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19 febbraio 2013

I programmi di chi non si presenta alle elezioni


Come giustamente si nota qui, non è questione di programmi, ma di credibilità.

L'elemento principale è, se ci pensiamo anche solo un attimo, la credibilità. Affidarsi a qualcuno che su quel problema sembra avere competenza e possibilmente anche una comprovata esperienza positiva. E che non stia mentendo spudoratamente, è ovvio.Come quando scegliamo un medico per una operazione. Non ci mettiamo a decidere noi se l'operazione al menisco o al setto nasale che rimandiamo da tempo è meglio farla con la tecnica A o con la tecnica B. Da ignoranti in materia non sapremmo decidere quale sia la migliore. Ci affidiamo invece alle referenze e possibilmente alle statistiche per scegliere il team migliore, se abbiamo la possibilità di farlo.

Questo è sicuramente vero nel caso dei programmi elettorali dei partiti che si presentano alle elezioni.

Tuttavia, che dire dei programmi elettorali di chi non si presenta alla elezioni? Perché ci sono anche questi. C’è il programma di Confindustria e quello della CGIL, ed entrambi hanno avuto ampia copertura mediatica. C’è il programma di Rete Imprese, e anche di esso i giornali hanno parlato abbastanza. E poi ci sono programmi “minori”, che non godono di altrettanta ampia stampa ma, forse, sono anche più interessanti.

Vediamo di capire il fenomeno. Le proposte di Confindustria e CGIL, così come quelle di Rete Imprese, possono facilmente essere classificate: sono il legittimo posizionamento di ciascuna “lobby”, di ciascun portatore di interessi, durante la campagna elettorale. Da questo punto di vista, anch’essi vanno considerati come i programmi dei partiti, nel senso che il loro valore è direttamente proporzionale più alla credibilità di chi li propone che al contenuto specifico delle proposte.

Ma ci sono anche altri casi, su due dei quali, molto diversi fra loro, vorrei soffermarmi in questo articolo.

***

Il primo caso potrebbe essere paragonato ai precedenti. Anche qui si tratta di una “lobby”, quella delle associazioni ambientaliste che, assieme, hanno prodotto un programma che parte proprio dalla constatazione che i temi ambientali hanno ben poco spazio nelle proposte dei partiti e nel dibattito elettorale.

La differenza, rispetto ai casi precedenti, è proprio nel fatto che ormai questa è una lobby davvero sconfitta e marginale in Italia. Perché l’argomento ambiente è stato come digerito, banalizzato, reso innocuo e inserito come una specie di ovvietà in praticamente tutti i programmi elettorali. Monti è per la green economy, il PD non ne parliamo. Grillo sognava addirittura auto a idrogeno e Ingroia ha con se ciò che resta del partito dei verdi con il suo leader (leader?) Bonelli. Ma, sostanzialmente, si tratta sempre in un modo o nell’altro di una foglia di fico, di un atto dovuto. Chi può dirsi per la distruzione dell’ambiente?

Perché poi, quando si parla di “cose serie”, si dice sviluppo sostenibile per dire che sia sviluppo sostenibile dal punto di vista delle finanze pubbliche, molto meno dal punto di vista dell’ambiente.

Dunque, le nostre eroiche associazioni hanno compilato un programma molto completo su tutti i temi ambientali, spiegando ciò che si dovrebbe fare per uno sviluppo davvero sostenibile, ipotizzando politiche energetiche, del territorio, dell’agricoltura, del turismo e dei beni culturali radicalmente diverse dalle attuali. E facendo vedere con grande chiarezza al lettore per quale motivo sono ridotte all’angolo, sostanzialmente ininfluenti nel dibattito politico.

Infatti tutte le proposte, ciascuna in se magari giustissima, mancano complessivamente di credibilità. Alla fine, somigliano molto a un cahier de doléance che ci dice di quanto il mondo sia brutto e cattivo. E ad un infinito elenco di buone intenzioni che, purtroppo, per essere realizzate richiedono una infinità di risorse economiche che ci si guarda bene dal dire dove potrebbero essere trovate. E, soprattutto, non si vede con quali forze, quali convinzioni, quali processi politici e quale consenso certe trasformazioni possono essere perseguite. Mentre, davvero, ce ne sarebbe molto bisogno.

***

Forse l’altro esempio, di cui dicevo, fornisce una traccia di come si dovrebbe fare. Anche in questo caso con molti limiti ma, questa volta, più che altro di ingenuità, come avviene spesso con prodotti troppo “acerbi”.

Si tratta dell’ambizioso programma dei Viaggiatori in movimento, associazione animata da Gustavo Piga. Leggendo il documento, si vede subito un approccio molto diverso. Da un lato, un tentativo di costruire un messaggio forte, orientato alla speranza e articolato su poche parole chiave (non sto discutendo cui se il messaggio sia efficace e facilmente leggibile, sto dicendo solo che chiaramente il tentativo è stato quello di costruire un messaggio forte e ottimista). Dall’altro, la cocciutaggine nel circostanziare le proposte, nel mettere numeri e costruire bilanci e definire le risorse necessarie. Un po’, forse, secondo la scuola di Sbilanciamoci, un’altra esperienza di costruzione di programmi da parte di chi non si presenta alle elezioni. Ma con un livello di realismo ben maggiore di quello utilizzato da quella pur meritoria associazione che ogni volta, nel suo bilancio alternativo, finisce per ridursi a dire l’ovvio (e irrealizzabile): basterebbe tagliare istantaneamente del tot percento le spese militari, ed ecco magicamente disponibili le risorse per lo stato sociale, la scuola, il lavoro, la riconversione ecologica dell’economia.

Molto più concretamente, i Viaggiatori provano a dire come fare alcune cose che davvero servirebbero all’Italia, azzardando anche soluzioni decisamente poco ortodosse ma, in compenso, ben argomentate e sostenute da elementi di fattibilità. Due esempi possono essere utili a capire l’approccio.

Il primo esempio è la riforma degli appalti pubblici, proposta come un insieme coordinato di azioni che vanno dalla riduzione drastica del numero delle stazioni appaltanti (causa non ultima di bassa qualità delle forniture, corruzione, lentezza, crescita dei costi), alla formazione di un “corpo scelto” di specialisti degli appalti nella pubblica amministrazione, alla adozione di meccanismi che assicurino il giusto spazio alle PMI negli appalti pubblici. E interpretata, a mio giudizio giustamente, come uno dei cardini attraverso cui far passare una spending review finalmente vera e realistica e non basata sui soliti tagli lineari. Perché l’assunto è che occorre tagliare lo spreco, quello che non produce reddito futuro, per liberare risorse per fare spesa utile.

Il secondo esempio è una versione realistica di quel che propongono in questi giorni, a vario titolo e con vario livello di approssimazione, tanto la CGIL quanto Grillo: la creazione diretta di lavoro per i giovani da parte dello Stato. Una bestemmia per qualunque liberale, figurarsi per un liberista. Eppure, una proposta che declinata all’interno di questo programma, per altri versi molto liberale, assume senso e credibilità (pur con tutti i dubbi che personalmente conservo sulla sua effettiva utilità), mentre altrove è pura demagogia o illusione. E infatti, Grillo genericamente promette mille euro al mese per tre anni a tutti i disoccupati (salvo aggiungere confusamente e rapidamente che la cosa sarebbe vincolata alla disponibilità ad accettare un lavoro qualora venga proposto, insomma si tratta semplicemente della versione grillina del workfare alla danese. Avendo i soldi, piacerebbe anche ad Ichino. Ma l’importante è che resti appiccicata chiara nelle menti la storia dei mille euro al mese…). La CGIL è più drastica, proponendo direttamente assunzioni a pioggia nella Pubblica Amministrazione, e pazienza se non è molto chiaro per fare cosa e soprattutto come sia possibile ricominciare a ingrassare un settore che – tutti lo sanno – ha una produttività bassissima e un numero di persone sottoutilizzate impressionante.

I Viaggiatori, invece, individuano la necessità di una manovra congiunturale, motivata dalla violenta recessione in atto e dai livelli insopportabili e pericolosi di disoccupazione giovanile. E propongono anche loro l’assunzione di giovani a mille euro al mese, ma in numero più limitato (devono aver fatto qualche conto) e soprattutto per un periodo per definizione a tempo e sapendo bene che lo Stato imprenditore non è la soluzione:

destinare lo 0,6% del PIL di ogni anno finanziario del prossimo triennio ad un Piano per il Rinascimento delle Infrastrutture Italiane che veda occupati ogni anno 700.000 di giovani, ad uno stipendio di 1000 euro mensili, con contratto non rinnovabile di 2 anni, al servizio del nostro Patrimonio artistico, ambientale, culturale e a iniziative volte a rafforzare il sistema produttivo riducendo le barriere allo sviluppo di idee, progetti e di imprenditorialità. La selezione dovrà assicurare, nella sua graduatoria, caratteristiche di monitoraggio anti-frode e d’imparzialità. L’azione straordinaria terminerà quando saremo fuori dalla recessione o con un tasso di disoccupazione inferiore a quello medio europeo.

Tutto bene, dunque? Ho trovato il programma ideale, quello che vorrei per il mio partito? Non proprio. È bene chiarire che l’ambizione e la furia quasi enciclopedica dei Viaggiatori tradisce inevitabili approssimazioni in non pochi settori. Perché nei fatti è impensabile che una piccola associazione riesca ad avere soluzioni per tutti i problemi. Quel che mi sembra interessante, tuttavia, è la dimostrazione che con un po’ di intelligenza si può provare ad offrire contributi non ovvi e di puro posizionamento, come quelli elaborati ahimè dalle associazioni ambientaliste.

Sempre che poi, nei partiti, ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.



6 febbraio 2013

A futura memoria, sull'IMU


Il 14 gennaio ho scritto questo articolo per iMille, che giustamente non ha trovato spazio sulla rivista poiché quasi contemporaneamente l’ottimo Matteo Rizzolli ne ha scritto uno molto più chiaro e netto sul medesimo argomento (e consiglio tutti di leggerlo). A distanza di qualche tempo, lo ripropongo qui a futura memoria. Anche perché sappiamo tutti cosa è diventato nel frattempo il patetico dibattito sulla tassazione immobiliare in Italia.

Nel giro di due giorni (8 e 9 gennaio 2013), la supposta bocciatura dell’IMU da parte dell’Europa, sparata immediatamente nelle home page dei maggiori quotidiani, inclusi quelli “di sinistra”, si è trasformata, almeno sulla stampa seria in quel che effettivamente era: una limitata e circostanziata critica alle modalità di applicazione della tassa sulla proprietà in Italia, nel contesto di una generale raccomandazione ad aumentare in modo equo le imposte sull’abitazione riducendo, nel contempo, l’imposizione sulle attività produttive. Un critica, tra l’altro, mossa in una manciata di pagine all’interno di un ponderoso e interessante rapporto sulle politiche sociali che parla anche e soprattutto di altro – ma di questo altro, ovviamente, sui giornali non vi è traccia.

Si tratta di una storia interessante per due motivi. Prima di tutto, rende ancora una volta evidente il deplorevole stato della gran parte della nostra informazione, che varia da un uso consapevolmente di parte e propagandistico dei “fatti” (trasformati a piacere), a un livello di approssimazione e frettolosità nel dare informazione davvero deprimente. Nel caso specifico, ad esempio, appena letto il titolo sparato su La Repubblica, nel giro di una ventina di minuti io stesso avevo già individuato in rete il famigerato rapporto, trovato e letto la parte incriminata, capito il significato, pur dal basso della mia approssimativa conoscenza dell’inglese, e constatato che i titoli sparati a tutta pagina erano completamente falsi. Tanto da spingermi a scrivere questo articolo.

Il secondo motivo di interesse, a mio giudizio perfino più rilevante, è che questa storia conferma ancora una volta che in Italia chi tocca il mattone muore. L’ossessione contro l’IMU e, prima di essa, contro l’ICI, sicuramente le due imposte più odiate dagli italiani tutti – forse solo il canone RAI raggiunge le stesse vette di riprovazione collettiva – è un triste esempio di come la mentalità nazionale sia viziata sia da ignoranza delle nozioni di base sulle quali dovrebbe basarsi qualsiasi sistema fiscale civile, sia da un approccio – letteralmente – immobile all’uso delle nostre risorse.

Se il primo vizio, l’ignoranza della struttura dei sistemi fiscali, può essere in qualche modo scusato, poiché non tutti sono studiosi di scienza delle finanze, il secondo è di natura culturale e strutturale, e riguarda proprio i pesi ed il valore che in Italia, a differenza di altri paesi, si usa dare alla casa e alla proprietà immobiliare, e gli effetti che ciò comporta sul dinamismo della nostra economia e della nostra società.

Come dice chiaramente lo stesso rapporto “pietra dello scandalo”, un sistema fiscale equilibrato, coerentemente all’ispirazione europea dell’economia sociale di mercato, deve essere costruito in modo da avere anche effetti redistributivi. In tale contesto, è ben noto che l’imposizione sulla proprietà è assai più efficace a fini redistributivi, rispetto all’imposizione sul reddito (o all’imposizione indiretta), perché la proprietà e più concentrata del reddito. È questa la prima buona ragione per avere un sistema di tassazione sugli immobili, la seconda – altrettanto buona – potendo trovarsi nel fatto che una simile imposta può e deve essere gestita sul territorio e, quindi, è un ottimo modo per finanziare gli enti locali [1].

Invece, il senso comune degli italiani è arrivato a dire che la proprietà della prima casa è un diritto quasi divino, visto i sacrifici che si son fatti per averla. Senza considerare che chi possiede una casa, anche una prima casa e anche ove abbia ancora un mutuo, è comunque in una posizione di privilegio rispetto a chi non la possiede (una quota di famiglie minoritaria ma, comunque, significativa e, prevedibilmente, dove si concentra la povertà). E senza considerare che il livello di tassazione sulla casa (inclusa la prima) è mediamente più elevato di quello italiano in molti paesi (anche dopo l’introduzione dell’IMU) [2]. E, infine, senza considerare che una famiglia proprietaria di una casa media in una grande città, magari in zona semicentrale, finisce per pagare un’IMU che può variare, diciamo, da 500 a 2000 euro. Mentre, nella stessa famiglia, ogni mese lo stipendio di ciascun membro viene decurtato per imposte e contributi di una cifra più o meno pari a quella richiesta annualmente per l’IMU. Ma di questo, in genere, tutti prendono atto con meno lamentele…

Ho qualche ipotesi sul motivo per il quale siamo così ipersensibili all’imposizione sulla casa di proprietà.

La prima spiegazione è di lunghissima durata. L’Italia è il paese delle cento città, dei comuni con la loro forte identità. La casa, la casa di famiglia in ciascuna città o paese, è parte molto forte di questa identità. Anche se le massicce migrazioni del dopoguerra, la totale trasformazione di molti spazi urbani hanno travolto e stravolto tutto questo, qualcosa deve essere rimasto nello spirito profondo delle persone, nel loro modo di mettersi in relazione con il luogo in cui si vive. Del resto, credo sia esperienza di molti di noi il permanere del legame forte con la casa avita, con le Radici di gucciniana memoria. E, in mancanza di queste, il ragionevole tentativo di ricostruirsi un luogo davvero proprio dovunque si viva.

La seconda spiegazione, purtroppo, è meno poetica. Ha a che fare con alcuni aspetti fondamentali della regolazione delle politiche dell’abitazione nel nostro Paese, per molti aspetti molto diversi e –ahimè – del tutto originali rispetto al resto dell’Europa.

In primo luogo, in Italia il peso ed il ruolo della rendita fondiaria è esorbitante e particolarmente difficile da scalfire. Fare soldi con l’investimento edilizio, fare soldi rendendo edificabili i terreni agricoli, a spese della collettività che deve poi garantire servizi e infrastrutture, è un elemento costante della storia dell’Italia unita. È stato vero per i grandi speculatori fin dal “sacco di Roma” di fine ottocento, è paradigmatico per l’intreccio fra speculazione e malavita come narrato in film come “Le mani sulla città”. È evidente nelle estesissime borgate abusive poi in qualche modo sanate che sono uno dei motivi della difficilissima gestione dei trasporti nella conurbazione romana. È il senso distintivo delle villettopoli padane. Grandi e piccole speculazioni, grandi lobby di costruttori e piccolo abusivismo “di necessità”, tutto concorre a difendere con le unghie e coi denti la proprietà privata fondiaria ed edile da qualsiasi invasione di campo dell’amministrazione pubblica, salvo chiederne i servizi indispensabili.

Ed infatti, tutta la storia della Repubblica è fatta di tentativi falliti di riforma urbanistica, da quella di Fiorentino Sullo con il primo centrosinistra in poi. E di una giurisprudenza che, a dispetto della chiarezza esemplare dell’articolo 41 della Costituzione, mette sistematicamente i bastoni tra le ruote a chi tenti di gestire il territorio per la collettività e contro la rendita.

In secondo luogo, se la speculazione edilizia è prima di tutto volta a massimizzare la rendita, e se i poteri pubblici non sono in grado di garantire in qualche modo l’abitazione alle fasce sociali più deboli [3], la quota di reddito delle famiglie che dovrà essere in un modo o nell’altro (in acquisto o in affitto) “immobilizzata” nella casa tende a salire. Con vantaggio dei proprietari, ma rendendo difficile e teso il mercato degli affitti. La soluzione trovata dal legislatore fu, come si ricorderà, l’invenzione dell’equo canone: con il senno di poi, una delle idee più sbagliate della tendenza italiana alla regolazione pubblica dei mercati, alla determinazione di prezzi amministrati, alla chiusura al mercato e alla concorrenza. Per perseguire buonissime e lodevoli intenzioni (dare la casa a inquilini – controparte debole – a prezzo equo), si è ottenuto l’esito contrario: le case “private” sono sparite dalla circolazione, almeno dalla circolazione del mercato legale. Quelle pubbliche, ossia il patrimonio degli Enti previdenziali e simili, hanno finito per dare redditi perfino troppo bassi (rendendo tra l’altro apparentemente credibili, in anni recenti, operazioni di svendita altrettanto folli) e per costituire un mercato del “piccolo privilegio” per gli inquilini che avevano la fortuna di accedervi. E, quel che più conta, si è incentivata da un lato la scelta di acquistare la casa in proprietà “a tutti i costi” e, dall’altro, si è reso infinitamente più difficile spostarsi.

L’equo canone non c’è più, anche se il mercato dei fitti continua ad essere regolato in modo piuttosto farraginoso e complesso. Ma il combinato disposto di una rendita terriera troppo protetta e libera di fare ciò che vuole, e di un mercato immobiliare e degli affitti al contrario troppo regolamentato, hanno prodotto effetti di lungo periodo. In Italia non abbiamo avuto la rapida “bolla immobiliare” che ha fatto crescere e poi stroncato l’economia spagnola negli anni recenti. Ma abbiamo avuto un lungo processo di sviluppo perennemente troppo orientato sugli immobili, che ha comportato tra l’altro:

· nel lungo periodo, la progressiva distruzione del nostro paesaggio via cementificazione diffusa;

· in anni più recenti, di fronte all’emergere al consolidarsi del dualismo nel mercato del lavoro, l’aumento di uno specifico fenomeno di ingiustizia generazionale, vista la crescente difficoltà per le giovani generazioni precarie ad accedere a mutui sempre più onerosi. Altra concausa della decrescita dei tassi di natalità che, se ci si pensa bene, sono forse il motivo più profondo del blocco della crescita italiana.

****

Torno all’insofferenza verso l’IMU. Ciò che sento dire dalla gente, dalla classica fila alla posta ai social network agli ambienti di lavoro, mi conferma nel fatto che sarà difficile nel breve periodo cambiare il pregiudizio quasi totale degli italiani verso la tassazione sulla casa. Ovviamente, non sto dicendo che qualcuno possa amare le tasse. Il mio è un discorso relativo: l’insofferenza verso l’IMU sarebbe molto più ben spesa, eventualmente, verso altri tipi di tassazione, e segnala come ho già detto una sorta di arretratezza culturale e di immobilismo mentale.

Proprio per questo, però, mi sembra che un approccio riformista alla questione dovrebbe smetterla di ricorrere la destra, e in particolare il suo campione Berlusconi, sul terreno del livello della tassazione sulla casa, dell’esenzione più o meno estesa della prima casa, e via dicendo. Come dovremmo aver ormai ben imparato, nel campo della demagogia anti-tasse, la destra nostrana è imbattibile. A proporre riduzioni o abolizioni di tasse l’originale è sempre meglio della copia.

Ciò che piuttosto sarebbe ragionevole fare è provare a dettare una nuova agenda nella discussione pubblica sulla casa. Invece di parlare ossessivamente solo dell’IMU, e farsi trascinare su quel terreno, sarebbe molto più serio ragionare sull’intera politica dell’abitazione in Italia. E proporre alcune misure concrete per facilitare l’accesso alla casa da parte delle famiglie giovani, assieme a idee di più lungo periodo – queste si, riforme strutturali – come una buona legge sul regime dei suoli che consenta ai comuni di gestire davvero il territorio senza dover “vendere” oneri di urbanizzazione in cambio della cementificazione selvaggia; o come la realizzazione di un regime fiscale e di una politica abitativa che complessivamente tenda a ridurre, progressivamente e senza strappi, le rendite e quindi il peso della ricchezza immobiliare, al fine di liberare risorse verso usi più produttivi, capaci di generare reddito e crescita.



[1] A essere precisi, possono porsi problemi da questo punto di vista per la tassazione delle seconde case “di vacanza” e per gli effetti del pendolarismo. Ma ovviamente si tratta di questioni di policy risolvibili e che, comunque, esulano dal tema di questo articolo.

[2] Un’analisi esauriente dell’IMU e anche dei suoi difetti si trova qui. Sebbene studi di parte dei costruttori tentino di dimostrare il contrario, i dati Eurostat e Ocse, citati nello studio della UE, mostrano un livello generale di tassazione sulla casa in Italia inferiore che nei paesi maggiori. Segnalo in particolare la chart 23 a pagina 264 dello studio, da cui sembrerebbe che nei fatti in Italia – fra deduzioni degli interessi sui mutui ecc. – la proprietà della casa è sussidiata, non tassata. Anche questo studio della Banca d’Italia conferma che l’imposizione italiana sulla proprietà non era affatto elevata come si dice e che, quindi, il parziale riequilibrio ottenuto con l’IMU non dovrebbe destare scandalo.

[3] Anche questa dell’edilizia popolare è una storia che andrebbe raccontata. L’urbanistica riformista degli anni ’70, ad esempio a Bologna con Cervellati o a Roma con il sindaco Petroselli, ha ottenuto grandi ma localizzati risultati. Ma l’esito complessivo delle politiche per la casa in Italia è sicuramente sconfortante.


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permalink | inviato da corradoinblog il 6/2/2013 alle 15:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 febbraio 2013

L'arcivernice del professor Giavazzi


Ieri, sul Corriere della Sera, la premiata ditta Alesina&Giavazzi ha preso uno svarione epocale. I nostri infatti hanno scritto:

“Oggi l'energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent'anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione”.

L’esistenza di questa arcivernice è affermata peraltro come cosa ovvia, quasi un inciso nel discorso. Perché lo scopo dei nostri è esemplificare quanto siano stati dannosi gli incentivi al fotovoltaico, che avrebbero finanziato una tecnologia ormai obsoleta. E, per questa via, dimostrare quanto siano dannosi sempre gli incentivi. In altre parole, quanto sia dannosa e da evitarsi qualsiasi politica industriale. Perché, come è ovvio, basta lasciar libero il mercato e avremo il miglior mondo possibile.

Sarà bene provare a rimettere coi piedi per terra della realtà i due nostri eroi, provando a farli scendere dall’empireo delle idee astratte e dei modelli economici formali nei quali evidentemente vivono.

1) Purtroppo, l’arcivernice fotovoltaica non esiste e non è mai esistita. Esistono da lungo tempo sperimentazioni, tentativi di produrre film sottili che rendano sensibili le superfici, con l’obiettivo di ridurre i costi dei pannelli e semplificarne l’uso. E naturalmente in rete abbondano gli articoli che promettono che questa tecnologia è già “quasi” disponibile, o lo sarà fra pochissimo tempo. Si chiamano hype, e Alesina&Giavazzi, che si occupano di economia e non di fisica e chimica dei materiali, forse farebbero bene a starne alla larga[1].

2)Anche esistessero, la riduzione di costo non sarebbe probabilmente quella favoleggiata, perché un impianto solare non è fatto solo di pannelli, ma anche di inverter, connessioni, sistemi di controllo, per non dire del costo di gestione della rete intelligente. Purtroppo, non ci sono pasti gratis.

3) Infine, ed è la cosa decisamente più importante, il possibile sviluppo dei film sottili fotovoltaici, se e quando arriverà, è esattamente uno dei possibili risultati delle politiche di incentivi che molti paesi hanno adottato in questi anni. Senza politiche attive, il business ad usual dell’uso del petrolio e del gas – che ha tuttora vantaggi competitivi evidenti rispetto alle fonti rinnovabili – avrebbe inevitabilmente trionfato, e quelle stesse imprese, quegli stessi ricercatori universitari che oggi fantasticano di arcivernici, magari starebbero studiando la prossima tecnologia per spremere petrolio dalle viscere più profonde della terra. Con tutte le splendide conseguenze sul nostro clima e la nostra salute che ben conosciamo.

(Chiarimento preventivo a possibili critiche: anch’io penso che le politiche di incentivo al fotovoltaico in Italia siano state troppo generose e in parte mal gestite. Sarebbe stato meglio adottare politiche più diversificate, ed errori ne sono stati fatti. E naturalmente accanto agli incentivi la spesa diretta in ricerca di base e in ricerca e sviluppo è l’altra gamba necessaria che, in Italia, non gode certamente di grandissima attenzione. Ma questo non muta la sostanza del ragionamento fatto sopra)

4) Ma se l’esempio per dimostrala è sbagliato, anche la tesi di fondo – l’effetto dannoso di qualsiasi politica industriale – è sbagliata in radice. Ed infatti i nostri in qualche modo sembrano quasi rendersene conto, quando ammettono che lo sviluppo italiano del dopoguerra, largamente dovuto all’intervento statale, all’IRI, ecc., è un fatto innegabile. Ma, sostengono, ora siamo in un altro mondo, dove quella strada non può più essere seguita, perché non siamo più un paese di nuova industrializzazione che può crescere per imitazione dirigista, ma un paese che deve stare sulla frontiera dell’innovazione e, quindi, deva basarsi su flessibilità e mercato. Peccato che il paese che in questi anni è certamente stato sempre sulla frontiera dell’innovazione, gli Stati Uniti, abbia una consolidata tradizione di politiche industriali molto attive e molto dirigiste, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo. Senza scomodare le recenti politiche di salvataggio del settore auto[2], perché qualcuno potrebbe dire che la colpa è di quel socialista di Obama, basta ricordare che gli Stati Uniti da sempre praticano allegramente – e giustamente – l’aiuto di Stato alle imprese. Ad esempio riservando quote di appalti pubblici alle PMI locali. Oppure, come è ben noto, finanziando con grandi commesse (soprattutto militari) i propri campioni dell’industria tecnologica. O, ancora, praticando politiche di intervento e collaborazione con i paesi del “giardino di casa” (il Sudamerica) o del petrolio. Ed anche l’altro paese che, in vario modo, spesso ci viene portato ad esempio, quella Germania campione dell’economia sociale di mercato, non può certo essere considerata un posto dove non ci sia un attento coordinamento delle scelte strategiche industriali da parte del governo…

(Secondo chiarimento preventivo a possibili critiche: gli Stati Uniti sono anche il paese della grande flessibilità, della distruzione creatrice schumpeteriana che ha consentito a singoli innovatori di cambiare il panorama industriale - i famosi esempi di Apple, Google ecc.. In un certo senso, possono permettersi e fare con successo politiche industriali dirigiste proprio perché le fanno in un contesto di massima flessibilità e libertà d’impresa, e di massima concorrenza in certi settori chiave. Non rischiano di distorcere troppo gli incentivi, ma anzi possono davvero riorientarli in modo positivo. Noi abbiamo un mercato ingessato da corporazioni e corporativismi di ogni tipo e, quindi, politiche troppo dirigiste rischiano di far danni perché finiscono per fornire incentivi sbagliati. Da noi quindi – ribaltando il concetto espresso nel documento del PD citato nell’articolo -, “non bastano” le politiche industriali, servono anche, finalmente, ampie dosi di liberalizzazione. Non bastano ma, se fatte con cautela ed acume, servono eccome).

5) Per capire a fondo l’errore concettuale di Alesina&Giavazzi, però, dobbiamo entrare nella logica economica che ne costituisce il fondamento. La logica economica tipica dell’economia standard di questi tempi di cui i due professori sono fra i migliori e più coerenti esponenti, che si può sintetizzare nella duplice idea che il libero mercato coincide con il capitalismo, e che la storia (la società, la politica, le religioni, il potere, le idee) in fondo non esiste. Il mondo è piatto, e funziona tramite automatismi oggettivi, e tanto più gli uomini si ostinano a provare a contrastare questi automatismi, tanto più faranno danni. Ora, il problema è che la storia conta, la politica conta, e la potenza conta. Soprattutto, il libero mercato e la libera concorrenza sono la condizione per lo sviluppo dell’accumulazione capitalista, ma l’accumulazione capitalista e il conseguente eccezionale miglioramento delle nostre vite grazie al suo sviluppo, nella concreta storia umana (fin dalle prime forme di capitalismo mercantile medioevale), è stata possibile grazie a una costante negazione conflittuale della libera concorrenza, realizzata attraverso forme diverse ma convergenti nello scopo di concentrare le forze produttive e la loro potenza: ad esempio, l’emergere dei monopoli commerciali e del controllo delle rotte praticato prima dalle potenze di Venezia o Genova, poi dagli olandesi e dalla Compagnia delle Indie. Oppure il capitalismo di rapina dell’imperialismo ottocentesco, o ancora il ruolo innegabile della spesa pubblica nel secolo passato. O tutti i periodici protezionismi mercantilistici che, nei fatti, non sono stati affatto disfunzionali alla crescita del capitalismo e della ricchezza delle nazioni. In qualche modo, è proprio questa tensione fra libera concorrenza – che consente innovazione e migliore distribuzione – e concentrazione, che consente “grandi balzi in avanti” di zone specifiche del mondo che, in un certo periodo, diventano dominanti, a dare il segno alla storia del capitalismo. In qualche modo, quindi, le “politiche industriali” sono la prosecuzione di questa storia e, perciò, sono del tutto coerenti con la realtà del capitalismo. Mentre affidarsi alla sola concorrenza e al solo libero mercato è, più che cattiva ideologia, illusione.

L’economia politica è stata sempre la mia passione. E ho amato anche l’eleganza dei modelli matematici, la perfezione con cui i migliori economisti provano a spiegare la meccanica del gioco economico. Quel che mi dispiace, è che l’eccessiva specializzazione odierna possa portare ad esiti così deprimenti. Forse gioverebbe agli economisti ricordarsi che i problemi sono sistemici, e che bisogna sempre inserire l’economia nella storia, e che magari è meglio non avventurarsi in deduzioni azzardate sulla base di una incerta conoscenza della tecnologia e delle scienze dure. Un po’ più di Fernand Braudel, e un po’ più di Albert Einstein.

PS; qui notizie sull’arcivernice del professor Lambicchi.



[1] Incidentalmente, anche l’accenno al terribile costo di smaltimento dei pannelli attuali è un altro classico di chi non conosce la materia e deve dimostrare la sua tesi precostituita. Lo smaltimento dei pannelli è un problema del tutto gestibile, anche perché molto può essere riciclato.

[2] (a proposito, chissà che ne pensano Alesina&Giavazzi del Marchionne double face statalista in USA e liberista in Italia – per quel che conta, io credo che sia lo stesso Marchionne che giustamente e con successo si adatta a contesti diversi)


1 febbraio 2013

L'Europa fa schifo

L’Europa, quella della Carta dei diritti, quella che dovrebbe comminare sanzioni pesanti ai paesi membri che non rispettano standard minimi di democrazia, libertà d’opinione e non discriminazione, quella che fa tante storie (anche giustamente) per l’ingresso della Turchia, è perfettamente silente nei riguardi di Viktor Orbán e del governo ungherese che sta trasformando quel paese in una dittatura ai limiti del nazismo, dove si nega il diritto di parola e si discriminano ebrei, zingari e etnie diverse dall’ungherese puro.

Solo pochi anni fa l’Europa reagì con una certa durezza all’ingresso di Jörg Haider nel governo austriaco, e nemmeno come prim’attore. Ora, pare che gli standard democratici di questo disgraziato continente in declino stiano rapidamente scemando. Ma, già, ormai conta solo la moneta e l’economia, dei diritti e della democrazia non sappiamo che farcene. Anzi, si comincia a leggere che la democrazia sia un intralcio alla crescita…


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Il consenso e le tasse
La politica della coda lunga
Lizzy
Fiaccole
Sion
Jazz o barocco?
Prioritarie 2006
Niente per amore

Orgoglio di padre 2
Titoli, sottotitoli e articoli
Zio Guido
Israele a Londra>
Orgoglio di padre

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