.




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4 novembre 2005

Fiaccole

La prima impressione, arrivando da Viale XXI Aprile, è che ci fosse poca gente. Poi, mi rendo conto che via Santa Costanza è ricolma. Insomma, la partecipazione è abbastanza significativa. Fatta soprattutto dalla comunità ebraica di Roma, ma anche da altri.

Noto uno sparuto gruppo di bandiere dei DS. In seguito, ho visto la più improbabile collezione di bandiere inusuali: quelle della democrazia cristiana, quelle della FGSI (i giovani socialisti esistono ancora, dunque?), molte della UIL. Ovviamente e per fortuna, sventolavano soprattutto bandiere di Israele, spesso abbinate alla bandiera della pace.

Lo spiegamento di giornalisti, telecamere, postazioni televisive e radiofoniche varie è impressionante. Una densità giornalistica così non l'ho vista in nessuna manifestazione. La potenza mediatica del ciccione è del tutto evidente, e per nulla rassicurante circa la sensatezza e la qualità dell'informazione italiana.

Incontro Alfonso, liberal della mia sezione. Ovvio che lui ci fosse e che non ci fossero altri.

Ascolto con difficoltà, visto il basso volume, l'assai opinabile intervento di non so quale ciellino che ce la mena sull'importanza di conservare la propria identità per incontrarsi con le identità diverse. Il vecchio discorso di “ognuno nella sua parrocchia” tanto caro a CL. La gente attorno a me borbotta e non approva. E chiede che la faccia finita.

Poi il rabbino di Roma fa un bell'intervento, semplice e breve. Anche questo difficilmente ascoltabile da lontano.

Bisogna dare atto a Giuliano Ferrara di non aver debordato. Chiamato sul palco, ha preferito limitarsi a pochissime frasi e uno slogan. Una signora accanto a me dice più o meno “che ci tocca sopportare... un cattolico convertito a difenderci... ma d'altra parte è stato bravo”. Io opino che è più che altro un “ateo devoto”, e lei di rimando dice “ma quale ateo, quello ha sempre avuto bisogno di una chiesa, fin da quando era comunista...”.



Lo striscione più corrivo è “Israele è Rock, Ahmadinejad è lento”. Quello che apprezzo di più è fotografato qui sotto: “Per il diritto all'autodeterminazione dei popoli. Tutti”. Un anziano signore porta un cartello con la scritta “Modello UEFA: Israele e Turchia nell'Unione Europea”.

Di ritorno a casa, ascolto il giornale radio su Radio 3. Nessun accenno alla parallela manifestazione di Milano, che oggi scopro essere stata solo poco più piccola per dimensione. Tantissimo spazio alle dichiarazioni dei politici, a chi c'era e chi non c'era. Il solito uso interno di un problema internazionale. Il solito occhio strabico dell'informazione nostrana. Come del resto era evidente dalla copertura mediatica esagerata e distorta dell'evento.

Riusciremo ad essere amici di Israele senza farlo per acchiappare qualche consenso e un po' di visibilità a fini interni?




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3 novembre 2005

Sion

Oggi vorrei abitare a Milano. Mi sentirei molto meglio a partecipare alla manifestazione indetta dalla Sinistra per Israele davanti al consolato iraniano, invece che a quella indetta da Il Foglio qui a Roma.

*

Non è possibile non vedere che Giuliano Ferrara e i teo-con nostrani si sono buttati a capofitto a fini interni sul diritto all'esistenza dello Stato di Israele. E' chiaro come il sole che si tratta di solidarietà pelosa. Fossi un ebreo, fossi un israeliano, mi guarderei da simili “amici”. Gente che agita il diritto all'esistenza di Israele solo per ribadire l'assurda guerra di civiltà cui tiene tanto. Gente che spera in realtà in qualche esibizione muscolare di Israele, più che nella pace e nella convivenza dei popoli. Gente che sostiene un governo in realtà imbelle nei confronti dell'Iran, come dimostrano i balbettii del nostro ministro degli esteri, in ambigua difesa dei corposi interessi petroliferi dell'Italia in Iran.

*

E tuttavia, oggi queste considerazioni non mi impediscono di vedere che è giusto esserci, davanti all'ambasciata iraniana. Anche per solidarietà con l'Iran democratico, conculcato dagli sgradevoli dirigenti iraniani di oggi.

*

Perché è e resta purtroppo vero che parte della sinistra è almeno vagamente antisemita. La naturale tendenza a interpretare la storia come un complotto (delle multinazionali, dei servizi segreti, dei massoni, della finanza ebraica ...), tipica di tutti gli “apocalittici”, oltre ad una interpretazione storica sballata della guerra dei sei giorni, quando si unisce al senso comune di secoli, secondo cui rabbino vuol dire taccagno, può produrre – se non mostri – almeno grossi strabismi.

*

Capisco Bertinotti e i suoi, anche se non sono d'accordo. Capisco che mischiarsi con una simile compagnia sia duro, ma credo che essere più visibili di loro alla fiaccolata finisca per cambiare di segno alla manifestazione.

*

La storia della nascita di Israele dovrebbe essere meditata meglio da tutte le sinistre. Ci interroga prima di tutto sulla storia comune dei nostri nazionalismi ottocenteschi. Il sionismo, in buona misura anche se certamente non solo, è una variante dei diversi movimenti di riscatto nazionale, risorgimento italiano incluso. Noi sinistra eravamo garibaldini, mi sembra. Garibaldi era addirittura il simbolo della sinistra nelle elezioni del 1948.

*

Poi, la sinistra ha vissuto la decolonizzazione come “diritto all'autodeterminazione dei popoli”. Fra i quali, il popolo palestinese. Cui i Turchi, l'impero inglese e infine le potenze arabe hanno per lungo tempo impedito qualsiasi autonomia. Ben prima di quanto ha fatto lo stato di Israele.

*

C'è perfino qualcosa di buffo nell'antisemitismo di sinistra. Israele è forse l'unico posto dove si è sperimentato un socialismo nella libertà, attraverso l'esperienza dei kibbutz. Eppure, di tale storia nulla è restato nella costruzione dei miti collettivi della sinistra occidentale. Gli estremisti nostrani si sono baloccati con la rivoluzione culturale cinese. Qualcuno era seguace perfino di Enver Hoxa. Ma non ricordo tracce di appassionati del kibbutz prima maniera.

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Diritto all'autodeterminazione dei popoli. Oggi, non vi è chi non veda che si tratta di un'arma a doppio taglio, perché il problema è dove finisce un popolo, cos'è un popolo. Frammentazione per paura della globalizzazione. Globalizzazione forzata che distrugge inevitabili voglie di autonomia. Autonomia che diventa isolamento e fanatismo fondamentalista. Confusione.

*

Due popoli, due stati. Sono certo che questa è la soluzione politica giusta, che richiede che il primo passo di Sharon sia seguito da altri passi ben più impegnativi in Cisgiordania, che probabilmente Sharon non è in grado neppure di concepire, e che speriamo siano fatti da un nuovo e migliore governo israeliano. Tuttavia, non è una soluzione esaltante. La mia personale utopia sarebbe due popoli, uno stato in cui riuscire a convivere. Ma sono ovviamente sogni per un lontanissimo futuro...

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Quello che davvero preoccupa di tutta questa faccenda non è tanto l'ignobile “discorso della carta geografica”, quanto la incapacità di reazione vera da parte della comunità internazionale sulla faccenda del nucleare iraniano. Gli USA sono del tutto silenti, perché il fallimento irakeno li ha resi imbelli e sconfitti. L'Europa, con gli USA che remano contro – non ce la fa. La mia tremenda paura è un colpo di testa di Israele, una voglia di difendersi da solo. Il complesso dell'accerchiamento, che caratterizza inevitabilmente Israele, è il più grande difetto/limite di quella democrazia. Sentirsi accerchiati, sentirsi sempre vittime, può portare a grandi e tragici errori di valutazione. E anche per questo occorre far sentire Israele meno solo. Proprio per rendere possibile una Palestina libera.

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Materiali:

Will Eisner sui protocolli di Sion
Prodi sull’Iran
Fassino su Iran e Israele
Siegmund sull'atomica iraniana




permalink | inviato da il 3/11/2005 alle 12:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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