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28 giugno 2005

Prender Blair sul serio

Torno sulle questioni europee, perché mi sembra che il destino dell’Europa sia essenziale per la nostra vita pratica di italiani, molto di più di quanto lo siano le diatribe fra Prodi e Rutelli o, addirittura, la circostanza che governi in Italia in centrodestra o il centrosinistra.

E ci torno con un filino di supponenza. Perché mi sembra di avere qualche ideuzza non del tutto inutile in proposito. Qualche ideuzza che mi piacerebbe qualcuno ascoltasse.

Primo: una valutazione più fredda del risultato dei referendum in Francia e Olanda.

Nell’immediato non ci sarà alcuno spazio per un “piano B”, per una revisione costituzionale nella direzione di un’Europa più “sociale” e più “federale”. Il risultato di breve periodo delle due consultazioni popolari è una sconfitta dell’Europa e, nello specifico, una sconfitta di una sinistra francese lacerata. Puntualmente, la destra “sovranista” e lo stesso Chirac si sono chiusi a riccio nei supposti interessi nazionali, litigando sul bilancio con il resto d’Europa, attaccando lo sconto inglese al finanziamento del bilancio europeo, difendendo a tutti costi l’indifendibile eccesso di spesa a favore della Francia per la PAC (Politica agricola comune). Le giaculatorie di Chirac sul modello sociale europeo, poi, non hanno oggettivamente alcuna credibilità vista la concreta politica interna della destra di quel paese, e le posizioni del futuro candidato presidente Sarkozy.

Tuttavia, un punto va sottolineato: si fossero vinti i referendum, saremmo più tranquilli ma pur sempre in una palude di ambiguità. Da troppi anni continuano a convivere modelli inconciliabili, nel nome di compromessi minimalisti dei quali il trattato costituzionale è in qualche modo la “summa”.

  • Europa a 25 o 27 o 30 paesi come luogo di libero scambio e di poche regole, guidata quando serve solo dall’accordo politico fra governi?
  • O Europa con un gruppo centrale più coeso (l’area dell’Euro), con politiche economiche, fiscali, sociali ed estere comuni, con un vero governo e parlamento “federale”?
  • Modello sociale renano o anglosassone?
  • Istituzioni europee basate sulla consociazione (la Commissione attuale) o sulla rappresentanza politica (un vero governo europeo determinato dalla maggioranza politica che emerge nel parlamento europeo)?

Ora, quelle ambiguità potranno essere sciolte. La probabilità che lo siano nella direzione di un annacquamento del sogno europeo sono altissime, ed è questo il motivo per cui sarebbe stato meglio che francesi e olandesi non si fossero fatti irretire dalla propaganda nazional populista e antiliberista. Ma è pur sempre una probabilità e non una certezza. Ed è per questo che servirebbe al più presto una politica adeguata, capace di guidare i paesi europei verso un nuovo livello di unità e coesione.

Secondo: Blair europeista

Domenica sia Scalfari sia Furio Colombo hanno sparato molte cartucce contro Blair, attaccandone la demagogia, le contraddizioni, e soprattutto gli scheletri nell’armadio delle clamorose bugie sulle armi di distruzione di massa di Saddam, e la conseguente gravissima responsabilità nella guerra in Irak.

Sinceramente, per quanto entrambi dicessero cose giuste (tante singole cose giuste), non mi hanno convinto affatto. Perché alla fine, il loro discorso non rende visibile alcuna reale via d’uscita dall’impasse europeo, non propone alcuna soluzione ma semplicemente riporta i lamenti di due nobili vecchi che hanno sognato un’Europa sociale e liberal che non riesce a farsi realtà, ma non sanno dire cosa e come si dovrebbe arrivarci. Due vecchi che in fondo si lamentano dei comportamenti incomprensibili e irrazionali dei popoli d’Europa. Come si sono lamentati del comportamento del popolo italiano al recente referendum, o ora potrebbero lamentarsi delle scelte del popolo iraniano (con tutti i limiti di quel pronunciamento pseudodemocratico).

Anch’io mi lamento delle scelte popolari (figurarsi, anche Berlusconi ce lo stiamo cibando da quattro anni per via di una scelta popolare!). Però i buoni politici devono trovare il modo di capire quelle scelte, e di esercitare la leadership, come appunto ci ricorda Blair.

Il quale, intervenendo al Parlamento europeo, ha fatto professione di appassionato europeismo. A differenza di quanto suggeriscono Scalari e Colombo, occorre prenderlo sul serio. Per molti motivi: perché è profondamente stupido regalare alla destra un politico ed un governo di sinistra il quale può giustamente vantare l’aumento della spesa sociale e per i servizi pubblici e la riduzione della disoccupazione nel suo paese; perché è un politico ambizioso che probabilmente sogna un ruolo europeo nel suo futuro, dopo il passaggio di consegne a Gordon Brown, e quindi anche per questo è probabilmente davvero ben disposto verso l’Europa; perché ha perfettamente ragione quando dice che il bilancio europeo è sbagliato e vecchio, contraddittorio con i famosi obiettivi di Lisbona; in breve, perché è probabilmente possibile trovare un accordo con lui.

Terzo: La sostanza dell’Europa sociale: quali e quanti modelli?

Blair ha buoni argomenti anche sul modello sociale europeo. Su quale base i modelli tedesco o francese, che continuano a produrre disoccupazione di massa tanto da portare al merde collettivo del referendum, dovrebbero essere a priori superiori al modello inglese?

La realtà è che ci sono molti modelli sociali in Europa, e che i migliori fra essi non sono né quello inglese – sicuramente troppo scassato e reso odiosamente classista dai lunghi anni della Tatcher – né quello francese o tedesco – entrambi troppo bloccati e rigidi. I modelli migliori, dovremmo saperlo, sono quelli sviluppati dalle socialdemocrazie nordiche, basati su altissima pressione fiscale, alta flessibilità del lavoro e facilità di licenziamento, tassi di attività femminile altissimi, rete di protezione sociale e sussidi robusti e ricchi (grazie all’alta tassazione), servizi per l’impiego efficienti e, last but not least, alta spesa pubblica in istruzione e ricerca.

Quindi, smettiamola di contrapporre il modello renano a quello anglosassone, e cominciamo col dire che è possibile mischiarli in modo virtuoso, come insegna la Danimarca. Con l’avvertenza per i nostrani pasdaran riformisti che in Italia l’ordine delle cose da fare per introdurre un simile modello è obbligato: prima si deve alzare la pressione fiscale (o banalmente recuperare l’evasione); poi si deve introdurre una vera rete di protezione sociale e veri servizi di outplacement. E solo allora si può smantellare gran parte della rigidità del lavoro e delle piccole protezioni corporative che bloccano la creatività del paese.

Quarto: Cosa fare del bilancio?

Sul bilancio probabilmente c’è la difficoltà più grossa, perché gli interessi nazionali in gioco sono semplici, evidenti e traducibili immediatamente in voti nazionali. Tuttavia è proprio qui che dovrebbe esercitarsi il grosso di una proposta innovativa, che offra una soluzione in avanti, di quelle che Blair non potrebbe rifiutare se non negando il suo costante “nuovismo”.

Alcuni dati di fatto:

  • il bilancio comunitario è meno di un punto di PIL, quindi in realtà poca roba;
  • il 40% e più di tale bilancio è speso in PAC;
  •  le politiche di Lisbona, di sviluppo della società della conoscenza, di innovazione, ecc., sono state affidate ai bilanci nazionali ed ai singoli stati, e quindi sono restate in larga misura lettera morta.

Una proposta innovativa dovrebbe basarsi su alcuni assunti:

  • Se l’Europa deve riconquistare i propri cittadini, come ha detto Blair nel suo discorso, ne discende che il suo bilancio non può essere risicato: occorre superare di molto il tetto dell’1% del PIL;
  • se i cittadini, come sembra evidente, chiedono protezione e governo della globalizzazione, ne discende che il bilancio dell’Europa deve essere spostato verso investimenti, ricerca e supporto alle politiche industriali di sviluppo delle aree depresse, e non più sprecato con la PAC.

E quindi, la proposta dovrebbe essere in breve: si smantelli il più rapidamente possibile tutta la PAC, spostando le risorse corrispondenti in utilizzi più produttivi, ma in cambio si faccia un bilancio UE consistente e il Regno Unito smetta di difendere il famoso “sconto”. Ed inoltre, ed è fondamentale, si avvii una politica “keynesiana” basata su un limitato debito pubblico a livello europeo orientato a spese di infrastruttura ed investimenti.

E’ una proposta non velleitaria se unita alla considerazione che non necessariamente agli stati nazionali dovrebbe essere vietato di provvedere direttamente ad opportuni sostegni all’agricoltura. Come nota Richard Baldwin su La Voce, gli stati con le proprie entrate fiscali già sostengono la cultura nazionale, o particolari settori. Ed è giusto che lo facciano, ma è molto improduttivo che lo faccia la UE.

L’agricoltura va difesa non perché produce troppo latte inutile o per contrastare la concorrenza dei prodotti agricoli africani o latino americani. L’agricoltura va difesa perché è paesaggio, perché viaggiare nell’Averne o nella Loira senza incontrare mucche al pascolo e fattorie, sarebbe come perdere un pezzo enorme della nostra memoria. Perché noi europei siamo anche – e spero vogliamo continuare ad essere – un concentrato di storia, qualcosa che proviene e ci identifica come un solo popolo “in potenza” fin dal medioevo.

Quinto: cooperazioni rafforzate

Lo schemino che segue discende da una vecchia intervista di D’Alema, che qualche volta ci azzecca: l’Europa possibile richiede l’avvio di alcune cooperazioni rafforzate specifiche e possibili:

  •  una in ambito difesa, che include Gran Bretagna, Francia, i paesi centrali e qualcuno di quelli dell’est nuovi entrati;
  • una in ambito Euro, che definisca istituzioni specifiche per l’armonizzazione fiscale ed una politica economica comune; questa cooperazione, dando una sponda solida all’Euro, consentirebbe di riprendere il cammino della moneta europea, con l’obiettivo di contrastare finalmente il signoraggio mondiale del dollaro – che è l’obiettivo che fa la vera differenza fra un’Europa vera ed una finta….

(ci aggiungerei una cooperazione rafforzata, con chi ci sta, per la gestione del territorio e la sobrietà ecologica, ma di questo è meglio parlare un’altra volta…)

Sesto: una vera sinistra europea è davvero impossibile?

L’ultima questione, ovviamente, è su che gambe possa camminare un simile progetto. Da questo punto di vista, trovo veramente paradossale che si continui a discettare su Blair venduto, o in generale a ragionare in termini nazionali. La prima cosa da fare, quindi, è lavorare per formare una vera sinistra europea, che ragioni come tale e non come somma di sinistre nazionali. Il PSE dovrebbe essere un vero partito, con articolazioni nazionali, e non un’aggregazione. Ed è a livello di PSE che dovrebbero essere fatte le opportune proposte, se non altro perché il New Labour ne fa parte…

 

In sintesi, come fossero slogan:

Ricerca e sviluppo al posto di sussidi

Più risorse per l’Europa dei cittadini

Una sola politica fiscale ed economica nell’area Euro

Una difesa comune dei paesi centrali d’Europa

Proteggere il paesaggio e la natura attraverso la produzione agricola di qualità e non attraverso i sussidi




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16 giugno 2005

Abraham Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane, Einaudi

Più che un romanzo, una sceneggiatura di un film, che mi piacerebbe vedere. Certamente meno ambizioso di libri come “La sposa liberata” o “Viaggio alla fine del millennio”, ma non per questo meno appassionante. Una storia semplice e compatta, con momenti visionari legati al picaresco viaggio nel paese dell'est (Russia?) in cui dovrà essere sepolta l'immigrata uccisa nell'attentato suicida a Gerusalemme, spunto iniziale del libro. Il viaggio sul blindato riconvertito a mezzo civile, l'intossicazione alimentare nel rifugio atomico abbandonato e diventato attrazione turistica, i vecchi militari sbandati e i contadini sempre uguali ricordano da vicino il bellissimo Luna Papa.
Un libro da leggere e meditare anche per quelli – e sono molti – che continuano a semplificare e a tagliare con l'accetta tutta la questione Israele-Palestina.




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13 giugno 2005

Orgoglio di padre

Questo è un disegno di mio figlio Enrico, di 10 anni. E' tratto da una foto di mio padre, ma non è un ricalco.





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13 giugno 2005

L'italia della paura

Non ho mai inviato un post sul referendum sulla procreazione assistita. Ho visto che molti, qui sul cannocchiale e nella blogsfera, si sono spesi molto per il si, e avevano certamente ragione. Per parte mia, ho aiutato nella mia sezione DS solo con l'aggiornamento del sito, ma non ho avuto forza e voglia di fare campagna. Carla ha avuto ed ha numerose perplessità, non solo in quanto cattolica. Ha votato controvoglia.
Senza rifletterci troppo, ho votato quattro sì e ho interpretato i no e le perplessità di molti come un no alla scienza e alla modernità – in breve, come l'ennesimo segnale della paura che pervade il popolo italiano (come quello europeo, del resto).
Mi stupiscono però alcune cose:
1) si è detto che l'astensionismo fisiologico è al 25-30%. Ma l'astensionismo reale negli ultimi referendum è stato sempre attorno al 50%. Perché farsi male da soli non chiarendo che la china da risalire era davvero mostruosa?
2) e prima ancora, chi ha avuto la balzana idea del referendum su un tema comunque controverso e complicato, non lo sapeva in partenza che il quorum non avrebbe mai potuto essere raggiunto? Forse anche se non ci fosse stata la campagna attiva per l'astensione...
3) la sinistra ha dimostrato ancora una volta di non essere in sintonia con il paese reale. Il paese reale è stufo dei referendum, confuso dalla modernità e dalla scienza, impaurito e in cerca di certezze, onestamente perplesso sul merito della faccenda, poco interessato al risvolto politico/clericale su cui discettava ieri Scalfari, come sempre vagamente qualunquista (questo referendum cosa un sacco di soldi ed è inutile...i politici fanno leggi sbagliate, le votano e poi invitano a cambiarle per referendum – questa è la critica principale a Fini), e tutto sommato ancora largamente cattolico.
4) per favore, proponiamo in qualunque programma di centrosinistra una doppia banale modifica: l'aumento consistente del numero di firme (1 milione e mezzo, o meglio una percentuale alta del corpo elettorale), e la contemporanea abolizione del quorum.
5) per carità, ora evitiamo di farci ancora più male facendo indebite equazioni del tipo Prodi ha votato Rutelli no, Fini ha votato Casini no, quindi i vincenti sono i centristi Casini e Rutelli. I sondaggi dicono che Prodi è molto più popolare di Rutelli nel CS, e Fini di Casini nel CD. E resta secondo me vero che questo per l'Italia e l'Europa è un periodo di estremismi.

Ma sono estremismi contraddittori, ondivaghi, dettati dalla generale paura.

Io stesso, che qui conciono e discetto sulle paure altrui, ho una paura fottuta del mio futuro, una angoscia sottile e continua, che esorcizzo grazie al cielo attaccandomi alla grandiosa forza della mia famiglia e dei miei figli....
Perché dovrei stupirmi della paura degli altri?
Solo, vorrei che si riuscisse a ragionarci su questa paura, a gestirla, a organizzarla e prima o poi a uscirne...

PS: leggo che il comitato del sì lancia dichiarazioni che invitano ad aspettare la chiusura dei seggi e sperano in sorprese. Sarei contento di dover considerare questo post un infortunio del pessimismo...




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7 giugno 2005

Calderoli in Bolivia

Pfall come sempre coglie nel segno....




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7 giugno 2005

l'istruttiva storia di Sergio

Sergio lavorava come sistemista per la mia azienda. Lavorava stabilmente presso un grande cliente (una grande azienda ex pubblica). Oggi lo incontro e mi dice che si è dimesso, ha preso l'incentivo all'uscita che la nostra casa madre gentilmente concede pur di liberarsi di un po' di noi. E continua a lavorare esattamente presso quel cliente, dato che si è fatto assumere da un'altra piccola società fornitrice. Così la mia lungimirante azienda ha perso il relativo fatturato, oltre a un po' di competenza.
Almeno due insegnamenti: (1) l'insourcing è in realtà un modo inglese per denominare il capolarato. (2) i caporali cambiano, ma non cambia la sostanza.

.. e comunque, auguri e un po' di invidia per Sergio.




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