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30 settembre 2008

Sempre gli stessi errori

Una decina di anni prima, in una nazione un po' periferica, che per di più aveva raggiunto l'unità nazionale solo di recente, prese il potere un dittatore dall'aspetto e dai modi un po' folcloristici. Le grandi democrazie liberali lo snobbarono o, comunque, non gli diedero soverchia importanza. Certo, non si comportava molto bene in società, e bisognava pur dare asilo a un po' di intellettuali e e quegli scomodi comunisti e socialisti, ma alcuni affari si potevano sempre continuare a fare...

C'era un altro Paese che, sconfitto duramente in una recente guerra, era stato costretto a pagare ingenti danni e, quindi, faceva fatica a risollevarsi e covava un notevole risentimento. Ma lo sviluppo e la ricchezza sempre più diffusa, tutto il ferro, l'acciaio, il carbone e la chimica, tutti i nuovi beni di consumo, stavano lì a dimostrare che anche quelle ferite si sarebbero rimarginate, e che tutto sarebbe continuato per il meglio per i ricchi finanzieri, e così tanto per il meglio da riuscire a contentare anche un po' dei dannati della terra. Qualche briciola era assicurata anche a loro.

Un martedì, però, il cielo cadde sulla terra, la gente corse impazzita a ritirare i propri soldi, improvvisamente privi di valore, da tutte le banche. La banche non si prestavano più soldi a vicenda, le azioni crollavano, l'intero castello di carta che aveva rapidamente moltiplicato la ricchezza dei pochi, che aveva spinto un po' tutti i governi a ridurre le tasse ai ricchi, che aveva illuso molti sulla fine della povertà, era crollato.

Il contagio di quel martedì si diffuse un po' dovunque, e le soluzioni per uscirne furono in fondo simili in economia, ma davvero molto diverse per la vita e la libertà della gente.


I terribili tempi di ferro, fatti di povertà e disoccupazione, di masse di persone che perdevano la casa e vagavano alla ricerca di un lavoro, furono affrontati un po' dovunque con misure pubbliche eccezionali, e gli stati presero, quale più quale meno, direttamente in mano le redini dell'economia e della produzione.

Ma quel paese sconfitto si affidò a un dittatore feroce, perché in lui vedeva la rivincita, l'orgoglio, la rinnovata potenza, la difesa dalla povertà e dal contagio giunto da fuori. E la periferica nazione guidata dal dittatorello folcloristico trovò normale avvicinarsi al nuovo e ben più potente dittatore il quale, del resto, aveva imitato molti dei modi e delle idee di quell'altro, che lo aveva preceduto.

Invece, dopo un periodo di turbolenza, la più grande potenza di allora, l'epicentro del contagio, si affidò a un democratico che aveva una visione, e riuscì pian piano non solo a ricostruire l'economia, ma anche a farlo con un minimo di giustizia e un poco di libertà. Distribuendo meglio quel poco che c'era, e lasciando libere le persone.

Questi due mondi finirono per scontrarsi in una sanguinosa guerra, la peggiore fino ad ora, ma questa è un'altra storia. Che interessa nel nostro racconto solo perché dopo, quando il paese del grande dittatore fu sconfitto per la seconda volta, le grandi democrazie non fecero di nuovo il grande errore di infierire ma, anzi, lanciarono la più grande – e purtroppo finora unica – operazione di dono a guadagno condiviso che la storia di quel pianeta azzurro ricordi.



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Poco più di dieci anni fa, un ometto che all'estero considerano buffo, e che spesso imbarazza i governanti del mondo intero, ma con il quale quegli stessi governanti non disdegnano di fare affari, ha conquistato stabilmente le menti della maggioranza degli abitanti di quella piccola nazione periferica. Si è associato senza difficoltà agli eredi del dittatorello di un tempo, perché ne condivide le idee profonde ma, poiché i tempi sono cambiati, non usa le maniere forti e non è certo un dittatore. Solo, è lo stesso inamovibile dal potere, sia che stia al governo sia che stia all'opposizione, perché, appunto, ha costruito una solida egemonia gramsciana sulle menti della maggioranza del suo popolo. Governa, quando governa, con la duplice arma della paura e delle veline.

C'era anche un altro paese, sconfitto in una guerra non guerreggiata, una guerra fredda, che si era ritrovato povero e pieno di orrende ingiustizie, rapinato da una casta di ricchi satrapi che dicevano di essere i rappresentanti del mondo libero. Ma quel paese ha poi scoperto di avere, nella sua grandissima pancia pianeggiante, grandi ricchezze da vendere, ora che l'epoca del ferro e del carbone è stata sostituita da quella del petrolio, del gas e del silicio.

E così, ancora una volta, lo sviluppo e la ricchezza sempre più diffusa, tutto il petrolio, la plastica, il silicio e la chimica, tutti i nuovi beni di consumo, stanno lì a dimostrare che tutto sarebbe continuato per il meglio per i ricchi finanzieri, e così tanto per il meglio da riuscire a contentare anche un po' dei dannati della terra. Qualche briciola è assicurata anche a loro.


Un giorno recente, però, il cielo è di nuovo caduto sulla terra, le azioni improvvisamente sono crollate, assieme al valore delle case e dei mutui, e grandissime banche e grandi istituzioni finanziarie, considerate il massimo della solidità e della serietà fino al giorno prima, sono fallite o sono state salvate coi soldi degli stati. La nazione più ricca, poiché era ricca grazie ai mostruosi debiti fatti dai suoi abitanti e dal suo stato, si è ritrovata improvvisamente povera e smarrita. Le banche non si prestano più soldi a vicenda, le azioni crollano, l'intero castello di carta che aveva rapidamente moltiplicato la ricchezza dei pochi, che aveva spinto un po' tutti i governi a ridurre le tasse ai ricchi, che aveva illuso molti sulla fine della povertà, è crollato.

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Non è chiaro come e se ne stiamo uscendo. Anche questa volta, come è inevitabile, sarà l'azione dello stato, o degli stati, insomma le istituzioni della politica, ad accollarsi il problema generato dalla cecità dell'economia.

Ma anche questa volta, gli effetti sulla vita e sulla libertà delle persone possono essere molto diversi.

La nazione forse ancora per poco più potente potrebbe forse uscirne in un modo simile ad allora, se sceglierà un grande democratico con una visione per guidarla fuori dalla palude. E' abbastanza probabile che lo faccia, perché, in fondo, è quella una delle due nazioni che, ormai tre secoli fa, hanno fatto le due uniche vere rivoluzioni democratiche della storia del piccolo pianeta azzurro.


La piccola nazione periferica e la grande nazione che ebbe il feroce dittatore, potrebbero fare una fine peggiore. Tanto la prima che la seconda, abbacinate dalla paura dell'invasione dei dannati della terra, potrebbero illudersi che rinchiudendosi dietro alte mura armate si possa resistere al contagio. Nella prima, uno dei sodali dell'ometto già mette in pratica questa idea. Alla periferia della seconda, gente che parla la medesima lingua si sta affidando allegramente a inquietanti epigoni del grande dittatore.

Perché davvero sembra che le persone e i popoli rifacciano sempre con pervicacia gli stessi errori. E per quanto si tenti, con la storia, con l'esercizio della memoria, di tramandare ciò che è stato, sembra che bastino poco più di sessant'anni per far dimenticare l'essenziale.


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Non so quanto questo piccolo racconto sia realistico. Sono certo che le due situazioni sono profondamente diverse per due motivi almeno. Il primo, è che ora esiste una cosa che si chiama Unione Europea, una potente assicurazione contro la guerra. Il secondo, è una questione di EROEI: ora abbiamo un problema in più, e davvero un grosso problema. Ma, forse, proprio l'esistenza di questa altra variabile potrà cambiare il corso degli eventi perfino in modo positivo, rispetto al solito deprimente corso e ricorso storico.







26 settembre 2008

Abbiamo bisogno di Eroei

Ho scritto una cosa un po' enfatica, ma ci ho messo tutta la passione per le cose che dovrebbero premerci davvero. Vorrei che la leggeste. E' sul blog de iMille.



26 settembre 2008

Piccolo diario di un ciclista urbano

La prima parte del percorso è fuori pista ciclabile, ma dovrebbe essere gradevole perché costeggia le mura aureliane. Tuttavia, in questi ultimi giorni mi accorgo che le auto parcheggiate sulla già stretta strada, in evidente divieto di sosta e in piena curva, sono in aumento, e quindi la mia bici è costretta a contendere lo spazio vitale alle auto in marcia, oppure a salire su un marciapiedi strettissimo e completamente dissestato. Comunque, dopo porta San Sebastiano, la situazione migliora e affronto la leggera salita in tranquillità.
Certo, ci vorrebbe davvero poco per ricavare una pista ciclabile sul marciapiede di quella strada, non percorso praticamente mai da alcun pedone...
Poco dopo l'ingresso nella pista ciclabile della Cristoforo Colombo, si incrocia via Cilicia. La pista si interrompe, non c'è semaforo ciclabile, in pratica l'unico modo di riprenderla dopo l'interruzione è inserirsi in contromano sulla Colombo, costeggiando l'alto marciapiede ed evitando le auto che in continuazione girano sulla destra immettendosi su via Cilicia che, come molti ricorderanno, è sostanzialmente una autostrada urbana. Ci si chiede se il progettista della pista sia folle, oppure se semplicemente hanno finito i soldi o si sono scordati di mettere in sicurezza quel punto. Comunque, io guardo intensamente negli occhi i guidatori della auto che girano a destra e passo veloce davanti a loro. Al ritorno, invece, dato che la posizione non frontale non consente lo sguardo diretto, preferisco girare proprio per via Cilicia e percorrerla sul marciapiede abbastanza largo, sempre privo di pedoni ma mediamente dissestato. Il godimento nel superare la colonna di auto in perenne fila in attesa del semaforo di via Latina mi ripaga della puzza dei gas di scarico...
Proeseguo sulla pista ciclabile, a questo punto perfetta anche se un po' troppo zigzagante da un lato all'altro della Colombo, con conseguente perdita di tempo negli attraversamenti pedonali ed eccesso di curve a gomito. Ma durante il percorso incontro almeno:
  • una o più auto parcheggiate nei punti di incrocio della pista, che costringono a scendere dalla bici o a salire su un marciapiede o altro. Ogni auto parcheggiata viene da me sistematicamente battezzata con la tecnica di alzare i tergicristalli, incluso quello posteriore. Lo so, dovrei munirmi di bigliettini esplicativi e appiccicarli sui vetri, ma mica posso passare tutta la mattina a fare l'educatore degli automobilisti ignoranti...
  • vetri di bottiglie di birra rotte durante la notte (in particolare nel tratto che precede la Regione Lazio)
  • pedoni che camminano sulla pista ciclabile del tutto inconsapevoli del fatto che le biciclette sono silenziose. Se non siete ciclisti non ci avrete fatto caso, ma vi assicuro che il pedone medio cammina sempre esattamente al centro della carreggiata della pista, oscillando sempre in modo evidente ma imprevedibile da un lato o dall'altro, cosicché se gli arrivi da dietro e non hai un campanello a sirena, sei costretto a rallentare e a urlargli nelle orecchie "permesso!!!!". Considerato che a fianco della pista c'è praticamente sempre un comodo marciapiede, questo comportamento è evidente segno di come a Roma la bici sia considerata un accidente. Non vedo spesso pedoni camminare al centro di una carreggiata stradale, mentre tutti camminano allegramente al centro delle ciclabili.


Superato il bel ponte ciclabile sulla Laurentina, abbandono la pista e percorro la via che costeggia il Luneur, la salita più dura (si fa per dire) del percorso. Poi prendo via della Musica e percorro la Laurentina in discesa sul marciapiede. Altro punto dove disegnare una pista ciclabile costerebbe ben poco. Dopo avere superato la stazione della metropolitana, eccomi su via di Vigna Murata.

Che sarebbe larga, che avrebbe tutto lo spazio per farci una pista ciclabile nel terrapieno centrale, ma che devo percorrere su strada con qualche rischio, perché il marciapiede, strettissimo, è pieno di bei platani che costringono in certi punti perfino i rari pedoni a scendere.
Il problema è che il lato destro della strada è un susseguirsi di tombini molto più in basso dell'asfalto, e di asfalto crepato. ma tant'è, con un po' di attenzione si supera anche quel pezzo di strada, per altro abbastanza breve, e arrivo a destinazione.




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24 settembre 2008

Leggere, pleaseeeeee

Qualche giorno fa notavo come la comunicazione della destra usasse rigorosamente una logica binaria. Michele Serra, da par suo, sembra quasi completare il mio ragionamento chiarendo cosa c'è dietro la semplificazione dei messaggi di destra, e la complicazione di quelli di sinistra.




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23 settembre 2008

Il tempo e gli angoli di strada

All'inizio della primavera scorsa sono comparsi dei cartelli a Piazza Armenia, ed è stato aperto un cantiere per la ristrutturazione della piazza, che includeva la realizzazione degli "angoloni". Come qualcuno ricorda, sono un vivace sostenitore degli angoloni, e quindi sono stato molto contento della notizia. Tanto più che in quegli stessi cartelli, si chiariva che l'intervento riguardava anche Via Vetulonia angolo via Acaia e angolo via Populonia.

I lavori di questi due ultimi angoloni sono iniziati più o meno a giugno. Oggi, 22 settembre, non sono ancora finiti. I cantieri sono aperti, e sono stati aperti talmente a lungo che, nel frattempo, uno degli angoloni appena ultimato è stato riaperto, spaccato e poi rifatto per un intervento urgente di Italgas.
Anche la tecnica di costruzione degli angoloni mi è sembrata, del resto, bizzarra: dopo aver asfaltato tutto, hanno rispaccato una parte per fissarvi le piastrelle del percorso per non vedenti.



Ora, si vedono operai al lavoro più o meno un giorno ogni tre.

Ecco, ho il fondato sospetto che all'estero un lavoro di questo genere sarebbe durato al massimo una settimana. Ho il fondato sospetto che la credibilità dei tempi di realizzazione dichiarati della metropolitana C sia semplicemente nulla. Ho il fondato sospetto che i cantieri restino aperti perché nessuno controlla e nessuno paga. Ho il fondato sospetto che questo paese sia andando in pappa, ormai incapace di concludere e far funzionare anche le cose più semplici.


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22 settembre 2008

Dal 1983 al 2008

Se penso che certe proposte di politica scolastica che ho scritto nel 1983 sono ancora attuali, mi viene un po' di tristezza. Ne ho scritto più estesamente sul blog de iMille. E stasera nel mio circolo si discute, appunto, di scuola.


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21 settembre 2008

Mezzi di disinformazione di massa e stupidità comunicativa

Scommetto che la maggior parte di voi, se ha seguito la faccenda Alitalia, è convinto che Bersani abbia attaccato la CGIL per la posizione assunta nella vertenza con la CAI negli ultimi giorni, causando (così si racconta) il ritiro dell'offerta. Lo avrete sentito nei TG, o letto nei titoli dei giornali.
Ebbene. E' semplicemente falso. Anche se, ormai, per come funziona la comunicazione in Italia, è come se fosse vero.
Bersani ha criticato la CGIL e gli altri sindacati per l'errore fatto a marzo, quando si poteva firmare con AirFrance, non per il comportamento attuale (qui sotto il testo dell'intervista).

Dietro questa vicenda, ci sono due bei problemi.
Il primo, lo conosciamo bene. Abbiamo un sistema dei media che ormai è un vero mezzo di disinformazione di massa. Perfino contro la buona volontà soggettiva dei singoli giornalisti o di intere testate.

Il secondo problema, che mi preme molto di più, si potrebbe definire stupidità comunicativa di tutti o quasi gli esponenti politici del PD. Avendo a che fare con mezzi di comunicazione distorti, e con un avversario che usa sistematicamente una comunicazione semplificata basata su concetti rigorosamente binari - buono o cattivo, bene o male, comunista o liberale - i nostri eroi si ostinano ad esercitarsi in distinguo, argomentazioni complesse, analisi del contesto, e chi più complica l'analisi più sembra fiero della suo sofisticato argomentare.
Bersani, ad esempio, ha detto ovviamente il vero nel notare che a marzo la CISL ha trascinato gli altri verso un poco lungimirante rifiuto. Ma di fronte ad un avversario che tutti i giorni e con tutti i mezzi lancia un solo, univoco messaggio ("è solo e tutta colpa della CGIL"), mettersi a disquisire in questo modo significa semplicemente fare autogol.
In fondo, sarebbe molto semplice agire diversamente. Nei venti secondi di dichiarazioni al TG, come il Bonaiuti di turno si dedica a sparare ad alzo zero il suo messaggio binario, indicando il cattivo di turno (ora la CGIL, ieri Veltroni), i nostri dovrebbero semplicemente indicare il nostro cattivo. Basterebbe dire, semplice semplice, una cosa del tipo: il piano concordato da Prodi con AirFrance prevedeva un investimento di 15 miliardi, questo della CAI di 1 miliardo. Gli altri 14 sono le perdite che pagheranno i contribuenti. Il piano AirFrance non è stato accettato per colpa di Berlusconi che ha raccontato balle sull'italianità. Punto."


Titolo in prima: Bersani: capisco Epifani ma non lo assolvo
Titolo dell'intervista: Bersani: non posso assolvere Epifani adesso il governo tiri fuori un piano B
La frase veramente pronunciata da Bersani: Domanda: la CGIL ha bloccato l'accordo con AirFrance a marzo. Adesso Epifani su Repubblica invoca un partner straniero. Ripensamento, schizofrenia o irresponsabilità?
Risposta: Allora avemmo tante opposizioni. A voler essere pignoli la più marcata fu quella della CISL. Ma dopo le dimissioni di Prato, l'atteggiamento di tutte le sigle cambiò. Vuole sapere se in quella fase Epifani e gli altri sindacati furono lungimiranti? No, proprio no. Non do un giudizio di assoluzione per la CGIL.


18 settembre 2008

Assenze

Bene, eccomi qua. L'ultimo post pubblicato su questo blog è del 1 settembre. Tuttavia, a guardare GoogleAnalytics, qualcuno continua a curiosare da queste parti, forse perché in questi giorni ho sparso commenti qua e là per la blogosfera, o forse per questo post di Beppe che, nello scusarsi per non aver potuto partecipare alla tavola rotonda di Ferrara, ha scritto uno dei suoi periodici feroci attacchi al PD.

Leggere e scrivere
Ho avuto da fare, semplicemente. Troppo lavoro e troppo in fretta, come racconto qui . E il poco tempo che è restato, ho preferito dedicarlo a leggere i blog altrui, piuttosto che a scrivere. Se no, finisce che tutti si scrive ma nessuno legge e medita ciò che si scrive.

Il groviglio
Non provo nemmeno a districare il groviglio politico economico energetico di questi giorni. Molti ne scrivono, io non credo di avere idee più brillanti o migliori. Vorrei solo osservare due cose, e consegnare qualche link per chi vuole approfondire.

Europa, Georgia, Gas, Petrolio, Caravita e Spinelli
La prima cosa riguarda il mio amico Beppe. Mi riprometto di rispondere in modo più completo alle molte e furibonde cose che va scrivendo sul mio partito, ma per ora mi limito a dire che la sua valutazione sulla posizione del PD nella vicenda Russia/Georgia (a proposito, sembra già tutto sparito dai media....), in chiave petrolifera ed energetica, è decisamente sballata. Non perché ovviamente il PD, esattamente come tutte le forze politiche europee, non abbia tenuto conto anche di questi aspetti. Ma perché, come spiega mirabilmente Barbara Spinelli, sia per motivi concretamente politici, sia per l'essenza stessa dell'Europa, una volta tanto la politica europea verso la Russia è stata una netta ed evidente vittoria. E il PD, semplicemente, aveva la stessa posizione della maggioranza dei governi europei. Che Berlusconi si sia accodato a tali posizioni, essendo lui per definizione "amico di tutti" e ovviamente dell'"amico Putin", è poco più di un accidente della storia.

Chi parla della crisi (e chi non ne parla)
Ne parla con competenza tecnica ma un po' troppo aplomb Giancarlo Bruno sulla nuova Unità (davvero già migliore, devo dire) e sul blog de iMille.
Ne parla, sempre su L'Unità, Marco Simoni con un abbozzo di proposta politica, che non ha mancato di generare un acceso dibattito nei commenti nel medesimo blog de iMille.
Ne parla, con toni nemmeno tanto apocalittici, Pietro Cambi, che ci trova un interessante e non ovvio link con la improvvisa riduzione del prezzo del petrolio. Occorre ammettere che Pietro Cambi e Debora Billi, al pari dell'altra cassandra Beppe Caravita, avevano assai più di altri, e in tempi non sospetti, previsto l'entità e la gravità della crisi dei mutui che si profilava.
Ne parla un blogger che non conoscevo, Uriel, citato da Debora, proponendo una spiegazione un filo semplicistica (precariato = rischio = crisi dei mutui), ma certo stimolante e non priva di un fondo di verità.
Ne parla Tremonti nell'intervistona al Corriere, dove continua la conversione anticapitalista del nostro, che fa giustamente ridere amaro lameduck, la quale con questa frase mette la giusta pietra tombale sulla credibilità di certe affermazioni:
"Certo è stupefacente che, in un governo dove tutti, anche le ministre, hanno vigorose erezioni da Cialis pensando alla signora Thatcher e a Milton Friedman, vi sia qualcuno di non poca importanza che dica che il crollo delle banche d'affari è colpa della globalizzazione, cioè della conseguenza di quella neoplasia capitalistica che è stato il neoliberismo."
E, tuttavia, la poca credibilità di Tremonti per noi "che la sappiamo lunga" non toglie che almeno lui prova ad esprimere delle idee, a dare una immediata risposta, ad indicare una linea di comportamento, insomma a spiegare e a governare.
I nostri leader, massimi o meno massimi, invece, brillano per il silenzio, o per dichiarazioni generiche di pura propaganda. Le uniche voci appena più chiare sono, appunto, voci quasi "tecniche" come quella di Marco Simoni o di Silvano Andriani. Ma una parola, l'indicazione di una direzione da prendere, di una prospettiva, dai nostri grandi strateghi, da Veltroni, da D'Alema, dai ministri ombra?

Tremonti parla di ritorno dello stato e della spesa pubblica nelle grandi opere. Non sarebbe ora di dire che, forse, si potrebbe approfittare di questo grande freddo economico e della probabile fine dell'impero americano non per fare grandi opere più o meno inutili ma piuttosto per provare finalmente a cambiare paradigma, a non restare ogni volta impiccati all'ossessione della crescita? Per investire in un nuovo mondo davvero sostenibile, in cui ci possa essere da fare per tutti anche quando il PIL scende o cresce poco...

No, noi siamo li a dare risposte piccine mentre quello le spara sempre più grosse, e la credibilità, in questi tempi di ferro e di paura, non può che andare sotto zero...




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1 settembre 2008

Nè di destra né di sinistra

"La sicurezza non è di destra né di sinistra". Quante volte avete sentito questa frase ultimamente? Detta da gente di destra e di sinistra in modo, appunto, bipartisan.
Potete anche provare a sostituire "sicurezza" con qualunque altro problema (che so, la riforma della giustizia, la sanità, la riforma della pubblica amministrazione, perfino l'inquinamento). Il risultato non cambia.

La frase è comunque diventata una verità ovvia, accettata da tutti, eppure è una frase del tutto priva di senso, priva di qualunque logica. E dimostra ancora una volta che chi parla male pensa male.

Chiunque dovrebbe capire che non sono i problemi, ma le soluzioni ad essere di destra o di sinistra. E chiunque dovrebbe capire che l'oggetto della politica è proporre soluzioni, non elencare problemi.

E poi, se approfondiamo appena di più la faccenda, ci accorgeremmo che non i problemi in sé, ma certo l'ordine in cui li elenchiamo - l'agenda delle priorità - è fondamentale per definire un approccio di destra o di sinistra. Di problemi al mondo ce ne sono migliaia. Ma mettere il problema rom davanti al problema del cambiamento climatico, ad esempio, è evidentemente una scelta di destra, fare il contrario una scelta di sinistra (nonché di buon senso...)

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