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22 dicembre 2007

Vacanze, e note sparse

Domani mattina parto per la montagna, quindi sarò scollegato. Niente post fino a gennaio. Auguri a tutti i miei numerosissimi (!) e affezionati lettori.
E ora, alcune note sparse:
  • Sollecitato, ho ripreso a scrivere sul mio Doppio Diario, dove ero uso, fino a poco tempo fa, raccontare peripezie di lavoro o di vita privata. L'ultima peripezia ha a che fare con la semplificazione della vita quotidiana, potenzialmente consentita da internet. Quello che mi è successo nei giorni scorsi dimostra che c'è molta strada da fare. E dimostra che la proliferazione dei login e password sta diventando un problema da risolvere con una certa urgenza, se non si vuole che un sistema teoricamente utilissimo si incarti irrimediabilmente su se stesso. Quello che servirebbe, è un modo per gestire in modo sicuro e con privacy garantita un'unica identità digitale, da usare in tutte le transazioni e in tutte le interazioni in rete - o, almeno, in quelle "ufficiali". Forse, anche qui, tanto per cambiare, serve un intervento lungimirante della mano pubblica...
  • Sarà forse l'incipiente influenza, beccata ovviamente appena inziate le vacanze natalizie, ma mi sento piuttosto depresso circa l'andamento della costruzione del PD. Non tutto è perduto, e vorrei ritrovare la grinta di Ivan che dice molto molto bene perché non bisogna mollare. Però certamente, confrontare la bozza di statuto uscita dalla riunione di redazione del 14 con quella uscita il 17, è piuttosto deprimente per chi come me ha lavorato direttamente alle tre proposte de iMille. Di quelle tre proposte, tutte incluse nella bozza del 14, in quella nuova non vi è più traccia. In compenso, certo, l'abile Vassallo ha costruito un pacchetto che, trasformando il Congresso in Convenzione, e legando la convenzione al processo di elezione diretta da parte di tutti i sostenitori di segretario e assemblea nazionale, riesce a contentare nominalmente gli appassionati di congressi e correnti, salvando quasi tutta la sostanza. E ancora, se vogliamo proprio essere ottimisti, nella nuova bozza l'accenno alla sistematica pubblicazione telematica degli atti e delle decisioni del partito ha qualche parentela con la nostra proposta di Sistema per la Partecipazione. Ma ho forte il sospetto che, letteralmente, ci sia un problema di radicale incomunicabilità fra noi che abbiamo una certa idea della partecipazione in rete e fuori, e quell'altro modo di vedere la politica. Non mi ci riesco a rassegnare, perché io stesso vengo da quel modo, in quanto militante di vecchissima data. Se io mi sono trasformato, se ho inseguito queste nuove chimere, perché diavolo altri nelle mie condizioni, e magari con capacità politiche ben maggiori delle mie, non ci riescono? Possibile che l'inerzia dei sistemi e delle mentalità sia così forte? Per quel che conta, comunque, da queste parti si continuerà a premere perché quelle nostre proposte diventino, in un modo o nell'altro, realtà.
  • Finanziaria e pacchetto welfare sono passati. Il modo con cui la cosa viene comunicata dai giornali è spaventoso. L'accento è sostanzialmente tutto sul fatto, giudicato ignobile, che questi provvedimenti siano passati tramite voto di fiducia, o sul fatto che comunque, come titola Repubblica, la maggioranza "si sfarina". Ora, non è che finanziaria e pacchetto welfare siano perfetti - io ad esempio avrei voluto ben altro investimento sul vero problema dei nostri tempi, l'unico davvero urgente, la gestione dell'energia e del cambiamento climatico. Però siamo alle solite: tutta l'informazione mette sistematicamente in evidenza solo la forma, addossando per di più la colpa delle fiducie ripetute al governo e non ad un sistema parlamentare bicamerale folle e a un'opposizione ovviamente violentemente ostruzionista (e non voglio nemmeno ricordare la tentata campagna acquisiti di senatori...). Sul merito dei provvedimenti, striminzite tabelline esplicative nelle pagine interne. Se il cavalier Banana avesse avuto lui il governo, il Paese sarebbe invaso di cartelloni 6x9 sull'abolizione dell'ICI, e i telegiornali sarebbero invasi di trionfali interviste e servizi sul concreto aiuto dato ai più deboli.


18 dicembre 2007

Strategie per far fuori il PD nella culla

Con grande buona volontà interpretativa, e non senza ragioni di merito, Filippo argomenta sul fatto che il brano sulla laicità della bozza del manifesto dei valori del PD non è così clericale come lo si è voluto dipingere.
Concorderei volentieri, molto volentieri. Studio con interesse, e non da ora, la dottrina sociale della chiesa, e vi scorgo moltissime cose interessanti ed utili. Molte cose che possono servire a lottare contro gli aspetti iniqui della modernità.
Concorderei volentieri, se con il voto sul registro delle unioni di fatto ieri a Roma, non si fosse toccato con mano che non di sottili disquisizioni e di letture serie e complesse della realtà delle religioni si tratta, ma solo di un "arrampicarsi sugli specchi" per lasciare che il PD sia preda, nei fatti, di una triste deriva clericale.
Perché consentire a due omosessuali di firmare su un registro pubblico per dire che vivono insieme non è una scelta "eticamente sensibile", ma una cosa ovvia, pacifica, importante perché riconosce dei diritti, ma i sé e per sé talmente banale da essere perfino un po' scema. E se di fronte a una cosa del genere la gerarchia vaticana e la CEI, il vecchio Ruini e la Binetti fanno le barricate, appoggiati da quei morti di sonno di Milana e Ciarla (i nostri due capi "provvisori" del PD romano), e non contrastai ahimè - suppongo per "ragion di stato" dal mio stimatissimo Uòlter, allora vuol dire che questi teodem non solo non cercano il dialogo, ma piuttosto vogliono semplicemente sconfiggere qualsiasi principio di laicità in nome del loro supposto e indimostrabile "diritto naturale".
Vorrei che qualche cattolico, finalmente, rispondesse a queste domande che trovo chiarissime e alle quali non ho ancora sentito risposta alcuna.
****
Sono strategie per far fuori il PD nella culla? In fondo, chi ha scommesso nel PD, ha scommesso anche sulla sincera capacità nel dialogo e nella contaminazione. Ha immaginato che un partito maggioritario dovesse essere capace di contenere anche posizioni diverse fra loro, ma senza che questo dovesse significare, nei fatti, intolleranza. Perché siamo sempre al solito punto: se ci sono principi non negoziabili per i cattolici, allora saremo costretti a definire principi non negoziabili anche per i laici, e per i non credenti, e per i musulmani, e per i valdesi.....


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17 dicembre 2007

La festa è finita

Questa volta niente link. Copio integralmente qui.
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L’internazionalizzazione dei mercati ci sta accanto come uno spettro cui non sappiamo ancora dare un nome perché il suo volto è ambiguo e le menti non sono esercitate a pensare in grande: la globalizzazione promette ai poveri l’uscita dalla miseria, e ai ricchi promette ottimi affari di alcuni industriali ma un impoverimento generale delle società. Le cose si fanno più chiare quando si guarda al nostro pianeta malato, alla possibile bancarotta dell’abitare umano sulla terra: 2 gradi di riscaldamento in più sono rovinosi, il livello del mare che si alza pure. 

Se continua lo scioglimento dei ghiacciai antartici e della Groenlandia scompaiono Londra, New York, Miami, Olanda, Bangladesh, Venezia. Qui veramente siamo di fronte a un tutto che rende vana ogni illusione di poter vivere da soli, difendendo il proprio particolare. Qui i più svariati eventi nazionali e mondiali s’intrecciano come mai in passato, e obsoleta è ogni distinzione tra vicino e lontano. La Conferenza che si è conclusa a Bali è un piccolo passo avanti, anche se parziale. Prevale la resistenza di dirigenti intrisi d’inerzia, contrari a obiettivi cifrati di riduzione del gas serra, ed è straordinario come gli Stati Uniti, icona del moderno, appaiano la più inerte, retrograda delle potenze. A Bali hanno però suscitato ira, e alle spalle di Bush c’è un’America che vuole agire sul clima (500 sindaci e la metà degli Stati): l’amministrazione può sprezzarla, non ignorarla. L’Europa non ha strappato obiettivi cifrati ma è percepita come avanguardia e può sperare che la conferenza di Copenaghen nel 2009 riconosca i fallimenti di Kyoto e fissi più severi traguardi. Ha anche ottenuto che i Paesi poveri e in sviluppo partecipino allo sforzo, ma che i ricchi contribuiscano di più e aiutino, avendo ridotto il pianeta a quello che è. Una cosa comunque è chiara: c’è un legame tra l’evento di Bali e quel che viviamo ogni giorno; non sono sconnessi i negoziati sul clima, la collera dei camionisti per l’aumento del gasolio, gli aumenti di pasta, latte, grano, carne. Siamo assuefatti all’energia a buon prezzo che emette anidride carbonica, e toccherà disintossicarsi. Abbiamo alle spalle un trentennio di cibo poco caro (1974-2005), e anch’esso appartiene al passato, come ha scritto l’Economist. «La festa è finita!», afferma l’accademico Richard Heinberg in un libro omonimo (ed. Fazi, 2004). Secondo alcuni il punto critico, di non ritorno, è imminente e forse già passato. È tempo di cessare le dispute e di agire. È tempo di cambiare parole cui eravamo avvezzi, dottrine che sembravano sicure, abitudini. Una delle prime conseguenze è il ritorno della politica, dopo anni di perentoria certezza liberista. I governi sono diventati comitati d’affari di lobby industriali, sulla scia di quest’ideologica certezza: ma sono industrie che dovranno trasformarsi, e sono sindacati che non hanno minimamente pensato il clima mutato. Anche la festa liberista è finita, perché le virtù d’un mercato senza regole né interferenze si son rivelate illusorie. Lasciato a se stesso, esso ha generato catastrofi. «Siamo davanti al più grande fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto», ha detto in una conferenza a Manchester del 29 novembre l’economista Nicholas Stern, che nel 2006 aveva presentato a Blair un rapporto sul clima. E si è spiegato così: «Coloro che danneggiano gli altri emettendo gas serra generalmente non pagano». Nessuna mano invisibile ha permesso che le condotte irresponsabili, sommandosi, producessero vantaggi. Per questo c’è di nuovo bisogno di Stato, di forza della politica. Solo la politica può frenare il precipizio, perché frenarlo vuol dire pagare prezzi ben salati, tassare la gente in nome del pianeta, spendere meno, consumare diversamente, tener conto del mondo e non solo di se stessi. D’un tratto, alla luce del naufragio terrestre, la politica liberista sembra vecchissima, pre-moderna. È prigioniera di lobby che hanno tuttora un potere soverchiante ma destinato all’anacronismo: lobby petrolifere e di vario tipo. È significativo che Obama, candidato democratico alla presidenza Usa, riscuota sempre più successo con un discorso tutto incentrato sull’autonomia del politico da lobby e sondaggi. Smarriti davanti a quel che accade, ci mancano le parole e quelle che usiamo sono false e diseducative. Dovranno sparire parole come manovra, perché dire manovra anziché risanamento rimanda a loschi affari di corridoio, che screditano il governante. Sparirà la certezza di poter ridurre le tasse facilmente. Sparirà anche la retorica sulla libertà (del popolo, dell’individuo) contrapposta allo Stato: i margini di libertà si restringono, non è vero che possiamo produrre, consumare come vogliamo. Sparirà, si spera, lo sguardo solo nazionale sulla politica: la fine del cibo a buon mercato è mondiale. I produttori ci guadagneranno, e non bisogna dimenticare che tre quarti dei poveri sulla terra abitano zone rurali; che il nefasto divario cinese tra campagne e città sarà mitigato. I prezzi alti sono per i poveri una dannazione quando consumano, una manna se producono. Anche la fine del petrolio a buon mercato aiuta a cercare fonti alternative. In fondo lo Stato dovrà organizzare un impoverimento costruttivo, mirato. Solo lo Stato può accingersi a sì ciclopica impresa. Il ritorno della politica è colmo di pericoli autoritari e pur essendo ineluttabile non avverrà senza traumi. Perché sarà difficilissimo per tutti: per gli stati, i sindacati, gli industriali e per ogni cittadino, soprattutto nei Paesi ricchi. È un processo che comporta importanti metamorfosi del modo di pensare la politica. La prima metamorfosi riguarda il rapporto tra politica, mezzi di comunicazione e scienza: rapporto torbido, distorto. La politica sa che esiste ormai una verità scientifica sul destino terrestre, ma per inerzia continua a disputare come se il clima fosse una discriminante fra destra e sinistra: è una cecità condivisa dalla stampa. Nelle riviste scientifiche esiste oggi un consenso pressoché totale sul clima. Non nei giornali generici, dove contano più le lobby e i politici reticenti che gli scienziati. I politici temono di apparire impotenti, impopolari: per questo si concentrano su fatti contingenti (i camionisti, in Italia) pur di non spiegare come il rincaro degli alimentari sia ormai strutturale e duraturo. Perché non dire il vero? Il cibo costa ovunque di più, per precisi motivi. I raccolti in alcune regioni del mondo sono più vulnerabili al clima (Australia, Africa, Brasile, Kazakistan). C’è poi negli Stati Uniti la spregiudicata corsa all’etanolo, unita al solipsistico sogno d’indipendenza energetica. L’etanolo ha ingigantito i prezzi del mais con cui è prodotto, e spinge al rialzo tutti i cereali. La corsa è spregiudicata perché l’America è intervenuta con sovvenzioni pubbliche per coltivare più mais (7 miliardi di dollari l’anno), e questo ha decurtato le scorte cerealicole mondiali, scoraggiato il più pulito etanolo brasiliano (estratto da zucchero), esteso la deforestazione. Nel rapporto con la scienza i politici si comportano come il cardinale Bellarmino con Galileo: non vogliono vedere il reale, invitano gli scienziati a parlare ex suppositione, «per ipotesi», purché sia salva la Sacra Scrittura. Per il politico sono sacri i sondaggi, ma il rifiuto di guardare nel cannocchiale di Galileo è lo stesso. Non stupisce la doppia dipendenza di Bush dalle lobby e dai fondamentalisti cristiani. La seconda metamorfosi, legata alla prima, riguarda i costi di riparazione del pianeta. Anche qui, il politico dovrebbe sapere che essi infinitamente minori rispetto ai benefici futuri. Secondo Stern, urge tagliare l’1 per cento del prodotto lordo nel mondo, ogni anno, per decenni, se si vuol evitare che i costi dell’inazione si quintuplichino. Ma quell’1 per cento resta pur sempre gravoso: 600 miliardi di dollari. Significa più tasse, e posti di lavoro perduti. Le misure dovranno esser «radicali, urgenti e costosissime», scrive John Lanchester sul London Review of Books del 22 marzo scorso. Tutte le invettive contro tasse e stato converrà rimeditarle, davanti all’enormità dei prezzi da pagare per riparare il clima. La terza metamorfosi riguarda ciascuno di noi: produttori o consumatori. Anche il nostro rapporto con la scienza è religioso: ci crediamo ma senza conoscere, dunque crediamo male. Immaginiamo di poter fare a meno della politica, dello Stato, convinti magari che i forti vinceranno. Non è così. I forti di oggi domani s’indeboliranno. Alcune nostre abitudini diverranno talmente costose, a causa del carbonio emesso, che un giorno saranno proibitive. Avremo case meno scaldate, pagheremo alte imposte, saremo un po’ più poveri. Prima o poi smetteremo la costruzione frenetica di aeroporti, visto che gli aerei emettono quantità gigantesche di anidride carbonica. Verrà il giorno in cui si rinuncerà ai Suv, queste auto assassine del clima. La situazione non cambia se dalla benzina si passa all’etanolo e si garantisce un’«energia più efficiente»: secondo la Banca Mondiale, il mais che serve per un Suv può nutrire una persona per un anno. I prezzi alimentari sono la cosa che capiamo di meno, perché è colpito il nostro quotidiano, e per questo è essenziale che la pedagogia occupi il centro della politica e estrometta il voler compiacere sempre. Se i prezzi aumentano è perché il mondo, meno iniquo, ha cominciato a divenire più ricco. Un’ingente parte dell’umanità - Cina, India - mangia carne oltre a cereali. Lamentarsene è insensato oltre che scandaloso moralmente. C’è bisogno di molto più grano per alimentare gli animali che per fabbricare pane: ci vogliono tre chili di cereali per un chilo di carne di maiale, 8 per un chilo di carne di bue. Questo è tutto. La tentazione è grande di parlare di apocalisse. Ma nell’apocalisse sono due le vie. Una è quella del tutto è permesso: festeggiamo, visto che non avremo discendenti. L’altra prepara il futuro, trattiene il disastro con l’azione. Nel secondo capitolo della Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, si parla del katèchon che trattiene la venuta del Male con mezzi terreni, in attesa di interventi divini. Il katèchon per gli stoici è qualcosa di più semplice: è fare il proprio dovere, rispettando l’altro e la natura anche se la terra viaggia verso la conflagrazione.

Barbara Spinelli, 16 dicembre


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14 dicembre 2007

Links for 2007-12-14

  • Un Roberto Gualtieri in formato socialista e piuttosto caustico sugli avanguardismi politici italiani ci racconta il congresso della CDU e il nuovo ruolo della SPD: una lettura importante per capire cosa si muove davvero in Europa, ed avere un po' di fiducia nel futuro, a dispetto delle nostrane miserie.
  • Un Beppe Caravita in formato messianico problematico e speranzoso, e insolitamente quasi ben disposto con Veltroni, ci offre un affresco di cosa non va e di cosa dovremmo provare a fare in Italia, a confronto della grande crisi climatica mondiale che si avvicina a passi veloci
  • Più che l'intervista di Cuperlo al riformista, conta l'acuto commento di Antonio g, che ho usato a mia volta per commentare Ivan Scalfarotto che difende Odifreddi: il guaio sulla laicità, in questo paese di Guelfi e Ghibellini, è scoppiato. E la lettura del già citato Gualtieri può servire anche a capire quanto siamo un paese arretrato.


11 dicembre 2007

Duel

I camionisti, a differenza dei tassisti, hanno un certo consenso popolare. Perché li immagini affaticati e sudati, perché sai che fanno un lavoraccio. Perché sono più fotogenici e magari perché fanno un po' paura e ti ricordi Duel.
Ma sopratutto perché la loro richiesta principale, la riduzione del prezzo del gasolio, sembra a moltissimi una cosa buona e giusta. Perché l'idea che si debba sterilizzare l'IVA sulla benzina, e ridurre le accise, sta diventando senso comune. Perché si dice e si ripete che se costa di più il trasporto, costeranno di più tutte le merci e ci sarà più inflazione.
Insomma, sembra che protestando aiutino anche noi.
*****
La serrata, il blocco stradale, l'inciviltà del potere di interdizione di una categoria potente, sulle prime, mi hanno fatto pensare che il governo dovesse usare la mano dura, durissima. Sostanzialmente, lo ha fatto, con la precettazione da questa notte. Probabilmente ha fatto bene, perché davvero di categorie che ricattano il paese intero, non se ne può più.
Però, forse sarebbe meglio - una specie di dramma pedagogico - che finisse male, che i camionisti rifiutassero davvero di farsi precettare, passassero alle maniere forti, e che in tutta Italia per qualche giorno non si trovasse più un goccio di benzina, e poche merci, e fabbriche ferme e negozi vuoti.
*****
Forse allora qualcuno si farebbe le giuste domande:
  • I camionisti, come chiunque si trovi in difficoltà economica, hanno soggettivamente ragione. Cercano, come tutti, soluzioni biografiche a problemi sistemici.
  • Ma la soluzione sistemica che servirebbe è proprio, esattamente, quella di aumentare il prezzo del gasolio, o meglio di introdurre una seria e pervasiva carbon tax.
  • La soluzione sistemica che servirebbe è proprio, esattamente, quella di ridurre il numero dei camionisti e dei camion, e trovare un altro lavoro ai nostri bravi e nerboruti operatori del trasporto - che so, una buona idea sarebbe assumerli tutti per guidare una nuova grande flotta pubblica di autobus a metano ed elettrici e così cogliere due piccioni con una fava, e chiudere al traffico i centri urbani più congestionati.
  • La soluzione sistemica che servirebbe è proprio quella di non tentare di alleviare le sofferenze (ammesso che siano davvero così gravi) della categoria, ma di approfittare finalmente di questa ennesima crisi per capire che il tempo è finito, e che se il trasporto in Italia è fra i maggiori responsabili della nostra mostruosa produzione di Co2, e se finiremo per dover pagare miliardi di euro di multe perfino per non aver rispettato il blandissimo trattato di Kyoto, allora non è proprio il caso di continuare a sussidiare una categoria fuori dal mondo, fuori dalla concorrenza capitalistica, ma anche e soprattutto fuori dal nuovo tempo della crisi climatica ed energetica.
*****
Ma siamo un paese specializzato a rimandare le soluzioni serie e trovare tamponi e garze per continuare a chiudere piaghe che si riapriranno. E così temo che la ragion di stato e la forza della corporazione porterà al solito "ragionevole compromesso", e resteremo ancora l'unico paese europeo che trasporta l'85% delle merci su gomma. Almeno fino a che, finalmente, di gasolio non se ne troverà più, e punto.
*****
Sul dettaglio della faccenda, leggetevi cosa dice Pietro Cambi, con il quale concordo al 100%.


10 dicembre 2007

Handel e Purcell, 12 e 13 dicembre

Ecco il concerto di Natale del Coro polifonico del C.I.M.A.. Come al solito, alla Chiesa Valdese un momento di musica di grande qualità.


Qui trovate tutte le informazioni. Vi aspettiamo!


9 dicembre 2007

BarCamp e Statuto

Ieri, la preparazione della presentazione. Oggi una giornata al piùBlog Camp a presentare l'idea di partito partecipato de iMille e ad ascolare tante altre idee e passioni da blogger.
Nel frattempo, mattina e sera, un lavoro intenso per elaborare e poi inviare al presidente della Commissione Statuto gli emendamenti alla sua bozza, discussi e proposti da iMille.
Sono stanco ma doppiamente soddisfatto:
  • Il mio primo barcamp è stata un'esperienza davvero interessante, dove ti trovi a scoprire ed imparare molto in poco tempo e dove la sorpresa (la serendipità, ha detto qualcuno) è dietro l'angolo. Personalmente, ho trovato veramente interessante il discorso sulle radio e il web di Antonio Pavolini, che è anche un notevole affabulatore - il ché, in una non conferenza, non guasta. Molto stimolanti anche l'approfondimento da consumato consulente di Nicola Mattina sul Corporate bloggingI microformati e il web semantico  di Piergiorgio Lucidi - troppo tecnico ma utile per capire dove andremo - e, ovviamente, Valter che ci ha parlato con grande convinzione del TurnOffPechino (lodevole iniziativa sulla quale tuttavia nutro qualche dubbio). 
  • Il succo, il centro motore di tutta l'elaborazione sviluppata sulla forma partito e sul sistema per la partecipazione sul wiki de iMille è stato tenacemente proposto da Ivan alla Commissione Statuto (i dettagli li racconta lui stesso qui ). Davvero, questo nostro provare a fare un partito nuovo sta già producendo, nella nostra pratica, quel partito nuovo che vogliamo.


7 dicembre 2007

Sbinetti

Sulla Binetti, semplicemente concordo con Ivan, e non c'è proprio altro da dire.
Quanto a Mastella, Di Pietro e compagni, confermano di essere sempre pronti ad affiancare il loro estremismo di centro all'in-Fausto estremismo di sinistra.


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5 dicembre 2007

La risposta più facile

Alla fine, Bertinotti si sta apprestando, per la seconda volta in meno di dieci anni, a fare il favore supremo a Berlusconi. Il banana non era riuscito a dare la spallata a Prodi ed, anzi, aveva finito per frantumare il suo schieramento.
Ma ci sta pensando Fausto a dargli una mano (indubbiamente aiutato ampiamente dal comportamento degli estremisti di centro). Ed infatti, il Giornale di famiglia del banana oggi ha un titolo di puro e sincero ringraziamento:

Copertina del Giornale

Oh, io lo capisco il povero Fausto. Il suo partito non ce la fa più a reggere i mugugni di una base che è più seguace del celebre comico sessantenne che fa politica da un finto blog, che non del partito e dell'ideologia comunista o altermondialista. E quindi, come sempre, la cosa più facile da fare per rassicurare i suoi è ignorare la realtà, ignorare le cose concrete dell'effettivo governare, ignorare che - tanto per fare un esempio semplice semplice - nell'ultimo anno questo governo è riuscito a bloccare centinaia di cantieri abusivi e, per tale via, a regolarizzare più di centomila lavoratori e a recuperare miliardi di contributi evasi. Tutte cose che ci sogneremmo da un governo di destra. Tutte cose di sinistra e, davvero, dalla parte degli ultimi. Tutte cose che nel dibattito politico e nell'informazione corrente scompaiono, per far post a ridicoli nominalismi sullo staff leasing.
Ignorare il governo e il governare, consente di tornare al sogno dell'opposizione come condizione ontologica della sinistra.  Liberandosi del problema, vivendo meglio e in allegria la possibilità di lamentarsi, magari di scendere in piazza e fare bellissime e calde manifestazioni. Mentre il potere di rimettere lo scalone, di non fare i contratti, di distruggere l'ambiente e non fare un tubo per il disastro energetico e climatico che si approssima, lo lasciamo ben contenti agli altri.
Complimenti davvero, Fausto. Ancora una volta, stai dimostrando che affidare un partito comunista a un socialista massimalista quale tu sei, è stata una pessima idea. Fosse possibile, direi "ridateci Cossutta".


4 dicembre 2007

Cortocircuito

L'anarchico che nel 1875 racconta gli Stati Uniti d'America come il regno del consumismo e dell'anomia, usando probabilmente le parole di qualche pensatore, come spesso in questo romanzo citazionista di Antonio Scurati, entra in cortocircuito con tutta l'argomentazione sulla trasformazione della modernità solida in modernità liquida, svolto da Bauman in questo complesso libro.
E' un puro caso che la mia lettura di questi due libri sia iniziata e finita quasi contemporaneamente: sulla carta, non c'era particolare nesso fra la storia romantica e risorgimentale di Scurati, che si svolge addirittura prima della modernità solida del novecento, e la descrizione di Bauman della modernità liquida, della società sotto assedio del nostro nuovo secolo, frantumata dalla globalizzazione e dal dominio del consumo immediato, pura rincorsa del desiderio continuamente alimentato da stimoli che devono essere immediatamente sostituiti da altri stimoli.
E invece, appunto, è scattato un cortocircuito, come se storie diverse, libri diversi letti per motivi diversi, mi portassero sempre allo stesso filo.
Un filo che ora prosegue, con Outlet Italia di Cazzullo, a scoprire che il raffinato sociologo Bauman e lo svelto giornalista Cazzullo raccontano in parte la stessa storia uno analizzandone i fondamenti, l'altro facendone l'esatta cronaca empirica.
Ma, significativamente, Cazzullo inizia il suo racconto affermando recisamente che il mondo in svendita degli outlet postula la definitiva vittoria dell'avere sull'essere( pag. 5). Bauman, invece, quando si sofferma sulla contraddizione fra avere ed essere, conclude che la modernità liquida risolve quella contraddizione superandola, perché non è tanto l'avere ad aver vinto sull'essere, ma piuttosto entrambi sono sconfitti e superati dall'usare istantaneo, ossia dalla inesausta necessità del consumo moderno a sostituire un oggetto a un altro: non conta avere, conta solo desiderare di avere, usare e buttare via velocemente ciò che si è usato, in questa incredibile società produttrice, prima di tutto, di grandi quantità di rifiuti (pag. 158 e seguenti).
****
Per mia chiarezza, ho costruito due mappe concettuali per fissare parte delle idee di Bauman. In una, c'è uno schema della modernità solida, in una di quella liquida. Non c'è giudizio di valore, un meglio o un peggio nei due modelli. Ma, certamente, tutto il libro finisce per trasmettere una certa angoscia sul presente, perché il suo nucleo essenziale ci suggerisce la pressoché totale impotenza della politica. Una impotenza che porta le persone a non credere a soluzioni collettive, ad affidarsi a "soluzioni biografiche per problemi sistemici". E che spiega la mancanza di obiettivi collettivi, il nichilismo e l'agitarsi diffuso di molti.
Forse, una dose di pessimismo eccessivo, se provo a mettere in cortocircuito un altro libro letto recentemente, quello di Todd sull'impero americano. Dove, oltre a dire tutto il male di molti aspetti della globalizzazione, un pragmatico approccio demografico consente di giungere a conclusioni un po' diverse: alfabetizzazione, istruzione delle donne, lenta rivoluzione demografica, lento aumentare del consumo, sono tutti fattori di promozione sociale reale, che non contraddicono l'aumentare delle differenze sociali all'interno di ciascun paese, ma rendono evidente anche l'aspetto positivo, di emancipazione, dell'avvio di certi processi.
****
Mai come in questo caso, nessuna conclusione definitiva a questo post. Sto solo appuntando pezzi di riflessioni e di idee e, appunto, cortocircuiti.


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2 dicembre 2007

Principi non negoziabili

Noi laici di sinistra percepiamo con crescente preoccupazione la tendenza di questo papato, che incide così pesantemente nell'assetto politico e istituzionale in Italia, ad invocare ad ogni piè sospinto cosiddetti principi non negoziabili. Principi che deriverebbero dalla legge naturale - una legge però definita nei suoi contorni, unilateralmente, dal magistero della chiesa, e quindi evidentemente opinabile. Come sommamente opinabili sono i contenuti tecnicamente reazionari dell'ultima enciclica papale, una coerente negazione della modernità, più della modernità illuminista - individualista - che di quella comunista - comunitaria. Un evidente passo indietro che, a giudicare da certe anche recenti elaborazioni nelle settimane sociali della chiesa, non mancherà di aumentare (per fortuna) il livello del malumore di parte dei cattolici.
Eppure, noi stessi laici siamo sempre pronti ad invocare i nostri principi non negoziabili. Quelli dei diritti umani individuali, quelli della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, quelli della libertà di stampa e di espressione, quelli della libertà sessuale, quelli del nostro specifico modo di intendere la democrazia. E, sulla base di questi principi, siamo sempre pronti ad invocare boicottaggi, a eleggere a mito - forse al di là dei suoi meriti - personaggi per altri versi ambigui come il Dalai Lama.

Non fraintendetemi, non voglio dire che questi principi siano deboli, o sbagliati, o che non bisogna lottare per essi. Vorrei solo notare che se invochiamo un qualche tipo di relativismo per spiegare perché ci sembra assurdo che qualcuno, che so, voglia impedire che si faccia una legge sulle convivenze o che si studino le staminali o, peggio, che si insegni ad usare il preservativo; ecco, se invochiamo questo, allora dovremmo per simmetria accettare l'idea che qualcuno invochi altri e diversi principi per giustificare le sue scelte. Purtroppo, se non esistono principi non negoziabili accettabili, non esistono per nessuno.


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Credits per la testatina: Vittorio Giardino, Igort, Lorenzo Mattotti


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In lettura in questi giorni:
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Qualche pensiero a cui tengo:
Il consenso e le tasse
La politica della coda lunga
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Fiaccole
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Jazz o barocco?
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