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27 giugno 2011

Come non arrivare a Lione

Ora, io sono tendenzialmente per una qualche forma di decrescita riformista. E penso che chi prova ad articolare progetti alternativi a grandi opere forse troppo grandi, come questi del Fare, siano persone serie. E ho pure letto le opinioni anti TAV sul sito della Voce. E sono pure sicuro che il governo non ha fatto nulla per trovare una soluzione ragionevole, per convincere, per non incastrare tutta la Val di Susa in un colossale meccanismo Nimby. E che quindi quel che sta succedendo ora non è solo responsabilità di quattro facinorosi, ma è sopratutto effetto di scelte poco lungimiranti e mal gestite da parte del gioverno.

Tuttavia, non riesco a non continuare a notare che la sindrome Nimby colpisce prima di tutto opere come il treno, i parchi eolici, gli impianti fotovoltaici. E molto, molto più raramente una nuova autostrada, l'ennesimo svincolo, lo sterminio di capannoni che rapidamente diventano scheletri vuoti nelle nostre ex campagne.

Qualcosa non mi quadra.


 


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20 giugno 2011

Muoia Atene con tutta l'Europa

Ho pensato che se fossi il primo ministro greco, a questo punto deciderei di sfasciare l'Euro e l'Europa.



La Grecia, distrutta dalla crisi mondiale e dai trucchi contabili del suo governo di destra, è oggi sotto ricatto. La ricetta che gli si propone è tagli, lacrime e sangue e svendita del patrimonio pubblico ai privati (ossia agli stranieri). Di fatto senza alcuna garanzia che alla fine ci possa essere qualche ripresa. Alla fine, ci sarà solo più povertà, più disoccupazione, e ancor meno controllo della politica sull'economia.
E allora mi sono chiesto. Ma è proprio vero che il governo greco non può che accettare il ricatto? E ho pensato che potrebbe tranquillamente ricattare a sua volta. Disastro per disatro, sarei proprio curioso di vedere cosa direbbero i Trichet, i Bini Smaghi e i Draghi se il governo greco decidesse unilateralmente di uscire dall'Euro e di dire, tranquillamente, che ristruttura d'imperio il proprio debito e ricomincia a stampare dracme. Disastro in Grecia, ma anche disatro in Europa, contagio in Portogallo, Spagna, Italia....

Poi ho pensato che è davvero idiota la pervicacia con la quale i padroni dell'economia europea, e i governi di destra che li rappresentano, continuano a perseguire la medesima ricetta qualunque cosa accada. Se il sistema finanziario va a fondo, bisogna salvarlo perché le banche sono "troppo grosse per fallire". Ma se il sistema pubblico, lo stato sociale, la vita della gente vanno a fondo, che si arrangino, che facciano sacrifici. Invece, si sa, i bonus per i banchieri e i manager servono perché altrimenti il merito non è premiato.... Ma ho pensato anche che è inutile prendersela con la miseria morale di questo modo di pensare. E' l'idea pseudo-razionale che c'è sotto a questa miseria morale che va messa in discussione.

A questo punto, pensandoci meglio, ho riflettuto sul fatto che - come spesso accade - ci sono due modi per uscire da questo pantano. In avanti o indietro. Verso gli Stati Uniti d'Europa, con un governo unico dell'economia e non solo, o verso l'irrilevanza perdente del vecchio continente delle nazioni, cui ci stanno portando a rapida velocità gli egoismi dei governi nazionali.

E mi sono accorto che le idee e gli strumenti per uscirne in avanti ci sono tutti, sono stati ampiamente discussi ed elaborati, dalla proposta dell'agenzia europea per il debito, che vuol dire spostare parte del debito pubblico accumulato dall'inizio dalla crisi in un fondo europeo e non più nazionale, e su tale base fondare l'emissione degli eurobond, a quelle proprio in questi giorni ribadite dal PD, come l'idea di eurobond per il lavoro e quella della tassazione delle transazioni finanziarie. Si può discutere nel dettaglio di queste soluzioni, vederne i problemi e i limiti ma, comunque sia, si tratta complessivamente di un solido punto di partenza che nasce da un presupposto di base: la politica deve tornare a governare, l'economia è strumento, non padrone del nostro mondo.

La questione è, però, che queste proposte non hanno credibilità se sono fatte a livello nazionale, non hanno voce in un'Europa governata da governi di destra e da due governi di sinistra sotto ricatto (Grecia e Spagna). E allora mi viene da chiedermi cosa aspetta la sinistra europea per provare a parlare con una sola voce. E mi chiedo per quale motivo Bersani, se ha davvero capito che il cappio al collo che il governo ci sta confezionando è un cappio al collo europeo, non si occupa solo di proporre le sue idee di riforma ai socialisti europei, invece di perdere tempo a polemizzare con Vendola o di pendere dalle labbra del Bossi di Pontida.
Perché mi sembra che la possibilità di uscire dal pantano sia appesa al filo di una grande mobilitazione politica unitaria di tutti i partiti progressisti europei. Che, proprio perché ahimé non sono al governo, possono però provare a smuovere le acque. Se solo la smettessero di guardare al proprio ombelico nazionale.

Oppure i riformisti europei perferiscono che gli indignati di ogni nazione, privi di sponda e sbocchi credibili, non trovino di meglio che accusare di tutti i malanni Europa ed Euro?


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permalink | inviato da corradoinblog il 20/6/2011 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


12 giugno 2011

Perché Tremonti non può fare la riforma del fisco (oppure, perché non fidarsi di Tremonti)



Tremonti non può fare la riforma del fisco, né può "rilanciare la crescita", secondo il mantra globale attuale, perché Tremonti, come tutti i ministri dell'economia dell'Europa tranne quello tedesco, non dispone delle leve della politica economica e della politica monetaria. La sovranità monetaria degli stati è stata ceduta alla Banca Centrale Europea, che ha per statuto l'obiettivo idiota della stabilità dei prezzi (idiota perché unico e indipendente dagli altri, non idiota di per sè), e l'autonomia perfino arrogante dai governi. La sovranità economica è stata ceduta ai "mercati" e in particolare ai mercati finanziari che comprano i debiti sovrani e vogliono in cambio tassi di interesse che coprano dai rischi. E che non vedono loro, quando i rischi di un Paese aumentano, di approfittare chiedendo tassi più alti.


Questo, tuttavia, è solo il primo livello. Al secondo livello, bisogna anche ricordare che, pur all'interno di questi vincoli davvero deprimenti e che sarebbero da stravolgere al più presto, ci sarebbero dei margini di manovra per fare qualcosa. Ma in quel caso di Tremonti non ci si può fidare per almeno due motivi. Il primo, è che non è capace di fare le cose che servirebbero e che sta perfino cominciando a dire di voler fare. Sono anni che ogni tanto ne dice di apparentemente giuste ma il massimo che è riuscito a praticare è: condoni e tagli lineari. Il secondo, è che anche se improvvisamente rinsavisse, i suoi riferimenti politici e sociali sono quelli che non hanno interesse alcuno a cambiare le regole del gioco attuale. L'unico modo di rilanciare la "crescita" (un'altra volta tornerò sul senso vero che dovrebbe avere questo obiettivo, pazientate) è quello di avviare una bella cura di liberalizzazioni vere, una vera rivoluzione fiscale dal lavoro alla rendita e al patrimonio e ai consumi energetici, una feroce lotta all'evasione fiscale di grande dimensione e alla criminalità, un contratto unico del lavoro assieme a nuovi ammortizzatori sociali, e dare fondi fiducia e allegria a scuola ricerca e giovani. Tutte cose lontane mille miglia dagli interessi e perfino alla comprensione di chi ha votato il centrodestra.

Perché, ne sono certo, con il declino di Berlusconi entro pochi mesi tutti quelli che erano la sua corte - Tremonti e la Lega per primi - saranno velocissimi a riciclarsi, ad avere l'aria di dire che loro, con il disastro raccontato dall'Economist, non c'entravano niente, che passavano dalle parte di Berlusconi un po' per caso.

E no, cara Italia Futura, non è che perché Tremonti adesso fa il guardiano dei conti contro l'assalto alla diligenza, che è diventato bravo. Lo fa solo perché, visti i mercati e la BCE, non è capace di fare altro. Vediamo di non dimenticarcelo.


10 giugno 2011

Dichiarazione di voto

Prima di tutto, una cosa semplice sul referendum. Sebbene senta sempre più spesso dire in giro che è lecito non votare per dire NO (ossia far perdere i SI sommando furbescamente i NO virtuali agli astensionisti a priori), credo che questo trucchetto resti scandaloso per un motivo specifico: sopratutto nei posti piccoli, dove si conoscono tutti e il voto ahimé non è così libero come si crede, un simile meccanismo rende il voto nei fatti un voto palese e non segreto. Se sai a priori che chi va a votare vota SI, si è perso un elemento fondamentale della democrazia.
Quindi, onore al merito di quelli che stanno facendo campagna per andare a votare votando NO. Peraltro, qui c'è una condivisibile proposta per risolvere il problema del quorum.

Ciò detto, una breve nota sul mio voto.

Ho fatto un complesso viaggio attorno alle energie alternative e al nucleare, e quindi posso dire a ragion veduta che la scelta nucelare non è utile, e che possiamo provare davvero a seguire la strada della Germania. Consapevoli, però, che è una strada difficile e che la ricerca nucleare resta una cosa importante per il nostro futuro. Votare SI al referendum significa, per me, sottolineare che questo pseudo piano nucleare è semplicemente ridicolo, non che dopo non ci saranno più problemi energetici. Anzi, significa dire che, dopo, bisogna davvero ragionarci su un vero nuovo piano energetico nazionale credibile e praticabile.

Sull'acqua, il mio SI al quesito sulla privatizzazione e il mio perplesso NO (magari all'ultimo momento voto SI anche a quello) sul quesito sulla remunerazione del capitale derivano da poche considerazioni pratiche e molte teoriche. Le considerazioni pratiche sono che la norma che si prova ad abrogare con il primo quesito è davvero indecente non solo per l'obbligatorietà della privatizzazione e la negazione dell'autonoma (federale?) degli enti locali, ma sopratutto per la possibilità di vendere le quote azionarie delle multiultility comunali già quotate in borsa a trattativa privata, in modo non trasparente, ai soliti noti del capitalismo protetto italico o, nella migliore delle ipotesi (!), alle solite multinazionali. Mentre abrogare la frasetta sulla remunerazione del capitale in tariffa, sebbene probabilmente non comporterebbe gli sfracelli "economici" nella formazione della tariffa che i liberisti ad oltranza paventano, comporta comunque un certo rischio che - dopo - risulti difficile praticare tariffe sensate ed economicamente efficienti.
Le considerazioni teoriche sono tutte, estesamente, scritte qui. Sottolineo solo ancora una volta che la gestione industriale del ciclo dell'acqua richiede ovviamente professionalità e quindi aziende funzionanti e attente ai costi e all'efficienza. Ma che il punto cruciale, nella gestione di un bene comune (o almeno in parte comune e in parte economico), è la partecipazione e la trasparenza. Azionariato popolare? Comitati di controllo? Bilancio sociale? Pfrobabilmente molte di queste cose assieme, e assieme ad aziende affidate a manager indipendenti e autority di controllo forti e serie.

Sul legittimo impedimento, le cose son facili. E' un referendum che non serve quasi a nulla, ma fa davvero un piacere morale votare felicemente un bel SI.


8 giugno 2011

Lo zen e l'arte della dismissione delle centrali nucleari

Ho pubblicato su iMille un nuovo articolo sulla questione energetica, questa volta con un approccio più filosofico e centrato sul problema dell'oggettività dei numeri. Potete leggerlo qui.
E, visto che polemizzo con il buon Filippo, credo sia giusto dire che il suo lavoro di chiarificazione dei dati, come dimostra in questo articolo, resti molto utile. Anche se, appunto, i numeri non sono tutto.

Buona lettura.


6 giugno 2011

I non cicli elettorali europei

Anche se dopo i risultati portoghesi sembra che l'Europa vada tutta a destra, in prospettiva a breve (2013) in almeno due paesi, Francia e Germania - e dell'Italia non parlo per scaramanzia - è molto probabile una vittoria della sinistra.
Ovviamente, se questa previsione si avvererà, ne sarò contento.

E tuttavia, la realtà è che la sistematica mancanza di un vero ciclo elettorale europeo è uno dei molti motivi che impediscono la nascita di un'Europa federale. La destra è ormai tendenzialmente nazionalista, la sinistra - non tutta, ma insomma - più orientata all'unione.

E così, non ci sono mai contemporaneamente abbastanza governi nazionali con intenzioni unitarie. E l'Europa arranca.


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1 giugno 2011

Back Office PD

Ogni tanto Luca Ricolfi si trasforma da commentatore intelligente che basa le sue analisi sui dati, a venditore di tesi a priori precostituite. Ancor prima dei ballottaggi aveva deciso che la vittoria di Pisapia e De Magistris era la vittoria della sinistra radicale e indeboliva il PD, ed oggi ritorna su questa tesi arrivando addirittura a dire che l'Italia dei Valori è andata meglio del PD alle urne, quando - come nota questa bella analisi di Termometro Politico, il risultato delle amministrative a sinistra premia assieme i candidati "radicali" e il partito riformista, il PD, penalizzando (sia nei fatti sia rispetto le attese) proprio SEL e IdV (e comunque qualcuno dovrebbe ricordarsi pure di Fassino...).

Credo proprio che il Ricolfi non sarà il solo, nei prossimi giorni, a battere su questo tasto, perché è un tasto utile a tutti i terzisti di ritorno per far tornare in gioco, in qualche modo, le patetiche speranze del terzo polo. L'importante, però, è che non ci caschi il PD.

Perché il PD ha dimostrato, grazie al circuito certamente faticoso delle primarie, di saper essere il "back office" della sinistra. Un back office messo a disposizione di nuovi leader, nuove facce, provenienti da altri partiti o dallo stesso PD (perché ci sono anche quelli). Senza back office il front office non esiste, produce solo rumore. Senza front office il back office non serve, non arriva alle persone.

Direi che è proprio il caso di continuare così, con tranquillità perseveranza e un po' di fiducia.


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