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appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri,


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30 settembre 2005

Sindaci

Un bel programma da sognatore per il prossimo sindaco di Milano.




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30 settembre 2005

Cattolici illuministi cercasi

Sulla Locanda, Insolita commedia scrive un post completamente condivisibile sugli attacchi che la gerarchia ecclesiastica sta portando ai fragili presupposti laici dello stato italiano. Un vero programma politico, adatto a questa epoca di fondamentalismi religiosi contrapposti.
Quello che mi piacerebbe sentire alta e forte, però, non è la voce dei soliti laici e miscredenti, immediatamente accusati di anticlericalismo ottocentesco.
Mi piacerebbe sentire alta e forte la voce di cattolici e cristiani non supini a questa deriva intollerante della chiesa nostrana.
Cattolici, ci siete?





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27 settembre 2005

Libri scolastici

Una grande sala seminterrata piena di gente. Scaffali ovunque, pieni di libri. Al centro, un bancone ad U assalito dal pubblico, e numerosi ragazzi dietro al bancone che rispondono alla clientela. Nascosto e in basso, il numero elimina code. Almeno trenta numeri prima del mio. Questo è il sabato mattina da Mel Bookstore in epoca di acquisto di libri scolastici.
Scena analoga, il lunedì sera, a via Metaponto in una libreria specializzata in scolastico. Con più confusione e meno arredo, ché si tratta di un magazzino spartano arredato con scaffali metallici.
In entrambi i casi, decine di madri e padri accaldati e urlanti, e figli spaesati.
Tutti alla ricerca dei libri di testo nuovi, che quasi sempre sono da ordinare, e sempre l'addetto al bancone ti dice che arriveranno in 3-4 giorni se sono disponibili presso il distributore, altrimenti loro non garantiscono niente perché magari l'editore non l'ha ancora nemmeno stampato, quel libro.

Sarei proprio curioso di sapere se l'acquisto dei libri scolastici funziona come in Italia anche in altri paesi. Gli editori specializzati (e in misura minore i librai specializzati) qui da noi costituiscono l'ennesima lobby, che può permettersi di stampare le copie col contagocce - limitando il più possibile il rischio d'impresa - che fa pressioni sul Ministero e regalini ai docenti, che produce nuove edizioni appena diverse dalle precedenti al solo scopo di impedire il commercio dell'usato...

Ho il sospetto che altri sistemi scolastici non siano così schiavi di questo strano mercato protetto. O sbaglio? Qualcuno ne sa qualcosa?

Tra l'altro, sebbene io creda che il libro di carta sia insostituibile per i libri veri, ho il sospetto che il manuale, come l'enciclopedia, possa funzionare molto bene anche come e-book. Con ovvi risparmi di carta, costo, peso e cure per le schiene dei ragazzi.

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23 settembre 2005

Targhe

Qualcuno sa spiegarmi perché certe targhe hanno segnato l'anno di immatricolazione nel cerchietto giallo in campo blu, altre hanno anche la sigla della provincia subito sotto, mentre molte non hanno indicato niente? Cos'è, se uno non vuole che gli controllino se deve fare la revisione si cancella l'anno? E se uno si vergogna di essere di Sondrio come Tremonti, si cancella la provincia?

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22 settembre 2005

Prioritarie 2006

la locanda riformista ha lanciato le prioritarie 2006. Ho risposto così:					
  • Una innovazione verde
  • Una scuola ed un’università per gli studenti e non per i docenti e gli apparati, più bella e più utile
  • Uno Stato digitale, aperto ed europeo
  • Pagare tutti per pagare meno e meglio: imposte giuste contro servizi migliori
  • Una rete di protezione sociale per una vita più dinamica
  • Una nuova cittadinanza sociale: quattro mesi di servizio civile obbligatorio per i giovani

 

Sono troppe sei prioritarie? In tal caso, sono comunque in ordine di priorità.

 

1.        Una innovazione verde

Il problema ecologico mi sembra il problema dei nostri tempi. A livello mondiale, certamente. Ma sul quale un governo degno di questo nome ha il dovere di agire, e di agire subito con la massima priorità. E perciò, considerando che c’è anche bisogno di far ripartire l’Italia, di ridare fiducia, la prima priorità è una politica di innovazione verde che significa: (a) investimento pubblico e finanziamenti ai privati per trovare soluzioni al problema energetico: motori ibridi o a carburanti alternativi, centrali eoliche, fotovoltaico nelle seconde case, risparmio: attivare energie di inventiva e scuotere la gente, invogliandola a sperimentare (b) incentivi e disincentivi ecologici: tassazione degli autoveicoli in proporzione al loro impatto inquinante, incentivi a metodi di riscaldamento puliti e alle case ecologiche, tassazione alta sui condizionatori, ecc. (c) politiche urbane vere: trasporto pubblico urbano gratuito, costruzione rapida metropolitane, filobus o tram, sosta tariffata ovunque, aumento tasse di circolazione per finanziare la gratuità del trasporto urbano, car sharing, piste ciclabili, scuolabus. E, al di là delle politiche specifiche, mettere l’innovazione verde come priorità significa anche che l’obiettivo non è più la crescita a tutti i costi, ma lo sviluppo dei beni pubblici  e del benessere; che il nuovo governo non deve misurare i suoi successi o il declino dell’Italia solo sul PIL, ma anche sulla misura della felicità della gente.

 

2.        Una scuola e un’università per gli studenti e non per i docenti e gli apparati, più bella e più utile

Lo studente è al centro della scuola non perché è il “cliente” cui si deve dare ciò che chiede, ma perché rappresenta il capitale umano e la ricchezza sociale e culturale del futuro. La scuola e l’università sono bloccate dalla forza degli apparati, dalla frustrazione dei docenti, dal loro indecente corporativismo. Occorre una terapia d’urto: riordino dei cicli secondo il modello 7+5 abolendo la ormai bollita scuola media, radicale autonomia di budget di scuole e università, con possibilità per un organo dirigente non monocratico (un consiglio di amministrazione) di scegliere e confermare i propri docenti a partire da una lista nazionale e pubblica di abilitati alla professione; distribuzione dei fondi alle scuole in funzione dei risultati sociali desiderabili (percentuali di successo scolastico pesate con la situazione socio familiare degli iscritti); sistema di valutazione e controllo centrale e pubblico delle scuole e dei docenti, per assicurare gli obiettivi generali e sociali. E, in ultimo, investimenti seri nella qualità architettonica e nelle infrastrutture delle scuole, nel riconoscimento economico ai docenti in gamba, e aiuto per l’affitto agli studenti fuori sede.

 

3.        Uno Stato digitale, aperto ed europeo

La spesa pubblica per mandare avanti la macchina amministrativa dello stato è mostruosa. Ci sono intere amministrazioni che dedicano metà del proprio personale a gestire l’altra metà. Si può approfittare del fatto che nei prossimi anni ci saranno molti pensionamenti per ragioni di età, per fare davvero lo stato digitale. Niente buffonate e cincischi alla Lucio Stanca – mai più fidarsi di IBM, per carità – ma concentrarsi sul binomio: delegificare e mettere on line tutti i servizi. L’obiettivo non è necessariamente ridurre il personale pubblico, ma è invece spostarlo da attività interne ed inutili ad attività che creano valore e beni pubblici.

 

4.        Pagare tutti per pagare meno e meglio: imposte giuste contro servizi migliori

Qui, credo sia sufficiente ricominciare a fare ciò che fece Visco a suo tempo: lotta vera all’evasione, riforma fiscale e semplificazione fiscale, incremento della progressività reale del sistema fiscale e di spesa nel suo complesso (che non significa tante aliquote sull’imposta sul reddito, ma considerazione del profilo fiscale complessivo in funzione di tutti i tipi di tassazione…)

 

5.        Una rete di protezione sociale per una vita più dinamica

Far fuori la legge 30 non è solo utile per questioni di giustizia sociale ed equità. E’ soprattutto necessario perché genera decine e decine di tipologie contrattuali, creando in prospettiva una situazione ingovernabile per tutti, utile forse solo per avvocati e legulei che sguazzeranno in una tale giungla normativa. Quindi, dato che sappiamo tutti che la flessibilità regolata ci vuole, ma che la flessibilità è una cosa che uno sceglie se è forte sul mercato del lavoro, se no si chiama precarietà, ne consegue che occorre: stabilizzare i contratti; consentire i licenziamenti secondo regole accettabili ma dare in cambio una solida rete di protezione (sussidi di disoccupazione veri, formazione e reskilling, assistenza…); smetterla di chiamare lavoro autonomo ciò che non lo è, impedendo il proliferare delle partite IVA, fermare davvero il lavoro nero… Il bilanciamento fra atteggiamento blairiano e atteggiamento protezionista qui è davvero difficile. Mi piacerebbe che si individuasse un mix accettabile fra riduzione di orario, protezioni economiche, flessibilità per le imprese, come quello che tratteggia napo in alcuni commenti a titollo.

 

6.        Una nuova cittadinanza sociale: quattro mesi di servizio civile obbligatorio per i giovani

Accanto alla scuola, l’esercito era un tempo, nel bene e nel male, il luogo della costruzione dell’identità nazionale e di una qualche consapevolezza civica. Da pacifista, sono contento dell’abolizione della naja, ma temo per l’abolizione dell’educazione civica. Una educazione civica pratica, e anche la messa all’opera di una enorme ed utile forza lavoro, può essere possibile con un breve servizio civile obbligatorio.


 

 

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21 settembre 2005

Gli unici europei di tutta l'Europa

Mio padre e i suoi genitori furono gli ultimi a giungere a Gerusalemme: il fratello di papà, lo zio David, malgrado la sua appartenenza ebraica, in giovane età era stato nominato docente di letteratura all’università locale. Era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo, a parte i membri della mia famiglia ed altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi o pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. Mio padre diceva sempre: in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità – cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Iugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi smaccati e persino con Stalin, ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni e tartari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico.

Lo zio David era un europofilo convinto e cosciente, esperto di letteratura comparata, nell’ambito di quelle letterature europee che erano la sua patria spirituale. Non capiva perché mai dovesse rinunziare alla propria posizione e trasferirsi nel Vicino Oriente, luogo straniero e a lui estraneo, solo per far piacere a dei fanatici antisemiti e idioti teppisti nazionalisti. Rimase dunque al proprio posto, a servire il progresso della cultura, dell’arte e del pensiero che non conosce confini, finché i nazisti non arrivarono a Vilna: ebrei, intellettuali, cosmopoliti, amanti della cultura non erano di loro gusto, e per questo assassinarono David e Malka e mio cugino Daniel, il bambino che i suoi genitori chiamavano “Danush” quando non “Danoshek”, e nelle loro lettere, sino all’ultima datata 15.12.40, scrivono di lui che “ha appena imparato a camminare … e ha una memoria eccezionale”.

Oggigiorno l’Europa è completamente diversa, oggi è piena di europei, da un muro all’altro. Fra parentesi, anche le scritte, sui muri, sono cambiate completamente: quando mio papà era ragazzo a Vilna, stava scritto su ogni muro d’Europa: “Giudei, andatevene a casa, in Palestina”. Passarono cinquant’anni e mio padre tornò per un viaggio in Europa, dove i muri gli urlavano addosso: “Ebrei, uscite dalla Palestina”.

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra


Credo che ci siano pochi brani capaci di spiegare in modo così lieve quali siano le terribili responsabilità dell'Europa. Tristemente, l'Europa dello zio David è la mia Europa, ma l'Europa attuale è anche quella del Borghezio ascoltato ieri su Blob: un concentrato di razzismo becero contro l'islam, troppo simile al razzismo antisemita del passato (passato??) per non vedere che continuiamo a coltivare, nel corpaccione del continente, uno squallore egoista, una piccineria da arricchiti, che nega ed uccide ogni giorno quanto c'è di bello e appassionante nel nostro mondo.

Pensando a queste cose, per rispondere alle
sei domande sull'islam di Timothy Garton Ash, mi viene quasi da scegliere la quinta, quella che addossa al colonialismo e al nazionalismo europeo il disordine terrorista islamista.
E tuttavia, è ben evidente che è una risposta parziale e unilaterale, perchè anche nelle altre idee c'è del vero, e molto. Come sempre, il mondo è maledettamente complicato.




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15 settembre 2005

Nuova economia: un blocco sociale mancante?

Come promesso, raccolgo qui le prime impressioni sul libro on line di Luca De Biase circa l’economia della felicità. Ne faccio una “quasi” recensione, perché è il modo più agevole con il quale in questo caso mi riesce di esprimermi.
Anche se nel frattempo qualcuno ha messo in rete un commento acuto e in qualche modo depistante, che dovrò riprendere e integrare più avanti.

Il libro è da una parte una svelta e anche appassionante rassegna di tutte le più importanti elaborazioni di economisti eterodossi, che criticano in vario modo e da diverse angolazioni (l’incertezza di Stiglitz, lo sviluppo umano di Sen, l’economia della felicità di Easterlin, ecc.) il pensiero unico neoliberista.
Questa rassegna si incrocia con una riflessione sulla rete e le sue potenzialità come luogo di conversazione critica che mette in crisi il modello broadcast dei media e la loro tendenza a vendere consumismo, e soprattutto cerca di costruire un abbozzo di una visione unitaria di tutti questi approcci eterodossi, grazie ad alcuni elementi forti di riflessione:

  • la risposta capitalista alla crisi è sempre la stessa: la crescita del consumo garantisce la crescita della soddisfazione dell’uomo economico (che è l’unico uomo che conta), quindi tutto ciò che garantisce la crescita è bene;
  • ma questo circolo vizioso crescita/soddisfazione è illusorio, porta alla insostenibilità ambientale e non dà alcuna felicità, anzi oltre un certo livello la distrugge; ruba beni relazionali e senso alla vita, e li monetizza senza sosta;
  • un altro approccio è possibile se si abbandona l’obiettivo della crescita a tutti i costi e lo si sostituisce con l’idea di sviluppo di beni relazionali e culturali, di sostenibilità, di apertura e competizione e di regole.

Il calare questo approccio alla realtà italiana, permette a Luca di fare interessantissime osservazioni sul “declino” italiano ed europeo, evidenziando la correttezza delle osservazioni di studiosi come Gallino o Castronovo, ma al tempo stesso contestandone il nucleo vagamente “nostalgico”.
Infatti l’intuizione forse più importante è che, per vincere la sfida col pensiero unico neoliberista tuttora dominante, serva una narrazione alternativa a quella del consumismo e della soddisfazione tramite l’acquisizione dei beni materiali, continuamente ed ossessivamente “venduta” dai media. Ma – ed è la cosa più importante - questa narrazione alternativa al consumismo, per funzionare ed essere credibile, per avere consenso, dice Luca con ragione, deve essere ottimista e non lamentosa. Non basta dire che siamo in declino, quasi costruendo una ideologia del declino: anzi, forse bisogna cominciare a dire che la famosa bassa crescita europea potrebbe non essere un male, se accompagnata dallo sviluppo di beni relazionali. In fondo, si tratta di superare la dittatura della misurazione ad una dimensione – solo il dio PIL.

(di passata, la stessa critica all’ideologia del declino, o per meglio dire all’approccio piagnone ed apocalittico della sinistra, lo ritrovo in questo post su New Orleans di Beppe: io ho trovato il programma di Tozzi e Mannoni molto ben fatto, ma ha ragione Beppe a dire che accanto al racconto delle possibili catastrofi naturali che ci attendono, sia necessario fornire qualche prospettiva meno angosciante ai nostri figli. Sappiamo che è possibile raddrizzare almeno un po’ il mondo…).

Bene. Se questa è una schematica e imprecisa sintesi del ragionamento di Luca De Biase, che dovrebbe servire più che altro a sollecitare la lettura integrale, posso ora tentare di chiarirmi e chiarire cosa mi convince e cosa mi lascia perplesso (fermo restando che il libro è ancora in fase di elaborazione, of course). E a introdurre quindi qualche mia idea sparsa.

Primo. Forza di un’idea e senso comune.
Mi sembra che l’idea di fondo di una nuova narrazione di ricostruzione dell’Italia e dell’Europa sia in sintonia con il miglior Prodi: quello che, in certi suoi discorsi e scritti programmatici, riesce a volare alto e ad allontanarsi da quella sorta di industrialismo padano e laborioso che è un po’ la sua cifra, nel bene e nel male. Per convincere, ci vuole forza di idee ma capacità di farle incontrare con il senso comune, di sollecitare fantasie possibili. Leggendo il manifesto di Prodi per le primarie, si trova un impianto che – si vede – è alla ricerca di una narrazione alternativa e positiva, ma che è come tarpato e azzoppato un po’ dall’inevitabile obbligo di fare “cenni sull’universo” – caratteristica di tutti i programmi politici – e un po’ da qualche “non detto” di troppo.
E allora, se abbiamo a cuore la possibilità di un governo che non sia solo buono ma anche
davvero nuovo (e di quanta discontinuità c’è bisogno ce lo dice l’imbarbarimento morale del paese), usiamo questa sintonia di fondo per suggerire, rompere le scatole, farci sentire e pretendere un approccio un po’ più coraggioso. Beppe ha ragione, occorre allargare la conversazione, usare la rete in tutti i suoi gangli. Sapendo che uno come Prodi non ha tempo né voglia di ascoltarla (lo abbiamo visto con la
vicenda del suo Blog), ma che l’opinione che si forma in rete finisce comunque per arrivare, per creare riflessione. E soprattutto è capace di sviluppo ed elaborazione rapida.

E’ per questo, del resto, che continuo quest’opera pubblicitaria sul lavoro di Luca, dalla mia microscopica tribuna. Perché vorrei che nel mainstream della ragionevolezza prudente dei nostri politici, si innestasse anche un modo di vedere che ci consenta di immaginare non più solo una buona gestione, ma degli obiettivi per i quali valga la pensa battersi.

Secondo. Un po’ più di coraggio (una riflessione sul riformismo)
Un po’ di coraggio, dicevo.

Contemporaneamente alla lettura dei primi capitoli messi in rete da Luca, leggevo questo ponderoso lavoro sulla sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica italiana, elaborato da Faini, Fiorella Kostoris ed altri per conto di Prodi. Uno studio ineccepibile nell’alveo di un approccio economico liberale ma non liberista, con oneste indicazioni sulla necessità di modernizzare l’amministrazione pubblica, con una serie di ricette volte all’apertura dei mercati, alla semplificazione, al risparmio e alla rottura di perversi meccanismi di tutela del pubblico impiego.
Credo che Luca (a prescindere da come lui si percepisce) sia un riformista nel pieno senso del termine. Uno che crede che il cambiamento si faccia seguendo i processi passo passo, costruendo consenso, lasciando agire i singoli e guidando i processi attraverso incentivi e non dirigismi e centralismi.
Faini e i suoi la pensano certamente allo stesso modo, al riguardo. Eppure, c’è una differenza che mi sembra l’esemplificazione perfetta della famosa e deprimente diatriba fra supposti riformisti e supposti radicali. Quella orrenda discussione che tende a dare il marchio doc del riformismo a chi non riesce a riformare alcunché.
Quello che manca ad uno studio come quello di Faini, formalmente corretto nel suo sistema di riferimenti interni, è appunto il contesto esterno, che viene dato per acquisito e non modificabile. Le regole del gioco implicite in un discorso di pura compatibilità finanziaria vincolata dal funzionamento dei mercati internazionali, rendono inevitabili una data gamma di scelte. La sostenibilità finanziaria di lungo periodo della finanza pubblica, da vincolo che va gestito diventa obiettivo unico ed assoluto. Sparisce la politica, sparisce l’obiettivo del benessere e della felicità, che diventa per definizione impossibile.
E invece, un vero riformismo non nega il vincolo, ed anzi lo assume responsabilmente – e in questo senso molte cose scritte da Faini sono ovviamente giuste ed inevitabili – ma vi aggiunge un di più essenziale, perché orienta la spesa e le entrate secondo priorità che devono essere realistiche ma rivoluzionarie.

Ad esempio, usando il peak oil come opportunità per sviluppare davvero le energie alternative.
Ad esempio, interpretando i necessari tagli di spesa come una sfida per sviluppare una pubblica amministrazione on line basata sull’open source.
Ad esempio, avviando una rivoluzione del merito nella pubblica amministrazione, nella scuola e nell’università.

Terzo. Il blocco sociale mancante (sarò un vetero marxista ma..)
La forza sociale su cui De Biase fonda la possibilità di sviluppare questa nuova narrazione, però, mi sembra troppo fragile e in larga misura ipotetica: l’idea della “classe creativa” è molto illuministica ed anche un po’ giacobina. Ho il sospetto che i processi reali funzionino in modo un po’ più duro, e che la rete sia un po’ troppo fragile ed aleatoria. Anche se, certo, il depistaggio di Beppe sul cervello universale misurabile nelle sue elaborazioni grazie al numero di referenze su Google, ci dice che davvero c’è qualcosa di nuovo sotto il sole.

E tuttavia.

Tuttavia, ogni volta che qui in rete si discute della potenzialità politica e democratica della rete, si finisce per scoprire che siamo sempre un passo indietro. E non parlo tanto degli strumenti di democrazia di rete, né dell’importanza – ovviamente crescente ma sempre limitata – della politica in rete dei politici.

Parlo proprio dell’idea che la rete faccia democrazia e non soprattutto digital divide.

Analogamente, l’idea di una “classe creativa” come possibile leva di cambiamento mi sembra che riponga un eccessiva fiducia sulla bontà innata del pensiero e dell’intelletto. I manipolatori di simboli (Rifkin) sono prima di tutto dei privilegiati, e i privilegiati difficilmente rinunciano ai propri privilegi. Su un altro piano, anche Paul Gisnborg, all’epoca dei girotondi, aveva elaborato una specie di teoria sociologica sul “ceto medio riflessivo”. Si è visto come è finita.
E’ chiaro che all’interno della “classe creativa” (comunque la si voglia chiamare) ci sono avanguardie consapevoli. In fondo, è sempre stato così, anche all’epoca delle rivoluzioni sociali dell’ottocento e del novecento. Tuttavia, il mio vetero marxismo di fondo mi suggerisce che manca qualcosa. Mancano le “masse”.
E infatti, alle masse in qualche modo si riferisce una persona che purtroppo (e per mia fortuna di cittadino romano) è attualmente fuori dal gioco: Veltroni, che in un’intervista su la Repubblica di fine agosto, ha alzato il tiro ancora una volta parlando non tanto (come sembrava dai titoli) di assetti politici di un’internazionale socialista trasformata progressivamente in partito democratico e socialista, quanto di una rete di soluzioni globali da offrire al mondo.

Fine (provvisoria)
Quello che è certo è che occorre visione. E che i politici del centrosinistra disponibili non ne hanno moltissima, escludendo l’appena citato Uolter. Prodi ha qualche sprazzo, ma sembra sempre che poi tiri il freno. Eppure idee in giro ci sono, cominciano ad esserci. Bisogna fare in modo che siano interpretabili dai nostri politici, al più presto.

Per questo, continuiamo a lavorarci su e a girarci attorno, parliamo e parliamo, a costo di sembrare un po’ pazzi.




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12 settembre 2005

Servizio civile

Una buona notizia. Sono proprio soddisfatto delle dichiarazioni di Prodi che ipotizza l'introduzione di un servizio civile obbligatorio di sei mesi. Sono contento per più motivi.
Primo, perché è una mia vecchia fissa e mi fa piacere scoprire questa sintonia (tempo fa, mi ci ha fatto riflettere un editoriale di Jean Daniel, che notava come a un paese siano necessari del meccanismi forti di costruzione dell'identità nazionale, e che tali meccanismi, tradizionalmente la scuola e l'esercito, con la crisi della scuola e la profesionalizzazione dell'esercito, rischiano di scomparire)
Secondo, perché una volta tanto vengono espresse da un leader idee non banali e precotte, ma qualcosa  che indica una visione - magari  "un modo sicuro per farci perdere le elezioni" , come ha detto qualcuno paventando la classica ignavia  giovanile. Ma, almeno, un'idea e una visione che allude alla necessità di ricostruire un paese e un progetto per il paese.
Speriamo bene...




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9 settembre 2005

Orgoglio di padre 2

Un altro disegno di mio figlio, dopo il ritratto di mio padre, questo ritratto di un Totò da giovane.




E questo autoritratto:







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7 settembre 2005

Orrore informatico

Questo qui sotto è il "dorso" o home page del mio blog, aperto con l'editor del cannocchio.




Orrore: dentro al testo c'è anche il codice di dol e i credits del cannocchio, e il browser non visualizza il pulsante "salva".
Non potrò mai più cambiare il dorso??




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